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La nonviolenza e' in cammino. 1116



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1116 del 16 novembre 2005

Sommario di questo numero:
1. Alex Zanotelli: Volti negati
2. Giulio Vittorangeli: La fattoria degli animali
3. Enrico Peyretti: I fuochi di Parigi
4. Paola Azzolini intervista Luce Irigaray
5. Letizia Tomassone presenta "Quintessenza" di Mary Daly
6. Tonino Bucci intervista Pino Cacucci su Nahui Olin
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. UMANITA'. ALEX ZANOTELLI: VOLTI NEGATI
[Ringraziamo padre Alex Zanotelli (per contatti: alex.zanotelli at libero.it)
per questo intervento. Alessandro Zanotelli, missionario comboniano, ha
diretto per anni la rivista "Nigrizia" conducendo inchieste sugli aiuti e
sulla vendita delle armi del governo italiano ai paesi del Sud del mondo,
scontrandosi con il potere politico, economico e militare italiano: rimosso
dall'incarico e' tornato in Africa a condividere per molti anni vita e
speranze dei poveri, solo recentemente e' tornato in Italia; e' direttore
responsabile della rivista "Mosaico di pace" promossa da Pax Christi; e' tra
i promotori della "rete di Lilliput" ed e' una delle voci piu' prestigiose
della nonviolenza nel nostro paese. Tra le opere di Alessandro Zanotelli: La
morte promessa. Armi, droga e fame nel terzo mondo, Publiprint, Trento 1987;
Il coraggio dell'utopia, Publiprint, Trento 1988; I poveri non ci lasceranno
dormire, Monti, Saronno 1996; Leggere l'impero. Il potere tra l'Apocalisse e
l'Esodo, La meridiana, Molfetta 1996; Sulle strade di Pasqua, Emi, Bologna
1998; Inno alla vita, Emi, Bologna 1998; Ti no ses mia nat par noi, Cum,
Verona 1998; La solidarieta' di Dio, Emi, Bologna 2000; R...esistenza e
dialogo, Emi, Bologna 2001; (con Pietro Ingrao), Non ci sto!, Piero Manni,
Lecce 2003; (con Mario Lancisi), Fa' strada ai poveri senza farti strada.
Don Milani, il Vangelo e la poverta' nel mondo d'oggi, Emi, Bologna 2003;
Nel cuore del sistema: quale missione? Emi, Bologna 2003; Korogocho,
Feltrinelli, Milano 2003. Opere su Alessandro Zanotelli: Mario Lancisi, Alex
Zanotelli. Sfida alla globalizzazione, Piemme, Casale Monferrato (Al) 2003]

Il 4 novembre ho assistito alla demolizione di tre campi rom, situati nel
comune di Casoria, nella provincia di Napoli. In questi campi c'erano circa
quattrocento persone.
Alle 8 del mattino sono arrivate, scortate dalla polizia, scavatrici, ruspe,
cingolati per demolire tutto. Sembrava un esercito in assetto di guerra che
spianava tutto. Unica sorpresa: il campo era stato abbandonato dai rom
durante la notte. Infatti la sera prima, un notevole contingente di polizia
aveva ammonito tutti ad andarsene. E se ne erano andati, scappando da tutte
le parti: chi verso la stazione ferroviaria (piazza Garibaldi), chi verso
centri sociali ove poter passare la notte.
Non si era mai vista a Napoli un'azione del genere: buttare fuori con la
forza persone dal proprio habitat senza offrire loro prima un altro luogo
dove andare. Mi ricordava certe scene viste nei regimi militari. Mi
ricordava soprattutto le demolizioni che avevo visto delle baraccopoli di
Nairobi. Mai mi sarei aspettato che avrei assistito a simili scene nella mia
Italia.
Era da alcuni mesi che accompagnavo da vicino, insieme al professor Marco
Nieli, l'avventura di questi rom: gente buona, semplice, attiva, gente che
non ha mai partecipato ad una guerra, gente che era scappata dalla Romania
per trovare un po' di dignita'. Ero stato, con Marco, ospite dei rom di
Casoria: un'ospitalita' calorosa e aperta. Con loro ho potuto vedere la
realta' del campo. Devo confessare che non avevo mai visto in Italia una
situazione cosi' degradata. Mi faceva venire in mente certi angoli di
Korogocho, la baraccopoli di Nairobi, dove sono vissuto per 12 anni. Questo
sia per la sua posizione, sia per le condizioni del campo. Infatti
l'accampamento rom di Casoria e' posto sotto un immenso arco con piloni
enormi della tangenziale di Napoli. Ma le condizioni igieniche e ambientali
del campo non sono meno agghiaccianti. Baracche accatastate una sopra
l'altra in piccolissimi spazi. Senza acqua potabile. Stretto tra due
ferrovie (un ragazzo e' morto qualche mese fa sotto un treno). Enormi topi
che passeggiavano tranquillamente.
La gente ci ha accolto con tanto calore e tanti caffe'. Avevano invitato
tutti a venire l'11 aprile davanti al Comune di Casoria per parlare con gli
esponenti del Comune. Quel giorno buona parte della comunita' venne in
piazza a gridare, battere i tamburi, per chiedere l'acqua potabile nel
campo, un bus per portare i bambini a scuola, ed infine un luogo alternativo
ove i rom potessero costruire il loro campo. Ci incontrammo con l'assessore
alle politiche sociali, con il sindaco che promise.di andare con noi dal
presidente della Regione. E' incredibile che in Campania non ci sia ancora
una legge quadro per i rom. Furono solo promesse.
Dopo tante insistenze. arrivarono i poliziotti, le ruspe... e via! Via tutti
quelli che "sporcano" le nostre citta'. La cosa piu' incredibile e' che il
comune di Casoria e' stato commissariato per infiltrazioni mafiose! Come
ultimo gesto il sindaco uscente aveva firmato l'ordinanza dello sgombero.
Grave, molto grave che si dia effetto immediato a un'ordinanza di un sindaco
"scaduto". Il prefetto l'ha immediatamente resa effettiva. E' proprio vero
che sono sempre i poveri a pagare.
Ma ho visto un gruppo di fuggiaschi fuori dalla stazione Gianturco: donne
incinte, bambini che piangevano. Ora vivono nella diaspora, nella quasi
totale indifferenza delle istituzioni e dei cittadini. E' questa l'Italia
democratica? E' cosi' che trattiamo i rom? Non e' forse cosi' che trattiamo
anche gli immigrati chiudendoli nei "Centri di permanenza temporanea", veri
campi di concentramento? I poveri a nord come a sud, a Napoli come a
Nairobi, non contano! Eppure sono volti!

2. RIFLESSIONE. GIULIO VITTORANGELI: LA FATTORIA DEGLI ANIMALI
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento. Giulio Vittorangeli e' uno dei fondamentali collaboratori
di questo notiziario; nato a Tuscania (Vt) il 18 dicembre 1953, impegnato da
sempre nei movimenti della sinistra di base e alternativa, ecopacifisti e di
solidarieta' internazionale, con una lucidita' di pensiero e un rigore di
condotta impareggiabili; e' il responsabile dell'Associazione
Italia-Nicaragua di Viterbo, ha promosso numerosi convegni ed occasioni di
studio e confronto, ed e' impegnato in rilevanti progetti di solidarieta'
concreta; ha costantemente svolto anche un'alacre attivita' di costruzione
di occasioni di incontro, coordinamento, riflessione e lavoro comune tra
soggetti diversi impegnati per la pace, la solidarieta', i diritti umani. Ha
svolto altresi' un'intensa attivita' pubblicistica di documentazione e
riflessione, dispersa in riviste ed atti di convegni; suoi rilevanti
interventi sono negli atti di diversi convegni; tra i convegni da lui
promossi ed introdotti di cui sono stati pubblicati gli atti segnaliamo, tra
altri di non minor rilevanza: Silvia, Gabriella e le altre, Viterbo, ottobre
1995; Innamorati della liberta', liberi di innamorarsi. Ernesto Che Guevara,
la storia e la memoria, Viterbo, gennaio 1996; Oscar Romero e il suo popolo,
Viterbo, marzo 1996; Il Centroamerica desaparecido, Celleno, luglio 1996;
Primo Levi, testimone della dignita' umana, Bolsena, maggio 1998; La
solidarieta' nell'era della globalizzazione, Celleno, luglio 1998; I
movimenti ecopacifisti e della solidarieta' da soggetto culturale a soggetto
politico, Viterbo, ottobre 1998; Rosa Luxemburg, una donna straordinaria,
una grande personalita' politica, Viterbo, maggio 1999; Nicaragua: tra
neoliberismo e catastrofi naturali, Celleno, luglio 1999; La sfida della
solidarieta' internazionale nell'epoca della globalizzazione, Celleno,
luglio 2000; Ripensiamo la solidarieta' internazionale, Celleno, luglio
2001; America Latina: il continente insubordinato, Viterbo, marzo 2003. Per
anni ha curato una rubrica di politica internazionale e sui temi della
solidarieta' sul settimanale viterbese "Sotto Voce" (periodico che ha
cessato le pubblicazioni nel 1997). Cura il notiziario "Quelli che
solidarieta'"]

La democrazia non e' in buona salute in nessuna parte del mondo, ed anche in
Italia non scherziamo. Come e' stato scritto, viviamo in un'epoca in cui i
maiali (quelli della Fattoria degli animali di orwelliana memoria)
governano, gli asini parlano, scrivono o tengono comizi, le volpi fanno i
ministri, le gazze e i vampiri amministrano, gli sciacalli fanno i bottegai,
i topi gestiscono l'ambiente, i formichieri fanno carriera (questione di
lingua), i lupi scalano borse e banche, i camaleonti si candidano dal
centro-destra al centro-sinistra, a conferma che la politica per molti e'
diventata solo politicantismo, e chi piu' ne ha piu' ne metta.
Viviamo ingabbiati in mezzo agli equivoci in cui la societa' stempera i suoi
sensi di colpa, nel chiasso indicente della societa' consumistica e
mediatica. Diciamo di stare dalla parte delle vittime, di stare ogni volta
dalla parte di ogni vittima, ma siano nella confusione piu' totale nei
confronti dei conflitti del mondo globale. Essere dalla parte dei
palestinesi vittime della politica del governo israeliano e
contemporaneamente essere dalla parte degli israeliani vittime delle stragi
provocate dagli attentatori omicidi-suicidi, e' cosa piu' complessa del
previsto, richiede un impegno piu' limpido, convinto e adeguato da parte di
tutti. Se no non si spiega come una causa sacrosanta come l'esistenza dello
stato di Israele possa apparire essere fatta propria esclusivamente dal
quotidiano "Il foglio", un giornale che quotidianamente sostiene lo "scontro
di civilta'", il primato dell'Occidente sul resto del mondo, la guerra in
Iraq e altrove.
Cosi' come, a un anno dalla morte di Yasser Arafat (l'ipotesi che sia stato
avvelenato e' oramai convinzione di una larga fetta dell'opinione pubblica
in Palestina e nel mondo arabo), e dal cambio della guardia ai vertici
dell'Autorita' nazionale palestinese, "con nuovi interlocutori graditi,
almeno sulla carta, agli Stati Uniti, non ha fatto riscontro un cambiamento
della situazione nei Territori palestinesi occupati, dove continuano
repressioni, uccisioni mirate e ogni tipo di violenza ai danni della
popolazione civile, a riprova del fatto che Israele continua a non essere
disposta a rispettare ne' le risoluzioni delle Nazioni Unite ne' quanto
previsto dagli accordi di Oslo o dalla Road Map. Il ritiro dai territori
illegalmente occupati, lo smantellamento delle colonie ebraiche, la
creazione di uno stato palestinese sovrano, la soluzione del problema di
Gerusalemme e del ritorno dei profughi non hanno mai fatto parte, nemmeno
formalmente, dell'agenda del governo israeliano, nonostante siano punti
imprescindibili per poter almeno teorizzare un avvicinamento a una soluzione
politica del conflitto" (Ali Rashid, sul "Manifesto" del 12 novembre 2005).
Sembra che resti solo la sensibilita' individuale, davanti alla paralisi
politica, anche nelle cose di casa nostra. Solo per fare un esempio: tanto
parlare dell'assurdita' ed anche disumanita' dei Centri di permanenza
temporanea (i famigerati Cpt), ma davvero abbiamo la certezza che
l'auspicato cambio di governo portera' alla loro chiusura?
Ed ancora, l'uso del fosforo bianco a Falluja, ennesimo crimine di guerra,
perche' non scardina la gabbia della politica attuale?
*
Cosi' non ci resta che scrivere, cercando di incollare insieme i frammenti
di un mondo assediato dalle catastrofi e dal mosaico delle guerre e del
terrorismo. Quel terrorismo che prospera e trova consenso, perche' si
presenta (e poco importa se cosi' non e') come il veicolo di riscatto per i
poveri del mondo, cioe' per oltre meta' del genere umano a cui l'Occidente
destina, quando non e' piu' conveniente distruggerle, le briciole del
proprio benessere. Far partire tutto l'armamentario del terrorismo islamico
dall'11 settembre 2001 e' un espediente tattico. E' una semplificazione
eccessiva di un fenomeno complesso e sfaccettato. Prima della prima guerra
del Golfo, quel terrorismo, come fenomeno internazionale, quasi non
esisteva. Il terrorismo islamico con le sue caratteristiche odierne e' nato
quindici anni fa.
Scrivere, cercando di rompere questo crescendo di paure ed atrocita'
(stragi, fame, squilibri economici, ecc.), che caratterizzano la nostra
quotidianita'. Sintomi apparentemente banali, come le scritte razziste che
imbrattano i muri delle nostre citta', o i pestaggi, fino alle teste rasate
con le croci uncinate e con tutti i tatuaggi mentali che rimandano a quel
periodo di follia criminale culminato in Auschwitz.
Scrivere, cercando di rompere quell'armatura di carta che la futilita' delle
chiacchiere quotidiane ci incolla addosso. Perche' l'indifferenza, il
disimpegno morale, sono spesso la piu' feroce delle prigioni nelle quali si
confisca la fiducia nel futuro e delle relazioni umane.
Cercando le verita' scomode che scorticano i pensieri; le parole che
tracciano il futuro.

3. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: I FUOCHI DI PARIGI
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questo
intervento. Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di
questo foglio, ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno
di pace e di nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha
fondato con altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il
foglio", che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel
Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian
Peace Research Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro
Interatenei Studi per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo
comitato della rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione
col Centro Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento
Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora
a varie prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del
"non uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto
il Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; e' disponibile nella rete telematica la
sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia
storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente
edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il
principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha
curato la traduzione italiana), e che e stata piu' volte riproposta anche su
questo foglio, da ultimo nei fascicoli 1093-1094; vari suoi interventi sono
anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e alla pagina web
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu' ampia
bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15
novembre 2003 di questo notiziario]

Mentre provo a commentare i brutti casi francesi, i fuochi di Parigi si
allargano in Europa. Il cardine insostituibile in ogni ragionamento sui
conflitti violenti e' la responsabilita' personale: nessun male sociale
toglie la responsabilita' della violenza personale. Altrettanto e' vero che
nessuna responsabilita' personale esonera la societa' dall'esame e
riconoscimento dei propri mali. Ora, il carattere prevalente delle nostre
societa' e' la corsa individuale al successo, identificato nel possesso
abbondante. Questa ideologia indiscussa e' martellata nelle menti in ogni
istante, da ogni voce e immagine della onnipervasiva propaganda seduttiva e
corruttrice, del vivere come avere per se' e primeggiare sugli altri. Se la
vita e' una gara, se la societa' crea e premia "vincenti", crea e punisce
contemporaneamente e in numero assai maggiore, masse di perdenti, quindi
frustrati e arrabbiati. Se vivere e' vincere o perdere, la vita e' una
guerra con tutti i mezzi. E la societa' e' gia' distrutta, prima che la
violenza interiorizzata produca atti violenti.
L'immigrazione, la mancata integrazione in societa' capaci di pluralismo
culturale e religioso, in Francia l'eredita' del dominio coloniale, gli
attriti tra culture e costumi diversi: queste sono solo componenti del
problema, non il problema. Il problema e': con quale senso viviamo insieme,
abitiamo le stesse citta', ci muoviamo e ci incontriamo sulle vie e nei
luoghi comuni? Se ci sono luoghi comuni, spazi e piazze, che sono le case
dell'abitare sociale. Se c'e' un senso che sia dare e ricevere, non togliere
agli altri.
Il commento piu' esatto e lungimirante sui casi francesi mi sembra quello di
Gorbaciov ("La Stampa", 11 novembre 2005). L'individualismo, che ha funzione
liberatrice nei confronti dei totalitarismi antichi o nuovi, dell'ancien
regime come dei fascismi e stalinismi, si rovescia in distruzione quando non
si sa vivere in positivo la liberta' conquistata. La liberta' atomizzata
disintegra l'umanita' e le persone. La liberta' costruttiva di relazioni
nella giustizia, realizza le persone e la societa'.
*
Le piccole politiche dei governi, nell'emergenza, oscillano tra la
repressione dura, segno disperato del tutto analogo a quello dei violenti, e
la proclamazione frettolosa di nuovi provvedimenti per settori sociali e
territoriali emarginati, segno tardivo di impotenza culturale. La violenza
e' sempre grave, va giudicata, ma anche interpretata. In casi come questi,
essa, anche per le forme che adotta, e' soprattutto domanda di
riconoscimento (cfr. Jean-Marie Muller, Il principio nonviolenza, Pisa
University Press, 2004, pp. 48-50; cfr. anche Comprendere la violenza della
rivolta, nel mensile torinese "il foglio", n. 289, febbraio 2002).
La violenza sfacciata ed esibita dei ricchi provoca la violenza dei poveri,
o dei meno ricchi, o degli invidiosi, o degli intossicati e frustrati dal
mito dell'abbondanza. La violenza strutturale della disuguaglianza celebrata
provoca alla violenza la giusta esigenza di eguaglianza sostanziale. La
violenza strutturale dell'esclusione provoca la ricerca violenta
dell'inclusione. La manifestazione degli aspetti violenti di una cultura
dominante provoca nelle culture dominate lo scatenamento delle loro
componenti violente. Non esiste il fossato che si vorrebbe tra violenti e
non violenti, perche' la rinuncia alla violenza e la conversione alla
gestione nonviolenta dei conflitti e' compito e problema di tutti, di tutte
le culture, senza esoneri. Percio' il primo provvedimento, il piu' saggio,
in conflitti come questo che attraversa l'Europa, e' la ricerca di
comunicazione, di parola, di colloquio - se ancora e' possibile, e deve
esserlo - con chi, senza parola ascoltata, ricorre a bruciare le auto, denso
simbolo del nostro vivere separato.

4. RIFLESSIONE. PAOLA AZZOLINI INTERVISTA LUCE IRIGARAY
[Dal sito della Libreria della donne di Milano (www.libreriaelledonne.it)
riprendiamo la seguente intervista dal titolo "Pensare il cambiamento. Come
definire le condizioni per una cultura e una convivenza tra soggetti
differenti" apparsa sulla rivista "Leggendaria", n. 50, giugno 2005.
Paola Azzolini e' scrittrice, giornalista, critica letteraria; collabora con
"L'Arena di Verona", ha curato edizioni di opere di Manzoni e Capuana,
pubblicato studi su vari temi di letteratura italiana otto-novecentesca,
svolto ricerche sulle scrittrici italiane del Novecento, contribuito a varie
pubblicazioni. Tra le opere di Paola Azzolini: Il cielo vuoto dell'eroina,
Bulzoni, Roma 2002.
Luce Irigaray, nata in Belgio, direttrice di ricerca al Cnrs a Parigi, e'
tra le piu' influenti pensatrici degli ultimi decenni. Opere di Luce
Irigaray: Speculum. L'altra donna, Feltrinelli, Milano 1975; Questo sesso
che non e' un sesso, Feltrinelli, Milano 1978;  Amante marina. Friedrich
Nietzsche, Feltrinelli, Milano 1981; Passioni elementari, Feltrinelli,
Milano 1983; Etica della differenza sessuale, Feltrinelli, Milano 1985;
Sessi e genealogie, La Tartaruga, Milano 1987; Il tempo della differenza,
Editori Riuniti, Roma 1989; Parlare non e' mai neutro, Editori Riuniti, Roma
1991; Io, tu, noi, Bollati Boringhieri, Torino 1992; Amo a te, Bollati
Boringhieri, Torino 1993; Essere due, Bollati Boringhieri, Torino 1994; La
democrazia comincia a due, Bollati Boringhieri, Torino 1994; L'oblio
dell'aria, Bollati Boringhieri, Torino 1996]

Luce Irigaray, a Verona nel marzo scorso nell'ambito del seminario
organizzato dall'associazione "Il filo di Arianna" sul tema "L'insostenibile
violenza delle donne", ci ha gentilmente aggiornato sul suo lavoro e sulle
sue ultime pubblicazioni. Sono passati trent'anni dalla pubblicazione in
Italia di Speculum. L'altra donna, nella splendida traduzione di Luisa
Muraro, ma l'attualita' e il valore rivoluzionario del suo pensiero rimane
intatto. Come intatta rimane la ricezione che in Italia ha trovato la sua
filosofia, centrata sulla necessita' di recuperare la mancata esperienza
dell'altro, il dialogo fra i generi, che e' alla base di qualsiasi altro
dialogo fra entita' e individui diversi. In questi anni Luce Irigaray ha
ulteriormente sviluppato la sua riflessione, affrontando il tema della
differenza a livello di democrazia e di linguaggio, cioe' di educazione dei
giovani. Secondo Irigaray e' necessario oggi lavorare a livello educativo
alla costruzione di un terreno comune tra i sessi, fatto da un linguaggio e
una cultura condivisi, nel rispetto delle reciproche differenze. Inoltre ha
preso posto fra i temi della sua riflessione quello della felicita' e
dell'energia vitale.
*
- Paola Azzolini: Quali sono i tuoi interessi e i tuoi progetti di lavoro in
questo periodo?
- Luce Irigaray: In questi ultimi anni lavoro anzitutto alla terza parte
della mia opera: definire e mettere in pratica le condizioni per una cultura
e una convivenza fra soggetti differenti, di cui il paradigma piu'
universale e' la relazione uomo e donna, uomini e donne. La prima parte del
mio lavoro era dedicata alla critica di una cultura basata e gestita a
partire da un unico soggetto, sedicente neutro, in realta' maschile. La
seconda parte era centrata sulla definizione di valori necessari per
assicurare l'autonomia del soggetto femminile. Certo le tre parti si
mescolano e interagiscono: si parla della necessita' di una cultura a due
soggetti gia' in Speculum. Il mio lavoro attuale e' piu' costruttivo.
Probabilmente per questo e' meno apprezzato da donne che si fermano alla
critica, alla decostruzione, piu' che curarsi di creare una nuova cultura.
*
- Paola Azzolini: Quello che dici potrebbe spiegare la violenza, di cui sono
protagoniste oggi le donne e di cui tanto si parla?
- Luce Irigaray: Forse le donne che, per tanti secoli, hanno provato contro
di se' la violenza patita hanno bisogno di farla uscire, di manifestarla
esteriormente. La critica, una certa comprensione della decostruzione
corrispondono a gesti assai aggressivi di cui sembra necessitino certe
donne. Capisco questa necessita' ma temo che fermarsi alla critica o
all'identificazione all'oppressore non possano essere un modo di acquisire
una vera autonomia, soprattutto quando si tratta di un atteggiamento globale
e non solo intellettuale. Per di piu' non fa sbocciare la felicita'. Da li'
risulta un circolo vizioso, in cui la donna genera la propria infelicita'.
*
- Paola Azzolini: Sarebbe interessante avere qualche notizia sulle tue
recenti pubblicazioni, non ancora uscite in Italia...
- Luce Irigaray: I miei ultimi libri, stampati dapprima in inglese, trattano
delle vie per giungere a una cultura a due soggetti piu' giusta e felice. La
via dell'amore (The Way of Love) propone cammini, segnatamente nel parlare,
per potere avvicinarsi all'altro ed entrare in dialogo. Cerco di far sentire
come il fatto di risolvere la questione della convivenza fra i sessi, i
generi, ci aiuta a trattare le altre differenze: di generazione, di cultura,
di razza... Lo stesso atteggiamento vale in ogni caso: rispettare le
differenze dell'altro. E' sbagliato opporre o contrapporre la differenza fra
i sessi e la differenza fra le culture o le razze come fanno certi o certe.
Ma e' vero che, in primo luogo, e' necessario confrontarsi con la differenza
fra i sessi che coinvolge l'intera persona e ci costringe a coltivare i
nostri istinti. E anche stata pubblicata una raccolta di venti testi (Luce
Irigaray, Key Writings, 2004) organizzati in cinque parti: filosofia,
linguaggio, arte, spiritualita', politica, che trattano dello stesso
argomento: come elaborare una cultura che non supponga un soggetto neutro e
universale, ma che tenga conto della o delle differenze in ogni ambito.
*
- Paola Azzolini: Il tuo lavoro tiene conto della realta'? Non rischia di
fermarsi alla teoria?
- Luce Irigaray: Il mio lavoro suscita entusiasmo quando lo conoscono
anzitutto da parte dei piu' giovani ma provoca anche rigetto, perche' tocca
la realta' e chiede di cambiarla, di evolversi. Molti discorsi oggi sono
fondati sull'ideologia, per di piu' un'ideologia non adatta al presente:
sono ascoltati dalla gente gia' convinta, su cui esercitano una sorta di
seduzione e repressione morale che si propaga come cio' su cui conviene
accordarsi; sono sostenuti dai mass-media perche' incontrano il successo di
un rumore che si comunica, di cui si parla ma che non chiede lo sforzo di un
cambiamento, per prima di se stessi. Sono discorsi abbastanza formali e
conformisti che tuttora pretendono di imporre la loro legge su un pensiero
piu' vicino alla realta' come quello che si preoccupa di differenza
sessuale. Una realta' difficile da negare.
*
- Paola Azzolini: Dunque tu non rinunceresti alle tue posizioni, nonostante
le recenti polemiche fra posizioni rispetto all'eguaglianza e quelle che si
confrontano con la differenza?
- Luce Irigaray: Non so tutto su questo. Non posso nemmeno essere
responsabile di tutte le proposte che si fanno ormai in nome della
differenza. Ma senza dubbio restero' fedele al mio pensiero, quali che siano
le resistenze che incontro, quali che siano le violenze che patisco a causa
di esso. Penso che il mio pensiero non e' ancora bene capito da alcuni e
alcune, ma anche che altri o altre si impegnano perche' sia cosi'. E' un
peccato. Perche' oltre al fatto che questo pensiero e' necessario per
passare ad un'altra tappa della cultura, e' indispensabile per cambiare i
nostri atteggiamenti, fra l'altro amorosi, nei confronti dell'altro, di ogni
sorta di altro.
*
- Paola Azzolini: Poco tempo fa ci ha lasciato Renzo Imbeni, con cui tu hai
collaborato fra l'altro quando era vicepresidente del Parlamento Europeo. Da
questo incontro sono nati due dei tuoi libri, La democrazia comincia a due e
Amo a te. Potresti rievocare questo personaggio importante e la tua
collaborazione con lui?
- Luce Irigaray: La mia stima per Renzo Imbeni e' nata dalla sua capacita'
di mettere in pratica le sue convinzioni senza limitarsi a belle parole.
Renzo Imbeni e' il solo che mi ha salutata dopo il mio intervento all'ultimo
congresso del Pci. Mi ha affidato la gestione delle serata dedicata alla sua
elezione al Parlamento Europeo malgrado la resistenza di persone del suo
partito, come racconto nel prologo di Amo a te. Ha anche accettato di
lavorare insieme a me al progetto di codice di cittadinanza nell'ambito del
Parlamento Europeo, come spiego ne La democrazia comincia a due. Un uomo di
una simile onesta', convivialita', disponibilita', non si incontra spesso.
Anche qui temo che molti e molte non abbian capito bene il senso e lo scopo
della nostra relazione: dedicata a una democrazia fondata sulla differenza.

5. LIBRI. LETIZIA TOMASSONE PRESENTA "QUINTESSENZA" DI MARY DALY
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 12 novembre 2005.
Letizia Tomassone (per contatti: carrarametodista at libero.it), pastora
valdese, attualmente pastora della chiesa evangelica metodista di Carrara,
gia' impegnata nell'esperienza di Agape, e' una delle figure piu'
prestigiose dell'impegno per la pace, di solidarieta', per i diritti umani.
Su Mary Daly riportiamo alcuni stralci da una breve nota di Luciana
Percovich del 2002: "Mary Daly e' tra le piu' potenti creatrici di pensiero,
linguaggio e visione generate dal Movimento Femminista degli anni '70.
Filosofa, teologa, femminista radicale, ha pubblicato fino ad oggi sette
libri: The Church and the Second Sex, 1968; Beyond God the Father: toward a
Philosophy of Women's Liberation, 1973; Gyn/Ecology: the Metaethics of
Radical Feminism, 1978; Pure lust: Elemental Feminist Philosophy, 1984;
Websters' First New Intergalactic Wickedary of the English Language, 1987;
Outcourse: the Be-Dazzling Voyage, 1992; Quintessence: Realizing the Archaic
Future, 1998. Per molti anni docente di Etica Femminista al Boston College,
Massachusetts, da cui e' stata licenziata e chiusa letteralmente fuori dal
suo ufficio"; per piu' ampie notizie si veda il profilo in "Nonviolenza.
Femminile plurale" n. 21 del maggio 2005]

La forza che viene dal sapere di avercela fatta e' quella nota di gioia che
Mary Daly ci regala con il suo ultimo libro: Quintessenza. Realizzare il
futuro arcaico (Venexia, pp. 284, euro 19). Se infatti i suoi testi dagli
anni '70 in poi erano osservatori privilegiati per esprimere la "rabbia
selvaggia" delle donne per la miseria, la cancellazione in cui vivono nel
mondo patriarcale, e se molti suoi testi sono stati occasioni per rendere
visibile, nominandola, la violenza contro le donne e la loro oppressione
fisica e simbolica, questo volume edito con coraggio, in Italia, da Luciana
Percovich, mostra come la "rabbia" puo' diventare consapevolezza e
possibilita' di vita piu' intensa, e dar luogo al "salto nel futuro
arcaico". Scrive Daly: "Quando una Cercatrice Vede, Nomina e Agisce
Vegliarda-mente i suoi Momenti/Movimenti nel Tempo, la sua conoscenza della
Quarta Dimensione e' ravvivata e lei Stessa diventa piu' Viva. Si riempie di
Ginergia (l'energia femminile, ndr) ed e' mossa dalla Brama di Balzare in
avanti. E' spinta a Volare oltre nel Futuro Arcaico per Irrompere nella
Quinta Dimensione, dove/quando puo' essere Presente in modo sempre piu'
consapevole partecipando alla Danza Abbagliante dell'Universo - l'Armonia
Cosmica, la Quintessenza". Parole che rivelano da subito come Daly lavori
profondamente sul linguaggio per svelarne dimensioni occultate e ribaltarne
i significati. Svelando come la cultura patriarcale abbia spesso rovesciato
in negativo termini che esprimevano forza e liberta' femminile, come
"Vegliarde", "Donne Selvagge", "Ammaliatrici"...
*
Mary Daly era gia' nota in Italia soprattutto per questo lavoro sul
linguaggio e sul nominare la realta' e Dio. Con saggi come La Chiesa e il
secondo sesso (Rizzoli, '82) e Al di la' di Dio Padre (Editori Riuniti,
'91), gli unici tradotti in italiano e purtroppo ormai fuori catalogo.
Centrale per la ricerca delle teologhe femministe e' la sua affermazione che
il "nominare Dio" al femminile (per esempio come Madre) non sposta i
rapporti simbolici e materiali tra donne e uomini se questo nome resta un
sostantivo. Il nominare che trasforma le relazioni e' una "dinamica
dell'essere" e puo' essere espresso solo con un verbo. "Nell'idea di Mary
Daly l'essere e' apertura, rilancio, movimento squilibrante e la' dove si
mostra la differenza di essere donne e uomini come squilibrio, e se ne da'
testimonianza, si partecipa di tale movimento - scrive Chiara Zamboni in
Parole non consumate, Liguori 2001 -. Altrimenti il linguaggio puo' dire la
differenza sessuale come costruzione storica, puo' usare i generi
grammaticali femminili, e introdurre la parola "Dea" nel cristianesimo, ma
se non c'e' una esposizione dinamica della nostra compromissione, il
linguaggio rimane statico, solo sostantivo e non verbo, scollegato dal
movimento dell'essere. C'e' parola di verita' e di vita la' dove c'e'
esposizione di noi, la' dove simbolico e testimonianza sono legate".
Ma il lavoro di Daly sul linguaggio e' continuato con un suo praticare in
modo sempre piu' vorticoso parole ri-dette, fino ad arrivare alla
compilazione, con Jane Caputi, di un Dizionario (il Websters' First New
Intergalactic Wickedary of the English Language, '87). La qualita' di
Quintessenza non sta quindi nel suo linguaggio, linguaggio sperimentato e
praticato con radicalita' fin dagli anni '80, ma dalla visione dell'incontro
con le "Compagne del Futuro Arcaico". Naturalmente il Futuro puo' essere
Arcaico solo se richiama una "brama" intensa di realizzare del nuovo e se
dice qualcosa non solo di cio' che vogliamo costruire, ma di cio' che ci
precede. Anzi, in un certo senso, e' proprio perche' c'e' stato un passato
"fuori dal patriarcato" che ci e' possibile incontrare un "futuro libero".
*
Quintessenza racconta dell'incontro fra le donne dell'Era Biofila e Mary
Daly, la quale viaggia tra il 2048, in cui loro vivono, e la vecchia realta'
datata 1998. L'incontro costituisce il presente che fonda il futuro e
trasmette forza alle Viaggiatrici nell'era necrofila, cioe' nel patriarcato.
Ed e' narrato a due voci. Quella di Daly che nel '98 denuncia l'oppressione
delle donne attraverso le violenze, le guerre, le spiritualita' patriarcali,
le biotecnologie e le tecniche di procreazione assistita, cioe' tutte quelle
cose che distruggono la differenza e l'armonia della vita e fanno avvizzire
la nostra mente e la nostra immaginazione. E quella di Anonima che, nata
all'inizio dell'"Era Biofila", e' piena di curiosita' per queste antenate
costrette a sviluppare la loro resistenza e la loro "Indocilita'" in una
situazione cosi' violenta e triste. Anonima arrivare ad evocare Mary Daly
per incontrarla.
E' dunque in gioco il desiderio. Il desiderio di realizzare la propria
integrita' spinge Daly al "Salto nella Quinta Dimensione", e il desiderio di
capire spinge Anonima a creare le condizioni perche' il "Qui" diventi luogo
di incontro. Quello raccontato in Quintessenza e' un incontro profondo tra
generazioni, mosso dal desiderio reciproco. Daly lo sa, ed esprime anche la
frustrazione che accompagna questo tipo di incontro nell'era patriarcale,
quando a ogni generazione bisogna ricominciare daccapo, perche' la "Memoria
della Donne Selvagge" e' continuamente cancellata. E "nominare connessioni,
in modo che potessimo continuare a fare le nostre analisi piu' in
profondita' e raggiungere la radice dei problemi" e' esattamente il compito
che Daly assegna al suo lavoro. Connessioni tra passato e futuro per il qui
del presente.
Nell'era necrofila, scrive Daly, "divenne difficile per molte nominare le
connessioni tra la crescente oppressione delle donne da parte dei movimenti
e dei regimi fondamentalisti sparsi nel mondo e la violazione e la
distruzione delle donne e della natura da parte dell'impero nectec (di
tecnologia necrofila, ndr)". L'opera del patriarcato necrofilo appare
infatti in Quintessenza come un'opera continua di cancellazione della "Vita"
e dell'esistenza delle donne e le donne, nella loro "Giusta Rabbia", possono
superare queste cancellazioni "Spiraleggiando Via". Nel "Continente
Ritrovato", un luogo di armonia e sincronia con natura e animali che e'
anche, pero', l'immagine di quella Quinta Dimensione o Quinta regione che
diventa il centro di espansione della "Presenza" delle creature "Biofile".
*
Il testo di Daly, impregnato di spiritualita', e' quindi profondamente
politico. Le Antenate del Futuro sono per noi risorsa e occasione di
ricordare che il mondo e' altro dalla violenza e manipolazione di corpi,
anime e menti, e che ogni forza empatica degli umani (delle donne) con gli
altri esseri viventi puo' trasformare la realta' e farci fare un balzo nello
"Stato di Grazia Naturale". "Man mano che le Capricciose Donne Vagabonde si
radicano sempre di piu' nello Stato di Grazia Naturale, riconosciamo la
consapevolezza delle sincronicita'/Sin-crone-citta' come un segno che stiamo
entrando in armonia con le altre creature Elementali, stiamo cioe' scoprendo
la Quintessenza, che e' l'Integrita' Supremamente Armoniosa dell'Universo e
Fonte di Estasi".

6. LIBRI. TONINO BUCCI INTERVISTA PINO CACUCCI SU NAHUI OLIN
[Dal quotidiano "Liberazione" del 6 novembre 2005.
Tonino Bucci, giornalista, scrive di temi culturali sul quotidiano
"Liberazione".
Pino Cacucci e' nato nel 1955 ad Alessandria, cresciuto a Chiavari (Ge), e
trasferitosi a Bologna nel 1975 per frequentare il Dams; all'inizio degli
anni ottanta ha trascorso lunghi periodi a Parigi e a Barcellona, a cui sono
seguiti i primi viaggi in Messico e in Centroamerica, dove ha poi risieduto
per alcuni anni; romanziere e saggista, all'attivita' narrativa affianca un
intenso lavoro di traduttore di letteratura spagnola e latinoamericana
(oltre una quarantina i titoli finora tradotti), collabora a riviste e
giornali, e' coautore di soggetti e sceneggiature per il cinema e il
fumetto. Tra le opere di Pino Cacucci: Outland Rock; Puerto Escondido; San
Isidro Futbol; Tina; Punti di fuga; Forfora e altre sventure; In ogni caso
nessun rimorso; La polvere del Messico; Camminando, incontri di un
viandante; Demasiado Corazon; Ribelli!; Gracias Mexico; Mastruzzi indaga,
Nahui.
Carmen Mondragon, in arte Nahui Olin, pittrice, poetessa, ispiratrice di
artisti, e' stata una delle protagoniste della cultura messicana negli anni
venti e trenta]

Torna come un motivo ricorrente il Messico sullo sfondo dei personaggi di
Pino Cacucci. Nei suoi romanzi ha raccontato storie di ribelli e
rivoluzionari, di ideali e passioni politiche, di sconfitte e redenzioni,
tutte legate da un filo comune al continente latinoamericano. Quasi sempre
accade che nelle parole e nelle azioni dei suoi personaggi prevalga il
desiderio dell'emancipazione, ma anche della ricerca delle origini di un
continente stuprato dal colonialismo. Nell'ultimo lavoro di Cacucci, Nahui
(Feltrinelli, pp. 234, euro 14) lo sfondo e' uguale, ma cambia la storia e
il protagonista. Anzi, la protagonista, visto che stavolta la figura
centrale e' una donna, Carmen Mondragon. Una donna inquieta, figlia di un
generale, protagonista di scandali ed eventi culturali durante la
rivoluzione messicana. Non e' un personaggio politico, almeno non nel modo
tradizionale in cui lo sono gli altri nei precedenti racconti di Cacucci. La
sua rivoluzione nasce nella ribellione alle convenzioni familiari, nei
rapporti privati, nel modo di vivere l'erotismo e l'arte nella vita. Il suo
nome adottivo, in azteco, e' Nahui Olin.
*
- Tonino Bucci: Per Nahui Olin la politica nasce da dentro, da una forte
carica interiore. Un personaggio anomalo, no?
- Pino Cacucci: E' da anni che porto nella memoria il personaggio di Nahui
Olin - che in realta' si chiamava Carmen Mondragon. Mi sono imbattuto in
questa figura fin dai tempi in cui ero alla ricerca delle tracce di Tina
Modotti, negli anni Ottanta. Ho scoperto un mondo di relazioni profonde, di
passione e creativita'. Frida Khalo, i pittori muralisti. Tutto si
mescolava, l'arte stessa era politica. Anche i rapporti interpersonali erano
improntati alla ribellione. La politica era sempre presente. Di Nahui Olin
venni a sapere in alcune citazioni frettolose. Sapevo che aveva posato per i
murales di Diego Rivera. Ancora oggi, il suo volto si puo' vedere in diversi
dipinti murali.
*
- Tonino Bucci: Ha lasciato anche degli scritti, per quanto poco
conosciuti...
- Pino Cacucci: E molti quadri che ora sono sparsi in varie collezioni.
Negli anni Ottanta ci fu una mostra delle opere di Nahui Olin e delle foto
che le erano state scattate da Antonio Garduno e Edward Weston. Fu
quest'ultimo a dire che i migliori ritratti da lui fatti in Messico erano
proprio quelli di Nahui. E aggiunse che bisognava essere di pietra per non
innamorarsi di lei. Frasi come queste non possono non accendere la
curiosita' per un personaggio del genere. In questi ultimi anni sono andato
anche nei luoghi in cui aveva vissuto, tra i quali il bellissimo ex convento
della Merced. Qui abito' insieme a Gerardo Murillo, un vulcanologo, con il
quale ebbe una storia d'amore.
*
- Tonino Bucci: Oltre a una biografia intensa, Nahui Olin ha avuto anche una
psicologia tormentata, a tratti cupa. E' cosi'?
- Pino Cacucci: Si', visse traumi profondi che la segnarono. C'e' chi la
riteneva una pazza, una folle. C'e' chi racconta che aveva perso il senno.
Ma ci sono testimonianze sull'ultimo periodo della sua vita, quando era
stata abbandonata da tutti e molti la consideravano una pazza che guardava
il sole e dava da mangiare ai gatti, che dicono il contrario. Un libraio al
quale capito' d'incontrarla, racconta che era lucidissima, che si recava
spesso nella sua libreria e che amava discutere di Cesare Pavese - una sua
grande passione. Da questi racconti si capisce come non fosse per nulla
pazza. Aveva semplicemente chiuso i rapporti con il mondo.
*
- Tonino Bucci: Alla sua biografia fa da sfondo Citta' del Messico. Cosa
faceva di questa capitale una citta' rivoluzionaria?
- Pino Cacucci: Ho coltivato questa passione per Nahui Olin anche come
emblema di quell'epoca memorabile che furono gli anni '20 e '30 a Citta' del
Messico. Non bisogna dimenticare che la prima rivoluzione del secolo fu
quella messicana. Fu certamente una rivoluzione lunga, a fasi alterne, un
susseguirsi di colpi di stato, controrivoluzioni, tregue e riprese delle
armi. Ma aveva una matrice messicana, un legame con le proprie radici e la
propria cultura come testimonia l'alta partecipazione di poeti,
intellettuali, scrittori, artisti. Fu una rivoluzione che tento' di
costruire l'uomo nuovo, come si diceva allora, una nuova societa' e un modo
diverso d'intendere i rapporti tra le persone. E tantissime furono le donne
protagoniste. Molte nell'arte e nel teatro, ma e' difficile fissare queste
biografie in un'unica attivita' e questo vale anche per gli uomini. Facevano
tante cose. Nahui scriveva, dipingeva, componeva versi ed era anche
musicista. Purtroppo non restano spartiti delle sue composizioni, ma
sappiamo che era una grande pianista. Questa grande fervore alla fine ha
messo radici, Citta' del Messico rimane ancora oggi una metropoli
culturalmente viva. Harold Pinter - scrittore che stimo per l'impegno
politico e per le cose che dice - anni fa disse "quando voglio respirare
cultura nuova vado a Citta' del Messico. Altro che Londra o New York!". Non
ci rendiamo conto di quanto succede a Citta' del Messico in campo culturale.
*
- Tonino Bucci: Il Messico e' un miscuglio di avanguardia culturale e
arretratezza, di eredita' coloniale e ricerca delle radici indigene. Sara'
per questo, come scrive nel suo romanzo, che e' incomprensibile per chiunque
non sia messicano?
- Pino Cacucci: A noi sembra paradossale. Anche la rivoluzione fu il parto
travagliato della modernita' di un Messico che pero' non voleva rinunciare a
certe tradizioni. Il Messico e' l'unico paese latinoamericano che confina
con gli Usa e, quindi, il primo a ricevere tutta la paccottiglia
subculturale che producono gli Stati Uniti. Ma e' anche il paese che in
tutto il continente latinoamericano e' piu' forte e difende le proprie
radici. C'e' una potente carica d'identita' culturale che mi ha sempre
affascinato. Ma, attenzione, non e' nazionalismo. E' qualcosa di piu'
profondo.
*
- Tonino Bucci: Anzi, questa riscoperta delle proprie origini inizia a
penetrare negli stessi Stati Uniti dove esiste una forte comunita' ispanica.
La scrittrice chicana Sandra Cisneros ne ha fatto un cavallo di battaglia.
E' un segno di ripresa?
- Pino Cacucci: Non dimentichiamo che meta' del territorio messicano e'
stato rubato a meta' dell'Ottocento dagli Usa. Il New Mexico, l'Arizona, la
California, il Texas, il Colorado, lo Utah. Che la' ci vivano dei messicani
e' naturale. Ci vivono da millenni. Prima erano aztechi, prima ancora maya.
Guillermo Arriaga, lo scrittore e sceneggiatore messicano, autore di Amores
Perros e di 21 grammi, ha detto: "Ci hanno tolto meta' del territorio, ma
state tranquilli, ce lo stiamo riprendendo". Con la piu' sana e pacifica
invasione.
*
- Tonino Bucci: Forse, al di la' degli aspetti politici - che furono
contraddittori - il risultato piu' originale della rivoluzione messicana fu
proprio la ricerca d'autonomia culturale. O no?
- Pino Cacucci: Il grande riscatto delle radici indigene parte proprio dalla
rivoluzione. Fino ad allora gli indigeni erano considerati servi e schiavi,
nei loro confronti prevaleva il razzismo. Ma da quel momento gli
intellettuali avrebbero preso coscienza e iniziato a rivendicare le origini
indigene anzichÈ vergognarsene come avevano sempre fatto. Questo si puÚ dire
anche dell'altra rivoluzione con il quale il Messico ha chiuso il '900, lo
zapatismo.
*
- Tonino Bucci: C'e' un filo che lega la prima e la seconda rivoluzione, tra
l'inizio e la fine del '900?
- Pino Cacucci: Sicuramente si'. Ambedue sono rivolte e rivoluzioni con
caratteri totalmente originali, autoctoni. Non hanno importato ideologie
dall'estero. Non hanno avuto bisogno di un Marx o di un Lenin come e' invece
avvenuto per altri paesi dell'Asia o dell'Africa. Il Messico aveva Zapata e
Pancho Villa, aveva i suoi uomini d'azione e i suoi pensatori. Non e'
casuale che questa eredita' non sia morta. E' frutto del sangue e del sudore
dei messicani.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1116 del 16 novembre 2005

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