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La nonviolenza e' in cammino. 1118



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1118 del 18 novembre 2005

Sommario di questo numero:
1. Un crimine
2. Piero Calamandrei: Epigrafi per donne, uomini e citta' della Resistenza
3. Enrico Peyretti ricorda don Michele Do
4. Marina Forti: La vita di Akbar Ganji e' in pericolo
5. Comitato scienziate e scienziati contro la guerra: Un appello
6. Nanni Salio: Errore di sistema
7. Natalia Aspesi: Isabelle Huppert, il mistero e l'arte
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. UN CRIMINE

Il Senato della Repubblica ridotto a bivacco di manipoli.
La Costituzione fatta a pezzi da un'orda di barbari.
I martiri della Resistenza assassinati la seconda volta.

2. MAESTRI. PIERO CALAMANDREI: EPIGRAFI PER DONNE, UOMINI E CITTA' DELLA
RESISTENZA
[I testi che qui ancora una volta riproponiamo sono estratti dal libro di
discorsi, scritti ed epigrafi di Piero Calamandrei, Uomini e citta' della
Resistenza, edito nel 1955 e successivamente ristampato da Laterza, Bari
1977 (l'edizione da cui citiamo), piu' recentemente riproposto da Linea
d'ombra, Milano 1994. Piero Calamandrei, nato a Firenze nel 1889 ed ivi
deceduto nel 1956, avvocato, giurista, docente universitario, antifascista
limpido ed intransigente, dopo la Liberazione fu costituente e parlamentare,
fondatore ed animatore della rivista "Il Ponte", impegnato nelle grandi
lotte civili]

VIVI E PRESENTI CON NOI
FINCHE' IN LORO
CI RITROVEREMO UNITI

MORTI PER SEMPRE
PER NOSTRA VILTA'
QUANDO FOSSE VERO
CHE SONO MORTI INVANO

(In limine al libro Uomini e citta' della Resistenza)

*

DA QUESTA CASA
OVE NEL 1925
IL PRIMO FOGLIO CLANDESTINO ANTIFASCISTA
DETTE ALLA RESISTENZA LA PAROLA D'ORDINE
NON MOLLARE
FEDELI A QUESTA CONSEGNA
COL PENSIERO E COLL'AZIONE
CARLO E NELLO ROSSELLI
SOFFRENDO CONFINI CARCERI ESILII
IN ITALIA IN FRANCIA IN SPAGNA
MOSSERO CONSAPEVOLI PER DIVERSE VIE
INCONTRO ALL'AGGUATO FASCISTA
CHE LI RICONGIUNSE NEL SACRIFICIO
IL 9 GIUGNO 1937
A BAGNOLES DE L'ORNE
MA INVANO SI ILLUSERO GLI OPRESSORI
DI AVER FATTO LA NOTTE SU QUELLE DUE FRONTI
QUANDO SPUNTO' L'ALBA
SI VIDERO IN ARMI
SU OGNI VETTA D'ITALIA
MILLE E MILLE COL LORO STESSO VOLTO
VOLONTARI DELLE BRIGATE ROSSELLI
CHE SULLA FIAMMA RECAVANO IMPRESSO
GRIDO LANCIATO DA UN POPOLO ALL'AVVENIRE
GIUSTIZIA E LIBERTA'

(Epigrafe sulla casa dei fratelli Rosselli, in Firenze, via Giusti n. 38)

*

GIUSTIZIA E LIBERTA'

PER QUESTO MORIRONO
PER QUESTO VIVONO

(Epigrafe sulla tomba dei fratelli Rosselli, nel cimitero di Trespiano -
Firenze)

*

NON PIU' VILLA TRISTE
SE IN QUESTE MURA
SPIRITI INNOCENTI E FRATERNI
ARMATI SOL DI COSCIENZA
IN FACCIA A SPIE TORTURATORI CARNEFICI
VOLLERO
PER RISCATTARE VERGOGNA
PER RESTITUIR DIGNITA'
PER NON RIVELARE IL COMPAGNO
LANGUIRE SOFFRIRE MORIRE
NON TRADIRE

(Epigrafe sulla villa di via Bolognese, a Firenze - dove fu la sede della
banda Carita' - nella quale Enrico Bocci fu torturato: e che fu chiamata in
quei mesi "Villa triste")

*

GIANFRANCO MATTEI
DOCENTE UNIVERSITARIO DI CHIMICA
NELL'ORA DELL'AZIONE CLANDESTINA
FECE DELLA SUA SCIENZA
ARMA PER LA LIBERTA'
COMUNIONE COL SUO POPOLO
SILENZIOSA SCELTA DEL MARTIRIO

SU QUESTA CASA OVE NACQUE
RIMANGANO INCISE
LE ULTIME PAROLE SCRITTE NEL CARCERE
QUANDO SOTTRASSE AL CARNEFICE
E INVITTA CONSEGNO' ALL'AVVENIRE
LA CERTEZZA DELLA SUA FEDE
"SIATE FORTI - COME IO LO FUI"

Milano 11 dicembre 1916 - Roma febbraio 1944

(Epigrafe sulla casa di Milano, ove nacque l'11 dicembre 1916 Gianfranco
Mattei)

*

LA MADRE

QUANDO LA SERA TORNAVANO DAI CAMPI
SETTE FIGLI ED OTTO COL PADRE
IL SUO SORRISO ATTENDEVA SULL'USCIO
PER ANNUNCIARE CHE IL DESCO ERA PRONTO
MA QUANDO IN UN UNICO SPARO
CADDERO IN SETTE DINANZI A QUEL MURO
LA MADRE DISSE
NON VI RIMPROVERO O FIGLI
D'AVERMI DATO TANTO DOLORE
L'AVETE FATTO PER UN'IDEA
PERCHE' MAI PIU' NEL MONDO ALTRE MADRI
DEBBAN SOFFRIRE LA STESSA MIA PENA
MA CHE CI FACCIO QUI SULLA SOGLIA
SE PIU' LA SERA NON TORNERETE
IL PADRE E' FORTE E RINCUORA I NIPOTI
DOPO UN RACCOLTO NE VIENE UN ALTRO
MA IO SONO SOLTANTO UNA MAMMA
O FIGLI CARI
VENGO CON VOI

(Epigrafe dettata per il busto, collocato nella sala del consiglio del
Comune di Campegine, di Genoveffa Cocconi, madre dei sette fratelli Cervi,
morta di dolore poco dopo la loro fucilazione)

*

A POCHI METRI DALL'ULTIMA CIMA
AVVOLTA NEL NEMBO
QUALCUNO PIU' SAGGIO DISSE SCENDIAMO
MA LIVIO COMANDA
QUANDO UN'IMPRESA SI E' COMINCIATA
NON VALE SAGGEZZA
A TUTTI I COSTI BISOGNA SALIRE

DALLA MONTAGNA NERA
DOPO DIECI ANNI DAL PRIMO CONVEGNO
S'AFFACCIANO LE OMBRE IN VEDETTA
L'HANNO RICONOSCIUTO
SVENTOLANO I VERDI FAZZOLETTI
RICANTAN LE VECCHIE CANZONI
E' LIVIO CHE SALE
E' IL LORO CAPO
CHE PER NON RINUNCIARE ALLA VETTA
TRA I MORTI GIOVANI
GIOVANE ANCH'EGLI
E' VOLUTO RESTARE

ASCIUGHIAMO IL PIANTO
GUARDIAMO SU IN ALTO
IN CERCA DI TE
COME TI VIDERO I TEDESCHI FUGGENTI
FERMO SULLA RUPE
LE SPALLE QUADRATE MONTANARE
LA MASCHIA FRONTE OSTINATA
L'OCCHIO ACCESO DI DOLCE FIEREZZA
FACCI UN CENNO LIVIO
SE VACILLEREMO
A TUTTI I COSTI BISOGNA SALIRE
ANCHE SE QUESTO
E'
MORIRE

(Epigrafe per la morte di Livio Bianco avvenuta nel luglio del 1953, per una
sciagura di montagna)

*

DALL'XI AGOSTO MCMXLIV
NON DONATA MA RICONQUISTATA
A PREZZO DI ROVINE DI TORTURE DI SANGUE
LA LIBERTA'
SOLA MINISTRA DI GIUSTIZIA SOCIALE
PER INSURREZIONE DI POPOLO
PER VITTORIA DEGLI ESERCITI ALLEATI
IN QUESTO PALAZZO DEI PADRI
PIU' ALTO SULLE MACERIE DEI PONTI
HA RIPRESO STANZA
NEI SECOLI

(Epigrafe apposta dopo la liberazione sulla parete di Palazzo Vecchio che
guarda Via dei Gondi, a Firenze)

*

SULLE FOSSE DEL VOSTRO MARTIRIO
NEGLI STESSI CAMPI DI BATTAGLIA
O SUPPLIZIATI DI BELFIORE
O VOLONTARI DI CURTATONE E MONTANARA
DOPO UN SECOLO
MANTOVA VI AFFIDA
QUESTI SUOI CADUTI DELLA GUERRA PARTIGIANA

COME VOI SONO ANDATI INCONTRO ALLA MORTE
A FRONTE ALTA CON PASSO SICURO
SENZA VOLTARSI INDIETRO
ACCOGLIETELI OMBRE FRATERNE
SONO DELLA VOSTRA FAMIGLIA

MUTANO I VOLTI DEI CARNEFICI
RADETZKY O KESSELRING
VARIANO I NOMI DELLE LIBERAZIONI
RISORGIMENTO O RESISTENZA
MA L'ANELITO DEI POPOLI E' UNO
NELLA STORIA DOVE I SECOLI SONO ATTIMI
LE GENERAZIONI SI TRASMETTONO
QUESTA FIAMMA RIBELLE
PATIBOLI E TORTURE NON LA SPENGONO
DOPO CENT'ANNI
QUANDO L'ORA SPUNTA
I CIMITERI CHIAMANO LIBERTA'
DA OGNI TOMBA BALZA UNA GIOVANE SCHIERA
L'AVANZATA RIPRENDE
FINO A CHE OGNI SCHIAVITU' SARA' BANDITA
DAL MONDO PACIFICATO

(Epigrafe murata nella sala del Palazzo Provinciale di Mantova nel primo
decennale della Resistenza, giugno 1954)

*

RITORNO DI KESSELRING

NON E' PIU' VERO NON E' PIU' VERO
O FUCILATI DELLA RESISTENZA
O INNOCENTI ARSI VIVI
DI SANT'ANNA E DI MARZABOTTO
NON E' PIU' VERO
CHE NEL ROGO DEI CASALI
DIETRO LE PORTE INCHIODATE
MADRI E CREATURE
TORCENDOSI TRA LE FIAMME
URLAVANO DISPERATAMENTE PIETA'

AI CAMERATI GUASTATORI
CHE SI GLORIARONO DI QUELLE GRIDA
SIA RESA ALFINE GIUSTIZIA
RIPRENDANO TORCE ED ELMETTI
SI SCHIERINO IN PARATA
ALTRI ROGHI DOVRANNO ESSERE ACCESI
PER LA FELICITA' DEL MONDO

NON PIU' FIORI PER LE VOSTRE TOMBE
SONO STATI TUTTI REQUISITI
PER FARE LA FIORITA
SULLE VIE DEL LORO RITORNO
LI COMANDERA' ANCORA
COLL'ONORE MILITARE
CUCITO IN ORO SUL PETTO
IL CAMERATA KESSELRING
IL VOSTRO ASSASSINO

*

IL MONUMENTO A KESSELRING

LO AVRAI
CAMERATA KESSELRING
IL MONUMENTO CHE PRETENDI DA NOI ITALIANI
MA CON CHE PIETRA SI COSTRUIRA'
A DECIDERLO TOCCA A NOI

NON COI SASSI AFFUMICATI
DEI BORGHI INERMI STRAZIATI DAL TUO STERMINIO
NON COLLA TERRA DEI CIMITERI
DOVE I NOSTRI COMPAGNI GIOVINETTI
RIPOSANO IN SERENITA'
NON COLLA NEVE INVIOLATA DELLE MONTAGNE
CHE PER DUE INVERNI TI SFIDARONO
NON COLLA PRIMAVERA DI QUESTE VALLI
CHE TI VIDE FUGGIRE

MA SOLTANTO COL SILENZIO DEI TORTURATI
PIU' DURO D'OGNI MACIGNO
SOLTANTO CON LA ROCCIA DI QUESTO PATTO
GIURATO FRA UOMINI LIBERI
CHE VOLONTARI SI ADUNARONO
PER DIGNITA' NON PER ODIO
DECISI A RISCATTARE
LA VERGOGNA E IL TERRORE DEL MONDO

SU QUESTE STRADE SE VORRAI TORNARE
AI NOSTRI POSTI CI RITROVERAI
MORTI E VIVI COLLO STESSO IMPEGNO
CHE SI CHIAMA
ORA E SEMPRE
RESISTENZA

(Lapide murata nel Palazzo Comunale di Cuneo il 21 dicembre 1952)

*

ALL'OMBRA DI QUESTE MONTAGNE
IL 12 SETTEMBRE 1943
POCHI RIBELLI QUI CONVENUTI
ARMATI DI FEDE E NON DI GALLONI
FURONO LA PRIMA PATTUGLIA
DELLA RESISTENZA PIEMONTESE
CHE DOPO DUE INVERNI
CON DUCCIO E LIVIO AL COMANDO
PER OGNI CADUTO CENTO SOPRAGGIUNTI
DIVENTO'
L'ESERCITO DI GIUSTIZIA E LIBERTA'
DILAGANTE VITTORIOSO IN PIANURA

NEL PRIMO DECENNALE
I VIVI SALUTANO I MORTI
DORMITE IN PACE COMPAGNI
L'IMPEGNO DI MARCIARE INSIEME
VERSO L'AVVENIRE
NON E' CADUTO

(Epigrafe murata sulla Chiesa di Madonna del Colletto, inaugurata il 27
settembre 1953 con un discorso di Ferruccio Parri)

*

CONTRO OGNI RITORNO

INERMI BORGATE DELL'ALPE
ASILO DI RIFUGIATI
PRESE D'ASSALTO COI LANCIAFIAMME
ARSI VIVI NEL ROGO DEI CASALI
I BAMBINI AVVINGHIATI ALLE MADRI
FOSSE NOTTURNE SCAVATE
DAGLI ASSASSINI IN FUGA
PER NASCONDERVI STRAGI DI TRUCIDATI INNOCENTI
QUESTO VI RIUSCI'

S. TERENZIO BERGIOLA ZERI VINCA
FORNO MOMMIO TRAVERDE S. ANNA S. LEONARDO
SCRIVETE QUESTI NOMI
SON LE VOSTRE VITTORIE
MA ESPUGNARE QUESTE TRINCEE DI MARMO
DI DOVE IL POPOLO APUANO
CAVATORI E PASTORI
E LE LORO DONNE STAFFETTE
TUTTI ARMATI DI FAME E DI LIBERTA'
VI SFIDAVA BEFFARDO DA OGNI CIMA
QUESTO NON VI RIUSCI'
ORA SUL MARE SON TORNATI AL CARICO I VELIERI

E NELLE CAVE I BOATI DELLE MINE
CHIAMAN LAVORO E NON GUERRA
MA QUESTA PACE NON E' OBLIO
STANNO IN VEDETTA
QUESTE MONTAGNE DECORATE DI MEDAGLIE D'ORO
AL VALORE PARTIGIANO
TAGLIENTI COME LAME
IMMACOLATO BALUARDO SEMPRE ALL'ERTA
CONTRO OGNI RITORNO

(Epigrafe scolpita sul marmo della stele commemorativa delle Fosse del
Frigido, inaugurata il 21 ottobre 1954)

*

FANTASMI

NON RAMMARICATEVI
DAI VOSTRI CIMITERI DI MONTAGNA
SE GIU' AL PIANO
NELL'AULA OVE FU GIURATA LA COSTITUZIONE
MURATA COL VOSTRO SANGUE
SONO TORNATI
DA REMOTE CALIGINI
I FANTASMI DELLA VERGOGNA
TROPPO PRESTO LI AVEVAMO DIMENTICATI
E' BENE CHE SIANO ESPOSTI
IN VISTA SU QUESTO PALCO
PERCHE' TUTTO IL POPOLO
RICONOSCA I LORO VOLTI
E SI RICORDI
CHE TUTTO QUESTO FU VERO
CHIEDERANNO LA PAROLA
AVREMO TANTO DA IMPARARE
MANGANELLI PUGNALI PATIBOLI
VENT'ANNI DI RAPINE DUE ANNI DI CARNEFICINE
I BRIGANTI SUGLI SCANNI I GIUSTI ALLA TORTURA
TRIESTE VENDUTA AL TEDESCO
L'ITALIA RIDOTTA UN ROGO
QUESTO SI CHIAMA GOVERNARE
PER FAR GRANDE LA PATRIA
APPRENDEREMO DA FONTE DIRETTA
LA STORIA VISTA DALLA PARTE DEI CARNEFICI
PARLERANNO I DIPLOMATICI DELL'ASSE
I FIERI MINISTRI DI SALO'
APRIRANNO
I LORO ARCHIVI SEGRETI
DI OGNI IMPICCATO SAPREMO LA SEPOLTURA
DI OGNI INCENDIO SI RITROVERA' IL PROTOCOLLO
CIVITELLA SANT'ANNA BOVES MARZABOTTO
TUTTE IN REGOLA
SAPREMO FINALMENTE
QUANTO COSTO' L'ASSASSINIO
DI CARLO E NELLO ROSSELLI
MA FORSE A QUESTO PUNTO
PREFERIRANNO RINUNCIARE ALLA PAROLA
PECCATO
QUESTI GRANDI UOMINI DI STATO
AVREBBERO TANTO DA RACCONTARE

(Epigrafe pubblicata sul "Ponte" dopo le elezioni politiche del 7 giugno
1953)

3. MEMORIA. ENRICO PEYRETTI RICORDA DON MICHELE DO
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questo
ricordo. Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di
questo foglio, ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno
di pace e di nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha
fondato con altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il
foglio", che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel
Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian
Peace Research Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro
Interatenei Studi per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo
comitato della rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione
col Centro Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento
Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora
a varie prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del
"non uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto
il Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; e' disponibile nella rete telematica la
sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia
storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente
edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il
principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha
curato la traduzione italiana), e che e stata piu' volte riproposta anche su
questo foglio, da ultimo nei fascicoli 1093-1094; vari suoi interventi sono
anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e alla pagina web
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu' ampia
bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15
novembre 2003 di questo notiziario]

E' morto sabato 12 novembre 2005 ad Aosta, don Michele Do, un uomo
autentico, un prete cristiano, un testimone dell'umana sete di Dio.
Nato a Canale, presso Alba (provincia di Cuneo), il 13 aprile 1918,
abbandono' l'insegnamento in seminario nel 1945, ritirandosi nella frazione
di St. Jacques di Champoluc (Aosta), allora senza strada, villaggio di alta
montagna, nel quale don Michele cercava la vita ritirata, pensosa.
E' stato rettore di quella piccola chiesa fino a quando, nella vecchiaia, si
e' ritirato nella Casa Favre, sulla pendice del monte, sopra il villaggio,
una pensione-fraternita', luogo di amicizia e spiritualita' aperta.
Il suo maggiore riferimento, nella linea del modernismo piu' spirituale - il
cuore umano come primo luogo della sete religiosa e dell'evangelo
universale - fu don Primo Mazzolari, insieme a tanti altri spiriti ardenti
della chiesa e di ogni focolare religioso. I suoi maggiori amici e fratelli
di cammino furono David Maria Turoldo, Umberto Vivarelli, padre Acchiappati,
Ernesto Balducci, sorella Maria di Spello e, tramite lei, Ernesto Buonaiuti,
padre Rogers e sua moglie (anglicani) e tanti, tanti altri, non solo
credenti, ma tutti assetati e commensali di verita' e autenticita' vissuta.
Appartato, ma senza polemiche superficiali, rispetto alle strutture
ecclesiastiche, e' stato un centro vivissimo di aperte amicizie e
accoglienze, che ha attirato una quantita' di cuori vivi in ricerca, da
tutte le condizioni umane. E' stato una grande anima, uno spirito acceso dal
fuoco vivo dello Spirito. Un cercatore instancabile di Dio. Fremeva e
cercava, in ogni colloquio e incontro, l'aiuto e l'ascolto nostro per una
rilettura essenziale del cristianesimo e di tutta la ricerca spirituale
umana, e comunicava tracce preziose di luce.
Il giorno prima di morire, ad una nostra amica, Anna, che gli telefonava da
Milano, diceva di trovarsi in quel momento seduto al sole a contemplare "la
sua piazza san Pietro", cioe' la sua splendida Val d'Ayas. In questa valle
di sole, di cime bianche, di foresta dipinta di fervido autunno, ci siamo
trovati in tantissimi, martedi' 15, nella chiesa grande di Champoluc, per
l'eucarestia del commiato e della consegna nelle braccia di Dio di un grande
amico, un'anima grande, incarnata nella forza bella, e a tutto resistente,
delle amicizie. Il vescovo di Aosta, Giuseppe Anfossi, gli ha reso onore
nell'omelia dicendo che, nell'avventura della vita, e' stata una delle poche
persone, credenti o non credenti, che affrontano con profonda autenticita' e
intensa amichevole comunicazione il problema dell'esistenza: cercava il
volto di Dio, mai completamente definibile, in un serrato dialogo tra le
domande degli uomini piu' emarginati e le risposte della fede, raccogliendo
intorno a se' la tensione di tanti cercatori.
L'umana insipienza e distrazione ottiene anche una cosa molto buona: grandi
persone restano immuni - per sapienza loro, per fortuna nostra - dai
disastrosi clamori della fama (spesso elatrgita in abbondanza a tante
vanita'), ma non sfuggono alle  amicizie dirette, felici di attingere alle
sorgenti profonde che, attraverso il loro volto, voce, energia, tenerezza,
pensiero, zampillano fino a noi, grati e stupiti e beneficati.
*
Trascrivo qui sotto alcuni frammenti dagli appunti del mio ultimo colloquio
con lui a St. Jacques, lunedi' 11 luglio di quest'anno, scritti mentre parla
e risponde, avvertendo che sono da intendere nei limiti della mia
comprensione. Ho altri appunti come questi, precedenti anche di anni, solo
in parte trascritti.
Altri amici hanno appunti, trascrizioni, registrazioni, raccolti lungo molti
anni. Don Michele non ha mai voluto scrivere nulla, pero' negli ultimi
tempi, al mattino scriveva alcuni suoi pensieri, che, col tempo, sara' bello
conoscere.
*
- Sull'avvicinarsi della morte (pensieri forse da Teilhard de Chardin,
rielaborati personalmente): "Diminuire consentendo; consentire con animo
sereno; distacco appassionato".
- Dice di avere, riguardo alla fede cristiana "faticate, dubitose,
irrinunciabili chiarezze".
- Il cristianesimo e' "l'immagine piu' alta, piu' degna di essere vera, piu'
degna del martirio fisico e dell'altro martirio, piu' difficile, nella
quotidianita'"; e' "la divina poesia dell'evangelo".
- Sull'idea di Dio: "Non il Dio della legge e potenza, ma dell'icona, delle
immagini interiorizzate. Luce interiore, seme annidato - non prigioniero -
nella zolla oscura".
- "Gesu' non e' venuto a fondare una religione, ma a rivelare la profondita'
sacra ultima di ogni pura religiosita'. Gandhi diceva di non avere bisogno
di cercare la grotta sacra, 'perche' l'ho dentro di me'. Ogni lunedi' stava
in silenzio, in ascolto della 'piccola voce'". Qui don Michele richiamava il
colloquio di Gesu' con la Samaritana, in Giovanni 4.
- "I discepoli di Emmaus rappresentano il passaggio dalla perdita della
presenza all'immagine interiore. Piangono perche' Gesu' non c'e' piu', poi
interiorizzano la sua presenza: il Dio delle icone. Scoperta di Emmaus: la
presenza fisica di Gesu' non e' necessaria, ma lo e' quella interiore".
- "Due immagini di Dio: della potenza, della legge, del miracolo magico, un
Dio estrinseco; oppure delle icone, immagini testimoniate, come fa Gesu': il
pensare, sentire, agire del Padre. O il Dio della legge e della redenzione
estrinseca, o il Dio delle icone interiori che rendono creativo l'uomo".
- "Un cammino ascensionale che porta ciascuno alla sua verita'. 'Chi fa la
verita' viene alla luce'".
- 'L'inferno? Nella visioni di Fatima! Ma e' detto: 'Quando Dio sara' tutto
in tutte le cose'. Inferno riaffermato nel Credo di Paolo VI, solennemente.
C'e' un teologo che non lo ha firmato?". Dice il suo forte disagio per il
peccato originale inteso come fatto storico, per l'inferno, per il battesimo
come atto magico.
- "Unde malum? [da dove viene il male?]. La zolla oscura in cui e' annidato
il seme di Dio con l'uomo. Dio non opera direttamente, ma attraverso l'icona
in cui si interiorizza, attraverso i testimoni".
- "Il peccato originale e' la falsa immagine di Dio, potenza magica
estrinseca, satanica, del divino. 'Voi avete ancora Satana per padre'. Non
e' un peccato storico. Paolo VI, uomo spirituale, era toccato dalla
patologia del religioso".
- "Non il miracolo magico, ma l'interiorizzarsi che rende creativo l'uomo:
'Il Regno di Dio e' dentro di voi'".
- "L'eucarestia e' un sacramento che traduce un'esperienza spirituale, e'
l'icona sacramentale, espressiva dell'esperienza di Cristo interiorizzato:
'Mihi vivere Christus est'. 'Vivo ego jam non ego' [Per me vivere e' Cristo.
Vivo, pero' non piu' io vivo]".
- "Grazie al buon ladrone Gesu' ritrova il Padre. Il Calvario e' il vero
monte della trasfigurazione. Sul Calvario Gesu' ama come Dio: non perche'
sei buono, ma perche' ti amo cosi' ostinatamente che finirai per accogliere.
Il centurione: 'Veramente costui era figlio di Dio'".
- "Dio e' luce, e luce che ama. Porta ogni piccolo seme alla sua verita' e
alla sua bellezza. L'inferno e' la negazione del Dio di Gesu'. Anche i
vangeli sono espressioni di esperienze differenti. Non profanare l'evangelo.
I racconti evangelici sono icone, non racconti storici".
- "Testimoni, non mediatori. Il concetto di mediazione e redenzione e'
pagano" [mi pare che redenzione, nel suo discorso, significhi la teoria
sacrificale vendicativa].

4. APPELLI. MARINA FORTI: LAVITA DI AKBAR GANJI E' IN PERICOLO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 15 novembre 2005.
Marina Forti, giornalista particolarmente attenta ai temi dell'ambiente, dei
diritti umani, del sud del mondo, della globalizzazione, scrive per il
quotidiano "Il manifesto" sempre acuti articoli e reportages sui temi
dell'ecologia globale e delle lotte delle persone e dei popoli del sud del
mondo per sopravvivere e far sopravvivere il mondo e l'umanita' intera.
Opere di Marina Forti: La signora di Narmada. Le lotte degli sfollati
ambientali nel Sud del mondo, Feltrinelli, Milano 2004.
Akbar Ganji, giornalista d'inchiesta, intellettuale democratico, e' detenuto
in Iran e in pericolo di vita]

Forse il piu' noto tra i giornalisti dissidenti in Iran, Akbar Ganji,
ricevera' oggi, a Siena, il "Premio per la liberta' di stampa", dato dal
Comune e dall'Information Safety and Freedom. Lui pero' non sara' nella
citta' toscana a riceverlo perche' si trova nel carcere di Evin, a Tehran.
Anzi: da oltre due mesi e' in isolamento, dice il difensore, in un reparto
speciale che si trova sotto il controllo diretto del ministero
dell'intelligence. L'estate scorsa, tra giorno e agosto, ha effettuato uno
sciopero della fame che lo ha lasciato in condizioni di salute incerte. A
ritirare il premio sara' dunque una delegazione guidata dalla moglie,
Massoumeh Shafii, che giorni fa in un'intervista all'Adn Kronos
International si e' detta convinta che le autorita' "vogliono farlo morire
in cella". L'ultima volta che lo ha potuto vedere, dice, pesava appena 51
chili: "Tre chili meno di quando ha interrotto il suo digiuno di 70 giorni".
Sara' con lei il difensore di Ganji, l'avvocato Yousuf Molaie, che da anni
ormai si dedica alla difesa di persone accusate di reati politici e di
opinione ed e' convinto che il caso di Ganji sia eccezionale, un
accanimento: "Dobbiamo adoperarci perche' esca vivo da quella prigione", ci
ha detto ieri, di passaggio a Roma: "Il suo stato di salute e' preoccupante.
E' indebolito, stremato. La sua scarcerazione e' urgente".
Nella delegazione venuta a ritirare il premio in nome di Akbar Ganji - e a
perorare la causa della sua scarcerazione - c'e' inoltre Ahmad Refat,
portavoce dell'Associazione per la liberta' di espressione in Iran, ed e'
venuto da Tehran anche Masahollah Shamsolvaisin, vicepresidente
dell'Associazione iraniana dei giornalisti.
Perche' la magistratura iraniana si accanisce tanto contro Akbar Ganji? La
sua vicenda rappresenta bene la lotta di potere avvenuta in Iran negli anni
'90 e in particolare con l'avvento della presidenza riformista di Mohammad
Khatami, quando e' nata una stampa indipendente - ed e' diventata un terreno
di scontro tra le correnti riformiste e il sistema di potere della
repubblica islamica, di cui la magistratura resta un bastione.
Ganji e' tra i giornalisti che nel '98 e '99 hanno scritto articoli
d'inchiesta sui misteriosi omicidi di intellettuali e oppositori che avevano
segnato gli anni '90, noti in Iran come "serial killings". E aveva chiamato
in causa alcuni apparati di sicurezza dello stato, l'ex presidente di
allora - Hashemi Rafsanjani - e altre figure politiche molto in vista, come
l'allora ministro dell'intelligence Ali Falahian. Cosi' pressanti erano
quelle inchieste che il ministro dell'intelligence aveva dovuto ammettere il
coinvolgimento di alcuni elementi dei servizi in quegli omicidi - "elementi
deviati", verrebbe da dire in Italia, ma pur sempre un'ammissione clamorosa.
La raccolta di quelle inchieste, pubblicata nel 2000 con il titolo Scheletri
nell'armadio, e' tra i "capi d'imputazione" contestati a Ganji, cosi' come
un altro suo libro, L'arcipelago del carcere, uscito nel 2003.
Processato una prima volta nel 2000 (anche per aver partecipato a una
conferenza a Berlino sul futuro dell'Iran, nel '99), condannato infine nel
2001 a sei anni di detenzione per vari reati tra cui "diffondere propaganda
contro la repubblica islamica", Ganji ha continuato a far uscire dal carcere
lettere che poi circolavano su internet. Nel 2002 ha scritto un "Manifesto
repubblicano" in cui prefigura un sistema democratico. Nel giugno scorso,
quando ha avuto una "licenza" dal carcere per motivi di salute, Ganji ha
subito chiesto la scarcerazione di tutti i detenuti per motivi d'opinione,
poi ha lanciato un appello al "non voto" nelle imminenti elezioni
presidenziali. E' stato reincarcerato subito per ordine del procuratore
generale Saeed Mortazavi - gia' capo del tribunale per la stampa a cui si
deve la chiusura di tanti giornali (e l'incarcerazione di tanti
giornalisti).
Ganji e' quello che ha portato piu' a fondo la sua sfida al potere. "Finche'
eravamo tutti dentro e fuori Evin era piu' o meno normale", ci dice
Shamsolvaisin - anche lui, come direttore del primo quotidiano indipendente
nato allora, ha conosciuto la galera. "Lo statuto di Ganji e' cambiato
quando ha alzato il tono e ha attaccato direttamente la 'guida suprema',
l'ayatollah Ali Khamenei", massima autorita' nel sistema della repubblica
islamica.
Ora la sua salute e' in pericolo, dice il difensore. E fa appello a
moltiplicare le pressioni per il suo rilascio: "Lasciamo da parte l'aspetto
politico, ci interessa il lato umano. E' in pericolo. Chiediamo il rilascio
senza condizioni, per motivi umanitari".

5. APPELLI. COMITATO SCIENZIATE E SCIENZIATI CONTRO LA GUERRA: UN APPELLO
[Da varie persone amiche riceviamo e diffondiamo]

Le recenti rivelazioni da parte di alcuni mass-media sull'operato delle
forze statunitensi durante l'assedio di Falluja ci spingono a prendere
posizione in quanto scienziate e scienziati spinti dalla volonta' di usare a
fini di pace le competenze acquisite per il lavoro che facciamo.
L'uso di WP (Willi Pete, ovvero il fosforo bianco nel gergo militare), come
documentato in particolare dal servizio di Ranucci su Rainews24, costituisce
una violazione del principio di base della Convenzione sulle armi chimiche,
cui gli Stati Uniti aderiscono dal 1997. La convenzione infatti si pone come
fine "la proibizione e l'eliminazione di tutti i tipi di armi di distruzione
di massa; convinti che la completa ed effettiva proibizione dello sviluppo,
produzione, acquisizione, immagazzinaggio, detenzione, trasferimento ed uso
di armi chimiche e loro distruzione, rappresenta un passo necessario verso
il conseguimento di tali obiettivi comuni".
Il WP, come il Napalm, e' una sostanza classificata come "incendiaria" il
cui uso in guerra sarebbe permesso in circostanze ben definite. Al di la' di
usi "legalmente" permessi e vietati, pero', il risultato sui civili
(previsto, ed anzi cercato dai militari Usa), costituisce un fatto
documentato ed ormai indubitabile.
L'utilizzo di queste tecniche sulla popolazione civile e' di gravita'
inaudita, suscita il nostro orrore, e ci impone di denunciare con forza
l'abominio che rappresenta: la trasformazione di conoscenza, bene comune
dell'umanita', in strumento di distruzione di massa.
L'episodio (ammesso che di episodio si tratti e non di strategia deliberata)
e' reso ancora piu' grave dai tentativi di impedire le testimonianze,
facendo pagare prezzi altissimi e personali ai giornalisti non-embedded per
il coraggio delle loro denunce.
Come se non bastasse, una volta svelata la strage nascosta,
l'amministrazione Usa tenta ancora di minimizzare e/o negare l'accaduto e i
suoi effetti drammatici.
Ma le conseguenze di tale gesto potrebbero essere ancora piu' gravi: ci
domandiamo infatti su quale base si potranno ritenere vincolanti tutti i
trattati e le convenzioni con cui si e' cercato di costruire un mondo
vivibile, nonostante la propensione umana alla guerra. Il comportamento
dell'esercito statunitense oggi in Iraq, come trenta anni prima in Vietnam,
come anche la guerra chimica messa in atto dalla Nato contro la cittadinanza
jugoslava (i cui effetti di lungo periodo sono stati rilevati anche da
organismi internazionali) fanno ridiventare "prassi bellica ordinaria" quei
crimini di guerra che si speravano banditi per sempre dalla storia.
Chi mai si sentira' obbligato a non diffondere malattie, a non avvelenare le
acque, a non "distruggere il nemico" anche usando armi atomiche? Se e'
concesso ai piu' potenti di non seguire le regole da loro stessi imposte a
tutti gli altri, perche' chi gia' soffre per i loro soprusi non dovrebbe
usare le stesse armi?
Malgrado tutti gli impegni solenni pronunciati dopo Hiroshima e l'Olocausto,
dopo il Vietnam, si stanno ripetendo orrori che speravamo espulsi dalla
storia; orrori che saranno ancora un volta pagati da tutta la collettivita'
mondiale, in termini fisici e sociali, a partire come sempre dai piu' poveri
ed indifesi.
E' possibile che i veri responsabili di tutto questo non saranno mai
ufficialmente giudicati e condannati, magari appellandosi a cavilli (il WP
non e' compreso nell'elenco delle armi chimiche, gli Usa non hanno mai
firmato il protocollo di Ginevra sulle armi incendiarie, ecc), ma tutte le
persone devono sapere quali sono gli interessi strategici ed economici che
rendono il mondo un luogo in cui e' sempre piu' difficile e doloroso
sopravvivere.
E' necessaria ed urgente una reazione molto decisa, che gia' si intravede
nelle prime mobilitazioni popolari. A queste aggiungiamo da parte nostra la
ferma richiesta che sia fatta piena luce su questo come su altri episodi
recenti di guerra inumana da parte di Usa e Nato, e "coalizioni di
volenterosi" di cui disgraziatamente fanno parte anche forze del nostro
Paese. Chiediamo chiare prese di posizione ed azioni conseguenti dei nostri
esponenti politici, che devono decretare il rientro immediato delle nostre
truppe e farsi portatori di richieste presso tutti gli organismi
internazionali specifici (Cwc - Chemical Warfare Commission) e generali
(Onu) affinche' essi si pronuncino su questa guerra, su questo episodio, su
questo criterio di due pesi e due misure nei rapporti tra Stati.
Per parte nostra, ribadiamo il nostro impegno a non collaborare a qualsiasi
attivita' connessa con l'industria bellica, ed esprimiamo la ferma condanna
di ogni forma di sopraffazione dei popoli e delle persone. Rifiutiamo il
coinvolgimento della scienza per questi scopi ed invitiamo tutte le persone,
scienziate/i in particolare, ad operare per un mondo di pace.
*
Scienziate e scienziati contro la guerra
Prime adesioni: Alessandroni Giacomo, ingegnere elettronico, Pesaro; Ascoli
Davide, matematico, Torino; Badiale Marino, matematico, Torino; Balsi Marco,
ingegnere elettronico, Roma; Baracca Angelo, fisico, Firenze; Barone Giulia,
storica, Roma; Bettio Curzio, chimico, Padova; Bianchi Alessandro,
informatico, Bari; Brandi Vincenzo, ricercatore, Roma; Caire Luisella,
matematica, Torino; Cavallaro Chiara, economista, Roma; Celentano Marco,
filosofo, Napoli; Cervino Marco, fisico, Bologna; Chiado' Piat Valeria,
matematica, Torino; Clarizia Alberto, fisico, Napoli; Cristaldi Mauro,
naturalista, Roma; Damiani Ilaria, matematica, Roma; Del Bello Claudio,
filosofo, Roma; Delle Donne Marcella, sociologa, Roma; De Remigis Paolo,
elettronico, Torino; De Sole Pasquale, biochimico, Roma; Di Fazio Alberto,
astrofisico, Roma; Drago Antonino, fisico, Napoli; Ferrarese Giorgio,
matematico, Torino; Filabozzi Alessandra, fisica, Roma; Fujita Yashima
Hisao, matematico, Torino; Gaetani Sancia, biologa, Roma; Ghidini Massimo,
fisico, Parma; Gigli Anna, matematica, Roma; Iannuzzelli Francesco,
informatico, Londra; Letardi Paola, fisica, Genova; Macchi Silvia,
urbanista, Roma; Magnone Edoardo, chimico, Genova; Marenco Franco, fisico,
Roma; Martocchia Andrea, fisico, Roma; Morandi Vittorio, ricercatore,
Bologna; Munck Karin, operatrice cultura scientifica, Parma; Nencini Luca,
fisico, Roma; Paciello Maria Luigia, fisica, Roma; Pagani Elio, Varese;
Palmegiano Giovanni Battista, zootecnico, Torino; Pedicini Marco,
matematico, Roma; Pieroni Enrico, fisico, Cagliari; Polcaro V. Francesco,
fisico spaziale, Roma; Pona Carlo, fisico, Roma; Pratali Maffei Sergio,
architetto, Venezia; Prosperi Marcella, tecnica, Roma; Remino Carlo,
ingegnere, Brescia; Roggero Margherita, matematica, Torino; Salerno Silvana,
biologa, Roma; Sarti Alessandro, Bologna; Signorini Antonella, biologa,
Roma; Spinazzola Francesco, virologo, Roma; Stasolla Maria Giovanna,
storica, Roma; Tarozzi Alberto, sociologo, Bologna; Triolo Lucio, fisico,
Roma; Valente Adriana, sociologa, Roma; Vitiello Libero, biologo, Padova;
Vitiello Spartaco, operatore audiovisivi, Padova; Zerbino Ettore,
psicanalista, Roma; Zoppe' Monica, biologa, Pisa; Zucchetti Massimo,
ingegnere nucleare, Torino.

6. RIFLESSIONE. NANNI SALIO: ERRORE DI SISTEMA
[Ringraziamo Nanni Salio (per contatti: info at cssr-pas.org) per averci messo
a disposizione questo suo articolo che apparira' sul prossimo fascicolo
della bella rivista "Ecole". Giovanni (Nanni) Salio, torinese, nato nel
1943, ricercatore nella facolta' di Fisica dell'Universita' di Torino,
segretario dell'Ipri (Italian Peace Research Institute), si occupa da alcuni
decenni di ricerca, educazione e azione per la pace, ed e' tra le voci piu'
autorevoli della cultura nonviolenta in Italia; e' il fondatore e presidente
del Centro studi "Domenico Sereno Regis", dotato di ricca biblioteca ed
emeroteca specializzate su pace, ambiente, sviluppo (sede: via Garibaldi 13,
10122 Torino, tel. 011532824 - 011549005, fax: 0115158000, e-mail:
regis at arpnet.it, sito: www.cssr-pas.org). Opere di Giovanni Salio: Difesa
armata o difesa popolare nonviolenta?, Movimento Nonviolento, II edizione
riveduta, Perugia 1983; Ipri (a cura di Giovanni Salio), Se vuoi la pace
educa alla pace, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1983; con Antonino Drago,
Scienza e guerra: i fisici contro la guerra nucleare, Edizioni Gruppo Abele,
Torino 1984; Le centrali nucleari e la bomba, Edizioni Gruppo Abele, Torino
1984; Progetto di educazione alla pace, Edizioni Gruppo Abele, Torino
1985-1991; Ipri (introduzione e cura di Giovanni Salio), I movimenti per la
pace, vol. I. Le ragioni e il futuro,  vol. II. Gli attori principali, vol.
III. Una prospettiva mondiale, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1986-1989; Le
guerre del Golfo e le ragioni della nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele,
Torino 1991; con altri, Domenico Sereno Regis, Satyagraha, Torino 1994; Il
potere della nonviolenza: dal crollo del muro di Berlino al nuovo disordine
mondiale, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1995; Elementi di economia
nonviolenta, Movimento Nonviolento, Verona 2001; con D. Filippone, G.
Martignetti, S. Procopio, Internet per l'ambiente, Utet, Torino 2001]

"Non festa, ma lutto", e' lo slogan che da molti anni i movimenti
antimilitaristi, anarchici e nonviolenti contrappongono alle parate,
alzabandiera e discorsi retorici con cui le istituzioni commemorano il 4
novembre.
Secondo l'opinione di molti politici e intellettuali del tempo, la prima
guerra mondiale doveva essere "la guerra che metteva fine a tutte le
guerre", ma e' avvenuto esattamente l'opposto: e' stata "la madre di tutte
le guerre". Questa e' la tesi, ormai largamente accreditata da molti studi
specifici (si veda per esempio: Charley Reese, The War to End All Wars That
Starter Them All, www.antiwar.com/reese/?articleid=7560 , 8 ottobre 2005)
sulle nefaste conseguenze della prima guerra mondiale, costata oltre dieci
milioni di morti, difficile da trovare nei normali manuali scolastici di
storia, spesso intrisi di retorica.
Ma cio' che e' piu' grave e' che non abbiamo imparato nulla dagli errori,
ne' allora, ne' dopo. Passiamoli in rassegna, prima di chiederci il perche'
di tanta cecita'.
*
Primo errore: demonizzare il nemico. Se il nemico e' un demonio, non ci sono
possibilita' di negoziato, deve essere distrutto totalmente. E la coazione a
ripetere ha portato a individuare altri demoni... sino al piu' recente "asse
del male" per giustificare le ultime guerre (Afghanistan, Iraq).
Secondo errore: reprimere e schiacciare il dissenso. Durante la prima guerra
mondiale, gli obiettori di coscienza furono trattati come i peggiori
criminali, chiusi in celle d'isolamento, ingiuriati, torturati.
Terzo errore: una politica fondata sulla menzogna e le bugie. Purtroppo, e'
diventato addirittura un luogo comune dire che "la verita' e' la prima
vittima della guerra". Oggi questo e' piu' che mai vero, ma valeva tanto per
la prima guerra mondiale, quanto per la seconda (l'ambiguo attacco a Pearl
Harbour), per la guerra del Vietnam, e in maniera, se possibile, ancora pu'
clamorosa per l'Iraq, come conferma il "Ciagate", tuttora in corso.
Quarto errore: asservire i media. Oggi il termine corrente, coniato
appositamente per la guerra in Iraq, e' quello di giornalisti "embedded"
(letteralmente "a letto con", prostituiti). Ma questo vale anche per il
clero, che giustifica la guerra in nome della religione, e per "il
tradimento dei chierici", gli intellettuali che dimenticano la loro vera
funzione di ricerca critica e libera.
Quinto errore: una pace punitiva. E' avvenuto con la pace di Versailles, che
ha aperto la strada all'avvento di Hitler, e si e' ripetuto in molti altri
casi, da Dayton a Oslo, alla pace imposta all'Iraq dopo la prima guerra del
Golfo.
Questi errori hanno prodotto una lunga serie di conseguenze negative:
collasso dell'economia mondiale; nascita  del nazifascismo e dei sistemi
totalitari; avvio del progetto inglese di colonizzazione del Medio Oriente;
corsa agli armamenti: armi chimiche, guerra aerea, uccisioni di massa,
genocidi, bombardamento dei civili, e infine militarizzazione della
politica.
Molti di questi errori li ritroviamo nell'appassionata denuncia che Robert
McNamara ha avuto il coraggio e l'onesta' intellettuale di fare nello
splendido documentario di Errol Morris, The Fog of War (si veda il testo
trascritto in italiano nel sito
www.strategiaglobale.com/the_fog_of_war.html). McNamara, gia' segretario
alla difesa durante le presidenze Kennedy e Johnson, analizza gli errori
commessi durante la guerra del Vietnam e la crisi dei missili a Cuba e
individua undici lezioni che avremmo dovuto apprendere dalla guerra, ma che
purtroppo non siamo ancora disposti ad apprendere.
*
La conclusione definitiva di queste amare riflessioni e' che ci troviamo di
fronte a quello che, con linguaggio informatico, dobbiamo chiamare "errore
di sistema". Ma a differenza dei computer non possiamo semplicemente
spegnere e riavviare. Non e' cosi' semplice. Abbiamo una pesante eredita'
negativa con la quale dobbiamo fare i conti, e i movimenti per la pace e per
la nonviolenza hanno l'impegnativo compito di aiutare l'umanita' a risalire
una china pericolosa prima che sia troppo tardi. Ma per far cio' e'
necessario riconoscere gli errori e cambiare i paradigmi dominanti nel campo
della politica, dell'economia, della difesa e delle religioni.
La nonviolenza ha il pregio, rispetto ad altre filosofie e culture, di
permetterci di riconoscere e correggere per tempo questi errori prima che
sia troppo tardi, e di ritornare sui nostri passi se necessario. E' una
grande lezione di saggezza e di umilta', in un mondo pervaso dall'ansia di
conquistare e consumare che si traduce facilmente in distruzione.

7. PROFILI. NATALIA ASPESI: ISABELLE HUPPERT, IL MISTERO E L'ARTE
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo il seguente articolo apparso sul quotidiano "La repubblica" del
23 ottobre 2005. Natalia Aspesi e' una notissima giornalista e scrittrice,
acuta e brillante osservatrice dei fenomeni di costume, critica
cinematografica e di altre espressioni artistiche e forme di spettacolo; e'
nata, vive e lavora a Milano, dove ha iniziato l'attivita' giornalistica
alla "Notte", diventando successivamente inviata del "Giorno" e poi di
"Repubblica", giornale cui collabora dalla fondazione]

Pareva quasi sconveniente darle il premio come miglior attrice, all'ultima
Mostra del cinema di Venezia, dove del resto in passato lo aveva gia' vinto
tre volte; a parte il fatto che bisognava assolutamente onorare un'attrice
italiana per non creare guai (e infatti fu scelta Giovanna Mezzogiorno), che
senso aveva dichiarare per l'ennesima volta che lei e' la piu' brava, quando
la sua bravura e' imparagonabile e forse non e' neanche bravura, ma un suo
segreto maleficio che mette a disagio lo spettatore, lo relega in un angolo,
se ne impossessa, lo trafigge, lo svuota, lo incanta? Cosi' con somma
condiscendenza Isabelle Huppert ritiro' il premio appositamente inventato
per lei in quel momento, il Leone speciale all'insieme dell'opera: un
insieme quasi inumano, oggi che le attrici arrancano in una manciata di film
e appena la luce della giovinezza si annebbia vengono scansate come la
peste, a meno che si adattino a ruoli horror o comici, in cui come donne
vengono irrise e maltrattate. Gabrielle di Patrice Chereau, il film
presentato a Venezia, e' per la Huppert il suo settantesimo, e nel frattempo
ne aveva gia' girato un altro e altri registi questuanti erano in fila ad
aspettare la sua generosa disponibilita'.
Non e' solo il cinema francese a non poter fare a meno di questa
cinquantenne piccolina e incorporea, esangue e severa: e infatti si e'
appena aperta (sino al 23 novembre) al MoMA di New York una retrospettiva
del suo cinema, e i curatori hanno dato spazio soprattutto ai film in cui e'
diretta da grandi registi internazionali, dal polacco Wajda all'italiano
Ferreri, dall'americano Cimino al tedesco Schroeter, dall'ungherese Meszaros
all'austriaco Haneke. Lei e' per gli autori una calamita, un'attrazione
fatale, una icona salvifica, quasi un vizio, in fondo una mancanza di
fantasia: appena uno immagina un personaggio femminile travagliato, oscuro,
maledetto, eppure rubacuori, pensa subito a lei, e questo ormai da
trent'anni, da quando cioe' lo svizzero Claude Goretta la volle protagonista
di La merlettaia, nel ruolo drammatico di una giovanissima parrucchiera
anoressica avviata alla follia.
Da allora, Huppert, prostituta, ha avvelenato i genitori (Violette Noziere);
cortigiana, e' morta di consunzione (La storia vera della signora delle
camelie); abortista clandestina nella Francia occupata dai nazisti, e' stata
condannata a morte (Un affare di donne); scrittrice nevrotica, si e' data
fuoco (Malina); adultera, si e' suicidata col veleno (Madame Bovary); e'
stata una postina infanticida e pluriassassina (Il buio nella mente);
un'imprenditrice omicida (Grazie per la cioccolata); una sadomasochista
efferata (La pianista); una madre incestuosa (Ma mere). Ha molto turbato ma
mai scandalizzato, perche' il suo talento straziante riscatta ogni orrore e
ogni nequizia, come se i suoi personaggi feroci o dal destino crudele,
avessero comunque diritto alla comprensione, alla pieta', al perdono,
perche' l'umanita' e' anche questa, fatta di errori, orrori, strazio,
violenza, tragedia.
Attorno al mistero del suo viso si sono accaniti anche i fotografi, alla
vana ricerca della sua verita': e adesso Contrasto pubblica in Italia (in
Francia lo ha fatto Editions du Seuil) una raccolta di suoi ritratti tentati
da grandi artisti che vanno da maestri come Henri Cartier-Bresson e
Jacques-Henri Lartigue, a star della fotografia di moda come Richard Avedon
o Helmut Newton, agli esponenti del ritratto contemporaneo come Ange Leccia
ed Antoine d'Agata. Il libro e' curato da Ronald Chammah, produttore e
regista cinematografico, fotografo amatoriale, libanese d'origine, italiano
d'adozione, parigino di vita: tra l'altro marito di Isabelle che ha diretto
in un film del 1987, Milan Noir, mai arrivato in Italia. Pare non esistere
un filo conduttore, ne' cronologico ne' alfabetico dei fotografi, nella
successione dei ritratti, che invece deve esistere, segreto, nel modo di
guardarsi e pensarsi, di condividere memorie e pensieri, della coppia. Ma e'
questa apparente casualita' e addirittura caos, che rivela la capacita'
mimetica e sorprendente di un viso e di un corpo continuamente mutevole
eppure immutabile.
Nelle fotografie come nei film, Huppert e' sempre se stessa e sempre
un'altra, e' lei e il personaggio che sta incarnando: di se' non vuole si
sappia nulla, del ruolo che offre tutto. In questo alternarsi di ritratti di
fotografi diversi e in anni diversi, c'e' il segreto della sua bellezza
inquietante, incompleta, che si fa piu' magica quando sfiora la desolazione,
il brutto. A trent'anni pare ancora un'adolescente, imbronciata e chiusa, e
in Una donna pericolosa di Christine Pascal e' gia' stata violentata dal
poliziotto Richard Berry; a quaranta la sua sapienza erotica sboccia
irresistibile e in Rien ne va plus di Chabrol e' una ladruncola che seduce e
addormenta le sue vittime. E intanto le sue guance rotonde si sono affinate,
la sua bocca piena si e' assottigliata, i suoi occhi azzurri si sono
oscurati, il suo corpo quasi infantile e' rimasto tale, fragile e nascosto,
oppure esposto come punizione, come rinuncia, come offesa. La carnagione
candida delle rosse e' diventata piu' fragile, ogni piccola ruga, mai
nascosta, un mistero in piu', il disegno delle efelidi e' ancora oggi un
labirinto in cui chi la guarda si turba e si perde. I capelli si accorciano,
si allungano, si appiattiscono, si arricciano, la rendono sexy, la
imbruttiscono, incorniciano la sua rabbia e la sua dolcezza, la sua
desolazione e la sua cocciutaggine.
Docile, l'attrice espone il suo viso nudo all'occhio della macchina
fotografica: non ride mai, talvolta sorride, quasi sempre offre nel suo
apparente rifiuto di ogni espressione tutte le possibili interpretazioni:
basta un po' di trucco e diventa Greta Garbo o Renee Falconetti, Rita
Hayworth o Kate Moss. Era piu' bella nel '78, a ventitre' anni, quando vinse
il premio di miglior attrice al Festival di Cannes con Violette Noziere di
Chabrol o lo e' ora, a cinquanta, dopo il Leone d'oro veneziano? Adesso,
certamente, perche' il suo talento l'ha spogliata da ogni fisicita', dalla
prigione implacabile della giovinezza perduta che avvelena la maturita' di
tante donne ma non la sua.
Quando in Gabrielle si materializza dal buio e dal silenzio, in una casa
patrizia Belle epoque, il viso celato da una veletta sotto un grande
cappello nero, fa intuire al marito, allo spettatore, la tragedia femminile
che sta attraversando, senza uno sguardo, senza una parola. E' una donna
sposata da dieci anni con un uomo che l'ama come un prezioso oggetto; lei se
ne e' andata lasciando una lettera al marito incredulo e disperato, ma poco
dopo ritorna, e non sa dire perche'. Nel lungo, spietato scontro verbale tra
i due, in cui lei scende nel fondo della loro ipocrisia e lontananza, offre
il suo corpo senza carnalita' nella desolazione piu' umiliante per lui; e
sono una prova sconvolgente di attrice la violenza trattenuta che anima la
sua elegante compostezza, le emozioni e i sentimenti che raggelano e
infiammano il suo viso immobile, spento.
Sulla televisione satellitare hanno riproposto in questi giorni La pianista,
regia di Haneke, tratto dal romanzo del premio Nobel Elfriede Jelinek, che
con Patrice Chereau e Susan Sontag ha scritto i saggi di Isabelle Huppert,
la donna dei ritratti. Pluripremiata per il ruolo piu' sgradevole della sua
carriera in un film di erotismo umiliato e soffocante, la Huppert trasmette
agli spettatori un malessere autentico, che il cinema, ormai confezionato
soprattutto per le famiglie e per i passaggi sulle televisioni generaliste,
non osa piu' affrontare. Malvestita, spettinata, brutta, nevrotica, spenta,
furente, masochista, disperata, violenta, malata, vendicativa,
autolesionista, giustifica con i suoi silenzi cocciuti, il suo viso
raggelato, quel corpicino monacale, gli sguardi imperiosi, i gesti sconnessi
e bruschi, l'amore appassionato di un suo allievo giovane, bello, sincero
cui chiede, disgustandolo e perdendolo, di essere picchiata, umiliata,
annientata.
Parrebbe che il lavoro di attrice sia tutta la vita di questa donna che
accumula film su film e in piu' gira i palcoscenici del mondo, portando in
scena personaggi drammatici e testi tragici, come la Medea di Euripide,
l'Orlando di Virgina Woolf, la Maria Stuarda di Schiller, la Hedda Gabler di
Ibsen, e il monologo Psicosi delle 4,48 di Sarah Kane, suicida nel '99 a 28
anni, che sta recitando adesso a New York e portera' al teatro Strehler di
Milano in dicembre. Invece Isabelle ha una sua vita privata, un marito, tre
figli, di cui la maggiore gia' attrice. Un muro impenetrabile la difende,
non esistono sue foto di famiglia, giornalisti di tutto il mondo non le
hanno cavato una sola parola che non riguardi il suo lavoro. E questo ormai
da quando, appena sedicenne, la sua grazia infantile e altera incomincio' a
interessare il mondo del cinema non solo francese.
Certo oggi il suo atteggiamento di intransigente segretezza puo' apparire
una bizzarria, un eccesso di snobismo. Non si sa quindi se la compiangono, o
forse la invidiano, certe nostre donnine arrivate alla celebrite' perche'
senza biancheria negli show televisivi, certe nostre bellissime star
impietrite da chirughi estetici ostili alle donne, che si innamorano,
litigano, annunciano concepimenti, si separano, fanno le corna, divorziano,
piangono, tra le fauci di conduttori-corruttori televisivi. Il privato viene
confuso con il peggiore dei mali, l'anonimato: e l'esibizionismo dei
sentimenti e del corpo diventa una professione, anzi la sola accessibile per
chi non sa cosa siano il talento e la passione che hanno fatto grande
Isabelle Huppert.

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
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Numero 1118 del 18 novembre 2005

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