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La domenica della nonviolenza. 49



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 49 del 27 novembre 2005

In questo numero:
1. Jim Forest: Prefazione a "La pace nell'era postcristiana" di Thomas
Merton
2. L'indice de "La pace nell'era postcristiana" di Thomas Merton
3. Howard Zinn: Sette principi della disobbedienza civile
4. Maria G. Di Rienzo presenta "Fermare ora la prossima guerra" a cura di
Medea Benjamin e Jodie Evans
5. Riedizioni: Rosa Luxemburg, Riforma sociale o rivoluzione?

1. MEMORIA. JIM FOREST: PREFAZIONE A "LA PACE NELL'ERA POSTCRISTIANA" DI
THOMAS MERTON
[Ringraziamo Guido Dotti (per contatti: guido.dotti at qiqajon.it) per averci
inviato il testo della prefazione di Jim Forest al libro di Thomas Merton,
La pace nell'era postcristiana, Edizioni Qiqajon, Magnago 2005, pp. 292,
euro 18. Per richieste alla casa editrice: Edizioni Qiqajon, Comunita' di
Bose, 13887 Magnano (Bi), tel. 015679264, fax: 015679290, e-mail:
edizioni at qiqajon.it
Il libro, di imminente apparizione in libreria, e' un testo di grande
rilevanza, "scritto tra il 1960 e il 1962, precursore della Pacem in terris;
purtroppo i superiori di Merton ne vietarono a piu' riprese la
pubblicazione, poi fini' nel dimenticatoio, fino allo scorso anno (negli
Usa) e ora in Italia. Resta di un'impressionante, drammatica attualita'";
riproduciamo di seguito una breve nota di presentazione editoriale: "La
lucida analisi di Merton su pace, guerra e vangelo esce dopo oltre
quarant'anni di ostracismo, ma rimane di drammatica attualita'. Molte cose
sono nel frattempo cambiate, soprattutto nell'identificazione del 'nemico',
ma non e' mutata la tentazione di far prevalere logiche di guerra e di
morte. E ancora oggi, la ricerca della 'pace sulla terra' passa anche
attraverso la testimonianza dei cristiani perche' 'una parte essenziale
della buona novella e' che le misure nonviolente sono piu' forti delle armi:
con armi spirituali, la chiesa primitiva ha conquistato l'intero mondo
romano'. Oggi, come quarant'anni fa, 'abbiamo ancora tempo per fare qualcosa
in vista dell'abolizione della guerra, ma il tempo si sta rapidamente
esaurendo'. Thomas Merton (Prades 1915 - Bangkok 1968), monaco trappista e
poeta, ha saputo trasformare la sua ricerca contemplativa ed eremitica in un
ponte per il dialogo con il mondo moderno e con le religioni orientali. Il
diario del suo cammino interiore - La montagna dalle sette balze - lo ha
fatto conoscere al grande pubblico dei cinque continenti. Presso le Edizioni
Qiqajon sono stati pubblicati anche Un vivere alternativo e La
contemplazione cristiana. Destinatari del libro sono quanti, cristiani e non
cristiani, sono impegnati nell'azione per la pace e nella riflessione sulla
convivenza civile".
Jim Forest, pacifista cattolico statunitense, redattore del "Catholic
Worker", e' stato collaboratore, amico e biografo di Dorothy Day, e
corrispondente, amico e biografo di Thomas Merton.
Thomas Merton (1915-1968) nacque a Prades nei Pirenei francesi da padre
neozelandese e madre americana, ambedue pittori. Stabilitosi negli Usa, e
dopo varie esperienze entrato nell'ordine dei Cistercensi di stretta
osservanza nell'abbazia di Gethsemani nel Kentuky, mori' a Bangkok per un
incidente provocato da un elettrodomestico. Opere di Thomas Merton: in
Italia l'editore Garzanti ha pubblicato molte sue opere, tra esse segnaliamo
particolarmente l'autobiografia La montagna dalle sette balze; l'antologia
delle Poesie; tra i saggi il volume Lo zen e gli uccelli rapaci; nel
catalogo Garzanti attualmente sono disponibili i seguenti libri di Merton:
La montagna dalle sette balze; Nessun uomo e' un'isola; Pensieri nella
solitudine; Lo zen e gli uccelli rapaci; Mistici e maestri zen; Semi di
contemplazione; Le acque di Siloe; Il segno di Giona; Scrivere e' pensare,
vivere, pregare; Leggere la Bibbia; Diario di un testimone colpevole. Presso
le Edizioni Qiqajon sono stati pubblicati: Un vivere alternativo; La
contemplazione cristiana; La pace nell'era postcristiana. Segnaliamo anche
l'introduzione di Merton all'antologia gandhiana da lui curata alla meta'
degli anni '60, recentemente tradotta in italiano: Mohandas Gandhi, Per la
pace, Feltrinelli, Milano 2002, pp. 120, euro 6,50. Ovviamente utilissimo il
sito www.merton.org
Dorothy Day e' stata una grande militante nonviolenta americana (nata l'8
novembre 1897, deceduta il 29 novembre 1980), fondatrice del movimento del
"Catholic Worker" (e della rivista omonima); ha condotto innumerevoli lotte
per la pace e la giustizia, ed ha fondato decine di case di ospitalita'
urbane e di comunita' agricole per i piu' poveri. Opere di Dorothy Day: Una
lunga solitudine. Autobiografia, Jaca Book, Milano 1984. Opere su Dorothy
Day: Jim Forest, L'anarchica di Dio, Paoline, Cinisello Balsamo 1994; W.
Miller, Dorothy Day e il Catholic Worker Movement, Jaca Book, Milano 1981.
Due ricordi di Dorothy Day, di Rosemary Lynch e di Judith Malina, abbiamo
pubblicato nel n. 402 di questo foglio. Un sito utile:
www.catholicworker.org]

Il libro che avete in mano era destinato alla pubblicazione nel 1962. Mentre
Thomas Merton sarebbe lieto che quarantatre anni piu' tardi questo lavoro
fatto per passione fosse finalmente nelle librerie e nelle biblioteche, lo
angoscerebbe il fatto che, lungi dall'essere il ricordo intenso di un'epoca
passata, sia rimasto attuale e significativo.
*
1962: culturalmente erano ancora gli anni cinquanta. Quelli che sarebbero
stati conosciuti come gli anni Sessanta non erano ancora cominciati. West
side story aveva vinto il premio Oscar come miglior film nel 1961. I Beatles
erano sconosciuti.
John F. Kennedy era da due anni presidente degli Stati Uniti, Nikita
Krusciov da quattro a capo dell'Unione Sovietica. Erano passati tre anni da
quando la rivoluzione guidata da Fidel Castro aveva preso il potere a Cuba.
Il coinvolgimento militare americano in Vietnam stava progressivamente
aumentando. La guerra fredda stava ancora soffiando i suoi venti gelidi
attraverso ogni confine. I russi en masse erano ritenuti degli empi
comunisti.
Gli Stati Uniti, l'Unione Sovietica, la Gran Bretagna e la Francia erano gli
unici stati ad avere le armi nucleari. Erano passati dieci anni
dall'esplosione della prima bomba all'idrogeno e diciassette dalla
distruzione di Hiroshima e Nagasaki per mezzo di bombe atomiche molto meno
potenti. Gli americani stavano spendendo centinaia di milioni di dollari nei
rifugi antiatomici come mezzo per sopravvivere alla guerra nucleare. I
politici, i generali e gli esperti del periodo parlavano di "gap
missilistici" quando sostenevano la costruzione di missili che arrivassero
piu' lontano, portando a destinazione cariche esplosive maggiori. Le armi
nucleari non erano affatto gli unici sistemi di distruzione di massa. Sia
gli Stati Uniti, sia l'Unione Sovietica avevano grandi programmi per lo
sviluppo e lo stoccaggio di armi chimiche e biologiche.
"Pace" era una parola sospetta. Coloro che la usavano rischiavano di essere
considerati "rossi" o "sinistroidi".
Eppure, un profondo cambiamento era in corso negli Stati Uniti. Il razzismo
era contestato. Gli attivisti del movimento americano per i diritti civili
combattevano per rendere accessibili a tutti le scuole, i mezzi pubblici e i
ristoranti. Martin Luther King aveva acquisito fama internazionale.
*
Si poteva confidare nel fatto che nel 1962 la chiesa cattolica in America,
dopo molti anni di lotta contro i pregiudizi anti-cattolici, avesse un
atteggiamento di sostegno riguardo al sistema economico e alla politica
estera dell'America. Su piu' di una parrocchia o ingresso di scuola
cattoliche erano incise le parole Pro Deo et Patria, per Dio e per la
Patria. Molti cattolici avevano fatto carriera nell'esercito, nell'Fbi e
nella Cia. Per la prima volta, c'era un cattolico alla Casa Bianca.
Uno degli scrittori religiosi piu' letti d'America era un monaco trappista,
Thomas Merton.
Rimasto orfano nell'infanzia, convertito alla chiesa cattolica mentre
studiava alla Columbia University, nel dicembre 1941 aveva rinunciato a un
posto da insegnante al Collegio S. Bonaventura, nella parte orientale dello
stato di New York, per iniziare la vita monastica all'abbazia di Nostra
Signora del Gethsemani, nel Kentucky rurale.
Quando il suo abate si accorse del suo talento di scrittore, egli fu
incoraggiato a scrivere un'autobiografia. Pubblicata nel 1948, La montagna
dalle sette balze divenne un successo travolgente. Merton, monaco da appena
sei anni e a soli trentatre' d'eta', si ritrovo' famoso. Ogni libro
successivo che scrisse ebbe assicurate ottime vendite sia in inglese, sia in
traduzione. Per anni i suoi temi principali furono la vocazione monastica,
la contemplazione, la preghiera, la vita sacramentale, le vite dei santi e
la ricerca della santita', ma c'erano anche libri che rivelavano le sue
battaglie di monaco. Per quanto occasionalmente egli avesse rivelato dei
punti di vista sociali critici - c'era un attacco al razzismo ne La montagna
dalle sette balze - molti dei suoi lettori erano impreparati alle sue
critiche alla corsa agli armamenti e alla guerra fredda che cominciarono ad
apparire nei periodici cattolici nel 1961.
C'era anche il movimento Catholic Worker guidato da Dorothy Day, un'altra
convertita. Fondato durante la depressione del 1933, aveva non solo dato
vita a molte case d'ospitalita' per accogliere i poveri, ma aveva spesso
preso parte alle proteste contro i preparativi per la guerra. Mentre era
considerato marginale dalla maggior parte della gerarchia, era un centro di
grande fermento ed entusiasmo. Era uno dei pochi gruppi cattolici del tempo
profondamente impegnato nel movimento per i diritti civili. La sua
pubblicazione aveva molte migliaia di lettori.
Thomas Merton era tra quanti avevano un'alta opinione di Dorothy Day e del
movimento da lei guidato. Nell'estate del 1961, egli presento' il primo di
una serie d'articoli, The Root of War is Fear (1) al "Catholic Worker" [la
rivista del movimento omonimo - ndr]. Apparve nell'edizione di ottobre.
A quell'epoca io facevo parte della comunita' del Catholic Worker di New
York. Dorothy Day, al corrente del mio interesse per gli scritti di Merton,
mi chiese di preparare il suo testo per la pubblicazione e mi incoraggio'
anche a tenere una corrispondenza con lui. Ebbe cosi' inizio un rapporto
epistolare e di visite occasionali che sarebbe durato fino alla morte di
Merton, nel dicembre 1968.
*
Nell'aprile del 1962, Merton completo' La pace nell'era post-cristiana.
Aveva sperato che sarebbe stata pubblicata da Macmillan in autunno. Invece,
fu bandita da dom Gabriel Sortais, abate generale dell'Ordine di Merton, i
cistercensi della stretta osservanza, meglio noti come trappisti. Pochi
giorni dopo aver completato il lavoro a La pace nell'era post-cristiana, fu
consegnata a Merton una lettera di dom Gabriel, che gli proibiva di scrivere
ulteriormente sul tema della guerra e della pace (2).
Il giorno seguente, Merton mi scrisse la lettera piu' triste che io abbia
mai ricevuto da lui: "Ecco la scure. Da lungo tempo prevedevo problemi con i
superiori e ora eccoli. Gli ordini sono di non scrivere piu' sulla pace...
In sostanza sono messo a tacere sulla questione della guerra e della pace".
La decisione, scrisse, rifletteva "Una sbalorditiva incomprensione della
gravita' dell'attuale crisi dal lato religioso. Riflette un'insensibilita'
verso i valori cristiani ed ecclesiastici e verso il vero significato della
vocazione monastica. La ragione addotta e' che questo non e' il tipo di
lavoro adatto ad un monaco e che 'falsifica il messaggio monastico'. Pensa
un po': il pensiero che un monaco possa essere abbastanza preoccupato dalla
questione della guerra nucleare da esprimere una protesta contro la corsa
agli armamenti dovrebbe gettare la vita monastica nel discredito. Caspita,
io penserei che potrebbe forse salvare un ultimo briciolo di reputazione per
un'istituzione che molti considerano morta in piedi... Questo e' veramente
l'aspetto piu' assurdo dell'intera questione, che queste persone insistano a
scavarsi la fossa e a erigervi sopra la piu' monumentale pietra tombale".
Sotto la superficie del disaccordo fra Merton e il suo abate generale stava
una diversa concezione dell'identita' e della missione della chiesa. Per
Merton, il monaco era obbligato a essere tra i piu' attenti a cio' che stava
accadendo nel mondo in generale e aveva un ruolo da svolgere nel
rinnovamento:
"La vitalita' della chiesa dipende proprio dal rinnovamento spirituale
ininterrotto, continuo e profondo. Ovviamente questo rinnovamento deve
esprimersi nel contesto storico e richiedera' una vera comprensione
spirituale delle crisi storiche, una valutazione per quanto riguarda sia il
loro significato intimo, sia la crescita umana e la promozione della verita'
nel mondo dell'uomo: in altre parole, l'istituzione del regno di Dio. Si
suppone che il monaco sia in sintonia con la dimensione spirituale intima
delle cose. Se egli non sente e non dice nulla, il rinnovamento interiore
sara' complessivamente in pericolo e puo' essere reso completamente sterile.
"Queste menti autoritarie credono tuttavia che la funzione del monaco non
sia quella di vedere o sentire nessuna nuova dimensione, ma semplicemente
quella di sostenere punti di vista gia' esistenti, proprio nella misura in
cui e perche' essi sono definiti per lui da qualcun altro. Anziche' essere
all'avanguardia, egli e' dietro, con le vettovaglie, a confermare tutto cio'
che e' stato fatto dai funzionari. Il ruolo del monaco nel rinnovamento del
contesto storico diventa allora semplicemente quello di confermare il
proprio totale sostegno alla burocrazia. Egli non ha allora altra funzione,
tranne forse di pregare per quello per cui gli e' detto di pregare: cioe',
gli scopi e gli obiettivi di una burocrazia ecclesiastica. Il monastero come
concetto di 'dinamo' risale a questo. Il monaco esiste per generare un
potere spirituale che giustifichera', di volta in volta, la gia' stabilita
giustezza dei funzionari sopra di lui. Egli non deve assumere in nessun caso
e in nessuna circostanza un ruolo che implichi qualche forma di spontaneita'
e originalita'. Deve essere un occhio che non vede nulla, tranne cio' che e'
attentamente scelto che egli veda. Un orecchio che non sente nulla, tranne
cio' che e' vantaggioso per i dirigenti che egli senta. Sappiamo cio' che
Cristo disse a proposito di simili orecchi e di simili occhi".
Merton si chiedeva a voce alta se dovesse obbedire: "Ora tu mi domanderai:
come concilio l'obbedienza, la vera obbedienza (che e' sinonimo di amore)
con una situazione come questa? Non dovrei semplicemente rendere pubblica
l'intera questione, o andarmene in segno di protesta, o dire loro di andare
a farsi benedire?".
Era tuttavia convinto che la disobbedienza avrebbe arrecato piu' danno che
vantaggio e che, in ogni caso, non avrebbe potuto essere la sua strada:
"Supponiamo in teoria che cio' non sia completamente escluso. Perche' lo
farei? Per amore di testimonianza alla pace? Per amore di testimonianza alla
verita' della Chiesa, nella sua realta', in quanto contraria a questa
finzione dell'immaginazione? Semplicemente per amore di sfogarmi e
sbarazzarmi delle tensioni e delle frustrazioni del mio spirito e sentirmi
onesto a questo riguardo?
"Nel mio caso particolare, ciascuno di questi aspetti sarebbe
controproducente e infruttuoso. Sarebbe preso come una testimonianza contro
il movimento per la pace e confermerebbe queste persone in tutta la
profondita' dei loro pregiudizi e del loro autocompiacimento. Le
rassicurerebbe in tutti i modi possibili che esse hanno assolutamente
ragione e renderebbe ancor piu' impossibile che vedano mai qualche nuova
luce sulla questione. E in ogni caso, non sto solamente cercando delle
opportunita' per sfogarmi. Posso cavarmela senza.
"Sono dove sono. Ho scelto liberamente questo stato e ho scelto liberamente
di restarci quando si e' presentata la questione di un possibile
cambiamento. Se sono un elemento di inquietudine, va bene. Non mi sto
sforzando di esserlo, ma semplicemente di dire quello che la mia coscienza
detta, e di farlo senza cercare il mio interesse. Questo significa accettare
quelle limitazioni che possono essermi imposte dall'autorita', e non perche'
posso o non posso essere d'accordo con le ragioni apparenti per cui le
limitazioni sono imposte, ma per amore di Dio, che sta utilizzando queste
cose per ottenere dei fini che io stesso al momento non riesco a vedere o a
comprendere. So che puo' e che, a suo tempo, si prendera' buona cura di
coloro che impongono limitazioni in modo ingiusto o poco saggio. Questo e'
affare suo e non mio. In questa dimensione, non trovo nessuna contraddizione
fra l'amore e l'obbedienza e, come dato di fatto, e' l'unico modo sicuro per
superare i limiti e l'arbitrarieta' di ordini malsani" (3).
Qualche settimana piu' tardi Merton mi scrisse che dietro alla censura stava
l'accusa di aver scritto per una "pubblicazione controllata dai comunisti"
come il "Catholic Worker" era considerato da alcuni dei suoi oppositori (4).
Merton rispose alla lettera di dom Gabriel con una promessa di obbedienza,
ma anche con una difesa del suo libro. A meta' maggio, Merton ricevette una
risposta in cui l'abate generale rinnovava il suo ordine, ponendo l'accento
sulla differenza fra gli ordini religiosi attivi e quelli contemplativi.
"Non Le sto chiedendo di restare indifferente ai destini del mondo",
insisteva dom Gabriel, "Ma credo che Lei abbia il potere di influenzare il
mondo con le Sue preghiere e la Sua vita ritirata in Dio, piu' che con i
Suoi scritti. Ecco perche' non sto pensando al danno per la causa che sta
difendendo quando Le chiedo di rinunciare alla Sua intenzione di pubblicare
il libro che ha terminato e di astenersi da qui in poi dallo scrivere sul
tema della guerra atomica, dei preparativi per la guerra, ecc." (5).
Ironicamente - come Merton fa notare ne La pace nell'era post-cristiana - Il
Principe di Machiavelli, un libro sfrenatamente immorale, non e' mai stato
all'indice dei libri proibiti per i cattolici (6).
*
Merton obbedi' a dom Gabriel, anche se in modo limitato. Mai data a nessun
editore ne' esaminata dai censori trappisti, La pace nell'era post-cristiana
rimase generalmente sconosciuta, eppure non fu completamente sepolta. Merton
ricorse a metodi da samizdat per mettere il suo libro nelle mani d'altri,
proprio come un russo avrebbe fatto nella stessa epoca.
Dom James Fox, l'abate di Merton, pur lungi dall'essere un radicale,
stabili' che il decreto di dom Gabriel bloccava solo la pubblicazione in
forma commerciale su vasta scala. Non vide neppure nessuna necessita' che i
censori dell'ordine esaminassero del materiale che non era offerto al
pubblico generale, e cosi' qualsiasi cosa ciclostilata o pubblicata a
circolazione limitata avrebbe potuto essere fatta circolare impunemente (7).
Dom James diede l'incarico a uno dei giovani monaci dell'abbazia di  battere
a macchina il libro su matrici per un'edizione ciclostilata. Cosi' fu
prodotta una prima tiratura di parecchie centinaia di copie de La pace
nell'era post-cristiana. Entro giugno, Merton comincio' a spedire per posta
delle copie ad una grande varieta' di suoi corrispondenti, compresi Ethel
Kennedy, cognata del presidente Kennedy, e il cardinal Montini a Milano, che
sarebbe divenuto piu' tardi papa Paolo VI. Non molto tempo dopo, fu
intrapresa una seconda tiratura. Entro la fine del 1962 erano in
circolazione cinque o seicento copie del libro. Da oggetto scottante qual
era, poche di esse rimasero a lungo presso ciascuno degli indirizzi. Il
libro proibito di Merton deve aver raggiunto, entro alcuni mesi, migliaia di
attenti lettori, molti dei quali erano persone influenti.
Una parte della distribuzione de La pace nell'era post-cristiana era nelle
mie mani. Nel corso dell'estate del 1962, in cui mi trovavo nello staff dei
Catholic Relief Services, Merton mi mando' almeno venti copie da distribuire
ad altri. Ho ancora una copia che non e' stata data via, anche se vedo, da
note a margine, di averla condivisa con almeno un altro lettore.
*
Non ho piu' la copia carbone della mia lettera a Merton come risposta al
libro e non e' nemmeno sopravvissuta negli archivi di Merton a Louisville
(8), ma vedo da una risposta datata 7 luglio, di aver avanzato un certo
numero di suggerimenti per la revisione, nel caso in cui egli fosse mai
stato in grado di lavorare ancora al libro.
Esprimevo disappunto per il fatto che le convinzioni di Merton sulla guerra,
cosi' simili a quelle di Dorothy Day, non fossero espresse piu'
esplicitamente e proponevo che aggiungesse una sezione su san Francesco
d'Assisi, un santo particolarmente importante per Merton. Durante la quinta
crociata, Francesco aveva dato esempio di pacifismo disarmato viaggiando in
Egitto per incontrarsi con uno dei principali oppositori del cristianesimo,
il sultano Malik-al-Kamil. Francesco aveva anche fondato un "terzo ordine"
per laici, ai cui membri era proibito possedere o usare armi da guerra.
Merton scrisse in risposta: "Che confusione si crea tentando di scrivere un
libro che passera' per i censori, cercando allo stesso tempo di dire
qualcosa. Mi piegavo in tutte le direzioni per limitare ogni dichiarazione e
bilanciare tutto, cosi' mi sono mantenuto proprio al centro e perfettamente
oggettivo... [tentando allo stesso tempo] di dire la verita' come la mia
coscienza voleva che fosse detta. Alla lunga, il risultato e' quasi zero...
Certamente, se mai finiro' per lavorare di nuovo al libro, terro' a mente le
tue richieste" (9).
Rileggendo cio' dopo tutti questi anni, mi colpisce come il calor bianco,
che Merton esprimeva nella sua lettera precedente, si fosse attenuato o
celato. Sono anche impressionato dalla sua riluttanza a difendere il suo
libro nonostante le critiche che avevo espresso. C'e' una sbalorditiva
modestia nella sua risposta a un lettore che non aveva nemmeno la meta' dei
suoi anni. Eppure, da annotazioni di Merton nei suoi diari e da lettere ad
altri amici, si vede quanto fosse dura la lotta per accettare di essere
stato censurato su cio' che egli rimaneva convinto fosse una questione
cruciale. Naturalmente non credeva di aver perso tempo scrivendo il libro,
ne' poteva essere d'accordo che andasse ugualmente bene che non fosse
pubblicato.
Se la pubblicazione non fosse stata bloccata, forse avrebbe potuto esserci
un giro finale di revisioni, ma a grandi linee dubito che il testo finale
sarebbe stato significativamente diverso dal libro come e' pubblicato ora.
*
Fortunatamente, molto di cio' che a Merton fu proibito di dire, sarebbe
stato espresso da papa Giovanni XXIII (10).
Una serie di dichiarazioni papali, critiche sia verso la corsa agli
armamenti, sia verso le armi nucleari, culmino' nella pubblicazione della
Pacem in Terris, pubblicata nell'aprile 1963. Essa divenne rapidamente
l'enciclica papale piu' largamente discussa dei tempi moderni. Rivolgendosi
non solo ai cattolici, ma a tutte le persone di buona volonta', papa
Giovanni sottolineo' che il diritto umano piu' elementare era il diritto
alla vita. Papa Giovanni si pronuncio' appassionatamente contro minacce per
la vita come la corsa agli armamenti, e affermo' che la guerra non era piu'
"un mezzo adatto a difendere diritti violati", richiedendo la protezione
legale degli obiettori di coscienza al servizio militare. Lungi dal sancire
cieca obbedienza a chi aveva autorita', il papa sottolineo' la
responsabilita' individuale di difendere la vita e di sostenere la morale.
"Se le autorita' civili autorizzano legalmente o permettono qualsiasi cosa
che sia contraria alla volonta' di Dio, ne' la legge promulgata, ne'
l'autorizzazione concessa possono essere vincolanti per la coscienza dei
cittadini, perche' Dio ha piu' diritto dell'uomo a essere obbedito" (11).
Scrivendo all'abate generale per dire come fosse "stata una buona cosa che
papa Giovanni non abbia dovuto far passare la sua enciclica per i nostri
censori", Merton chiese se potesse in quel momento tornare a lavorare a La
pace nell'era post-cristiana - "... e adesso posso ricominciare?" (12) -
affinche' potesse finalmente essere pubblicata. Impassibile, dom Gabriel
rinnovo' la proibizione. Merton commento' nel suo diario: "Nel fondo della
mente di dom Gabriel c'e' ovviamente l'ostinata convinzione che la Francia
[di cui dom Gabriel era cittadino] dovrebbe avere la bomba e usarla, se
necessario. Dice che l'enciclica [Pacem in Terris] non ha cambiato nulla nel
diritto di una nazione di dotarsi di armi nucleari per l'autodifesa" (13).
*
Un concilio della chiesa cattolica romana, il primo dopo quasi cento anni,
era stato annunciato da papa Giovanni nel gennaio 1959 ed era iniziato
nell'ottobre 1962, casualmente nello stesso mese della crisi missilistica di
Cuba, quando gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica si trovarono sul punto di
far scoppiare una guerra nucleare.
Cercando un modo per contribuire alle discussioni del concilio, nel dicembre
1962 Merton spedi' alcune copie de La pace nell'era post-cristiana a
Hildegard e Jean Goss-Mayr, segretari del Mir (Movimento Internazionale
della Riconciliazione). I Goss-Mayr erano in stretto contatto con il
cardinale Ottaviani, segretario del Sant'Uffizio, che era il membro della
curia con la maggiore responsabilita' nel processo di preparazione delle
bozze dei documenti del Concilio. Uno di questi era il cosiddetto "schema
13", un documento sul ruolo della Chiesa nel mondo moderno, che comprendeva
la questione della guerra.
Dopo due anni di progettazioni e molte ore di dibattiti, lo schema 13 fu
infine approvato e pubblicato nel 1965 come Costituzione pastorale Gaudium
et Spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Lavoro culminante del
concilio, esso conteneva la sola condanna specifica promulgata dal Vaticano
II: "Ogni atto di guerra che indiscriminatamente mira alla distruzione di
intere citta' o di vaste regioni e dei loro abitanti, e' delitto contro Dio
e contro la stessa umanita', e con fermezza e senza esitazione deve essere
condannato" (13bis).
Una frase non molto diversa da questo passo era ne La pace nell'era
post-cristiana: "Desidero insistere soprattutto su una verita' fondamentale:
che ogni guerra nucleare ed effettivamente la distruzione massiccia di
citta', popolazioni, nazioni e culture con qualsiasi mezzo e' un crimine
gravissimo, che ci e' proibito non solo dall'etica cristiana, ma da
qualsiasi codice morale sensato e serio" (14).
Coloro che rinunciavano completamente alla violenza, scegliendo invece gli
strumenti della nonviolenza, guadagnavano l'approvazione del concilio: "Non
possiamo mancare di lodare coloro che rinunciano all'uso della violenza
nella difesa dei propri diritti e che ricorrono a metodi di difesa che sono
disponibili anche per i partiti piu' deboli, purche' questo possa essere
fatto senza lesioni a diritti e doveri degli altri nella comunita' stessa"
(15).
Sostenendo la legislazione per gli obiettori di coscienza, il concilio
esorto' tutti i governi a prendere "provvedimenti umani per coloro i quali,
per motivi di coscienza, rifiutino di portare armi, purche' accettino
qualche forma di servizio alla comunita' umana" (16).
Facendo eco a un altro tema capitale che Merton aveva esplorato ne La pace
nell'era post-cristiana, i padri conciliari dichiararono che ordini che
fossero in conflitto con i "principi universali del diritto naturale delle
genti" erano crimini, affermando inoltre che "l'obbedienza cieca non puo'
scusare coloro che li eseguono" e che "deve invece essere sostenuto il
coraggio di coloro che non temono di opporsi apertamente a quelli che
ordinano tali azioni" (17).
*
Quale peso abbiano avuto nel concilio gli scritti di Merton non potremo mai
saperlo, ma la sua influenza fu senza dubbio significativa, grazie
soprattutto all'efficace distribuzione dell'edizione ciclostilata de La pace
nell'era post-cristiana.
Ora, quarantadue anni dopo che fu scritta e trentasei dopo la morte
dell'autore, la prima copia de La pace nell'era post-cristiana che reca la
traccia di un editore e' fresca di stampa. Queste pagine hanno dormito ancor
piu' a lungo di Rip van Winkle.
Come puo' reggere, in un mondo in cui l'Unione Sovietica non esiste piu' e
la guerra fredda e' un argomento da manuali di storia, un libro che si
occupa di questioni che erano attuali nel 1962? Nonostante si sia giunti
molto vicini, non si e' piu' fatto uso di armi nucleari in guerra dal 1945.
Effettivamente, i depositi americani e russi di armi nucleari sono stati
enormemente ridotti e gli esperimenti nucleari sono rimasti nella
clandestinita' e diventati una rarita'. Non si sente piu' una frase sinistra
spesso ripetuta negli anni sessanta per descrivere il perno della strategia
della deterrenza: "distruzione reciprocamente assicurata" (18). Pochi
ricordano i nomi di Herman Kahn ed Edward Teller, uomini menzionati a piu'
riprese ne La pace nell'era post-cristiana.
Eppure, i mezzi per combattere una guerra nucleare ci sono ancora.
Nonostante tutte le armi eliminate grazie alla serie di accordi degli ultimi
trent'anni, si valuta che gli Stati Uniti detengano circa 10.400 testate
nucleari nel loro arsenale, e la Russia un numero simile (19). Nel
frattempo, negli Stati Uniti l'amministrazione Bush ha chiesto lo sviluppo
di una "nuova generazione" di armi nucleari, "meglio adattate" all'uso sui
campi di battaglia. Il numero di nazioni che notoriamente possiedono armi
nucleari e' cresciuto fino a includere non solo la Gran Bretagna e la
Francia, ma anche la Cina, l'India, il Pakistan e Israele, mentre si
sospetta che parecchie altre nazioni abbiano armi nucleari o e' risaputo che
abbiano compiuto passi concreti per ottenerle. Inoltre, c'e' il grave
pericolo che organizzazioni terroristiche come Al-Qaeda possano procurarsi
armi nucleari. La questione delle armi nucleari e di altri mezzi di
distruzione di massa non solo esiste ancora, ma le possibilita' del loro uso
in guerra stanno aumentando.
*
Merton non aveva previsto il crollo dell'Unione Sovietica, ne' la
disintegrazione del Patto di Varsavia in Europa orientale. Non aveva nemmeno
anticipato l'attuale "guerra al terrorismo", come l'amministrazione Bush ha
definito la sua risposta agli eventi dell'11 settembre 2001. Nulla di simile
ai talebani o ad Al-Qaeda esisteva nel 1962. Eppure, leggendo La pace
nell'era post-cristiana, e' straordinario quanto spesso appaia il termine
"terrorismo" in riferimento non alle attivita' di gruppi segreti, quanto
piuttosto all'accettazione da parte dei governi di tattiche di guerra che
portano a un grande numero di vittime civili.
E' interessante notare come molti passaggi in cui Merton parla di comunismo
oggi si prestino bene a essere riferiti al terrorismo. Ad esempio: "La lotta
contro il totalitarismo e' rivolta non solo contro un nemico esterno - il
comunismo - ma anche contro le nostre stesse tendenze nascoste verso le
aberrazioni del fascismo o del collettivismo" (20).
La stessa frase avrebbe senso oggi semplicemente con una lieve modifica: La
lotta contro il totalitarismo e' rivolta non solo contro un nemico esterno -
gruppi terroristici come Al-Qaeda - ma anche contro le nostre stesse
tendenze nascoste verso le aberrazioni del fascismo o del collettivismo.
Per tanti versi, il mondo non e' poi cosi' diverso dal 1962. Ora come allora
non e' necessario avere un'immaginazione troppo fervida per intravvedere il
giorno del giudizio. La morte per esplosione nucleare e' solo uno dei tanti
tetri futuri che possiamo immaginare fin troppo facilmente per noi stessi.
*
Sempre acutamente attento al linguaggio della propaganda, Merton non sarebbe
sorpreso da espressioni correnti come "l'asse del male", ne' che gli
americani ancora diano per scontato che il male sia commesso dai loro
nemici, anziche' da loro stessi.
Ne' lo sorprenderebbe la sollecitudine degli Stati Uniti a partecipare alle
Nazioni Unite e ad altri organismi internazionali solo quando cio' convenga
agli interessi nazionali. Come scriveva ne La pace nell'era post-cristiana:
"Le grandi potenze si sono effettivamente accontentate di usare l'Onu come
tribuna per gli incontri di lotta politici e propagandistici e non hanno
esitato a intraprendere azioni indipendenti che hanno portato al discredito
dell'Onu ogni qual volta questo fosse stato vantaggioso per loro" (21).
La stessa mentalita' e' legata alla tentazione di dare inizio a una guerra
preventiva "basata non sul fatto che noi stessi siamo effettivamente sotto
attacco militare, ma che siamo 'provocati' e 'minacciati' a tal punto che
sono giustificate perfino le misure piu' drastiche" (22).
Ugualmente immutato, nonostante il passare del tempo, e' anche lo
smarrimento americano dovuto al fatto che un popolo di cosi' tanta buona
volonta' sia l'oggetto di cosi' tanta inimicizia: "Messi davanti al
disprezzo arrogante degli amici, cosi' come all'odio dei nostri nemici
dichiarati e domandandoci che cosa ci sia in noi da odiare, ci siamo
considerati e trovati gente assolutamente rispettabile, innocua e bonaria,
che chiede solo di essere lasciata in pace a far soldi e a divertirsi" (23).
Uno dei temi ancora attuali di Merton e' il modo in cui quelle restrizioni
morali che i belligeranti si impegnano ad applicare alla loro condotta
quando pensano in astratto al conflitto, gradualmente si riducono e alla
fine evaporano completamente man mano che gli eventi della guerra reale li
spingono verso misure piu' drastiche. Nei primi giorni della seconda guerra
mondiale, l'America e la Gran Bretagna promisero solennemente che non
avrebbero ripetuto i bombardamenti sulle citta' compiuti dai loro nemici, ma
alla fine non esitarono a considerare intere citta' come obiettivi
legittimi. Come scrive Merton: "Il pensiero morale, guidato da principi
pragmatici, tende a essere molto vago, molto fluido. Le decisioni morali
diventavano una serie di scelte piu' o meno opportunistiche basate su
congetture a breve termine circa le conseguenze possibili, piuttosto che su
principi morali definiti" (24).
*
Quando arrivo' per posta la prima copia ciclostilata, ricordo di essere
stato sorpreso dal titolo del libro: stavo veramente vivendo in un mondo
post-cristiano? Dopotutto, la maggior parte degli americani professava una
fede in Dio e non era necessario andare lontano per trovare chiese molto
frequentate. Non potevo negare tuttavia che la nostra vita religiosa
assomigliasse per molti aspetti a un set hollywoodiano: una sottile patina
di impressionanti facciate sostenute dai ponteggi retrostanti. Come osserva
Merton: "Ci piaccia o meno, dobbiamo ammettere che stiamo gia' vivendo in un
mondo post-cristiano, il che significa in un mondo in cui gli ideali e gli
atteggiamenti cristiani sono relegati sempre piu' alla minoranza. E'
spaventoso accorgersi che la facciata del cristianesimo, che ancora
generalmente sopravvive, ha forse poco o nulla dietro di se', e che cio' che
una volta era chiamato 'societa' cristiana' e' piu' semplicemente un
neopaganesimo materialistico con una patina cristiana" (25). "Non solo i non
cristiani, ma perfino gli stessi cristiani tendono a rigettare l'etica del
vangelo su nonviolenza e amore come 'sentimentale'" (26).
*
Eppure, non tutto e' come quando Merton termino' di scrivere La pace
nell'era post-cristiana. Uno dei cambiamenti che farebbero grande piacere a
Merton e' che tra i cristiani la parola "pacifismo" non e' piu' il termine
sospetto che era nel 1962: un profondo mutamento di atteggiamento, in parte
merito suo.
Un sorprendente segno dei tempi e' che alcuni anni fa l'arcidiocesi di New
York abbia formalmente proposto che Dorothy Day fosse dichiarata santa e
inserita nel calendario della chiesa cattolica. Il Vaticano le ha gia'
conferito il titolo di "serva di Dio".
Dai tempi di Merton la chiesa cattolica e' stata una continua voce di pace.
Il suo impegno a ricercare la pace non si e' indebolito, nonostante certi
eventi come gli attacchi terroristici dell'11 settembre o la conseguente
guerra "preventiva" dell'America in Iraq.
Se fosse vivo e non piu' ostacolato dalla censura, forse Merton si
metterebbe al lavoro di buona lena per aggiornare La pace nell'era
post-cristiana. Ma molti paragrafi e perfino capitoli rimarrebbero
inalterati. Egli ci ricorderebbe, ancora una volta, che Cristo non sventola
bandiere e che il cristianesimo non appartiene a nessun blocco di potere.
Affermerebbe ancora una volta che "una parte essenziale della 'buona
novella' e' che le misure nonviolente e ragionevoli sono piu' forti delle
armi. Effettivamente, con armi spirituali, la chiesa primitiva aveva
conquistato l'intero mondo romano".
*
Note
1. Questo era un capitolo che sarebbe apparso subito dopo in Semi di
contemplazione, anche se la versione del "Catholic Worker" conteneva del
materiale aggiuntivo, il cui testo e' incluso nella mia biografia di Merton,
Living with Wisdom (Orbis, Maryknoll, New York 1991), pp. 135-139.
2. Un libro che Merton stava facendo pubblicare a quel tempo, Breakthrough
to Peace: 12 Views of the Threat of Thermonuclear Extermination, lo diede
alle stampe, ma quando stava per essere pubblicato Merton non pote' essere
dichiarato da New Directions come curatore del libro. Ciononostante, la sua
introduzione fu pubblicata con il suo nome ed il libro conteneva anche uno
dei suoi saggi, "Pace: una responsabilita' religiosa", un testo simile al
primo capitolo de La pace nell'era post-cristiana.
3. Lettera a Jim Forest datata 29 aprile 1962. Il testo completo e' incluso
in The Hidden Ground of Love: The Letters of Thomas Merton on Religious
Experience and Social Concerns, pubblicato da William Shannon (Farrar,
Straus, Giroux, New York 1985) pp. 266-68. I riferimenti successivi saranno
citati come HGL.
4. Lettera a Jim Forest, 14 giugno 1962, HGL, pp. 268-69.
5. Vedi Michael Mott The Seven Mountains of Thomas Merton (Haughton Mifflin,
Boston 1984), p. 379, e la nota finale di Mott, n. 228, p. 623.
6. Nel capitolo "L'eredita' di Machiavelli".
7. Dopo la censura, quando pubblicava qualsiasi cosa sulla guerra e sulla
pace perfino in piccoli giornali, Merton non utilizzava piu' il suo nome. Un
pezzo nel "Catholic Worker" era firmato Benedict Monk. In un'altra
pubblicazione, forse "Commonweal", ricordo una lettera all'editore che
recava la firma Marco J. Frisbee.
8. Centro Thomas Merton, Bellarmine University, 2001 Newburg Road,
Louisville, KY 40205, sito: www.merton.org
9. Lettera a Jim Forest del 7 luglio 1962, HGL, p. 269.
10. Il contatto diretto di Merton con papa Giovanni era cominciato l'11
febbraio 1960, quando Merton aveva ricevuto un pacco dal Vaticano che
conteneva un fotoritratto firmata da papa Giovanni, insieme con una
benedizione per il noviziato. Rispondendo quel giorno stesso, Merton scrisse
a papa Giovanni di aver ricevuto il permesso di "iniziare, in maniera molto
discreta, un piccolo progetto di ritiro" rivolto a teologi, psichiatri,
scrittori ed artisti protestanti e cattolici; qualcosa nella linea che aveva
descritto nella sua lettera precedente a papa Giovanni, ma che si sarebbe
tenuto al Gethsemani anziche' in America Latina. "Il nostro scopo", scrisse
Merton, "e' quello di unire... vari gruppi di persone altamente qualificate
nel loro campo, che siano interessate alla vita spirituale, non importa in
quale aspetto, e che saranno in grado di trarre profitto da un contatto
informale, da un dialogo spirituale e culturale con dei contemplativi
cattolici". Una risposta non verbale alla lettera di Merton raggiunse il
Gethsemani l'11 aprile con la visita di Lorenzo Barbato, un architetto
veneziano, che era amico del pontefice. Barbato porto' a Merton un paramento
liturgico minuziosamente ricamato, una stola che era stata utilizzata da
papa Giovanni XXIII. Papa Giovanni voleva che la tenesse Merton. Non molto
tempo dopo, don James Fox ricevette una lettera dal cardinal Tardini,
segretario di stato vaticano, che esprimeva il particolare interesse che
papa Giovanni nutriva per i "ritiri con i protestanti, che frate Louis stava
organizzando a Nostra Signora del Gethsemani".
11. Gaudium et Spes, 51.
12. Lettera a Jim Forest, 26 aprile 1963, HGL, p. 274.
13. Thomas Merton, Turning Toward the World, I diari di Thomas Merton, vol.
4, 1960-'63 (Harper & Collins, New York 1996), passo del 10 maggio 1963, p.
317.
13bis. Gaudium et Spes, 80.
14. Nel capitolo "Si puo' scegliere la pace?".
15. Gaudium et Spes, 78.
16. Ibid., 79.
17. Ibid.
18. Le iniziali, opportunamente, davano l'acronimo "Mad". Il segretario
della difesa, Robert McNamara, defini' la distruzione reciprocamente
assicurata come la capacita' di eliminare il 25% della popolazione nemica ed
il 50% dell'industria.
19. Vedi il sito web del Bollettino degli scienziati nucleari:
www.thebulletin.org/issues/nukenotes/jf04nukenote.html
20. Nel capitolo "Si puo' scegliere la pace?".
21. Nel capitolo "La danza della morte".
22. Nel capitolo "Lavorando per la pace".
23. Nel capitolo "Si puo' scegliere la pace?".
24. Nel capitolo "La giustizia nella guerra moderna".
25. Nel capitolo "I problemi religiosi della guerra fredda".
26. Nel capitolo "Oltre l'Est e l'Ovest".

2. LIBRI. L'INDICE DE "LA PACE NELL'ERA POSTCRISTIANA" DI THOMAS MERTON
[Ringraziamo Guido Dotti (per contatti: guido.dotti at qiqajon.it) per averci
messo a disposizione anche l'indice del libro di Thomas Merton, La pace
nell'era postcristiana, Edizioni Qiqajon, Magnago 2005, pp. 292, euro 18.
Per richieste alla casa editrice: Edizioni Qiqajon, Comunita' di Bose, 13887
Magnano (Bi), tel. 015679264, fax: 015679290, e-mail: edizioni at qiqajon.it]

- Prefazione, di Jim Forest
- Introduzione: Il libro che mai fu, di Patricia A. Burton
- Nota dell'editore
1. Premessa. La pace: una responsabilita' religiosa
2. Si puo' scegliere la pace?
3. La danza della morte
4. Il cristiano come pacifista
5. La guerra in Origene e in sant'Agostino
6. L'eredita' di Machiavelli
7. La giustizia nella guerra moderna
8. I problemi religiosi della guerra fredda
9. I teologi e la difesa
10. Al lavoro per  la pace
11. Oltre l'Est e l'Ovest
12. La passivita' morale e l'attivismo demoniaco
13. Gli scienziati e la guerra nucleare
14. Rosso o morto? Anatomia di un cliche'
15. Le prospettive cristiane nella crisi mondiale
16. La coscienza cristiana e la difesa nazionale
17. La scelta cristiana
- Note

3. DOCUMENTAZIONE. HOWARD ZINN: SETTE PRINCIPI DELLA DISOBBEDIENZA CIVILE
[Da varie persone amiche riceviamo e diffondiamo questo intervento di Howard
Zinn apparso nel sito www.zmag.org
Ci corre l'obbligo di segnalare che a nostro modesto avviso, e dal nostro
peculiare punto di vista di persone amiche della nonviolenza, alcune delle
tesi (e delle argomentazioni) qui proposte sono piu' che discutibili e fin
inaccettabili, frutto di equivoci profondi e foriere di equivoci ulteriori
che possono avere conseguenze fin disastrose.
Howard Zinn, nato nel 1922, storico, docente universitario, saggista, e' una
delle voci piu' influenti del movimento pacifista statunitense e uno dei
piu' importanti storici radicali statunitensi; dopo aver partecipato alla
seconda guerra mondiale, ha conseguito il dottorato in storia alla Columbia
University e ha diretto il dipartimento di Storia dello Spelman College; le
sue numerose pubblicazioni e l'impegno politico hanno fatto di lui uno dei
nomi di riferimento del pacifismo negli Stati Uniti e gli sono valsi vari
riconoscimenti, tra cui lo "Eugene V. Debs Award" nel 1998; attualmente e'
professore emerito di scienza politica alla Boston University. Tra le opere
di Howard Zinn: Marx a Soho, Editori Riuniti, Roma 2001 (e' una piece
teatrale); Non in nostro nome, Il Saggiatore, Milano 2003; Disobbedienza e
democrazia, Il Saggiatore, Milano 2003; Storia del popolo americano, Il
Saggiatore, Milano 2005]

1. La disobbedienza civile e' la violazione deliberata, non indiscriminata,
della legge in nome di uno scopo sociale vitale. Diventa non solo
giustificabile ma anche necessaria quando sia in gioco un diritto umano
fondamentale, e quando i canali legali siano inadeguati per la sua garanzia.
Puo' avere forma di violazione di una legge ingiusta, di protesta contro una
condizione ingiusta, o di realizzazione simbolica di una legge o di una
condizione desiderabile. Che sia infine ritenuta legale, in nome del diritto
costituzionale o internazionale, o no, il suo scopo e' ridurre il divario
tra legge e giustizia, in un processo infinito di sviluppo della democrazia.
2. Non vi e' alcun valore sociale nel rispetto acritico della legge, non
piu' di quanto ve ne sia nella disobbedienza acritica. L'obbedienza a leggi
sbagliate, in quanto modo per inculcare un certo servilismo astratto
all'"ordine delle leggi", puo' soltanto incoraggiare le gia' forti tendenze
dei cittadini ad inchinarsi al potere dell'autorita', a desistere dal
tentativo di mettere in discussione lo status quo. Esaltare l'ordine delle
leggi come qualcosa di assoluto e' il marchio del totalitarismo, ed e'
possibile creare un'atmosfera totalitaria in una societa' che ha molti degli
attributi di una democrazia. Rivendicare il diritto dei cittadini alla
disobbedienza nei confronti di leggi ingiuste, ed il dovere di disobbedire a
leggi pericolose, e' la vera e propria essenza della democrazia, che assume
che il governo e le sue leggi non siano oggetti sacri ma strumenti al
servizio di certi fini: la vita, la liberta', la felicita'. Gli strumenti
sono discutibili e modificabili. I fini non lo sono.
3. La disobbedienza civile puo' richiedere la violazione di leggi che non
sono di per se' ingiuste, allo scopo di protestare su una questione
giudicata molto importante. In ogni caso, l'importanza della legge infranta
dovrebbe essere misurata rispetto all'importanza di quest'ultima. Una norma
del codice stradale, temporaneamente infranta, non e' altrettanto importante
della vita di un bimbo investito da un'auto; l'occupazione degli uffici
pubblici non lo e' quanto l'uccisione di civili in guerra; l'occupazione
illegale di un edificio non e' altrettanto ingiusta del razzismo in campo
educativo. Poiche' non solo delle leggi specifiche ma proprio le condizioni
generali possono essere insopportabili, delle leggi in se' non sbagliate
possono essere violate allo scopo di protestare.
4. Se un atto specifico di disobbedienza civile e' un atto di protesta
moralmente giustificabile, ne consegue che l'incarcerazione di coloro che
l'hanno compiuto e' ingiusta e dovrebbe essere esplicitamente contrastata e
contestata. Chi protesta non deve accettare la condanna piu' di quanto
rispettasse la regola infranta. Possono esserci casi in cui le persone
coinvolte nella protesta possono decidere di andare in galera come ulteriore
atto di protesta, per rendere piu' forte la denuncia dell'ingiustizia per i
loro concittadini, ma questo e' diverso dal dire che l'andare in galera
faccia parte di una regola collegata alla disobbedienza civile. Il punto
decisivo e' che lo spirito di protesta dovrebbe essere mantenuto comunque,
che si finisca in galera o si sfugga all'arresto. Accettare la prigione come
atto di "penitenza" in ottemperanza alle "regole" costituisce un improvviso
cedere allo spirito del servilismo, uno sminuire la serieta' della protesta.
5. Coloro che si dedicano alla disobbedienza civile dovrebbero scegliere
tattiche il piu' possibile nonviolente, in accordo con l'efficacia della
loro protesta e con l'importanza della questione. Deve esistere una
relazione ragionevole tra il grado di "disordine" ed il significato della
questione in ballo. La distinzione tra danni alle persone e danni a cose
dovrebbe essere capitale. Le tattiche rivolte contro la proprieta'
potrebbero includere (ancora una volta, in dipendenza dell'efficacia e della
questione): deprezzamento (per esempio nel boicottaggio), danneggiamenti,
occupazione temporanea, esproprio. Ad ogni modo, la forza impegnata in un
atto di disobbedienza civile dovrebbe essere chiaramente e selettivamente
rivolta contro l'oggetto di protesta.
6. Il grado di disordine nella disobbedienza civile non dovrebbe essere
misurato rispetto ad una falsa "pace" esistenze allo status quo, ma rispetto
al disordine ed alla violenza reali che sono parte della vita quotidiana,
apertamente espressa sul piano internazionale nelle guerre ma nascosta su
quello locale dietro la facciata dell'"ordine", che oscura l'ingiustizia
della societa' contemporanea.
7. In questo ragionamento sulla disobbedienza civile, non dobbiamo
dimenticare che i nostri interessi sono diversi da quelli dello stato e che
non dobbiamo lasciare che gli agenti dello stato ci convincano del
contrario. Lo stato vuole il potere, l'influenza, la ricchezza, in quanto
fini in se stessi. Gli individui vogliono la salute, la pace, l'attivita'
creativa, l'amore. Lo stato, grazie al potere e alla ricchezza che possiede,
non manca di portavoce che sostengono i suoi interessi. Cio' significa che i
cittadini devono comprendere la necessita' di pensare ed agire per conto
proprio o in accordo con i propri compagni.

4. LIBRI. MARIA G. DI RIENZO PRESENTA "FERMARE ORA LA PROSSIMA GUERRA" A
CURA DI MEDEA BENJAMIN E JODIE EVANS
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per la
seguente segnalazione libraria. Maria G. Di Rienzo e' una delle principali
collaboratrici di questo foglio; prestigiosa intellettuale femminista,
saggista, giornalista, regista teatrale e commediografa, formatrice, ha
svolto rilevanti ricerche storiche sulle donne italiane per conto del
Dipartimento di Storia Economica dell'Universita' di Sidney (Australia); e'
impegnata nel movimento delle donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze
di solidarieta' e in difesa dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza.
Tra le opere di Maria G. Di Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne
disarmanti, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura
di), Senza velo. Donne nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra
Moenia, Napoli 2005]

E' uscito per la casa editrice Inner Ocean Publishing il libro a cura di
Medea Benjamin e Jodie Evans, Stop the Next War Now: Effective Responses to
Violence and Terrorism (Fermare ora la prossima guerra: risposte efficaci
alla violenza ed al terrorismo).
Medea Benjamin e' fondatrice e direttrice di Global Exchange e co-fondatrice
del gruppo pacifista femminista "Codepink", vive a S. Francisco.
Jodie Evans, co-fondatrice di "Codepink" ed attivista per il cambiamento
sociale da trenta anni, vive a Los Angeles.
Stop the Next War Now ha una presentazione di Arundhati Roy ed
un'introduzione di Alice Walker. Fra le donne che hanno contribuito con i
loro testi ci sono: Cindy Sheehan, Eve Ensler, Barbara Lee, Granny D,
Cynthia McKinney, Arianna Huffington, Katrina Vandenheuvel, Helen Thomas.
La presentazione della casa editrice recita: "Come possiamo umanizzarci l'un
l'altro ed agire come cittadini globali responsabili? Stop the Next War Now,
curato da due note attiviste per la pace come Medea Benjamin e Jodie Evans,
ha lo scopo di educare e riflettere sull'efficacia delle attivita' del
movimento per la pace, ed offre speranza condividendo idee, passi per
l'azione, pratiche che favoriscono la transizione da una cultura di violenza
ad una cultura di pace".

5. RIEDIZIONI. ROSA LUXEMBURG: RIFORMA SOCIALE O RIVOLUZIONE?
Rosa Luxemburg, Riforma sociale o rivoluzione?, Edizioni Alegre, Roma 2005,
suppl. al quotidiano "Liberazione", pp. 128, euro 2,90. Il notissimo
opuscolo luxemburghiano di polemica con Eduard Bernstein del 1899 (ma parte
degli articoli ivi raccolti risale al 1898), con una prefazione di Rina
Gagliardi. La traduzione italiana utilizzata e' quella che si trova anche in
Rosa Luxemburg, Scritti politici, Editori Riuniti, Roma 1967, 1976, cui si
rinvia per la pregevolissima introduzione di Lelio Basso; segnaliamo
altresi' la traduzione (che presenta anche le varianti tra la prima e la
seconda edizione, e reca un utile apparato di note) nel volume curato da
Luciano Amodio, Rosa Luxemburg, Scritti scelti, Einaudi, Torino 1975, 1976.

==============================
LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 49 del 27 novembre 2005

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