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La domenica della nonviolenza. 45



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 45 del 30 ottobre 2005

In questo numero:
Elena Liotta: Seguendo la via del proprio smarrimento: il coraggio di osare
un mutamento radicale

RIFLESSIONE. ELENA LIOTTA: SEGUENDO LA VIA DEL PROPRIO SMARRIMENTO: IL
CORAGGIO DI OSARE UN MUTAMENTO RADICALE
[Ringraziamo Elena Liotta (per contatti: e_liotta at yahoo.it) per averci messo
a disposizione il testo della sua relazione sul tema "Seguendo la via del
proprio smarrimento: il coraggio di osare un mutamento radicale", tenuta
all'incontro su "Katastrophe'. Nuovo inizio", svoltosi a Misano Adriatico il
14 ottobre 2005. Elena Liotta, nata a Buenos Aires il 25 settembre 1950,
risiede a Orvieto, in Umbria; e' psicoterapeuta e psicologa analista, membro
dell'Ordine degli Psicologi dell'Umbria, membro dell'Aipa (Associazione
Italiana di Psicologia Analitica), dell'Iaap (International Association
Analytical Psychology), dell'Apa (American Psychological Association), socia
fondatrice del Pari Center for New Learning; oltre all'attivita'
psicoterapica, svolta prevalentemente con pazienti adulti, in setting
individuale, di coppia e di gruppo, ha svolto e svolge altre attivita'
culturali e organizzative sempre nel campo della psicologia e della
psicoanalisi; tra le sue esperienze didattiche: professoressa di Psicologia
presso la "American University of Rome"; docente in corsi di formazione, e
coordinatrice-organizzatrice di corsi di formazione a carattere psicologico,
per servizi pubblici e istituzioni pubbliche e private; didatta presso
l'Aipa, societa' analitica accreditata come scuola di specializzazione
post-laurea, per la formazione in psicoterapia e per la formazione di
psicologi analisti; tra le altre esperienze parallele alla professione
psicoterapica e didattica: attualmente svolge il ruolo di Coordinatrice
psicopedagogica e consulente dei servizi sociali per il Comune di Orvieto, e
di Coordinatrice tecnico-organizzativa di ambito territoriale per la Regione
Umbria nell'Ambito n. 12 di Orvieto (dodici Comuni), per la ex- Legge 285,
sul sostegno all'infanzia e adolescenza e alle famiglie, occupandosi anche
della formazione e monitoraggio dei nuovi servizi; e' stata assessore alle
politiche sociali presso il Comune di Orvieto; dopo la prima laurea ha anche
lavorato per alcuni anni in campo editoriale, redazionale e
bibliografico-biblioteconomico (per "L'Espresso", "Reporter", Treccani,
Istituti di ricerca e biblioteche). Autrice anche di molti saggi apparsi in
riviste specializzate e in volumi collettanei, tra le opere di Elena Liotta
segnaliamo particolarmente Educare al Se', Edizioni Scientifiche Magi, Roma
2001; Le solitudini nella societa' globale, La Piccola Editrice, Celleno
(VT) 2003; con L. Dottarelli e L. Sebastiani, Le ragioni della speranza in
tempi di caos, La Piccola Editrice, Celleno (VT) 2004; Su Anima e Terra. Il
valore psichico del luogo, Edizioni Scientifiche Magi, Roma 2005]

La storia di Fatima la filatrice e la tenda, racconto sufi
Figlia di un ricco filatore, un giorno Fatima parti' con il padre per un
viaggio. Mentre veleggiavano verso Creta si alzo' una tempesta e la nave
naufrago'. Fatima si ritrovo' svenuta su una spiaggia, non lontano da
Alessandria. Suo padre era morto e lei era rimasta completamente priva di
tutto. Mentre vagava sulla spiaggia incontro' una famiglia di tessitori,
gente povera, che la condusse a casa loro e le insegnarono i rudimenti del
mestiere.
Cosi' Fatima inizio' una seconda vita e, nel giro di un anno o due, si
senti' felice e riconciliata con la sua sorte.
Un giorno pero', mentre stava passeggiando sulla spiaggia, sbarcarono dei
trafficanti di schiavi e la portarono via insieme ad altre giovani
prigioniere, per venderle al mercato di Istanbul. Ora, quel giorno c'erano
pochi compratori, tra cui un uomo che cercava schiavi per il suo cantiere di
alberi per navi. Vedendo la tristezza della povera Fatima decise di
comprarla, pensando di offrirle una vita migliore di quella che avrebbe
avuto con un altro padrone. L'avrebbe data a sua moglie come domestica. Ma
quando arrivo' a casa scopri' che i pirati avevano depredato tutti i suoi
averi e, non potendo piu' permettersi degli operai, lui, la moglie e Fatima
dovettero mettersi da soli a lavorare alla costruzione degli alberi. Avendo
operato bene, anche per riconoscenza, Fatima fu affrancata e divenne una
fidata collaboratrice della famiglia. La sua vita conobbe di nuovo una
relativa felicita'.
Essendo cosi' capace, il suo salvatore la invio' fino a Giava come agente
per vendere un carico di alberi. Mentre si trovava al largo della costa
cinese, Fatima si imbatte' in un tifone e naufrago'. Si ritrovo' di nuovo
buttata sulla spiaggia di una terra straniera, di nuovo pianse amaramente al
pensiero che nella vita nulla si svolge secondo le aspettative. Ogni volta
che le cose sembravano andare bene, succedeva qualcosa che distruggeva tutte
le sue speranze. Pe la terza volta grido': "Come mai ogni volta che cerco di
fare qualcosa finisce male? Perche' sono sempre perseguitata dalla
sfortuna?". Ma non ottenne risposta. Si rialzo' e si diresse verso
l'interno.
Ora, in Cina, nessuno aveva mai sentito parlare di Fatima e delle sue
disgrazie, ma esisteva una leggenda secondo la quale un giorno sarebbe
arrivata una straniera che sarebbe stata in grado di costruire una tenda per
l'imperatore, cosa che nessuna altro sapeva fare. Per essere sicuri di non
perdere questo arrivo, periodicamente venivano inviati araldi in tutte le
citta' per condurre a corte le donne straniere. Lo stesso giorno che
giungeva l'araldo, Fatima entro' nella citta' e, una volta a corte, alla
domanda se sapesse fabbricare una tenda, ella rispose: "Penso di si'".
Chiese delle corde, ma non ce n'erano. Allora si ricordo' del tempo che era
stata filatrice. Poi chiese un telo resistente, ma i cinesi non avevano il
tipo che serviva. Attingendo all'esperienza di tessitura fatta ad
Alessandria fece il telo da tenda. Aveva poi bisogno di pali adatti, ma di
nuovo non c'erano quelli giusti. Fatima si ricordo' di cio' che aveva
imparato dal costruttore di alberi e li realizzo'. Quando furono pronti
frugo' nella sua memoria per ricordarsi di tutte le tende che aveva visto
nei suoi viaggi: e fu cosi' che una tenda venne alla luce. Quando questa
meraviglia venne presentata all'imperatore egli si offri' di esaudire
qualsiasi desiderio Fatima volesse esprimere. Fatima scelse di stabilirsi in
Cina dover sposo' un bel principe e visse felice circondata dai suoi figli,
fino alla fine dei suoi giorni.
Fu grazie a tutte quelle avventure che Fatima capi' finalmente che cio' che
al momento le era sembrata una dolorosa esperienza aveva invece giocato un
ruolo essenziale nell'edificazione della sua felicita' definitiva.
La storia di Fatima riassume in forma narrativa tutto cio' che il titolo del
mio intervento vorrebbe comunicare: Fatima si smarrisce, segue la via del
proprio smarrimento e affronta con coraggio ogni nuovo inizio della sua
vita.
Il mio compito diventa ora contestualizzare il senso della storia nel nostro
scenario contemporaneo e all'interno del tema scelto per questa iniziativa
che e' "Katastrophe', nuovo inizio", ed entrambi rispetto alla mia
esperienza professionale di psicoterapeuta che ascolta chi si e' smarrito e
lo aiuta a ritrovarsi e riprendere la sua strada.
Infatti: seguire la via dello smarrimento individuale e' stato per me anche
un modo per giungere alla radice del malessere collettivo. Il coraggio
necessario per il mutamento, inoltre, e' lo stesso che serve sia
all'individuo nella sua esistenza, sia alla societa' per la sua evoluzione
psicologica collettiva.
Direbbe addirittura Jung, che se la presa di coscienza non ha luogo a
livello individuale, cio' che viene imposto o proposto da pochi e dall'alto,
non diventera' mai efficace. Il mutamento che viene dal basso, dal piccolo,
dai molti, equivale a cambiare il mondo senza dover per forza prendere il
potere, come dice il titolo di un libro (di J. Holloway) e senza fare
guerre, che necessarie non dovrebbero essere mai.
Io vedo e testimonio che a livello di individui e piccoli gruppi ci si puo'
riprendere dallo smarrimento e si possono operare trasformazioni da cui non
si torna indietro, e se questa sorta di teorema ha un briciolo di senso,
forse anche a livello collettivo prima o poi ci si potra' arrivare. Intanto
ogni generazione puo' fare un passo in tale direzione. Ci vuole un'immensa
pazienza, in una visione di speranza, di ottimismo nonostante tutto.
*
Catastrofi e psicoanalisti
Un primo argomento. Da sempre esistono figure che accompagnano gli esseri
umani durante le loro difficolta', nel culmine delle crisi, verso la
guarigione, se di malattia si tratta, o verso il recupero delle forze per
continuare a vivere, se altre catastrofi hanno colpito la loro esistenza.
Non e' sfuggito, neanche nell'antichita', che queste figure di sostegno
possono intervenire in modo efficace e alcune volte anche risolutivo,
proprio perche', a loro volta, hanno conosciuto in prima persona il dramma
della perdita e soprattutto hanno poi vissuto anche la possibilita' e la
gioia del ritrovamento (la figura del guaritore ferito).
Dice Jung: quale che sia l'itinerario del paziente e la sua meta, lo
psicoterapeuta non potra' condurlo piu' in la' di dove egli stesso e'
arrivato. Il senso di queste parole e' sottolineare l'importanza della
preparazione e dell'evoluzione interiore del terapeuta, anche se,
aggiungerei, molte volte si percorrono insieme nuovi territori e il
terapeuta impara e si evolve insieme al paziente. Io ringrazio sempre i miei
pazienti per tutto quello che attraverso di loro ho imparato, non solo
professionalmente ma per la mia vita stessa.
La "neutralita'" attribuita alla figura dello psicoanalista, quella distanza
che in tutte le vignette lo descrive appollaiato sulla sedia, col taccuino
in mano, mentre il paziente sul divanetto si perde nelle proprie fantasie,
e' uno stereotipo molto distante dalla vera relazione terapeutica. Nel
viaggio avventuroso della psicoterapia emerge la centralita' della
relazione - anche se esistono nuclei irraggiungibili e incomunicabili di
solitudine, come sostiene D. W. Winnicott. Cio' che conta e' che lo
smarrimento viene vissuto in presenza di qualcuno che lo testimonia,
estraendolo dal caos delle emozioni senza nome.
In questo senso anche la psicoterapia puo' essere vista come una pratica di
katastrophe', cioe' un continuo capovolgimento della propria visione della
vita e di se stessi che apre a ripetuti nuovi inizi.
Catastrofi di altro genere - seguendo il senso piu' conosciuto della
parola - affiorano comunque nelle storie individuali: memoria di tragedie
accadute in passato, alla propria famiglia o gruppo di appartenenza,
impressioni profonde delle tragedie che continuano ad accadere nel presente
e a minacciare il nostro pianeta (vedi ad esempio Psiche e guerra, raccolta
di saggi di psicoanalisti dopo l'11 settembre, Manifestolibri), ad opera
della natura e per mano dell'uomo, grandi eventi distruttivi trasmessi nelle
fantasie, nei sogni e nelle visioni delle singole persone e delle loro
comunita', e nelle loro produzioni culturali (mito, religione, arte,
filosofia).
C'e' qualcosa di innegabilmente affascinante per la mente umana, nell'idea
di distruggere per poi ricostruire. Lo vediamo nelle forme estreme e
deliranti della malattia mentale, nella paranoia, nella maniacalita', nella
depressione grave e catatonica. Lo vediamo nelle forme piu' blande di alcune
nevrosi, che tendono comunque a drammatizzare la perdita e il ritrovamento,
nel gioco dei bambini, nei giochi degli adulti, fino a comportamenti che
esprimono il bisogno imperioso di cambiare disfacendosi del vecchio, pur se
ancora funzionale, per far entrare il nuovo. Lo si fa con gli oggetti, con
le persone, con le attivita'.
La promessa del nuovo, darsi una nuova possibilita', un'altra occasione,
rimuove l'angoscia di cio' che appare compiuto, finito, definitivo, quindi
noioso, inerte, forse morto. La fantasia della novita' ci mantiene nel regno
del Puer, del futuro ancora tutto da vivere, del progetto da realizzare,
dell'amore da espandere, costringendoci a continue catastrofi -
destrutturazioni - di tutto cio' che comincia invece a organizzarsi con
stabilita', ad approfondirsi, ad acquisire spessore con le ombre. Non lo
dimostrano forse con chiarezza i rapporti amorosi? Il terrore profondo della
vera intima vicinanza che supera addirittura l'angoscia della perdita?
Anche dopo le grandi catastrofi collettive la prima risposta ricostruttiva
e' potente, entusiasta, solidale, ma poi, come procede nel tempo? Quante
ricostruzioni interrotte, abbandonate, quante provvisorieta' che diventano
routine?
Mi sembra utile demistificare alcuni aspetti del tema che stiamo trattando
per illuminarne quelli piu' autentici. C'e' un catastrofismo teatrale e
pretestuoso (molto funzionale alla societa' dello spettacolo e dei
consumi) - distruggere tutto e rinnovarsi senza cambiare nulla di
sostanziale - e c'e' una katastrophe' che apre a un vero nuovo inizio,
trasformativo dal punto di vista interiore, con attraversamenti dolorosi,
vissuti di perdita e tempi lunghi di elaborazione.
Riecheggiano allora frasi del tipo: bisogna perdersi per ritrovarsi, per
rinascere bisogna prima morire a se stessi, deve prima morire una parte di
se' (e il problema diventa spesso: ma quale?), oppure che la parte vecchia
deve lasciare posto alla nuova (anche qui: ma quale?), che bisogna lasciare
andare gli attaccamenti, i condizionamenti, separarsi internamente, e altro
ancora. Tutte ingiunzioni un po' rigide, inquietanti, misteriose, che a loro
volta richiedono di essere deletteralizzate e ridimensionate rispetto alla
seduzione delle esperienze forti, radicali e risolutive, le quali danno
origine non di rado a comportamenti impulsivi, rischiosi, e ad altre
catastrofi, che non avranno mai nuovi inizi (le inspiegabili vicende umane
dietro a certe tossicodipendenze letali e certi giochi d'azzardo dei
giovani).
Con queste mie osservazioni vorrei ridimensionare una visione psicologica
dell'esistenza modellata su tappe ricalcate dalle vicende archetipiche degli
eroi che si perdono, e poi incontrano prove drammatiche e sovrumane, draghi
da sconfiggere, principesse da liberare, e infine conquistano tesori che
vittoriosi riporteranno a casa, dove ancora combatteranno per affermarsi e
regnare si spera finalmente in pace.
Mi piace la storia di Fatima, per lo stile umano e sobrio che propone
nell'affrontare le katastrophe' dell'esistenza, per la qualita' simbolica
che offre legata piu' al come che non al cosa, per la forma del movimento
che suggerisce, non lineare-accrescitivo, ma circolare-spirale e sintetico.
Infatti, l'aspetto della catastrofe-mutamento puo' essere avvicinato anche
attraverso le vicende di una vita "comune" apparentemente senza drammi
grandiosi e senza mito, di persone che sono ciascuna unica e irripetibile,
pur trovandosi in una societa' di massa, iscritta in un periodo storico e
incisa dalle contraddizioni, un periodo complesso, come il nostro.
Io rimarro' quindi vicinissima a queste persone comuni, alle vite normali e
a cio' che rilevo quotidianamente dalle mie comunicazioni interpersonali
negli scambi sia professionali sia amichevoli e piu' informali.
*
Lamentazioni collettive
Un secondo capitoletto. Il fatto reale da cui parto per condividerlo con
voi, e' il coro unanime sulla crisi generale in cui ci troviamo - che ormai
va di pari passo con l'argomento di conversazione piu' comune, cioe' il
tempo meteorologico. Appena smarcati i convenevoli, i primi argomenti che
vengono trattati, con toni accesi ed espressioni preoccupate, sono  le
notizie piu' gravi di cronaca e di attualita', l'aggiornamento sul carovita,
i  prezzi, le leggi, ecc. A volte ascolto soltanto i dialoghi altrui, in un
negozio, per strada, persone anziane che compiono analisi brevi e lapidarie,
commenti intelligenti e acuti, previsioni lungimiranti di cui gli esperti
che si pronunciano in lungo e in largo sembrano diventati incapaci. La
cosiddetta societa' civile appare indubbiamente piu' avanti, sul piano umano
e psicologico, di quanto non siano le compagini politiche e amministrative.
Puntualmente si verificano anno dopo anno, le "previsioni di strada", le
chiamerei cosi', anche su argomenti difficili, come le guerre, l'economia, i
fenomeni sociali, le questioni sanitarie e scolastiche, la ricerca
scientifica, l'ambiente, i rifiuti e tutto il resto.
La catastrofe, anche senza il clamore dell'evento grandioso, e' gia' in
atto, nella vita di molte famiglie, nei fallimenti di piccoli esercizi
commerciali, nell'impossibilita' naturale a procedere di tanti giovani, sul
piano del lavoro e della costruzione di una famiglia, nella preoccupazione
di molti anziani rispetto alla salute e una fine dignitosa della vita, nella
fatica mostruosa delle donne e delle famiglie, poco o per nulla sostenute
nella realta', checche' ne dicano le politiche ufficiali.
Nelle citta', ma purtroppo anche nella provincia e nelle campagne, lo stesso
stile di vita metropolitano avvinghia ormai le persone, tra l'automobile,
gli orari impossibili, il tempo che manca sempre, il costo alto di servizi e
beni di consumo per mantenere un certo tenore di vita e di abitudini,
insomma si riesce a sentire con forza la crisi del sistema anche laddove
potrebbe risultare meno pesante. E la lamentazione, il tam tam delle parole
scambiate tra le persone, e' un segno avanzato del patimento collettivo.
Affermava Jung gia' negli anni '20 che la nevrosi e' un tentativo
malriuscito dell'individuo di risolvere un problema collettivo, generale.
Dovremmo concludere che gli individui di oggi si stanno molto impegnando!
Ho dettagliato altrove questi argomenti, per esempio raccontando delle
solitudini nella societa' globale, della speranza nei tempi di caos, del
rapporto tra gli esseri umani e l'ambiente, della migrazione e dell'esilio,
delle sofferenze che il nostro sistema sta oggi spargendo a piene mani,
sofferenze forse nuove nella forma e nelle occasioni, rispetto a quelle del
passato, ma di certo non meno drammatiche. E mi riferisco solo alla qualita'
psicologica della vita collettiva, non alla psicopatologia.
Diventa facile sostenere a questo punto che il progresso solo economico e
tecnologico non porta ne' gli individui ne' le societa' a miglioramenti sul
piano psicologico e morale.
Per Fatima e' stato piu' semplice. A ogni catastrofe del suo mondo
faticosamente costruito e poi perduto, la vita si e' potuta rinnovare. Il
mondo di Fatima era grande e sconosciuto, poteva essere legittimo aspettarsi
qualcosa dietro l'angolo, anche un'opportunita' positiva. Ma oggi e' ancora
cosi'?
C'e' dunque aria di catastrofe, c'e' poco da stare allegri nell'attesa del
nuovo inizio e c'e' anche preoccupazione per come si risolvera' la crisi.
Katastrophe', parola tratta dal vocabolario teatrale antico, e' il momento
dello scioglimento dell'intreccio nella tragedia, quello finale del crollo,
del rovesciamento (letteralmente "voltare giu'", detto anche dei coltivi),
e' l'emersione del segreto, la resa dei conti. Se comparato o accostato ad
"apocalisse" (svelare) spesso usato come sinonimo, il termine catastrofe ha
un senso di forte movimento, rumoroso, rispetto al valore profetico di
cambiamento di piano, verso una nuova vita, vita dello spirito, simbolica,
eterna.
*
Religioni, laicita' e psicologia del profondo
Solo una notazione. La Bibbia e' uno dei libri sacri piu' ricchi di esempi
sia catastrofici sia apocalittici, una vera miniera. Dal punto di vista
psicologico, la storia, e non solo la religione,  dell'Occidente, sono
influenzate da una visione sostanzialmente pessimista, oltre che eroica, una
visione che ruota intorno alla sopravvivenza tra perdite, esilii e
sofferenze varie, tra conquiste e riconquiste territoriali, con alleanze e
punizioni nel rapporto tormentato con Dio. Questo aspetto belligerante
rappresenta senz'altro una parte della natura umana, ma non tutta.
Sicuramente e storicamente piu' maschile che femminile. Il peso delle
dinamiche di potere e' qui notevole (katastrophe', in greco ha anche il
significato di sottomettere, mettere sotto, assoggettare) insieme alla
passione per le sfide.
Ad eccezione della mistica, che mostra numerose affinita' in tutte le
religioni, e' difficile trovare spunto nella letteratura sacra
dell'Occidente per un discorso psicologico sulla catastrofe e il nuovo
inizio. Abramo, Mose', Giobbe, hanno tutti una fede incrollabile, che non si
smarrisce mai, forse tentenna, si arrabbia, ma rimane ferma sul suo cardine
interiore. Le catastrofi accadono, ma loro resistono.
Sarebbe troppo lungo, per il contesto di questa conferenza, argomentare
meglio il rapporto tra psicologia del profondo e religione intorno al tema
della catastrofe, anche se Jung ha molto esplorato l'argomento, trattando di
morte e rinascita nel mito e nella religione, delle vicende dell'eroe in
quanto archetipo del viaggiatore e del cercatore interiore, della figura del
Cristo assunta come immagine del percorso interiore individuativo che
culmina nel Se' trascendente.
Ho voluto scegliere un'altra strada, con la storia di Fatima tratta dalla
tradizione sufi. Non solo per i motivi gia' detti, ma anche in quanto storia
di donna anonima e laica. Questo mi  permette di mantenermi su un gradino
psicologico di base, quello del saper sopravvivere e vivere. Non basso, non
semplicistico, ma basilare.
Come spesso dico ai miei pazienti o amici credenti, per loro le catastrofi e
gli smarrimenti dovrebbero essere tutta un'altra cosa rispetto a chi non  ha
il sostegno della fede. Eppure non sembra essere cosi'.
Fatima e' diventata quindi una figura simbolica adatta per una posizione
laica che non mette limiti a nessuna fede.
I rivolgimenti e le ricostruzioni che si seguono durante una vita, qualora
non ci fosse il dono della fede che spinge e contiene, possono solo
acquisire senso nel tempo, come frutto dell'esplorazione psicologica che
discrimina la componente interna e personale dagli eventi esterni, misurando
la loro commistione ed estraendone un valore altamente individualizzato,
cioe' la propria storia, quella del soggetto, che si snoda nella comunita',
nella dimensione collettiva, sempre a cavallo tra i due mondi. Cio' che
chiamiamo memoria o memoria collettiva.
Lasciando ora Fatima, rilevo soltanto un ultimo elemento che la caratterizza
come protagonista di una storia "orientale" (ci sono storie cinesi molto
simili) e che possiamo riprendere per il nostro discorso.
Il fatto che ogni passaggio della narrazione rimette in discussione -
stravolge, rivolta - quello precedente. In questo senso la sua e' una storia
catastrofica che finisce bene. Cioe' nel momento positivo, l'ultimo che ci
e' dato di conoscere. Non si puo' dire se cio' che accade e appare essere
come "un male", una disgrazia, e' in realta' la premessa di "un bene"
maggiore di quello perduto o di uno comunque nuovo, e viceversa.
La fine della storia rappresenta un culmine di integrazione, una sintesi che
il coraggio della protagonista riesce a realizzare, un valore estratto
dall'esperienza di una vita piena di luci e di ombre, tutte vissute fino in
fondo.
Qualcosa di possibile a chiunque, con la specificita' delle proprie vicende
e con i personaggi, i luoghi, gli scenari della propria vita, piu' o meno
eclatanti che siano. Provate a raccontarvela anche voi, la vostra storia,
tra catastrofi e nuovi inizi.
Questo punto, puo' diventare una proposta metodologica che dice: non
prendere tutto cio' che di negativo accade come se fosse l'ultimo passo di
tutta la vita. Mentre si attraversa l'evento, cosi' come si puo', cercare
sempre di lasciare aperto uno spiraglio, un dubbio sul dopo, poiche' cio'
che noi facciamo dell'evento, come lo interpretiamo, se gli permettiamo di
agire dentro di noi, di circolare nelle nostre relazioni, il come lo
registriamo nella memoria, tutto questo pesera' sulla nostra storia quasi
altrettanto dell'evento stesso.
Occorre lasciare spazio, intorno agli eventi, lasciare che riecheggino, che
affondino nella storia dell'umanita', che guardino avanti, intorno, dentro,
nel cuore degli altri, e quindi permettere che anche i piu' atroci dei
dolori possano continuare a respirare insieme a noi.
Wilfred Bion, uno psicoanalista inglese nato e vissuto durante l'infanzia in
India, ha usato espressioni come "apprendere dall'esperienza" e affrontare
il "cambiamento catastrofico", a livelli molto profondi dell'esperienza
psicologica, raccomandando un ascolto e un sapere nei confronti dell'anima,
raggiungibili "senza desiderio, ne' memoria, ne' conoscenza (del gia'
conosciuto)". Una modalita' che potremmo definire piu' contemplativa che
interpretativa, una parola trasfigurata, piu' poetica che non
lineare-razionale, piu' vicina ai paradossi e alla complessita' della psiche
umana.
*
Smarrimento, resistenze e coraggio
Inoltrandomi nella direzione suggerita dal mio titolo, quella di seguire la
via del proprio smarrimento, cerchero' ora di spiegare piu' in dettaglio in
che cosa consiste e quale e' il coraggio necessario.
Per smarrimento io intendo, con diverse tonalita' conseguenti all'evento,
quel vissuto tra l'attonito, lo spaventato, il depresso, il vuoto, lo
sprofondato, il non saper piu' nulla, che e' la catastrofe interiore, quando
tutto e' gia' accaduto. Break down ("rottura giu'", collasso, cedimento,
scomposizione, decomposizione e altro). Cosi lo definiva Winnicott,
intendendo lo stato d'animo annichilito che sopravvive nella memoria
emotiva, impronta di traumi infantili che una ragione immatura non ha potuto
elaborare, catastrofe ri-proiettata in avanti, come un imprinting che si
catapulta sulla realta' attuale.
Ogni vita puo' avere i suoi piccoli o grandi traumi, accaduti nell'infanzia
o nell'eta' adulta, e la differenza nel poterne sopportare il peso
dipendera' dalla capacita' dell'Io, piu' o meno maturata, e anche dal
contesto di sostegno, prima familiare e poi sociale. Se queste tre
componenti - capacita' dell'Io, famiglia, comunita' - latitano o risultano
insufficienti, la catastrofe non riesce a far spazio a un nuovo inizio. Il
che spiegherebbe l'angoscia di vivere e la dimensione di panico e di ansia
costante di alcune odierne sindromi psicologiche e psicosomatiche di ampia
diffusione, che hanno la cosiddetta depressione ansiosa quale matrice
comune.
A livello individuale, per far fronte a  tutto cio' che ha un impatto
traumatico, la psiche mette in moto delle difese vitali e spontanee, vere e
proprie resistenze strategiche, come la negazione del fatto doloroso o
frustrante (non e' mai accaduto), la scissione (non accade a me, non sono
io), la svalutazione (non e' successo niente di grave), la proiezione (e' un
problema, una colpa, oppure un difetto degli altri, non mio), la formazione
reattiva (adesso prendiamo la cosa in mano e risolviamo tutto), la
costruzione di un falso se' (nessuno lo deve sapere, mi nascondero', anche a
me stesso), e altre che non sto a dettagliare.
Insomma, nonostante il sistema psicofisico umano sia predisposto a
sopportare la sofferenza, gli esseri umani cercano in tutti i modi di
soffrire il meno possibile. Ma non ci si riesce mai del tutto, se non in
apparenza o per breve periodo. Oppure ci si riesce, ma la vita che ne
risulta e' dimezzata, coartata, a mezzo respiro, quando non cronicamente
ammalata. Alcuni chiamano genericamente questo stato d'animo turbato, teso:
angoscia di vivere, inquietudine esistenziale, sete di assoluto. Poeti,
letterati, artisti e filosofi in generale ci portano testimonianze di questo
stato di perenne insoddisfazione degli esseri umani. Sembra quasi che non si
rendano conto - oppure se ne rendono conto disperatamente - della finitezza
della vita.
*
La consapevolezza di se', della vita e della morte
La catastrofe finale dell'io, cosciente, o meno, di esistere, e' infatti
inevitabilmente la propria morte.
Sotto il titolo angoscia di morte si potrebbero raggruppare dalle malattie
mentali gravi ai comportamenti nevrotici, a tutta una serie di pensieri e
azioni che gli esseri umani mettono in moto, fino alla produzione della
stessa civilta' e della cultura (Freud). Il discorso intorno alla morte,
tratta di un fatto cosi' ovvio, reale, inevitabile e ineludibile, che per
contrasto dovrebbe evocare, e con molta prepotenza, il valore prezioso e
irrinunciabile della vita, in qualsiasi condizione, anche la peggiore,
spingendo a salvarne ogni briciola finche' siamo vivi. Tanto si puo' dire
con ironia, avremo tutto il tempo per essere morti!
Ma questo passaggio di pensiero e di atteggiamento per molti non e' ne'
immediato ne' facile. C'e' un diffuso accanimento a volere che le cose siano
altre da quelle che sono, anche se nessuno puo' farci nulla. Tante volte mi
sono trovata dinanzi a questo impaccio risultando chiarissimo quanto
l'angoscia di morte diventi invece proprio l'alibi, la difesa piu'
massiccia, di fronte alla vita da vivere nel presente, l'unica realmente
vivibile.
Prendo come esempio maggiore - per tanti altri eventi minori - quello del
lutto - cioe' la catastrofe interiore per la morte altrui - dal quale
risulta bene quanto la perdita sia sempre mescolata, prima in modo confuso e
poi piu' integrato, con il nuovo inizio.
Chi, ormai adulto, non ha dovuto attraversare qualche lutto? Chi puo' dire
di non essere cambiato dopo la morte di un genitore, di un partner, di un
caro amico o di una figura comunque significativa?
E ora passiamo al coraggio, che ho messo nel mio titolo, il coraggio di
osare un mutamento radicale. Non possiamo parlare di vero e proprio coraggio
quando siamo, volenti o nolenti, dinanzi a fatti irreparabili. E' cosi', il
fatto e' quello e basta, dobbiamo rassegnarci, accettare, adeguarci...
queste sono casomai le parole.
Coraggio e' un'altra cosa, e' lasciare che si faccia strada una forza
dirompente, e' sentire la presenza del rischio e, conseguentemente, la
chiamata a una scelta. Ha a che vedere con la liberta'.
Domandiamoci, ad esempio se serve piu' coraggio per sopportare il dolore di
una perdita o per fare spazio a cio' che la perdita ha prodotto dentro e
intorno a noi. Se serve piu' coraggio ad andare avanti sul vecchio solco o a
lasciare che l'autenticita' messa in moto dal dolore, sconvolga le
aspettative  personali e i piani collettivi.
Da quello che vedo nella mia esperienza di lavoro e' piu' spesso la seconda
situazione a causare pena e difficolta' alle persone.
Come perdita non esiste solo il lutto, naturalmente. Ci sono molte altre
separazioni e mancanze, qualsiasi evento che sconvolge, smuove internamente,
frantuma assetti precedenti, crea spazio per il nuovo (la fine di un
rapporto amoroso o amicale, la perdita dei luoghi, della propria terra,
l'esilio, la migrazione, un fallimento nel lavoro, altro). Non accogliere il
nuovo, diventa una sorta di offesa alla vita, spesso dovuta all'incagliarsi
negli orgogli onnipotenti - questo non doveva succedere, non a me! -
nell'attaccamento mortifero a cio' che non esiste piu', invece che coltivare
il ricordo affettuoso di cio' che e' stato, nel bene o nel male, cioe' una
parte importante della nostra vita.
Ma come si fa la strada del coraggio?
Torniamo al lutto. Sono stata spesso consultata da uomini e donne che
chiedevano sostegno per la katastrophe' personale determinata dal lutto.
Stavano male, soffrivano troppo. Cosi' dicevano, confondendo il dolore per
la perdita con il crollo psicologico personale, che non sono la stessa cosa.
Volendo liberarsene al piu' presto, del confuso malessere, gettando via
anche se stessi. Tutte persone intelligenti, mentalmente sane, socialmente
adattate. Mi sono spesso sorpresa nel constatare che il loro lutto era a
volte recentissimo - una settimana, un mese, qualche mese, e ho pensato: ma
come possono solo immaginare di stare "bene", di "superare il lutto" cosi'
in fretta? Forse con qualche esercizio particolare fornito dal dottore?
Quella "tecnica" che a volte richiedono quando affermano: dottoressa, questo
l'ho capito, adesso pero' mi dica cosa devo fare! Fare, fare, efficienza,
efficacia, superamento, sfida, soluzioni... tutte parole che sconfinano
improntate nell'onnipotenza volontaristica, nell'orgoglio egoico, tutte da
cancellare dal dizionario della maturazione psicologica.
In questi casi, rivedo le giacche con il nastro del lutto o i bottoni neri
di un recente passato, la vita ritirata di chi era "a lutto" e che tutti
rispettavano, periodi che duravano anni. A volte ho risposto ai miei
pazienti, e non provocatoriamente, che per certe elaborazioni interiori,
vere trasformazioni, ci puo' volere anche un decennio.
Lo smarrimento va tollerato e attraversato, per giungere da qualche parte
che all'inizio non si sa. Non bastano le pasticche per trasformare il
dolore. Esse cambiano li' per li' l'umore, che non e' poco - e  qualche
volta ho dovuto io stessa suggerirne l'uso - ma non risolvono ne' i problemi
irreversibili ne' cambiano le personalita', tantomeno trovano i partner
mancanti o i lavori desiderati, ne' offrono vie di realizzazione o altro. E'
bene saperlo e ricordarlo.
Quale sostegno dunque puo' offrire la psicoterapia durante un lutto, se non
stare accanto nello smarrimento, per insegnare a viverlo, a volte per la
prima volta, per far si' che il paziente rimanga sveglio a se stesso e alla
vita che intanto comunque lo conduce avanti, giorno dopo giorno? Per
potergli suggerire un giorno di voltarsi e accorgersi che ha fatto un pezzo
di strada, mentre soffriva cosi' tanto, per scoprire che "tener duro" non
era quello che pensava, ma un altro modo con un altro fine: rimanere o
diventare finalmente fedele a se stesso. Un varco, una possibilita' per
l'autenticita' soffocata.
*
Coraggio, individuo e societa'
Il discorso sul coraggio e la radicalita' - che, continuo a ribadirlo, non
e' eroismo o altro di simile, ma adesione a un proprio progetto
esistenziale - va oltre l'esperienza individuale e interiore per
confrontarsi, spesso in modo conflittuale, con la vita della societa' e
della propria comunita' piu' vicina.
Oltre alle difese psicologiche individuali cui ho accennato sopra, pesano
sulla vita delle persone anche le difese collettive, ritualizzate in
comportamenti e culture specifiche. Penso a quelle dell'attuale societa'
avanzata, che ha orrore della vecchiaia, della malattia e della morte, ma
continua a usare la morte come spettacolo, depotenziandola attraverso la sua
continua presentazione, nelle immagini di guerra, di carestia e poverta', di
catastrofi naturali e/o provocate dall'uomo, e anche mediante le trame
cinematografiche che ossessivamente proiettano scenari apocalittici e
catastrofici. Trame mortifere intorno a bombe, virus, serial killer,
delinquenze, passioni diaboliche e omicide e altro di simile.
Uno dei tanti paradossi che la psicoanalisi spiega come ritorno del rimosso:
cio' che da un lato viene esorcizzato, riemerge prepotenemente da un altro
lato.
Cosi', il povero individuo del nostro tempo riceve induzioni contrastanti
fra loro:
- sorvolare sui lati in ombra della psiche personale, nascondere dolori e
fallimenti attraverso compensazioni materiali o uso consumistico anche delle
risorse culturali e spirituali (un altro mercato);
- "curarsi" da malattie socialmente prodotte, prendendo antidepressivi o
cocaina, perche' non e' piu' possibile tenere certi ritmi di vita e di
lavoro con le proprie energie naturali;
- e al tempo stesso imbottirsi di immagini di morte e perversione della
vita, per intrattenimento e divertimento (?!).
Tutto va bene, tutto va male. La facciata sorridente, il ghigno fisso e
stereotipato di certi leader politici e il dietro/dentro marcio, svuotato,
perso. Penso alla tematica de Il ritratto di Doran Gray, alla serie
televisiva "Casalinghe disperate", che come i film di Robert Altman, o di
Quentin Tarantino e di altri registi, fotografa in profondita' il malessere
della societa' americana che e' diventato anche il nostro.
Ci vuole quindi coraggio per togliere, almeno con se stessi, la maschera
grottesca e cominciare a svelare alcune verita'.
La catastrofe ha aperto un varco, noi siamo smarriti e brancoliamo senza
difese seguendo questa sensazione/emozione di smarrimento, un po' di paura e
un po' di liberta', una cosa nuova, per noi abituati a controllare tutto, ad
avere tecniche e risposte per tutto.
Riusciremo a rinunciare ai riempimenti e alle consolazioni materiali, alla
suggestione dei falsi maestri? Non che si tratti necessariamente di
imbrogli, ma potrebbero esserlo o diventarlo, e ci toglierebbero con le loro
certezze ingenue ma efficaci per l'anima stanca, proprio quello smarrimento
che stiamo coltivando.
Ora serve casomai il coraggio di guardarci dentro, a quel varco che si e'
aperto, e non richiuderlo subito.
*
Pseudocambiamenti, consapevolezza e radicalita'
Un altro ostacolo o rallentamento sofferto, puo' essere quello di di
riorientare il nuovo inizio su parametri vecchi. Cioe' si diventa pronti per
il cambiamento, ma non si sfrutta l'onda positiva, ricadendo su modalita' e
atteggiamenti interiori ed esterni condizionati dal passato, dal conformismo
sociale, da bisogni non autentici. Riprende cosi' vigore quell'approccio di
controllo e organizzazione della realta' che sacrifica subito lo spazio del
dubbio, dell'attesa, della speranza senza oggetto preciso, insomma della
possibile liberta' nello smarrimento. Quante volte si sente incoraggiare la
persona soffferente, alternativamente con frasi del tipo: devi distrarti,
non pensarci, ecc., oppure: devi riorganizzarti, e darti nuovi obiettivi.
Come se non ci fosse null'altro in mezzo.
Questa fissazione del controllo che a volte si incarna nel dover prevedere
tutto - eccetto proprio la catastrofe, che anche preannunciata appare sempre
improvvisa - merita una riflessione ulteriore.
La mente umana ha per costituzione la possibilita' di anticipare, di
guardare avanti, una funzione basata sia sull'intuizione sia sull'esperienza
del passato. Dalla profetica universale alle odierne tecniche di previsione
fino alla prudenza e alla previdenza come virtu' del singolo, e' evidente
che questa idea di poter controllare il futuro affascina e impegna molto
l'intelligenza collettiva. Purtroppo, come gia' sostenevano molti saggi del
passato - da Epitteto a Schopenhauer - ci sono cose che possiamo
controllare, prevedere, sulle quali possiamo intervenire, e altre cose che
invece sfuggono al nostro controllo, anche totalmente. Al tempo stesso,
pero', su altri piani, esiste la responsabilita', il dovere di prevedere lo
sviluppo di cio' che viene messo in moto, di valutare l'impatto delle azioni
e delle scelte, di evitare quindi le catastrofi prodotte dall'uomo e
proteggersi da quelle naturali. Dov'e' dunque la misura?
Sono l'onnipotenza e l'orgoglio degli esseri umani a confondere cio' che e'
possibile prevedere e controllare e cosa no. Molti errori e guai del nostro
attuale sistema sociale nascono da sopravvalutazioni, da superficialita', da
mancati approfondimenti per i quali ci vorrebbe tempo e studio. Molti drammi
sono causati dalla megalomania ed dall'egocentrismo incarnato in alcuni
poteri che travisano abilmente la realta' a proprio favore. Anche con
l'imbroglio, se necessario.
Le catastrofi diventano cosi' i momenti di verita', le conseguenze
esplicitate che trascinano con se' anche le persone innocenti. La caduta
degli dei, il crollo dei colossi dai piedi di argilla, il volare alto e
presuntuoso di Icaro, il castigo di Dio, il karma e altre immagini e parole
ci ricordano l'ineluttabilita' della katastrophe', del capovolgimento,
quando si e' troppo ecceduto sul polo opposto. Questo vale per gli individui
e per i macrosistemi, come se fosse una delle leggi non scritte, ma iscritte
nel mondo.
La mia proposta all'individuo, di seguire la via del proprio smarrimento,
significa andare avanti passo passo, senza cercare di spianarsi sempre la
strada, rinunciando alla seduzione delle indicazioni chiare e forti, senza
porsi una meta rigidamente prestabilita. Significa accettare di perdersi per
un po', ritornando costantemente a se stessi provando a darsi fiducia, a
resistere nello stravolgimento, senza appigliarsi dovunque capita. E non ci
sono scorciatoie, non ci si illuda. Tutto quello che si lascia indietro
prima o poi si ripresenta.
Tornando al nostro esemplare paziente in lutto, o in crisi di altro genere,
ecco manifestarsi durante il suo sopravvivere quotidiano, una serie di
vissuti per cosi' dire minori, rispetto alla disperazione iniziale. Nei suoi
alti e bassi di umore, nel senso di vuoto che ogni tanto lo attanaglia, di
fronte ad alcuni pensieri sull'inutilita' di cio' che lo circonda oppure
sulla qualita' dei suoi rapporti sociali, egli potra' reagire anche
inconsciamente esprimendo il dolore attraverso sintomi, eccessi alimentari,
uso di droghe e altro, senza essere in grado di rinunciare alla solita vita
di impegni, intrattenimenti, apparenza. Qualcuno gli dice, anzi, che deve
mantenerla a tutti i costi perche' questo gli fara' bene. A volte, in questa
confusione, si possono verificare sbandamenti, tentativi di uscita
dall'incertezza mediante comportamenti impulsivi: la vita di coppia entra in
subbuglio o precipita, si cerca altrove e con altri il varco, il nuovo
inizio, si immaginano cambiamenti di lavoro o casa, pensando che le cose
migliorino. La realta' psichica e' che si e' disperati, ma non si vede con
trasparenza la connessione tra emozioni - perdite - riassestamenti, mentre
si cercano uscite veloci e concrete al malessere, alibi, giustificazioni per
non prendere la via del nuovo inizio. Un pasticcio.
Per questo ci vuole coraggio e radicalita', per mantenersi vicini alla
verita', non certo per precipitarsi nel proprio caos (il lasciarsi andare
patologico) onde non vederlo, oppure precipitarsi fuori di se', per fuggire
dalla desolazione in cui ci si trova. Non spavalderia, ne' azioni di forza.
Coraggio e onesta' per guardarsi allo specchio.
*
Il  nuovo inizio
Il nuovo inizio non e' cosa ne' immediata ne' semplice, ne' indenne da
falsificazioni. Siamo nella luce dell'alba, la sensibilita' e' aurorale,
trasparente, quella che si coglie solo nella vigile contemplazione
interiore. Non si dovrebbero azzardare movimenti violenti, con un coraggio
che sa di incoscienza e inconscieta', che nasce da stati della mente confusi
e produce azioni catastrofiche a ripetizione, in alcuni casi fino alla morte
(quei suicidi mascherati da incidenti).
La psicoterapia, un dialogo in amicizia, un consigliere spirituale, altri
contesti, possono aiutare a conseguire la chiarezza necessaria. Da soli, pur
non essendo impresa impossibile, e' di sicuro piu' rischiosa: ci si puo'
autoingannare.
Questa fase di acquisizione di consapevolezza durante lo stato di crisi
aperta, e' la piu' difficile e pericolosa da gestire perche' le forze
emotive liberate possono prendere qualsiasi via e il dolore pulsante tende
alla scarica caotica. Diventa quindi indispensabile un richiamo
all'attenzione, alla pausa, al silenzio, per poter vedere, ascoltare, capire
dentro di se' le nuove esigenze che si affacciano - anche quella di essere
accolti inermi e disperati. "Non voglio vivere cosi' tutta la mia vita!
Voglio cambiare qualcosa! Vorrei che tutto fosse diverso! Non ne posso
piu'!": queste possono essere le prime grida di aiuto che contengono in nuce
il possibile giro di boa. Riconoscere la disperazione e volerne uscire
cambiati, non solo liberati dal dolore.
Ma come ricominciare? Come psicoterapeuta e consulente in altri contesti, ho
da anni la sensazione che la mia funzione piu' importante, oltre all'ascolto
e all'empatia, sia quella di stare con il freno continuamente pigiato, o le
briglie tirate, come preferite. Dal voler cambiare tutto e subito, bisogna
subito scalare marcia, cercando di cambiare qualcosa, altrimenti la spinta
iniziale verra' subito delusa dall'impossibilita' che sta dietro al "tutto e
subito".
*
Alcune ipotesi di riflessione e di pratica
Mi ritrovo cosi' a proporre alle persone alcune ipotesi di  riflessione e di
pratica:
- Il fare, l'agire concreto, ha successo quando c'e' autenticita', onesta' e
trasparenza, almeno parziale, almeno della propria parte in gioco. Rispetto
ai propri limiti, alle proprie paure, incluso il non sentirsi pronti per
cambiare, cosa che va tollerata e non colpevolizzata.
- Pensare, sentire, immaginare, sognare (attivita' psichiche) non sono
necessariamente collegate all'agire  concreto - sia nel bene sia nel male -
e quindi conviene aspettare che venga il momento giusto dell'azione,
piuttosto che precipitarsi confusamente. Imparare a godere della vera
liberta' del pensiero, senza spaventarsi, discernendo i livelli della
fantasia da quelli della realta', e' un'acquisizione della maturita', salvo
rare eccezioni. La frase "Guardi che pensare non e' fare!" la dico spesso ai
miei pazienti e allievi, per tranquillizzarli, permettendo loro di creare
piu' liberamente nuovi scenari mentali. Quel pezzetto di pensiero -
possibilmente anche condiviso - messo tra l'impulso e l'azione, puo' essere
tutto, dalla salvezza alla premessa per il nuovo inizio.
- La mente va osservata criticamente: nella sua mutevolezza impressionante.
Come possiamo fidarci di essa come base per l'azione? (Quante volte nella
stessa giornata, nella stessa ora, ci accorgiamo di amare e detestare la
medesima persona? Di volerle stare accanto o lontano. Che accadrebbe se ogni
volta mettesimo in atto questa volubilita'?) Nel gioco del dubbio, a cui va
data la possibilita' di tra-scorrere, esaurirsi, per lasciar intravedere
cosa c'e' dietro, il barlume di una scelta (si veda il mio saggio sulla
speranza). Tenendo a bada la mente volubile e mistificante, bisogna renderlo
prima pensabile il nuovo inizio.
- E' necessaria molta pazienza che oggi invece scarseggia, cosi' come la
prudenza e l'umilta'. La faciloneria, l'improvvisazione, la presunzione sono
infatti diffusissime e non solo tra bambini e ragazzi. Occorre imparare ad
attendere il cambiamento anche in cio' che non ci appartiene e anche dove
ancora non lo vediamo apparire. Forse questo e' un tipo di fede aspecifica
che compare con la pratica della continuita' della pazienza.
- Nel frattempo suggerisco: parliamo intanto, di questo cambiamento, come la
vorremmo vivere questa vita diversa, cosa ci fa pensare che sarebbe diversa,
quale potra' essere il vero segreto della futura diversita'? Quale potrebbe
essere il progetto concreto e il programma del suo sviluppo? Prendiamoci
tutto il tempo per far maturare il coraggio del nuovo inizio, il vero
coraggio di una scelta che possa essere sostenibile nel tempo e di fronte
alle opposizioni che non mancano mai. Perche' poi - non dimentichiamolo -
all'inizio, oltre alla paura c'e' anche l'entusiasmo, ma nel tempo le
difficolta' ritornano e la nuova vita, dopo il nuovo inizio, richiede nuova
intelligenza e nuovi sentimenti, come abbiamo gia' accennato.
- Con il coraggio di pensare liberamente e poi valutare realisticamente,
cresce intanto quello di osare sempre di piu' nel mantenere la via scelta,
nel mostrare determinazione di fronte ai ricatti messi in moto per
incrinarla. Questo coraggio non e' piu' quello della disperazione, ma quello
dell'azione che trasforma la realta' anche esterna, l'impegno nella vita.
- Cambiare qualcosa, anche di piccolo, di minimo, diventa un nuovo modello
per cambiamenti ulteriori e piu' grandi. Ciascuno potra' trovare i suoi
esempi sia delle difficolta' sia delle piccole cose che si possono intanto
cambiare. Cerchiamo sempre il margine reale del cambiamento possibile (i "no
sempre piu' sorridenti", la sobrieta' delle scelte dirette e semplici, le
rinunce che alleggeriscono, l'evitamento delle seduzioni manipolative...).
Pratichiamo i piccoli cambiamenti, quelli che ci fanno sentire piu' liberi e
leggeri, per farci i muscoli per i cambiamenti piu' importanti.
Vi sentite, a questo punto, meno smarriti, meno privi di risorse? Lo spero.
*
Concludendo
Il nuovo inizio non e' in cio' che si fa, ma in come lo si fa, perche' chi
deve cambiare siamo noi, non la realta' che va anche come vuole e che ci si
impone a volte senza pieta'.
La diversita' sara' nel nostro atteggiamento, nel coraggio di spostare gli
assetti psicologici, aprire alcune porte chiuderne altre, una vera
"ristrutturazione di interni". E' possibile, perche' non dobbiamo scomodare
altri che noi stessi.
Un ruolo importante lo avra' il temenos, il contenitore, l'incubatore del
nuovo inizio, il luogo sacro, cinto, protetto, per la trasformazione e per i
passaggi delicati. Una relazione, un libro, un luogo fisico, un contesto
speciale, una tecnica meditativa, una psicoterapia, qualcosa che crei
raccoglimento per i processi alchemici che stanno avvenendo.
E il tempo. I percorsi psicologici sono alternativamente lenti o veloci, a
seconda delle persone, dei momenti, delle fasi della vita. Quando mi
sembrava che alcuni pazienti proprio non riuscissero a cogliere il segreto
del loro mutamento, ecco che invece esso si e' manifestato, altre volte che
sembrava tutto facile e chiaro, ecco invece le ricadute.
L'analista sa attendere e ha fiducia, piu' che aspettative, e questo, nel
tempo, potra' essere anche trasmesso. Perche' l'attesa di cui parliamo e'
vigile e consapevole, quindi interessante, suuccedono tante cose di cui ci
si puo' occupare, che si possono apprendere su se stessi e sugli altri. In
questo contesto, prima o poi qualcosa dentro si muove - posso dirlo oggi
dopo piu' di un ventennio di pratica clinica - o prende un ritmo stabile. E
poi, questo davvero non so come altro dirlo, lo dico con pudore, sottovoce,
si muove verso il bene. Oppure verso il giusto e il vero. Quali che siano le
apparenze e le condizioni esterne.
Se siamo in grado di cogliere la sottigliezza di certi passaggi, a volte
inavvertibili, possiamo rinforzare la nuova direzione. Se aspettiamo fatti
concreti ed eclatanti possiamo sbagliare inizio. E' difficile coltivare
l'attenzione se c'e' subbuglio interno o se c'e' caos esterno. Allora prima
si deve riportare almeno una parvenza di calma.
Per avere un nuovo inizio la chiave e' il pianissimo e creare le
precondizioni necessarie, come per la piantina che dal seme deve arrivare
alla superficie e poi uscire alla luce per crescere fino al punto di
diventare quel che e', fiore, arbusto, albero. Oltre al piano di sviluppo
contenuto nel seme, l'ambiente esterno fornira' le componenti realizzative
della nuova forma.
Gli esseri umani sono in grado di modificare a proprio favore anche le
condizioni esterne, ma sono piu' confusi delle piante riguardo al piano
interiore.
Le catastrofi ci riportano alla nostra vulnerabilita' di esseri viventi che
hanno bisogno di condizioni adatte per poter fiorire e dare frutto, ciascuno
il suo. Se di questi momenti non facciamo un uso intelligente,
ridimensionando e modificando cio' che abbiamo noi stessi prodotto e che
rischia di intossicarci o distruggerci, allora vuol dire che una perversa
volonta' sta spingendo verso la catastrofe finale dell'autoeliminazione.
C'e' chi pensa amaramente che il pianeta Terra si riprendera' solo quando
l'uomo, strano accidente dell'evoluzione della vita, si sara' estinto,
autoestinto, per l'impossibilita' di andare oltre se stesso. Quali che siano
gli scenari catastrofici e apocalittici nell'immaginazione umana, io
continuo a rimanere  aderente alla vita, visto che ancora ci siamo e ancora
sono possibili nuovi inizi.
Sto ormai parlando al plurale, non solo pensando agli individui ma
all'umanita' tutta, che mai come oggi ha bisogno di imparare di nuovo la
bellezza dei limiti, la forza dell'anima, la pace della contemplazione e la
giustizia della solidarieta'.
*
Una postilla politico-culturale
E' nato un recente movimento d'opinione che utilizza la parola "decrescita".
Esiste un sito www.decrescita.it, ci sono stati gia' convegni, seminari
tecnici, ci sono scambi di idee tra persone, idee che io condivido, e una
visione comune sull'odierna situazione della societa' e dell'economia
mondiale. Ritengo, personalmente, che la psicologia degli individui e dei
gruppi possa contribuire alla comprensione del quadro generale, sia nella
parte critica sia in quella relativa al cambiamento, di cui ho trattato
finora.
La decrescita afferma che la sostenibilita' non basta piu'. Perche' occorre
un cambiamento piu' radicale. La loro katastrophe' si chiama appunto
decrescita, smettere di gonfiarci, di crescere patologicamente (nella
produzione, nei consumi, nello sfruttamento delle risorse naturali e umane,
nel degrado dell'ambiente e tutto il resto). Sappiamo che i governi e molti
politici guardano invece con orrore e preoccupazione ai fenomeni di crisi in
corso, denominati come crescita zero, arresto dello sviluppo, Pil che cala,
ecc.  Loro vogliono andare avanti... Ma dove?
Ci puo' anche essere perplessita' di fronte a nuove idee oppure a idee
riformulate con parole e in contesti nuovi - alcune di queste facevano gia'
parte della controcultura  degli anni '70 -, perplessita' e confusione
purtroppo alimentate da paradossali polemiche politiche. A proposito di
decrescita, si e' discusso recentemente, all'interno della sinistra, sulla
seguente questione: se l'idea sia di  destra o di sinistra! Non so se
sorridere o preoccuparmi.
Come la catastrofe/rivolgimento che ormai e' chiaramente in corso nella
societa' occidentale, la decrescita e' un fatto non solo auspicabile, come
il salutare riassorbimento di un'infiammazione, ma e' gia' un fatto reale,
reso tale dal fallimento o dalla deriva, di un sistema socio-economico che
e' diventato precario e a tratti ingovernabile.
Accade gia' che si consumi di meno, non per scelta, ma per mancanza di
denaro, accade gia' che si produca di meno qui, perche' altri producono di
piu' la' e il mercato e' saturo, l'ambiente ci fa da tempo capire, con i
suoi inequivocabili messaggi, quanto non sopporti piu' i nostri abusi, le
persone a tutte le eta' stanno cosi' male che non si puo' evitare di
riflettere sull'epidemia della depressione, dell'ansia e delle dipendenze
tossiche.
Occorre un ripensamento che a guardar bene non puo' che partire dalla crisi
reale e generale, non dalle ricette facili dell'ultimo momento e dell'ultimo
giocoliere.
Sul sito della decrescita si alternano frasi significative, tra le quali
riporto quella di Edgar Morin: "Non abbiamo bisogno di continuare, ma di un
nuovo inizio". Cioe' una katastrophe' e poi l'orizzonte di una nuova
economia: equa, pacifica, conviviale.
E questo ha senso solo nella connessione vitale tra individuo, societa' e
pianeta Terra.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
==============================
Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 45 del 30 ottobre 2005

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