[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

La nonviolenza e' in cammino. 1126



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1126 del 26 novembre 2005

Sommario di questo numero:
1. Cindy Sheehan: Una lettera aperta a Barbara Bush
2. Diane Wilson: L'arte di uscire dal seminato
3. Giuliana Sgrena: Complici
4. Franco Lorenzoni: L'educazione ambientale dopo Alexander Langer
5. Enzo Traverso presenta "I fantasmi della storia" di Regine Robin
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. TESTIMONIANZE. CINDY SHEEHAN: UNA LETTERA APERTA A BARBARA BUSH
[Ringraziamo Luisa Morgantini (per contatti: lmorgantini at europarl.eu.int)
per averci trasmesso il seguente intervento di Cindy Sheehan apparso sul
quotidiano "L'Unita'" del 25 novembre 2005.
Cindy Sheehan ha perso il figlio Casey in Iraq; per tutto il mese di agosto
e' stata accampata a Crawford, fuori dal ranch in cui George Bush stava
trascorrendo le vacanze, con l'intenzione di parlargli per chiedergli conto
della morte di suo figlio. Intorno alla sua figura e alla sua testimonianza
si e' risvegliato negli Stati Uniti un ampio movimento contro la guerra.
Barbara Bush e' la madre dell'attuale presidente degli Stati Uniti
d'America]

Cara Barbara,
il 4 aprile 2004 suo figlio maggiore ha ucciso mio figlio maggiore, Casey
Austin Sheehan.
A differenza del suo figlio maggiore, il mio era una persona meravigliosa e
si era arruolato per servire il suo Paese e per cercare di rendere il mondo
migliore. Casey non voleva andare in Iraq, ma conosceva il suo dovere.
Suo figlio si assento' senza permesso dalla sua unita' speciale. George non
riusciva nemmeno a sopportare l'Alabama Air National Guard.
Casey si e' arruolato nell'esercito prima che suo figlio ne diventasse il
comandante in capo. Sappiamo tutti che suo figlio pensava di invadere l'Iraq
gia' nel 1999. Casey era un uomo morto ancor prima che George diventasse
presidente e ancor prima di arruolarsi nell'esercito nel maggio 2000.
*
Ho educato Casey e gli altri miei figli ad usare le parole per risolvere i
problemi e i conflitti. Fin da quando erano molto piccoli ho detto ai miei
quattro figli che e' sempre sbagliato tirare calci, mordere, picchiare,
graffiare, tirare i capelli ecc. Se i piu' piccoli non riuscivano a trovare
le parole per risolvere i loro conflitti senza fare ricorso alla violenza,
li ho sempre incoraggiati a ricorrere ad un mediatore come, ad esempio, un
genitore, un compagno piu' grande o un insegnante che li aiutasse a trovare
le parole adatte.
Lei ha insegnato a George ad usare le parole e non la violenza per risolvere
i problemi? Lei gli ha insegnato che uccidere altre persone per ricavarne
dei profitti e per il petrolio e' sempre sbagliato? Ovviamente no.
Ero anche solita lavare la bocca dei miei figli con il sapone nelle rare
occasioni in cui mentivano... ha fatto la stessa cosa con George? Puo' farlo
ora? Ha mentito e continua a mentire. Saddam non aveva ne' armi di
distruzione di massa ne' legami con Al Qaeda, e i promemoria di Downing
Street provano che suo figlio lo sapeva benissimo prima di invadere l'Iraq.
*
Il 3 agosto 2005 suo figlio ha dichiarato di aver ucciso mio figlio e altri
coraggiosi e onesti americani per una "nobile causa". Ebbene, Barbara, da
madre a madre, questa dichiarazione mi ha mandato su tutte le furie.
Invadere e occupare un altro Paese che, come e' stato dimostrato, non
costituiva una minaccia per gli Stati Uniti non la considero una "nobile
causa". Non credo che invadere un Paese, ucciderne i cittadini innocenti e
distruggerne le infrastrutture per far arricchire i profittatori di guerra
della sua famiglia e degli amici della sua famiglia sia una nobile causa.
Cosi' ad agosto sono andata a Crawford per chiedere a suo figlio per quale
nobile causa ha ucciso mio figlio. Non ha voluto parlarmi. E' stato un gesto
di incredibile maleducazione. Ritiene che un presidente, si tratti pure di
suo figlio, debba essere cosi' inaccessibile ai suoi datori di lavoro? In
particolare se si tratta di una persona la cui vita George ha completamente
devastato?
Da agosto sono stata diverse volte alla Casa Bianca per cercare di
incontrare George e la settimana prossima saro' nuovamente a Crawford. Pensa
di poterlo chiamare e chiedergli di fare cio' che e' giusto ritirando le
truppe da questa guerra illegale e immorale da lui insensatamente iniziata?
Mi dicono che lei e' una delle poche persone con cui ancora parla. Non parla
con suo padre che ben conosceva le difficolta' e l'impossibilita' di
invadere l'Iraq e per questa ragione decise di non farlo in occasione della
prima guerra del Golfo. Se non puo' dirgli di ritirare le truppe puo' almeno
sollecitarlo ad incontrarmi?
*
Ecco quanto lei stessa disse nel 2003, poco piu' di un anno prima che il mio
caro, dolce Casey fosse assassinato dalle politiche di suo figlio: "Perche'
dovremmo sentir parlare di sacchi di plastica con dentro i cadaveri e di
morti? Intendo dire che non e' rilevante. Perche' dovrei sprecare il mio
prezioso cervello per occuparmi di cose del genere?" (Good Morning America,
18 marzo 2003).
Debbo dirle qualcosa, Barbara. Nemmeno io volevo sentire parlare di morti e
di sacchi di plastica con dentro i cadaveri. Il 4 aprile 2004 tre ufficiali
dell'esercito sono venuti a casa mia per dirmi che Casey era morto in Iraq.
Sono caduta a terra urlando e pregando il crudele Angelo della Morte di
prendere anche me. Ma l'Angelo della Morte che ha preso mio figlio e' suo
figlio.
Casey e' tornato a casa il 10 aprile in una bara avvolta da una bandiera. La
mia mente e' piena di immagini del suo corpo bellissimo in un feretro e del
ricordo di aver sepolto il mio coraggioso e onesto figliolo ancor prima che
la sua vita avesse inizio. La mente meravigliosa di Casey e' stata spenta
dal proiettile di un insorto che lo ha colpito al capo, ma a tirare il
grilletto avrebbe potuto essere benissimo suo figlio.
*
Oltre che incoraggiare suo figlio a mostrare un po' di onesta' e di coraggio
facendo finalmente cio' che e' giusto, non crede di dovere a me e a tutti
gli altri genitori della Gold Star Families for Peace [un'organizzazione che
riunisce i parenti di soldati morti in Iraq - ndt] delle scuse per il suo
crudele e avventato commento?
Le politiche sorprendentemente ignoranti, arroganti e sconsiderate di suo
figlio in Iraq sono responsabili di molto dolore e di molti problemi in
tutto il mondo.
Puo' farlo fermare? Lo faccia prima che altre madri abbiano a soffrire in
modo insensato e crudele. Ce ne sono gia' state molte in tutto il mondo.

2. TESTIMONIANZE. DIANE WILSON: L'ARTE DI USCIRE DAL SEMINATO
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente testo di Diane
Wilson estratto dal libro di AA. VV., Stop the Next War Now: Effective
Responses to Violence and Terrorism, a cura di Medea Benjamin e Jodie Evans.
Diane Wilson e' madre di cinque figli e una spina nel fianco delle compagnie
chimiche sulla costa del Golfo del Texas; attraverso scioperi della fame ed
altre azioni dirette nonviolente, ha fatto pressione sulle compagnie sino a
costringerle spesso a smettere di inquinare la baia; ambientalista e
pacifista di lunga data, e' cofondatrice del gruppo pacifista femminista
"Codepink"; e' appena uscito il suo nuovo libro, "An Unreasonable Woman"
(Una donna irragionevole)]

Sono andata in Iraq con un gruppo di donne di "Codepink" poco prima
dell'invasione statunitense, nel marzo 2003.
Prima di partire, avevo sentito molti commenti su come gli iracheni
odiassero gli americani e ci invidiassero il nostro stile di vita e la
nostra liberta'. A Baghdad pero', invece di odio e sospetti e mugugni,
incontrai invece persone curiose e generose. Quando chiesi loro se erano
arrabbiati con gli americani, che erano sul punto di bombardare il loro
paese, tutti mi risposero: "Sappiamo che la colpa non e' del popolo
americano, ma del suo governo". A differenza di troppe persone negli Usa,
che pensano che tutti gli arabi siano terroristi, gli iracheni capivano la
differenza fra il popolo americano e le politiche del suo governo.
Nonostante questa gentilezza, che non venne mai meno, gli iracheni erano
terribilmente spaventati dalla prospettiva dell'invasione. I camerieri
dell'albergo in cui alloggiavamo a Baghdad ci pregarono di non partire. I
bambini che incontravamo ogni giorno dopo il caffe' del mattino, e che ci
incantarono e che ci vendettero pasticcini e scarpe, si aggrapparono alle
nostre braccia il giorno della partenza e piansero lacrime di disperazione.
Agivano come se in qualche modo, se fossimo rimaste, le bombe non sarebbero
cadute.
Il popolo iracheno non aveva idea di come difendersi e, in un gesto inutile,
incollava nastro adesivo alle finestre. La stessa cosa accade dove io vivo,
sulla costa, quando un uragano ci minaccia: le reazioni sono surreali. Un
evento monumentale si sta preparando ad accadere, e non c'e' molto che tu
possa fare per prepararti ad esso, eppure sai che cambiera' la tua vita.
*
Prima di arrivare a Baghdad ero gia' contraria alla guerra. Sono cresciuta
in un piccolo paese di pescatori, in uno stato in cui avere pistole in casa
e' legale e la caccia e' equiparata a un rituale. Ma ho sviluppato una
totale avversione all'uccidere.
Durante la guerra del Vietnam io ero ufficiale medico, ed ho visto con i
miei occhi cio' che accade ai soldati di diciotto anni mandati in guerra: la
loro discesa dall'innocenza e dall'entusiasmo all'inferno di droghe,
violenza, e fuga nell'oblio. Negli ospedali dove ho lavorato, questi
pazienti rubavano gli aghi per praticarsi le iniezioni. Il fumo degli
spinelli stazionava nell'aria come prodotto da un fuoco inestinguibile.
Perdemmo un'intera generazione di ragazzi. E'una cosa che non voglio vedere
mai piu'.
Percio', prima che la guerra avesse inizio, andai a Washington con Medea
Benjamin, ad interrompere una conferenza in cui Donald Rumsfeld, il
segretario della difesa, sosteneva le ragioni della guerra contro l'Iraq. Fu
un'azione spontanea, dettata dal momento e dal nostro desiderio di fare
qualcosa per fermare la guerra, e fini' sui media nazionali perche' la
facemmo mentre le telecamere delle tv erano in funzione.
Il mese successivo, assieme a donne provenienti da tutto il paese,
cominciammo una veglia ed uno sciopero della fame nel Lafayette Park di
fronte alla Casa Bianca. Restammo la', nel pieno dell'inverno, a protestare
contro la guerra e a promuovere la pace per parecchi mesi. Durante la
protesta, io scalai la barriera di fronte alla Casa Bianca e vi appesi uno
striscione pacifista. Rimasi accanto allo striscione per cinque minuti, dopo
di che fui trascinata via dagli uomini dei servizi segreti. Per tale azione
sono stata arrestata, imprigionata e bandita per un anno da Washington. I
servizi segreti erano cosi' spaventati dalle nostre dimostrazioni
nonviolente che mi pedinavano persino nella mia cittadina, Seadrift.
Ad ogni modo, mi sentivo spinta a fare qualcosa di piu' che restare seduta
nella mia casa a Seadrift e provare dolore.
Percio', il giorno prima che mezzo milione di americani prendessero le
strade a New York e in tutto il globo si manifestasse contro l'invasione,
una delegazione di donne di "Codepink" si raduno' davanti alla sede
dell'Onu. Io scalai di nuovo una barriera e mi incatenai ad essa. Fui
arrestata e processata.
Successivamente, in Texas, io ed altri due dimostranti presenziammo ad una
riunione del governo dello stato e contestammo la sua risoluzione di
sostenere la guerra. Per questo ho avuto quattro giorni di detenzione in una
prigione correzionale per donne, fuori Austin.
*
Ma ancora non avevo fatto molto. Non che mi sia lasciata prendere dallo
sconforto ad ogni fallimento. Quando una guerra infuria, bambini muoiono,
famiglie vengono distrutte, e noi siamo ancora troppo tiepidi, questo si'.
Io sono una pescatrice della quarta generazione della mia famiglia, nata e
cresciuta in Texas e battezzata in un fiume da un predicatore pentecostale.
Sono anche un'ambientalista e ho lottato contro la distruzione della baia
del Texas per anni. Il mio attivismo ecologista e' confluito nel movimento
per la pace, e in "Codepink".
Come nell'ecosistema che io difendo, tutto e' connesso. Le Corporations come
Formosa, Dupont e Dow hanno ripreso a distruggere la baia e uccidono le
piccole comunita' come quella in cui vivo, il governo federale bombarda un
intero paese per il controllo del suo petrolio: e' la stessa mentalita'
distruttiva che e' all'opera.
Se diciamo che non vogliamo la guerra, queste non possono essere solo
parole. Fermare una guerra implica un impegno reale, e significa esporre noi
stessi a qualche rischio. Dobbiamo perseguire la pace con la stessa
determinazione con cui altri vogliono la guerra. Dobbiamo essere orgogliosi,
fantasiosi e coraggiosi.
Nella nostra storia americana abbiamo esempi di persone che hanno messo in
gioco la loro vita per cio' in cui credevano. Per parafrasare uno di essi,
Martin Luther King Jr.: "Se nella tua vita non c'e' qualcosa per cui
varrebbe la pena morire, allora non c'e' neppure qualcosa per cui vale la
pena vivere".

3. RIFLESSIONE. GIULIANA SGRENA: COMPLICI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 17 novembre 2005. Giuliana Sgrena,
giornalista, intellettuale e militante femminista e pacifista tra le piu'
prestigiose, e' tra le maggiori conoscitrici italiane dei paesi e delle
culture arabe e islamiche; autrice di vari testi di grande importanza, e'
stata inviata del "Manifesto" a Baghdad, sotto le bombe, durante la fase
piu' ferocemente stragista della guerra tuttora in corso. A Baghdad e' stata
rapita il 4 febbraio 2005; e' stata liberata il 4 marzo, sopravvivendo anche
alla sparatoria contro l'auto dei servizi italiana in cui viaggiava ormai
liberata, sparatoria in cui e' stato ucciso il suo liberatore Nicola
Calipari. Opere di Giuliana Sgrena: (a cura di), La schiavitu' del velo,
Manifestolibri, Roma 1995, 1999; Kahina contro i califfi, Datanews, Roma
1997; Alla scuola dei taleban, Manifestolibri, Roma 2002; Il fronte Iraq,
Manifestolibri, Roma 2004; Fuoco amico, Feltrinelli, Milano 2005]

Il velo dell'omerta' sull'uso del fosforo bianco si e' squarciato persino
negli Stati Uniti, l'ultimo strappo e' stata la testimonianza di Darrin
Mortenson, un giornalista americano embedded. Preceduto dalla ancor piu'
importante ammissione sull'uso delle micidiali armi chimiche da parte del
Pentagono. Ma per il portavoce del Pentagono, Barry Venable, non si tratta
di armi chimiche e poi sono state usate contro i combattenti: bastano le
terribili immagini delle vittime di Falluja - soprattutto donne e bambini -
mostrati nell'inchiesta di Rainews24 a smentirli.
Per gli Stati Uniti quella polvere che corrode la carne degli esseri umani
non e' nemmeno proibita visto che non hanno firmato il protocollo della
Convenzione su alcune armi convenzionali. Cosi' come per gli Stati Uniti e'
stato legittimo, quel 4 marzo del 2005, sparare su un'auto su cui
viaggiavano due agenti del Sismi e una giornalista, uccidendo Nicola
Calipari. Sparare per uccidere come ha confermato la perizia della
magistratura. E' la guerra. Una guerra che non rispetta piu' nemmeno le
convenzioni internazionali. In cui sono coinvolti anche coloro che hanno
mandato le proprie truppe ipocritamente sotto il nome di "missione di pace".
Una guerra che Bush ha scatenato contro Saddam perche' - diceva - aveva le
armi di distruzione di massa - ben sapendo che non le aveva piu' e quando le
aveva usate contro i kurdi nel 1988 non aveva suscitato grande scalpore.
Invece le armi di distruzione di massa - napalm e fosforo bianco - le ha
portate Bush e le ha usate contro la popolazione civile.
Chi resta in Iraq a fianco degli americani e' complice di chi usa queste
armi, di chi ha torturato ad Abu Ghraib e ha addestrato gli iracheni a usare
gli stessi metodi. E' questo il processo democratico da sostenere in Iraq
oppure quello dei 170 prigionieri torturati e rinchiusi dentro il ministero
degli interni iracheno? E' questo Iraq che le nostre truppe devono
difendere? C'e' chi sostiene che bisogna rimanere per combattere il
terrorismo, ma i terroristi, proprio come le micidiali armi, sono arrivati
insieme alla guerra di Bush. Solo un ritiro delle truppe puo' spezzare la
spirale guerra-terrorismo. O ancora, si dice che senza i marine scoppierebbe
la guerra civile. La guerra civile purtroppo c'e' gia' in Iraq e ha gia'
mietuto migliaia di vittime, ignorate come tutte le altre.
E non sono certo le truppe a ostacolare i regolamenti di conti, la violenza
sulle donne, i rapimenti o lo scontro sanguinoso tra sunniti e sciiti. Anzi,
quest'ultimo, favorendo la spartizione dell'Iraq, gli Usa l'hanno
alimentato. Non si puo' escludere che un ritiro delle truppe provochi
nell'immediato un acuirsi dello scontro tra le varie componenti irachene, ma
ormai e' l'unico modo per aprire la via a una soluzione vera e duratura
della crisi. L'occidente se vuole aiutare l'Iraq distrutto non puo' farlo
con i cannoni ma ricostruendo il paese.

4. RIFLESSIONE. FRANCO LORENZONI: L'EDUCAZIONE AMBIENTALE DOPO ALEXANDER
LANGER
[Dalla bella rivista diretta da Goffredo Fofi, "Lo straniero", n. 65,
novembre 2005  (sito: www.lostraniero.net).
Franco Lorenzoni, maestro elementare, da oltre venti anni anima l'esperienza
della casa-laboratorio di Cenci. Tra le opere di Franco Lorenzoni: Con il
cielo negli occhi. Imparare a guardare lo spazio e il tempo. Corpo,
osservazione, disegno, geometria e racconti di miti, Marcon, 1991; con Marco
Martinelli, Saltatori di muri. La narrazione orale come educazione alla
convivenza. Esperienze interculturali di incontro tra stranieri e italiani,
nella scuola e nel teatro, Macro edizioni, 1998; L'ospite bambino.
L'educazione come viaggio tra le culture nel diario di un maestro, Era
Nuova, 2002; a cura di, con Amaranta Capelli, La nave di Penelope.
Educazione, teatro, natura ed ecologia sociale, Giunti, 2002. Per contattare
la casa-laboratorio di Cenci: e-mail: cencicasalab at tiscali.it, sito:
www.prospettiva.it/cenci.
Alexander Langer e' nato a Sterzing (Vipiteno, Bz) nel 1946, e si e' tolto
la vita nella campagna fiorentina nel 1995. Promotore di infinite iniziative
per la pace, la convivenza, i diritti, l'ambiente. Per una sommaria
descrizione della vita cosi' intensa e delle scelte cosi' generose di Langer
rimandiamo ad una sua presentazione autobiografica che e' stata pubblicata
col titolo Minima personalia sulla rivista "Belfagor" nel 1986 (poi ripresa
in La scelta della convivenza). Opere di Alexander Langer: Vie di pace.
Rapporto dall'Europa, Arcobaleno, Bolzano 1992; dopo la sua scomparsa sono
state pubblicate alcune belle raccolte di interventi: La scelta della
convivenza, Edizioni e/o, Roma 1995; Il viaggiatore leggero. Scritti
1961-1995, Sellerio, Palermo 1996; Scritti sul Sudtirolo, Alpha&Beta,
Bolzano 1996; Die Mehrheit der Minderheiten, Wagenbach, Berlin 1996; Piu'
lenti, piu' dolci, piu' profondi, suppl. a "Notizie Verdi", Roma 1998; The
Importance of Mediators, Bridge Builders, Wall Vaulters and Frontier
Crossers, Fondazione Alexander Langer Stiftung - Una Citta', Bolzano-Forli'
2005; Fare la pace. Scritti su "Azione nonviolenta" 1984-1995, Cierre -
Movimento Nonviolento, Verona, 2005; Lettere dall'Italia, Editoriale Diario,
Milano 2005. Opere su Alexander Langer: Roberto Dall'Olio, Entro il limite.
La resistenza mite di Alex Langer, La meridiana, Molfetta 2000; AA. VV., Una
vita piu' semplice. Biografia e parole di Alexander Langer, Terre di mezzo -
Altreconomia, Milano 2005. Si sta ancora procedendo alla raccolta di tutti
gli scritti e gli interventi (Langer non fu scrittore da tavolino, ma
generoso suscitatore di iniziative e quindi la grandissima parte dei suoi
interventi e' assai variamente dispersa). Si vedano comunque almeno i
fascicoli monografici di "Azione nonviolenta" di luglio-agosto 1996, e di
giugno 2005; l'opuscolo di presentazione de La Fondazione Alexander Langer -
Stiftung, suppl. a "Una citta'", Forli' (per richieste: tel. 054321422; fax
054330421, e-mail: unacitta at unacitta.it, sito: www.unacitta.it), ed il nuovo
fascicolo edito dalla Fondazione nel maggio 2000; una nuova edizione ancora
e' del 2004 (per richieste: tel. e fax 00390471977691, e-mail:
info at alexanderlanger.org, sito: www.alexanderlanger.org); la Casa per la
nonviolenza di Verona ha pubblicato un cd-rom su Alex Langer (per
informazioni: tel. 0458009803; fax 0458009212; e-mail:
azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org). Indirizzi utili:
Fondazione Alexander Langer Stiftung, via Portici 49 Lauben, 39100
Bolzano-Bozen, tel. e fax 00390471977691; e-mail: info at alexanderlanger.org,
sito: www.alexanderlanger.org]

La domanda irrisolta di Alex
Sono passati dieci anni dalla morte di Alexander Langer e il nodo cruciale
dell'educazione ambientale per me continua a condensarsi in questa sua
domanda irrisolta: "Come puo' risultare desiderabile una civilta'
ecologicamente sostenibile?". Credo non sia un caso che Alex parli di
"civilta' ecologicamente sostenibile". Si parla molto di confronto o di
scontro tra civilta', meno di quanto e di come le civilta' si evolvano. Cosa
aiuta a costruire o a trasformare una civilta'? A partire da quali frammenti
possiamo partire per una impresa cosi' complessa?
*
Costruttori di ponti
C'e' un grande bisogno di "costruttori di ponti". Fare analisi corrette e
avere buone ragioni non serve molto, se non riusciamo a stabilire
collegamenti con coloro che non sono "persuasi". Essere "persuasi" (secondo
l'espressione del nonviolento e obiettore civile Capitini) vuol dire
testimoniare con il proprio corpo e i propri comportamenti prima che con le
parole. La coerenza sta alla base di ogni pratica ecologica. Da anni lo
diciamo. Ma e' poi davvero cosi'? Quanto autenticamente, nel metodo e nel
comportamento, testimoniamo cio' che auspichiamo e che tentiamo di andar
insegnando?
*
Retorica
Riguardo all'ambiente abbiamo stravinto. Nessuno si oppone, tutti ne
parlano. E' la retorica corrente in ogni luogo, dalla politica alla scuola
alla tv. Ma viviamo in Italia, paese cattolico e mediterraneo, culturalmente
impermeabile a ogni etica della responsabilita' individuale. Siamo tutti
figli delle "case delle liberta'", dove si defeca sul divano, si rompono per
gioco i vetri e si edifica ogni sorta di costruzione abusiva. Se vogliamo
elaborare un progetto non dimentichiamo mai il contesto culturale in cui ci
muoviamo. Nel nostro paese nulla e' mai acquisito, nemmeno un parco
protetto. Ogni cosa va riconquistata ogni volta, forse anche dentro di noi.
*
Dopo l'11 settembre
Sono tra quelli che pensano che l'11 settembre abbia davvero cambiato il
mondo. Lo pensavo anche prima, ma ora mi pare davvero indispensabile pensare
l'educazione ambientale come elemento dell'educazione all'intercultura,
dell'educazione al nord e al sud, all'est e all'ovest, come educazione
all'equilibro impossibile... Troviamo nomi adeguati ma resta la sostanza.
Qualsiasi difesa dell'ambiente e' impossibile senza pensare ai suoi abitanti
umani e a cio' che pensano, che patiscono, che provocano.
*
Educare alla vulnerabilita'
Dobbiamo essere maggiormente vulnerabili. Accettare di essere feriti da cio'
che accade nel mondo e accettare anche di non capire molto di cio' che
accade. Tutte le corazze che ci costruiamo, talvolta necessarie, ci accecano
sempre un po'.
*
La creativita' individuale
Scavando un poco mi accorgo sempre piu' che la creativita' nasce in ciascuno
di noi da proprie ferite, da esperienze difficili, da vuoti, da scarti. Da
piccole o grandi sofferenze interne e da insofferenze che proviamo verso il
mondo. Che tutto cio' generi creativita' e desiderio di trasformazione e non
avvilimento deriva da tante circostanze, molte delle quali misteriose. Dai
contesti in cui ci troviamo, da coloro che incontriamo, dalla fortuna. Mi
piacerebbe, in un percorso di formazione per operatori ambientali, ricercare
sui contesti, sugli ambienti che ci rendono creativi, cioe' vicini a noi
stessi.
*
Insegnanti e operatori
Per anni ho sognato che l'educazione ambientale, proponendo incontri e
condivisioni di percorsi tra insegnanti e operatori ambientali, avrebbe
potuto costituire un terreno di scambio capace di mettere un po' in crisi
gli uni e gli altri. Non e' accaduto, se non in ridottissima misura. Ci si
usa reciprocamente, poi, subito ciascuno di corsa a casa propria. Raramente
ci si ruba qualche suggerimento, senza farsene accorgere. Perche'?
*
Portatori di speranza?
Ogni educatore ambientale deve essere, necessariamente, un "portatore di
speranza". Talvolta e' difficile, talvolta impossibile. Dove si pesca la
speranza? La si puo' tenere in vita proteggendola dalle intemperie? Alex
Langer ci ha lasciato parole angosciose sulla fatica di reggere a lungo le
aspettative che gli altri affidano ai portatori di speranza.
*
L'handicap assente
L'educazione ambientale ha incrociato assai di rado la questione
dell'handicap. E' un peccato. Per chi pone tanta attenzione alle
biodiversita' sarebbe di grande interesse ascoltare e osservare come la
comunita' umana cerca di proteggere le sue diversita'. Ci si accorgerebbe,
ad esempio, che si coinvolgono molto nel creare un ambiente capace di
accogliere e proteggere le difficolta' di chi nasce diverso, soprattutto
genitori, parenti e, talvolta, coloro che hanno un incontro diretto con i
disabili. Le istituzioni seguono a fatica, se non nel caso di alcune leggi
lungimiranti, la cui applicazione chiede sforzo e fatica. Proteggere le
diversita' dei disabili comporta una opzione etica, culturale, che in
qualche modo si oppone e cerca di mitigare i danni della natura. Nel caso
della protezione delle biodiversita' vegetali o animali, noi umani
"aiutiamo" la natura aggredita dall'uomo a tornare a essere se stessa. Nel
caso in cui sosteniamo la "vita diversa" di alcuni esseri umani noi lottiamo
"contro" la natura, che li vorrebbe persi. Sarebbe interessante ragionarci
su.
*
Una variante dell'educazione stradale
La Moratti ha affiancato nei nuovi programmi l'educazione ambientale
all'educazione stradale. Facendolo, ha compiuto un atto di riparazione
storica riguardo ai tanti allarmi suscitati dai conflitti di interesse
berlusconiani. Il piu' vasto conflitto di interessi in Italia, infatti, e'
molto piu' antico e ha letteralmente ammorbato il nostro paese fin dal
dopoguerra. E' costituito dalla straordinaria penetrazione politica e
culturale avuta da sempre dalla famiglia Agnelli e dalla Fiat. Scelte
decisive riguardo a strade, autostrade, ferrovie e trasporti, che hanno
condizionato e condizionano irreparabilmente il nostro paese e le nostre
citta', dipendono dal ruolo che ha l'automobile nell'immaginario collettivo
italiano.
*
Sottrazione
Tra le quattro operazioni mi piacerebbe che l'educazione ambientale
scegliesse sempre di essere amica della sottrazione. Meno rumore attorno
alle cose, meno parole, meno oggetti, meno pretese, meno intrusioni, meno
possessi, forse anche meno ambizioni (difficile questo, per noi
ambiziosissimi "trasformatori del mondo").
*
Luoghi creativi e trasmissione delle conoscenze
Ci sono coloro che hanno fortemente voluto o inventato o costruito nuovi
luoghi educativi. Possono essere oasi, centri di educazione ambientale,
case-laboratorio, fiere, riviste, associazioni culturali che difendono il
territorio... Passano gli anni, scorre sullo sfondo la grande storia. In
tutt'altra epoca alcuni giovani si trovano a lavorare in quelle strutture.
Il loro lavoro e' precario, spesso mal pagato. Ospiti di una struttura non
loro, abitanti di un luogo costruito da altri, come si sentono? E,
viceversa, come vengono percepiti da coloro che all'impresa hanno
partecipato fin dall'inizio? Talvolta nascono difficolta', qualche volta
conflitti. Cosa resta della vocazione originaria? Come si concilia quella
vocazione con la precarieta' dell'occupazione e il bisogno di garanzia di un
salario? Quali condizioni ci sono per una trasmissioni dei saperi legati ai
luoghi tra diverse generazioni di operatori? E infine, saranno state poi
davvero "profetiche" le intuizioni dei tanti "piccoli fondatori" di cui e'
costellata l'educazione ambientale nel territorio, perche' valga la pena che
durino nel tempo?
*
Precauzione
Il principio di precauzione e' frutto di una grande battaglia ambientalista.
Prevede che, nel caso di un esito incerto, si esiti o, piu' coraggiosamente,
si rinunci. Mi sembra un ottimo principio. Ad applicarlo alla lettera,
pero', forse dovremmo chiudere un gran numero di scuole e universita' del
nostro paese.
*
Immagini
Chiunque lavori per delle istituzioni sa che, se realizza un progetto,
dovra' dare spazio adeguato (e tempo e soldi) all'immagine. Anche nelle
piccole istituzioni, anche nelle scuole, ormai non si puo' fare nulla senza
curare l'immagine. Il problema e' che l'immagine non solo e' spesso lontana
dalla cosa, ma spesso la snatura e la tradisce. Senza andare lontano, basta
leggere un "piano dell'offerta formativa" di una scuola e poi verificare
come in quella scuola opera la maggioranza degli insegnanti per
accorgersene.
*
Immaginari
Accolgo a Cenci un gruppo di ragazzi di Bahia. Mi commuove ascoltarli
perche' parlano del teatro come forma di rivolta, di riconoscimento, di
costruzione di coscienza collettiva, di utopia. Non sono tanto le loro
parole a commuovermi, quanto la convinzione con cui credono nel loro
progetto di emancipazione sociale e di costruzione di un nuovo Brasile negli
anni di Lula presidente, a cui lavorano alacremente. La costruzione di un
immaginario collettivo a volte e' uno sfondo capace di moltiplicare le
energie, talvolta e' la vera leva capace di sollevare pesi impossibili.
*
Immaginazioni
Nella Palermo del sindaco Orlando come nella Napoli del primo Bassolino si
visse qualcosa di simile. Piu' delle cose fatte, il convergere di tante
buone tensioni e intenzioni sembro' avere la forza di sollevare il mondo.
Cose interessanti se ne fecero (non poi cosi' tante) ma il quadro poi si e'
rapidamente rovesciato. La relazione tra piccole iniziative concrete e
grandi immaginari condivisi sarebbe da discutere a fondo, perche' e' una
strada obbligatoria se si vogliono coltivare speranze di trasformazione dei
comportamenti.
*
Il dono della parola
Ascolto Serge Latouche. Da Parigi, dove insieme ad altri ha fondato il
Movimento anti utilitarista di scienze sociali (Mauss), guarda l'Africa ed
elogia lo straordinario ruolo che ha ancora il dono in quel continente. A
partire dal riconoscimento delle straordinarie potenzialita' insite nel
dono, propone di rovesciare l'immaginario economico in cui siamo immersi. Il
discorso e' lucido, coerente, coinvolgente, estremista e molto francese. Al
termine si alza un ragazzo del Senegal e ribatte: non mi convince l'economia
del dono che secondo la tua descrizione funziona cosi' bene nel mio paese,
perche' io sono dovuto emigrare e perche' a me piacerebbe, a Dakar, avere
soldi per comprare le cose che voi qui ritenete indispensabili. Perche' noi
ci dovremmo rinunciare? La domanda e' stringente e mi aspetto un dibattito
accalorato. Latouche, invece, fa finta di non avere udito e risponde ad
altre domande che non intaccano il suo quadro d'insieme.
*
Il bello trasgressivo
Con acume e sottovoce un mio amico sostiene che si puo' fare educazione
ambientale in tutti i luoghi, anche conversando in treno. Che l'educazione
ambientale consiste nel sostenere una tesi diversa senza litigare. Per lui,
comunque, l'educazione ambientale parte sempre dal senso della bellezza, che
e' forza trainante di emozioni e sentimenti. La bellezza e' un valore
terribile, scomodo, incommensurabile. Puo' riguardare le grandi armonie o le
cose minime e, quando la si incontra davvero, da' scandalo. Per questo e'
tanto importante. Generalmente l'esteta viene presentato come vizioso o
decadente rammollito, come pigro o schifoso egoista. Eppure il suo amore per
il bello lo rende profondamente trasgressivo e permeabile alla pedagogia del
dolore. Di quel dolore che si prova vedendo il bello distrutto.
*
Se
Se la bellezza e la sostenibilita' coincidono possiamo uscire dal discorso
di rinuncia. Non "dobbiamo" utilizzare meno risorse, ma "vogliamo"
utilizzare meno risorse. Questa affascinante ipotesi, espressa da anni in
molteplici forme da Wolfgang Sachs, si scontra, pero', con alcuni ostacoli
non indifferenti.
*
Pubblicita'
La pubblicita' e' il fascismo della nostra epoca. L'affermazione e' di un
grande artista: il regista Jean-Luc Godard. Proviamo a prenderla sul serio,
pensando all'imponente peso coercitivo che esercita  nell'orientare sogni e
desideri dei bambini, fin dalla piu' tenera eta', e pensando a quanto riesca
efficacemente ad allontanare la bellezza dalla sostenibilita'. Se bello e'
cio' che acquisto, e piu' acquisto piu' sono circondato dal bello,
inesorabilmente divengo insostenibile (tanto insostenibile che non mi
accorgo neppure di essere insostenibile).
*
Quando guardo la natura cosa guardo?
Quando guardo la natura cosa guardo? Esiste uno sguardo non metaforico?
*
La durata
Un grande alleato di ogni buona educazione ambientale potrebbe essere il
senso della durata.
*
L'ascolto
Da anni coltivo il senso della durata ricercando attorno alla narrazione
orale, che e' un territorio elementarmente umano, capace di far dialogare
donne e uomini delle piu' diverse provenienze. Se devo dire cio' che piu' mi
emoziona nei nostri laboratori di narrazione e' la profondita' e la qualita'
di ascolto reciproco che talvolta si realizza.
*
Politica
"Ho imparato che il problema degli altri e' uguale al mio. Sortirne tutti
insieme e' la politica. Sortirne da soli e' l'avarizia" (dalla Lettera a una
professoressa della scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani, 1967).
*
Politica oggi
La sensazione e' che la politica, nell'occidente opulento, sia sempre piu'
incapace di progettare il futuro, costretta com'e' a seguire la maggioranza.
In questo caso, per chi si rende conto che stiamo sottraendo aria, acqua e
futuro ai nostri figli, non resta che l'educazione. Per noi educatrici ed
educatori quanta responsabilita'! Da soli non possiamo farcela.
*
Sacralita' dell'infanzia
Ho cominciato l'anno guardando con i bambini della mia scuola le immagini
della strage di Beslan... Questa strage, come le innumerevoli stragi di
bambini perpetrate da eserciti piu' o meno regolari in molte regioni del
mondo, lontano da ogni riflettore, mostrano che, in troppi casi, non
esistono tabu' in grado di proteggere l'inviolabilita' dell'infanzia. Le
enormi difficolta' nell'applicare l'assai modesto accordo di Kyoto sulle
emissioni dannose nell'atmosfera, cioe' l'incapacita' assoluta di porre dei
limiti al nostro sistema di vita e di consumi, mostra quanto i governi siano
incapaci di qualsiasi progetto di lungo respiro, in grado di proteggere il
pianeta e le generazioni future. E poiche' i governi degli stati
maggiormente inquinanti sono eletti democraticamente, e' l'intera societa'
adulta che mostra le sua incapacita' di tenere presente l'infanzia.
*
Prestami ascolto
Iperprotetta e rinchiusa nel grande ghetto del consumo nel nord, vilipesa ed
esposta alle peggiori violazioni nel sud, l'infanzia appare sempre piu'
costretta e confinata in territori angusti. Ripartire con persuasione da
alcuni valori di base, come quello della salvaguardia di cio' che di piu'
fragile vive sul nostro pianeta, e' compito primario dell'educazione
ambientale. Il problema sta nel trovare forme semplici, elementari ed
efficaci per compiere questo cammino. "Prestami ascolto" e' la prima domanda
che rivolge ciascuno di noi al mondo, nascendo. Solo imparando a prestare
ascolto ci possiamo riconnettere a quel bisogno primario inestinguibile.

5. LIBRI. ENZO TRAVERSO PRESENTA "I FANTASMI DELLA STORIA" DI REGINE ROBIN
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 24 novembre 2005.
Enzo Traverso, storico (nato nel 1957), docente all'Universita' della
Picardie "Jules Verne" di Amiens, saggista, acuto studioso della Shoah e del
totalitarismo. Tra le opere di Enzo Traverso. Gli ebrei e la Germania:
Auschwitz e la simbiosi ebraico-tedesca, Il Mulino, Bologna 1994; La
violenza nazista. Una genealogia, Il Mulino, Bologna 2002; Auschwitz e gli
intellettuali. La Shoah nella cultura del dopoguerra, il Mulino, Bologna
2004; (con Marina Cattaruzza, Marcello Flores e Simon Levis Sullam), Storia
della Shoah, Utet, Torino 2005; in francese: Les marxistes et la question
juive, La Breche-Pec, Montreuil 1990; Les Juifs et l'Allemagne, de la
"symbiose judeo-allemande" a' la memoire d'Auschwitz, La Decouverte, Paris
1992; L'Histoire dechiree. Essai sur Auschwitz et les intellectuels,
Editions du Cerf, Paris 1997; Pour une critique de la barbarie moderne.
Ecrits sur l'histoire des Juifs et l'antisemitisme, Editions Page deux
(Cahiers libres), Lausanne 2000; Le totalitarisme. Le XXeme siecle en debat,
Seuil, Paris 2001; La violence nazie. Essai de genealogie historique, La
Fabrique, Paris 2001; La pensee dispersee, Ed. Leo Scheer, Paris, 2004.
Regine Robin, professoressa emerita presso l'Universita' del Quebec a
Montreal, vive tra il Canada, New York, Parigi e Berlino; saggista,
traduttrice e autrice di romanzi, ha pubblicato piu' di una quindicina di
opere, tra cui si segnalano L'Amour du yiddish (1984), Le Realisme
socialiste: une esthetique impossible (1986), Kafka (1989), L'Immense
fatigue des pierres (1996), Berlin chantiers (2001), La memoire saturee
(2003)]

I fantasmi della storia e' un libro che va salutato per diverse ragioni.
Innanzitutto perche' si tratta della prima traduzione italiana di Regine
Robin, una studiosa alla quale si devono lavori di grande importanza sulla
storia della lingua yiddish, sull'estetica del realismo socialista,
sull'identita' problematica degli scrittori ebrei della Mitteleuropa, da
Kafka a Canetti, e infine, in questi ultimi anni, sulla memoria.
La memoria nelle sue diverse dimensioni, dal ricordo dei testimoni alla
"postmemoria" dei loro discendenti, segnati da eventi che non hanno vissuto
e che trasforma, per riprendere le parole di Reinhart Koselleck, "il passato
saturo di esperienze" dei testimoni in "un passato puro, sottratto al
vissuto", e forse proprio per questo oggetto di proiezioni, catalizzatore di
inquietudini e paure.
I fantasmi della storia (Ombre corte, pp. 175, euro 16,50) si presenta come
un'ammirevole incursione nella memoria tedesca, luogo di condensazione di
tutte le ferite dell'Europa, sismografo sensibile delle scosse generate da
un secolo di sangue e di fuoco. Se la memoria tedesca e' al centro del
libro, l'osservatorio scelto dall'autrice e' Berlino, monumento vivente
delle lacerazioni del Novecento.
Francese di origine ebreo-polacca, da oltre una ventina d'anni stabilita a
Montreal, Regine Robin non si e' mai stancata di frequentare la capitale
tedesca. Molteplici fili biografici la legano a questa citta', tra cui, come
confessa in Berlin chantiers (Stock, Parigi, 2001), il ricordo del padre che
durante la repubblica di Weimar vi aveva vissuto e collaborato a "Die Rote
Fahne", il quotidiano comunista, e un amore giovanile, negli anni Settanta,
quando il quartiere di Kreutzberg era la capitale della scena alternativa.
Accanto a queste vicende, una lunga frequentazione della lingua tedesca,
lingua di cultura considerata, durante la sua infanzia, incontestabilmente
"piu' nobile" dello yiddish, la lingua famigliare, ma al contempo messa al
bando come lingua del nemico, della distruzione e del lutto; una lingua
sempre letta e amata ma tenuta a distanza, quasi impronunciabile, proibita.
Insomma, Regine Robin ha buone ragioni per detestare la Germania federale
del dopoguerra, il paese che ha raccolto l'eredita' del nazismo, in cui il
vecchio "Volk ohne Raum" si e' trasformato in impaziente "Volk ohne Zeit"
lanciato verso il decollo economico e mercantile, ma ha anche buone ragioni
per amare Berlino, questa "citta' palinsesto" che non ha cancellato le
tracce del suo passato e che riunisce in se', mescolandole in diversi strati
ben visibili, le ferite della storia e le contraddizioni del presente.
Questo libro, ormai dovrebbe essere chiaro, non rientra nei canoni degli
studi germanici; non ci invita all'ennesima rievocazione della capitale
dell'impero guglielmino e della repubblica di Weimar, ne' a una riflessione
nostalgica sull'eta' dorata dell'ebraismo tedesco che aveva trovato in
questa metropoli il suo centro di irradiazione. Il fatto e' che, a
differenza di Vienna, Berlino non e' una citta' imbalsamata in un passato
morto, conservata ed esibita come una reliquia. Agli antipodi di una
citta'-museo, Berlino porta con se' il suo passato come un coacervo di
ferite ancora aperte in seno a un tessuto urbano in continuo mutamento. E'
uno dei rari luoghi in Europa in cui il passato non e' pietrificato ma, come
una materia composita e movente, s'insinua nel presente, lo interroga, lo
perseguita, lo trasforma.
*
E' quindi a partire da questo osservatorio che Regine Robin esplora la
memoria tedesca. Con un rigore e un equilibrio poco comuni, passa in
rassegna i grandi dibattiti storici, politici e letterari degli ultimi
vent'anni, dall'Historikerstreit sulla singolarita' dell'Olocausto che aveva
opposto Nolte a Habermas, intorno alla meta' degli anni Ottanta, alle piu'
recenti polemiche sull'inaugurazione, durante la primavera scorsa, nel cuore
della capitale tedesca, a due passi dal Bundestag, di un memoriale dedicato
agli ebrei d'Europa sterminati dal nazismo. Tra questi due poli si inserisce
una serie interminabile di polemiche che hanno acceso gli animi e riempito
le pagine dei giornali: dalle tesi provocatorie di Daniel J. Goldhagen sul
genocidio degli ebrei come "progetto nazionale" tedesco all'indignazione per
una mostra dell'Institut fuer Sozialforschung di Amburgo sui crimini della
Wehrmacht; dallo scandalo di un discorso incompreso del presidente del
Bundestag Philipp Jenninger, nel 1989, allo scontro tra lo scrittore Martin
Walser e il rappresentante della comunita' israelitica Ignaz Bubis
sull'utilita' delle commemorazioni pubbliche, dieci anni dopo; dalle
critiche ai romanzi di Guenther Grass ispirati dal ricordo della guerra alle
catarsi collettive suscitate dai libri sui bombardamenti delle citta'
tedesche; dall'enorme successo del nuovo museo ebraico disegnato da Daniel
Liebeskind a quello de La caduta, il film di Oliver Hirschbiegel che rievoca
gli ultimi giorni di Hitler nel suo bunker di Berlino.
Regine Robin si muove con eleganza e disinvoltura in questo labirinto,
suggerendo una riflessione critica non certo distante o indifferente, anzi
emotivamente coinvolta, ma senza a priori ne' risentimento, e quasi sempre
riesce a convincere. La chiave per interpretare questo impietoso e
inesauribile esame di coscienza nazionale si trova forse nel romanzo di
Guenther Grass Il passo del gambero, ispirato alla tragedia del Wilhelm
Gustloff, la nave carica di migliaia di profughi tedeschi dell'Est che fu
affondata da un siluro sovietico nel gennaio del 1945. Gli eroi del romanzo,
tedeschi di oggi che rievocano questa triste vicenda, incarnano
l'atteggiamento della nazione posta di fronte al suo passato, divisa tra una
volonta' espiatoria spinta all'estremo e la tentazione di rivestire i panni
della vittima. Questa tentazione, a dire il vero, e' sempre esistita, fin
dai tempi della guerra fredda. Regine Robin ne vede affiorare le premesse
nel discusso film di Edgar Reitz Heimat, saga della Germania profonda,
autentica, quasi bucolica, senza ebrei e senza il deprecabile American way
of life del dopoguerra (anch'esso stigmatizzato dal regista come tipicamente
ebraico). Oggi questa tendenza si esprime piu' apertamente, sia nei romanzi
e nei film che raccontano le sofferenze della popolazione tedesca durante la
guerra, culminate nell'espulsione di dodici milioni di Ostdeutsche dai
territori annessi all'Urss, alla Polonia e alla Cecoslovacchia, sia nella
pubblicistica che ricorda i terribili bombardamenti che distrussero le
citta' tedesche, uccisero seicentomila civili e lasciarono milioni di
senzatetto. Come spiegare il lungo silenzio che ha coperto per anni queste
dolorose vicende, isolate in seno alle associazioni di profughi (vicine alla
Cdu) o rimosse da una letteratura per altro non indifferente alla storia? Lo
scrittore W. G. Sebald aveva tentato una risposta, poco prima della sua
prematura scomparsa, in un bellissimo saggio, Luftkrieg und Literatur,
giustamente citato da Regine Robin: le macerie andavano sgomberate al piu'
presto e il dolore interiorizzato, in silenzio, perche' i milioni di
tedeschi che subivano questa ondata di violenza sapevano di appartenere a
una nazione che aveva accettato un regime colpevole di crimini ben peggiori,
ancora piu' estesi e feroci. Questa coscienza storica scissa tra espiazione
e vittimizzazione si esprime oggi nelle oscillazioni di una politica della
memoria estremamente dinamica ma sempre prigioniera delle sue
contraddizioni. Da un lato il futuro museo ai Vertriebene, i profughi
dell'Est, voluto dalla Cdu, dall'altro il gigantesco memoriale
dell'Olocausto, che occupa un immenso spazio di ventimila metri quadrati nel
cuore di Berlino, come un ammonimento permanente alla nazione. Passando in
rassegna i diversi progetti presentati al concorso per questo memoriale,
Regine Robin lascia intendere di preferirne alcuni finalmente respinti, piu'
originali e critici benche' meno impressionanti e massicci. Cita anche le
voci dissidenti di chi - come molti intellettuali di sinistra - avrebbe
preferito un memoriale per tutte le vittime del nazismo e non per i soli
ebrei, evitando cosi' il rischio di creare una gerarchia tra le vittime e
una concorrenza tra le loro memorie.
In uno dei capitoli piu' anticonformisti di questo libro, Regine Robin
prende le difese di Martin Walser, accusato di voler respingere il ruolo di
colpevole assegnato alla Germania e di volersi sbarazzare della "clava
morale" rappresentata dalla memoria di Auschwitz. In realta', nel testo
messo sotto accusa del suo discorso di Francoforte del 1998, Walser
affermava di "non aver mai pensato di abbandonare il banco degli imputati".
La sua polemica era diretta contro una "monumentalizzazione della vergogna"
tesa a creare una "buona coscienza" fatta di giaculatorie ritualizzate,
sottratta cosi' alle pene di una coscienza personale che non delega il lutto
e la vergogna (Schande) ma li fa propri, dolorosamente. Non tutti
condivideranno questo giudizio, ma l'argomentazione di Regine Robin e'
incontestabilmente interessante.
*
Rimane il fatto che la Germania di oggi assume il suo passato, e questo la
distingue da altri paesi europei e occidentali. A cominciare dagli Stati
Uniti dove, come ricordava Susan Sontag nel suo ultimo saggio Di fronte al
dolore degli altri, si preferisce ricordare l'Olocausto che avvenne in
Europa anziche' la schiavitu' e il genocidio degli indiani, due eventi
fondatori della nazione americana. Per arrivare alla Francia, dove il
governo ha promulgato nel gennaio scorso una legge tesa a riconoscere il
"ruolo storicamente positivo" del colonialismo, oggi al centro di feroci
contestazioni. E infine all'Italia, dove la moltiplicazione delle giornate
della memoria tese a commemorare le nostre vittime (dell'Olocausto, delle
foibe, del comunismo) non si accompagna quasi mai al ricordo dei nostri
crimini (ad esempio quelli perpetrati dal fascismo in Libia, in Etiopia e in
Jugoslavia). Ricordare le vittime delle bombe angloamericane su Dresda e
Amburgo non ha nulla di indecente, per quanto possa rivelare uno stato
d'animo e inscriversi in un progetto di "normalizzazione" dell'identita'
nazionale tedesca. Altra cosa e' la commemorazione pubblica, in presenza
delle piu' alte autorita' dello Stato, dei "ragazzi di Salo'".
*
Un ultimo capitolo, "La discarica della storia", e' dedicato alla memoria
della Ddr, demolita sotto i colpi di una "normalizzazione" ancor piu'
radicale di quella del 1933 o del 1945, dalla quale e' nata una comunita' di
nuovi "senzapatria", stranieri nel loro stesso paese, privati del loro
passato e costretti a fabbricarsi un'identita' fatta di ricordi. Non si
tratta di nostalgia - l'"Ostalgia" non si riduce a quello - perche' ben
pochi rimpiangono il socialismo reale. I tedeschi orientali si aggrappano a
oggetti, luoghi e simboli che potevano un tempo apparire banali, brutti o
irritanti, come i semafori, i lampioni, la toponomastica o i monumenti agli
eroi del socialismo che troneggiavano nelle piazze, ma che hanno iniziato a
percepire come "propri" quando le autorita' hanno deciso di eliminarli senza
neppure chiedere il loro parere. Prima di essere trasformato in ideologia di
Stato dalla Ddr - e stigmatizzato come ideologia totalitaria da Adenauer -,
l'antifascismo e' stato l'ethos civile e politico dei tedeschi che hanno
deciso di combattere Hitler e salvato l'onore della Germania. Questa
tradizione rischia oggi di conoscere un'eclissi totale nel paese della
proliferazione commemorativa.

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1126 del 26 novembre 2005

Per ricevere questo foglio e' sufficiente cliccare su:
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=subscribe

Per non riceverlo piu':
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=unsubscribe

In alternativa e' possibile andare sulla pagina web
http://web.peacelink.it/mailing_admin.html
quindi scegliere la lista "nonviolenza" nel menu' a tendina e cliccare su
"subscribe" (ed ovviamente "unsubscribe" per la disiscrizione).

L'informativa ai sensi del Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196
("Codice in materia di protezione dei dati personali") relativa alla mailing
list che diffonde questo notiziario e' disponibile nella rete telematica
alla pagina web:
http://italy.peacelink.org/peacelink/indices/index_2074.html

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004
possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web:
http://lists.peacelink.it/nonviolenza/maillist.html

L'unico indirizzo di posta elettronica utilizzabile per contattare la
redazione e': nbawac at tin.it