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La nonviolenza e' in cammino. 1120



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1120 del 20 novembre 2005

Sommario di questo numero:
1. Maria G. Di Rienzo: Le nonne e Cindy
2. Lidia Menapace: Di Falluja e dell'umanita'
3. Severino Vardacampi: La secessione
4. Carlo Sansonetti: Una lettera dal Costarica
5. Emily Dickinson: Anche il giorno piu' lungo sulla terra
6. Una lettera del 27 aprile 2004
7. Una lettera del 5 maggio 2004
8. Una lettera del 9 maggio 2004
9. Hannah Arendt: Di tutto cio' che tocca
10. La "Carta" del Movimento Nonviolento
11. Per saperne di piu'

1. TESTIMONIANZE. MARIA G. DI RIENZO: LE NONNE E CINDY
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo articolo.
Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici di questo foglio;
prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista, regista
teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche storiche
sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica
dell'Universita' di Sidney (Australia); e' impegnata nel movimento delle
donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta' e in difesa dei
diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di
Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra
Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne
nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005.
Cindy Sheehan ha perso il figlio Casey in Iraq; per tutto il mese di agosto
e' stata accampata a Crawford, fuori dal ranch in cui George Bush stava
trascorrendo le vacanze, con l'intenzione di parlargli per chiedergli conto
della morte di suo figlio. Intorno alla sua figura e alla sua testimonianza
si e' risvegliato negli Stati Uniti un ampio movimento contro la guerra]

C'e' un gruppo pacifista, negli Usa, fondato nel novembre 2003 di cui non
molti hanno sentito parlare. Si tratta delle "Nonne contro la guerra", che
tengono una veglia a New York davanti al Rockfeller Center ogni mercoledi'
da due anni, ed hanno composto la canzone originale che oggi fa da "sigla"
alla campagna "Teatri contro la guerra" (gruppi teatrali statunitensi la
suonano e cantano prima di mettere in scena i loro pezzi).
Il 17 ottobre 2005, diciotto di queste nonne sono state arrestate ed
accusate di "condotta disordinata" per aver tentato di entrare in un centro
di reclutamento dell'esercito con i loro cartelli pacifisti appesi al collo.
La polizia ha arrestato donne che vanno dai 49 ai 90 anni d'eta', compresa
appunto la novantenne, e cieca, Marie Runyon.
"Abbiamo suonato piu' volte il campanello", ha detto la simpatica Joan Wile,
settantaquattrenne presidente dell'associazione, "Vedevo teste fare capolino
dalle finestre e poi ripararsi dietro le scrivanie. Non capisco di cosa
avessero paura. Forse non sapevano cosa fare con un gruppo di vecchiette.
Perche' non ci hanno aperto e hanno chiamato la polizia? Per quello che ne
sapevano loro potevamo essere venute ad arruolarci".
*
Alla loro veglia di mercoledi' scorso, 16 novembre 2005, c'era anche Cindy
Sheehan. Contrariamente a quanto accadde lo scorso mese, con il pronto
intervento delle forze dell'ordine che le tolsero il microfono, questa volta
Cindy ha potuto parlare: "Penso che chiunque voglia candidarsi come
presidente degli Stati Uniti nel 2008 debba esprimersi contro la guerra, e
se non lo fa, chiunque sia, noi non lo sosterremo. Noi, la gente, dobbiamo
cominciare a prenderci la responsabilita' della nostra democrazia, e
licenziare i politici che non ci rappresentano". Rispetto alla possibile
candidatura di Hillary Clitnon, Cindy (che l'ha incontrata personalmente in
settembre) ha commentato che: "Se intende essere un falco a favore della
guerra, per mostrare che da donna sa stare alla pari con gli altri 'ragazzi'
della politica, io faro' resistenza alla sua candidatura con ogni briciola
della mia forza, fino a che non ci mostrera' la saggezza che e' necessaria
per guidare gli altri. Io non faro' l'errore di sostenere un'altra volta la
candidatura a presidente di un democratico che sia favorevole alla guerra. A
Washington, il 24 settembre scorso, eravamo in piu' di centomila, e i
signori politici non ci hanno ancora notati. Percio', cosa dobbiamo fare? Io
non credo che le dimostrazioni in strada siano sufficienti: dobbiamo
cominciare una disobbedienza nonviolenta di massa".
Cindy Sheehan e gli altri genitori di "Gold Star Families for Peace" (si
tratta di genitori che hanno ricevuto un'onorificenza per la morte dei loro
figli in guerra) rimetteranno in piedi "Camp Casey" di fronte al ranch del
presidente Bush durante il fine settimana della festa del ringraziamento,
ovvero il 26-27 novembre.
"Siamo madri e padri che intendono chiedere al presidente, una volta di
piu', per quale nobile causa i nostri figli e le nostre figlie sono morti.
Inviteremo George e Laura", ha concluso Cindy Sheehan, "E dite a Laura di
portare il tacchino".

2. RIFLESSIONE. LIDIA MENAPACE: DI FALLUJA E DELL'UMANITA'
[Ringraziamo Lidia Menapace (per contatti: lidiamenapace at aliceposta.it) per
averci messo a disposizione questo intervento. Lidia Menapace e' nata a
Novara nel 1924, partecipa alla Resistenza, e' poi impegnata nel movimento
cattolico, pubblica amministratrice, docente universitaria, fondatrice del
"Manifesto"; e' tra le voci piu' alte e significative della cultura delle
donne, dei movimenti della societa' civile, della nonviolenza in cammino. La
maggior parte degli scritti e degli interventi di Lidia Menapace e' dispersa
in quotidiani e riviste, atti di convegni, volumi di autori vari; tra i suoi
libri cfr. Il futurismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968;
L'ermetismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; (a cura di), Per un
movimento politico di liberazione della donna, Bertani, Verona 1973; La
Democrazia Cristiana, Mazzotta, Milano 1974; Economia politica della
differenza sessuale, Felina, Roma 1987; (a cura di, ed in collaborazione con
Chiara Ingrao), Ne' indifesa ne' in divisa, Sinistra indipendente, Roma
1988; Il papa chiede perdono: le donne glielo accorderanno?, Il dito e la
luna, Milano 2000; Resiste', Il dito e la luna, Milano 2001; (con Fausto
Bertinotti e Marco Revelli), Nonviolenza, Fazi, Roma 2004]

Chiedo a tutti e tutte di esprimere la nostra pieta' a rabbia, vergogna e
riconoscimento alla citta' di Falluja, che si aggiunge al novero delle
citta' martiri delle guerre. Vogliamo solo ricordare Guernica, la prima
citta' in Europa vittima di un bombardamento sulla popolazione civile;
Coventry rasa al suolo dall'aviazione fascista;  Dresda distrutta da quella
alleata; il Ponte vecchio di Firenze minato dai nazi; Montecassino
pressoche' distrutta dagli alleati, Roma citta' aperta e bombardata: tutte
urlano ancora contro le guerre che distruggono le tracce umane simbolo di
convivenza, la polis e la politica, la civilta' e la cittadinanza.
Ai governi presenti e futuri diciamo che non si tratta il ritiro delle
truppe con chi ha mentito sulle armi di distruzione di massa, sulle torture
ad Abu Graib, sulle carcerazioni a Guantanamo, con chi pretende di
controllare gli arsenali atomici altrui e si sottrae ai controlli sui
propri, chi usa armi fuori legge.
Il ritiro deve essere immediato (coi tempi tecnici che servono per riportare
a casa le persone e i mezzi), ma soprattutto incondizionato.
*
Noi consideriamo scandaloso che durante la visita in Italia del presidente
iracheno nessuno abbia accennato alla vicenda di Falluja, e che il papa si
sia espresso pressoche' solo per rivendicare privilegi alla chiesa cattolica
nella costituzione irachena, in presenza di ben altri drammi. Tuttavia il
fatto che una costituzione islamica non soddisfi il papa cattolico dimostra
che persino per garantire piena liberta' religiosa serve uno stato laico,
democratico e costituzionale, garante pieno di tutte le liberta'. Mentre col
loro assolutismo le religioni che si fanno istituzione hanno bisogno di
privilegi e di leggi speciali.
Per questo vogliamo che la laicita' dello stato italiano sia garantita dalla
Costituzione e l'Europa si costruisca come istituzione politica laica. Non
spetta al papa definire la laicita' sana giusta illuminata, bensi' alla
volonta' dei cittadini scriverla in forma democratica e costituzionale.

3. TRENODIE. SEVERINO VARDACAMPI: LA SECESSIONE

"tutti fra se confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angoscie"
(Giacomo Leopardi, La ginestra, vv. 130-134)

Quando eravamo sui banchi di scuola, ci insegno' la sora Amalia che federare
significa unire soggetti diversi in un medesimo patto, costruire
solidarieta', formare piu' ampie alleanze, ampliare le comunita',
riconoscersi reciprocamente umanita', reciprocamente prestarsi aita.
Usciti dalle scuole basse ed entrati garzoni in tipografia certi nostri
vecchi maestri ci spiegarono che da Cattaneo a Proudhon a Spinelli i
federalisti miravano ad unire l'umanita' intera secondo giustizia e
liberta'. E sempre ci piacque questo dire. Poi, finito il lavoro, tutti si
andava insieme all'osteria dei refrattari a tracannar fojette e poi cantare
le canzoni di Pietro Gori, la Marsigliese e l'Internazionale.
*
Una cricca golpista di criminali e fiduciari dei poteri criminali, di
revanscisti del ventennio e di Salo', di razzisti spudorati e di ladroni di
stato di lungo corso, forte della sotterranea complicita' di tanta parte del
ceto politico e della narcosi dei piu', ha ora fatto a pezzi la Costituzione
della Repubblica Italiana, negando in radice quel principio di uguaglianza
fra tutti i cittadini che e' uno dei principi fondamentali del nostro
ordinamento giuridico, uno dei valori supremi che fu giurato dai
sopravvissuti alla carneficina della seconda guerra mondiale;
quell'uguaglianza di diritti fra tutti gli esseri umani che invera
l'affermazione della dignita' di ogni essere umano, per cui tante e tanti
scelsero la via della Resistenza fino al martirio.
Chi ha fatto strame della Costituzione, se ne rendesse conto o no,
insipiente o infame, non solo ai viventi e ai venturi ha recato nocumento,
ma ai morti altresi' oltraggio.
*
Alla scuola della sora Amalia per un'operazione di tal genere c'era un
aggettivo tecnico preciso: secessionista. Che designa l'azione esattamente
opposta al federare. E in questa precisa vicenda e' l'azione sordida e
meschina di chi nega altrui dignita', accoglienza, riconoscimento di
umanita'. Il gesto laido e protervo dell'egoista, del razzista, dello
schiavista. L'immonda divisa del vampiro, del "me ne frego", del "mors tua,
vita mea", del vocino che esce dalla carrozza e dice "Avanti, alo': cchi
mmore more".
E a definir la "ratio" che a questa operazione presiede, e gli effetti che
essa provoca e sancisce, e l'ideologia e la prassi che ne sono motrici e
fine, ce n'era un altro di aggettivo, un aggettivo che quando indossa i suoi
abiti di rappresentanza si panneggia in una camicia bruna.

4. ESPERIENZE. CARLO SANSONETTI: UNA LETTERA DAL COSTARICA
[Dagli amici di "Sulla strada" (per contatti: sullastrada at iol.it) riceviamo
e volentieri diffondiamo questa lettera di don Carlo Sansonetti del 13
novembre 2005 scritta da una riserva indigena in Costa Rica. Carlo
Sansonetti, parroco di Attigliano, ha preso parte a varie rilevanti
esperienze di solidarieta' concreta in Italia e in America Latina, ed e'
trascinante animatore dell'esperienza di "Sulla strada". Per sostenere le
attivita' di solidarieta' in America Latina e in Africa dell'associazione
"Sulla strada": via Ugo Foscolo 11, 05012 Attigliano (Tr), tel. 0744992760,
cell. 3487921454, e-mail: sullastrada at iol.it, sito: www.sullastradaonlus.it;
l'associazione promuove anche un periodico, "Adesso", diretto da Arnaldo
Casali, che si situa nel solco della proposta di don Primo Mazzolari; per
contattare la redazione e per richiederne copia: c. p. 103, 05100 Terni,
e-mail: adesso at reteblu.org, sito: www.reteblu.org/adesso]

Stamattina, per venire al paese piu' vicino che sta a piu' di 15 km, ho
fatto la meta' del percorso a piedi, in mezzo a una natura incantevole,
stando attento alle molte pozzanghere sulla strada di terra e sassi, ma
soprattutto gioendo e riflettendo in quella lunga passeggiata mattutina. E
pensavo: quanto stiamo perdendo il contatto con la fatica e quindi con il
nostro corpo, con la calma e quindi con il nostro pensiero, con lo stupore e
quindi con il nostro spirito, nel contesto della nostra civilta' dei consumi
e dell'efficienza.
E forti mi venivano alla mente le immagini di questi giorni che sto passando
vivendo nella capanna di Silvino, in compagnia di lui, della moglie e dei
quattro luminosi e sempre sorridenti bambini: la poverta' di stanze che si
affacciano all'esterno con le abbondanti fessure fra tavola e tavola; la
poverta' dell'unica lampadina che illumina le tre camere della capanna; la
poverta' del menu sempre uguale per pranzo e cena (riso e fagioli); la
ricchezza delle serate passate a parlare insieme e a giocare con i bambini,
e poi andare presto a dormire; la ricchezza delle mattine che cominciano
alle quattro con la mamma che prepara la colazione per il marito che parte
alle cinque per il lavoro; la ricchezza degli incontri con la piccola
comunita' che si impegna nel nostro progetto e che vuole resistere al
pessimismo e all'apatia che ha contagiato quasi l'intera comunita' di questo
villaggio indigeno per l'abbandono in cui viene lasciato dallo Stato e dalla
societa' cosidetta civile, un pessimismo e un'apatia che sono vinti solo dal
liquore abbondante al quale si sacfrificano tutti i modestissimi guadagni.
Ma, come vi ho detto, c'e' un gruppo di circa trenta persone, fra bambini,
giovani e adulti, soprattutto donne, che credono nel nostro progetto e ne
sono entusiasti. E' un progetto non soltanto di carattere economico, ma
soprattutto culturale e spirituale, con forti agganci nella realta' di tutti
i giorni. Sappiamo che la base e' la fede, lo spirito che unisce e' l'amore,
la forza per andare avanti e' la speranza, e i passi del lungo cammino sono
i singoli progetti da realizzare (la serra con l'orto e le piante
medicinali, il pollaio per le uova e la carne, la vasca per l'allevamento
dei pesci, i campi dove coltivare i fagioli, e altri che verranno nel
futuro, per l'aiuto di Dio e la generosita' vostra e di tanti altri).
*
Ieri abbiamo trovato un posto collinare dove il cellulare, che ho comprato
(anzi: che abbiamo comprato) per rendere meno isolata la vita di Silvino e
della sua gente, riesce a prendere la linea, con un'antenna altissima; cosi'
per le emergenze la comunicazione e' immediata. Poi abbiamo fatto un
abbonamento a un giornale quotidiano che mai era arrivato nel villaggio e
che invece da ieri puo' essere letto da chiunque della comunita'. Ancora:
abbiamo fatto domanda all'ospedale perche', anche contribuendo noi alle
spese, un medico possa andare al villaggio una volta alla settimana a fare
un corso di pronto intervento che vorremmo che durasse da tre a sei mesi; in
questo modo quando ci sono delle emergenze (come fratture o tagli, infezioni
o diarree, febbre alta o anche morsicature di serpenti) la comunita' stessa
sapra' farvi fronte, fino a quando si possa far arrivare in qualche modo il
malato all'ospedale (minimo minimo ci vogliono sempre dalle due alle quattro
ore). Sono traguardi molto importanti che noi di Attigliano abbiamo
contribuito in modo determinante a far raggiungere a gente molto povera, che
altrimenti sarebbe rimasta per sempre dentro la sacca della non-vita.
*
Vi abbraccio e a risentirci presto, con l'aiuto di Dio.
Don Carlo

5. MAESTRE. EMILY DICKINSON: ANCHE IL GIORNO PIU' LUNGO SULLA TERRA
[Da Emily Dickinson, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1997, 2005, p. 1323
(e' la poesia 1328). Emily Dickinson (Amherst, Massachusetts, 1830-1886) e'
una delle piu' grandi voci poetiche che l'umanita' abbia avuto; molte le
edizioni delle sue poesie disponibili in italiano con testo a fronte (tra
cui quella integrale, diretta da Marisa Bulgheroni, da cui citiamo); per un
accostamento alla sua figura e alla sua opera: Barbara Lanati, Vita di Emily
Dickinson. L'alfabeto dell'estasi, Feltrinelli, Milano 1998, 2000; Marisa
Bulgheroni, Nei sobborghi di un segreto. Vita di Emily Dickinson, Mondadori,
Milano 2002]

Anche il giorno piu' lungo sulla terra
e' ridotto a ben poco
da un volto che scompare
dietro un drappo.

6. MATERIALI. UNA LETTERA DEL 27 APRILE 2004

Se un nostro umile e limpido gesto puo' contribuire a salvare delle vite
umane, quel gesto dobbiamo farlo. E' un gesto non solo onorevole, ma giusto,
ma buono.
Cosi' di tutto cuore, senza esitazioni, senza distinguo e senza sofismi,
anch'io rispondo di si' all'appello dei familiari dei tre giovani italiani
rapiti e minacciati di morte. E manifestero' con loro la speranza e
l'impegno contro tutte le uccisioni.
Quando diciamo di essere contro la guerra e contro il terrorismo cosa altro
diciamo se non che siamo contro tutte le uccisioni?
Ci tireremo forse indietro proprio quando un nostro gesto, onorevole, giusto
e  buono, puo' contribuire a salvare delle vite umane e indicare una via
nonviolenta di intervento nel conflitto, di questo presente orribile
conflitto che tutti ci lacera e coinvolge?
Se della necessita' morale e intellettuale della nostra opposizione alla
guerra e al terrorismo, alle stragi e alle uccisioni, eravamo convinti gia'
prima, oggi dobbiamo esserlo ancor piu'.
Senza ipocrisie, senza abulie, senza ambiguita'.
*
Del ripudio della menzogna
Capisco i dubbi e le esitazioni di tanti. Ma non accetto le menzogne e il
cinismo.
Con parole che sento insufficienti e non di rado insincere sento parlare in
questi giorni di ricatti e di terrorismo.
Ma la guerra e' il primo e il principe degli atti di terrorismo, che tutti
gli altri incuba ed alleva; l'occupazione militare dell'Iraq che si prolunga
da oltre un anno con il suo corteggio di stragi e devastazioni e' con tutta
evidenza un crimine immane e spregevole un ricatto; i carri e i mitra
americani (e degli stati loro tributari, e dei governi mercenari, tra cui
quello italiano) tengono ostaggio l'intero popolo iracheno, ed incessanti
seminano morte.
I terroristi rapitori dei giovani nostri concittadini, gli assassini di uno
di loro, riproducono e proseguono nella misura dei loro mezzi un crimine e
un orrore piu' vasto, un crimine e un orrore di cui anche il nostro stato,
il nostro paese, ed infine - e suo malgrado - il nostro stesso popolo e'
complice.
*
Della nostra vergogna
Non esser riusciti lungo un anno a far quasi nulla contro la guerra (e le
poche cose fatte, sovente purtroppo vacue e confuse, reticenti e ambigue,
talora persino inquinate) ha reso il movimento pacifista del nostro paese
avversario inetto ed in certi momenti ed atteggiamenti talora quasi
paradossale complice del governo, del parlamento e del presidente della
Repubblica fedifraghi e felloni, cioe' delle istituzioni che sciaguratamente
l'Italia in guerra hanno precipitato, tradendo il proprio mandato e il
giuramento fatto sulla Costituzione della Repubblica Italiana, violando per
sempre la legge su cui la civile convivenza del nostro paese si fonda,
facendo morire anche degli italiani, ed altri italiani rendendo assassini;
tutti inabissandoci nell'illegalita' e nel crimine, nel terrore e nella
barbarie.
Un'orgia di sangue. Di cui non si vede la fine. E non se ne vede la fine per
responsabilita' anche nostra. Non solo dei sanguinari che governano il mondo
e il nostro stesso paese, sciagurati fuorilegge che fanno quel che pensano e
che loro conviene. Nostra di noi che avremmo dovuto fermarli e non lo
abbiamo fatto. Nostra di noi che dovevamo difendere la legalita'
costituzionale e il diritto internazionale e non lo abbiamo fatto. Nostra di
noi che dovevamo difendere la democrazia, il civile condursi e convivere, il
diritto alla vita che inerisce ad ogni essere umano, e non lo abbiamo fatto.
Abbiamo tentato, ma non siamo riusciti.
E' anche la nostra incertezza interiore ed effettuale inadeguatezza, che fa
crescere il duplice crimine della guerra e del terrorismo che la guerra
imita e riproduce ed espande vieppiu'. Dovevamo fermarli e non lo abbiamo
fatto. Abbiamo tentato, ma non siamo riusciti.
Perche' non lo abbiamo fatto? Perche' non siamo riusciti? Per la piu'
semplice ed essenziale delle ragioni: perche' neppure noi, nel nostro agire
comune e condiviso come ampio e plurale movimento per la pace, abbiamo
saputo fare in pienezza e in profondita' la scelta della nonviolenza, la
scelta teorica e pratica della nonviolenza, la scelta esistenziale e
politica della nonviolenza, la scelta assiologica e giuriscostituente della
nonviolenza.
Non siamo ancora un persuaso movimento per la pace, e non essendo un
persuaso movimento per la pace non siamo neppure un persuasivo movimento
contro la guerra. Perche' c'e' un solo modo per essere un movimento per la
pace che possa la guerra sconfiggere: e questo solo modo e' la scelta della
nonviolenza. La nonviolenza dei forti, la nonviolenza che nitida e
intransigente si oppone a tutte le guerre, a tutti gli eserciti, a tutti gli
armati, a tutti i terrorismi, a tutte le uccisioni.
Anche le nostre mani sono sporche di sangue.
Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.
*
Dal silenzio al digiuno
Per quanto riguarda la mia personale, di responsabilita', per piccola cosa
che essa possa essere, ho deciso di uscire dal silenzio che mi sono imposto
da mesi per prender le distanze dal rumore di fondo che non mi persuade,
dalle troppe stoltezze e scelleraggini dette e fatte anche nel campo
pacifista da chi pretende di rappresentarci e ci sfigura; e per cercare una
piu' essenziale misura, una piu' esatta disciplina.
Da quel silenzio esco ora per dire una parola, per esprimere un voto,
dichiararmi a favore di un gesto per salvare tutte le vite umane che salvate
possono essere, a cominciare da quei tre giovani nostri concittadini in
Iraq. Un gesto che e' di pace e per la pace, coerente nella forma e nel
contenuto, nei mezzi e nei fini, un gesto nonviolento che a partire da noi
testimoni la necessita' e la possibilita' che cessi la guerra, che cessi
l'occupazione militare, che cessi il terrorismo, a cominciare dall'Iraq.
E per veder piu' chiaro in me al digiuno della parola, al silenzio,
sostituisco a cominciare da ora un altro e piu' alto, piu' severo digiuno,
dell'alimentazione. Un digiuno gandhiano, misero segno di condivisione di un
dolore e di assunzione di una penosa e ineludibile responsabilita', e ancora
nitido gesto di pace e di reciproco riconoscimento di umanita'; un digiuno
gandhiano, non per ricattare, non per adire i mass-media, ma per condividere
una sofferenza che altre vite afferra e strozza, per illimpidire il mio
sentire e il mio fare, per vedere piu' chiaro, per cercare una via all'agire
che occorre, per rispondere al compito dell'ora.

7. MATERIALI. UNA LETTERA DEL 5 MAGGIO 2004

Vorrei con voi condividere queste poche modeste impressioni sulla giornata
dello scorso giovedi', cui non mi pare abbian reso giustizia molti pubblici
commenti anche benintenzionati.
Le persone che, rispondendo all'appello dei familiare di tre giovani la cui
vita e' in estremo pericolo, si sono messe in cammino giovedi' 29 aprile tra
Castel Sant'Angelo e piazza San Pietro a Roma, hanno realizzato quella che a
me e' parsa una delle piu' belle e limpide e profonde e luminose
manifestazione per la pace in Italia dalla marcia Perugia-Assisi del 2000.
Proprio perche' persone cosi' diverse, proprio perche' persone decisesi
ciascuna per conto proprio, proprio perche' l'appello a cui rispondevano non
scaturiva per una volta da cartelli di sigle, da quartieri generali o
comitati centrali, dalle infinite burocrazie e siano pure quelle del
volontariato, ma da donne e uomini nel dolore.
Non sono mancate - come sempre accade quando si manifesta pubblicamente
nella forma del corteo a Roma, e troppe telecamere istigano gli
incorreggibili volponi e talune anime le piu' ingenue a inopportune
esibizioni - piccinerie e spiacevolezze, ma sono state per una volta del
tutto marginali, futili, evanescenti.
Vi era, cosi' ho sentito, la comprensione e l'affermazione di un
ragionamento chiaro e nitido un sentimento, e la scelta di un comportamento
netto e finalmente non piu' equivocabile: si e' stati li' con una volonta'
precisa e decisa: fermare la mano degli assassini, perche' esseri umani
cessino di uccidere esseri umani: esseri umani le vittime, ed esseri umani
gli assassini, anch'essi vittime. Una comune umanita' tutti ci lega e
degnifica e sostanzia: per questo giammai devi uccidere. Per questo il primo
e l'ultimo comandamento di tutte le grandi tradizioni di pensiero
dell'umanita' e' racchiuso nella formula bella: tu non uccidere.
Per questo le forme piu' vive di questa giornata a me pare siano state il
povero camminare e il denudato silenzio che convoca al colloquio corale,
quell'essenza misteriosa e fragrante che molti di noi chiamano preghiera (ed
anche agli altri, anche a me, evoca l'incontro del cielo stellato e della
legge morale), l'invito alla benevolenza; il grido straziato e supplice, ma
splendente di dignita', ma fermo come roccia, alla misericordia: la
misericordia che l'intera umanita' deve a ciascun essere umano. La
misericordia che ogni essere umano deve all'umanita' intera. Tu non
uccidere.
La ciarla sui ricatti e le provocazioni, i sofismi dei retori, le nequizie
degli irresponsabili e degli ipocriti e dei violenti (coloro che la guerra e
il terrorismo e le uccisioni promuovono, eseguono, avallano) non scalfiscono
ne' corrodono questa elementare verita': giovedi' scorso a Roma persone in
cammino questo hanno detto, e lo hanno detto consapevoli di dire una parola
vera, libera e franca, concreta e impegnativa: tu non uccidere.
Poi, tornati a casa (ed alcuni forse ancora per le vie di Roma, e fors'anche
in piazza, sia pure), ognuno e' tornato alle sue private miserie e
ambiguita' - e tutti ne siamo in misura maggiore o minore piu' che maculati
composti, ma quella parola e' stata detta, quel gesto e' stato compiuto. Ed
e' stata un'epifania di verita', autentico un consentire e un'invocazione:
tu non uccidere.
Detto da esseri umani forti solo della propria angoscia e fragilita', che e'
l'angoscia e la fragilita' essenziale di ogni essere umano: tu non uccidere.
Detto a noi stessi prima che ad ogni altro: tu non uccidere.
Ma anche a tutti gli altri detto: e in primo luogo ai portatori di armi e di
oppressione e di morte: tu non uccidere.
Questo e' stato detto affinche' fosse udito anche dagli esseri umani di cui
alla resa dei conti tutti i gruppi criminali, tutti i terrorismi, tutte le
guerriglie, tutti gli eserciti, tutti i governi sono composti: gli esseri
umani che impongono la guerra e le stragi e le uccisioni, gli esseri umani
che eseguono la guerra e le stragi e le uccisioni, gli esseri umani che
guerra, stragi e  uccisioni subendo ad esse soggiacciono altresi' nella
forma dell'ulteriore riproduzione di nuove uccisioni, stragi, guerre, in una
spirale che l'intera umanita' artiglia e trascina al disastro. A tutti
costoro ha parlato la teoria di umiliati e offesi, ma non arresi, ma non
rassegnati, di giovedi' scorso: tu non uccidere.
Per quanto paradossale possa sembrare, giovedi' scorso a Roma a me e' parso
di intravedere, di presagire, di leggere nelle mie stesse viscere e nei visi
dell'altra e dell'altro, di quante e di quanti erano li', quell'unica
comunita' politica a cui oggi mi sentirei di aderire con tutto il cuore - e
alla quale so che aderire non posso per quanto vi e' ineliminabilmente in me
di oppressore in quanto di sesso maschile in una cultura e una storia ancora
non riscattata, ancora troppo intrisa della violenza del sesso cui
appartengo. Ma ieri l'ho pur vista, era li', luminosa e finanche - se posso
osare questa metafora - numinosa: era la "societa' delle estranee" di
Virginia Woolf.
Al di la' delle nostre individuali inadeguatezze e torpori e miserie
giovedi' scorso a Roma ho vista l'unica via possibile alla pace, la proposta
di Virginia Woolf, le cose che mi ha insegnato Lidia Menapace: la
nonviolenza in cammino.
La coscienza che la pace comincia da noi, che noi per primi dobbiamo
spezzare il fucile, che alla violenza dobbiamo opporre non altra violenza ma
la forza piu' grande e piu' pura, perche' la piu' meticcia, perche' la piu'
chenotica: la nonviolenza. Preferire piuttosto morire che uccidere, e forti
di questo con voce sottile come vento tra i rovi, e con voce tonante come
tempesta, questa supplica e questo comando testimoniare, recare, dare alla
luce, e dinanzi allo specchio e nella piazza del mondo: tu non uccidere.
Non solo nei volti e nelle voci delle persone amiche con cui da piu' di
trent'anni ci troviamo piu' o meno sovente a camminare insieme, ma nelle
voci e nei volti di chi giovedi' scorso per la prima volta facendosi forza
afferrava policromo uno straccio e per le vie si metteva in corteo, ho
sentito questa coscienza, questa verita': che la nonviolenza e' in cammino,
che solo essa puo' salvare l'umanita' dalla catastrofe.

8. MATERIALI. UNA LETTERA DEL 9 MAGGIO 2004

Tra i promotori e i complici della guerra e del terrorismo c'e' chi finge di
stupirsi e di indignarsi per le mostruose torture perpetrate in Iraq dalle
truppe occupanti sugli inermi prigionieri.
Fingendo di non sapere che la guerra si esegue attraverso l'uccidere e il
terrorizzare. Fingendo di non sapere che la qualita' fondamentale al
belligerante richiesta e marchiatagli indosso lungo e attraverso l'intero
corso dell'addestramento militare impartitogli e' proprio la capacita' di
disumanizzare il "nemico" (di percepirlo come non umano, di renderlo tale),
e' proprio l'odio per l'altro essere umano che la guerra gli oppone, e'
proprio la disponibilita' ad infierire su di lui fino a togliergli la vita,
dimenticando che una e' l'umanita'.
La tortura e' parte costitutiva della guerra, sempre.
Per abolire la barbarie della tortura e' necessario (anche se non
sufficiente, e' evidente) abolire la guerra. Cosi' come (e' altrettanto
evidente) abolire la guerra e' necessario se si vuole davvero abolire la
barbarie della pena di morte, volonta' solennemente enunciata e fin
legiferata da molti stati, ma da tutti sistematicamente violata quando e in
quanto ammettano il ricorso alla guerra ed a tal fine di armi ed eserciti si
dotino.
*
Occorre, e' urgente, che la devastante guerra in corso cessi, ed essa puo'
cessare solo con la fine dell'occupazione militare straniera in Iraq,
sostituendola con un grande, doverosamente cospicuo e generoso intervento
internazionale di aiuti umanitari, condotto con operatori disarmati e
modalita' rigorosamente nonviolente, al servizio del popolo iracheno ed in
guisa di necessario seppur inadeguato e tardivo risarcimento per le
sofferenze ad esso inflitte dalla cosiddetta comunita' internazionale sia
negli anni della complicita' con la dittatura, sia con le due guerre di cui
l'ultima ancora perdura, l'embargo tra esse, ed infine quest'anno di
smisurati e crescenti orrori protratti e ulteriori ed estremi.
Coloro che in questi giorni si dicono sorpresi e indignati e non muovono un
dito affinche' la guerra cessi (ed essa - ripetiamolo - puo' cessare solo
con la fine dell'occupazione militare, e solo con la sua cessazione - e
grande e profondo un intervento nonviolento - si puo' sperare di fermare la
crescita del terrorismo che essa sta alimentando vertiginosamente), invero
meglio farebbero a tacere. Poiche' anche questa menzognera ed ipocrita
sorpresa e questa sguaiatamente esibita indignazione, meramente retorica,
palesemente posticcia, pretesamente autoassolutoria, e quindi infame e
ripugnante quanto il ghigno malefico del carnefice, e' complice della guerra
e del terrorismo, del terrorismo grande imperiale e degli stati, del
terrorismo derivato e speculare dei gruppi assassini su scala ridotta alla
propria misura fin artigianale ma non per questo meno atroce e pervasivo, e
col terrorismo maggiore in tensione e sinergia nel provocare sempre piu'
abissali escalazioni di dereismo e violenza, di male, di orrore, di barbarie
onnicida.
*
Sono un cittadino italiano. Lo stato in cui vivo, ordinamento giuridico che
mi garantisce diritti a cui tengo e privilegi enormi che non merito e non
desidero e di cui pure in qualche modo fruisco (e che so essere pagati da
altri esseri umani di altri popoli ed altri paesi con una poverta' e
un'oppressione che sono coatte e funzionali e necessarie al mantenimento del
privilegio e dello spreco qui nel nord ricco di rapina, vampiro e
polluttore), questo stato di cui in quanto cittadino faccio parte e per una
quota sia pur minuscola sono corresponsabile, questo paese di cui in quanto
indigeno e abitatore sono parte e corresponsabile, sta cooperando
all'occupazione militare dell'Iraq, quindi alla guerra, quindi al
terrorismo.
Anche il mio silenzio e' complice delle torture, del terrore, della guerra,
poiche' sono un cittadino italiano, e pur dotato di rilevanti diritti
politici e quindi di non irrilevante politico potere non ho saputo
adeguatamente effettualmente agire - e come me, e io insieme a loro, le
tante ed i tanti che come me sentono e pensano e ardentemente vogliono, e
sono, siamo senza dubbio la grande maggioranza del popolo italiano - per
impedire dapprima e di poi far cessare la guerra, o almeno la partecipazione
italiana ad essa, nonostante a favore di cio' che chiediamo, a favore della
pace e dell'umanita', ci siano le leggi del nostro paese, leggi che governo,
parlamento e capo dello stato hanno proditoriamente violato non opponendosi
alla guerra in corso ed anzi mandando italiani ad uccidere e farsi uccidere
cola' in guerra, e con essi, mandanti ed esecutori, decisori ed armigeri,
quelle leggi - in primis la Costituzione della Repubblica Italiana stessa -
parimenti hanno violato coloro che avendo potere di interdire la loro azione
han lasciato che cosi' agissero, che alla partecipazione all'aggressione
hanno contribuito, che hanno omesso di opporsi, o si sono opposti ma in
misura inadeguata, in forme insufficienti o equivoche, non raggiungendo un
esito cogente.
E tra essi, nella misura delle facolta' nostre, anche noi, non cosi' senza
potere come ci pare di essere, come ignobilmente ci crogioliamo talora di
dirci; non cosi' innocenti come a troppi piace oscenamente proclamarsi per
colmo di insipienza e sicumera, per un obnubilamento che vieppiu' ci rende e
ci manifesta corresponsabili della guerra e del terrore.
*
Nei giorni scorsi, che ho trascorso nel digiuno, mi sono chiesto ancora e
ancora cosa dovessimo fare - di meglio, piuttosto che di piu', del poco e
male fatto -, non ho trovato risposta ancora. O meglio, una sola, ma capisco
che non piu' che enunciarla qui posso.
Ed e' quella che Alex Langer il buono, persuaso e persuasivo, fece
accogliere in sede istituzionale europea molti anni fa, ma tuttora
inattuata: l'istituzione e l'azione di corpi civili di pace in grado di
effettuare interventi rigorosamente nonviolenti in aree di conflitto bellico
dispiegato.
Piu' volte e in piu' luoghi si e' iniziata questa pratica - fin qui senza
sostegni istituzionali e quindi solo su base e per scelta generosamente
coraggiosamente volontaria - da parte di movimenti nonviolenti ed esperienze
della societa' civile, e talvolta con esiti assai rimarchevoli nella misura
delle forze impiegate, delle risorse disponibili.
Nella situazione irachena questo oggi occorrerebbe: una presenza
internazionale di interposizione nonviolenta di massa di dimensioni tali da
paralizzare i belligeranti.
Ed e' cosa alla quale, nella misura che nella concreta contingenza e'
all'uopo necessaria (nella massa critica ma anche nella qualita' e potenza
ermeneutica e percettiva, visibilita'-veggenza-profezia che il satyagraha
richiede), siamo ancora inadeguati per motivi soggettivi e oggettivi,
innanzitutto per il tremendo ritardo del movimento per la pace - nel suo
complesso considerato, ma anche nelle parti di esso piu' vigili e coscienti,
meno chiassose e piu' nitide, meno ambigue e piu' sollecite -
nell'accogliere la nonviolenza come scelta decisiva per chiunque voglia
impegnarsi per la pace e i diritti umani, per chiunque voglia lottare per il
presente e il futuro dell'umanita'.
*
Ed in assenza della capacita' di adeguatamente praticare hic et nunc questa
forma di intervento nonviolento (ma questo non significa rassegnarsi
all'inerzia, significa lavorare ancor piu' tenacemente e limpidamente in
questa prospettiva), mi pare che per cosi' dire in via subordinata un'altra
cosa ci resterebbe ancora da fare, da fare qui, da fare subito, in Italia,
oggi.
Ma anche questa proposta non sono capace di far piu' che ancora una volta
soltanto dichiararla come esigenza ed appello, poiche' vedo bene tutte le
difficolta' di metterla in atto. Ed ho piena contezza che essa e' ancora una
proposta estrema, ma altre non ne vedo che per dimensione a fronte di cio'
che l'ora richiede non siano troppo fuori scala e meschine e pusillanimi, ed
almeno che essa venisse promossa, discussa, presa in seria considerazione
vorrei.
E' lo sciopero generale contro la guerra, contro il terrorismo, contro la
tortura. Lo sciopero generale che obblighi chi oggi governa il nostro paese
violando la legge - e tutti ci trascina nella barbarie - a tornare al
rispetto della legge; lo sciopero generale che imponga il ripristino della
legalita' costituzionale, l'obbedienza all'articolo 11 della Costituzione
della Repubblica Italiana che proibisce all'Italia di prender parte
all'occupazione militare dell'Iraq. Lo sciopero generale per la fine della
partecipazione italiana alla guerra. Lo sciopero generale come insurrezione
morale nonviolenta del popolo italiano per richiamare all'umanita' le
istituzioni del nostro ordinamento giuridico, per ricondurre all'umanita' la
concreta azione politica internazionale italiana. Lo sciopero generale per
difendere lo stato di diritto, la democrazia, i diritti umani, la nostra
stessa qualita' di esseri umani, la nostra stessa umana dignita': e la vita
e i diritti delle sorelle e dei fratelli iracheni e di quanti in Iraq ogni
giorno subiscono sevizie e stragi, e quanti sono esposti ad essere
brutalizzati e uccisi, e quanti sono esposti a divenire torturatori e
assassini e degli assassini e dei torturatori complici.
Temo possa apparir del tutto velleitario il dirlo, e quindi ridicolo se la
tragedia in corso il ridicolo consentisse, ma il dir altro temo sia nulla, o
peggio. Lo sciopero generale occorre: in difesa della vita di tutti gli
ostaggi della guerra e del terrore, compresi coloro che guerra e terrore
praticano, vittime anch'essi oltre che carnefici; e in difesa della
legalita' e della democrazia, della nostra medesima civile convivenza.
Perche' oggi gli assassini, i terroristi, e non solo per omissione di
soccorso, tragicamente siamo anche noi, il popolo italiano "brava gente", il
popolo italiano che una leadership gangsteristica, sprezzante di ogni legge
ed ogni morale, ha ridotto a criminale parte belligerante - che gia' vittime
ha mietuto, che gia' vittime ha subito - e abominevole pubblico plaudente,
asservito nella narcosi ma nondimeno cannibale e compartecipe, di una guerra
non solo delittuosa e scellerata come tutte le guerre, ma illegale secondo
le stesse legislazioni costitutive e legittimatrici dei soggetti di essa
promotori ed esecutori, che sta contribuendo alla catastrofe dell'umanita'.
*
Ed insieme una piu' profonda azione occorre: di crescita della nonviolenza
come alternativa la piu' profonda e la piu' urgente, come proposta di
gestione dei conflitti che consenta la fine delle guerre e degli eserciti e
delle armi.
Quel lavoro di lunga lena cui molte e molti da anni dedicano le migliori
energie loro e che oggi in Italia ha trovato un punto di convergenza e di
sintesi provvisoria e dinamica nella proposta di Lidia Menapace all'Europa
rivolta, proposta sull'impulso della quale molte persone amiche della
nonviolenza si ritroveranno il 22 maggio su invito del Movimento Nonviolento
(per ulteriori informazioni: www.nonviolenti.org) a un incontro che e' tra
le poche cose coerenti, persuase e luminose che le operatrici e gli
operatori di pace stanno promuovendo in questi giorni (come lo e' stata, a
me e' parso, la marcia contro tutte le uccisioni svoltasi tra Castel
Sant'Angelo e piazza S. Pietro il 29 aprile).
Poiche' solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita', l'umanita' tutta,
l'umanita' altrui, la nostra medesima, l'umanita' di ciascuno.

9. MAESTRE. HANNAH ARENDT: DI TUTTO CIO' CHE TOCCA
[Da Hannah Arendt,  Tra passato e futuro, Garzanti, Milano 1991, p. 272.
Hannah Arendt e' nata ad Hannover da famiglia ebraica nel 1906, fu allieva
di Husserl, Heidegger e Jaspers; l'ascesa del nazismo la costringe
all'esilio, dapprima e' profuga in Francia, poi esule in America; e' tra le
massime pensatrici politiche del Novecento; docente, scrittrice, intervenne
ripetutamente sulle questioni di attualita' da un punto di vista
rigorosamente libertario e in difesa dei diritti umani; mori' a New York nel
1975. Opere di Hannah Arendt: tra i suoi lavori fondamentali (quasi tutti
tradotti in italiano e spesso ristampati, per cui qui di seguito non diamo l
'anno di pubblicazione dell'edizione italiana, ma solo l'anno dell'edizione
originale) ci sono Le origini del totalitarismo (prima edizione 1951),
Comunita', Milano; Vita Activa (1958), Bompiani, Milano; Rahel Varnhagen
(1959), Il Saggiatore, Milano; Tra passato e futuro (1961), Garzanti,
Milano; La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli,
Milano; Sulla rivoluzione (1963), Comunita', Milano; postumo e incompiuto e'
apparso La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna. Una raccolta di
brevi saggi di intervento politico e' Politica e menzogna, Sugarco, Milano,
1985. Molto interessanti i carteggi con Karl Jaspers (Carteggio 1926-1969.
Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989) e con Mary McCarthy (Tra
amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975,
Sellerio, Palermo 1999). Una recente raccolta di scritti vari e' Archivio
Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001; Archivio Arendt 2.
1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003; cfr. anche la raccolta Responsabilita'
e giudizio, Einaudi, Torino 2004. Opere su Hannah Arendt: fondamentale e' la
biografia di Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt, Bollati Boringhieri,
Torino 1994; tra gli studi critici: Laura Boella, Hannah Arendt,
Feltrinelli, Milano 1995; Roberto Esposito, L'origine della politica: Hannah
Arendt o Simone Weil?, Donzelli, Roma 1996; Paolo Flores d'Arcais, Hannah
Arendt, Donzelli, Roma 1995; Simona Forti, Vita della mente e tempo della
polis, Franco Angeli, Milano 1996; Simona Forti (a cura di), Hannah Arendt,
Milano 1999; Augusto Illuminati, Esercizi politici: quattro sguardi su
Hannah Arendt, Manifestolibri, Roma 1994; Friedrich G. Friedmann, Hannah
Arendt, Giuntina, Firenze 2001. Per chi legge il tedesco due piacevoli
monografie divulgative-introduttive (con ricco apparato iconografico) sono:
Wolfgang Heuer, Hannah Arendt, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1987, 1999;
Ingeborg Gleichauf, Hannah Arendt, Dtv, Muenchen 2000]

Il problema relativamente nuovo che si presenta nella societa' di massa e'
forse ancor piu' grave; ma il motivo non e' la presenza delle "masse",
bensi' l'essere questa una societa' di consumatori, dove il tempo libero non
serve piu' per il perfezionamento di se' o l'acquisizione di un posto
migliore nela societa', bensi' per aumentare sempre piu' i consumi e i
divertimenti. E poiche' le merci di consumo disponibili non bastano a
soddisfare la voracita' crescente di un organismo la cui energia vitale, non
piu' spesa nella fatica e sforzo di un corpo che lavora, deve logorarsi nel
consumare, si direbbe che la vita stessa si protenda ad afferrare cose non
destinate a lei. E' ovvio che il risultato non sia la cultura di massa, la
quale a rigor di termini non esiste, ma un entertainment di massa alimentato
dagli oggetti della cultura del mondo. Credere che una simile societa' possa
farsi piu' "colta" col passare del tempo e grazie all'opera dell'istruzione
pubblica, e', a mio avviso, un errore fatale. Una societa' di consumatori
non sapra' mai prendersi cura di un mondo e delle cose pertinenti in
esclusiva allo spazio delle apparenze terrene, perche' la sua posizione
fondamentale verso tutti gli oggetti - il consumo - significa la rovina di
tutto cio' che tocca.

10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

11. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1120 del 20 novembre 2005

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