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La nonviolenza e' in cammino. 1099



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1099 del 30 ottobre 2005

Sommario di questo numero:
1. Celeste Zappala e Anne Roesler: Chi avra' il coraggio di guardarci negli
occhi?
2. Arturo Paoli: Dopo il referendum
3. Paolo Bertagnolli: Dopo il referendum
4. Federico La Sala: Ieri dicevamo
5. Dario Mencagli: Ieri dicevamo
6. Emilio Molinari: Ieri dicevamo
7. Alessandro Portelli ricorda Rosa Parks
8. Annamaria Rivera: Corpi velati e svelati. Il potere dello sguardo
9. Donne in cammino, a Roma il 31 ottobre
10. Maria Luisa Boccia e Grazia Zuffa: Un invito il 5 novembre a Roma
11. La "Carta" del Movimento Nonviolento
12. Per saperne di piu'

1. TESTIMONIANZE. CELESTE ZAPPALA E ANNE ROESLER: CHI AVRA' IL CORAGGIO DI
GUARDARCI NEGLI OCCHI?
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente intervento di
Celeste Zappala e Anne Roesler pronunciato durante la manifestazione contro
la guerra del 26 ottobre 2005 a New York.
Celeste Zappala, di Philadelphia, in Pennsylvania, e' la madre del sergente
Sherwood Baker, ucciso in Iraq nell'aprile 2004.
Anne Roesler, di Saratoga, in California, e' la madre di un soldato
attualmente in servizio in Iraq.
Entrambe fanno parte di "Military Families Speak Out", un'organizzazione che
raggruppa oltre 2.500 famiglie di soldati che si oppongono alla guerra in
Iraq, il cui sito e' www.mfso.org]

La cifra dei soldati americani morit in Iraq sta oltrepassando i duemila. E'
solo un numero? In Iraq, qualcun altro sta perdendo coscienza, esala
l'ultimo respiro, e se ne va. E tutte le speranze cresciute con lui e le
preghiere delle persone che lo amavano che lo hanno seguito sono finite.
Da qualche parte, in America, dei parenti riceveranno una chiamata
telefonica, in cui si chiedera' loro di venire a sedere con un padre troppo
sconvolto per piangere, o di tenere dei bambini per un po', perche' la
vedova e' inconsolabile. Verranno chiamati a testimoniare l'agonia di
un'altra famiglia che ha perso un soldato in questa guerra senza fine. Da
qualche parte, in una camera ardente, un piccolo gruppo si riunira' a
scuotere la testa, a chiedersi fra lacrime amare perche' questo e' accaduto
al loro amico. Un'altra famiglia guardera' la sedia vuota, alla tavolata
delle feste, per il resto della vita.
Noi apparteniamo alla famiglie che hanno un membro nell'esercito, e che
capiscono i veri costi della guerra.
Il figlio di Celeste, Sherwood, e' stato ucciso il 26 aprile 2004, mentre
proteggeva l'"Iraq Survey Group", un gruppo incaricato di cercare le armi di
distruzione di massa, anche se da lungo tempo tutti sapevano che non ce
n'era alcuna. Dopo la sua morte, altri 1.280 statunitensi sono morti in Iraq
assieme ad innumerevoli iracheni. Molti di piu' sono stati feriti nel corpo
e nello spirito. Le giustificazioni fornite per la guerra sono risultate
bugie. Ma la litania delle scuse viene ancora ripetuta dal Presidente: 11
settembre, Al Qaida, armi di distruzione di massa. La risposta del
Presidente alla campana della morte che rintocca ogni giorno per gli
americani e gli iracheni e' di continuare su questa strada, mentre sempre
piu' americani si chiedono ogni giorno perche'.
Per Anne, la guerra e' una minaccia continua. Suo figlio, Sergente nell'82a
Divisione Airborne, ha passato piu' di 550 giorni in Iraq, fin
dall'invasione, ed e' ormai al suo terzo turno in quel paese. Prima della
partenza piu' recente ha detto: "Non so quale sia la nostra missione. Non lo
so da parecchio tempo". Sin dall'aprile del 2003 sapeva che non c'erano armi
di distruzione di massa. Sebbene fosse arrabbiato per essere stato mandato
in guerra sulla base di menzogne, sperava che sarebbe almeno stato parte di
qualcosa di positivo nella ricostruzione del paese. Era affascinato dal
trovarsi in una delle culle della civilta', come l'Iraq. Ma le cose sono si
sono rapidamente deteriorate: "Abbiamo suscitato un vespaio, e non c'e' modo
di far rientrare le vespe nell'alveare". Mentre i mesi passavano, ed egli
comprendeva la futilita' della presenza delle truppe in Iraq, non vedeva
l'ora di tornare a casa: "Sono stanco di mettere bambini morti nei sacchi di
plastica". Sfortunatamente, e' stato inviato di nuovo sul posto dopo soli
sette mesi. Al suo ritorno, ha descritto a casa il caos crescente, il fatto
di non sapere chi fosse il nemico. Era diventato una persona differente: la
guerra e le atrocita' di cui era stato testimone gli avevano chiesto di
pagare un grosso prezzo. Dopo solo pochi altri mesi, fu inviato in Iraq per
la terza volta. Prima di andarsene ha detto: "Se pure riesco a tornare a
casa anche questa volta, mi ci vorranno anni per farmene una ragione". Ed
invero ci vorranno decenni al nostro paese e all'Iraq, per riprendersi da
questa guerra.
*
Il Presidente ci dice che dobbiamo combattere i nemici all'estero, per
prevenirli dal farci del male a casa nostra: ma chi sono questi nemici? Noi
stiamo creando nemici in Iraq ogni giorno, perche' occupiamo il paese, e
perche' gli iracheni continuano a morire. Continuare a mantenere l'esercito
in Iraq e' mettere olio sul fuoco.
Per duemila famiglie e' gia' troppo tardi. Saranno legate per sempre, con il
dolore, al disastro che e' la guerra irachena.
Salvare le vite di coloro che sono ancora in servizio o che stanno per
essere inviati in Iraq e' la missione di tutte le famiglie dei militari che
chiedono: quanti figli e quante figlie d'America dobbiamo ancora sacrificare
per una guerra basata sulle menzogne? A quanti ancora permetteremo di
tornare a casa mutilati e spezzati? Quante famiglie devono ancora sentire la
notizia peggiore delle loro vite, prima che l'America dica: "No, non
obbediremo piu'"?
*
Il figlio di Anne le chiede: "Al popolo americano importa qualcosa di noi?".
Ai membri di "Military Families Speak Out" importa, ed e' per questo che
parliamo in sostegno delle nostre truppe, in sostegno della verita', e della
nostra responsabilita' come nazione quando chiediamo di mettere fine a
questa guerra insensata.
Il governo dice che non e' ancora il momento di uscirne. E quando sara'? Se
il figlio di Anne sara' il duemillesimo e uno a morire, o il duemillesimo e
due, o il duemilacentesimo, avranno coloro che dicono questo il coraggio di
guardarla negli occhi, e di assicurarle che ne valeva la pena?

2. TESTIMONI. ARTURO PAOLI: DOPO IL REFERENDUM
[Ringraziamo Domenico Barberio (per contatti: ciaramella76 at hotmail.com) per
aver raccolto per il nostro foglio questa testimonianza di Arturo Paoli,
incontrato a Gubbio ("Era molto impegnato, ha avuto una media di tre
incontri al giorno, ed era pure molto stanco, ma i suoi 93 anni li porta
benissimo, direi").
Domenico Barberio e' impegnato nell'esperienza del gruppo "Gubbio per la
pace" promotore di molte iniziative di pace, solidarieta' e nonviolenza, e
collabora alla rivista "L'altrapagina".
Arturo Paoli, religioso, costruttore di pace, saggista, e' una delle figure
piu' vive della solidarieta' operosa e della nonviolenza in cammino; su di
lui dal sito www.giovaniemissione.it riprendiamo la seguente scheda: "Arturo
Paoli e' nato a Lucca nel 1912. Si laurea in lettere classiche a Pisa ed e'
ordinato sacerdote nel 1940. Tra il '43 e il '44 partecipa alla Resistenza.
Nel 1949 viene nominato assistente nazionale della Giac (Gioventu'
Cattolica) mentre era alla presidenza Carlo Carretto. Assistente nazionale
dell'Azione Cattolica negli anni '50, fu costretto alle dimissioni per le
sue posizioni in contrasto con la gerarchia. Autore di numerose opere che
potrebbero andare sotto il titolo di "spiritualita' della relazione", ha
scritto fra gli anni '80 e i '90 la sua puntuale "Lettera dall'America
Latina" ai lettori di "Nigrizia" (www.nigrizia.it). Nel 1954 riceve l'ordine
di imbarcarsi come cappellano su una nave argentina destinata agli
emigranti. Durante questi viaggi conosce i Piccoli Fratelli di Charles de
Foucauld ed entra nella loro congregazione. Terminato il noviziato svolge il
lavoro di magazziniere nel porto di Orano (Algeria) e poi nelle miniere di
Monterangiu in Sardegna. Nel 1960 si reca in America Latina per avviare una
nuova fondazione: qui vive con i boscaioli della foresta argentina. Quando
il clima politico peronista si fa pesante, subisce una campagna
denigratoria: il suo nome e' nell'elenco di quelli che devono essere
soppressi. Nel 1974 si trasferisce in Venezuela; anche qui il suo lavoro e'
di impegno pastorale e di promozione sociale. Nel 1983 comincia a
soggiornare in Brasile, dove, dopo la dittatura militare, prende vita una
chiesa che e' tra le piu' vive dell'America Latina. In Brasile ha fondato
"Afa" (Associazione fraternita' alleanza), che e' una comunita' di laici
impegnati in alcuni progetti di aiuto alle famiglie delle favelas: progetto
Latte, Educazione, Salute, Donna, Informatizzazione. Nel 1999 lo Stato
d'Israele gli conferisce la nomina a "Giusto tra le Nazioni" per aver
aiutato e salvato alcuni ebrei nel 1944 all'epoca delle persecuzioni
naziste. Il suo nome sara' scritto per sempre nel muro d'onore del Giardino
dei Giusti dello Yad Vashem a Gerusalemme. Attualmente vive a Foz de Iguacu,
nel barrio di Boa Esperanza. Da quarant'anni Arturo Paoli condivide la sua
vita con i poveri, senza per questo rinunciare all'attivita' di
conferenziere e animatore: collabora con diverse riviste ("Rocca",
"Nigrizia", "Il Regno", "Jesus") e ha scritto una trentina di opere". Tra le
opere di Arturo Paoli: Gesu' amore, 1960, Borla 1970; Dialogo della
liberazione, 1969; La costruzione del Regno, Cittadella, Assisi 1971;
Conversione, Cittadella, Assisi 1974; Il grido della terra,1976; Camminando
si apre cammino, Gribaudi, Torino 1977; Cercando liberta', Gribaudi, Torino
1980; Tentando fraternita', Gribaudi, Torino 1981; Facendo verita',
Gribaudi, Torino 1984; Le palme cantano speranza, Morcelliana, Brescia 1984;
Testimoni della speranza, Morcelliana, Brescia 1989; Il silenzio, pienezza
della parola, Cittadella, Assisi 1991, 1994, 2002; La radice dell'uomo,
Morcelliana, Brescia; Camminando s'apre cammino, Cittadella, Assisi 1994; Il
sacerdote e la donna, Marsilio, Venezia 1996; Progetto Gesu': una societa'
fraterna, Cittadella, Assisi 1997; Quel che muore, quel che nasce, Sperling
& Kupfer, Milano 2001; Un incontro difficile, Cittadella, Assisi 2001; con
Remo Cacitti e Bruno Maggioni, La poverta', In dialogo, 2001; La gioia di
essere liberi, Edizioni Messaggero di Padova, Padova 2002; Della mistica
discorde, La meridiana, Molfetta (Ba) 2002]

Quelli che vengono definiti i colonnelli ovvero i grandi proprietari
terrieri tengono questo paese ancora allo stato coloniale. Arrivati
dall'Europa o dagli Stati Uniti hanno preso il terreno che volevano. Hanno
in mano, non del tutto ma in grandissima parte, il potere politico e lo
difendono anche con le armi, grazie a piccoli eserciti ai loro ordini. Ma
non c'e' solo questo. Ci sono le bande armate nelle grandi citta' formate da
tantissimi giovani. Tutto questo "armamento" cosi' diffuso, alla portata di
tutti, ha prodotto delle conseguenze perverse: la gente ha capito che
vincendo il si' doveva aversi per coerenza un'operazione di disarmo totale.
I grandi potentati economici in Brasile hanno creato degli squilibri che
possono continuare ad esistere grazie al ricatto delle armi mentre gran
parte della popolazione pensa che per poter rovesciare questi squilibri ci
sia bisogno solo delle armi. La minaccia del terrore domina ormai la realta'
brasiliana, non solo le grandi citta' ma anche quelle piu' piccole come la
nostra Foz de Iguacu al confine con Paraguay e Argentina, dove esiste un
grande traffico di armi e droga.
Il Brasile e' un paese che ha avuto un passato dittatoriale con qualche
squarcio di democrazia e di liberta'. Non esiste quindi una sensibilita'
politica anche se in questo momento governa a livello nazionale e in diverse
citta' il Partito dei lavoratori. Porto l'esperienza di Foz: anche se a
vincere non e' stato uno dei cosiddetti personaggi dominanti ma un politico
onesto che puo' fare qualcosa per il progresso della citta', quello che non
puo' impedire e' il contrabbando e le reazioni armate che vengono come
conseguenza di questo contrabbando.
La speranza viene dalle comunita' di base che ho visto con molta gioia
rifiorire. Le comunita' di base hanno come finalita' quella di dare
coscienza al popolo dei propri diritti e insegnare un cammino di
nonviolenza. L'ispirazione fondamentale che sta alla base di queste
convocazioni e' un motivo religioso, evangelico, biblico. Tutte le loro
conversazioni, i loro incontri sono fondati su testi biblici. Hanno cercato
di soffocarle ma non ci sono riusciti. Ultimamente a Belo Horizonte c'e'
stata una di queste convocazioni e cinquanta vescovi hanno promesso di
chiedere al resto della gerarchia ecclesiastica di favorire la difesa e la
valorizzazione di queste comunita' di base.

3. RIFLESSIONE. PAOLO BERTAGNOLLI: DOPO IL REFERENDUM
[Ringraziamo Paolo Bertagnolli (per contatti: paolo_bertagnolli at hotmail.com)
per questo intervento. Paolo Bertagnolli, insegnante, laureato in sociologia
a Trento, impegnato nel movimento di Pax Christi a Bolzano e in molte
iniziative di pace, solidarieta' e nonviolenza, e' coautore del libro
Lontani da me, che raccoglie le conclusioni del progetto interculturale
"Star bene insieme, illogicita' del razzismo"]

Sono stato tra cooro che hanno preso a cuore il referendum brasiliano per il
disarmo e tra quelli che sono rimasti delusi per il risultato.
Oggi, pero', parte della mia delusione e' scomparsa: non perche' non mi
dispiaccia la mancata vittoria del si', ma perche' mi sono detto: quante
volte e' stato necessario insistere su un tema perche' divenga generale;
quante volte persone ben piu' valide di me hanno conosciuto il fallimento
delle loro azioni, dei loro pensieri, ecc., ma hanno continuato ad insistere
e, alla fine, hanno raggiunto l'obiettivo che si erano posti.
Anche noi dobbiamo insistere e credere che nel prossimo paese, nel prossimo
referendum, il buon senso prevarra'.
Si' alla messa al bando del commercio delle armi.
Che altre nazioni propongano il referendum; io mi impegnero' a sostenerlo
sicuro che se ancora rimarro' deluso, alla fine la nonviolenza dovra'
necessariamente prevalere.

4. RIFLESSIONE. FEDERICO LA SALA: IERI DICEVAMO
[Ringraziamo Federico La Sala (per contatti: federicolasala at tin.it) per
questo intervento che estraiamo da una piu' ampia lettera, pervenutaci
purtroppo in ritardo rispetto alla data di svolgimento del referendum del 23
ottobre. Federico La Sala, docente di filosofia e saggista, e' redattore del
sito de "Il dialogo" (www.ildialogo.org) per cui cura particolarmente la
sezione della riflessione flosofica]

C'e' anche il mio si', per il referendum in Brasile.
Il Brasile da' una lezione all'Europa e alle sue radici.
Su cosa e' stato edificato il nuovo mondo? Genocidi e stermini...
Qualcuno ci disse che "chi di spada ferisce, di spada perisce", ma molti non
hanno voluto ne' ascoltare ne' capire...

5. RIFLESSIONE. DARIO MENCAGLI: IERI DICEVAMO
[Ringraziamo Dario Mencagli (per contatti: dario.mencagli at libero.it) per
questo intervento, pervenutoci purtroppo in ritardo rispetto alla data di
svolgimento del referendum del 23 ottobre. Dario Mencagli, di vasti e solidi
studi di filosofia e teologia, di sociologia e scienze della comunicazione,
con ricchissime esperienze di vita e di impegno sociale in Africa, in Asia,
in America Latina, cooperante internazionale, educatore, impegnato nella
solidarieta', apprezzatissimo docente e gia' pubblico amministratore di
esemplare competenza, limpidezza e sensibilita', e' persona di straordinario
rigore morale e intellettuale tanto nell'azione pubblica come nello stile di
vita, e una delle figure piu' vive della pace, del dialogo interculturale e
della nonviolenza. Tra i suoi scritti hanno avuto ampia circolazione e
profonda ripercussione tra le persone che hanno la fortuna di essergli
amiche le sue Lettera dalla Guinea-Bissau]

Quando ho saputo del referendum brasiliano, ho sentito tante sensazioni
contrapposte: sensazioni di pace, di guerra, di violenza, di nonviolenza, di
armamenti e di disarmo.
Mi sono tornate in mente anche due immagini, viste in Amazzonia nel
(lontano?) 1978: un fortino in tronchi di legno, tipo il "forte Apache" dei
film western, con una guarnigione di soldati, e un uomo a cavallo con
pistole al cinturone e fucile infilato al lato della sella. Pensavo di
sognare e invece era realta'. Il fortino era nella zona di Roraima, sulla
strada Boa Vista-Manaus. Presidiava la strada contro gli attacchi degli
Indiani (gli Indios di quella zona), che avevano reagito contro
l'attraversamento delle loro terre. Il pistolero a cavallo era sulla strada
tra Altamira e Maraba': probabilmente un "jagunco" (bandito). Il suo
mestiere, nel secolo XX (e ancora nel secolo XXI): servire il grande
proprietario terriero, spaventare (e anche ammazzare) i piccoli proprietari,
perche' abbandonino o vendano la loro terra al grande. Il compito del
fortino: occupare stabilmente la terra degli Indios.
*
Leggo che la maggioranza dei circa 40.000 morti ammazzati da colpi di
pistola ogni anno in Brasile, sono uccisi per liti tra familiari e vicini,
ubriachezza, vendette.
Penso alle mine antiuomo: se vengono prodotte e vendute, c'e' sempre
qualcuno, poi, che le mette in funzione.
Se ci sono manovre militari, spostamenti massicci di soldati e armamenti,
non si tratta di semplici manovre dimostrative: la conclusione, quasi
sempre, e' un intervento militare di guerra.
Quando gli essere umani andavano con la clava, indossando una pelle di
leopardo, risolvevano le contese con la clava: aveva ragione chi menava piu'
forte. Con la costituzione dei villaggi prima, e delle citta' poi, la
giustizia privata e' stata vietata. Gli anziani e i giudici hanno preso ad
amministrarla. Lentamente siamo quasi arrivati (con l'Onu e i suoi caschi
blu) ad avere una giustizia sovranazionale, che evitasse la violenza
(analoga a qualla privata) tra i singoli stati.
In questi ultimi anni siamo tornati indietro.
Il giorno nel quale non saranno piu' i singoli stati a risolvere con la
violenza e la guerra i loro problemi, gli esseri umani avranno fatto un
passo in avanti fondamentale nello sviluppo della loro umanita' e avranno
salito un altro gradino nella loro scala evolutiva.
Per i credenti sara' il segnale che si sta avvicinando quanto annunciato
nella Bibbia dal profeta Isaia: "Trasformeranno le loro spade in vomeri e le
loro lance in falci".
*
Ai nostri giorni ci siamo modernizzati: non si usa piu' la clava, ma la
pistola.
Il referendum in Brasile e' un segnale di grande speranza. Riguarda l'uso di
armi "leggere" da parte di privati.
Il Brasile, per molte persone, e' un paese non ricco ne' potente ne'
importante. E' una valutazione sbagliata: il Brasile ha risorse, esporta, ha
legami con molti paesi del sud del mondo. Propone modelli di democrazia
notevoli (come il "bilancio partecipativo" per i comuni).
Chiamare il popolo a decidere sul da farsi per una questione cosi'
importante, e' un esempio magnifico per il mondo.
*
La proibizione della vendita delle armi "leggere" mi fa pensare anche alla
vendita delle armi "pesanti", alle mine antiuomo, alle armi atomiche.
E' possibile arrivare anche alla proibizione di quelle?
Con la fine della guerra fredda, l'umanita' ha sperato che non sarebbe stato
piu' necessario spendere migliaia di miliardi in armamenti, e che quei soldi
avrebbero potuto risolvere i problemi di fame e poverta' mondiali.
Invece e' successo l'incredibile: adesso si spende piu' di allora per gli
armamenti!
Togliere dalla circolazione queste piccole, ma non meno micidiali, armi, mi
auguro che diventi un segnale per tutti, persone e stati.
Aggiustando le parole del profeta Isaia, potremmo dire che "le pistole
verranno trasformate in zappette e rastrelletti"!
Grazie e auguri, Brasile!
Pra frente, Brasil! (come si dice in Brasile).

6. RIFLESSIONE. EMILIO MOLINARI: IERI DICEVAMO
[Ringraziamo Emilio Molinari (per contatti: emilio.molinari at libero.it) per
questo intervento, pervenutoci purtroppo in ritardo rispetto alla data di
svolgimento del referendum del 23 ottobre. Emilio Molinari (Milano, 1939),
gia' parlamentare europeo, e' presidente del comitato italiano per il
Contratto mondiale sull'acqua]

Ben volentieri vi mando queste righe di sostegno al referendum brasiliano
per il disarmo.
Credo con queste poche righe di interpretere non solo il mio pensiero, ma
quello del movimento italiano di cui sono il presidente che e' il Contratto
mondiale sull'acqua, per cio' che rappresenta e potra' rappresentare per il
Brasile e per il mondo l'affermarsi istituzionalmente in un grande paese
dell'America Latina una prospettiva di messa al bando delle armi.
Tutto il nostro sostegno affinche' possa diventare concreta realta'.
Il continente latinoamericano non cessa di meravigliarci, dopo la vittoria
del referendum costituzionale dell'Uruguay contro la mercificazione
dell'acqua, un referendum vittorioso in Brasile contro le armi... searebbe
qualcosa che ci fa sperare che Un Otro Mundo es Possivel.

7. MEMORIA. ALESSANDRO PORTELLI RICORDA ROSA PARKS
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 26 ottobre 2005.
Alessandro Portelli, studioso della cultura americana e della cultura
popolare, docente universitario, saggista, storico, militante della sinistra
critica, per la pace e i diritti. Opere di Alessandro Portelli: segnaliamo
particolarmente L'ordine e' gia' stato eseguito, Donzelli, Roma 1999.
Rosa Parks, recentemente scomparsa, e' la donna che diede inizio al grande
movimento nonviolento contro la segregazione razziale a Montgomery, Alabama,
nel 1955; un suo profilo e' nel n. 1096 di questo foglio]

Era il settembre del 1973, ero appena arrivato allo Highlander Center di New
Market, Tennessee - una storica istituzione del movimento operaio negli anni
'30 e del movimento per i diritti civili dagli anni '50 in poi. Entro
nell'ufficio del direttore Mike Clark per salutare, e si affaccia una
segretaria: "C'e' Rosa Parks al telefono". Fu come se mi avessero detto che
aveva telefonato Carlo Marx: una figura mitica di fondatrice della mia
stessa coscienza civile si manifestava viva e presente nel quotidiano - e in
contatto con un'istituzione da sempre in odore di sovversione. Mike Clark e
Myles Horton (il fondatore di Highlander) mi spiegarono poi che Rosa Parks
era stata a Highlander e aveva partecipato a gruppi di lavoro e di
formazione politica prima del suo storico rifiuto di obbedire alle norme
della segregazione nei pubblici trasporti di Montgomery, Alabama.
I media e la leggenda hanno alimentato la sua figura come quella di una
anziana cucitrice che non cede il posto a un bianco perche' e' stanca e le
fanno male i piedi; in realta', Rosa Parks era perfettamente cosciente del
significato politico di quanto stava facendo, il suo gesto era stato
preparato accuratamente (e non era neanche una vecchietta, all'epoca del suo
gran rifiuto aveva quarantatre anni). Per un po' mi dispiacque avere perduto
quell'immagine romantica; ma in cambio avevo acquisito tutta un'altra
percezione, tutto un nuovo rispetto, di quel che era stato il movimento dei
diritti civili, della sua lunga e consapevole gestazione, e del coraggio
collettivo di cui questa donna straordinaria era espressione, della memoria
storica e della visione strategica che avevano messo in moto il movimento e
lo avevano continuato. C'era senza dubbio una componente di indignazione
spontanea, di mobilitazione immediata, nel movimento dei diritti civili; ma
quello che Rosa Parks ha dimostrato e' che esso fu frutto anche di una
grande intelligenza politica diffusa.
Rosa Parks non era stata la prima donna nera a rifiutare di alzarsi in un
autobus di Birmingham: c'era stato gia' un caso, addirittura nel 1939. Nelle
occasioni precedenti - effettivamente spontanee e non preparate - le
autorita' erano riuscite a distorcere i fatti diffamando le protagoniste e
sostenendo di averle arrestate per altre, piccole, trasgressioni all'ordine
razziale dell'Alabama. Ma questi episodi spontanei avevano indicato una
strategia possibile; e Rosa Parks era stata scelta per ripeterli proprio
grazie alla la sua irreprensibile figura morale e civica, che rendeva
impossibile mascherare il suo arresto con motivazioni altre che non la
difesa dell'ordine razzista.
Alle sue spalle c'era tutta una rete di relazioni che avevano preparato il
suo gesto e la risposta da dare al suo arresto: c'era, naturalmente, la
National Association for the Advancement of Colored People, che aveva
condotto le battaglie legali contro la segregazione (compresa la vittoria
alla corte suprema nel caso Brown vs Board of Education che nel 1954 aveva
dichiarato incostituzionale la segregazione scolastica); ma c'erano anche
figure come E. D. Nixon, sindacalista della Brotherhood of Sleeping Car
Porters, gli addetti alle carrozze letto, la piu' grande organizzazione
sindacale afroamericana. Solo in un secondo momento, a cose fatte, fu
chiamato in causa un giovane ministro metodista, da poco arrivato a
Montgomery, noto anche lui per la sua inattaccabile moralita' e la sua
rispettabile moderazione: Martin Luther King, Jr. (piu' tardi, anche King
ando' agli incontri di Highlander, e per questo lo bollarono come
comunista).
Insomma, il movimento dei diritti civili aveva acquistato visibilita'
attraverso una serie di gesti e personaggi simbolici ma questi erano stati
il risultato di un lungo, complicato, pericoloso lavoro di relazione, di
preparazione politica, di memoria storica condivisa: senza una rete del
genere il compatto boicottaggio dei trasporti pubblici che l'intera
collettivita' afroamericana di Montgomery resse per piu' di un anno, non
sarebbe stato possibile. Il potere simbolico di Rosa Parks stava proprio nel
modo in cui combinava un impegno politico cosciente con un'immagine
casalinga e quotidiana: una donna qualunque, e una donna eccezionale,
insieme.
Due parole vanno spese proprio a proposito del luogo scelto per aprire la
sfida alla segregazione, a Montgomery, e per commentare la strategia
adottata. I tram e gli autobus segregati sono da sempre uno dei luoghi piu'
invisi del razzismo istituzionale, dai romanzi di fine '800 ai Freedom Rides
degli anni '70: l'efficacia simbolica del gesto di Rosa Parks era accentuata
da decenni di risentimenti e di rabbia accumulati nei mezzi di trasporto. Ma
c'e' di piu': come hanno dimostrato le vicende dell'uragano Katrina a New
Orleans, in un paese che ha fatto dell'automobile e del trasporto privato la
sua icona rappresentativa, gli afroamericani sono gli utenti principali dei
trasporti pubblici (e quelli che piu' soffrono della loro mancanza).
Colpendo gli autobus, il movimento di Montgomery colpiva il potere locale
proprio la' dove i neri erano i clienti principali, una fonte di reddito per
le istituzioni - e cosi' inaugurava quella strategia di boicottaggi in cui
gli afroamericani, spesso esclusi dai luoghi della produzione, usavano il
loro potere di consumatori come strumento di pressione e di lotta.
Qualche giorno fa, Condoleezza Rice ha accompagnato il ministro degli esteri
inglese, Jack Straw, in visita a Birmingham, Alabama, dove nel 1963 quattro
bambine (una era sua amica) furono uccise da una bomba razzista in una
chiesa. Con accenti che, per una volta, sembravano quasi veri, la Rice ha
ricordato (ma come se fossero cose solo del passato) la sua infanzia in
Alabama, il razzismo e la segregazione in cui era cresciuta. Ma l'impegno
politico di Rosa Parks non si era fermato ai quei giorni; anche senza
assumere ruoli di leadership, e' continuato fino ad oggi perche' ancora oggi
il razzismo alza la sua brutta testa. Il fatto che dobbiamo anche
Condoleezza Rice a Rosa Parks e' un paradosso; ma costituisce una ragione di
piu' per non permettere che si dichiari chiusa la storia rappresentata da
Rosa Parks e che sia la Rice a impadronirsi della sua memoria e del suo
coraggio.

8. RIFLESSIONE. ANNAMARIA RIVERA: CORPI VELATI E SVELATI. IL POTERE DELLO
SGUARDO
[Dal quotidiano "Liberazione" del 15 ottobre 2005 riprendiamo questa
anticipazione di un brano dal nuovo libro di Annamaria Rivera, La guerra dei
simboli. Veli postcoloniali e retoriche sull'alterita', in questi giorni in
libreria per Dedalo. Annamaria Rivera, antropologa, fortemente impegnata
nella difesa dei diritti umani di tutti gli esseri umani, docente di
etnologia all'Universita' di Bari, e' impegnata nella "Rete antirazzista".
Opere di Annamaria Rivera: con Gallissot e Kilani, L'imbroglio etnico,
Dedalo, Bari 2001; (a cura di) L'inquietudine dell'Islam, Dedalo, Bari 2002;
Estranei e nemici, DeriveApprodi, Roma 2003; La guerra dei simboli, Dedalo,
Bari 2005]

Il costume di velare totalmente o parzialmente il capo e/o il volto non e'
di per se' un segno di differenziazione di genere. Il turbante dei sikh, il
velo dei tuareg, il passamontagna degli zapatisti, per citare solo alcuni
fra i tanti esempi possibili, sono segni specificamente maschili che
conferiscono agli uomini che li indossano, a seconda dei casi, dignita',
potere, autorevolezza, mascolinita', status sociale. Il velo, pertanto, puo'
essere letto correttamente solo a partire dai contesti sociali e culturali
specifici e dai suoi significati locali...
Il velo femminile era costume diffuso fra gli assiri, i persiani, i greci, i
romani come segno di distinzione sociale che denotava la donna d'alto rango,
la sposa legittima, la madre. E anche il famoso versetto del Corano (53, 32)
che lo prescrive riguardava, secondo alcuni esegeti, esclusivamente le mogli
di Muhammad e mirava ad istituire una distinzione di rango: coprendosi il
capo e il viso, esse non avrebbero rischiato d'essere scambiate per schiave
e dunque d'essere oggetto d'interesse da parte maschile... Guardandoci dal
rischio della generalizzazione arbitraria, diciamo che alcune societa' del
Mediterraneo si sono caratterizzate per un modello basato sulla rigida
separazione delle sfere del maschile e del femminile..., sul valore-cardine
dell'onore maschile, su una morale sessuale ossessionata dalla verginita' e
dal controllo di un eros femminile temuto come "selvaggio" e potenzialmente
pericoloso... E' innegabile che il dominio sulla funzione riproduttiva
femminile ha costituito, in particolare, l'assillo delle tre grandi
religioni monoteiste nelle quali, in misura e in forme diverse, si sono
rispecchiate la struttura e la cultura patriarcali. Non v'e' bisogno di
ricordare che nella prima Epistola ai Corinzi san Paolo associa
esplicitamente l'obbligo del velo all'inferiorita' della donna, che percio'
"deve portare sul capo il marchio della sua dipendenza". Un marchio che nei
paesi a maggioranza cattolica, mediterranei in ispecie, le donne, delle
classi subalterne in particolare, avrebbero portato almeno fino agli anni
Cinquanta nella forma di grandi fazzoletti da testa di colore scuro;
finche', negli anni Sessanta, il fazzoletto non si trasformo' in un foulard
di seta, leggero e colorato, che divenne un elemento alla moda in tutto
l'Occidente. Andando indietro con la memoria alle immagini dell'epoca, viene
in mente una fitta galleria di famose attrici, primedonne, signore del
jet-set internazionale, tutte con il capo coperto da piu' o meno vivaci
triangoli di tessuto, talvolta indossati col "doppio giro" cosi' da
nascondere non solo i capelli ma anche le orecchie e il collo: esattamente
alla maniera delle ragazze francesi con il velo.
*
Se nelle religioni del Libro e in molte societa' a prescrivere alle donne le
regole del pudore - dunque del modo consono di abbigliarsi - e' l'autorita'
maschile, e' contestabile che in societa' secolarizzate come le nostre si
sia affermata una completa liberta' di scelta. Oggi, ad imporre stili e
mode, di conseguenza a decidere quale debba essere il "comune senso del
pudore" e perfino a dettare le trasgressioni consentite sono l'industria
della moda e il mercato, e la pubblicita' al loro servizio. Paradossalmente,
proprio la vicenda francese di una legge proibizionista giustificata in nome
della difesa della laicita' dimostra che la liberta' di scelta e' ben
lontana dall'essere conquistata... Oggi... il paradigma mercantile del corpo
femminile ordina, come osserva Alain Badiou (2004), che la femminilita' sia
esposta, e rende obbligatoria la circolazione delle donne su larga scala,
invece che, come un tempo, secondo il modello dello scambio ristretto. Il
corpo, segnatamente quello femminile, deve conformarsi ad un canone per lo
piu' edonistico-competitivo: e' un corpo svelato, esibito, sottratto al
decadimento (si pensi al crescente ricorso alla chirurgia estetica), un
corpo che deve dire piu' che alludere...
Probabilmente, in Francia il foulard e' perturbante proprio perche' e' una
diversita' non prevista finora neppure dal repertorio dei canoni
etico-estetici "trasgressivi" del mercato globale, e che irrompe negli
ambiti della modernita': finche' e' rimasto relegato nello spazio domestico,
com'era nel caso delle immigrate della cosiddetta prima generazione, in
quanto socialmente invisibile esso non e' mai divenuto oggetto di contesa
pubblica...
*
Un pensiero egemonico, ereditato dal colonialismo e rinnovato dalla
globalizzazione neoliberista, associa strettamente l'idea di emancipazione,
come si e' detto, ma anche e soprattutto quella di modernita' ai valori
etico-estetici e agli stili di vita dell'Occidente... Quest'idea egemonica
sembra condizionare anche le prese di posizione di una parte rilevante del
femminismo francese e italiano, quella che si e' decisamente schierata a
favore della legge proibizionista. Conviene ricordare che il tema della
riappropriazione del corpo da parte dei soggetti femminili ha avuto un posto
centrale nella riflessione teorica e nella pratica politica del femminismo
degli anni Settanta: una centralita' che si e' riflessa nelle battaglie
politiche relative al controllo della sessualita' e della procreazione, non
ultima quella sull'aborto. Ma piu' recentemente, allorche' si e' accelerato
il processo di netta secolarizzazione-mercificazione dei corpi, soprattutto
femminili, la critica femminista sembra essersi distratta. Il corpo
mercificato, venduto, griffato, sottomesso ai canoni del mercato e della
pubblicita', marchiato dai segni ostentatori del capitale (Badiou 2004)
sembra faccia meno scandalo del corpo velato, contrassegnato da un simbolo
identitario, eventualmente religioso, talvolta patriarcale: una femminista
"storica" francese e' arrivata a sostenere che il foulard e' piu'
deplorevole della prostituzione, essendo quest'ultima nient'altro che una
manifestazione della liberta' di disporre del proprio corpo.
*
A proposito dell'ossessione maschile-occidentale di spogliare i corpi
femminili, e' opportuno osservare... come e quanto questa si sia
rispecchiata e tradotta nell'immaginario coloniale: l'ansia di svelare i
corpi delle altre era in gran parte motivata dall'inconscio desiderio di
curare la ferita narcisistica inflitta dal velo musulmano. Come osserva
acutamente il filosofo Yves Vargas (2004), la proclamata volonta' di
liberare le donne dei colonizzati dal giogo dell'oppressione musulmana in
realta' nascondeva la fantasia di porle al servizio del desiderio dei
colonizzatori... Lo svelamento, il denudamento del corpo dell'altro/a e' uno
dei dispositivi attraverso i quali si realizza la sua umiliazione, il suo
annichilimento, la sua de-umanizzazione... Frantz Fanon racconta della
cerimonia che si svolse ad Algeri il 13 maggio del 1958, quando, nella
Piazza del Governo, delle donne musulmane montarono su un palco per bruciare
pubblicamente i loro veli. Il potere coloniale intendeva dimostrare cosi' di
voler emancipare le indigene recando loro la civilta', in realta' applicava
la strategia del divide et impera. Molte di quelle donne sarebbero poi
tornate a indossare il velo e si sarebbero unite, insieme ad altre, alla
Resistenza. Una volta catturate, strappando loro il velo i colonizzatori si
sarebbero riscattati dalla frustrazione e dalla paura che provavano per
quelle donne velate che si sottraevano allo sguardo e potevano guardare
senza essere guardate: talvolta, prima d'essere giustiziate, le resistenti
venivano messe in fila, denudate e fotografate...
*
Cosi' come l'imagerie coloniale rivela il sogno di spogliare - cioe'
profanare - una donna araba universale, costruita secondo gli stereotipi
dell'orientalismo (misteriosa, sensuale, eppure in tutti i sensi
impenetrabile), allo stesso modo l'immaginario sadico degli aguzzini di Abu
Ghraib si compiace della profanazione di un uomo arabo fantasmatico,
costruito secondo i classici stereotipi razzisti che gli attribuiscono un
eccesso di potenza sessuale, di maschilismo, di misoginia. Quanto alle
aguzzine, figlie di un femminismo impazzito o, per meglio dire, di un'idea
di emancipazione come competizione, mimesi e interiorizzazione del maschile,
esse devono aver vissuto le torture inflitte agli arabi addirittura come una
forma di rivalsa e di vendetta di genere. Riprendendo Baudrillard...
potremmo concludere che il problema e' sempre quello della trasparenza:
l'ossessione di strappare il velo alle donne ha il suo corrispettivo in
quella d'incappucciare gli uomini per farli sembrare piu' nudi e piu'
osceni; ed entrambe sono "il sintomo estremo di una potenza che non sa piu'
che farsene di se stessa".

9. INCONTRI. DONNE IN CAMMINO, A ROMA IL 31 OTTOBRE
[Da varie persone amiche riceviamo e diffondiamo la notizia di questa bella
iniziativa delle Donne in nero (per informazioni e contatti: e-mail:
roma at donneinnero.it, sito: www.donneinnero.it)]

Lunedi' 31 ottobre 2005, con inizio alle ore 20, alla sala grande del Teatro
Vascello, in via Carini 78, a Roma, si svolgera' una iniziativa delle Donne
in nero di Roma a sostegno dell'alfabetizzazione e del diritto
all'istruzione delle donne nel mondo: "Storie di donne in cammino",
raccontate, colorate, vissute, interpretate, scritte, cantate, danzate,
dedicate alle tante scuole nascoste delle donne, oltre il silenzio delle
guerre, oltre il frastuono delle armi, oltre il buio della violazione dei
diritti.
50 metri di carta rigorosamente riciclata, pennelli e colori della pace,
artigianato della solidarieta' delle Donne in nero insieme alla Fondazione
Pangea, all'Associazione Zajedno, l'Ics e altre ancora; campagne, appelli,
foto individuali e di gruppo per la campagna "Controlarms" contro il
commercio delle armi; assaggini conditi con l'olio dell'associazione Libera
e un buon bicchiere di vino.
Racconti di  storie di donne, questo abbiamo chiesto alle nostre amiche
Luisa Morgantini, Elettra Deiana e Silvana Pisa, a Maria Monti con le sue
canzoni, a Maria Silvia con la sua danza, ad Ana, arrivata in Italia
attaccata sotto un treno.
Entrata a sottoscrizione per sostenere l'alfabetizzazione, il diritto allo
studio e i percorsi di pace della donne in Afghanistan, nel Kurdistan turco,
in Palestina, nei Balcani.
Da un'idea di Nadia Cervoni, Silvana Mariniello, Caterina Merlino, Micaela
Serino.
Con il patrocinio della vicepresidenza della Provincia di Roma.
Per informazioni e contatti: Donne in nero, sito: www.donneinnero.it,
e-mail: roma at donneinnero.it

10. INCONTRI. MARIA LUISA BOCCIA E GRAZIA ZUFFA: UN INVITO IL 5 NOVEMBRE A
ROMA
[Da varie interlocutrici riceviamo e volentieri diffondiamo quersto invito a
proseguire la riflessione dopo il referendum italiano del giugno scorso
sulla legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita.
Maria Luisa Boccia e' nata il 20 giugno 1945 a Roma, dove vive. Dal 1974
lavora all'Universita' di  Siena, e attualmente vi insegna filosofia
politica. Dagli anni '60 ha preso parte alla vita politica del Pci e dei
movimenti, avendo la sua prima importante esperienza nel '68. Deve alla
famiglia materna la sua formazione politica comunista, e al padre,
magistrato e liberale, la sua formazione civile, l'attenzione per
l'esistenza e la liberta' di ciascun essere umano. Ad orientare la sua vita,
la sua mente, le sue esperienze, politiche e umane, e' stato il femminismo.
In particolare e' stato il femminismo a motivare e nutrire l'interesse alla
filosofia. La sua pratica tra donne, cominciata nel 1974 a Firenze con il
collettivo "Rosa", occupa tuttora il posto centrale nelle sue attivita', nei
suoi pensieri, nei suoi rapporti. Ha dato vita negli anni a riviste di
donne - "Memoria", "Orsaminore",  "Reti" - e a diverse esperienze di gruppi,
dei femminili tra i quali ricordare, oltre al suo primo collettivo, dove
iniziano alcune delle relazioni femminili piu' profonde e durevoli, "Primo,
la liberta'", attivo negli anni della "svolta" dal Pci al Pds; "Koan", con
alcune allieve dell'universita'; "Balena", nato dal rifiuto della guerra
umanitaria in Kosovo e tuttora felicemente attivo. E' stata giornalista,
oltre che docente, partecipa dagli anni '70 alle attivita' del Centro per la
riforma dello Stato, ha fatto parte della direzione del Pci, poi del Pds, ed
ha  concluso questa esperienza politica nel 1996. Vive da molti anni con
Marcello Argilli, scrittore per l'infanzia, e non ha figli. Ha scritto
articoli, saggi, ed elaborato  moltissimi interventi, solo in parte
pubblicati, per convegni, incontri, iniziative. Tra i suoi scritti recenti:
Percorsi del femminismo, in "Critica marxista" n. 3, 1981; Aborto, pensando
l'esperienza, in Coordinamento nazionale donne per i consultori, Storie,
menti e sentimenti di donne di fronte all'aborto, Roma 1990; L'io in
rivolta. Vissuto e pensiero di Carla Lonzi, La Tartaruga, Milano 1990; con
Grazia Zuffa, l'eclissi della madre. Fecondazione artificiale, tecniche,
fantasie, norme, Pratiche, Milano 1998; La sinistra e la guerra, in
"Parolechiave" nn. 20/21, 1999; Creature di sabbia. Corpi mutanti nello
scenario tecnologico, in "Iride" n. 31, 2000; L'eredita' simbolica, in
Rossana Rossanda (a cura di), Il manifesto comunista centocinquanta anni
dopo, Manifestolibri, Roma 2002; Miracolo della liberta', declino della
politica. Rileggendo Hannah Arendt e Simone Weil, in Ida Dominijanni (a cura
di), Motivi di liberta', Angeli, Miano 2001; La differenza politica. Donne e
cittadinanza, Il Saggiatore, Milano 2002.
Grazia Zuffa, psicologa, senatrice per due legislature, nel 1990 presento'
un disegno di legge sulle tecnologie della riproduzione artificiale; si
occupa da anni di teoria e politica femminista, con particolar riguardo ai
temi della sessualita' e della procreazione; direttrice del mensile
"Fuoriluogo", autrice di molti saggi, ha collaborato tra l'altro a: Il tempo
della maternita', 1993; Franca Pizzini, Lia Lombardi (a cura di), Madre
provetta, Angeli, Milano 1994; con Maria Luisa Boccia ha scritto L'eclissi
della madre, Pratiche, Milano 1998]

Nell'incontro del 21 maggio che abbiamo intitolato "Non solo referendum",
molte hanno concordato sull'esigenza di costruire un percorso dopo il voto.
A tutte noi il confronto elettorale, e la semplificazione dei temi che ha
imposto, stavano stretti. Gia' in quell'occasione si e' avvertito il divario
tra il dibattito nella scena politico-mediatica e la riflessione che
richiedono questioni quali: la ricerca scientifica e le tecnologie, il
conflitto simbolico sul venire al mondo e le figure genitoriali, la funzione
della legge e la distinzione tra etica e diritto.
La secca sconfitta nel referendum aggiunge nuovi motivi di approfondimento e
discussione tra noi. Molte e diverse possono esserne state le ragioni. Vi
sono quelle attinenti al merito delle tecnologie che, pure estranee
all'esperienza della gran parte di donne e uomini, hanno pero'
un'inquietante impatto sull'immaginario. Tra queste, alcune ci coinvolgono
piu' da vicino: la difficolta' di nominare il desiderio femminile di
maternita'; cosa ne e' dei corpi, cosa ne e' della relazione tra uomo e
donna. Ve ne sono altre attinenti alla politica.
Nonostante il nostro discorso avesse alle spalle un lavoro di riflessione,
nonostante l'impegno di molte a farlo vivere nella campagna referendaria,
dobbiamo prendere atto che troppo poco questo ha segnato quel dibattito, ne'
e' riuscito ad influire sul voto. Ha prevalso la contrapposizione tra Vita e
Scienza, tra la laicita' e l'etica dei valori.
Dopo il voto la sconfitta e' stata invece nostra: ed e' tornato il
ritornello sul silenzio delle donne, delle femministe innanzitutto.
C'e', e non da oggi, un'evidente strumentalita' e approssimazione nel come
si da' conto delle idee e pratiche femministe. Ma la difficolta' piu' seria
e' la mancanza di una sfera pubblica in grado di accogliere e far circolare
un discorso e un agire politico altro da quello costruito sull'intreccio
sempre piu' stretto ed autoreferenziale tra il sistema politico ed i media.
A distanza di oltre un decennio dall'emergere della crisi della politica, e
di fronte al suo acuirsi, dovremmo non solo riprenderne l'analisi, ma
cercare nuove forme di comunicazione tra noi e una diversa incisivita'. In
questi mesi alcuni dei nodi allora emersi si sono ripresentati. Primo tra
tutti quello di un rilancio, con modalita' inedite, della sovrapposizione di
religione, morale, legge. Dalla fecondazione, ai Pacs, alla pillola RU486 e
all'ultima offensiva sull'aborto.
E' sempre piu' compromessa la laicita' dello Stato dalla scelta di alcune
istituzioni della Chiesa di assumere un ruolo politico diretto, andando ben
oltre il piano del richiamo ai valori morali fino a pronunciarsi sulla
validita' e legittimita' costituzionale delle norme. Ma non c'e' solo
l'iniziativa della Chiesa. La novita' piu' consistente e' sul versante della
politica, sempre meno in grado di esprimere una qualita' alta della politica
stessa e sempre piu' esposta all'attrazione dei "valori" fino all'esplicita
messa in questione della laicita' dello Stato.
Ma soprattutto dovremmo interrogarci sulle spinte che attraversano la
societa', che vengono riassunte e semplificate come il ritorno del sacro:
sintomo di un profondo disagio di civilta', ma anche di una ricerca attiva
di senso, tanto piu' sentita quanto piu' si immiserisce la sfera dell'agire
collettivo e dell'impegno civile.
Vi invitiamo ad incontrarci per mettere a confronto le nostre riflessioni
sul dopo referendum sabato 5 novembre dalle ore 11 alle ore 15 presso la
Casa internazionale delle donne a Roma, in via della Lungara 19.
Collabora all'organizzazione dell'incontro l'associazione "Generi e
generazioni".

11. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

12. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1099 del 30 ottobre 2005

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