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La nonviolenza e' in cammino. 1119



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1119 del 19 novembre 2005

Sommario di questo numero:
1. Cindy Sheehan: Ai giudici
2. Katherine Jashinki: La mia obiezione di coscienza
3. La Fondazione Alexander Langer solidale con Natasa Kandic
4. Un incontro con Jean-Leonard Touadi a Lucca
5. Guido Caldiron intervista Enzo Traverso
6. Francesca Borrelli presenta "Le intermittenze della morte" di Jose'
Saramago
7. Daniela Santucci ed Enrico Alleva presentano "Collasso" di Jared Diamond
8. Luca Tomassini intervista Jared Diamond
9. Riletture: Umberto Galimberti, Psiche e techne
10. Riletture: Marvin Harris, Cannibali e re
11. La "Carta" del Movimento Nonviolento
12. Per saperne di piu'

1. TESTIMONIANZE. CINDY SHEEHAN: AI GIUDICI
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente discorso
pronunciato da Cindy Sheehan il 16 novembre 2005. Il tribunale ha poi
condannato Cindy Sheehan ed altri 26 pacifisti, ordinando loro di pagare la
multa comminata il 26 settembre, ovvero i 75 dollari di cui sopra. Cindy
Sheehan si e' appellata contro la sentenza. La settimana prossima, in cui il
24 cade la festa del Ringraziamento, Cindy tornera' a Crawford, davanti al
ranch in cui il presidente passera' questa vacanza: "Io credo fermamente che
abbia l'obbligo di incontrarmi", ha dichiarato all'Associated Press. In
dicembre Cindy ha pianificato di portare il suo messaggio di pace in Europa,
con visite a Londra e Madrid. Cindy Sheehan ha perso il figlio Casey in
Iraq; per tutto il mese di agosto e' stata accampata a Crawford, fuori dal
ranch in cui George Bush stava trascorrendo le vacanze, con l'intenzione di
parlargli per chiedergli conto della morte di suo figlio. Intorno alla sua
figura e alla sua testimonianza si e' risvegliato negli Stati Uniti un ampio
movimento contro la guerra]

Oggi una parte delle 376 persone arrestate di fronte alla Casa Bianca
verranno processate: siamo in 125. I giudici, Scooter e Karl, si aspettano
che circa 60-70 di noi contestino l'arresto. Abbiamo un team di avvocati di
Washington che ci stanno aiutando. Il mio mi ha informato che potrei essere
multata di 500 dollari, o passare sei mesi in prigione.
L'accusa e' avere "dimostrato senza permesso", e la sentenza in proporzione
mi sembra abbastanza dura. Sono preparata, ma non sono spaventata all'idea
di ricevere il massimo della pena. Non penso che mi manderanno in prigione,
ma certamente non intendo pagare la multa. Se lo avessi voluto, avrei pagato
quella originaria di 75 dollari e non sarei venuta in tribunale.
Cosi', saro' davanti alla Corte, e questa sara' la mia difesa.
*
Il mio caro e amato figlio e' stato ucciso in Iraq il 4 aprile 2004. Ad
ucciderlo e' stato un "insorgente" iracheno, ma a premere il grilletto sono
stati George Bush e la sua banda di bugiardi criminali. E' stato provato ad
oltranza che costoro ci hanno mentito sull'invasione e continuano a mentirci
sull'occupazione.
Il 26 settembre 2005 io sapevo benissimo di star violando la legge, sedendo
sul marciapiede della Casa Bianca senza permesso.
Ma il motivo per cui stavo seduta la' era attirare l'attenzione sul fatto
che all'interno ci vivono e lavorano degli assassini. Non fosse per loro, io
avrei mio figlio vivo, e migliaia di innocenti sarebbero vivi anch'essi.
L'omicidio non e' forse un crimine? Perche' questa gente non viene portata
di fronte alla giustizia per crimini di guerra e crimini contro l'umanita'?
Chi vorrebbe vivere in un mondo in cui gli assassini sono liberi di
sterminare cittadini innocenti ed interi paesi? Io so che non lo voglio.

2. TESTIMONIANZE. KATHERINE JASHINKI: LA MIA OBIEZIONE DI COSCIENZA
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il testo del discorso
tenuto da Katherine Jashinki di fronte al centro di addestramento di Fort
Benning il 17 novembre 2005; Katherine ha tenuto il suo discorso di fronte a
15.000 manifestanti pacifisti; alla sua destra ed alla sua sinistra stavano
altri due obiettori di coscienza dell'esercito Usa, Aidan Delgado ed Aimee
Allison. Katherine Jashinki, arruolatasi nella Guardia Nazionale nell'aprile
2002, ha chiesto di essere congedata come obiettrice di coscienza
nell'estate del 2004. La scorsa settimana, il tribunale ha rigettato la sua
richiesta. Nel frattempo Katherine, che fino ad ora ha servito come cuoca,
ha ricevuto l'ordine di sottoporsi all'addestramento alle armi, in vista del
trasferimento della sua unita' in Afghanistan]

Il mio nome e' Katherine Jashinki. Sono un soldato specializzato nella
Guardia Nazionale del Texas. Sono nata a Milwaukee, nel Wisconsin, ed ho 22
anni. Quando mi sono diplomata alle superiori mi sono trasferita ad Austin,
dove intendevo frequentare l'universita'. A 19 anni mi sono arruolata:
quando lo feci credevo gia' che uccidere fosse immorale, ma pensavo pure che
la guerra era una parte inevitabile dell'esistenza, una sorta di eccezione
alla regola.
Dopo l'arruolamento ho cominciato la lenta trasformazione verso l'essere
un'adulta. Come molti adolescenti che lasciano la loro casa per la prima
volta, ho attraversato un periodo di crescita e di ricerca. Ho incontrato
molte nuove persone, e molte nuove idee, che hanno espanso grandemente le
mie esperienze. Dopo aver letto i saggi di Bertrand Russel, ed aver
viaggiato nel Pacifico del sud, ed aver parlato con persone di tutto il
mondo, le mie convinzioni sull'umanita' e la relazione dell'umanita' con la
guerra sono cambiate. Ho cominciato a vedere un quadro piu' ampio del mondo,
ed ho cominciato a rivalutare quello che mi era stato insegnato sulla guerra
quand'ero bambina. Ho sviluppato la convinzione che prendere la vita di un
altro essere umano e' sbagliato sempre, non ci sono eccezioni.
Allora sono stata capace di chiarire a me stessa chi sono e cosa sostengo.
Cio' di cui ho piu' rispetto al mondo e' la vita, e non prendero' mai la
vita di un'altra persona. Come altri hanno fede in Dio, io ho fede
nell'umanita'. Sono profondamente convinta che le persone debbano risolvere
i conflitti tramite una pacifica diplomazia e senza uso di violenza. La
violenza genera solo altra violenza.
Poiche' credo fortemente nella nonviolenza, non posso svolgere alcun ruolo
nell'esercito. Ogni persona che sta nell'esercito, qualunque lavoro svolga,
contribuisce alla pianificazione, alla preparazione ed all'implementazione
della guerra. Per 18 mesi, mentre attendevo che mi venisse riconosciuto lo
status di obiettrice di coscienza, io ho onorato gli impegni che avevo preso
con l'esercito, ed ho fatto tutto cio' che mi chiedevano di fare. Ma
domenica scorsa mi e' stato ordinato di recarmi qui a Fort Benning per
essere addestrata alle armi, in preparazione al mio invio in zona di guerra.
Ora io sono giunta al punto in cui devo decidere se scegliere il mio obbligo
legale verso l'esercito o i miei piu' profondi valori morali. Voglio sia
chiaro che non intendo comprometterli per alcuna ragione. Ho un obbligo
morale non solo verso me stessa, ma verso il mondo intero, e cio' e' piu'
importante di qualsiasi contratto.
Sono arrivata ad avere le mie convinzioni con la riflessione personale, con
lo studio intenso. Esse sono tutto cio' che io sono e tutto cio' per cui
lotto. Dopo aver considerato gli effetti che la decisione da me presa avra'
sul mio futuro e sulla mia famiglia, come la possibilita' di essere mandata
in prigione, e l'inevitabile disprezzo e scherno che dovro' affrontare, io
ora sono del tutto risoluta.
Esercitero' il mio diritto legale di non usare un'arma, e di non partecipare
alla guerra. Voglio essere congedata come obiettrice di coscienza, e mentre
attendo il processo d'appello continuero' ad eseguire gli ordini che non
entreranno in conflitto con la mia coscienza, sino a che il mio status non
verra' definito.
Sono preparata ad accettare le conseguenze dell'attenermi ai miei valori.
Cio' che caratterizza un obiettore di coscienza e' la sua volonta' di
affrontare le avversita' e di attenersi ai propri valori ad ogni costo. Non
facciamo questo perche' sia facile, ne' perche' ci porti popolarita', ma
perche' non possiamo fare altro.

3. VERITA' E GIUSTIZIA. LA FONDAZIONE ALEXANDER LANGER SOLIDALE CON NATASA
KANDIC
[Dalla Fondazione Alexander Langer (per contatti: info at alexanderlanger.org)
riceviamo e volentieri diffondiamo.
Alexander Langer e' nato a Sterzing (Vipiteno, Bz) nel 1946, e si e' tolto
la vita nella campagna fiorentina nel 1995. Promotore di infinite iniziative
per la pace, la convivenza, i diritti, l'ambiente. Per una sommaria
descrizione della vita cosi' intensa e delle scelte cosi' generose di Langer
rimandiamo ad una sua presentazione autobiografica che e' stata pubblicata
col titolo Minima personalia sulla rivista "Belfagor" nel 1986 (poi ripresa
in La scelta della convivenza). Opere di Alexander Langer: Vie di pace.
Rapporto dall'Europa, Arcobaleno, Bolzano 1992; dopo la sua scomparsa sono
state pubblicate alcune belle raccolte di interventi: La scelta della
convivenza, Edizioni e/o, Roma 1995; Il viaggiatore leggero. Scritti
1961-1995, Sellerio, Palermo 1996; Scritti sul Sudtirolo, Alpha&Beta,
Bolzano 1996; Die Mehrheit der Minderheiten, Wagenbach, Berlin 1996; Piu'
lenti, piu' dolci, piu' profondi, suppl. a "Notizie Verdi", Roma 1998; The
Importance of Mediators, Bridge Builders, Wall Vaulters and Frontier
Crossers, Fondazione Alexander Langer Stiftung - Una Citta', Bolzano-Forli'
2005; Fare la pace. Scritti su "Azione nonviolenta" 1984-1995, Cierre -
Movimento Nonviolento, Verona, 2005; Lettere dall'Italia, Editoriale Diario,
Milano 2005. Opere su Alexander Langer: Roberto Dall'Olio, Entro il limite.
La resistenza mite di Alex Langer, La meridiana, Molfetta 2000; AA. VV., Una
vita piu' semplice. Biografia e parole di Alexander Langer, Terre di mezzo -
Altreconomia, Milano 2005. Si sta ancora procedendo alla raccolta di tutti
gli scritti e gli interventi (Langer non fu scrittore da tavolino, ma
generoso suscitatore di iniziative e quindi la grandissima parte dei suoi
interventi e' assai variamente dispersa). Si vedano comunque almeno i
fascicoli monografici di "Azione nonviolenta" di luglio-agosto 1996, e di
giugno 2005; l'opuscolo di presentazione de La Fondazione Alexander Langer -
Stiftung, suppl. a "Una citta'", Forli' (per richieste: tel. 054321422; fax
054330421, e-mail: unacitta at unacitta.it, sito: www.unacitta.it), ed il nuovo
fascicolo edito dalla Fondazione nel maggio 2000; una nuova edizione ancora
e' del 2004 (per richieste: tel. e fax 00390471977691, e-mail:
info at alexanderlanger.org, sito: www.alexanderlanger.org); la Casa per la
nonviolenza di Verona ha pubblicato un cd-rom su Alex Langer (per
informazioni: tel. 0458009803; fax 0458009212; e-mail:
azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org). Indirizzi utili:
Fondazione Alexander Langer Stiftung, via Portici 49 Lauben, 39100
Bolzano-Bozen, tel. e fax 00390471977691; e-mail: info at alexanderlanger.org,
sito: www.alexanderlanger.org
Natasa Kandic (1946), laureata in sociologia nel 1972 presso l'Universita'
di Belgrado, entra a far parte di quel gruppo di intellettuali che, gia' a
partire dal 1990, si oppone attivamente alla linea politica repressiva delle
autorita' serbe nei confronti delle minoranze democratiche e si impegna per
la difesa dei diritti umani e per la difesa delle vittime di soprusi
perpetrati nel nome della superiorita' etnica o nazionale. Nel 1992 fonda lo
Humanitarian Law Center a Belgrado, di cui e' attualmente il Direttore
Esecutivo. Inizia a recarsi con regolarita' anche in Kosova/o, dove oltre a
raccogliere una documentazione sul campo, fornisce assistenza legale, ed
altre forme di solidarieta'. Nel 1996 apre un ufficio dello Humanitarian Law
Center anche a Pristina. Continua la sua attivita' nonostante le minacce e
le limitazioni imposte dal regime di Belgrado, non fermandosi nemmeno dopo
lo scoppio della guerra. Natasa Kandic, nel pieno dei bombardamenti Nato, si
reca piu' volte in taxi a Pristina, per rendersi conto direttamente della
situazione, rischiando la vita per portare in salvo qualche kosovaro. Fa
sentire spesso la sua voce attraverso la stampa internazionale e grazie al
lavoro d'inchiesta portato avanti con gli uffici dell'Humanitarian Law
Center, ha potuto offrire un prezioso contributo alla creazione del
tribunale dell'Aja e alle sue prime sentenze di condanna. Ha ricevuto
insieme a Veton Surroi, direttore del quotidiano di Pristina "Koha Ditore",
il premio per la democrazia dal "National Endowment for Democracy" a
Washington; nel 2000 ha ricevuto il premio internazionale "Alexander Langer"
insieme a Vjosa Dobruna]

La Fondazione Alexander Langer ha mandato questa lettera a Natasa Kandic,
premio Alexander Langer 2000, contro la quale e' stato aperto un
procedimento d'incriminazione per diffamazione, per aver chiesto al governo
serbo di riconoscere i crimini compiuti in Bosnia e soprattutto a
Srebrenica.
Natasa Kandic e' la principale, scomoda e temuta testimone ai processi
dell'Aja contro i responsabili di crimini contro l'umanita' commessi durante
la guerra in Bosnia. Vedi in www.alexanderlanger.org
*
All'Humanitarian Law Centre - Belgrado
La Fondazione Alexander Langer, a seguito delle notizie riguardanti
l'apertura di un procedimento di incriminazione per diffamazione contro
Natasa Kandic, direttrice dell'Humanitarian Law Centre e premiata col premio
Alexander Langer 2000, vuole esprimere la sua grande indignazione riguardo a
questo evidente stravolgimento e inversione delle responsabilita', come
anche la sua piena solidarieta' e il suo deciso appoggio verso Natasa, nella
sua coraggiosa e tenace lotta per fare luce sui crimini commessi durante i
conflitti armati in ex Yugoslavia, e in particolare riguardo al massacro
genocidiario di Srebrenica.
La Fondazione Alexander Langer e' d'accordo con l'Humanitarian Law Centre
che la critica verso la scarsa volonta' delle istituzioni di garantire
giustizia alle vittime e' legale e legittima, e dovrebbe essere presa nella
dovuta considerazione piuttosto che stigmatizzata come ostilita'. Inoltre,
la Fondazione vuole premere perche' i rappresentanti delle istituzioni serbe
prendano nettamente le distanze dai crimini che sono stati commessi in
passato e perche' lavorino in favore del raggiungimento di un pieno stato di
legalita' e democrazia attraverso il raggiungimento della verita' sui
crimini di guerra.
Inoltre, la Fondazione Alexander Langer e' convinta che questo procedimento
di incriminazione per diffamazione rappresenti un pericoloso tentativo di
mettere sotto pressione la liberta' di opinione e parola. Per questo, ha
inoltrato il comunicato stampa dell'Humanitarian Law Centre ai Parlamenti
italiano ed europeo, nella speranza che prendano posizione riguardo a questo
fatto.
La Fondazione Alexander Langer spera che molti altri esponenti della
societa' civile e delle istituzioni esprimano la loro piena solidarieta'
verso Natasa Kandic.
Con solidarieta',
La Fondazione Alexander Langer

4. INCONTRI. UN INCONTRO CON JEAN-LEONARD TOUADI A LUCCA
[Dalla "Scuola della pace" di Lucca (per contatti:
scuolapace at provincia.lucca.it) riceviamo e diffondiamo]

Mercoledi' 23 novembre, ore 21, nella Sala Maria Luisa del Palazzo Ducale a
Lucca si svolgera' un incontro con Jean-Leonard Touadi sul tema "Viaggio nel
dolore verso al speranza", racconto di un viaggio con i migranti attraverso
le lunghe strade dell'Africa verso il Mediterraneo.
Jean-Leonard Touadi e' nato a Brazzaville (Congo) e risiede in Italia da
oltre vent'anni. Laureato in filosofia presso l'Universita' Gregoriana di
Roma e con un master post-laurea in giornalismo e comunicazioni di massa
presso la facolta' di scienze politiche della Libera Universita' degli Studi
Sociali (Luiss) di Roma. Entrato in Rai nel 1992 ha lavorato presso la
redazione degli esteri del Tg3. Dal 1999 a giugno 2003, e' stato uno degli
autori del programma di Rai Educational "Un mondo a colori", di cui e' stato
anche conduttore. Consulente scientifico ed editorialista di numerose
riviste italiane ed estere specializzate sui temi dell'immigrazione, della
multicultura e dei rapporti Nord/Sud, ha al suo attivo numerose
pubblicazioni, anche di carattere divulgativo, su geopolitica, problemi
culturali e sociali legati ai fenomeni migratori e sugli aspetti
comunicativi nella societa' multiculturale. Attualmente e' co-autore del
programma di approfondimento di tematiche internazionali "C'era una volta"
in onda su Rai Tre in seconda serata. Ha pubblicato recentemente i libri
Africa la pentola che bolle (Emi, Bologna) e Congo, Ruanda, Burundi. Le
parole per conoscere (Editori Riuniti, Roma Riuniti).
L'incontro e' promosso dalla Scuola della pace di Lucca, in collaborazione
con il Gvai (Gruppo volontari accoglienza immigrati), l'Arcidiocesi di
Lucca - Ufficio pastorale Caritas, il Centro diocesano di cooperazione
missionaria.

5. MEMORIA. GUIDO CALDIRON INTERVISTA ENZO TRAVERSO
[Dal quotidiano "Liberazione" del 15 novembre 2005.
Guido Caldiron e' giornalista e saggista. Opere di Guido Caldiron: Gli
squadristi del 2000, Manifestolibri, Roma 1993; AA. VV., Negationnistes: les
chifonniers de l'histoire, Syllepse-Golias, 1997; La destra plurale,
Manifestolibri, Roma 2001; Lessico postfascista, Manifestolibri, Roma 2002.
Enzo Traverso, storico (nato nel 1957), docente all'Universita' della
Picardie "Jules Verne" di Amiens, saggista, acuto studioso della Shoah e del
totalitarismo. Tra le opere di Enzo Traverso. Gli ebrei e la Germania:
Auschwitz e la simbiosi ebraico-tedesca, Il Mulino, Bologna 1994; La
violenza nazista. Una genealogia, Il Mulino, Bologna 2002; Auschwitz e gli
intellettuali. La Shoah nella cultura del dopoguerra, il Mulino, Bologna
2004; (con Marina Cattaruzza, Marcello Flores e Simon Levis Sullam), Storia
della Shoah, Utet, Torino 2005; in francese: Les marxistes et la question
juive, La Breche-Pec, Montreuil 1990; Les Juifs et l'Allemagne, de la
"symbiose judeo-allemande" a' la memoire d'Auschwitz, La Decouverte, Paris
1992; L'Histoire dechiree. Essai sur Auschwitz et les intellectuels,
Editions du Cerf, Paris 1997; Pour une critique de la barbarie moderne.
Ecrits sur l'histoire des Juifs et l'antisemitisme, Editions Page deux
(Cahiers libres), Lausanne 2000; Le totalitarisme. Le XXeme siecle en debat,
Seuil, Paris 2001; La violence nazie. Essai de genealogie historique, La
Fabrique, Paris 2001; La pensee dispersee, Ed. Leo Scheer, Paris, 2004]

"La Shoah nasce dalle viscere sociali e culturali dell'Europa, non e' ne' un
incidente di percorso ne' una 'malattia' e neppure il risultato
dell'irruzione di forze 'irrazionali' nel cuore della civilta'. Figlia
dell'Europa, la Shoah ne rimette in discussione la storia e la civilta'. In
questo senso, essa continua a interrogare il nostro presente". Nelle parole
che Enzo Traverso utilizza per introdurre il primo volume della Storia della
Shoah, in questi giorni in libreria per Utet, sono gia' riassunte molte
delle sfide con cui la storiografia del genocidio degli ebrei d'Europa deve
misurarsi ancora oggi. Sfide a cui la vasta opera - oltre 2800 pagine di
testi, 3 dvd e un cd-rom ipertestuale - inaugurata dal volume La crisi
dell'Europa e lo sterminio degli ebrei (pp. 1188, euro 45), presentato ieri
pomeriggio a Roma in Campidoglio, intende rispondere. Proprio ad Enzo
Traverso, docente di scienze politiche all'Universita' di Amiens e autore,
tra le altre sue opere, di Auschwitz e gli intellettuali (Il Mulino, 2004),
abbiamo chiesto di spiegarci il significato e le novita' contenute in questa
vasta ricerca.
"Si tratta di una sorta di bilancio critico delle ricerche fin qui svolte -
ci ha spiegato Traverso -, ricerche che sono sempre piu' vaste e che toccano
campi sempre piu' ampi e diversi, del tutto assenti solo fino a una ventina
di anni fa. Penso alla fotografia o alla presenza dei bambini nei campi o al
rapporto tra antisemitismo nazista e razzismo antislavo, tra colonialismo e
nazismo: tutta una serie di ricerche e lavori che aprono orizzonti nuovi".
"Inoltre - aggiunge Enzo Traverso - credo che si tratti di un'opera nuova
perche' non e' solo una Storia della Shoah, nonostante il titolo, bensi' un
approccio alla Shoah come problema storico, nel senso non solo della
ricostruzione dell'evento e del processo che lo ha preparato, ma anche della
sua memoria: non solo quella dei testimoni, la memoria collettiva e i suoi
molti percorsi, ma anche l'impatto della Shoah sulla cultura del Novecento.
Penso anche alla ricostruzione dell'eterogeneita' della memoria che si e'
cercato di rendere: ad esempio con un saggio dello storico palestinese Elias
Sanbar sulla percezione araba della Shoah".
*
- Guido Caldiron: Gia' nella costruzione della memoria collettiva della
Shoah si possono indicare sfide e rischi, come problematizzarli mantenendo
aperta la riflessione?
- Enzo Traverso: Si possono identificare varie tappe sia nella costruzione
della memoria collettiva della Shoah, sia nell'elaborazione di una sua
storiografia. In una prima fase, infatti, la Shoah non esisteva come
specifico problema storiografico e la memoria di quella vicenda era
considerata marginale o addirittura occultata. Poi si e' assistito a un
grande sviluppo della ricerca su questo tema e la Shoah ha cominciato ad
essere studiata come problema storiografico specifico, e' nato in questa
fase tutto il dibattito sull'unicita' dello sterminio degli ebrei. Si e'
arrivati cosi' al riconoscimento della Shoah come elemento di "rottura della
storia", come evento centrale nella storia del Novecento. Ora questo primo
punto d'arrivo della ricerca storiografica rischia di trasformarsi in un
ostacolo epistemologico, quindi tra gli elementi che hanno ispirato questo
lavoro collettivo vi e' anche quello di re-inscrivere la Shoah nella storia
del Novecento. Questo significa mettere in rapporto l'antisemitismo con
altre forme di razzismo e di esclusione, con altre ideologie che possono
aver ispirato pratiche di violenza e di massacro, mettere in rapporto la
Shoah con altri genocidi, vedere ad esempio quali affinita' possono esistere
tra l'antisemitismo, l'eugenismo e il razzismo coloniale dell'Ottocento.
*
- Guido Caldiron: Tra i punti piu' dibattuti nella storiografia della Shoah,
vi e' quello del rapporto tra l'Olocausto e la modernita'. Un tema spesso
utilizzato per proiettare la riflessione sul passato verso il presente, cosa
ne pensa?
- Enzo Traverso: Sono almeno vent'anni che si riflette molto su questo tema,
e sul libro di Zygmunt Bauman che ha per titolo proprio Modernita' e
Olocausto si e' discusso a lungo. Si tratta di un argomento centrale, che
attraversa ovviamente anche questa Storia della Shoah, perche' presuppone di
riconoscere il genocidio ebraico per quello che e', vale a dire un prodotto
della moderna civilta' occidentale, industriale e capitalistica. Accanto a
questo aspetto fondamentale ve ne sono pero' altri di grande importanza. La
Shoah non sono soltanto le camere a gas, vale a dire il rapporto del
genocidio con la razionalita' produttiva, amministrativa - la razionalita'
strumentale, per dirla con Adorno e Horkheimer, del capitalismo moderno e
dell'Occidente -; la Shoah e' anche una "violenza calda", fatta di massacri
nei ghetti, di un'ondata di violenza che si inscrive nel cuore della guerra,
legata percio' alla violenza antislava e al progetto di distruzione del
bolscevismo e dell'Unione Sovietica. Penso che si possa parlare della Shoah
come di una miscela di violenza "calda" che si nutre di passioni, emozioni,
fanatismo e si alimenta naturalmente anche dell'ideologia, e di una violenza
"fredda" che invece richiede non una sospensione o una regressione delle
forme della civilta', ma che presuppone invece proprio le acquisizioni del
processo di civilizzazione, vale a dire il monopolio statale della violenza,
una razionalita' produttiva e amministrativa, separazione e divisione del
lavoro e competenze tecniche che non hanno bisogno di odio, di ideologia e
di fanatismo, ma che possono fare a meno del pregiudizio. Forse e' proprio
perche' alla sua base vi e' l'incontro tra questi due elementi che la Shoah
e' diventata un paradigma dei genocidi e delle violenze del Novecento. Dal
genocidio degli armeni al Ruanda, passando per i gulag - e sto parlando di
fenomeni molto diversi tra loro, assolutamente non assimilabili in una sola
categoria -, tutti questi eventi vengono paragonati alla Shoah, considerata
come una sorta di "matrice" a partire dalla quale si possono misurare e
comparare le diverse violenze. E questo credo avvenga proprio perche' la
Shoah racchiude in se' tutti questi diversi aspetti.
*
- Guido Caldiron: Lei ricordava come la Shoah non sia riducibile alle sole
camere a gas, che pure ne rappresentano il tragico approdo finale. Il primo
passo verso lo sterminio si compie pero' con la privazione dei diritti di
una parte della popolazione, con l'istituzionalizzazione del pregiudizio e
del razzismo. Qualcosa che sembra parlare anche alle societa' contemporanee
e non solo al dibattito storiografico, non crede?
- Enzo Traverso: Certo, la privazione dei diritti e' una tappa fondamentale
sulla via che porta allo sterminio. Le leggi razziali di Norimberga mettono
fine a oltre un secolo di emancipazione ebraica in Germania e vengono
considerate come il momento di svolta, anche sul piano simbolico, di rottura
del nazismo con una tradizione liberale occidentale. Nel dire cio' spesso si
dimentica pero' che questa stessa tradizione occidentale e liberale, che
negli Trenta - nel '38 in Italia con le leggi razziali - rompe con il
principio di uguaglianza, facendo degli ebrei un corpo estraneo alle nazioni
in cui risiedono, si e' pero' sempre fondata sull'esclusione dei popoli che
ha colonizzato da ogni diritto di cittadinanza. Credo percio' che non si
possa descrivere la storia della Shoah come una sorta di partita che si
gioca tra nazisti e ebrei al di fuori di un contesto nel quale intervengono
invece molti altri attori.
*
- Guido Caldiron: La "Storia della Shoah" si apre con una ricostruzione
della genesi dell'antisemitismo e del razzismo moderni, un quadro che mostra
come si sia arrivati pian piano agli orrori di Auschwitz. In questo contesto
come si puo' giudicare il consenso sociale che quel progetto di sterminio
trovo' in Germania?
- Enzo Traverso: Spesso il tema del "consenso" resta in secondo piano
proprio quando si mette l'accento sul rapporto tra Olocausto e modernita'.
Nel senso che se si portassero ad esempio alle estreme conseguenze le tesi
esposte ne La banalita' del male da Hannah Arendt si potrebbe arrivare ad
affermare che si possono sterminare milioni di persone senza averne
l'intenzione o senza quasi rendersene conto. L'odio e il razzismo diventano
invece aspetti secondari. E invece proprio gli studi degli ultimi anni hanno
mostrato quanto profondo fu il consenso della societa' civile tedesca verso
la politica nazista di sterminio. Ampie fasce della societa' tedesca erano
al corrente di quanto stava avvenendo e se non approvavano, certo non
contestavano quella politica. Basti pensare all'esercito, alla Wermacht, e
al suo coinvolgimento nelle pratiche di sterminio. Stiamo parlando di
milioni di soldati impegnati sul fronte orientale, soldati che scrivevano a
casa, che andavano e tornavano dalle licenze, che scattavano fotografie al
fronte come quando erano impegnati in azioni di sterminio. Questo senza
contare tutti i civili tedeschi che assistevano alle scene di deportazione
dei loro concittadini ebrei. La Shoah e' stata anche tutto questo.

6. LIBRI. FRANCESCA BORRELLI PRESENTA "LE INTERMITTENZE DELLA MORTE" DI
JOSE' SARAMAGO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 15 novembre 2005.
Francesca Borrelli si e' laureata in lettere moderne con indirizzo in
critica letteraria, con tesi sulle Strutture concettuali e iconiche
nell'opera di Carlo Emilio Gadda; dall'87 redattrice culturale del
quotidiano "Il manifesto", di cui ha diretto, nella precedente veste
grafica, il supplemento libri. Attualmente e' inviata per la sezione
cultura; ha collaborato a diverse riviste letterarie con recensioni e
interviste; nel secondo semestre del 1997 ha tenuto diversi seminari nelle
universita' statunitensi di Yale, Berkely, Browne, Harvard; ha pubblicato
molti saggi, ed ha tra l'altro curato i volumi di AA. VV., Un tocco di
classico, Sellerio, Palermo, 1987; e AA. VV., Pensare l'inconscio. La
rivoluzione psicoanalitica tra ermeneutica e scienza,  Manifestolibri, Roma
2001.
Jose' Saramago (Azinhaga, 1922), scrittore portoghese, premio Nobel per la
letteratura nel 1998, intellettuale di forte impegno civile]

La musica, solo lei, rende immortali: e' questa la logica che corre
sotterranea lungo tutto l'ultimo intreccio ideato da Jose' Saramago, fino a
risalire alla superficie e rendersi manifesta in un finale di fiaba. Nessuna
morale la governa, e' chiaro piuttosto che la predilezione dell'autore per
il linguaggio dei suoni cercava da tempo la strada per affiorare e l'ha
trovata nelle pagine del romanzo titolato Le intermittenze della morte, che
oggi esce da Einaudi (pp. 205, euro 17), affidato alla magnifica traduzione
di Rita Desti.
Avvolto nella ricorrenza di una identica frase che apre la narrazione e ne
suggella il finale - "Il giorno seguente non mori' nessuno" - il libro di
Saramago concede spazio all'impossibile e immagina che il contratto con la
vita conosca una proroga alla sua naturale scadenza. Succede, in una citta'
senza nome, che il primo di gennaio di un anno imprecisato la morte decida
di sospendere l'attivita', e abusando del suo potere si renda latitante per
gli otto mesi successivi, rifiutando indistintamente di ottemperare ai suoi
uffici. Malati sull'orlo del trapasso, vecchi giunti a quello che si
presumeva essere l'ultimo dei loro giorni, vittime di ferite senza margini
di speranza, aspiranti suicidi, tutti indistintamente condividono da quel
giorno l'identica situazione di chi si trova gia' con un piede nella fossa,
ma con l'altro si tiene saldamente ancorato all'aldiqua. Felicita' insperata
di un regalo che non tarda a reclamare il suo prezzo. La chiesa per prima fa
arrivare i suoi lamenti: senza morte non c'e' resurrezione, a quale scopo
dunque affidare al prete le proprie anime? Poi e' la volta delle pompe
funebri: senza morte non c'e' sepoltura, chi provvedera' al futuro della
categoria? E gli ospedali: senza morte non c'e' ricambio, chi smaltira' la
folla dei malati eternamente terminali? E le assicurazioni: senza morte non
ha senso una polizza sulla vita... e cosi' via fino ai familiari, chi sara'
disposto a vegliare sine die al capezzale di coloro che non si decidono a
morire? Problemi mai previsti, questioni mai dibattute, rimedi mai
escogitati.
L'estro di Saramago ha di che sbizzarrirsi, moltiplica i frutti
dell'inventiva e allo stesso tempo li sottopone al ferreo controllo di una
consequenzialita' cui nulla sfugge, mentre la sua scrittura, gia' consumata
nell'esercizio della dilazione, in queste pagine si stira fino al limite del
parossisimo, mima la scomposizione del pensiero in un labirinto di
diramazioni, le segue, le indaga, le giudica nei dettagli, e nel farlo apre
gorghi ipotattici che risucchiano le frasi una dentro l'altra, sempre
ospitando i dialoghi in continuita', senza intervalli a segnalarli. Ma il
virtuosismo di Saramago non si esaurisce negli aspetti formali della
narrazione: se nei romanzi precedenti aveva sfidato i problemi del nostro
tempo mascherandoli sotto il velo della allegoria, qui si misura
direttamente con la morte, sfidando i luoghi comuni che le si accompagnano e
l'iconografia che la descrive.
Dunque, tutto era cominciato da una sorta di sciopero nella normale
risoluzione del contratto con la vita. Ma cosi' come aveva deciso di
sospendere la sua attivita', un giorno la morte decide di riprenderla. Dopo
avere abusato del suo potere scegliendo di non esercitarlo piu', ora decide
di abusarne incapricciandosi di una trovata: mandera' una lettera di
preavviso, una lettera viola in base alla quale chi la riceve sapra' di
avere otto giorni a disposizione per assolvere alle sue volonta' e poi
morire. Sovrana degli umani destini, la morte compila gli indirizzi delle
sue vittime nei sotterranei che ospitano gli archivi di tutti i viventi. A
un gesto della sua mano la lettera parte; ma ce n'e' una che non vuole
saperne di arrivare a destinazione. La morte se la vede ricomparire sul
tavolo, la rimanda e quella vola indietro, la invia una terza volta e quella
e' li' di nuovo. Uno sconcerto mai provato prima turba la morte, chi sara'
l'impudente che osa sfidare il suo volere? Consulta gli archivi, estrae il
cartellino, l'indirizzo e' giusto, corrisponde al nome di un violoncellista,
la data della morte e' quella indicata nella lettera, ma la lettera e'
tornata indietro e l'uomo che avrebbe dovuto morire a quarantanove anni nel
frattempo ne ha compiuti cinquanta. Quale affronto per la morte.
Man mano che la prospettiva del narratore abbandona i destini della
collettivita' per stringersi sul duetto tra il violoncellista e la morte, il
romanzo si fa piu' lieve, l'ironia piu' scoperta, il divertimento
dell'autore piu' manifesto. Mirabile il dialogo in cui la falce si sottrae
al silenzio che le impone la sua natura per complimentarsi con l'aspetto
della padrona: la morte ha assunto, infatti, le sembianze di una donna, e di
quelle si servira' per ricondurre il violoncellista al suo volere.
Approfittando della sua invisibilita', la morte spia i movimenti dell'uomo,
gli prende le misure, si insinua nella sua vita contandogli i secondi. Porta
la lettera viola in tasca, la lettera con la quale annuncera' al
violoncellista che il suo tempo e' scaduto. Un giorno o l'altro gliela
consegnera', ma per farlo ha bisogno di manifestarsi; percio' assume piu' o
meno le fattezze che l'iconografia popolare le attribuisce, trentasei anni
circa e per il resto bisogna adeguarsi alla moda. Cosi', tutta agghindata,
la morte assiste al concerto del violoncellista, poi lo aspetta all'uscita
degli artisti per complimentarsi, lo provoca in dialoghi che sfidano le cose
ultime, scivola lentamente nei suoi pensieri e ne diventa tiranna. Prenota
un palco al concerto successivo ma poi non va; inutilmente gli occhi del
violoncellista la cercano in sala, invano si attarda aspettandola
all'uscita, e quando ormai tutte le attese sono frustrate e le speranze
svanite, proprio come nelle fiabe quel che non era dato si avvera.
Sospeso tra assurdo e meraviglioso, il finale che non sveleremo si avvia
lungo passaggi che consentono a Saramago la piu' grande delle soddisfazioni,
mettere in ginocchio la morte di fronte alla sovrana bellezza della musica.
E forse non e' un caso se lo spartito sul quale termina il romanzo e' quello
della sesta suite per violoncello di Bach: non soltanto, infatti, il
contrasto degli affetti musicato trova corrispondenza in quello narrato, ma
anche la anomalia dello strumento per il quale la sesta suite fu scritta, un
violoncello dotato di una quinta corda aggiuntiva, sembra alludere alla
bizzarria di questo romanzo, che si permette lentamente di scivolare nella
fiaba concedendosi un finale che consola.

7. LIBRI. DANIELA SANTUCCI ED ENRICO ALLEVA PRESENTANO "COLLASSO" DI JARED
DIAMOND
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 13 novembre 2005.
Daniela Santucci opera presso l'Istituto superiore di sanita'.
Enrico Alleva e' dirigente di ricerca all'Istituto superiore di sanita', dal
prestigioso curriculum scientifico.
Jared Diamond (Boston, 1937), scienziato americano, si e' occupato di
fisiologia, biologia evolutiva e biogeografia; e' considerato il massimo
esperto mondiale della flora e della fauna della Nuova Guinea; docente
all'Universita' della California, e' membro dell'Accademia nazionale delle
scienze americana; ha ricevuto il premio Pulitzer per la saggistica nel 1998
per Armi, acciaio e malattie, oltre ad altri numerosi riconoscimenti
scientifici. Opere di Jared Diamond: Il terzo scimpanze', Bollati
Boringhieri, Torino; Armi, acciaio e malattie, Einaudi, Torino; Collasso,
Einaudi, Torino]

Le ricorrenze si rincorrono. Nel 1859 usci' un libro che divenne subito un
best seller internazionale: L'origine delle specie, scritto dal non piu'
giovane Charles Darwin, un naturalista che dall'osservazione di forme e
comportamenti degli animali bizzarri incontrati circumnavigando il globo
terrestre aveva tratto spunto di riflessione e di studio per elaborare una
potente visione analitica del mondo vivente, utile a spiegare anche non
pochi aspetti del comportamento umano. Cento anni dopo un altro testo
avrebbe segnato la storia della cultura occidentale: nel saggio Le due
culture, pubblicato nel 1959, Charles Percy Snow mise in evidenza il
pericolo di una visione dicotomica che, disgiungendo gli ambiti umanistici e
scientifici, finisce per limitare il proprio potere di analisi.
In questo ideale percorso non appare secondaria la pubblicazione, alla fine
dello stesso secolo, di Armi, acciaio e malattie, salutato da un clamoroso
successo di vendite e da un coro di osanna per il suo autore, Jared Diamond.
Docente di fisiologia e di geografia presso l'universita' della California e
vincitore di un Pulitzer, Diamond e' un ornitologo appassionato, che ha
saputo osservare la storia passata e recente dell'umanita' con la visione
binoculare del bird-watcher. Infrangendo la storica separatezza tra le due
culture e adottando lo sguardo di uno zoologo che bada ai fatti senza
soffermarsi troppo su aspetti prettamente socio-antropologici, lo studioso
ha analizzato con successo fenomeni fra loro assai diversi come
l'addomesticamento del cavallo, la selezione del mais o l'evolversi delle
infezioni.
*
Esploratore di specie rare di uccelli, Diamond - che vive in un perenne
nomadismo geografico e culturale e parla fra l'altro un italiano forbito -
si rivela nel suo nuovo libro, Collasso: come le societa' scelgono di morire
o di vivere (Einaudi, pp. 566, euro 24), uno studioso attento di "ecocidio",
di quei fattori cioe' che hanno portato all'estinzione di tante specie
animali e vegetali.
Dalle costruzioni delle culture Maya sommerse dalla giungla alle gigantesche
figure dell'Isola di Pasqua, fino alla ben piu' recente estinzione dei
norvegesi in Groenlandia nel 1450, Collasso avrebbe dovuto inizialmente
trattare i meccanismi che condussero cinque distinte societa' umane ad
autodistruggersi, forse per i danni ambientali dovuti al sovrappopolamento.
Poi il progetto si e' ampliato, e il libro prende in considerazione molti
altri crolli di societa' di piccole o medie dimensioni. Fra gli esempi
analizzati dallo studioso, viene privilegiato il caso del Montana - un luogo
che per i figli del baby boom italiano, allevati a suon di caroselli, evoca
il vecchio motivetto pubblicitario di una marca di carne in scatola:
"Laggiu' nel Montana, tra mandrie e cow-boy c'e' sempre qualcuno di troppo
tra noi". Una societa' rissosa e isolata, insomma: ed e' interessante
l'analisi dal sapore sottilmente lacaniano che il docente di una universita'
californiana fa di una zona culturalmente disagiata e disseminata di miniere
d'oro del proprio grande paese-continente. Nella lettura di Diamond anche la
fine dell'impero romano, osservata con gli occhi di un ecologo che si e' a
lungo dedicato all'estinzione di specie rare di uccelli, assume toni (a
tratti) culturalmente esilaranti.
La parte piu' interessante del libro, e la piu' originale, resta pero'
quella sulle cause fisiche e sociali che hanno determinato la scomparsa di
intere popolazioni. Ovviamente lo sfruttamento eccessivo delle risorse
ambientali gioca un ruolo centrale nel testo. Ma l'analisi sul ruolo delle
popolazioni nemiche e bellicose che risiedevano nelle zone circostanti le
aree abitate da genti oggi scomparse e' una visione darwinianamente
inaspettata. Anche perche' un conto e' leggere di territorialismo
diversificato in ambienti ottimali o subottimali nel caso di gorilla
africani o di colonie di taccole centroeuropee, altro conto e' vedere regole
dal sapore non cosi' diverso applicate con dovizia di argomenti a societa'
umane.
Ancor piu' interessante l'analisi di un fattore critico spesso trascurato,
ovvero la rottura di una omeostasi sociale, quei cambiamenti nelle regole
istituzionali di una popolazione che permettono di evitarne l'estinzione.
L'autore favorisce l'esempio dell'isola di Pasqua, felice meta di tanti
turisti. Ma lo stile conoscitivo con cui Diamond fonde dati classici
dell'archeologia e dati meno noti della paleobotanica e' davvero una
novita': la botanica dei fossili si basa per esempio su pollini pietrificati
che permettono di ricostruire l'andamento delle comunita' forestali e
arbusticole via via devastate da popolazioni isolane da molto tempo
scomparse.
*
Etologo, ecologo, ecologista, figura cult di quella generazione che sfila
convinta che un altro mondo e' possibile, Diamond racconta una fiaba dal
finale incerto, dove i cattivi sono anche le onde lunghe e rapidissime dei
collassi socioeconomici e dei rischi sanitari, e punta il dito sul
solipsismo delle caste che prendono le decisioni per tutti gli altri, come
quei sovrani Maya rinserrati nelle loro regge, che non si accorgevano
dell'erosione del suolo perche' non avevano modo di affacciarsi da una molto
plebea finestra. Una riuscita galleria di ecocidi, monito per un'umanita'
ogni giorno piu' informata, ma forse per questo anche miope e immemore delle
sciagure sociali del passato.

8. RIFLESSIONE. LUCA TOMASSINI INTERVISTA JARED DIAMOND
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 13 novembre 2005. Luca Tomassini e'
giornalista, scrive su varie testate]

Fisiologo e ornitologo, titolare di una cattedra di geografia e
ambientalista (e' un importante dirigente del Wwf statunitense), Jared
Diamond non ha certo il physique du role del narratore di catastrofi umane.
Gentile, minuto, occhi che brillano di intelligenza e curiosita', spiega
immediatamente cosa lo ha spinto a scrivere Collasso: "Mi sono sempre
chiesto perche' una societa' ricca e potente scompare. Una curiosita' che mi
porto dietro dall'infanzia, certo, ma anche un grande problema dell'oggi. Ci
troviamo a affrontare difficolta' che si sono gia' presentate in passato e
non dobbiamo ripetere gli errori di chi ci ha preceduto".
*
- Luca Tomassini: Come e perche' una societa' umana muore?
- Jared Diamond: Per prima cosa una precisazione: a questa domanda il mio
libro risponde in oltre cinquecento pagine. Cio' detto, ho individuato
cinque essenziali gruppi di fattori. Il primo e' senza dubbio l'impatto
delle comunita' umane sull'ambiente circostante: le deforestazioni,
l'impoverimento e il degrado del suolo, l'esaurimento delle fonti idriche,
la distruzione della biodiversita'. Il secondo fattore e' il cambiamento
climatico. Oggi lo si identifica con il riscaldamento globale provocato
dall'inquinamento umano, ma nel passato radicali modificazioni hanno avuto
anche cause naturali e provocato enormi conseguenze. Poi il terzo elemento,
i nemici. Proprio oggi sono andato a visitare il Foro romano: impossibile
non chiedersi come sia stata possibile la fine di una civilta' tanto
straordinaria. Il dibattito e' ancora aperto, ma certo le invasioni
barbariche hanno avuto un ruolo fondamentale. Il quarto elemento e' in un
certo senso opposto al precedente, sono i popoli amici. Se una societa'
dipende in maniera essenziale da beni forniti da altri (come nel nostro caso
il petrolio del Medio oriente), una caduta di questi ultimi si riflettera'
inevitabilmente su di essa.
*
- Luca Tomassini: E il quinto?
- Jared Diamond: Ultimo, ma non certo per importanza, e' tutto il complesso
di elementi sociali, politici e di organizzazione economica che
caratterizzano qualunque comunita' umana: questo condiziona severamente la
capacita' di una societa' di fornire risposte efficienti alle sfide poste
dall'ambiente.
*
- Luca Tomassini: Il sottotitolo di Collasso accenna a societa' che scelgono
di morire. Dove e' finito il determinismo ecologico di cui e' stato spesso
accusato?
- Jared Diamond: Di fronte a una minaccia la scelta e' un elemento
importantissimo. Non era cosi' in Armi, acciaio e malattie dove analizzavo
le cause del dominio della societa' occidentale. Ma e' importante stare
attenti alle parole: non conosco un solo caso di una societa' che abbia
scelto di scomparire, ma tutte prima o poi si trovano di fronte a diverse
opzioni e le conseguenti decisioni hanno ovviamente delle conseguenze sulla
loro sopravvivenza.
*
- Luca Tomassini: Quanto conta l'organizzazione di una societa' sulle scelte
che compie? Nella nostra le elites sono caratterizzate dal privilegio di
decidere cosa produrre e cosa no. Considera questo un fattore decisivo per
il futuro?
- Jared Diamond: E' vero che in una tirannia l'elite gode di un potere
assoluto, almeno fino a quando la massa del popolo non si ribella. Per
esempio i regni Maya erano tali e una rivolta ha portato alla deposizione
del re. Ma in una democrazia i cittadini possono esercitare un potere,
magari attraverso il voto. E a questo proposito mi piace ricordare che
grazie alle elezioni locali solo pochi giorni fa un duro colpo e' stato dato
al nostro presidente. Certo, a volte ci sembra di non poter fare nulla ma
resto convinto che la scelta sia nelle nostre mani.
*
- Luca Tomassini: Una tipica obiezione ai suoi argomenti "ecologisti" e' che
comunque la tecnologia risolvera' i nostri problemi. E' d'accordo?
- Jared Diamond: Niente affatto. In una conversazione, se pur con mille
dubbi, Bill Gates mi ha detto proprio questo. Io credo che la tecnologia sia
semplicemente potere, potere di fare del bene o di distruggere. Oggi questo
potere e' enorme ma e' anche una delle cause, insieme alla crescita
demografica, della velocita' e intensita' con la quale sorgono oggi i
problemi ambientali: troppo spesso una nuova tecnica ci pone di fronte a
inattese conseguenze negative e dimenticarlo e' un imperdonabile eccesso di
ottimismo.
*
- Luca Tomassini: Neutralita' della tecnologia, quindi. E della scienza?
- Jared Diamond: Il discorso a mio parere non cambia. Anche la scienza e'
potere e spetta a noi decidere come utilizzarla.
*
- Luca Tomassini: Vede nello stretto legame tra ambiente e comunita' umana
una chiave per rinnovare il metodo storico?
- Jared Diamond: Certamente, ma sottolineo che e' una tra le molte. E forse
e' una conseguenza di una mentalita' che pone l'accento sul paragone tra
tempi e luoghi differenti, alla ricerca di regolarita'. Ma dobbiamo sempre
tenere presente che quando si parla di storia fare esperimenti e'
impossibile. Per questo quando parlo di "scienza storica" non penso tanto
alla fisica o alla chimica quanto alla mia cara ornitologia o alla geologia.
Di norma gli storici non si considerano scienziati e soprattutto si occupano
di luoghi e periodi circoscritti: avremo sempre bisogno di esperti del
Rinascimento italiano ma per sviluppare una vera e propria scienza il metodo
comparativo e' imprescindibile.
*
- Luca Tomassini: Ci salveremo?
- Jared Diamond: La verita' e' che non lo so. Faccio comunque una proposta:
ripetiamo questa intervista tra trent'anni e forse potro' rispondere.

9. RILETTURE. UMBERTO GALIMBERTI: PSICHE E TECHNE
Umberto Galimberti, Psiche e techne. L'uomo nell'eta' della tecnica,
Feltrinelli, Milano 1999, 2002, pp. 814, euro 15. Un'opera di straordinaria
ricchezza.

10. RILETTURE. MARVIN HARRIS: CANNIBALI E RE
Marvin Harris, Cannibali e re. Le origini delle culture, Feltrinelli, Milano
1979, 1981, pp. 240, lire 10.000. Un libro appassionante del grande
antropologo.

11. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

12. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1119 del 19 novembre 2005

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