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La nonviolenza e' in cammino. 1121



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1121 del 21 novembre 2005

Sommario di questo numero:
1. Franco Fortini: Canto degli ultimi partigiani
2. Franco Fortini: Complicita'
3. Franco Fortini: Per Serantini
4. Franco Fortini, lontano lontano...
5. Franco Fortini: La lampadina fulminata
6. Franco Fortini: marxismo
7. Franco Fortini: comunismo
8. Rossana Rossanda ricorda Franco Fortini
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. MAESTRI. FRANCO FORTINI: CANTO DEGLI ULTIMI PARTIGIANI
[Da Franco Fortini, Foglio di via, Einaudi, Torino 1946, 1999, p. 32,
riprendiamo questo notissimo testo del 1945 (da ultimo ristampato anche in
Franco Fortini, Versi scelti. 1939-1989, Einaudi, Torino 1990, p. 15). Poeta
e saggista tra i maggiori del Novecento, Franco Lattes (Fortini e' il
cognome della madre) e' nato a Firenze nel 1917, antifascista, partecipa
all'esperienza della repubblica partigiana in Val d'Ossola. Nel dopoguerra
e' redattore del "Politecnico" di Vittorini; in seguito ha collaborato a
varie riviste, da "Comunita'" a "Ragionamenti", da "Officina" ai "Quaderni
rossi" ed ai "Quaderni piacentini", ad altre ancora. Ha lavorato
nell'industria, nell'editoria, come traduttore e come insegnante. E' stato
una delle persone piu' limpide e piu' lucide (e per questo piu' isolate)
della sinistra italiana, un uomo di un rigore morale ed intellettuale
pressoche' leggendario. E' scomparso nel 1994. Opere di Franco Fortini: per
l'opera in versi sono fondamentali almeno le raccolte complessive Poesie
scelte (1938-1973), Mondadori; Una volta per sempre. Poesie 1938-1973,
Einaudi; Versi scelti. 1939-1989, Einaudi; cui si aggiungano l'ultima
raccoltina Composita solvantur, Einaudi, e postuma la serie di Poesie
inedite, sempre presso Einaudi. Testi narrativi sono Agonia di Natale (poi
riedito col titolo Giovanni e le mani), Einaudi; e Sere in Valdossola,
Mondadori, poi Marsilio. Tra i volumi di saggi, fondamentali sono: Asia
Maggiore, Einaudi; Dieci inverni, Feltrinelli, poi De Donato; Tre testi per
film, Edizioni Avanti!; Verifica dei poteri, Il Saggiatore, poi Garzanti,
poi Einaudi; L'ospite ingrato, De Donato, poi una nuova edizione assai
ampliata col titolo L'ospite ingrato. Primo e secondo, presso Marietti; I
cani del Sinai, Einaudi; Ventiquattro voci per un dizionario di lettere, Il
Saggiatore; Questioni di frontiera, Einaudi; I poeti del Novecento, Laterza;
Insistenze, Garzanti; Saggi italiani. Nuovi saggi italiani, Garzanti (che
riprende nel primo volume i Saggi italiani apparsi precedentemente presso De
Donato); Extrema ratio, Garzanti; Attraverso Pasolini, Einaudi. Si veda
anche l'antologia fortiniana curata da Paolo Jachia, Non solo oggi, Editori
Riuniti; la recente bella raccolta di interviste, Un dialogo ininterrotto,
Bollati Boringhieri; e la raccolta di Saggi ed epigrammi, Mondadori, Milano
2003. Tra le opere su Franco Fortini in volume cfr. AA. VV., Uomini usciti
di pianto in ragione, Manifestolibri, Roma 1996; Alfonso Berardinelli,
Fortini, La Nuova Italia, Firenze 1974; Romano Luperini, La lotta mentale,
Editori Riuniti, Roma 1986; Remo Pagnanelli, Fortini, Transeuropa, Jesi
1988. Su Fortini hanno scritto molti protagonisti della cultura e
dell'impegno civile; fondamentali sono i saggi fortiniani di Pier Vincenzo
Mengaldo; la bibliogafia generale degli scritti di Franco Fortini e' in
corso di stampa presso le edizioni Quodlibet a cura del Centro studi Franco
Fortini; una bibliografia essenziale della critica e' nel succitato
"Meridiano" mondadoriano pubblicato nel 2003]

Sulla spalletta del ponte
Le teste degli impiccati
Nell'acqua della fonte
La bava degli impiccati.

Sul lastrico del mercato
Le unghie dei fucilati
Sull'erba secca del prato
I denti dei fucilati.

Mordere l'aria mordere i sassi
La nostra carne non e' piu' d'uomini
Mordere l'aria mordere i sassi
Il nostro cuore non e' piu' d'uomini.

Ma noi s'e' letta negli occhi dei morti
E sulla terra faremo liberta'
Ma l'hanno scritta i pugni dei morti
La giustizia che si fara'.

2. MAESTRI: FRANCO FORTINI: COMPLICITA'
[Da Una volta per sempre. Poesie 1938-1973, Einaudi, Torino 1978, 1987, p.
151. E' un testo del 1955, apparso dapprima in Poesia e errore (ed ora anche
in Versi scelti. 1939-1989). In una nota a questa poesia Fortini scriveva:
"Notizia giornalistica. Nella Ruhr, non pochi operai reduci dai campi di
concentramento nazisti cercavano di farsi cancellare il tatuaggio del numero
allora impresso sul loro braccio, per non essere identificati, sul luogo di
lavoro, come ex resistenti e antifascisti"]

Per ognuno di noi che dimentica
c'e' un operaio della Ruhr che cancella
lentamente se stesso e le cifre
che gli incisero sul braccio
i suoi signori e nostri.

Per ognuno di noi che rinuncia
un minatore delle Asturie dovra' credere
a una seta di viola e d'argento
e una donna d'Algeri sognera'
d'essere vile e felice.

Per ognuno di noi che acconsente
vive un ragazzo triste che ancora non sa
quanto odiera' di esistere.

3. MAESTRI. FRANCO FORTINI: PER SERANTINI
[Da Franco Fortini, L'ospite ingrato. Primo e secondo, Marietti, Casale
Monferrato (Al) 1985, p. 153. E' un testo del 1972. Ora anche in Versi
scelti. 1939-1989, Einaudi, Torino 1990 (con due minime varianti); Non solo
oggi, Editori Riuniti, Roma 1991; Saggi ed epigrammi, Mondadori, Milano
2003.
Su Franco Serantini, militante libertario, nato a Cagliari nel 1951 ed
ucciso a Pisa nel 1972, cfr. Corrado Stajano, Il sovversivo. Vita e morte
dell'anarchico Serantini, Einaudi, Torino 1975, Bfs, Pisa 2002; AA. VV.,
Franco Serantini. Storia di un sovversivo (e di un assassinio di Stato),
suppl. ad "A. rivista anarchica", n. 28, maggio 2002]

Il cinque di maggio del Settantadue nella citta'
di Pisa in Italia in mezzo alla citta'
alcuni miei concittadini armati
agenti della polizia repubblicana scatenati
coi fucili rompendogli le ossa del cranio hanno ammazzato
e a calci un giovane manifestante chiamato
Franco Serantini. A quelli che lo hanno ucciso
il governo ha benedette le mani con un sorriso.
Alla radio hanno parlato dei nostri doveri.
La gente ha altri pensieri.
Negli anni della mia vita le vittime innocenti
hanno coperto di corpi i continenti
e ogni giorno il potere squarcia e distrugge chi non
accetta chi non acconsente chi non si consuma con
rabbia o devozione. Lo so perche' io
guardo dalle due parti come un ridicolo iddio.
Non voglio impietosire, non lo mostro denudato
con la fronte nera che i grandi gli hanno spezzato.
E potrei farvi piangere saprei farvi gridare
ma non serve al difficile lavoro che abbiamo da fare.
Per questo queste parole non sono poesia
se non per una rima debole che va via
di riga in riga sibilo e memoria
o augurio o rimorso di qualcosa che fu gloria
o pieta' per nostra storia feroce
canto che serbo' un nome voce che amo' una croce.
Non c'e' ragione che valga il male ne' vittoria una vita.
La mia lo sa che fra poco sara' finita.
Ma se tutto e' un segno solo e diventano i destini
uno solo e noi portiamo Serantini
finche' possiamo.

4. MAESTRI. FRANCO FORTINI: LONTANO LONTANO...
[Da Franco Fortini, Composita solvantur, Einaudi, Torino 1994, p. 32. E' una
delle "Sette canzonette del Golfo"]

Lontano lontano si fanno la guerra.
Il sangue degli altri si sparge per terra.

Io questa mattina mi sono ferito
a un gambo di rosa, pungendomi un dito.

Succhiando quel dito, pensavo alla guerra.
Oh povera gente, che triste e' la terra!

Non posso giovare, non posso parlare,
non posso partire per cielo o per mare.

E se anche potessi, o genti indifese,
ho l'arabo nullo! Ho scarso l'inglese!

Potrei sotto il capo dei corpi riversi
posare un mio fitto volume di versi?

Non credo. Cessiamo la mesta ironia.
Mettiamo una maglia, che il sole va via.

5. MAESTRI. FRANCO FORTINI: LA LAMPADINA FULMINATA
[Da Franco Fortini, Poesie inedite, Einaudi, Torino 1995, 1997, p. 12]

Qualcosa tintinna
nel vuoto, qualcosa
si e' rotto.

Il filo rovente
che spento ora oscilla
non vedi

ma senti e un ronzio
si ostina se scuoto
nel buio

quel filo che piu'
non brilla e che fu
tuo, mio.

6. MAESTRI. FRANCO FORTINI: MARXISMO
[Da Franco Fortini, Non solo oggi, Editori Riuniti, Roma 1991 (una bella
raccolta di testi brevi e dispersi curata da Paolo Jachia, qui fine editore
ma anche autore di egregi studi - vedi ad esempio le sue belle monografie
laterziane su Bachtin e De Sanctis). Li' il testo che riportiamo e' alle pp.
145-149. Era primieramente apparso sul "Corriere della sera" del 29 marzo
1983]

Quelli che hanno la mia eta' Marx l'hanno letto alla luce delle nostre
guerre. Hanno sempre sentito chiamare marxista chi le potenze delle armi,
del profitto o del potere avevano voluto ridurre al silenzio. "E tu come li
chiami i popoli oppressi o uccisi in nome di Marx?", mi si chiedera' ora;
forse supponendo che non abbia trovato il tempo, finora, di chiedermelo.
Rispondo che sono dalla mia parte. Li conto insieme a quelli che dal
Diciassette, quando sono nato, sono nemici dei miei nemici, a Madrid come a
Shanghai, a Leningrado come a Roma, a Hanoi, a Santiago, a Beirut... I
cacciatori di "bestie marxiste" (cosi' si esprimono) devono sempre aver
avuto difficolta' ad apprezzare le differenze teoriche fra marxiano,
marxista, socialista, comunista, bolscevico e cosi' via.
Mi spieghero' meglio, per loro beneficio. C'e' una foto russa, del tempo
della guerra civile: un plotone di morti di fame, in panni ridicoli,
cappellucci alla Charlot in testa, scarpe slabbrate; e a spall'arm i fucili
dello zar. Questo e' marxismo. C'e' un'altra foto, Varsavia 1956, un giovane
magro, impermeabile addosso, sta dicendo nel microfono, a una sterminata
folla operaia che il giorno dopo l'Armata rossa, come a Budapest, puo'
volerli morti o deportati. Anche questo e' marxismo. Con chi queste cose
dice di non capirle, di marxismo e' meglio non parlare neanche.
Un certo numero di italiani miei coetanei sparve anzitempo dalla faccia
della terra, combattendo borghesi e fascisti. Grazie a loro se le forze
dell'ordine volessero perquisirmi, potrei mostrare che sul miei scaffali
invecchiano le opere di Marx, di Lenin e di Mao, senza temere, ancora, di
venire trascinato alla tortura e alla fossa com'e' accaduto e ogni giorno
accade a poche ore di aereo da casa nostra. Dieci o quindici anni fa poco e'
mancato che la civica arena o il catino di San Siro non accogliessero, come
lo stadio di Santiago del Cile, le "bestie marxiste". So chi mi avrebbe
aiutato, in quel caso: non sarebbero stati davvero quelli che mi conoscono
perche' hanno letto i miei libri. E ora approfitto di queste righe per
salutare Alaide Foppa, mia collega di letteratura italiana a Citta' di
Messico. La conobbi anni fa. In questi giorni ho saputo chi l'ha ammazzata,
in Guatemala. Anche questo e' marxismo.
Cominciai nel 1940 col Manifesto, per consiglio di Giacomo Noventa e
Giampiero Carocci; senza alcun entusiasmo. Capii poi qualcosa da Trockij e
Sorel. Durante la guerra vissi in fanteria un buon corso di marxismo
pratico. A Zurigo, nell'inverno 1943-44, non so quanti libri lessi,
riassunsi e annotai, che parlavano di socialismo e di materialismo storico.
Si faceva fuoco di ogni frasca, allora. Un opuscolo in francese, ricordo, mi
fu molto utile; l'aveva scritto un tale che firmava con lo pseudonimo, seppi
poi, di Saragat. L'apprendistato comprendeva testi anche troppo disparati:
Malraux e Rosselli, Victor Serge e Silone, Mondolfo e Eluard...
A guerra finita vennero letture meno selvagge: le opere storiche (Le lotte
di classe in Francia, Il diciotto brumaio, La guerra civile in Francia),
parte della Sacra famiglia, i primi capitoli, splendidi di genio e forza
sintetica, della Ideologia tedesca, i due volumi del primo libro del
Capitale, e a partire dal 1949 quei Manoscitti economico-filosofici del 1844
oggi tanto derisi e che mai hanno cessato di stupirmi per la loro capacita'
di guidarci da Hegel fino ai giorni che ancora ci aspettano; e di dirci
parole di incredibile attualita'. E altro ancora.
Dopo vent'anni di diatribe storico-filologiche sul primo e il secondo Marx;
dopo Lukacs e Sartre, Bloch e Sohn-Rethel, Adorno e Althusser, Mao e gli
amici torinesi di "Quaderni rossi", a quelle pagine non ho piu' sentito il
bisogno di tornare se non nei termini di cui parla Brecht in una poesia
intitolata, appunto, "Il pensiero nelle opere dei classici":

Non si cura
che tu gia' lo conosca; gli basta
che tu l'abbia dimenticato...
senza l'insegnamento
di chi ieri ancora non sapeva
perderebbe presto la sua forza rapido decadendo.

Non stiamo commemorando la nostra giovinezza. Anche se fondamentale, quel
pensiero non e' se non un passaggio dell'ininterrotto processo che porta da
luce a oscurita' poi ad altra luce, e dal credere di sapere al sapere di
credere. Se ne compone (come quella di chiunque) la nostra esistenza. O per
la gioia dei piu' sciocchi dovremmo ripetere qual che ci sembra di aver
detto sempre e cioe' di non aver creduto mai che il pensiero di Marx potesse
fungere da chiave interpretativa del mondo piu' o meglio di quanto lo
faccia, ad esempio, la poesia dell'Alighieri?  Una educazione alla storia ci
faceva almeno intravvedere quel che era stato detto e fatto ben prima e
sarebbe stato detto e patito molto dopo di noi.
Quando, per l'Italia, almeno dal 1900, data del libro di Croce, ci viene
ogni qualche anno ripetuto che quella di Marx e' filosofia superata, non ho
difficolta' ad ammetterlo; sebbene subito dopo domandi che cosa significa
superare la filosofia di Platone o di Kant. Quando ci viene spiegato che la
teoria marxiana del valore o quella sulla caduta tendenziale del saggio di
profitto sono manifestamente errate, non ho difficolta' ad ammetterlo; anche
perche' mai l'ho impiegata per capire come vadano le cose di questo mondo.
Quando mi si dimostra che l'idea, certo marxiana, di un passaggio dalla
preistoria umana alla storia mediante la fine della proprieta' privata,
dello Stato e del lavoro alienato, si fonda su di una antropologia fallace e
senz'altro smentita dai "socialismi reali", apertamente lo riconosco; anche
perche' ho sempre attribuita la figura d'un progresso illimitato all'errore
che afferma la indefinita perfettibilita' dell'uomo, un errore
illuministico-borghese che Marx ebbe a ereditare.
Ma quando mi si dice che la teoria delle ideologie e' falsa, che la lotta
delle classi e' una favola e che il socialismo e' una utopia senza neanche
l'utilita' pragmatica delle utopie, chiedo allora un supplemento di
istruttoria. Primo, perche' il pensiero epistemologico contemporaneo, dalla
critica psicanalitica del soggetto fino alla semiologia, conferma la fine
d'ogni immediata coerenza fra parola, coscienza e realta', come fra mondo e
concezioni del mondo; secondo, perche' a tutt'oggi e' difficile negare - e
lo si sapeva ben prima di Marx - l'esistenza di ininterrotti conflitti di
interessi fra gruppi umani per il possesso dei mezzi di produzione e la
ripartizione del prodotto sociale; conflitti determinati dai modi del
produrre e determinanti l'assetto, o lo sconvolgimento, dell'intera
societa'. Per quanto e' del terzo ed ultimo punto, convengo volentieri che
esso rinvia ad una persuasione indimostrabile.
La volonta' di eguaglianza e giustizia pertiene alla politica solo grazie
alla mediazione dell'etica e della religione. Marx non ne ha data nessuna
ragione migliore. Indipendentemente da ogni mito perfezionista, credo si
debba continuare a volere (un volere che implica lotta) una sempre piu'
sapiente gestione delle conoscenze e delle esistenze. Il "sogno di una cosa"
e' la realizzata capacita' dei singoli e delle collettivita' di operare sul
rapporto fra necessita' e liberta', fra destino e scelta, fra tempo e
attimo.
Il movimento socialista e comunista si e' fondato per cent'anni su quel che
si chiamava l'insegnamento di Marx. Ne era parte maggiore l'idea che il
passaggio al comunismo dovesse essere conseguenza dello sviluppo delle forze
produttive, della industrializzazione e della crescita della classe operaia;
e compiersi con una pianificazione centralizzata. In questi nodi di verita'
e di errore si e' legato il "socialismo reale". Oggi gli esiti del passato
ci impediscono di guardare al futuro. Sono esiti tragici non solo per cadute
politiche, economiche o culturali ne' solo per costi umani; ma perche',
anche al di fuori dei paesi comunisti, il "marxismo reale" ha accettato il
quadro mentale del suo antagonista: primato della tecnologia, etica della
efficienza, sfruttamento dei piu' deboli. Sembrano falliti tutti i tentativi
per uscire da questa logica: massimo quello cinese. Eppure, Bloch dice, non
e' stata data nessuna prova che quella uscita sia impossibile. L'eredita'
marxiana e' divisa: una meta' e' ancora nostra, l'altra e' dei nemici del
socialismo e comunismo, sotto ogni bandiera, anche rossa.
Quanto alla mente geniale morta cent'anni fa, e' anche grazie ad essa che e'
stato ridimensionato il ruolo delle grandi personalita' e dei loro sepolcri.
Pero' ho visitato con commozione a Parigi il Muro dei Federati, a Nanchino
la Terrazza della Pioggia di Fiori o dei Centomila Fucilati; mi fosse
possibile, andrei a onorare i morti dei Gulag: sono tutti di una medesima
parte, tuttavia parte; non ipocrita bacio tra vittime e carnefici. Marx ci
ha infatti insegnato a capire una volta per sempre quale opera implacabile
gli ignoti, gli infiniti vinti vincitori, compiano entro le societa' che
preferirebbero ignorarli ed entro di noi; quali cunicoli scavino, quali
fornelli di mina preparino anche in coloro che li odiano per aver voluto
qualcosa che interi popoli oppressi continuano, morti e vivi, a volere.
Tutta la storia umana, ci dice, deve essere ancora adempiuta, interpretata,
"salvata". E o lo sara' o non ci sara' piu' - sappiamo che e' possibile -
nessuna storia. O ti interpreti, ti oltrepassi, ti "salvi" o non sarai
esistito mai.
L'amico di Federico Engels non e' stato davvero il primo a dircelo. L'ultimo
si'. E meglio ancora ogni giorno lo dice, oscuro a se stesso, "il movimento
reale che abolisce lo stato di cose presente" (Ideologia tedesca, 1845-46,
I, a). Anche questo e' marxismo.

7. MAESTRI. FRANCO FORTINI: COMUNISMO
[Da Franco Fortini, Extrema ratio, Garzanti, Milano 1990, pp. 99-101; era
stato pubblicato per la prima volta nell'inserto settimanale satirico
"Cuore" del quotidiano "L'Unita'" del 16 gennaio 1989. Dopo la pubblicazione
in Extrema ratio, questo testo e' stato ristampato anche nell'opuscolo Una
voce: comunismo, Edizioni del Centro di ricerca per la pace, Viterbo 1990;
in Non solo oggi, Editori Riuniti, Roma 1991; in Saggi ed epigrammi,
Mondadori, Milano 2003]

"Termine con cui si designano dottrine che propugnano e descrivono una
societa' basata su forme comunitarie di produzione ovvero di produzione e
consumo, in alternativa a societa' basate su forme di proprieta' privata
ovvero di distribuzione e di consumo diseguali. Possesso comune della terra
e dei mezzi di produzione, lavoro per tutti, regolazione pianificatrice dei
bisogni e delle funzioni (...) parte integrante di tali dottrine e'
l'educazione comune, pubblica, di tutti gli individui" (Enciclopedia
Garzanti).

Il combattimento per il comunismo e' gia' il comunismo. E' la possibilita'
(quindi scelta e rischio, in nome di valori non dimostrabili) che il maggior
numero di esseri umani - e, in prospettiva, la loro totalita' - pervenga a
vivere in una contraddizione diversa da quella oggi dominante. Unico
progresso, ma reale, e' e sara' il raggiungimento di un luogo piu' alto,
visibile e veggente, dove sia possibile promuovere i poteri e la qualita' di
ogni singola esistenza. Riconoscere e promuovere la lotta delle classi e'
condizione perche' ogni singola vittoria tenda ad estinguere la forma
presente di quello scontro e apra altro fronte, di altra lotta, rifiutando
ogni favola di progresso lineare e senza conflitti.
Meno consapevole di se' quanto piu' lacerante e reale, il conflitto e' fra
classi di individui dotati di diseguali gradi e facolta' di gestione della
propria vita. Oppressori e sfruttatori (in Occidente, quasi tutti;
differenziati solo dal grado di potere che ne deriviamo) con la non-liberta'
di altri uomini si pagano l'illusione di poter scegliere e regolare la
propria individuale esistenza. Quel che sta oltre la frontiera di tale loro
"liberta'" non lo vivono essi come positivo confine della condizione umana,
come limite da riconoscere e usare, ma come un nero Nulla divoratore. Per
dimenticarlo o per rimuoverlo gli sacrificano quote sempre maggiori di
liberta', cioe' di vita, altrui; e, indirettamente, di quella propria.
Oppressi e sfruttati (e tutti, in qualche misura, lo siamo; differenziati
solo dal grado di impotenza che ne deriviamo) vivono inguaribilita' e
miseria di una vita incontrollabile, dissolta ora nella precarieta' e nella
paura della morte ora nella insensatezza e non-liberta' della produzione e
dei consumi. Ne' gli oppressi e sfruttati sono migliori, fintanto che
ingannano se stessi con la speranza di trasformarsi, a loro volta, in
oppressori e sfruttatori di altri uomini. Migliori cominciano ad esserlo
invece da quando assumono la via della lotta per il comunismo; che comporta
durezza e odio per tutto quel che, dentro e fuori degli individui, si oppone
alla gestione sovraindividuale delle esistenze; ma anche flessibilita' e
amore per tutto quel che la promuove e la fa fiorire.
Il comunismo in cammino (un altro non esiste) e' dunque un percorso che
passa anche attraverso errori e violenze, tanto piu' avvertiti come
intollerabili quanto piu' chiara si faccia la consapevolezza di che cosa gli
altri siano, di che cosa noi si sia e di quanta parte di noi costituisca
anche gli altri; e viceversa. Il comunismo in cammino comporta che uomini
siano usati come mezzi per un fine che nulla garantisce invece che, come
oggi avviene, per un fine che non e' mai la loro vita. Usati, ma sempre
meno, come mezzi per un fine, un fine che sempre piu' dovra' coincidere con
loro stessi. Ma chi dalla lotta sia costretto ad usare altri uomini come
mezzi (e anche chi accetti volontariamente di venir usato cosi') mai potra'
concedersi buona coscienza o scarico di responsabilita' sulle spalle della
necessita' o della storia.
Chi quella lotta accetta si fa dunque, e nel medesimo tempo, amico e nemico
degli uomini. Non solo amico di quelli in cui si riconosce e ai quali, come
a se stesso, indirizza la propria azione; e non solo nemico di quanti
riconosce, di quel fine, nemici. Ma anche nemico, sebbene in altro modo e
misura, anche dei propri fratelli e compagni e di se stesso; perche' non
dara' requie ne' a se' medesimo ne' a loro, per strappare essi e se stesso
agli inganni della dimenticanza, delle apparenze e del sempreuguale.
Dovra' evitare l'errore di credere in un perfezionamento illimitato; ossia
che l'uomo possa uscire dai propri limiti biologici e temporali. Questo
errore, con le piu' varie manipolazioni, ha gia' prodotto, e puo' produrre,
dei sottouomini o dei sovrauomini; egualmente negatori degli uomini in cui
ci riconosciamo. Ereditato dall'Illuminismo e dallo scientismo, depositato
dalla cultura faustiana della borghesia vittoriosa dell'Ottocento,
quell'errore ottimistico fu presente anche in Marx e in Lenin e oggi trionfa
nella maschera tecnocratica del capitale. Quando si parla di un al di la'
dell'uomo, e' dunque necessario intendere un al di la' dell'uomo presente,
non un al di la' della specie. Comunismo e' rifiutare anche ogni sorta di
mutanti per preservare la capacita' di riconoscersi nei passati e nei
venturi.
Il comunismo in cammino adempie l'unita' tendenziale tanto di eguaglianza,
fraternita' e condivisione quanto quella di sapere scientifico e di sapienza
etico-religiosa. La gestione individuale, di gruppo e internazionale,
dell'esistenza (con i suoi insuperabili nessi di liberta' e necessita', di
certezza e rischio) implica la conoscenza delle frontiere della specie umana
e quindi della sua infermita' radicale (anche nel senso leopardiano). Quella
umana e' una specie che si definisce dalla capacita' (o dalla speranza) di
conoscere e dirigere se stessa e di avere pieta' di se'. In essa,
identificarsi con le miriadi scomparse e con quelle non ancora nate e' un
atto di rivolgimento amoroso verso i vicini e i prossimi; ed e' allegoria e
figura di coloro che saranno.
Il comunismo e' il processo materiale che vuol rendere sensibile e
intellettuale la materialita' delle cose dette spirituali. Fino al punto di
sapere leggere nel libro del nostro medesimo corpo tutto quel che gli uomini
fecero e furono sotto la sovranita' del tempo; e interpretarvi le tracce del
passaggio della specie umana sopra una terra che non lascera' traccia.

8. MAESTRI. ROSSANA ROSSANDA RICORDA FRANCO FORTINI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 4 novembre 2003. Una nota redazionale
cosi' presenta questi stralci di un piu' ampio scritto: "Anticipiamo la
parte iniziale e quella finale del ritratto di Franco Fortini, che introduce
il Meridiano a lui dedicato dalla Mondadori [Franco Fortini, Saggi ed
epigrammi, Mondadori, Milano 2003]. Il volume, in questi giorni in libreria,
contiene saggi, epigrammi e scritti scelti dal '38 al '94 curati da Luca
Lenzini, cui si deve anche la cronologia, mentre le notizie sui testi e la
bibliografia sono a cura di Elisabetta Nencini. Tutta la parte centrale del
saggio di Rossana Rossanda, che qui non compare, ripercorre la lunga
parabola che va dalla adesione del giovane Fortini al socialismo,
all'incontro con gli intellettuali francesi, ai primi amori letterari; dalla
indignazione, lui ebreo, per il destino dei palestinesi, a tutte le
verifiche dei poteri , dal '68 al '94, anno della morte".
Rossana Rossanda e' nata a Pola nel 1924, allieva del filosofo Antonio
Banfi, antifascista, dirigente del Pci (fino alla radiazione nel 1969 per
aver dato vita alla rivista "Il Manifesto" su posizioni di sinistra), in
rapporto con le figure piu' vive della cultura contemporanea, fondatrice del
"Manifesto" (rivista prima, poi quotidiano) su cui tuttora scrive. Impegnata
da sempre nei movimenti, interviene costantemente sugli eventi di piu'
drammatica attualita' e sui temi politici, culturali, morali piu' urgenti.
Tra le opere di Rossana Rossanda: Le altre, Bompiani, Milano 1979; Un
viaggio inutile, o della politica come educazione sentimentale, Bompiani,
Milano 1981; Anche per me. Donna, persona, memoria, dal 1973 al 1986,
Feltrinelli, Milano 1987; con Pietro Ingrao et alii, Appuntamenti di fine
secolo, Manifestolibri, Roma 1995; con Filippo Gentiloni, La vita breve.
Morte, resurrezione, immortalita', Pratiche, Parma 1996; Note a margine,
Bollati Boringhieri, Torino 1996. Ma la maggior parte del lavoro
intellettuale, della testimonianza storica e morale, e della riflessione e
proposta culturale e politica di Rossana Rossanda e' tuttora dispersa in
articoli, saggi e interventi pubblicati in giornali e riviste]

Un bel volto caparbio, occhi chiari e indagatori, sobrie le movenze,
cappotto blu e taccuino di appunti sotto mano - questa e' l'immagine di
Franco Fortini che resta nella mente. Siamo prima di tutto il nostro corpo,
ed egli si teneva riservato, in guardia, nella sua bella persona, senza
concedersi alcuna eccentricita'. Non si finse metalmeccanico nei cortei
operai ne' ragazzino fra gli studenti in corsa ne' un quidam de populo se lo
fermava la polizia. Mai si lascio' catturare da un establishment e mai si
travesti' da emarginato. Era stato povero, aveva tirato la vita e accumulato
saperi con tenacia e diletto, sapeva di essere quel che era. Non si lasciava
andare, le sue famose collere erano meditate, gli interventi brevi e mirati;
non espose mai tormenti che non fossero della ragione. Salvo forse la pena
dell'invecchiare: "dimmi, tu conoscevi, e' vero, quanto sia indegna / questa
vergogna di vecchiezza?". Ma si stenta a credere che il male che lo afferro'
nel 1993 ne abbia incrinato la disciplina. Aveva gia' letto per se'
l'epigrafe sulla tomba di Francis Bacon al Trinity College, e titolato con
il verso che la chiude l'ultima raccolta di poesie - Composita solvantur -
si scomponga tutto cio' che e' composto. Aveva preso la parola sempre, per
se' e per gli altri, ma si apparto' per morire, evento da affrontare in
solitudine - "transi hospes", "nunc dimittis" - spegnendosi sotto lo sguardo
amoroso di Ruth Leiser, che per tanti anni s'era chinato accanto al suo
sulla lirica tedesca.
Nel declinare del secolo e dell'esistenza gli era caduta addosso una
stanchezza. Non smise di scontrarsi - era un cavallo da combattimento,
sapeva di essere considerato intrattabile e con quell'ironia che si permette
soltanto a se stessi s'era dipinto criniera al vento e narici frementi come
i cavalli di legno delle giostre. E non c'era osso che non gli dolesse al
dubitare degli esiti, non della verita', del suo pugnare - il vero, la
verita', la mia verita', le nostre, ricorrono nei suoi scritti in
opposizione al nulla, il niente cui gli appariva trascinato il mondo.
Sentiva la rovina, provava fastidio per la sordita' altrui, gli pesava
l'isolamento - tutti abbiamo bisogno di consenso - ma non era disposto a
transigere: la verita' non e' agevole, passa attraverso dure verifiche.
All'indirizzo dei molti che gli parvero sottrarsene scoccava crudeli
epigrammi: eccovi la' tranquilli e onorati, amici miei cari, potrei essere
come voi, ma non lo sono perche' sapevo la verita'. Poi si pentiva
dell'arroganza, e tornava su quel che aveva scritto, nulla ritirando ma
riordinando e ripubblicando nel contesto della storia - non la sua, quella
dei destini generali.
Una volta per sempre, mai piu'. Rompeva sperati dialoghi e imprese comuni -
imprese di ricerca, dunque politiche, dunque di ordine morale, dunque non
negoziabili. Che politica ed etica non si potessero separare era un comando
della sapienza ebraica e di quella cristiana, le assumeva tutte e due. Non
c'e' operare lecito se non mira a un piu' di umanita', a che l'uomo, come
scriveva ai posteri il suo amato Brecht, sia finalmente amico dell'uomo. Che
la politica si riducesse alla lubrificazione del sistema del mercato non gli
parve fatale, gli parve una gaglioffata. Cosi' restava perlopiu' in una
solitudine orgogliosa e indolenzita. Dalla quale gettava sul mondo quel suo
sguardo esigente, intollerante di mediazioni, per cui passava sempre da
felici incontri a sanguinose rotture. Tutti avrebbero voluto Fortini ma
nessuno alle sue condizioni.
Neppure in morte e' stato consegnato con pieta' alla storia. Gli onori non
sono mancati ma la scena, tutte le generazioni incluse, sembra sollevata dal
non sentirsene continuamente sfidata e giudicata senza amenita'. Fortini
giace insepolto fuori delle mura. E si spiega: ha voluto essere una voce
poetica di quella parte del secolo che aveva tentato l'assalto al cielo d'un
cambiamento del mondo, ha perduto ed e' ricaduta fra le maledizioni del
Novecento e l'inizio d'un millennio che non ne sopporta il ricordo.
*
La necessita' d'una palingenesi non l'aveva ereditata da casa ne' dalla
sonnolenta Firenze dell'adolescenza. Le letture del padre, un avvocato ebreo
poco praticante come i piu' che il Risorgimento aveva cessato di
discriminare, oscillavano fra progressismo, spiritualismo e perfino
esoterismo - molti nostri padri frequentarono Michelet e Anatole France e i
dintorni di Annie Besant o Rudolf Steiner. La madre, cattolica, leggeva i
romanzi per signore che la chiesa metteva all'indice, Luciano Zuccoli e
Lucio d'Ambra. Il ragazzo Franco si formo' da solo, come i piu', attraverso
incontri fulminanti - Jack London, Dostoevskij, Pirandello, Otto Weininger,
poco a che vedere uno con l'altro ma controcanto alla romanita' spalmata dal
regime. E poi i modernissimi, Joyce e Doeblin e Malraux. Montale e la
Firenze letteraria, l'ermetismo e le riviste come "Solaria" ebbero presto la
meglio sugli studi di giurisprudenza cui lo avevano votato i suoi, e
colorarono i primi tentativi diversi. Ne discuteva con i coetanei, una
squadra che avrebbe lasciato il segno sulle patrie lettere, guardando gli
illustri entrare ed uscire dalle Giubbe Rosse - e nei Littoriali che il
fascismo offriva agli studenti irrequieti. Quando le leggi razziali gli
tolsero la tessera del Guf e gli vietarono quell'agone, Fortini si ribello',
cerco' inutilmente di essere riammesso, si senti' escluso e in cerca d'una
appartenenza si precipito', rompendo con le tiepide fedi paterna e materna,
verso un cristianesimo eroico, facendosi battezzare presso la chiesa
valdese. Aveva ventidue anni.
L'anno dopo fu l'arresto del padre e la guerra, nel 1941 la chiamata alle
armi e l'alternanza dell'universita' (ancora incerto fra letteratura e
storia dell'arte) con il servizio militare. Fino all'8 settembre, quando
assieme ad altri dispersi avrebbe raggiunto la Svizzera. La quale accoglieva
tutti ma in poco meno che campi di concentramento, proibendo questo e
quello. Ma qui avrebbe incontrato il Partito socialista, che parlo'
all'animo suo piu' degli amici comunisti e azionisti di Firenze. Di qui
tento' un'incursione nella resistenza della repubblica dell'Ossola - gia' in
fase di ripiegamento - fra audacie e timori, ritiri e ritorni. Qui, a
Zurigo, incontrava Ruth Leiser.
*
Il 1945 avrebbe chiuso questo apprendistato. Non diverso da quello di molti
della generazione nata attorno al 1920, poco prima o poco dopo. Stesse
letture, stessi interrogativi, stesse frequentazione, stesso fastidio del
fascismo, stesse incertezze a impegnarsi fino all'occupazione tedesca. Ma
l'essere stato mezzo ebreo, mezzo protestante, mezzo antifascista, mezzo
resistente dovette arrovellarlo ed e' probabilmente all'origine della
intolleranza che avrebbe maturato, verso se stesso e gli altri, per ogni
scelta non fatta o rimandata. Dell'ebraismo e dal protestantesimo gli rimase
una idea severa e non conversevole di Dio, assieme a una percezione
giansenista della colpa e del tragico, che raramente mise in parole: come le
oscure rose del suo poema, custodi' un non detto delle cose ultime, non
partecipabile col primo che passa.
*
(...) A stagione delle milizie conclusa si infittisce il lavoro sulla
critica letteraria, accanto a una presenza sui giornali - la scrittura e' il
suo mestiere e la usa con astuzia da colomba in modo diverso a seconda degli
interlocutori - e all'insegnamento all'Universita' di Siena. La riflessione
sulla letteratura, come il far versi, non l'aveva mai interrotta. Ma se la
pratica politica gli ha dato la certezza del legame fra l'io e i destini
generali, e assieme della non riducibilita' dell'uno agli altri, la pratica
critica e il fare poesia lo hanno messo di fronte a un piu' problematico
scarto fra incompiutezza del vissuto e compiutezza dell'opera. Perche'
questa, se e', e' armonia. E' fruizione finalmente pacificata. E'
risoluzione del conflitto, un'icona della sua fine. E' quello che sarebbe il
comunismo. O no?
E' il tema sul quale piu' scava negli anni Ottanta. Recupera materiali
passati, mettendoli in risonanza uno con l'altro, ne aggiunge di nuovi. Che
cosa e' la letteratura, si chiede nel 1978, quando sono cadute tutte le
definizioni che la modernita' le aveva dato, e qualsiasi mandato demiurgico
e' venuto a cessare? Perche' bisogna pur dirlo che sull'andamento del mondo
la poesia non ha mai contato nulla - perche' se c'e' un intellettuale
prepotente che pero' nulla concede a un ruolo eccellente dell'intellettuale,
questo e' Fortini. Nessuno, o ben pochi, ha rifiutato come lui di stare ai
dettami d'una proprieta' o d'un partito o d'una moda, ha fin sospettato gli
altri di troppo concedervi (sei un malfidato, protestava Pasolini) e nessuno
come lui ha definito il fare letteratura in se' come opus servile in senso
ultimo.
E tuttavia lo rode quella che un tempo era definita l'autonomia del giudizio
estetico, perche' certo l'opera poetica, se e', e' conclusa. Questo, che e'
il terreno per dir cosi' di sua competenza professionale, e' vangato e
rivangato. Lui poeta, lui professore, lui militante, lui Franco Lattes
Fortini sono una sola persona. E non si concede di dividersi. Bisognerebbe
leggere assieme gli interventi politici, i saggi critici e i versi ("non
sono un prosatore"). Ma l'essere uno non significa essere scevro di scarti.
Il solo peccato mortale e' soddisfarsi della propria duplicita': quel che
piu' ha rimproverato a Pasolini non e' l'atteggiarsi a sovversivo mentre
svolge quel ruolo conservatore che lo rende accetto alla borghesia e al
Partito comunista ma il riposarsi sulla propria ambiguita', metterla in
forma, compiacersi della devastazione, adularsi nell'immaturita'. E farne
poesia.
Perche' e' un grande poeta, il Pasolini che gli strappa l'esclamazione piu'
calorosa. Del fare poetico Fortini conosce i meccanismi, sa che cosa ne sono
le strutture, ne conosce gli stilemi, si diletta a sperimentarli. Ma
soltanto per breve tempo ha creduto di poter acquietarsi nel formalismo -
Jakobson e poi, letto in ritardo, Bachtin. Se ne e' presto ritratto: se
l'opera e' totale nelle sue relazioni interne, non e' leggibile soltanto in
esse. Una poesia non e' solo quel che dice e come lo dice, la sua musica o
le sue dissonanze, che peraltro hanno a loro volta una storia. L'opera in
parole e' luogo di proiezioni individuali e collettive. E' fruizione,
piacere, ma anche reperto sociologico, riflesso di funzioni sociali piu' o
meno consapevoli. Pasolini e' tutti e due, oltranzista nel suo doppio volto
e Fortini non se ne rassegna.
*
Non sembra esserci nei suoi scritti un approdo teorico definitivo, anche se
non mancano le asseverazioni. Il fascino di Fortini critico, e non solo
quello dei saggi italiani, ma anche dei suoi silenzi e delle sue
idiosincrasie - argomentate come il fastidio per Gadda, e non argomentate
come quello per Kafka - sta nel passare ininterrotto fra un piano e l'altro.
Non nasconde affatto che l'amore per il Tasso si accompagna al disamore per
l'Ariosto, perche' nel primo c'e' la sofferenza della persona e del tempo e
nel secondo un elegantissimo divagare rispetto a tutti e due, critica
contenutistica se ce n'e' una. Piu' complicato e' il fascino che esercita su
di lui Manzoni, inseguito con diletto nelle strutture formali nello stesso
tempo in cui vi scorge un ritrarsi dalle precedenti scelte civili. Nella
analisi d'una poesia poco frequentata di Leopardi lega invece quella che
giudica una incompiutezza alla debolezza del pensato, che e' poi la
riflessione sulla fragilita' della vita che in Aspasia raggiunge una
perfezione che sembra il frutto di una piu' profonda implicazione del
pensiero e dell'emozione. E cosi' nell'elogio all'ultima Morante, quella di
Aracoeli, Fortini ne collega la forza alla fine della bianca beatitudine
della Storia. Mentre si dice persuaso della grandezza di Montale quando i
versi ne rivelano la verita' "di piccolo borghese che si crede grande".
E tuttavia e' impossibile ridurre Fortini a contenutista, epigono raffinato
del realismo. La messa in forma e il pensato lo fanno egualmente e
contraddittoriamente soffrire e gioire. Come e' possibile? Come e'
sopportabile? Questo e' quel che non perdona a Pasolini. Aveva avuto a che
fare con maestri come Noventa, e con fratelli come Zanzotto e Sereni con i
quali il rapporto era univoco. Anche le distanze erano facili da segnare
quando univoche - stima ma affinita' zero con Calvino, che senz'altro
annovera fra gli scaltri, per l'ammirevole fuga nell'irrealta'. Pasolini
invece gli getta davanti fin troppa realta', materica, lacerata, e sfugge
alla domanda: ma questa e' la realta' sovversiva che pretendi? Non lo e'.
Fortini scrive lunghissime lettere (e ottiene magrissime risposte: non sono
un epistolografo, perche' insisti, perche' pretendi, che cosa vuoi, sei
insopportabile) per spiegargli che altra cosa e' il povero e altra il
proletario, altra il sottoproletariato e altra il proletariato. E Pasolini a
ribattergli che lui almeno frequenta i sottoproletari, dei quali e' piena
l'Italia da Roma in giu', mentre Fortini vagheggia un proletariato libresco
standosene a casa. Sarebbe una lite banale se Fortini non fosse affascinato
da poesie come Il pianto della scavatrice, colpito nel profondo. E' facile
demolire Pasolini, pensa e scrive con furore, quando fa i film - dei quali
riconosce soltanto Accattone mentre imperversa contro Il Vangelo secondo
Matteo e Medea, ennesima fuga nella contemplazione dell'arcaico. E poi i
film rivelano una partecipazione alla perfida industria culturale. Ma i
versi? Pasolini e' poeta malgrado quel che mette in versi? Sfavillante ma
innocuo, sontuoso ma come una rovina. I conti non tornano, perche' e'
innocuo ma sfavillante, una rovina ma sontuosa. Non torneranno mai.
Attraverso Pasolini e' il suo ultimo libro, meticoloso come una requisitoria
o un'arringa della difesa.
*
Non si puo' dire di Fortini che visse con distrazione, come Brecht scrisse
di se'. Per questo e' inattuale. Chi vuole esporsi? Meglio non esporsi. Al
non cercare un senso, egli non si rassegno' mai. Ne' lo perdono' neanche a
se stesso. Chi gli ha dato del narcisista, al di la' di quella custodia di
se' senza la quale non si vive, gli ha attribuito a torto una soddisfazione
di se', mentre era permanente il bisogno di verifica, di capire e capirsi,
senza indulgenze e masochismi, per nulla incline alle belle sofferenze, alle
crudelta' squisite, all'incanto dei propri abissi. E' stato uno in cerca di
giustizia, e non sub specie aeternitatis, ma nel concreto e presente, dove
si tratta di muoversi quando ancora hai un dubbio. Aggressivo e bisognoso,
sbagliando e pagandone il prezzo, e lasciando sempre un aculeo.

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1121 del 21 novembre 2005

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