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La nonviolenza e' in cammino. 1130



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1130 del 30 novembre 2005

Sommario di questo numero:
1. Nicoletta Crocella: Non e' successo niente, solo una donna uccisa
2. Lea Melandri: I troppi silenzi dietro l'aborto
3. Eduardo Galeano: Oggetti proibiti
4. Giulio Vittorangeli: I privilegi, la cecita'
5. Antonella Anedda presenta "La letteratura e l'inquietudine dell'assoluto"
di Jean-Pierre Jossua
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. NICOLETTA CROCELLA: NON E' SUCCESSO NIENTE, SOLO UNA DONNA
UCCISA
[Ringraziamo Nicoletta Crocella (per contatti: stellecadenti at tiscali.it) per
questo intervento. Nicoletta Crocella, poetessa, artista, operatrice
culturale, e' impegnata nell'associazione "Stelle cadenti" e nella casa
editrice omonima. Tra i suoi libri segnaliamo particolarmente Attraverso il
silenzio, Stelle Cadenti, Bassano in Teverina (Vt) 2000; Icone, Stelle
Cadenti, Bassano in Teverina (Vt) 2002]

25 novembre: giornata contro la violenza sulle donne. Non e' successo
niente, pressoche' nessuno ne ha parlato, soltanto un accenno in televisione
a tarda sera, e poi sempre in tarda serata, un accenno a commento
dell'aggressione alla giovane bolognese.
Ebbene si', la violenza sulle donne non fa notizia, non interessa e non
scuote le persone; l'omicidio di una ragazza perseguitata da anni dal suo
attuale assassino ottiene qualche commento accorato, ma nella percezione
comune non e' un segno eclatante del problema.
La violenza sulle donne viene sottovalutata, per questo puo' succedere che
le minacce di un maniaco non vengano prese nella giusta considerazione e non
gli venga impedito di nuocere; per questo le urla della ragazza di Bologna
non sono state raccolte: se fosse stata una lite con il marito o il
fidanzato, vuoi intrometterti? Fermare la macchina da cui hai assistito alle
sue invocazioni? Per andare ad interferire, rischiare magari di farti male
per qualche cosa che non sai con chiarezza che cosa e'?
Perche' la violenza non fa orrore di per se', non va impedita comunque, non
va fermata quando si manifesta neppure in forme eclatanti, ma va sempre
circostanziata, diminuita, compresa... L'emarginazione del violento, che
sfoga sulla ragazza di turno le sue frustrazioni, la volonta' della donna di
essere libera, di andare dappertutto, di parlare, decidere di se', che
provoca insicurezza e reazione in quel fragile essere pieno di muscoli e
senza amore e cervello che ci vive accanto... Cosi' ci troviamo ancora ad
urlare sulla violenza agita fisicamente, macroscopica, eclatante, e
rischiamo di non denunciarne il nodo di base: l'idea che la donna esiste e
si muove non in funzione di se', ma in funzione dell'uomo, della societa',
della famiglia, e che quindi comportamenti che si discostano dalla richiesta
possono giustificare una reazione.
Certo, nessun uomo decente della nostra societa' ammettera' mai che anche
lui si aspetta che la donna sia il suo sostegno, se non in un contesto di
reciprocita', ma c'e' una percezione profonda per cui il sottrarsi della
donna in qualsiasi forma e' una colpa.
Ne e' prova il fatto che la prima causa di mortalita' tra le donne dai 15 ai
45 anni nei paesi occidentali non sono le malattie, gli incidenti stradali,
le guerre, ma la violenza subita in casa, da un compagno, un marito, un
fidanzato deluso o abbandonato, da un uomo geloso ed incapace di reggere
l'impossibilita' di piegare a se', ai propri desideri la donna con cui vive.
Sapendola egoista e non disponibile ad essere sempre oblativa, accogliente,
dolce, materna, la societa' degli uomini, e delle donne conniventi, si
inventa i mille modi per regolare e contenere il  femminile che e' sentito
come potente e sfuggente, cosi' la fecondazione assistita diviene una cosa
di uomini e dottori, e l'aborto legale deve contenere nelle procedure e
nelle metodologie abbastanza sofferenza, colpevolizzazione, da renderlo
sicuramente doloroso e traumatizzante.
E chi difende l'attuale legge 194 si preoccupa di sottolineare sempre che
l'aborto e' un trauma, una tragedia per la donna che lo decide, e quindi non
e' necessario aggiungervi altre difficolta'. Si sostiene che i consultori,
stanchi eredi di un momento alto dell'agire politico delle donne, servono
per non lasciare sola la donna nella sua decisione. E per non lasciarla
sola, tutti affermando di non voler mettere in discussione la legge, ma di
attuarla, offrono la loro ricetta, che consiste nell'inserire, accanto a
figure professionali che gia' esaminano con le donne motivazioni e
possibilita', la presenza obbligatoria di volontari di vario genere,
"movimento per la vita", ovviamente, e perche' no un prete, un imam, e chi
altri? La scelta della donna non sembra poter essere orientata dai suoi
bisogni e dalla sua volonta', ma deve essere guidata dalla sua religione,
dalla volonta' di un gruppo che dichiaratamente e' contro ogni liberta' di
scelta.
E poi, si sottolinea, abbiamo bisogno di bambini, queste devono smetterla di
essere cosi' egoiste, devono fare piu' figli. Siamo tornate indietro, voci
gia' sentite e rifiutate, gia' smascherate, che ritornano pervicacemente e
senza vergogna a dichiarare  cio' che continuano a pensare: le donne non
esistono per se', non possono relazionarsi serenamente con la volonta' e la
possibilita' in una dato momento della loro vita di essere o non essere
madri, ma devono sottostare a regolamenti, limiti e pressioni.
Se pero' si tratta di salvare qualche embrione congelato, allora si puo'
pensare di utilizzare anche le donne single, senza un guardiano, purche'
facciano il figlio che se no potrebbe non nascere... Il sacro embrione
diviene cosi' la misura della norma e della sua trasgressione, sempre decisa
ed agita da altri...

2. RIFLESSIONE. LEA MELANDRI: I TROPPI SILENZI DIETRO L'ABORTO
[Dal sito del quotidiano "Liberazione" (www.liberazione.it) riprendiamo
questo intervento di Lea Melandri del 28 novembre 2005. Lea Melandri, nata
nel 1941, acutissima intellettuale, fine saggista, redattrice della rivista
"L'erba voglio" (1971-1975), direttrice della rivista "Lapis", e' impegnata
nel movimento femminista e nella riflessione teorica delle donne. Opere di
Lea Melandri: segnaliamo particolarmente L'infamia originaria, L'erba
voglio, Milano 1977, poi Manifestolibri, Roma 1997. Cfr. anche Come nasce il
sogno d'amore, Rizzoli, Milano 1988; Lo strabismo della memoria, La
Tartaruga, Milano 1991; La mappa del cuore, Rubbettino, Soveria Mannelli
1992; Migliaia di foglietti, Moby Dick 1996. Dal sito
www.universitadelledonne.it riprendiamo la seguente scheda: "Lea Melandri ha
insegnato in vari ordini di scuole e nei corsi per adulti. Attualmente tiene
corsi presso l'Associazione per una Libera Universita' delle Donne di
Milano, di cui e' stata promotrice insieme ad altre fin dal 1987. E' stata
redattrice, insieme allo psicanalista Elvio Fachinelli, della rivista L'erba
voglio (1971-1978), di cui ha curato l'antologia: L'erba voglio. Il
desiderio dissidente, Baldini & Castoldi 1998. Ha preso parte attiva al
movimento delle donne negli anni '70 e di questa ricerca sulla problematica
dei sessi, che continua fino ad oggi, sono testimonianza le pubblicazioni:
L'infamia originaria, edizioni L'erba voglio 1977 (Manifestolibri 1997);
Come nasce il sogno d'amore, Rizzoli 1988 ( ristampato da Bollati
Boringhieri, 2002); Lo strabismo della memoria, La Tartaruga edizioni 1991;
La mappa del cuore, Rubbettino 1992; Migliaia di foglietti, Moby Dick 1996;
Una visceralita' indicibile. La pratica dell'inconscio nel movimento delle
donne degli anni Settanta, Fondazione Badaracco, Franco Angeli editore 2000;
Le passioni del corpo. La vicenda dei sessi tra origine e storia, Bollati
Boringhieri 2001. Ha tenuto rubriche di posta su diversi giornali: 'Ragazza
In', 'Noi donne', 'Extra Manifesto', 'L'Unita''. Collaboratrice della
rivista 'Carnet' e di altre testate, ha diretto, dal 1987 al 1997, la
rivista 'Lapis. Percorsi della riflessione femminile', di cui ha curato,
insieme ad altre, l'antologia Lapis. Sezione aurea di una rivista,
Manifestolibri 1998. Nel sito dell'Universita' delle donne scrive per le
rubriche 'Pensiamoci' e 'Femminismi'"]

Dell'aborto e delle questioni legate alla maternita' - legge 194, pillola
abortiva, consultori e movimento per la vita, adozione degli embrioni -
parlano oggi all'impazzata le massime autorita' della Chiesa, dello Stato,
della medicina, della giurisprudenza, della cultura e dell'informazione.
Tacciono le dirette interessate, le donne che si sono gia' trovate o che
potrebbero trovarsi nella condizione di dover rinunciare a una maternita' e
quelle che, pur non avendo mai abortito o non avendo piu' questo problema,
ritengono comunque di dover sostenere la scelta delle proprie simili.
Piu' le voci si alzano, da destra e da sinistra, in nome di Dio o della
laicita' calpestata, per rispetto di una "natura" immodificabile o della
liberta' delle donne di disporre del proprio corpo, piu' si allarga la zona
d'ombra e di silenzio in cui va a cadere un'esperienza di vita e di
relazione tra gli esseri umani che non a caso suscita un interesse cosi'
esteso, un cosi' impellente bisogno di definire limiti, concessioni e
divieti.
Nel momento in cui il loro corpo, e le traversie che l'accompagnano, diventa
"pubblico", le donne spariscono dalla scena, come se si fosse concluso un
millenario esilio nell'unica ricomposizione prevista dalle polarizzazioni
della storia, tra maschile e femminile, cultura e natura, privato e
pubblico, ecc., e cioe' l'assorbimento del diverso, dell'anomalo, del
minaccioso, dentro l'orizzonte del sesso che ha imposto il suo dominio, e
quindi il suo modello di civilta'.
*
Ma come capita quando si e' troppo assuefatti al rumore, e' il silenzio che
finisce per sorprenderci e per farsi ascoltare.
E allora viene immediata la domanda: perche' le donne tacciono?
Perche', anche quando parlano, e' cosi' impercettibile la consapevolezza che
dovrebbe distinguerle dallo sguardo oggettivante con cui la scienza, la
politica, la cultura in generale, hanno guardato alla loro vita, natura
senza storia, umanita' minore da sottomettere o da proteggere?
Perche' appaiono cosi' lontane, perse nel mito di una stagione senza
ritorno, le appassionate discussioni che portarono all'approvazione della
legge 194, le testimonianze di esperienze vissute, rese nei luoghi meno
protetti dalla riservatezza, come le assemblee e le manifestazioni?
Ma, soprattutto, per quale inspiegabile ottenebramento, o rimozione, si
parla dell'aborto come se le donne si mettessero incinte da sole, e per
leggerezza o sadismo decidessero poi di sgravarsi di quel peso?
Che si chieda a gran voce la loro ribellione, come ha fatto qualche illustre
ginecologo, che si pretenda il rispetto della loro sofferta decisione, che
si sostenga il diritto all'autodeterminazione in fatto di maternita', si
tratta pur sempre di proclami che parlano di un soggetto considerato di per
se stesso debole, bisognoso di tutela e di rappresentanza, e, soprattutto,
di un soggetto che porta in solitudine quel potere e quella condanna che e'
la capacita' biologica di fare figli.
*
Maternita' e aborto sono, senza ombra di dubbio, legate a un modello di
sessualita' penetrativa e generativa, contrassegnata, all'interno del
dominio storico dell'uomo, da un carico di violenza materiale e psicologica
che non accenna a diminuire neppure in presenza di culture altamente
civilizzate.
Come scrisse Carla Lonzi, in uno dei brevi saggi di Rivolta femminile del
1971, "la donna gode di una sessualita' esterna alla vagina, dunque tale da
poter essere affermata senza rischiare il concepimento. L'uomo sa che il suo
orgasmo nella vagina la donna lo accoglie piu' o meno coinvolta emotivamente
e fisiologicamente, sa che in conseguenza di questo la donna puo' restare
incinta... ugualmente l'uomo fa l'amore come un rito della virilita' e alla
donna accade di restare feconda nel momento stesso in cui le viene sottratto
il suo specifico godimento sessuale".
Non ci sono anticoncezionali ne' politiche famigliari che riescano a
impedire a un atto d'amore di trasformarsi nella realta' drammatica di una
gravidanza non voluta. Se va salvaguardata la scelta della donna di poterla
interrompere senza incorrere in sanzioni penali, non bisogna tuttavia
dimenticare la limitatissima liberta' che sembra ancora esserci nel rapporto
piu' intimo tra i sessi, sia che essa derivi da antica soggezione, ignoranza
del proprio piacere, esitazione a esigerlo da parte femminile, oppure da
violenza sessuale manifesta da parte dell'uomo.
Limitarsi ad affermare il primato della donna nella procreazione, il diritto
a decidere su una vicenda che trasforma non solo il suo corpo, ma la sua
vita intera, tanto piu' quanto piu' "naturale" si continua a ritenere la
cura materna dei figli (oltre che di mariti, genitori, suoceri, ecc.), vuol
dire mettere al centro della scena pubblica, dello Stato e delle sue leggi,
i due protagonisti dell'origine, la madre e il figlio, e sfocare fino a
farlo sparire in una nuova rimozione quel rapporto uomo-donna che i
movimenti femministi del Novecento hanno portato faticosamente alla
coscienza storica. Ma significa anche, purtroppo, offrire un'occasione
facile alla misoginia di ogni tipo, e alle paure infantili piu' profonde di
ogni individuo, per affermare il diritto del bambino a nascere, sulla base
di quel gioco di identificazioni che agiscono quasi sempre inconsapevolmente
e in modo diverso nella vita di ognuno.
*
La svolta che le forze conservatrici, incoraggiate e sostenute, non solo nel
nostro paese, dal rinnovato interessamento della Chiesa per questioni che
spetterebbero allo Stato, persegue in modo esplicito la volonta' di
affermarsi sul terreno che la cultura laica ha esitato a far proprio,
nonostante sia stata in tempi non lontani attraversata da movimenti che ne
hanno fatto il centro delle loro pratiche politiche.
Tra i "valori" su cui le destre, cattoliche e ateisticamente devote,
intendono impostare la loro campagna elettorale, campeggia, come gia' si
puo' vedere, il corpo femminile, il suo "naturale" destino di continuazione
della specie, di negazione di se' per il bene dell'altro, di cerniera
immobile tra la famiglia e la societa', di urna domestica depositaria di
tutte le virtu' che vengono sistematicamente disattese dalla vita pubblica.
Se ci fa orrore e ci riempie di indignazione che i piu' accesi sostenitori
della guerra e della superiorita' dell'Occidente siano anche gli zelanti San
Cristoforo ansiosi di traghettare neonati fuori dalle infide acque materne,
dobbiamo anche chiederci se, opposto e speculare a questo atteggiamento, non
sia la difesa a oltranza della donna "vittima", l'insistenza sulla figura
materna e sull'aborto come "questione femminile", anziche' portare
l'attenzione, come sarebbe logico, alla forma che ha preso storicamente il
rapporto tra i sessi.

3. RIFLESSIONE. EDUARDO GALEANO: OGGETTI PROIBITI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 26 novembre 2005. Eduardo Galeano e' nato
nel 1940 a Montevideo (Uruguay); giornalista e scrittore, nel 1973 in
seguito al colpo di stato militare e' stato imprigionato e poi espulso dal
suo paese; ha vissuto lungamente in esilio fino alla caduta della dittatura.
Dotato di una scrittura nitida, pungente, vivacissima, e' un intellettuale
fortemente impegnato nella lotta per i diritti umani e dei popoli. Tra le
sue opere, fondamentali sono: Le vene aperte dell'America Latina,
recentemente ripubblicato da Sperling & Kupfer, Milano; Memoria del fuoco,
Sansoni, Firenze; il recente A testa in giu', Sperling & Kupfer, Milano. Tra
gli altri suoi libri editi in italiano: Guatemala, una rivoluzione in lingua
maya, Laterza, Bari; Voci da un mondo in rivolta, Dedalo, Bari; La conquista
che non scopri' l'America, Manifestolibri, Roma; Las palabras andantes,
Mondadori, Milano]

La sera del 2 novembre 2005, Helena Villagra ed io abbiamo dovuto fare scalo
all'aeroporto di Miami. Venivamo dall'Honduras, El Salvador e il Messico.
All'uscita dall'aeroporto di Citta' del Messico, le nostre quattro valigie
sono state accuratamente perquisite, di fronte ai nostri occhi, da mani coi
guanti che le hanno frugate in ogni angolo e le hanno poi spedite a
Montevideo.
Fin qui passi, ma la cosa non finiva li'. Subito dopo ci attendeva la
coincidenza con l'altro volo a Miami. Siamo stati la' per circa quaranta
minuti, che, nell'insieme, ci sono voluti per percorrere la via crucis delle
code, dei questionari, delle domande, delle impronte digitali, delle foto e
dello strip-tease precedente all'imbarco. Ore dopo, alla fine del viaggio,
abbiamo scoperto che due delle nostre valigie erano state profanate. Di una
era sparito il lucchetto. Nell'altra era stata rotta la chiusura di
sicurezza.
Dentro, grazie a Bush, abbiamo trovato una spiegazione. La profanazione era
avvenuta a Miami. "Oggetti proibiti": ecco di cosa si trattava. Dentro ad
ogni valigia c'era un avviso della Amministrazione della Sicurezza del
Trasporto degli Stati Uniti, che ci diceva: "La vostra valigia e' stata
scelta per un'ispezione. Nel corso dell'ispezione la valigia e il suo
contenuto possono essere stati perquisiti alla ricerca di oggetti proibiti",
e aveva la gentilezza di ringraziare: "Vi siamo molto grati per la vostra
comprensione e collaborazione".
Helena ha la fortunata o disgraziata abitudine di vedere la realta' prima
che accada. La vede nel sonno. L'ha vista addormentata, un po' prima che le
nostre valigie subissero questo attacco da parte della curiosita' ufficiale.
Ci ha visto in un aeroporto, in fila, obbligati a far passare i nostri
cuscini attraverso una macchina. La macchina leggeva, nei cuscini, i sogni
che avevamo sognato. Era una macchina preposta a identificare i sogni
pericolosi per l'ordine pubblico.
*
Che cosa hanno trovato gli agenti della sicurezza che hanno aperto le nostre
valigie? Ho paura che non siano sembrate sospettose per quel che portavano,
bensi' per quel che non portavano. Le valigie non contenevano armi di
distruzione di massa. Per questo meritavano di essere invase, come l'Iraq.
Per giunta, li' dentro non c'era nemmeno un oggetto di quelli che non solo
non sono proibiti, ma che sono raccomandabili, e persino imprescindibili,
nella borsa di una donna e nel bagaglio di un uomo.
C'erano molti libri, ma fra loro non figurava la raccolta completa dei
discorsi del presidente del pianeta, che fin dai suoi primi discorsi in
Texas si e' distinto per la sua prosa raffinata, il suo fervore mistico, la
sua trasparente onesta' e il suo involontario senso dell'umorismo.
Gli agenti non hanno trovato fra le nostre carte nessun contratto di lavoro
dello stile di quelli dell'impresa WalMart, modello universale del successo,
che proibisce i sindacati e altre scocciature nemiche della produttivita'
operaia.
Non hanno trovato nessun documento dei saggi esperti internazionali capaci
di dimostrare che perfino la pioggia dev'essere privatizzata, come accadde
in Bolivia finche' il popolo non la de-privatizzo'.
Non avevamo dietro nessun contratto di libero commercio, di quelli che detta
il paese onnipotente che non si e' mai sognato di praticare, ne' pratica,
una cosa del genere.
Non avevamo dietro nemmeno picanas elettriche ne' altri strumenti di tortura
necessari per gli interrogatori che quel paese ha praticato e continua a
praticare per promuovere la liberta' d'espressione.
Nelle nostre valigie non c'erano vassoi di MacDonald's ne' di Burger King,
ne' di nessun'altra impresa dedita alla nobile missione di lottare contro la
fame moltiplicando gli obesi.
Non c'era nemmeno un'automobile, fatto che deve aver stupito in un paese
dove perfino i bebe' hanno la patente e, dalla nascita, possono intossicare
l'atmosfera senza che la parola Kyoto suoni minimamente alle loro orecchie.
Era anche significativa l'assenza di semi transgenici, di quelli che stanno
trasformando i contadini del mondo in felici funzionari dell'impresa
Monsanto.
E non meno significativa era l'assenza della stampa transgenica, i cui
transgenici giornalisti chiamano catastrofi naturali i quotidiani atti di
terrorismo della societa' dei consumi.
*
Noi eravamo appena stati inseguiti dagli uragani. Eravamo stati in alcuni
dei paesi piu' colpiti da queste follie, cicloni, siccita', inondazioni,
sempre piu' frequenti e piu' feroci.
Che cos'hanno di naturale queste catastrofi ammazzapoveri? E' forse cosi'
perversa la natura? Pazza di per se'? Perversa o pazza? Non e' che stiamo
confondendo il boia con la vittima? E' la natura che avvelena l'aria,
intossica l'acqua, distrugge i boschi e fa diventar matto il clima?
In Honduras abbiamo visitato le rovine di Copan. Fu uno dei regni Maya
misteriosamente scomparsi sei secoli prima della conquista spagnola. O non
cosi' misteriosamente: gli studiosi tendono a ritenere, con sempre maggior
fondamento, che fu per colpa dei disastri ecologici. Almeno nel caso di
Copan e' chiaro che i boschi si erano ridotti a deserti che producevano
pietre al posto del mais. Questa storia non si sta forse ripetendo? Solo in
Honduras, lo sterminio avanza a un ritmo di settantacinquemila alberi al
giorno, secondo quanto denuncia il sacerdote Andres Tamayo, che vive al
servizio del cielo e della terra. Nelle Americhe, e in molti altri luoghi
del mondo, i boschi naturali, verdi feste della diversita', vengono
brutalmente ridotti al nulla, o a pascolo per il bestiame, o diventano falsi
boschi industriali che rinsecchiscono la terra.
Non possiamo guardarci allo specchio dei tempi che furono? Non sara' che la
memoria e' un oggetto proibito?
Secondo gli esperti il disastro del ciclone Stan nel Chiapas avrebbe potuto
ridursi della meta', se quella regione fosse stata ancora difesa dai suoi
boschi. A Cancun, dove Wilma non ha lasciato niente in piedi e ha svuotato
di sabbia le spiagge, gli immensi complessi alberghieri dell'industria
turistica avevano distrutto le dune e le zone litoranee dove crescono le
mangrovie che proteggevano quelle coste.
*
E gli altri uragani? Quei vortici inarrestabili che trascinano con se'
popolazioni disperate da Sud verso Nord, sono forse catastrofi naturali? A
Tegucigalpa, a San Salvador, a Oaxaca, abbiamo visto lunghe file di donne
scalze, cariche di bambini, venute da villaggi lontani, davanti alle agenzie
di spedizione. Aspettavano il denaro inviato, dagli Stati Uniti, dal marito,
dal fratello o dal figlio.
Le disgrazie si travestono da fatalita' del destino e dicono di essere
naturali. E' naturale che un paese condanni i suoi figli piu' poveri a
mettere in gioco la propria vita e a rincorrere la speranza al prezzo
dell'umiliazione e dello sradicamento?
In tutta l'America Latina, i filantropi del Fondo Monetario e della Banca
Mondiale hanno moltiplicato le esportazioni... di carne umana.
Emigranti o espulsi? Molti di coloro che se ne sono andati, i cosiddetti
boatpeople, cadono per strada, a causa della sete o delle pallottole, o
ritornano mutilati nei loro villaggi d'origine. Coloro che sopravvivono e
arrivano alla terra promessa, si sfiancano lavorando in qualche modo e in
quel che trovano, giorno e notte, perche' laggiu', nel paese che li ha
espulsi, sopravvivano le loro famiglie private della terra e del cibo. Una
dura odissea.
Anche loro sono oggetti proibiti.

4. RIFLESSIONE. GIULIO VITTORANGELI: I PRIVILEGI, LA CECITA'
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento. Giulio Vittorangeli e' uno dei fondamentali collaboratori
di questo notiziario; nato a Tuscania (Vt) il 18 dicembre 1953, impegnato da
sempre nei movimenti della sinistra di base e alternativa, ecopacifisti e di
solidarieta' internazionale, con una lucidita' di pensiero e un rigore di
condotta impareggiabili; e' il responsabile dell'Associazione
Italia-Nicaragua di Viterbo, ha promosso numerosi convegni ed occasioni di
studio e confronto, ed e' impegnato in rilevanti progetti di solidarieta'
concreta; ha costantemente svolto anche un'alacre attivita' di costruzione
di occasioni di incontro, coordinamento, riflessione e lavoro comune tra
soggetti diversi impegnati per la pace, la solidarieta', i diritti umani. Ha
svolto altresi' un'intensa attivita' pubblicistica di documentazione e
riflessione, dispersa in riviste ed atti di convegni; suoi rilevanti
interventi sono negli atti di diversi convegni; tra i convegni da lui
promossi ed introdotti di cui sono stati pubblicati gli atti segnaliamo, tra
altri di non minor rilevanza: Silvia, Gabriella e le altre, Viterbo, ottobre
1995; Innamorati della liberta', liberi di innamorarsi. Ernesto Che Guevara,
la storia e la memoria, Viterbo, gennaio 1996; Oscar Romero e il suo popolo,
Viterbo, marzo 1996; Il Centroamerica desaparecido, Celleno, luglio 1996;
Primo Levi, testimone della dignita' umana, Bolsena, maggio 1998; La
solidarieta' nell'era della globalizzazione, Celleno, luglio 1998; I
movimenti ecopacifisti e della solidarieta' da soggetto culturale a soggetto
politico, Viterbo, ottobre 1998; Rosa Luxemburg, una donna straordinaria,
una grande personalita' politica, Viterbo, maggio 1999; Nicaragua: tra
neoliberismo e catastrofi naturali, Celleno, luglio 1999; La sfida della
solidarieta' internazionale nell'epoca della globalizzazione, Celleno,
luglio 2000; Ripensiamo la solidarieta' internazionale, Celleno, luglio
2001; America Latina: il continente insubordinato, Viterbo, marzo 2003. Per
anni ha curato una rubrica di politica internazionale e sui temi della
solidarieta' sul settimanale viterbese "Sotto Voce" (periodico che ha
cessato le pubblicazioni nel 1997). Cura il notiziario "Quelli che
solidarieta'"]

Noi che ogni giorno osserviamo l'insopportabile, diretto e sfrontato,
intervento del Vaticano nella politica italiana, con forme se non di
fondamentalismo certo di oscurantismo, di chi pensa di detenere la verita'
rivelata e cerca di imporla a tutto l'universo; e non vediamo chi possa
porre un limite all'invadenza ecclesiastica.
Noi che ogni giorno assistiamo sgomenti allo stravolgimento della
Costituzione nata dalla Resistenza; ultima in ordine di tempo la votazione
sulla devolution; e non vediamo chi possa porre un limite a questo perenne
stravolgimento.
Noi che ancora inorridiamo davanti ai quotidiani, tragici sbarchi degli
immigrati, con il loro carico di morti ad un passo dalle nostre coste;
mentre sullo sfondo restano gli assurdi "centri di permanenza temporanea"; e
non vediamo chi possa porre un limite a queste inutili crudelta'.
Noi che siamo contro la guerra, contro il proliferare degli attentati,
contro le stragi quotidiane in Iraq, i corpi bruciati dal fosforo, le
carceri segrete, le torture, ecc.; e non vediamo chi possa porre un fine a
questa guerra infinita.
Noi, in realta', ci stiamo assuefacendo a questi orrori; tanto che non
sollevano scandali o rivolta delle nostre coscienze. Noi ci assolviamo
dicendo che la colpa e' dei politici (con le dovute proporzioni), di governo
e di opposizione.
In realta', come ha scritto Raffaele K. Salinari: "Se la politica non
reagisce come vorremmo e' decisamente colpa nostra e non solo dei politici,
essi reagiscono solo all'opinione pubblica organizzata, ma l'evidenza che
ancora a sinistra ci siano divisioni sul come giudicare questi fatti
drammatici o addirittura sul come giustificarli, significa che l'impero ci
attraversa tutti e che, in fondo in fondo, anche la sinistra radicale teme
di perdere certi privilegi occidentali. Pensiamoci bene allora prima di
condannare o assolvere perche' stiamo facendo il processo a noi stessi".
Per tutto questo le cose sono piu' complicate di come sembrano a prima
vista, ed il nostro compito ben piu' arduo di come viene presentato da
facili slogan.
E' evidente che la prassi della guerra preventiva, da una parte, e i
processi di globalizzazione, dall'altra, domandano una seria ricerca per
coniugare in questo contesto il tema della pace, della nonviolenza e la
prassi della solidarieta' internazionale.
Perche' dobbiamo dirci con franchezza che non disponiamo, oggi come oggi, di
una teoria adeguata ai tempi e che li sappia interpretare.
Certo, mille economisti ci possono svelare questo o quel meccanismo;
altrettanti politologi e giuristi sapranno fare altrettanto per quanto di
loro competenza: ma una volta che avessimo letto tutto quel che c'e' da
leggere sul legame guerra e globalizzazione, ne avremmo davvero capito ogni
segreto?
Tutto cio' richiede un aggiornamento delle categorie con le quali abbiamo
letto il passato e che prende il via dal riconoscimento che dopo Auschwitz e
Hiroshima, nonviolenza, pace e solidarieta' internazionale sono necessita'
inscindibili, e nessuna giustificazione puo' essere messa avanti per guerre
e oppressione di popoli e persone.
Per tutto questo ci sta a cuore la critica del capitalismo, la possibilita'
di difendersi e di difendere, di liberarsi e di liberare dallo sfruttamento
e dall'oppressione. Per questo la nostra solidarieta' non e' elemosina, ma
ricerca di giustizia. Per questo davanti a un mondo che cambia in peggio
sotto i nostri occhi, noi continuiamo a guardarlo sempre con gli occhi degli
oppressi, di coloro che questo mondo vogliono cambiarlo in meglio.
Noi continuiamo a praticare la solidarieta' internazionale che coinvolge i
sentimenti, il cuore, la ragione; che assume la realta' delle persone, della
storia; svelando ingiustizie, violenze, disumanita'; che sollecita al
cambiamento delle persone, delle relazioni, della realta' storica, coinvolge
ed esprime parole e gesti perche' questo avvenga dentro la storia.

5. LIBRI. ANTONELLA ANEDDA PRESENTA "LA LETTERATURA E L'INQUIETUDINE
DELL'ASSOLUTO" DI JEAN-PIERRE JOSSUA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 25 novembre 2005.
Antonella Anedda, nata a Roma, laureata in storia dell'arte moderna, insegna
lingua francese all'Universita' di Arezzo; poetessa, narratrice, saggista,
traduttrice, collabora con varie riviste. Opere di Antonella Anedda:
Residenze invernali, Crocetti, 1992; Cosa sono gli anni, Fazi, 1997; Nomi
distanti, Empiria, 1998; La luce delle cose. Immagini e parole nella notte,
Feltrinelli, 2000; Notti di pace occidentale, Donzelli, 1999; Tre stazioni,
Lieto Colle, 2003; Il catalogo della gioia, Donzelli, 2003.
Dalla medesima fonte riportiamo anche la seguente scheda su Jean-Pierre
Jossua: "Nato da una famiglia di origine ebraica Jean-Pierre Jossua entro'
nell'ordine domenicano a ventidue anni. Da trentacinque anni analizza da
teologo la letteratura moderna e in particolare poeti agnostici come Nerval,
Reverdy, Jaccottet, Bonnefoy. Rettore dell'universita' domenicana Le
Saulchoir, tiene attualmente corsi di estetica al 'Centro Sevres'. Tra i
suoi numerosi volumi, i quattro della monumentale Pour une histoire
religieuse de l'experience litteraire (Parigi,1985-98), inoltre La
litterature et l'inquietude de l'absolu (Parigi, 2001, appena tradotto da
Diabasis con il titolo La letteratura e l'inquietudine dell'assoluto), e il
libro dedicato a Philippe Jaccottet, dal titolo Figures presentes, figures
absentes. Pour lire Philippe Jaccottet (Parigi, 2002). Inoltre, sono da
ricordare i cinque volumi del Diario teologico (1976-2001) e l'autobiografia
Une vie (Parigi, 2001). Una parte importante del lavoro di Jossua - il cui
filo comune e' la ricerca delle analogie tra i vincoli che incontrano tanto
i poeti quanto i teologi nel nominare il mistero e l'esperienza spirituale -
e' anche quella dedicata allo studio del vocabolario della transcendenza"
Dalla medesima fonte riprendiamo anche la seguente scheda su Cristina Campo,
alla cui figura ed opera questo articolo dedica una particolare attenzione
(anche muovendo dal recente libro di Margherita Pieracci Harwell, Cristina
Campo e i suoi amici, Edizioni Studium, Roma 2005): "Il suo vero nome era
Vittoria Guerrini, nacque a Bologna nel 1923 da una famiglia al tempo stesso
agiata e colta. Una affezione cardiaca le impedi' di frequentare la scuola,
ma ebbe una buona istruzione privata e studio' l'inglese e il tedesco sui
testi dei poeti, che comincio' a tradurre gia' tra il 1943 e il '44. Figura
schiva e umbratile, fu al centro di numerose relazioni con alcuni tra i
protagonisti dell'ambiente culturale fiorentino: fondamentale fu l'incontro
con Leone Traverso, che la introdusse allo studio di uno degli autori da lei
preferiti, Hugo von Hofmannsthal; mentre e' all'amicizia con Gianfranco
Draghi che dovette la scoperta di Simone Weil. In vita Cristina Campo - che
mori' nel 1977 - pubblico' in vita solo due libri: Fiaba e mistero (1962) e
Il flauto e il tappeto (1962). Quasi tutta la sua opera venne curata,
postuma, dall'amica Margherita Pieracci Harwell. Tra i suoi titoli, Lettere
a un amico lontano, Scheiwiller, 1989, Gli Imperdonabili, 1987, La tigre
assenza, 1991, Lettere a Mita, 1999, tutti pubblicati da Adelphi, come pure
lo studio che le ha dedicato Cristina De Stefano con il titolo Belinda e il
mostro, 2002"]

Mostrare la ricerca di assoluto in poeti e scrittori prevalentemente
agnostici fino a formulare l'ipotesi di una "teologia letteraria": e' questa
la sfida che Jean-Pierre Jossua, studioso domenicano di famiglia ebraica,
aveva gia' annunciato nella monumentale Pour une histoire religieuse de
l'experience litteraire e ora ribadisce nel libro La letteratura e
l'inquietudine dell'assoluto, recentemente pubblicato da Diabasis per la
cura di Antonio Spadaro e la traduzione di Maria Zanichelli.
L'ammissione di inquietudine permette liberta': la forza di interrogare
libri e autori nella maggior parte dei casi non credenti, senza mai cedere
alla tentazione di assimilarli o tanto meno di convertirli. Jossua riflette
ma non intellettualizza. La sua concezione di cultura risponde all'esigenza
di coltivare se stessi in quanto esseri umani, la sua predilezione va a una
fede non pacificata, ma anzi alimentata dai dubbi, la sua diffidenza verso
la categoria del sacro lo porta a non amare quegli autori come l'ultimo
Claudel che sottomettono l'esperienza creatrice a un'ideologia religiosa.
Davvero religiosa e' invece, ai suoi occhi, ogni esperienza in cui la
scrittura (la poesia piuttosto che la prosa) si pone come ostensione del
finito, come esposizione - secondo la definizione di Paul Celan - e non come
imposizione.
*
Dialogo tra due mondi distanti
Dubbio, limite, attesa, perdita sono allora i temi che percorrono l'intero
libro attraverso le figure di Miguel de Unamuno, Katherine Mansfield, Peter
Handke, Cristina Campo, Margherita Guidacci, Maria Luisa Spaziani e Philippe
Jaccottet. Autori diversissimi tra loro ma uniti da una stessa inquietudine,
da una tensione che tuttavia prescinde nella maggior parte dei casi dal
tradizionale linguaggio della fede.
Consapevole dei rischi che per un cristiano comportano le parole di una
letteratura profana, Jossua articola il proprio pensiero con rigore ma senza
mai perdere di vista la terra delle cose. Il suo obiettivo e' provare a
ridefinire il rapporto tra credenti e non credenti, cercando di far parlare
due mondi distanti, diversi, ma potenzialmente capaci di ascolto reciproco.
Per questo smantella i luoghi comuni sia della critica letteraria che della
teologia, alla ricerca invece di quei luoghi in comune, soprattutto nella
poesia, dove l'altezza sia data dalla semplicita' e la religiosita' da una
realta' profana "ma come illuminata dall'interno". Il titolo di uno dei
capitoli: "sacra conversazione tra poeti" commenta perfettamente quello che
Jossua intende dire, sia attraverso una citazione di Bonnefoy che attraverso
il linguaggio dell'iconologia: si puo' parlare di sacro perche' esiste la
conversazione, perche' anche attraverso il silenzio - come nel dialogo muto
tra le mani in Lorenzo Lotto o nel paesaggio in Giovanni Bellini - esiste
una realta' comune in cui presenze diverse comunicano a dispetto del tempo
in uno spazio creato dal loro stesso esserci, guardarsi, riconoscersi. Cosi'
La vita di don Chisciotte di Miguel de Unamuno e' lo specchio di
un'interiorita' commossa, mobile, comune, di una fede che e' prima di tutto
fiducia, "facolta' di ammirare e di fidarsi", di riconoscere nel volto
dell'altro lo spazio da percorrere per rintracciare la propria verita' piu'
profonda.
*
L'amore per le cose mortali
Cio' che interessa Jossua, come sottolinea Antonio Spadaro nell'introduzione
al libro, e' proprio "l'irraggiungibilita' dell'infinito attraverso il
dispiegarsi del finito". Sono infatti i limiti, i confini, le barriere che
con le loro incerte possibilita' di varchi, l'intermittenza delle luci, lo
struggimento delle attese rendono la realta' non un ostacolo ma una
promessa. In Don Chisciotte, del resto modello, per ammissione di
Dostoevskij, del Principe Myskin protagonista dell'Idiota, Jossua, vede la
gratuita' di chi ama senza calcolo, la generosita' e la follia di chi, per
usare le parole di Unamuno, "non spegne il lume per risparmiare il
lucignolo" e si spinge la' dove non vede, non comprende, obbedendo alla
parte piu' autentica, anche se meno comoda, di se stesso.
Jossua non esita invece a mostrare il suo distacco da una "religione
emotiva, estetica, venata da una sorta di sensualita' soprannaturale". Ama e
propone attraverso Baudelaire e Bonnefoy "l'amore per le cose mortali",
vedendo frammenti di verita' nel congedo, nello smarrimento,
nell'inquietudine appunto che segna il nostro essere finiti, nel nostro
essere sempre per ora solo sul ciglio di una porta. Una posizione coraggiosa
che vieta non solo ogni sentimentalismo, ma qualsiasi tentativo di
sacralizzare, ieraticizzare, allontanare la vita, fosse pure in nome della
bellezza.
E' questo tipo di abbassamento poetico e religioso che Jossua individua
nella poesia (e nella fede) dell'ultima Cristina Campo. Se infatti apprezza
alcune liriche giovanili meno compiute ma piu' forti, si ritrae invece da
poesie come Missa romana, a suo parere tanto esplicitamente cattoliche da
indebolire sia la religiosita' sia la forza poetica dei testi.
*
Della bellezza come rischio
Ridondanza e raffinatezza, esaltazione per la liturgia e la bellezza
formale, predilezione per un Dio persecutore e apocalittico fanno
dell'ultima Campo l'esempio da non seguire di un cristianesimo che insiste
sull'astensione e la proibizione, di un'ansia di perfezione che puo'
diventare amarezza, di una difesa della tradizione che s'irrigidisce in
polemica, dell'ossessione per un'assenza che diventa distruzione. Con
rimpianto, Jossua nota come citare la mistica e San Giovanni della Croce non
impedisca all'ultima Campo di allontanarsi da quella materia sonora che e'
invece la realta', l'umanita' della poesia. L'autrice che apprezza e' la
lettrice consapevole del pericolo della bellezza come rischio, come "spada a
doppio taglio", la scrittrice appassionata che scrive a William Carlos
Williams per sottoporgli le sue traduzioni, la studiosa radicata
nell'attenzione e vicina al pensiero di Simone Weil, tradotta e condivisa
con il filosofo veneziano Andrea Emo. E' l'immagine che affiora dal volume
curato da Margherita Pieracci Harwell dal titolo: Cristina Campo e i suoi
amici (Edizioni Studium, 2005). In questo libro fatto di echi e lettere, di
memorie e dialoghi tessuti con uguale intensita' tra vivi e morti forse si
puo' rintracciare la parte piu' autentica e inquieta dell'opera di Cristina
Campo, sicuramente quella piu' libera da condizionamenti ma anche piu'
drammaticamente tesa a restituire nella propria opera, soprattutto critica,
il respiro dell'opera altrui.
Descrivendo il suo primo incontro con Cristina Campo, Margherita Pieracci
Harwell mette in luce, da lettrice, "l'urgenza di sapere come a un altro
essere umano sia o sia stato possibile... in senso spirituale, vivere". Una
domanda che si rispecchia nella frase di uno degli "amici" (e maestri), non
necessariamente viventi della Campo, quell'Hugo von Hofmannsthal che insieme
ad altri era destinato a comporre, per l'appunto, un "libro degli amici". Se
infatti il senso della poesia e' lettura del mondo ma anche del destino,
quello dell'amicizia e' conoscenza di se' nell'altro. Alla radice di
entrambe, come nota Pieracci Harwell, "e' il mistero che appartiene al
sacro", quel mondo altro che per la Campo poteva essere suggerito solo da un
linguaggio "alto" che, secondo la testimonianza della studiosa, Cristina
Campo usava anche per parlare con giornalai, camerieri di caffe', tassisti e
"che loro intendevano perfettamente, perche' era alto alla maniera di quello
petrarchesco...".
A questa esigenza si collega la domanda sul vivere "in senso spirituale" che
attraversa tutto il volume, non solo come tema fondamentale ma come
traduzione di traduzioni, possibilita' per una lettrice, ma soprattutto per
un'amica, di serbare, attraverso i ricordi, i brandelli di frasi, le
citazioni condivise e amate, i volti e i luoghi, quella realta' spettrale
che e' la vita di una persona cara.
*
Della compassione
Nonostante le affinita' tra Jossua e la Campo siano tangibili anche
stilisticamente (frasi come "incontrare un altro e' trovare la porta di se
stessi" potrebbero essere state pronunciate da entrambi) quello che resta
estraneo allo studioso e' la volonta' della Campo di mettere la propria
opera e la propria religiosita' sotto "il segno quasi esclusivo del
destino". Un disagio che rende severo il suo giudizio (religioso e critico)
su quella "conversione" che per la Harwell e' invece esito naturale di un
cammino che dalla frequentazione dei poeti porta a quella dei santi.
Piu' vicine alla concezione di Jossua sono invece altre due autrici italiane
protagoniste con la Campo del capitolo intitolato, dai versi di Gerard de
Nerval, "I sospiri della santa e le grida della fata": Margherita Guidacci e
Maria Luisa Spaziani, rispettivamente tese verso "un assoluto di saggezza" e
"di poesia", e apprezzate per la loro capacita' di "collocare la poesia
dalla parte dell'attenzione al quotidiano".
Ancora piu' esemplari sono la vita e l'opera di Katherine Mansfield alla
quale e' dedicato uno dei capitoli centrali del libro. Nei Diari della
scrittrice spezzati dal dubbio e dalla difficolta', sempre in bilico tra
disperazione e fiducia, Jossua rintraccia quella scrittura capace di
attraversare la perdita e di accogliere il dolore, di una persona non
credente ma comunque tesa "a non essere inferiore al proprio io piu'
profondo". Etica del lavoro, ricerca di una verita' senza enfasi, morte
continuamente vissuta attraverso la malattia e riassorbita nella vita solo
alla luce di brevi tregue di contemplazione e di amore. Come il tanto amato
Cechov, anche l'opera di Katherine Mansfield parte dal riconoscimento della
realta' "dolceamara" dell'esistere: una ironia quieta, senza fiele, nata dal
non chiudere gli occhi davanti all'altrui e soprattutto al proprio male, la
propria colpa, la propria limitatezza e che si trasforma in compassione per
la sofferenza delle creature.
*
Nella debolezza la nostra verita'
A questa poetica dell'errore e dell'errare si connette l'autore che insieme
a Yves Bonnefoy e a Gustave Roud resta uno dei piu' amati, forse il
prediletto da Jossua: Philippe Jaccottet, che sigilla il capitolo finale del
libro e alla cui opera lo studioso aveva dedicato il volume Figures
presentes, figures absentes. Pour lire Philippe Jaccottet (Paris, 2002) e
uno dei saggi del libro La passione dell'infinito nella letteratura (2005),
a cura di Riccardo Emmolo e Antonio Sichera. Jaccottet e' per Jossua
l'interprete di un'autentica "poetica dell'Inafferrabile", di
un'inquietudine paradigmatica che parte dal dubbio e si radica solo nella
luce della propria fragilita' e della propria ignoranza.
La lettura di Jaccottet procede attraverso una serie di citazioni tratte sia
dalle liriche (per le traduzioni italiane, cfr. Il barbagianni e
l'ignorante, titolo dell'antologia curata e tradotta da Fabio Pusterla,
Milano1999, Alla luce d'inverno, Milano 1997, Arie, Milano 2000) che da
numerosi testi in prosa come La Semaison, Elements d'un songe, Une
transaction secrete. Poeta agnostico, attentissimo a non dire ma anche a non
alludere, rispettoso dell'enigma, ma anche dell'esattezza, cauto verso tutta
la terminologia del sacro ma deciso a seguirne le tracce, i cenni, e i segni
sulla terra, Jaccottet riesce a registrare le intermittenze, i lucori, le
ombre e le assenze che valicano i luoghi. Lontano da ogni arroganza,
"nutrito di ombra", l'io di questa poesia e' laterale, addossato, fragile,
"disattento a se stesso" secondo la lezione ancora una volta di Simone Weil,
nome che del resto attraversa tutti i carnets della Semaison, per essere
attento al mondo. Cosi' "chiesa" e' un muro sbrecciato o una casa invasa
dall'edera e abbandonata, "eterna" e' la polvere di un gregge che torna a
casa la sera, "illimitato" un paesaggio dove sembra cancellarsi il confine
tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti.
La stessa poesia (come in una lirica a cesura delle prose del primo taccuino
della Semaison) ritrova il ritmo dei Salmi per farlo rintoccare su immagini
di pioggia, nebbia, ombre, abbassa e non alza il suo tono davanti
all'inatteso: "Io parlo nutrito d'ombra / e ruminando magre pasture di
tenebre / povero, debole, addossato alle rovine della pioggia / mi stringo a
cio' di cui non posso dubitare, / il dubbio...". L'infinito e' allora la
finitezza di questa voce e di questo sguardo, la debolezza l'unico
riconoscimento della nostra verita', il canto una possibilita' del silenzio.
*
Verso spazi senza potere ne' vittoria
Se c'e' un logos divino, se di questo discorso la terra trattiene qualche
traccia imprecisa e semicancellata, forse la poesia e', nella sua
insoddisfazione, nella sua incompletezza, nella sua stessa marginalita', uno
dei pochi linguaggi in grado di ascoltare e faticosamente decifrare una
lingua piu' vasta, piu' profonda, ancora lontana e straniera. Certo, la fede
puo' separare, ma il mondo creato puo' diventare per tutti un varco, una
possibile apertura e comprensione: "... solo intende il cuore / che non
cerca potere, ne' vittoria", recitano altri versi di Jaccottet. Il cuore che
intende e' capace di accogliere, di raccogliere cenni dispersi che forse
potranno parlare ad altri, sorprendendoli, se non trasformandoli.
Chi ascolta, ed e' questo che preme a Jossua nella sua duplice veste di
credente e innamorato della poesia, riesce a tendere l'orecchio verso uno
spazio dove non c'e' posto ne' per il potere, ne' per la vittoria. Chi legge
trova, non la poesia con la maiuscola, ma le poesie, queste "piccole
lanterne nelle quali arde il riflesso di un'altra luce".

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1130 del 30 novembre 2005

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