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La nonviolenza e' in cammino. 1127



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1127 del 27 novembre 2005

Sommario di questo numero:
1. Maria G. Di Rienzo ricorda Nadia Anjuman
2. Elisabeth Roudinesco ricorda Paul Roazen
3. Opere in volume di Paul Roazen
4. Cindy Sheehan: Una lettera aperta al presidente Bush
5. Jean-Marie Muller: Ascoltare la violenza
6. Aldo Capitini riassume il manuale di Charles C. Walker sull'azione
diretta nonviolenta
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. LUTTI. MARIA G. DI RIENZO RICORDA NADIA ANJUMAN
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo intervento. Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici
di questo foglio; prestigiosa intellettuale femminista, saggista,
giornalista, regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto
rilevanti ricerche storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento
di Storia Economica dell'Universita' di Sidney (Australia); e' impegnata nel
movimento delle donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta'
e in difesa dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di
Maria G. Di Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti,
Edizioni Intra Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza
velo. Donne nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli
2005]

Aveva rischiato la prigione, la frusta e forse peggio, per poter studiare
letteratura e scrivere poesia sotto il regime dei Talebani. La scorsa
settimana, quando avrebbe dovuto celebrare il successo del suo primo libro
pubblicato, mentre stava gia' scrivendo il secondo, Nadia Anjuman e' morta.
Aveva 25 anni, un piccino di sei mesi, ed un marito che l'ha ammazzata di
botte.
Le sue amiche dicono che il marito limitava molto i suoi movimenti, e che
come la sua famiglia era furibondo per la pubblicazione del libro e per le
lodi che quest'ultimo aveva guadagnato negli ambienti letterari. I familiari
di Nadia ritenevano che pubblicare le poesie di una donna, poesie che
parlavano di amore, di sofferenza e di bellezza, avesse portato vergogna non
solo all'autrice, ma anche a tutti i suoi parenti.
Il marito ammette di averla picchiata, ma si dichiara innocente e dice che
sua moglie si e' suicidata. Non ha convinto il giudice delle indagini
preliminari. Ha aspettato quattro ore dalla battitura, prima di portarla in
ospedale: se lo avesse fatto prima, forse Nadia sarebbe viva.
La morte della giovane scrittrice di Herat ha sconvolto la sua citta', ed ha
sollevato una volta di piu' domande non molto confortevoli su quanto lo
status delle donne sia cambiato dalla caduta dei Talebani. "E' una tragica
perdita per l'Afghanistan", ha dichiarato Adrian Edwards dell'Onu, "Nadia
Anjuman era una grande promessa. La violenza domestica qui e' un serio
problema. Le donne continuano ad affrontare problemi enormi in questo
paese". In effetti, il posto in cui Nadia viveva e' lo stesso in cui le
ragazze si bruciano vive pur di non dover sottostare a matrimoni forzati.
*
La sua morte e' particolarmente tragica se si pensa che Nadia fece parte di
quel gruppo di donne coraggiose chiamato "Il circolo del cucito di Herat":
erano donne che rischiarono le loro vite per mantenere attiva la scena
letteraria, per continuare a scrivere, per insegnare ad altre donne a farlo.
Erano tutte scrittrici, ma gli editti dei Talebani proibivano alle donne di
studiare, di lavorare fuori casa (e se non lo ricordate, di ridere a voce
alta e di indossare scarpe rumorose): c'era qualcosa che fosse loro
permesso? Si', cucire. Allora crearono la "Scuola di cucito Ago d'Oro", dove
si riunivano tre volte la settimana. Se qualcuno si fosse preso la briga di
investigare, avrebbe scoperto che le studenti non confezionarono mai un solo
abito. Discutevano di Shakespeare e Dostoevskij, e di altri scrittori
banditi dal regime. La massima pena per tale crimine, se fossero state
scoperte, era l'impiccagione.
Una delle amiche di Nadia, Leila, racconta che durante questo periodo aveva
l'abitudine di stare alzata sino a tardi facendo calcoli mentali: temeva,
dice, che altrimenti il suo cervello si sarebbe atrofizzato. "La vita delle
donne sotto i Talebani era la vita di mucche nella stalla. Avevo paura di
diventarlo sul serio". Ma adesso, aggiunge, grazie ai signori della guerra
ancora spalleggiati dagli americani, ancora presenti nel parlamento afgano,
la situazione non e' molto migliore.
*
Una nota di speranza viene da una delle vincitrici delle elezioni dello
scorso settembre, Fauzia Gailani, che e' stata eletta proprio ad Herat e che
oltraggiata dalla morte di Nadia sta compilando una lista di casi simili e
intende costringere il governo ad occuparsene.
"Sono in gabbia nell'angolo, piena di malinconia e di dolore. Le mie ali
sono chiuse e non posso volare. Sono una donna afgana, e devo soffrire",
scriveva Nadia nel libro Gule Dudi (Fiore oscuro), "Fino a quando?".

2. LUTTI. ELISABETH ROUDINESCO RICORDA PAUL ROAZEN
[Dal quotidiano "Le Monde" del 22 novembre 2005.
Elisabeth Roudinesco, storica, psicoanalista, docente universitaria,
saggista, ha fatto parte dell'"Ecole freudienne de Paris" (1969-1981) e del
comitato di redazione di "Action poetique" (1969-1979); dal 1991 e'
direttrice di ricerca presso il dipartimento di storia dell'Universita'
Paris VII; dal 1990 e' vicepresidente della Societe' internationale
d'histoire de la psychiatrie et de la psychanalyse (Sihpp); collabora con
varie istituzioni scientifiche e prestigiose riviste; scrive abitualmente
sul quotidiano "Le Monde". Dal sito dell'Enciclopedia multimediale delle
scienze filosofiche (www.emsf.rai.it) riprendiamo la seguente scheda
(risalente ad alcuni anni fa): "Elisabeth Roudinesco e' nata nel 1944.
Storica, psicoanalista, scrittrice, e' autrice di molte opere di critica
letteraria e di storia del pensiero soprattutto francese. Dal 1969 al 1981
e' stata membro dell''Ecole freudienne de Paris', diretta da Jacques Lacan
(sciolta dallo stesso Lacan nel 1981).Attualmente e' direttrice di ricerche
al dipartimento di Storia dell'Universita' di Paris VII e chargee de
conferences all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales. E' inoltre
vicepresidente della Societe' Internationale d'Histoire de la Psychiatrie et
de la Psychanalyse (diretta dallo psicoanalista Rene' Major). Collabora
regolarmente al quotidiano 'Liberation'. Ad un tempo storica della
psicoanalisi e psicoanalista, Elisabeth Roudinesco va considerata come la
piu' importante storica della psicoanalisi francese, e in particolare
dell'analista a cui si e' sentita piu' affine, Jacques Lacan. Il suo
approccio storico e' influenzato dal clima culturale del post-strutturalismo
parigino degli anni '70, e in particolare dal pensiero di Jacques Derrida.
Attualmente sta preparando un'opera di sintesi sullo stato della
psicoanalisi in tutto il mondo, e sul sapere psicoanalitico da cento anni a
questa parte". Tra le opere di Elisabeth Roudinesco: Pour une politique de
la psychanalyse, Maspero, paris 1977; Histoire de la psychanalyse en France,
vol. I (1982), Fayard, Paris 1994; Histoire de la psychanalyse en France,
vol. II (1986), Fayard, Paris 1994; Theroigne de Mericourt. Une femme
melancolique sous la Revolution, Seuil, Paris 1989; Jacques Lacan. Esquisse
d'une vie, histoire d'un systeme de pensee, Fayard, Paris 1993 (tr. it.,
Cortina, Milano 1995); Genealogies, Fayard, Paris 1994; Dictionnaire de la
psychanalyse, Paris, Fayard, 1997; Pourquoi la psychanalyse?, Fayard, Paris
1999.
Paul Roazen (Boston 1936 - Cambridge, Massachusetts, 2005), docente di
scienze politiche e sociali alla York University di Toronto (Ontario,
Canada), storico della psicoanalisi, con il suo acuto e appassionato lavoro
di ricerca, di raccolta e di presentazione di testimonianze e
documentazione, con le sue numerose e preziose pubblicazioni, e finanche con
il dibattito e le ulteriori indagini che il suo lavoro scientifico ha
suscitato e promosso, ha dato un formidabile contributo conoscitivo alla
ricostruzione di vicende e riflessioni di straordinaria rilevanza per la
cultura del Novecento, con un atteggiamento di costante impegno
intellettuale e morale, e di sincero amore alla verita' - che e' anche il
modo migliore di onorare la dignita' di tutti gli esseri umani. Dal
quotidiano "Il manifesto" del 17 novembre 2005 riportiamo il seguente -
purtroppo frettoloso e inadeguato - necrologio non firmato: "Biografo di
Sigmund Freud, tra i maggiori storiografi della psicoanalisi, lo studioso e'
morto a Cambridge, Massachusetts, all'eta' di sessantanove anni. Ebbe
l'opportunita' di consultare le carte presenti nell'archivio di Ernest
Jones, l'autore della biografia ufficiale di Sigmund Freud apparsa tra il
1953 e il '57, opera che gli apparve segnata da limiti agiografici nonche'
dalle conseguenze dell'accordo con Anna Freud a rispettare le stesse regole
che avevano guidato lei e Ernst Kris nella stesura dell'epistolario con
Fliess, emendato da cio' che Freud avrebbe considerato poco funzionale a un
ritratto tramandabile ai posteri. Sono molteplici le opere che Roazen
dedico' al padre della psicoanalisi, ma la piu' celebre resta Freud e i suoi
seguaci, scritta nel '75 e pubblicata dalla Einaudi con una prefazione di
Michele Ranchetti, che avvertiva come nuovi materiali fossero nel frattempo
venuti alla luce rendendo questo libro datato, per quanto prezioso. Roazen
si era servito, tra l'altro, di documenti sgraditi alla famiglia di Freud,
traendone un panorama comunque equilibrato e di enorme interesse. Nel corso
delle sue ricerche intervisto' anche molti tra i pazienti del medico
viennese, e alcuni protagonisti del movimento psicoanalitico, tra cui Erik
Erikson, Helene Deutsch, Sandor Rado, Edoardo Weiss che divennero
protagonisti di sue monografie". Varie opere di Paul Roazen sono state gia'
tradotte in italiano, cfr. la bibliografia riprodotta in questo stesso
foglio]

Nato a Boston il 14 agosto 1936, Paul Roazen e' morto a Cambridge
(Massachusetts) il 3 novembre 2005, mentre lavorava a una nuova ricerca
sulle relazioni tra Sigmund Freud e William Bullitt. Era membro della
prestigiosa rivista inglese "Psychoanalysis and History", diretta da John
Forrester.
Storico del freudismo, formatosi negli studi di scienze politiche e sociali,
aveva insegnato in molte universita', particolarmente a Toronto, Oxford e
Harvard. Divenne noto nel 1969 con un'opera dedicata a Viktor Tausk,
Fratello animale, nella quale, grazie ad una ricerca minuziosa, metteva in
luce i difficili rapporti che Tausk ebbe con Freud e che erano stati
occultati dalla storiografia ufficiale del movimento psicoanalitico.
Vi si scopriva per la prima volta la personalita' selvaggia di questo
brillante discepolo del maestro, amante di Lou Andreas-Salome', che infine
si era suicidato dopo un'analisi con Helene Deutsch.
Roazen fu successivamente il cronista della memoria orale del movimento
psicoanalitico. Avvalendosi di un numero impressionante di testimonianze di
tutti coloro che avevano conosciuto Freud e la sua prima cerchia ed erano
ancora in vita, realizzo' il primo studio biografico dell'ambiente
psicoanalitico: gruppi di potere, filiazioni, legami transferenziali e
generazionali, vita quotidiana, etc. Soprattutto diede un spazio rilevante a
quei discepoli la cui traiettoria era stata deformata o rimossa dalle
necessita' dell'agiografia: come Hermine von Hug-Hellmuth o Ruth
Mack-Brunschwick. Fu anche il biografo e l'amico di Helene Deutsch, che gli
affido' i suoi archivi.
La sua opera maggiore, Freud e i suoi seguaci, tradotta in numerose lingue e
continuamente ristampata, ebbe un meritato successo. Essa permise agli
storici di prendere coscienza del fatto che la vita quotidiana dei freudiani
della seconda e della terza generazione - e degli emigrati in particolare -
ha avuto una considerevole importanza per la genesi dei concetti e della
pratica clinica.
A tal riguardo l'opera di Roazen fu respinta dall'International
Psychoanalytical Association (Ipa). L'Ipa riproverava all'autore il suo
gusto per l'aneddoto, ma soprattutto, attraverso questa critica, negava agli
storici il diritto di mettere in discussione la "leggenda aurea" che i
pionieri del movimento avevano piamente trasmesso ai loro allievi. E poiche'
Roazen non era psiconalista, non cessa di essere sottovalutato e fin
insolentito da taluni analisti preoccupati d'interpretare la storia in
termini pretesamente "freudiani".
A piu' riprese il suo modo di ricostruire la storia a partire dalle
testimonianze orali fu dunque messa in discussione. Custode dei "Sigmund
Freud Archives", depositati presso la Biblioteca del Congresso, Kurt
Eissler, gran maestro ortodosso della storiografia freudiana, gli oppose
incessantemente dei solidi argomenti. Ma propri grazie a queste polemiche fu
aperto un immenso dibattito tra i conservatori e i progressisti, cosa che
contribui' a dare uno slancio fecondo alla ricerca storica sul movimento
psicoanalitico.
Con tutta evidenza, le opere di Roazen sono diventate indispensabili per chi
voglia comprendere la storia cosi' carnale e cosi' passionale della "saga"
freudiana.

3. MATERIALI. OPERE DI PAUL ROAZEN IN VOLUME
[Dal sito http://roazen.net riprendiamo la seguente sezione della
bibliografia di Paul Roazen, relativa ai suoi lavori originali pubblicati in
volume. Rinviamo al sito per le curatele, i contributi a opere collettanee,
i saggi apparsi in rivista]

- Freud: Political and Social Thought (New York, Knopf, 1968; London,
Hogarth, 1969; New York, Vintage, 1970; Barcelona, Martinez Roca, 1970;
Frankfurt, Suhrkamp, 1971; Sao Paulo, Editora Braziliense, 1973; Torino,
Boringhieri, 1973; Brussels, Editions Complexe, 1976; Tokyo, Seishin Shobo,
1986; 2nd edition, New York, Da Capo, with new Preface, 1986; 3rd edition,
New Brunswick, N. J., Transaction Publishers, with new Introduction, 1999).
- Brother Animal: The Story of Freud and Tausk (New York, Knopf, 1969;
London, Allen Lane, 1969; Paris, Payot, 1971; New York, Vintage, 1971;
London, Penguin, 1973; Sao Paulo, Editora Braziliense, 1973; Hamburg,
Hoffmann & Campe, 1973; Madrid, Alianza, 1973; Milano, Rizzoli, 1973; New
York, New York University Press, 1986; Tokyo, Seishin Shobo, 1987; Belgrade,
Decje Novine, 1989; 2nd edition, New Brunswick, N. J., Transaction
Publishers, with new Introduction, 1990; Buenos Aires, Agalma, 1994; Rio de
Janeiro, Imago Editora, 1995; Giessen, Psychosozial, 2002).
- Freud and His Followers (New York, Knopf, 1975; London, Allen Lane, 1976;
New York, New American Library, 1976; Bergisch Gladbach, Lubbe, 1976;
Madrid, Alianza, 1978; Sao Paulo, Editora Cultrix, 1978; London, Penguin,
1979; New York, New York University Press, 1985; Paris, Presses
Universitaires de France, 1986; Tokyo, Seishin Shobo, 1987; Herrsching,
Pawlak, 1989; New York, Da Capo, 1992; Geissen, Psychosozial, 1998; Torino,
Einaudi, with new Introduction, 1998; St. Petersburg, Science, with new
Introduction, 2004).
- Erik H. Erikson: The Power and Limits of a Vision (New York, The Free
Press, 1976; Roma, Armando, 1982; Tokyo, Seishin Shobo, 1984; New York, The
Free Press, 1986; Northvale, N. J., Aronson, 1997).
- Helene Deutsch: A Psychoanalyst's Life (New York, Doubleday, 1985; New
York, New American Library, 1986; Munich, Internationale Psychoanalyse,
1989; Paris, Presses Universitaires de France, 1992; 2nd edition, New
Brunswick, N. J., Transaction Publishers, with new Introduction, 1992).
- Comment Freud analysait (Paris, Navarin, 1989).
- Encountering Freud: The Politics and Histories of Psychoanalysis (New
Brunswick, N. J., Transaction Publishers, 1990).
- Meeting Freud's Family (Amherst, University of Massachusetts Press, 1993;
Paris, Seuil, 1996; Roma, Erre emme edizioni, 1997).
- Heresy: Sandor Rado and the Psychoanalytic Movement, with Bluma Swerdloff
(Northvale, N. J., Aronson, 1995).
- How Freud Worked: First-Hand Accounts of Patients (Northvale, N. J.,
Aronson, 1995; Barcelona, Paidos, 1998; Bolsena (Vt), Massari editore, 1999;
Giessen, Psychosozial, 1999; Sao Paulo, Editora Schwartz, 1999; Paris,
Seuil, 2005, in corso di stampa).
- Canada's King: An Essay in Political Psychology (Oakville, Ontario, Mosaic
Press, 1998).
- Oedipus in Britain: Edward Glover and the Struggle Over Klein (New York,
Other Press, 2000).
- Political Theory and the Psychology of the Unconscious: Mill, Nietzsche,
Dostoevsky, Freud, Fromm, Bettelheim, and Erikson (London, Open Gate Press,
2000; Torino, Bollati Boringhieri, di prossima pubblicazione).
- The Historiography of Psychoanalysis (New Brunswick, N. J., Transaction
Publishers, 2001).
- The Trauma of Freud: Controversies in Psychoanalysis (New Brunswick, N.
J., Transaction Publishers, 2002).
- Cultural Foundations of Political Psychology (New Brunswick, N. J.,
Transaction Publishers, 2003).
- On The Freud Watch: Public Memoirs (London, Free Association Books, 2003).
- Edoardo Weiss: The House that Freud Built (New Brunswick, N. J.,
Transaction Publishers, 2005).
- The Doctor and the Diplomat: The Mysterious Collaboration Between Freud
and Bullitt on Woodrow Wilson (New York, Rowman & Littlefield, in corso di
stampa; Giessen, Psychosozial, in corso di stampa).
- Les secrets de la psychanalyse et de son histoire, Andre Haynal, Paul
Roazen, & Ernst Falzeder (Paris, Presses Universitaires de France, 2005).
- Escaping From the Mind of Man: The Continuing Story of Freud and Tausk, di
prossima pubblicazione.
- An Informal History of Psychoanalysis (New York, Rowman & Littlefield, di
prossima pubblicazione).

4. TESTIMONIANZE. CINDY SHEEHAN: UNA LETTERA APERTA AL PRESIDENTE BUSH
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente testo di Cindy
Sheehan.
Il 25 novembre Cindy Sheehan e' tornata a Crawford, a poca distanza dal
ranch dove il presidente Bush trascorre le festivita' del Ringraziamento. Il
campo dei dimostranti contro la guerra sorge su un acro di terreno privato
messo a disposizione dal proprietario che simpatizza con la protesta.
Giovedi' scorso, il giorno del Ringraziamento, gli oltre cento dimostranti
hanno consumato un pranzo iracheno tradizionale (salmone, lenticchie e riso
con mandorle) al posto del tacchino che si usa mangiare in questo giorno
negli Usa, con l'intenzione di attirare l'attenzione dei media presenti sui
civili uccisi in Iraq. Piu' di 2.100 soldati americani sono ormai deceduti
dall'inizio della guerra nel marzo 2003. Cindy Sheehan ha inviato quello
stesso giovedi' 24 novembre la seguente lettera aperta al presidente
statunitense George W. Bush.
Cindy Sheehan ha perso il figlio Casey in Iraq; per tutto il mese di agosto
e' stata accampata a Crawford, fuori dal ranch in cui George Bush stava
trascorrendo le vacanze, con l'intenzione di parlargli per chiedergli conto
della morte di suo figlio. Intorno alla sua figura e alla sua testimonianza
si e' risvegliato negli Stati Uniti un ampio movimento contro la guerra]

George,
la mia famiglia sta trascorrendo il secondo Ringraziamento senza Casey,
grazie a te ed alle tue bugie.
Io ho passato questa giornata piangendo sull'aeroplano che mi portava a
Crawford, a chiederti di nuovo un incontro.
Sono stata a Crawford per tre settimane quest'estate e Washington parecchie
volte, chiedendo che tu mi incontrassi, e sto tornando di nuovo alla tua
casa delle vacanze nel tentativo di ottenere l'incontro.
Non so perche' a te piaccia Crawford, ma io la amo molto, per via della
comunita' di pace che si e' costruita attorno a Camp Casey durante lo scorso
agosto. Quando sono arrivata alla "Casa della pace", mi sono sentita come se
fossi tornata a casa, provavo un senso di appartenenza a qualcosa di piu'
grande di ciascuno di noi: una comunita' colma d'amore, di accettazione e di
pace. E' questo che senti, nei tuoi frequenti ritorni a Crawford?
Ed anche, il tramonto bellissimo del Texas mi ha riportato alla memoria
scene dei nostri giorni a Camp Casey, ad esempio l'ex marine Jeff Key che
suonava fra le croci che onoravano i nostri caduti. Agosto e' stato un
periodo miracoloso. Da allora, quando volevo chiederti quale fosse la nobile
causa per cui hai ucciso Casey e gli altri, oltre duecento dei nostri uomini
e donne sono morti nella sciarada irachena. Possiamo solo ipotizzare quanti
innocenti iracheni siano stati massacrati.
Tu non hai ancora risposto alla mia domanda. Molte persone nel nostro paese,
che hanno avuto figlie e figli uccisi, che hanno figlie e figli in servizio,
e molti americani preoccupati, vogliono anche loro la risposta alla stessa
domanda.
*
Inoltre, da agosto abbiamo scoperto che le forze americane stanno usando
armi chimiche in Iraq. L'esercito ha ammesso l'uso di fosforo bianco come
arma contro i combattenti nemici. Scusami, George, ma da quando un'arma che
spara da considerevole distanza sa distinguere fra i nemici e gli innocenti?
E' difficile ignorare e distogliere gli occhi dalle raccapriccianti immagini
dei cittadini bruciati di Fallujah. E visto che ci siamo, George, l'uso
delle armi chimiche non e' proibito? Non hai sempre detto che Saddam era "un
uomo malvagio" perche' usava armi chimiche contro la sua stessa gente? Per
te va bene usarle in Iraq, visto che i cittadini iracheni non sono la tua
gente? Saddam dovrebbe essere processato per aver ucciso cosi' tante persone
innocenti. Bombardare citta' dove vivono civili innocenti ed usare armi
chimiche sono crimini di guerra. Cio' non fa forse di te un provato
criminale di guerra? C'e' un nuovo "uomo malvagio" in citta'.
*
George, per il  bene del popolo iracheno, non credi sia ora di portare le
nostre forze armate a casa dall'Iraq? E' ora di finirla con le ipocrisie e
l'insensibilita' dell'ucciderli per diffondere il tuo tipo di liberta' e
democrazia. So qual e' il tipo di liberta' e democrazia che preferisci.
Quando nessun dissenso aperto e' permesso, quando nessuno puo' chiedere al
governo di raddrizzare i torti, mentre le nostre e-mail possono essere lette
e controllate e i libri nella nostra biblioteca analizzati e scandagliati.
Il tuo tipo di liberta' e democrazia calunnia patrioti coraggiosi come
codardi e traditori perche' hanno il coraggio di parlare contro le tue
politiche omicide. La maggioranza degli americani non lo vuole proprio, il
tuo tipo di liberta' e democrazia. Cosa ti fa pensare che lo voglia il
popolo iracheno?
George, anche per il bene delle persone meravigliose, coraggiose e molto
giovani che vestono con orgoglio l'uniforme degli Usa: e' tempo di portarle
a casa. Hanno fatto tutto quello che hai chiesto loro di fare. Hanno anche
fatto cose che rende almeno un quarto di queste persone molto malate, nei
loro cuori e nelle loro anime. Alcune sono state uccise senza necessita', in
modi che potevano essere evitati, e alcune stanno tornando a casa mutilate.
Per cosa, George? Per quale nobile causa?
*
George, tu hai sempre avuto tutto fornito su un piatto d'argento. Non ti
biasimo per aver usato l'influenza della tua famiglia per evitare di andare
in Vietnam. Non biasimo nessuno che abbia tentato di tirarsi fuori da quella
guerra disastrosa e totalmente malvagia. Cio' per cui ti biasimo e' l'aver
ucciso mio figlio in un'altra guerra disastrosa e totalmente malvagia. Lui
voleva servire il suo paese, ed era pronto a morire per salvare le vite dei
suoi compagni. Dovresti vergognarti di sfruttare l'onore di Casey e l'onore
di altri nelle forze armate, di cui sei il comandante in capo perche' anche
questo ruolo ti e' stato offerto sul piatto d'argento. Domanda al tuo vice
se pensa che Casey potesse avere altre priorita' invece di morire a 24 anni.
Tu hai il sacro lusso di avere due figlie in casa con te, oggi, per il
pranzo del Ringraziamento. Vi punzecchiate scherzando, durante il pasto,
come la mia famiglia era solita fare? Racconti loro vecchi e buffi aneddoti
di famiglia, e ridete pensando ai vecchi tempi? E' cosi' che va per te,
George? La nostra famiglia ha condiviso il pasto e abbiamo tentato di essere
allegri, ma pensa un po': non e' la stessa cosa quando un membro molto
apprezzato della famiglia se ne e' andato per sempre. La morte prematura di
Casey getta un'ombra su tutti i nostri giorni, ma le festivita' sono
particolarmente dure.
Tu e Laura vi rivolterete nel letto stanotte, e vi alzerete e andrete alla
finestra, tormentati dalla paura che le vostre figlie Jenna e Barbara
possano essere uccise in Iraq? Fate un salto ogni volta che squilla il
telefono? Il vostro cuore batte all'impazzata mentre sentite bussare alla
porta, temendo che all'uscio ci sia l'Angelo della Morte vestito con la
divisa dell'esercito? Non credo.
Due soldati sono stati uccisi oggi in Iraq, George. Spero le loro famiglie
non fossero sedute a pranzo quando e' stato annunciato loro che le vacanze
erano finite per sempre, ma non c'e' alcun momento buono per notizie tanto
orrende.
Te lo chiedo di nuovo, faí la cosa giusta. Porta a casa le nostre truppe
dall'Iraq. Non continuare ad ucciderne altri perche' le tue politiche
omicide ne hanno gia' uccisi tanti. Quanti morti saranno abbastanza? 58.000?
Uno solo era gia' troppo.
Te la diro' io la nobile causa per cui Casey e' morto, George: una pace vera
e duratura. Per favore, dai dignita' a tutte queste morti mettendo la parola
fine al barbaro massacro, prima di rovinare troppe feste per troppe persone.

5. RIFLESSIONE. JEAN-MARIE MULLER: ASCOLTARE LA VIOLENZA
[Ringraziamo Silvia Cosentino (per contatti: sicosent at tiscali.it) per averci
messo a disposizione nella sua traduzione questo articolo di Jean-Marie
Muller. Jean-Marie Muller, filosofo francese, nato nel 1939 a Vesoul,
docente, ricercatore, e' tra i più importanti studiosi del pacifismo e delle
alternative nonviolente, oltre che attivo militante nonviolento. E'
direttore degli studi presso l'Institut de Recherche sur la Resolution
non-violente des Conflits (Irnc). In gioventu' ufficiale della riserva, fece
obiezione di coscienza dopo avere studiato Gandhi. Ha condotto azioni
nonviolente contro il commercio delle armi e gli esperimenti nucleari
francesi. Nel 1971 fondo' il Man (Mouvement pour une Alternative
Non-violente). Nel 1987 convinse i principali leader dell'opposizione
democratica polacca che un potere totalitario, perfettamente armato per
schiacciare ogni rivolta violenta, si trova largamente spiazzato nel far
fronte alla resistenza nonviolenta di tutto un popolo che si sia liberato
dalla paura. Tra le opere di Jean-Marie Muller: Strategia della nonviolenza,
Marsilio, Venezia 1975; Il vangelo della nonviolenza, Lanterna, Genova 1977;
Significato della nonviolenza, Movimento Nonviolento, Torino 1980; Momenti e
metodi dell'azione nonviolenta, Movimento Nonviolento, Perugia 1981; Lessico
della nonviolenza, Satyagraha, Torino 1992; Simone Weil. L'esigenza della
nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1994; Desobeir a' Vichy, Presses
Universitaires de Nancy, Nancy 1994; Vincere la guerra, Edizioni Gruppo
Abele, Torino 1999; Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004; Dictionnaire
de la non-violence, Les Editions du Relie', Gordes 2005]

La violenza che sta incendiando i sobborghi non e' un mezzo d'azione, ma un
mezzo d'espressione. Le violenza appare come l'ultimo mezzo di espressione a
coloro ai quali le societa' ha rifiutato tutti gli altri mezzi per
esprimersi. Le violenza e' l'ultima risorsa di coloro che sono esclusi da
ogni partecipazione alla vita della societa'. La violenza esprime allora una
richiesta di riconoscimento, una volonta' di vivere: "sono violento, quindi
sono". Questa violenza porta un po' di vividezza nel grigiore
dell'esistenza. Essa viene a rompere la monotonia del tempo che trascorre
nella disoccupazione e nel vuoto dei giorni. Nello stesso tempo, le violenza
e' una maschera che nasconde degli esseri che errano, che soffrono, che si
disperano.
Bisogna ascoltare e comprendere questa violenza come una pro-vocazione,
cioe', secondo il significato etimologico della parola, come un appello. La
violenza ha le sue radici nell'angoscia e vuole essere una richiesta
d'aiuto. La violenza vorrebbe essere una parola; essa e', quantomeno, un
grido. Si tratta quindi di capire questa violenza, mentre e' vano
condannarla con un surplus di indignazione. In definitiva, questa violenza
e' l'espressione di un desiderio di comunicazione, un bisogno di dialogo.
Spetta alla societa' capire questo appello.
Le delinquenza causa la rottura del legame sociale, ma essa ne e' in primo
luogo una conseguenza. A partire dal momento in cui un individuo,
soprattutto un giovane, non trova nella societa' quel radicamento che
struttura la sua personalita' e da' un senso alla sua esistenza, egli si
trova in una situazione di rottura. Se ha un insuccesso scolastico, si
trovera' senza lavoro e sara' privato di una vera cittadinanza. Nella
maggior parte dei casi, la discriminazione etnica rafforza l'esclusione. E'
un ingranaggio. L'incivilta' e' precisamente la conseguenza di una
privazione di cittadinanza.
*
Le violenza permette tanto piu' di farsi riconoscere quanto piu' e' proibita
dalla societa'. Essa simboleggia la trasgressione di un ordine sociale che
non merita di essere rispettato.
Cio' che gli attori della violenza ricercano e' precisamente questa
trasgressione. Essi ritengono che non vi sia alcuna ragione di rispettare le
leggi di una societa' che non rispetta i loro diritti. A coloro che la legge
esclude da ogni tipo di riconoscimento, la violazione della legge appare il
miglior mezzo per farsi riconoscere. In piu', la violenza della
trasgressione, distruggendo i simboli di una societa' iniqua, calpestando
gli attributi di un ordine ingiusto, procura un piacere sottile, un
godimento reale.
Per questo motivo, la violenza esercita un fascino su coloro che sentono la
frustrazione e l'umiliazione di essere degli esclusi. La violenza
rappresenta un tentativo disperato di riappropriarsi del potere sulle loro
vite, di cui sono stati spossessati. Non e' questo un mezzo degenerato,
deviato, di accesso a una forma di trascendenza?
Ogni tentativo di "moralizzazione" e' destinato all'insuccesso. Peggio
ancora, ogni stigmatizzazione non puo' che aggravare la situazione e rendere
impossibile la riconciliazione. Piu' che uno sbaglio, essa costituisce un
errore politico. La repressione poliziesca e' una fuga in avanti che allarga
la frattura sociale e allontana il ritorno alla pace. La "tolleranza zero"
deve in primo luogo concernere i poliziotti incivili di cui i giovani dei
sobborghi sono troppo spesso vittime.
Occorre riconoscere che, malgrado la retorica ufficiale, la nostra
democrazia ha un cattivo rapporto con la sua polizia. Bisogna certo
"ristabilire l'ordine", ma questo deve significare che bisogna in primo
luogo "ristabilire la giustizia" in questi quartieri diseredati.
*
Sforzarsi di comprendere le violenza non significa "lasciar dire e lasciar
fare". Al contrario, comprendere la violenza e' il modo migliore per
interdirla.
Ma soltanto se la societa' sara' capace essa stessa di dare un segnale forte
di nonviolenza sara' possibile dare un significato all'interdizione della
violenza. Questa violenza manifesta che coloro che vi si abbandonano non
incontrano limiti; nella stesso tempo, essi domandano che si pongano loro
dei limiti. Questi serviranno loro come un riferimento, che dara' loro la
sicurezza di cui hanno un bisogno vitale e permettera' di strutturare le
loro personalita'. Bisogna dunque rispondere alla violenza tentando di
ristabilire la comunicazione. La cosa peggiore e' rispondere a questa
violenza con la violenza. E' un formidabile segno d'impotenza da parte della
societa'. Bisogna dunque rispondere a questa violenza mettendo in atto una
strategia nonviolenta rivolta a creare degli spazi d'intermediazione, in cui
dei mediatori potranno ristabilire la comunicazione fra questi esclusi e la
societa'. Sara' allora possibile far prevalere il rispetto della legge.
*
Se la violenza e' l'espressione di una parola che non ha potuto essere
detta, nel momento in cui il delinquente potra' dire la sua violenza, sara'
gia' in grado di governarla e di trasformarla. La parola libera dalla
violenza. La mediazione deve mirare a permettere agli esclusi e ai
delinquenti di riappropriarsi della loro vita per mezzo della parola. La
parola ha una virtu' efficiente. Mettere in parole - verbalizzare - le
proprie sofferenze, le proprie paure, le proprie frustrazioni, i propri
desideri, significa distaccarsene cosi' da poter affrontare e gestire la
realta' con la riflessione.
La vera sfida lanciata da questi violenti alla societa' e' quella di
decostruire la cultura della violenza che domina le nostra civilta'. E'
compito di tutti i cittadini impegnarsi nella promozione di una cultura
della nonviolenza che permetta di inventare comportamenti e metodi che
consentano una risoluzione umana degli inevitabili conflitti che
costituiscono la trama della nostra vita collettiva.

6. MATERIALI. ALDO CAPITINI RIASSUME IL MANUALE DI CHARLES C. WALKER
SULL'AZIONE DIRETTA NONVIOLENTA
[Riproponiamo il capitolo dodicesimo del libro di Aldo Capitini, Le tecniche
della nonviolenza, Libreria Feltrinelli, 1967, pp. 158-165 (l'aureo libretto
e' stato poi ristampato da Linea d'ombra, Milano 1989; ed e' stato
successivamente ripreso anche in Aldo Capitini, Scritti sulla nonviolenza,
Protagon, Perugia 1992.
Aldo Capitini e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato,
docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la
nonviolenza e la pace. E' morto a Perugia nel 1968. E' stato il piu' grande
pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Opere di Aldo Capitini:
la miglior antologia degli scritti e' (a cura di Giovanni Cacioppo e vari
collaboratori), Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che
contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche' integrale -
ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell'epoca -
bibliografia degli scritti di Capitini); recentemente e' stato ripubblicato
il saggio Le tecniche della nonviolenza, Linea d'ombra, Milano 1989; una
raccolta di scritti autobiografici, Opposizione e liberazione, Linea
d'ombra, Milano 1991, nuova edizione presso L'ancora del Mediterraneo,
Napoli 2003; e gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996;
segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri,
Edizioni Associate, Roma 1991; e la recentissima antologia degli scritti Le
ragioni della nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004. Presso la redazione di
"Azione nonviolenta" (e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito:
www.nonviolenti.org) sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi
ed opuscoli di Capitini non piu' reperibili in libreria (tra cui i
fondamentali Elementi di un'esperienza religiosa, 1937, e Il potere di
tutti, 1969). Negli anni '90 e' iniziata la pubblicazione di una edizione di
opere scelte: sono fin qui apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza,
Protagon, Perugia 1992, e un volume di Scritti filosofici e religiosi,
Perugia 1994, seconda edizione ampliata, Fondazione centro studi Aldo
Capitini, Perugia 1998. Opere su Aldo Capitini: oltre alle introduzioni alle
singole sezioni del sopra citato Il messaggio di Aldo Capitini, tra le
pubblicazioni recenti si veda almeno: Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci,
Torino 1988; Clara Cutini (a cura di), Uno schedato politico: Aldo Capitini,
Editoriale Umbra, Perugia 1988; Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni
cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La
pedagogia del nuovo di Aldo Capitini. Tra religione ed etica laica, Clueb,
Bologna 1991; Fondazione "Centro studi Aldo Capitini", Elementi
dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova Italia, Scandicci (Fi)
1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per una biografia
intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini, Pisa 1998,
2003; AA. VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume monografico
de "Il ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante, La realta'
liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del Rosone, Foggia
1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta 2001; Federica
Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini, Cittadella,
Assisi 2004; cfr. anche il capitolo dedicato a Capitini in Angelo d'Orsi,
Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001; per una
bibliografia della critica cfr. per un avvio il libro di Pietro Polito
citato; numerosi utilissimi materiali di e su Aldo Capitini sono nel sito
dell'Associazione nazionale amici di Aldo Capitini: www.aldocapitini.it,
altri materiali nel sito www.cosinrete.it; una assai utile mostra e un
altrettanto utile dvd su Aldo Capitini possono essere richiesti scrivendo a
Luciano Capitini: capitps at libero.it, o anche a Lanfranco Mencaroni:
l.mencaroni at libero.it, o anche al Movimento Nonviolento: tel. 0458009803,
e-mail: azionenonviolenta at sis.it
L'opuscolo di Walker, Manuale per l'azione diretta nonviolenta, arricchito
da ulteriori materiali, e' stato successivamente pubblicato dalle Edizioni
del Movimento Nonviolento nei "Quaderni di azione nonviolenta", cui puo'
essere richiesto al modicissimo costo di 2 euro; e' un materiale di lavoro
utilissimo (per richieste: tel. 0458009803, e-mail:
azionenonviolenta at sis.it); il solo testo dell'opuscolo di Walker abbiamo
anche piu' volte riprodotto su questo foglio, da ultimo recentissimamente
nel n. 1122]

Nel 1961 e' uscito il Manuale dell'organizzatore dell'azione diretta
nonviolenta, redatto da Charles C. Walker, direttore del Laboratorio della
nonviolenza (Cheney, Pa, USA). Jean Frémont lo ha tradotto in francese.
L'opuscolo e' edito dalla War Resisters' International, 88 Park Avenue,
Enfield, Middlesex, Inghilterra. E' un ampio e organico lavoro, e il
confronto con il Piano De Ligt mostra quanto l'esperienza dell'azione
nonviolenta si sia accresciuta negli anni, specialmente per le grandi
campagne gandhiane e per quelle degli Stati Uniti d'America e di altrove.
Del resto, il manuale integra spesso i suoi suggerimenti con indicazioni
bibliografiche. Metteremo in luce la struttura del lavoro, e i punti piu'
rilevanti e utilizzabili.
Il Manuale e' diviso in quindici sezioni.
*
1. Preparazione
Bisogna scegliere e presentare chiaramente gli scopi da raggiungere, dando
rilievo ad una situazione ingiusta e cercando di ottenere l'appoggio del
pubblico. La volonta' di resistenza viene sviluppata diffondendo
continuamente notizie, commentandole e facendo appello all'azione immediata,
indicando alle vittime anche una situazione migliore. Inoltre: assicurarsi
il nome e l'indirizzo di persone che possono cooperare, e consultare gruppi
e associazioni che possono simpatizzare.
Gia' in questa prima sezione si trovano i suggerimenti sempre dati per le
azioni nonviolente: cercare le piu' larghe solidarieta', diffondere
apertamente notizie sulla situazione e sulle prospettive di mutamento. Se ne
deduce: prima di un'azione impiantare un bollettino apposito da diffondere
largamente.
*
2. Lancio di un programma costruttivo
Il programma deve colpire un male alla radice, venire in aiuto alle vittime,
stimolare gli atteggiamenti nonviolenti. Reagire, quindi, attivamente
all'apatia, con pieno altruismo e ispirando fiducia. L'azione puo' essere
preparata da un lavoro costruttivo come campi di lavoro, cooperative,
assistenza alle vittime di ingiustizie, lavoro caritatevole, lavoro in
comunita'. Utile anche un lavoro fisico dopo un'estrema tensione nervosa.
*
3. Apprendimento del metodo
Anzitutto una ricerca sui fatti, sulle forze sociali, politiche, economiche,
implicate nella situazione (come abbiamo gia' visto), sull'atteggiamento dei
vari gruppi.
Impostare la possibilita' di negoziati (uno stadio molto importante prima di
ogni azione nonviolenta).
Appello vastissimo all'opinione pubblica, con tutti i mezzi possibili.
Giorni di digiuno e (oppure) di preghiera, rinuncia a distinzioni onorifiche
date dagli autori dell'ingiustizia; dirsi disposti ad una concessione
importante, purche' non leda il principio.
Presentare un "ultimatum" che espone le lagnanze, i tentativi fatti per
rimediare, le concessioni proposte, e fissare una data limite. Informare
tutti gli implicati nella cosa.
Infine, dopo aver tutto tentato, intraprendere l'azione diretta, senza
rompere definitivamente la possibilita' di riprendere i negoziati.
L'azione diretta ha questi aspetti:
- Veglia in un luogo simbolico;
- Picchetti di militanti;
- Digiuno o sciopero della fame;
- Noncooperazione;
- Boicottaggio;
- Arresto del lavoro per un certo periodo;
- Sciopero;
- Sciopero a rovescio (lavorando dove e quando non permesso);
- Intervento p. es. in un luogo proibito;
- Disobbedienza civile;
- Migrazione;
- Manifestazioni: riunioni, sfilate, proteste.
*
4. L'addestramento
Studiare la teoria e la messa in pratica della nonviolenza, le campagne
nonviolente; organizzare un laboratorio della nonviolenza, proiettare film,
fare riunioni e discussioni pubbliche e anche "scene drammatiche" di
realizzazione di iniziative nonviolente; meditare, cantare in coro,
raccontare fatti eroici, prendere pasti in comune, formare bene gli
individui per i compiti che saranno a loro affidati; distinguere tra
l'addestramento generale e quello per determinate azioni.
*
5. Il piano di campagna dell'azione diretta nonviolenta
L'organizzazione realizzatrice deve avere delle infrastrutture con un
comitato d'insieme e un comitato amministrativo, un direttore del progetto e
comitati speciali (per la pubblicita', per i mezzi di trasporto, per
stampare, per l'alloggio, il cibo ecc.), e deve fare un bilancio
preliminare.
Mettere a punto il piano di esecuzione (utilizzando anche un consiglio
giuridico).
*
6. La preparazione dell'azione
Scegliere un quartiere generale delle operazioni, esponendo materiale
pubblicitario, inaugurandolo con una conferenza stampa. Lettere e visite ai
funzionari interessati; avvisi ai giornali. Raccogliere fondi. Fare riunioni
pubbliche. Tener pronto materiale indispensabile: macchina da scrivere,
anche per fare molte copie, letti e sacchi per dormire, materiale per
affissioni, automobili ecc. (e vedere quali servizi di trasporto sono nella
zona). Stabilire un indirizzo postale. Sviluppare i mezzi di comunicazione:
telefono, altoparlanti, bollettini giornalieri. Preparare istruzioni
appropriate per i capi di gruppi, fare l'elenco dei partecipanti, preparare
manifesti e volantini (da apprestare molto per tempo).
*
7. Studio preliminare della situazione dal punto di vista legale
Conoscere le disposizioni legali del luogo e cercar di avere assistenza
legale.
*
8. Messa a punto di una disciplina collettiva
Il comitato d'azione deve concretare i termini di questa disciplina.
*
9. Sviluppo di una campagna di propaganda
Esporre con grande chiarezza. Fare un "memorandum" generale, e brevi
biografie dei capi e dei partecipanti importanti, frequenti comunicati alla
stampa e alla radio, registrare sul nastro magnetico importanti discorsi,
visitare (o scrivere a) persone influenti della stampa, raccogliere ritagli
di giornali.
*
10. La riunione dei partecipanti all'azione
Farne l'elenco; tenere una riunione degli aderenti, esponendo il piano
dell'azione e discutendolo; scegliere un presidente adatto per le riunioni
(alcune questioni possono esser trattate non dalle riunioni generali, ma dai
comitati).
*
11. L'avvio dell'azione
Scegliere il gruppo che comincera' l'azione; e formare anche il secondo
gruppo d'urto. Recarsi sul luogo (sfilare o star seduti, sempre a testa alta
e tranquillamente). Esser pronti a rispondere ai giornalisti, alle guardie.
Seguire le istruzioni dei capi e non lasciare il proprio posto senza averli
avvisati. Distribuire i fogli (non disturbare mai il passaggio dei pedoni),
e se piove, tenere i fogli in un sacco di materia plastica. Conservare, in
quanto possibile, un silenzio assoluto.
*
12. Fronteggiare le rappresaglie
L'avversario puo' provocare a condursi in modo agitato, a farsi prendere dal
disordine, a lanciare insulti, a fare recriminazioni di un capo verso
l'altro, a far sorgere defezioni nelle file dei nonviolenti, a reagire con
la violenza. Percio' bisogna restare calmi e affabili, stare al proprio
posto disciplinati. Se ci sono urti, il capo fa allontanare i feriti.
In caso di arresto, non opporre resistenza, e accettare i regolamenti della
prigione in cio' che non siano contro la propria coscienza.
Le rappresaglie possono essere molto gravi (colpi, tortura, presa di
ostaggi, linciaggio, cacciata dal posto, proibizioni di assemblee ecc.), e
in tale caso insistere presso i responsabili della societa' perche' agiscano
e reprimano la violenza, chiedere un'inchiesta, aiutare le vittime (le
sofferenze redentrici possono liberare dal veleno della violenza
accumulatosi da tanto tempo).
*
13. Mantenere la vitalita' del movimento
Valersi di nuovi simboli (azioni eroiche, gli eroi di esse, le vittime delle
rappresaglie, gl'imprigionati, anniversari, saluti, vesti, insegne, ecc.).
Sforzi costanti di persuasione anche presso gli avversari, tenere al
corrente gli aderenti.
Incoraggiare e organizzare azioni di sostegno (dichiarazioni di personalita'
eminenti, di gruppi di simpatizzanti ecc.).
Trattare i dissidenti in modo paziente e leale; educare e allenare gli
aderenti, formare nuovi capi, incoraggiare il lavoro teorico e pratico; far
agire il maggior numero di volontari che sia possibile.
*
14. I capi
Sono dei primi tra eguali, sono dei coordinatori, abituati a lavorare in
gruppo.
*
15. Quando la lotta si fa lunga
Secondo Gandhi una campagna nonviolenta provoca cinque reazioni:
l'indifferenza, il ridicolo, l'insulto, la repressione, il rispetto. Per
arrivare al quinto punto talvolta ci vuole molto tempo.
Non si deve tendere alla "sconfitta" dell'avversario, ma ad una
trasformazione dei rapporti tra le parti interessate (una vittoria della
giustizia e dell'onesta' umana).

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1127 del 27 novembre 2005

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