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La nonviolenza e' in cammino. 1114



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1114 del 14 novembre 2005

Sommario di questo numero:
1. Enrico Peyretti: Agli amici siciliani
2. Nicole Itano: Amore duro
3. Pasquale Pugliese: La trasformazione nonviolenta dei conflitti
interculturali
4. Guido Caldiron intervista Denise Epstein
5. La "Carta" del Movimento Nonviolento
6. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. ENRICO PEYRETTI: AGLI AMICI SICILIANI
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per averci
messo a disposizione questa lettera.
Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di questo foglio,
ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace e di
nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con
altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio",
che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi
"Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research
Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi
per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della
rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro
Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e
del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie
prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; e' disponibile nella rete telematica la
sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia
storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente
edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il
principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha
curato la traduzione italiana), e che e stata piu' volte riproposta anche su
questo foglio, da ultimo nei fascicoli 1093-1094; vari suoi interventi sono
anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e alla pagina web
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu' ampia
bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15
novembre 2003 di questo notiziario.
Rita Borsellino, sorella del magistrato Paolo Borsellino assassinato dalla
mafia, e' da molti anni insieme a don Luigi Ciotti la principale animatrice
dell'associazione "Libera", la principale rete dei movimenti della societa'
civile impegnati contro la mafia. Segnaliamo che e' attivo il sito internet
www.ritapresidente.it per coordinare e diffondere le informazioni sulla
campagna a sostegno della candidatura di Rita Borsellino a presidente della
Regione Sicilia]

Cari amici siciliani,
lo so, non sono elettore siciliano, ma ho firmato anch'io per Rita
Borsellino presidente. L'ho ascoltata parlare, so che sarebbe simbolo e
stimolo per la Sicilia, darebbe corpo al valore della Sicilia nei luoghi
della politica. Anche a Torino c'e' chi ama la Sicilia.
Non occorre essere del mestiere, tanto meno essere un navigatore dei
partiti, per fare una politica che orienta ai valori le competenze tecniche
specifiche, perche' il mestiere politico essenziale e' il mestiere del
cittadino, che e' di ogni donna e uomo che voglia vivere con gli altri e per
gli altri, in onesta'.
Come Rita, che sa cosa questo significa.

2. MONDO. NICOLE ITANO: AMORE DURO
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione questo articolo di Nicole
Itano.
Nicole Itano, giornalista indipendente, vive a Johannesburg in Sudafrica; e'
corrispondente per "We News", collabora anche con l'Associated Press, "The
Christian Science Monitor" e "Newsday"; sta scrivendo un libro sull'aids in
Africa.
Puo' essere interessante osservare che l'espressione "amore duro", usata
dalle donne dello Zimbabwe impegnate nella lotta nonviolenta per i diritti
umani di tutti gli esseri umani, e' formula equivalente a quella "forza
dell'amore" che usava Martin Luther King, e che e' una delle possibili
sintetiche traduzioni del termine gandhiano "satyagraha", che abitualmente
in italiano si traduce come "forza della verita'" (e gia' meglio:
"afferramento al vero", quel vero che per altri e' il Vero, e che per tutti
designa cio' che e' permanente - ovvero sostanziale, essenziale - in quanto
vero, buono e giusto - e quindi altresi' bello, e robustoso e forte: il vero
che comunica e avvicina, che unisce, che fa ed e' incontro, e che dunque
puoi chiamare ancora amore; scilicet, in un celebre luogo dantesco: "la
divina potestate, / la somma sapienza e 'l primo amore"). La persona che
cuce queste poche righe di presentazione degli interventi che appaiono su
questo foglio conosce anche un'altra bella formulazione che coglie ed
esplora dimensioni ulteriori - senza esaurire certo la preziosa vena, il
filone inesauribile - del medesimo fondamentale concetto della scelta e
della proposta nonviolenta, ed e' la seguente tacitiana sentenza
dell'indimenticabile nostro maestro Franco Fortini: "ironia che resiste, e
contesa che dura"]

Harare, Zimbabwe. In un parco senza luci, la sera di marzo in cui si tennero
le elezioni parlamentari in Zimbabwe, centinaia donne si riunirono per
cantare e pregare per la pace. In questo paese africano, pero', la preghiera
pubblica e' ormai giudicata una minaccia per la sicurezza. Dozzine di
poliziotti armati di manganelli arrivarono subito a portare via le donne nei
loro furgoni scoperti. Alla fine della serata, trecento donne (per la
maggior parte madri e nonne che lottano ogni giorno per dar da mangiare alle
loro famiglie) erano state messe in prigione, e nove di esse erano state
picchiate cosi' duramente da dover ricorrere alle cure ospedaliere.
*
Fra le prime ad essere portate via c'era Jenni Williams, una delle
fondatrici di "Women of Zimbabwe Arise" (Woza), ovvero di una delle poche
organizzazioni che sono ostinatamente disposte a scendere in strada per
protestare contro la distruzione del proprio paese.
"L'impulso provenne dal fatto che le donne stavano e stanno sopportando i
peggiori costi dell'instabilita' in Zimbabwe - racconta Jenni -. Poiche'
eravamo quelle che stavano soffrendo di piu', pensammo che avremmo dovuto
parlare di piu', e chiedere risposte". Jenni Williams e' stata ormai
arrestata diciotto volte, in maggior parte in relazione alle proteste
organizzate dal suo gruppo: "Noi lo chiamiamo 'amore duro', perche' amiamo
abbastanza il nostro paese da accettare il sacrificio di essere arrestate e
picchiate".
Le donne del Woza dichiarano di ispirarsi al movimento per i diritti civili
negli Usa, alle proteste contro l'apartheid del Sudafrica, ed alla
resistenza nonviolenta di Gandhi. Percio' pregano, sfilano in corteo, e
regalano rose a cui sono legati messaggi di pace. Dicono di prendere
coraggio da uno slogan della lotta antiapartheid: "Colpire una donna e' come
colpire una roccia". Quando la polizia interrompe le loro attivita',
obbediscono quietamente, sentendo che il loro coraggioso silenzioso
svergogna costantemente le autorita' per il maltrattamento di donne che
potrebbero essere le loro madri, figlie e sorelle.
Jenni divenne una figura pubblica circa cinque anni orsono, quando il
governo dello Zimbabwe comincio' a requisire le fattorie possedute da
bianchi per ridistribuirle a neri privi di terra. L'Unione commerciale degli
agricoltori dello Zimbabwe la ingaggio' come portavoce ed esperta in
pubbliche relazioni. Da allora, Jenni ha intrapreso una drammatica
trasformazione: e' diventata un'attivista nonviolenta, il solo viso bianco
in un gruppo di donne povere e nere. Jenni ci tiene a farmi notare,
tuttavia, che la sua ascendenza e' mista: inglese e ndebele. Mi dice che suo
marito e i suoi figli hanno dovuto lasciare il paese per ragioni di
sicurezza, anche se lei spera che la situazione si stabilizzi abbastanza,
nel prossimo futuro, per permettere il loro ritorno: "Ho chiesto alla mia
famiglia una sorta di 'permesso' di tre anni dal mio essere moglie e madre.
E' stato difficile, ma mi hanno sostenuta. Hanno capito che stiamo cercando
di rendere lo Zimbabwe un posto di nuovo vivibile".
*
Dopo cinque anni di violenza politica e di oppressione, la maggior parte
degli abitanti del paese ha terrore di parlare contro il governo, nonostante
un'economia in deterioramento e una devastante campagna di "pulizia urbana",
chiamata "Operazione Murambatsvina" (ovvero "porta via la spazzatura") che
e' cominciata poco dopo le elezioni e che ha privato della casa 700.000
persone, e della scuola migliaia di bambini. Robert Mugabe, il presidente,
detiene il potere sin dall'indipendenza nel 1980 e lo detiene saldamente.
Jenni Williams ed altre figure di spicco della societa' civile sono
dispiaciute che il partito di opposizione, il Movimento per il cambiamento
democratico, non voglia impegnarsi in azioni di massa. Il partito ha ormai
perso tre elezioni in condizioni che l'intera comunita' internazionale ha
condannato, ma ha scelto di lottare attraverso i tribunali. D'altronde, il
clima politico in Zimbabwe rende ogni tipo di protesta estremamente
difficile.
Una serie di nuove leggi in materia di ordine pubblico, grazie alle quali le
donne di Woza vengono arrestate, restringono la possibilita' di raduni
pubblici e di criticare il presidente o la polizia. La stampa indipendente
e' stata soffocata, e la violenta campagna organizzata dal governo contro i
propri critici ha creato un clima di paura.
Arnold Tsunga, portavoce degli Avvocati dello Zimbabwe per i diritti umani,
e rappresentante legale delle donne arrestate, dice che tra il 2003 e il
2004 ci sono stati almeno 2.000 arresti dovuti alle nuove leggi, ma i
tribunali non sono riusciti a mandare in carcere neppure una singola persona
in base ad esse. Le donne arrestate la notte delle elezioni sono state
rilasciate dopo essere state giudicate colpevoli di "ostruzione del
traffico", anche se si trovavano in un parco in cui non c'era alcuna strada.
*
Thabita Khumalo e' un altro volto del movimento di protesta nel paese, il
volto di una piccola donna scura che ha fatto esperienza in prima persona
della brutalita' del regime. Un sabato, lo scorso luglio, Thabita Khumalo
stava tenendo l'intervento di apertura di un incontro fra sindacaliste in un
albergo di Harare, quando un gruppo di uomini irruppe nel locale per
picchiare le partecipanti. Uno di essi prese a pugni Thabita, rompendole
parecchi denti e facendole un occhio nero. Ma lei rifiuto' di andarsene, e
persino di chiamare aiuto. "Volevo dimostrare loro che il coraggio non ci
manca. Se fossi scappata, io che avevo organizzato l'incontro, questo
avrebbe distrutto tutto il lavoro fatto con le donne sindacaliste, in questi
anni, per incoraggiarle e sostenerle".
Come Jenni Williams, Thabita Khumalo e' stata arrestata molte volte per la
sua attivita'. E' stata picchiata, i suoi figli sono stati molestati e
intimiditi. Una volta e' stata rapita da sostenitori del governo. Ha
riconosciuto i suoi aggressori, ma le e' stato detto dalla polizia che
quest'ultima non puo' intervenire in affari politici. La sua determinazione
resta invariata: "Questo e' il solo paese che conosco, ci sono nata. Voglio
che i miei figli abbiano una vita migliore, qui". A differenza di Jenni,
Thabita non ha le risorse economiche per mandare i ragazzi fuori dallo
Zimbabwe, anche se la loro sicurezza e' uno dei suoi desideri principali.
"Noi donne siamo coraggiose - mi dice infine con intensa concentrazione -.
Siamo coraggiose ma sottostimiamo il nostro potere. Il giorno in cui le
donne capiranno il loro potere, questo paese cambiera'".
*
Per maggiori informazioni:
- Women of Zimbabwe Arise - Kubatana: www.kubatana.net
- Human Rights Watch - Zimbabwe: www.hrw.org/doc?t=africa&c=zimbab

3. RIFLESSIONE. PASQUALE PUGLIESE: LA TRASFORMAZIONE NONVIOLENTA DEI
CONFLITTI INTERCULTURALI
[Ringraziamo Pasquale Pugliese (per contatti: puglipas at interfree.it) per
averci messo a disposizione questo suo articolo apparso su "Azione
nonviolenta"  di ottobre 2005 (per contatti con la redazione della bella
rivista fondata da Aldo Capitini e diretta da Mao Valpiana: e-mail:
azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org). Per esigenze legate
alla grafica particolarmente semplificata e "povera" del nostro foglio
abbiamo dovuto, come d'abitudine, rinunciare a riprodurre qui tout court le
tabelle, le figure e gli schemi che integravano e arricchivano l'articolo,
dando di esse ed essi una mera descrizione in forma di discorso continuo,
per l'adeguata riproduzione rinviamo naturalmente all'edizione originale in
rivista. Pasquale Pugliese, educatore presso i Gruppi educativi territoriali
del Comune di Reggio Emilia, dove risiede, laureato in filosofia con una
tesi su Aldo Capitini, e' impegnato nel Movimento Nonviolento, nella Rete di
Lilliput ed in numerose iniziative di pace; e' stato il principale promotore
dell'iniziativa delle "biciclettate nonviolente"]

Un tragico luglio
Ho scritto le righe che seguono nel tragico luglio del 2005 segnato dai 56
morti degli attentati di Londra e dagli oltre 80 di Sharm El Sheikh (oltre
alle centina di civili iracheni che nessuno ormai conteggia piu'),
dall'evocazione (o sarebbe meglio dire l'invocazione?) sui media dello
"scontro di civilta'" e dalla messa a punto, in un parlamento mai tanto
bipartisan, del giro di vite repressivo ed espulsivo nei confronti degli
immigrati (in specie clandestini) come misura di sicurezza. E dire che il
mese si era aperto con il decennale dell"eccidio di Srebrenica, in cui la
tragedia (7.000 musulmani bosniaci uccisi in cinque giorni dai serbi
cristiani) si era svolta a ruoli invertiti...
Le ho scritte perche' credo che sia un terribile errore lasciarsi chiudere
nella spirale di paura e violenza che tanti cattivi maestri, da una parte e
dall'altra, stanno irresponsabilmente alimentando, in un macabro gioco
globale in cui guerra, terrorismo e repressione si alimentano a vicenda. Mi
pare invece importante fermarsi a riflettere su un elemento decisivo, quanto
trascurato: i quattro attentatori suicidi di Londra erano figli di pakistani
immigrati in Inghilterra all'inizio degli anni '90, gente che ha lavorato
sodo, ha fatto di tutto per integrarsi e si e' costruita una famiglia e una
posizione attraverso una vita dedicata al sacrificio per affermarsi
socialmente. "Gli attentatori suicidi di Londra", come ha scritto a caldo
Khaled Fouad Allam, "sono l'espressione estrema di una generazione
euro-musulmana che e' 'borderline', che non si riconosce ne' nella cultura
dei genitori ne' in quella occidentale. Essendo priva di riferimenti, e'
alla ricerca di un'identita' che rischia di essere offerta solo dai cattivi
maestri del jihadismo" (1). Ossia giovani invischiati nell'escalation di un
personale conflitto interculturale che l'ideologia terrorista ha infine reso
armi viventi.
Insieme all'impegno per il ritiro dall'Iraq delle truppe occupanti - le cui
atrocita' fanno parte dei video di propaganda dell'internazionale del
terrore per il reclutamento dei nuovi "martiri" -, capire che cosa accade
quando persone appartenenti a culture differenti con-vivono sullo stesso
territorio, quali sono i conflitti profondi (anche in senso personale e
temporale) che si aprono, e fare un investimento di idee e di risorse sulla
loro mediazione e trasformazione nonviolenta, penso sia oggi il piu'
importante passo politico e culturale verso la sicurezza di tutti.
Questi appunti vogliono essere un piccolo contributo.
*
Culture e conflitti
Se, come sostiene J. Galtung, gli stadi evolutivi nelle relazioni
interculturali sono quattro - intolleranza, tolleranza o multiculturalismo
passivo (societa' multiculturale), dialogo o multiculturalismo attivo
(societa' interculturale), transculturalismo (societa' transculturale) (2) -
il passaggio dall'uno all'altro non e' lineare ne' indolore.
La societa' italiana negli ultimi quindici-venti anni sta attraversando
un'accelerazione di complessita' dovuta al crescente ingresso di popolazione
immigrata, proveniente dai diversi meridioni ed orienti del mondo, e
l'incontro con persone portatrici di culture altre ha visto diverse
velocita' nel passaggio da uno stadio all'altro delle relazioni reciproche:
in alcuni contesti e situazioni sembra di essere fermi allo stadio
dell'intolleranza, in altri si aprono spazi di dialogo che anticipano la
societa' inter e trans-culturale.
Poiche' le dinamiche globali del sistema-mondo lasciano prevedere una
crescita costante delle presenza di cittadini stranieri sul territorio
italiano, dobbiamo prefigurarci - nonostante le miope legislazione nazionale
e le rozze politiche pseudosecuritarie che incentivano la xenofobia - una
societa' che diventera' nel futuro prossimo progressivamente
trans-culturale, ossia trasformata culturalmente dagli innesti apportati
dalle differenti culture che sempre piu' abiteranno i "nostri" luoghi.
L'incontro tra le differenze e' naturalmente generatore di conflitti, anzi -
come dice bene Giuseppe Bugio - "incontriamo un conflitto ogni volta che
incontriamo una differenza. Conflitto e' un altro nome della differenza"
(3). E poiche' la cultura, come ci ricorda ancora Galtung, rappresenta il
profondo, "il subcosciente collettivo di significati condivisi: le norme che
non passano per il cervello che abbiamo in testa, ma si ancorano piuttosto
al cervello che abbiamo nello stomaco" (4), e' facile prevedere un
inasprimento dei conflitti interculturali che, se lasciati a se stessi, non
governati - ne' mediati ne' trasformati - possono innescare processi
incontrollabili di escalation. Si tratta allora di non nascondere o
sottovalutare o demonizzare i conflitti interculturali, ma di attrezzarsi
per affrontarli e trasformarli affinche' da potenziale terreno di scontro
diventino feconda occasione di incontro.
A questo scopo le culture e le pratiche della nonviolenza mi sembra siano
dotate di strumenti concettuali e metodologici adeguati, sia perche' ormai
affinati sui molteplici fronti dei conflitti (diretti, strutturali e,
appunto, culturali), sia perche' molte delle piu' significative esperienze
di nonviolenza del secolo scorso si sono confrontate proprio con queste
questioni. Gandhi ha elaborato il nucleo fondamentale del satyagraha in
Sudafrica attraverso il confronto con il segregazionismo e poi, una volta in
India, si e' misurato ed e' stato infine sopraffatto dal conflitto tra
islamici ed induisti, e Martin Luther King ha fatto della lotta contro le
leggi segregazioniste negli Usa lo scopo di una vita - solo per citare i
casi piu' noti e paradigmatici. Da noi, Alex Langer, e' stata la voce che
piu' di altre si e' levata come monito a porre attenzione alle questioni
interculturali, anche in relazione all'esplosione della guerra nei Balcani:
"esplosioni di razzismo, sciovinismo, razzismo, fanatismo religioso, ecc.
sono tra i fattori piu' dirompenti e distruttive della convivenza civile che
si conoscano (piu' delle tensioni sociali, ecologiche o economiche), ed
implicano praticamente tutte le dimensioni della vita collettiva: la
cultura, l'economia, la vita quotidiana, i pregiudizi, le abitudini, oltre
che la politica o la religione. Occorre quindi una grande capacita' di
affrontare e dissolvere la conflittualita' etnica" (5).
Percio' e' utile provare a mettere insieme qualche elemento che ci aiuti a
tracciare dei segni nonviolenti di orientamento sul terreno dei conflitti
interculturali, senza alcuna pretesa di organicita'.
*
Le arene dei conflitti interculturali
I conflitti interculturali, proprio perche' rimandano alla dimensione piu'
profonda delle relazioni umane, hanno la caratteristica di potersi
sviluppare sui diversi piani della scala quantitativa e dell'intensita'
qualitativa. Usando la griglia elaborata da Arielli e Scotto (6), possiamo
esemplificare alcune arene dei conflitti interculturali che ci danno il
senso di quanto sia ampio lo spettro delle situazioni che possono rientrare
in questa definizione:
[Segue una tabella che incrocia i dati lungo l'asse verticale secondo le
rubriche: a) Conflitti intra-unita' e b) conflitti inter-unita'; e lungo
l'asse orizzontale secondo le rubriche: 1) Persona (micro), 2) Gruppo
(meso), 3) Societa'/stati (macro); dando luogo a alla seguente disposizione
nel quadrante:
a1: Senso di spaesamento e separatezza tra la cultura di riferimento
familiare e quella di accoglienza che vivono, soprattutto, i bambini e gli
adolescenti di famiglie immigrate.
b1: Forme di pregiudizio e atteggiamenti di discriminazione che attraversano
molte relazioni inter-individuali nei diversi ambiti della vita sociale.
a2: Diffidenza all'interno di alcune comunita' rispetto ai membri del gruppo
maggiormente integrati (o assimilati) alla cultura ospitante.
b2: Tensioni tra comunita' culturali differenti che abitano lo stesso
territorio (es.: scontri tra bande giovanili composte per nazionalita' di
riferimento).
a3: Rivendicazioni civili politiche e sociali da parte delle minoranze
religiose, culturali e nazionali presenti sul territorio dello Stato.
b3: Guerre e terrorismo internazionale interpretate come
Scontro di civilta' (Samuel Huntington), ossia la "profezia che si
autoavvera" (come evidenziano efficacemente Arielli e Scotto, "gli
interventi statunitensi e occidentali nel Medio Oriente vengono sempre piu'
percepiti nei termini dello "scontro tra civilta'", e testi come quelli di
Huntington non si limitano a "chiarire" il fenomeno, ma contribuiscono in
parte a produrlo, perche'' incentivano una cultura dello scontro" (7))]
Apparentemente distinte, le diverse - realistiche - rappresentazioni
proposte hanno un filo che le lega. Per esempio, credo che sarebbe molto
interessante ricostruire la storia del processo di dis-integrazione degli
attentatori suicidi nella metropolitana di Londra, cittadini britannici a
tutti gli effetti. Che esito hanno avuto i diversi conflitti interculturali
che hanno attraversato le loro storie di vita personali?
*
Comunicazione e cornici culturali
"Non si puo' non comunicare" afferma il primo assioma di Watzlawick nella
Pragmatica della comunicazione umana (8). Ossia anche quando la nostra bocca
tace il nostro corpo parla, attraverso la postura, l'espressione del viso,
la vicinanza, la gesticolazione ecc. Nel continuo flusso comunicativo
coesistono, infatti, due livelli di espressione, quello esplicito del
contenuto detto e quello implicito, simbolico, sulla relazione tra i
comunicanti che fornisce le informazioni su come interpretare il contenuto.
E' questa la meta-comunicazione, la cui interpretazione corretta e' la
condizione indispensabile per lo svolgimento di qualsiasi comunicazione
efficace. Al di la' delle diversita' di codici linguistici e' infatti
proprio la diversita' dei codici simbolici che differenzia sostanzialmente
la comunicazione intra-culturale da quella inter-culturale. Come spiega
Graziella Favaro, "nella prima cio' che tutti diamo per scontato in quanto
membri di uno stesso contesto culturale ci aiuta a comprenderci l'un
l'altro; nel secondo caso cio' che diamo per scontato puo' ostacolare o
rendere piu' difficile la comunicazione reciproca" (9). Infatti, ciascuno
dei comunicanti di differente cultura utilizza competenze comunicative
diverse, efficaci e pertinenti nei propri contesti di riferimento, ma
probabilmente inefficaci - inopportuni o disorientanti o addirittura
controproducenti - in altri contesti. E cio' e' spesso causa di piccoli e
grandi "incidenti interculturali" che possono dare luogo all'avvio di
conflitti su tutte le arene.
"A Trinidad, dopo aver inutilmente tentato di chiamare gli indigeni presso
la nave mostrando degli oggetti, Cristoforo Colombo cerca di attirarli
improvvisando una 'fiesta'. Cosi' scrive nel diario: - Feci salire sul
castello di poppa un tamburino che suonava e alcuni ragazzi che ballavano,
pensando che si sarebbero avvicinati a vedere la festa. La risposta degli
indigeni non si fa attendere: - Appena ebbero sentito suonare e visto
ballare, lasciarono i remi e posero mano agli archi e li incoccarono e
ciascuno di essi imbraccio' il suo scudo e incominciarono a tirarci frecce"
(10).
Lo stesso evento e' letto e interpretato attraverso le diverse "cornici
culturali" di cui ciascuno e' parte, perche' assorbite fin da bambino
all'interno della propria comunita': la danza e' segno di festa all'interno
di una cornice e dichiarazione di guerra nell'altra. Le cornici sono percio'
le "premesse implicite" attraverso le quali diamo senso, operiamo nel mondo
e ci relazioniamo con gli altri, dandole per scontate. Al loro interno vi
sono diversi piani di profondita' decrescente in cui ciascuno illumina e
indirizza l'altro:
a) il piano ontologico dei valori;
b) il piano delle rappresentazioni e delle norme;
c) il piano dei comportamenti e delle pratiche culturali (11).
Ma nelle relazioni interculturali fermarsi al comportamento agito c),
decodificandolo reciprocamente  secondo i propri piani a) e b) significa
condannarsi all'incomunicabilita' e poi all'ostilita'.
*
Shock culturali ed empatia
Come per altre tipologie di conflitti, anche in quelli interculturali - sia
che ci troviamo coinvolti direttamente sia che operiamo come terze parti
(perche' insegnanti, educatori, operatori sociali o operatori di pace...) -
per lavorare alla loro trasformazione costruttiva, e' necessario tenere
presenti i tre elementi necessari della trasformazione dei conflitti:
empatia, creativita' e nonviolenza (12).
Nel caso degli incidenti interculturali - eventi critici definiti anche
shock culturali - particolarmente importante, e anzi indispensabile punto di
partenza, e' l'empatia, non solo come elemento caratterizzante la
"personalita' nonviolenta" (13), ma soprattutto come, diciamo cosi',
approccio epistemologico alla relazione: ossia disposizione a mettersi dal
punto di vista dell'altro, a provare a guardare le cose dalla sua
angolazione culturale.
Avere un approccio empatico all'altro, al differente da noi, ci consente
infatti di avviare un processo di apertura e ampliamento della conoscenza
che si sviluppa attraverso tre tappe:
- Prima tappa: prendere coscienza dalle nostre cornici
Le coordinate culturali nelle quali siamo immersi fin dalla nascita (e che
condizionano e influenzano i comportamenti e le pratiche) ci appaiono come
naturali fino a quando non veniamo a contatto (o in conflitto) con altre
coordinate e cominciamo a capire che, queste come quelle, sono un prodotto
complesso di elaborazione storica. Sono una cornice che da' senso agli
avvenimenti del mondo, analogamente a quanto fanno le cornici di cui sono
portatori gli altri.
Percio' l'incontro con il differente da noi ci consente di conoscere meglio
noi stessi.
- Seconda tappa: avviare il decentramento cognitivo
A questo punto comincia il superamento dell'egocentrismo - che Piaget indica
come fase transitoria del bambino piccolo, che e' in grado per esempio di
comprendere chi e' straniero per lui ma non che anche lui e' straniero ad
altri, e che invece sul piano culturale si prolunga, a volte, per tutta la
vita e puo' diventare ideologia (etnocentrismo) - e si da' l'avvio al
decentramento cognitivo. Ossia alla capacita' di leggere gli eventi  anche a
partire da codici culturali differenti dai nostri, "uscendo" in qualche modo
dalla nostra cornice.
Percio' l'incontro con il differente da noi aiuta ad aumentare il proprio
campo visivo.
- Terza tappa: operare per "doppie visioni"
Infine siamo pronti, all'interno di un incidente culturale piccolo o grande
che sia, ad operare non per semplice azione-reazione (aut-aut) ma per doppie
visioni (et-et), cercando di dare all'evento critico diverse
interpretazioni, senza giudizio di valore, per comprenderne le ragioni a
partire dalle differenti cornici di riferimento.
Due litiganti vengono portati davanti ad un giudice conosciuto da tutti per
la grande saggezza. Il giudice, dopo aver ascoltato il primo litigante,
commenta: "Hai ragione". Poi, sentito anche il secondo, anche a lui
dichiara: "Hai ragione". Si alza uno dal pubblico che esclama: "Ma
Eccellenza, non possono aver ragione entrambi". Il giudice ci pensa su un
attimo e poi, serafico: "Hai ragione anche tu".
A commento di questa storiella Marianella Sclavi scrive: "il senso comune e
la logica classica ci dicono che se tutti hanno ragione non si e' piu' in
grado di decidere niente, si rimane bloccati. Questo e' vero quando operiamo
in 'sistemi semplici' entro i quali prevalgono le stesse premesse implicite.
Invece nel dialogo interculturale e piu' in generale nella gestione creativa
dei conflitti l'assumere che tutti hanno ragione e' la condizione per fare
dei passi avanti" (14).
Percio' l'incontro con il differente da noi e' un'indispensabile tappa verso
la ricerca della verita'.
*
Stereotipo, pregiudizio, discriminazione
Un ostacolo che puo' bloccare il processo di empatia cognitiva, impedendo
cosi' di operare efficacemente alla trasformazione dei conflitti
interculturali con creativita' e nonviolenza, e' il processo che dalla
"categorizzazione" porta allo stereotipo e poi al pregiudizio e alla
discriminazione.
Vediamo velocemente di che si tratta.
I manuali di psicologia sociale spiegano che classificare alcune persone
come "stranieri" e' parte di quel processo di categorizzazione cognitiva in
base al quale gli individui ordinano e semplificano l'insieme dei dati che
proviene dal mondo esterno, al fine di dare senso alla multiforme realta' e
poter agire al suo interno. Parte integrante di questo processo sono i
meccanismi di "semplificazione" e "distorsione percettiva": vengono
enfatizzati i dati che consentono di inserire un elemento in una determinata
categoria (mentre sono depotenziati quelli che porrebbero difficolta'
d'inserimento) in modo da realizzare per ciascun dato della realta' il
"miglior adattamento" possibile. Per l'inserimento nella categoria
"straniero", per esempio, si enfatizza - tra le altre cose - la non
conoscenza della lingua italiana, minimizzando le differenti competenze
linguistiche di ogni singolo "straniero". Naturalmente la costruzione delle
categorie non e' neutra ma avviene all'interno del processo di apprendimento
sociale delle cornici culturali, per cui siamo portati a leggere il mondo
attraverso le categorie proprie della nostra cultura di riferimento.
Quando ad una categoria sociale si attribuiscono poi determinate
caratteristiche - a partire dalla conoscenza diretta o indiretta di qualche
membro di essa che e' portatore di quella caratteristica, estendendola
quindi a tutti i membri della categoria e infine a ciascuno di essi - si
schematizza e cristallizza una realta' in movimento, creando lo stereotipo.
E' questa una forma di scorciatoia cognitiva, la generalizzazione, che ci
induce a considerare ciascuno non in quanto persona singola ma solo come
membro del gruppo di appartenenza.
Si parla poi di pregiudizio quando allo stereotipo si aggiungono giudizi di
valore accompagnati da emozioni, che rimangono inalterati anche di fronte a
nuovi elementi di conoscenza. Come spiega Aluisi Tosolini: "se riteniamo,
pregiudizialmente, che ad un dato gruppo di persone ben si attaglia
l'etichetta di 'ladri' (per esempio i rom), ben difficilmente cambieremo
opinione di fronte a persone che in tutta evidenza si comportano in modo
difforme dal nostro pregiudizio. E se proprio non riusciamo a reggere la
dissonanza cognitiva generata da un comportamento impensato (per esempio un
ragazzo rom che ci insegue per restituirci il portafoglio perso o la borsa
dimenticata) possiamo fare ricorso alla logica dell'eccezione. Che, al
solito, conferma la regola" (15).
Quando dallo stereotipo e dal pregiudizio si passa all'azione conseguente
ecco che entriamo nel campo della discriminazione vera e propria,
individuale, e/o sociale e/o politica. E gli esempi nella storia e nella
cronaca non mancano (16).
*
Nonviolenza e mediazione culturale
Nel contesto italiano attuale non siamo ancora giunti a forme di
discriminazione propriamente detta, almeno diffusa in dimensioni socialmente
significative, percio' l'intervento nonviolento nei conflitti interculturali
puo' ancora essere considerato di carattere preventivo.
Se infatti utilizziamo come strumento di analisi il triangolo dei conflitti
di Galtung (17),
[La figura qui inserita nel testo rappresenta un triangolo che ha come punto
di vertice "B comportamento" e come punti angolari alla base "A
atteggiamento" e "C contraddizione", ed e' tagliato a meta' da una linea
orizzontale denominata "linea della latenza"]
vediamo che i tre elementi che compongono tutti i conflitti (diversamente
combinati a seconda che si tratti di conflitti semplici o complessi, con due
o piu' attori ecc.), sono A) l'atteggiamento, ossia la disposizione e i
presupposti anche individuali, C) la contraddizione, ossia il contenuto, il
problema, e B) il comportamento (in inglese behavior), l'azione messa in
pratica. Gli elementi A e C sono latenti, ossia spesso non emergono con
evidenza, mentre l'elemento B e' manifesto.
In questa delicata fase di trasformazione sociale e culturale del nostro
paese, i conflitti interculturali sono caratterizzati da una forte presenza
dei due elementi conflittuali latenti: gli atteggiamenti, per esempio sui
piani della categorizzazione, dello stereotipo e del pregiudizio, e le
contraddizioni, rappresentate dai molti incidenti/shock culturali. Sono
dunque presenti, in maniera crescente, entrambi i presupposti di base
necessari per far compiere ai conflitti il balzo - piu' spesso di quanto
ancora non avvenga - dal piano della latenza a quello del comportamento, che
potrebbe manifestarsi anche in forme di discriminazione e violenza. Se a
queste condizioni infatti aggiungiamo il martellamento sempre piu'
assordante sul pericolo islamico che svolgono parte degli intellettuali,
della stampa e del mondo politico e specularmente la propaganda jihadista
che si diffonde anche in alcune moschee italiane, che armano gli animi di
sentimenti xenofobi e guerrafondai da un lato e violenti e fondamentalisti
dall'altro, e' evidente che lo scenario della diffusione di comportamenti
violenti sulle diverse scale - dalla discriminazione sui banchi di scuola,
al razzismo culturale, al terrorismo suicida - puo' farsi sempre piu'
concreto, anche in Italia. La partecipazione italiana alla guerra e le
organizzazioni terroriste internazionali buttano intanto benzina sul
fuoco...
Per questo e' importante intervenire con la nonviolenza prima che cio'
accada, e bisogna, come direbbe Danilo Dolci, fare presto (e bene).
In questo senso un'esperienza che, a mio parere, andrebbe fortemente
ri-lanciata, ri-motivata e sostenuta e' quella dei mediatori culturali.
Attualmente si tratta di una incerta categoria professionale, poco numerosa,
con una formazione insufficiente e spesso usata dai servizi sociali,
educativi e sanitari come mera riserva di interpreti e traduttori. E invece
l'investimento politico e sociale sulla mediazione per la trasformazione dei
conflitti interculturali e' un terreno d'intervento cruciale, al fine di
rendere meno traumatico, per quanto possibile, l'inevitabile passaggio alla
societa' trans-culturale. Consentendo di operare inoltre sul serio in
funzione della sicurezza di tutti, che e' data non dalle severe leggi
repressive ma dalle buone pratiche relazionali.
Si tratta di formare molti piu' mediatori proprio tra i giovani delle
diverse comunita' culturali e nazionali presenti nelle nostre citta', e nei
loro percorsi di studio bisognerebbe inserire specificamente la nonviolenza,
come filosofia e metodo di lettura e trasformazione dei conflitti. Si
tratterebbe di farne quei "costruttori di ponti, saltatori di muri,
esploratori di frontiera, veri e propri 'traditori della compattezza etnica'
che pero' non si devono mai trasformare in transfughi", secondo il profilo
"professionale" che tracciava Alex Langer (18). In questa direzione qualcosa
si comincia a muovere a livello di master universitario (19), ma e'
insufficiente. Cio' di cui c'e' bisogno e' una moltiplicazione delle persone
e dei luoghi capaci di sostenere la mediazione interculturale nel basso;
capaci di costruire ponti, tessere reti e ricostruire relazioni interrotte
tra le persone e le comunita' negli interstizi sensibili dei molti territori
locali segnati dai conflitti, dentro le nostre citta' e i nostri quartieri.
Insomma l'"aggiunta nonviolenta" alla prevenzione e mediazione dei conflitti
interculturali, nei livelli micro e meso-sociale,  si prospetta come un
contributo ideale e metodologico alla costituzione di un corpo civile
interculturale di mediatori esperti in trasformazione nonviolenta dei
conflitti.
*
Schema n. 1
a) Piano ontologico e dei valori:
- appartenenza religiosa
- concezione della vita/della morte
- miti di fondazione
- sfera pubblica/privata
- autorita'/liberta' individuale
- solidarieta'
- tabu' e pudore
- concezione della natura
b) Piano delle rappresentazioni e delle norme
- modalita' di apprendimento e di comunicazione
- rapporto tra oralita' e scrittura
- diritti e doveri degli individui: leggi codificate e tradizioni
- concezione del tempo, spazio, corpo
- rappresentazione di malattia e salute
- concezione della famiglia
- relazioni interpersonali: uomo e donna, anziani e giovani, genitori e
figli
- concezione del lavoro, dei beni e del denaro
c) Piano dei comportamenti e delle pratiche culturali
- messaggi verbali
- messaggi non verbali
- linguaggio del corpo
- modalita' di occupare lo spazio
- modalita' di gestire il tempo
- modalita' di stabilire relazioni interpersonali; saluto, contatto,
distanza...
- elaborazione di progetti individuali
- strategie di apprendimento
- cibo, abbigliamento, segni esteriori...
[Da Graziella Favaro, Manuela Fumagalli, Capirsi diversi. Idee e pratiche di
mediazione interculturale, Carocci, Roma 2004]
*
Schema n. 2
Radiografia di un pregiudizio negativo
Quando vedi uno zingaro:
- penso: sporco e ignorante, mi vuole fregare (componente cognitiva)
- sento: paura (componente emotiva)
- attuo: cambio marciapiede, scappo (componente comportamentale)
Sequenza realizzata: stereotipo, pregiudizio, discriminazione
[Da Da Analisis y resolucion de conflictos interculturales, Assoc. Amani.
Ed. Popular, Madrid 1995, in italiano in: Io non vinco tu non perdi, Unicef,
Roma 2004]
*
Note
1. "Il gazzettino on line", sabato 16 luglio 2005.
2. "Cem-Mondialita'", febbraio 2004, dossier: Pace nel pluriverso, pace e
cultura profonda.
3. "Verso un'ecologia dei conflitti. Gregory Bateson e la gestione
pedagogica delle differenze", pubblicato nel volume di Gian Luigi Brena (a
cura di), Etica pubblica ed ecologia, Edizioni Messaggero, Padova 2005.
4. "Cem-Mondialita'", febbraio 2004, dossier: Pace nel pluriverso, pace e
cultura profonda.
5. Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica, oggi si puo'
leggere su "Azione nonviolenta", giugno 2005.
6. Emanuele Arielli, Giovanni Scotto, Conflitti e mediazione, Bruno
Mondadori, Milano 2004.
7. Ivi.
8. Paul Watzlawick et alii, Pragmatica della comunicazione umana,
Astrolabio-Ubaldini, Roma 1971.
9. Duccio Demetrio, Graziella Favaro, Didattica interculturale, Franco
Angeli, Milano 2002.
10. Cit. in Giuseppe Mantovani, L'elefante invisibile. Alla scoperta delle
differenze culturali, Giunti, Firenze2005.
11. Vedi nel dettaglio i diversi piani nello schema n.1.
12. Vedi Johan Galtung, La trasformazione nonviolenta dei conflitti, Ega,
Torino 1998.
13. Vedi Giuliano Pontara, La personalita' nonviolenta, Ega, Torino 1996.
14. Marianella Sclavi, Arte di ascoltare e mondi possibili, Bruno Mondadori,
Milano 2002.
15. www.pavonerisorse.it/intercultura/pregiudizio.htm
16. Vedi schema  n. 2.
17. Johan Galtung Pace con mezzi pacifici, Esperia, Milano 1996.
18. Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica, cit.
19. Per esempio il master in "gestione dei conflitti interculturali e
interreligiosi" dell'Universita' di Pisa.

4. MEMORIA. GUIDO CALDIRON INTERVISTA DENISE EPSTEIN
[Dal quotidiano "Liberazione" del 2 novembre 2005.
Guido Caldiron e' giornalista e saggista. Opere di Guido Caldiron: Gli
squadristi del 2000, Manifestolibri, Roma 1993; AA. VV., Negationnistes: les
chifonniers de l'histoire, Syllepse-Golias, 1997; La destra plurale,
Manifestolibri, Roma 2001; Lessico postfascista, Manifestolibri, Roma 2002.
Denise Epstein, figlia di irene Nemirovsky; scampate alla Shoah, ha curato l
'edizione dell'ultimo romanzo-testimonianza della madre assassinata dai
nazisti.
Irene  Nemirovsky, nata a Kiev nel 1903, emigrata a Parigi con la famiglia
dopo la rivoluzione d'ottobre, scrittrice, nella sua opera narrativa acuta
osservatrice della societa', mori' ad Auschwitz nel 1942. Tra le opere di
Irene Nemirovsky: Le mosche d'autunno, Feltrinelli, Milano 1989; David
Golder, Feltrinelli, Milano 1992; Un bambino prodigio, La Giuntina, Firenze
1995; Il ballo, Adelphi, Milano 2005; Suite francaise, Adelphi, Milano 2005]

Un piccolo capolavoro della letteratura rimasto per tanti anni in un
cassetto. Anzi, in una valigia. Ultima traccia di una vita finita a
Auschwitz, confusa nell'incendio che ha cercato di distruggere perfino il
ricordo degli ebrei d'Europa.
La storia di Irene Nemirovsky, scrittrice russa fuggita prima davanti alla
rivoluzione d'Ottobre e poi, forse anche per questa consapevolezza di
conoscere ormai un esilio nell'esilio, incapace di fuggire davanti alla
minaccia nazista che aveva raggiunto Parigi dove si era rifugiata insieme
alla sua famiglia, ci e' stata oggi restituita. E' grazie alla figlia della
scrittrice, Denise Epstein, che ha conservato per tanti anni, e ha poi
deciso di trascrivere, un manoscritto riposto nella valigia che i genitori
le avevano affidato prima di essere arrestati dai nazisti e deportati a
Auschwitz, che questo frammento di memoria e' tornato a vivere.
Suite francese, che Irene Nemirovsky aveva scritto nei mesi precedenti il
suo arresto, avvenuto nel luglio del 1942, e che, pubblicato in Francia solo
lo scorso anno, e' uscito recentemente nel nostro paese (Adelphi, pp. 414,
euro 19), riunisce quelli che nelle intenzioni dell'autrice dovevano essere
solo i primi due elementi di un romanzo in cinque parti, dedicato al periodo
dell'occupazione nazista della Francia. Quella fase drammatica della storia
d'Europa e la difficile ricostruzione della memoria collettiva e individuale
delle vittime, gli ebrei prima di tutti, si intrecciano nelle pagine del
romanzo come nella vicenda che ha portato alla sua pubblicazione, a piu' di
sessant'anni dalla sua composizione. Di questo abbiamo parlato con Denise
Epstein che ha presentato Suite francese In Italia nei giorni scorsi.
*
- Guido Caldiron: Signora Epstein, quando ha capito che cosa conteneva il
quaderno che sua madre aveva lasciato in una valigia prima di essere
arrestata e deportata a Auschwitz?
- Denise Epstein: Ho aperto il quaderno che conteneva i fogli scritti a mano
da mia madre, solo molti anni dopo la guerra. Questo perche' per molto
tempo, anche dopo la liberazione, avevo continuato a sperare che mia madre
sarebbe tornata prima o poi e avrebbe aperto lei stessa quel quaderno. Per
anni ho pensato che i miei genitori potevano aver trovato rifugio in Russia
o in Svizzera, potevano essersi messi al riparo in qualche modo. In simili
circostanze credo sia normale attaccarsi in tutti i modi a qualunque
possibilita' che alimenti la speranza, comprese le idee piu' stupide. Avevo
gia' avuto il mio primo figlio quando un giorno per strada vidi una donna
che sembrava mia madre, le corsi dietro e la fermai e solo allora mi resi
conto che le assomigliava soltanto ma, ovviamente, non era lei. Per tutti
questi motivi non ho aperto per anni quel quaderno. Dovevo vivere, o meglio
sopravvivere a quanto avevo visto e subito: per continuare a vivere, in
simili circostanze, ci sono cose e oggetti che e' meglio mettere da una
parte, riporre lontano dalla vista, per riuscire ad andare avanti ogni
giorno. Quel quaderno per me rappresentava qualcosa di terribilmente
doloroso e preferivo lasciarlo dov'era.
*
- Guido Caldiron: Come e' arrivata invece alla decisione di aprire quel
quaderno e anzi di leggerne e trascriverne il contenuto?
- Denise Epstein: Avevo tolto il quaderno dalla valigia dei miei genitori e
spesso lo prendevo in mano, quasi lo accarezzavo, lo annusavo per cercare di
ritrovare il profumo di mia madre. Ma non lo avevo mai aperto fino a quando
non decisi, assolutamente per caso, di separarmene. Il mio appartamento si
era allagato per meta' e capii che non potevo rischiare che il quaderno
andasse distrutto, cosi' decisi di portarlo all'istituto di Parigi dove
vengono conservati i manoscritti storici. Solo che non potevo separarmene
senza sapere cosa contenesse, senza averlo nemmeno mai aperto. Cosi' ho
cominciato a sfogliarne qualche pagina e poi, via via, ho iniziato a
leggerlo e ho capito che dovevo trascriverlo, dovevo conservarlo per sempre
in modo di poterlo rileggere quando avessi voluto. Non si trattava di un
lavoro facile perche' mia madre lo aveva scritto durante la guerra, quando
mancavano sia la carta che l'inchiostro e percio', per risparmiare spazio,
aveva utilizzato una calligrafia talmente minuta che ho dovuto ricorrere a
una lente d'ingrandimento per poterlo leggere. Cosi', pian piano, ho
trascritto a mano l'intero contenuto del quaderno e poi l'ho battuto al
computer. Mi ci sono voluti quasi due anni per farlo perche' ogni tanto ero
costretta a fermarmi per l'emozione. Conoscevo tutti i protagonisti di
quelle pagine, e molti di loro non c'erano piu', cosi' spesso mi bloccavo e
non riuscivo ad andare avanti: prendevo il quaderno e lo riponevo dentro un
armadio per qualche giorno. Non riuscivo ancora a comprendere che si
trattava di un romanzo, a me sembrava un testamento, le ultime parole
lasciate da mia madre, l'eredita' piu' preziosa della mia famiglia che mai
avrei pensato potesse interessare ad altri. Mi facevo molti scrupoli alla
sola idea di farlo pubblicare e, anzi, all'inizio non ci pensavo affatto.
Per questo il testo e' rimasto sul mio tavolo fino all'anno scorso.
*
- Guido Caldiron: Lei aspettava il ritorno dei suoi genitori da Auschwitz e
invece si e' trovata fra le mani questo manoscritto che le parlava cosi'
intimamente di loro. Il suo rapporto con la loro memoria e con i suoi stessi
ricordi di bambina, e' cambiato dopo aver aperto quel quaderno e deciso di
leggerne il contenuto?
- Denise Epstein: Certo, in qualche modo e' cambiato il mio modo di pensare
ai miei genitori, ma credo di essere cambiata anch'io, come persona. Da un
lato credo di essere riuscita a sentirmi meno colpevole del fatto di essere
sopravvissuta a loro, di esserci ancora alla fine della guerra mentre loro
non sono tornati piu'. Il fatto stesso di aver deciso prima di leggere e poi
di pubblicare Suite francese mi ha fatto pensare che forse io ero
sopravvissuta e addirittura diventata vecchia proprio per questo: per far
conoscere le parole di mia madre, perche' tutti leggessero quanto lei aveva
scritto in quel momento terribile. Non ho ritrovato mia madre, ma credo di
poter dire che ho ritrovato la sua epoca, tutte le persone che le stavano
intorno. Forse il suo romanzo non mi dice nulla di lei che non avessi gia'
conosciuto da bambina, ma certo mi racconta della sua voglia di vivere ad
ogni costo, malgrado il momento terribile in cui lei stava scrivendo quelle
pagine.
*
- Guido Caldiron: Con questo libro lei non ha potuto naturalmente ritrovare
sua madre, ma forse in queste stesse pagine ha potuto scoprire qualcosa di
lei a cui prima non aveva mai pensato, e' cosi'?
- Denise Epstein: Diciamo che ho ritrovato molte situazioni che avevo
vissuto insieme a lei, malgrado ci siamo separate l'ultima volta quando io
avevo soltanto tredici anni. Cio' che di nuovo ho scoperto, e' stato il
coraggio e la determinazione di mia madre, la sua incredibile passione per
la scrittura, al punto di non preoccuparsi di quanto le stava per accadere,
e di cui era pero' pienamente cosciente, per portare a termine il suo
romanzo. Al punto che ho provato collera per questo suo atteggiamento, per
il fatto che non ha cercato di mettersi in salvo, mentre invece ha fatto di
tutto per completare il suo scritto.
*
- Guido Caldiron: Dalle pagine del romanzo di sua madre, come
nell'esperienza vissuta da lei e da sua sorella, ancora bambine, durante la
guerra, emerge il ruolo svolto dai francesi nella deportazione e nello
sterminio degli ebrei. Anche in Francia spesso si e' attribuita agli
occupanti nazisti ogni responsabilita', dimenticando quanto zelante sia
stata invece la "collaborazione" di tanti cittadini della Republique.
- Denise Epstein: Si, e' vero, e credo sia invece una delle cose che non ci
si deve stancare mai di ricordare. Dopo l'uscita di Suite francese ho
ricevuto decine e decine di lettere che mi chiedevano perdono per quello che
molti francesi hanno fatto agli ebrei prima e durante la seconda guerra
mondiale. Come se la lettura di questo romanzo avesse accompagnato una sorta
di risveglio delle coscienze. Io e mia sorella fummo arrestate dai gendarmi
francesi quando avevamo io tredici e lei cinque anni; furono questi agenti a
consegnarci ai tedeschi e del resto era stata la polizia francese a emanare
l'ordine che stabiliva l'arresto anche dei bambini ebrei, il tutto ammantato
di "carita' cristiana", con il pretesto di non voler separare le famiglie.
Gli stessi nazisti non avevano dato ancora nessun ordine in tal senso, per
questo io e mia sorella fummo liberate: arrestate dai gendarmi francesi e
liberate da un ufficiale nazista, pensate un po'. Certo, non si puo' per
questo dire che la Francia abbia partecipato in massa alla "collaborazione",
come del resto non si puo' dire che abbia fatto lo stesso con la Resistenza.
Diciamo cosi' che molti hanno preferito osservare cio' che stava avvenendo
senza intervenire, come accade con quelle finestre dalle quali si puo'
guardare in strada senza pero' essere visti. Molti vedevano quello che stava
capitando agli ebrei, ma sceglievano di non spalancare le finestre e di fare
qualcosa per impedirlo. Detto questo, altri, specie tra i protestanti, hanno
scelto di accogliere tra loro gli ebrei in fuga: non hanno aperto solo le
finestre, ma le loro stesse case a chi non aveva piu' nulla e hanno deciso
di salvargli la vita. E questo e' quello che e' capitato anche a me e mia
sorella, il motivo per cui io oggi posso essere qui a parlare con lei.

5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

6. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1114 del 14 novembre 2005

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