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La nonviolenza e' in cammino. 1144



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1144 del 14 dicembre 2005

Sommario di questo numero:
1. Maria G. Di Rienzo: L'attivismo in quindici parole
2. Cindy Sheehan: L'arresto di Brian Haw
3. Giuliana Sgrena: Black out
4. Marinella Correggia: L'azione nonviolenta dei Christian Peacemakers
5. Enrico Peyretti: Un omicidio
6. Luisa Morgantini: Un omicidio
7. Giovanna Providenti: Donne costruttrici di pace e convivenza
8. Letture: AA. VV., Norberto Bobbio tra diritto e politica
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. MARIA G. DI RIENZO: L'ATTIVISMO IN QUINDICI PAROLE
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
questo intervento. Maria G. Di Rienzo e' una delle principali collaboratrici
di questo foglio; prestigiosa intellettuale femminista, saggista,
giornalista, regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto
rilevanti ricerche storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento
di Storia Economica dell'Universita' di Sidney (Australia); e' impegnata nel
movimento delle donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarieta'
e in difesa dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di
Maria G. Di Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti,
Edizioni Intra Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza
velo. Donne nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli
2005]

Un giornalista: "Riuscirebbe a spiegarmi questa cosa dell'attivismo in poche
parole?" Non sapeva a cosa sarebbe andato incontro...
*
Azione: antidoto alla paura ed alla disperazione. L'azione da' ossigeno
all'anima.
Cambiamento di sistema: quella cosa, creata da azioni collettive, per cui ci
si prende cura di ogni piccolo o piccola che nasce, e non solo di pochi
privilegiati.
Cerchio, circolo: il nostro gruppo, all'interno del quale ci trattiamo con
amore e rispetto. Il nostro lavoro e' allargarlo sino a che finisca per
comprendere il mondo.
Concetto chiave: e' la bellezza. Incontriamo un altro essere vivente e la
vediamo risplendere. Osserviamo un albero ed essa si irradia dai rami. Ci
avviciniamo ad un ruscello e l'acqua la canta per noi.
Creativita': una buona parte del nostro attivismo. Comprende adesivi,
bandiere, striscioni, cartelli, canzoni e risate.
Democrazia: quello che facciamo (non quello che abbiamo).
Entusiasmo: il condimento di ogni buon piatto preparato dall'attivismo
("Passami un po' di brio, il progetto e' insipido").
Famiglia globale: quando riconosciamo davvero di far parte dell'umana
famiglia, le nostre parole e le nostre azioni riflettono questo vincolo, e
sono migliori.
Gergo: quei termini irritanti che all'inizio non conosciamo e con cui, una
volta che li abbiamo imparati, irritiamo gli altri.
Nonviolenza: il genio del saper riconoscere se stessi negli occhi di un
altro.
Oggetto chiave: quello che invariabilmente manca quando il banchetto e'
pronto o il corteo deve partire. Questo spiritello maligno si traveste da
bastoncino di colla, pinzatrice o spago, ma e' veramente scocciante quando
svanisce in forma di permesso del Comune.
Organizzazione: una persona dona qualcosa per finanziare l'evento: bene; lo
fanno in dieci: meglio; lo fanno in cento: l'evento e' finanziato, e ci
avanza pure qualcosa.
Parata: la cosa piu' divertente che puoi fare stando sui trampoli (che tra
l'altro ampliano la tua prospettiva e ti consentono di avanzare a grandi
passi).
Tenacia: l'arte di tenere dietro ai propri sogni.
Tu: la persona che ha il potere di cambiare il mondo.

2. TESTIMONIANZE. CINDY SHEEHAN: L'ARRESTO DI BRIAN HAW
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente intervento di
Cindy Sheehan. Cindy Sheehan ha perso il figlio Casey in Iraq; per tutto il
mese di agosto e' stata accampata a Crawford, fuori dal ranch in cui George
Bush stava trascorrendo le vacanze, con l'intenzione di parlargli per
chiedergli conto della morte di suo figlio. Intorno alla sua figura e alla
sua testimonianza si e' risvegliato negli Stati Uniti un ampio movimento
contro la guerra]

Oggi faceva molto freddo, mentre camminavo dalla stazione della
metropolitana di Charing Cross verso la piazza detta Parliament Square. Sono
andata la', assieme alla mia compagna di viaggio Julie, per incontrare Brian
Haw dopo aver passato alcuni giorni faticosissimi ma molto produttivi in
Inghilterra e Scozia.
Brian e' un attivista per la pace ed un uomo dalla sensibilita' eccezionale,
che sta manifestando in quella piazza dal 2 giugno 2001. Era cosi' sconvolto
dalle sanzioni delle Nazioni Unite contro l'Iraq che quella gli sembro'
l'unica cosa da fare.
Mentre io facevo la stessa cosa a Crawford, a causa della mia indignazione
per le continue e non necessarie morti di iracheni, americani e truppe della
coalizione, Brian mi mando' una lettera. In essa dice tra l'altro: "Stiamo
con te, come una famiglia, e puoi contare sul nostro amore qualunque cosa
accada. Adesso vediamo di aiutare gli altri a capire che bisogna uscire da
questo pasticcio il piu' velocemente possibile. Io non voglio che ci sia un
altro giorno in cui un figlio torna a casa in un sacco di plastica, e non lo
vuoi tu. Bene, vediamo di far arrivare questo al resto della nostra gente
dannatamente in fretta. Amen, che ne dici? Tuo fratello, Brian".  L'intera
lettera mi commosse al punto che mi dissi che se avessi mai visitato la Gran
Bretagna sarei andata a trovare Brian.
Sono rimasta sconvolta quando ho saputo che era stato arrestato all'alba di
sabato. L'anno scorso, il parlamento britannico ha votato una legge molto
restrittiva che si chiama "The Serious Organised Crime and Police Act 2005".
Essa limita la liberta' di parola e di assemblea davanti alla sede del
Parlamento e al n. 10 di Downing Street. Una giovane donna e' andata di
fronte al Parlamento ed ha letto ad alta voce i nomi dei 97 soldati inglesi
uccisi in Iraq: e' stata arrestata. Un vecchio signore ha gridato che Blair
e' complice in crimini di guerra: e' stato arrestato. Brian Haw, accampato
di fronte al Parlamento da oltre quattro anni, e' stato arrestato l'altra
mattina: sino ad ora lo avevano lasciato stare perche' la sua veglia era
iniziata prima dell'entrata in vigore della legge, ma il suo arresto e'
avvenuto perche' Brian "incoraggiava altre persone ad unirsi a lui". Si
trattava di persone che avevano scelto di farlo, e che concordavano sul
fatto che la guerra e' un tragico errore e che i nostri soldati devono
tornare a casa.
*
Queste ed altre proibizioni sulla liberta' di parola e di dissenso mi sono
orrendamente familiari. Sono stata impedita due volte dall'esercitare i
diritti previsti dal primo emendamento della Costituzione statunitense. Ho
tentato in dozzine di occasioni di avere da George Bush e dai suoi mostri
neocon un raddrizzamento dei torti che hanno inflitto al mondo ed alla mia
famiglia. Ho speso un sacco di soldi, sacrificato cosi' tanto, e ho
viaggiato in lungo e in largo. Nessuno al governo sta ascoltando. Nessuno
presta attenzione.
Ho parlato di fronte a centinaia di pacifisti a Londra, alla Conferenza
internazionale di pace, e li ho sollecitati a riprendersi le liberta' che i
nostri governi ci stanno togliendo. Mi sono chiesta perche', dopo che la
ragazza era stata arrestata per aver letto i 97 nomi dei caduti, centinaia
di persone non sono andate davanti al Parlamento a gridare quegli stessi
nomi? Il sostegno e la complicita' di Blair e del Parlamento con i crimini
di guerra in Iraq sono qualcosa con cui essi dovrebbero essere sfidati a
confrontarsi ogni giorno.
*
Perche', quando Brian e' stato arrestato, centinaia di persone non hanno
preso le loro tende e sono andate a piantarle accanto alla sua?
Perche' noi americani restiamo seduti e compiacenti a guardare il nostro
governo che usa armi chimiche in Iraq? Dobbiamo permettere loro di
continuare?
Perche' noi americani cambiamo canale, quando vediamo che il nostro governo
trasporta sospetti criminali nello spazio aereo europeo per poterli
torturare tranquillamente?
Perche' voltiamo le spalle ai bimbi innocenti che vengono uccisi ogni
giorno, nel nome della "liberazione di un popolo" e del "diffondere liberta'
e democrazia"?
Perche' permettiamo ai criminali di guerra di derubarci di risorse e di vite
umane, nelle nostre comunita' e nelle nostre famiglie?
*
Brian Haw e' padre di sette figli, ed ha lasciato la "zona confortevole"
costituita dalla sua casa e dai suoi cari per salvare altri bambini. Sul suo
sito web, Brian lo dice in modo eloquente: "Voglio poter guardare in faccia
i miei bambini e dir loro che ho fatto tutto quello che potevo per i bimbi
che stanno morendo in Iraq ed in altri paesi a causa delle politiche
ingiuste ed immorali e avide di denaro del nostro governo. Questi bambini e
questi popoli hanno valore e sono degni d'amore quanto la mia carissima
moglie e i miei figli".
Io sono stata violentemente espulsa dalla mia "zona confortevole" il 4
aprile 2004, quando Casey e' stato ucciso in Iraq. Se non stessi
costantemente protestando contro l'immorale occupazione dell'Iraq, non
riuscirei a stare bene, ma so che devo vivere il resto della mia vita con
una parte del cuore e dell'anima amputate. Brian mi ha mostrato le
fotografie dei bambini malati per l'uranio, e di quelli che stanno morendo
per malattie curabili, ma che non possono avere le medicine di cui hanno
bisogno: prima per le sanzioni, ora per l'occupazione. E se persino le
autorita' occupanti possono vivere in relativa sicurezza nella "zona verde"
di Baghdad, il popolo iracheno non ha "zone confortevoli" in cui stare. Non
sono visti, non sono registrati, non vengono intervistati dai media, e sono
marginalizzati come subumani. Cio' che noi, cittadini dell'umanita', stiamo
permettendo di fare ai nostri governi e' mostruoso e crudele.
*
Percio' noi che abbiamo a cuore la liberta' e la democrazia, che ci
preoccupiamo dei crimini perpetrati dai nostri governi, dobbiamo agire. Se
tu che leggi non stai facendo nulla per la pace e la giustizia nel mondo,
comincia a fare qualcosa. La nostra sopravvivenza sul pianeta richiede
azione immediata. E' tempo di lasciare le nostre "zone confortevoli" e di
fare la differenza. E se non sai proprio cosa fare, contattami
all'indirizzo: CampCaseyMom at yahoo.com  Posso darti qualche idea.

3. TESTIMONIANZE. GIULIANA SGRENA: BLACK OUT
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 10 dicembre 2005. Giuliana Sgrena,
giornalista, intellettuale e militante femminista e pacifista tra le piu'
prestigiose, e' tra le maggiori conoscitrici italiane dei paesi e delle
culture arabe e islamiche; autrice di vari testi di grande importanza, e'
stata inviata del "Manifesto" a Baghdad, sotto le bombe, durante la fase
piu' ferocemente stragista della guerra tuttora in corso. A Baghdad e' stata
rapita il 4 febbraio 2005; e' stata liberata il 4 marzo, sopravvivendo anche
alla sparatoria contro l'auto dei servizi italiana in cui viaggiava ormai
liberata, sparatoria in cui e' stato ucciso il suo liberatore Nicola
Calipari. Opere di Giuliana Sgrena: (a cura di), La schiavitu' del velo,
Manifestolibri, Roma 1995, 1999; Kahina contro i califfi, Datanews, Roma
1997; Alla scuola dei taleban, Manifestolibri, Roma 2002; Il fronte Iraq,
Manifestolibri, Roma 2004; Fuoco amico, Feltrinelli, Milano 2005. Ci corre
l'obbligo di esprimere netto e puntuale un dissenso rispetto alla
conclusione dell'articolo: dal nostro punto di vista "terrorismo" non e'
un'essenza astratta, ma concreta la qualificazione di atti materiali: chi
quegli atti pratica si rende terrorista, sia esso il presidente
dell'America, sia esso il patriota resistente. E ad ogni atto di
terrorismo - che ovviamente, come scrive Giuliana Sgrena, e' sempre
inaccettabile e da condannare - occorre opporsi sempre, sempre]

L'Iraq e' completamente oscurato. Nemmeno gli ostaggi occidentali fanno piu'
notizia. Sono ancora sei: l'archeologa tedesca Susanne Osthoff, i quattro
attivisti del Christian peacemaker team - Tom Fox, Norman Kember, James
Loney e Harmeet Singh Soden - e l'ingegnere francese Bernard Planche. Se,
come pare, sara' confermata l'esecuzione dell'americano Ronald Shultz. Ma
siccome gli americani non trattano - almeno ufficialmente -, nemmeno lo
sgozzamento di un ostaggio e' degno di clamore. La vita non ha piu' valore,
non solo per gli iracheni. Un prodotto della guerra senza testimoni. Un
effetto perverso che ci trascina sempre piu' giu' verso la barbarie. Dove
anche i soldati italiani in "missione di pace" possono giocare ai birilli
con la testa degli iracheni all'urlo di "annichiliscilo". Ma la guerra e'
guerra, non l'ha sostenuto anche la commissione d'inchiesta militare
americana che ha assolto i soldati (solo uno?) che hanno sparato il 4 marzo
del 2005 e ucciso Nicola Calipari? In questo vuoto di informazione tutto
puo' accadere.
Non ci sono piu' riflettori, nemmeno quelli di coloro che volevano far
credere che quel 9 aprile del 2003 l'arrivo degli americani fosse una festa
per gli iracheni e per dimostrarlo stringevano il campo del loro obiettivo
sulla piazza Firdaus (Paradiso!) perche' altrimenti si sarebbe visto il
vuoto tutt'intorno.
E' il black out. Con tutto quello che comporta. Bush puo' cantare vittoria
senza fare i conti con la realta'. La neocancelliera tedesca Angela Merkel,
senza dover fare i conti con le immagini del video dell'archeologa Susanne
Osthoff che non sono state diffuse, puo' imporre la linea dura, in nome
della lotta al terrorismo. Vanificando cosi' la rendita di posizione che le
derivava dal fatto che la Germania finora si era tenuta fuori dal pantano
iracheno.
In questa situazione persino gli appelli alla liberazione degli ostaggi
sembrano cadere nel vuoto. L'impotenza aumenta con l'impossibilita' di
informare veramente su quello che sta accadendo. Sei ostaggi possono essere
ben sacrificati sull'altare delle elezioni del 15 dicembre che saranno
celebrate da Bush come storiche ma che non fermeranno il bagno di sangue.
Che continuera' a colpire, indiscriminatamente.
Non serve chiuderci nel nostro guscio e abbadonare gli ostaggi e gli
iracheni a se stessi. Non possiamo nasconderci dietro l'ipocrisia della
lotta al terrorismo e allarmarci solo quando sono le nostre citta' ad
esplodere. Bisogna agire subito, prima che sia troppo tardi, salvare gli
ostaggi per ristabilire un contatto con quel mondo che e' stato
disumanizzato dalla guerra e dall'occupazione. Condannando il terrorismo che
uccide innanzitutto iracheni, come quelli che viaggiavano sull'autobus per
Nassiriya. Ma chi lotta per la liberazione del proprio paese non e' un
terrorista anche se usa mezzi inaccettabili e condannabili come i sequestri
di civili o l'uso della violenza per imporre le proprie scelte. Fare di
tutt'erba un fascio serve solo a chi vuole diffondere il terrore. E senza
informazione il compito e' facilitato.

4. ESPERIENZE. MARINELLA CORREGGIA: L'AZIONE NONVIOLENTA DEI CHRISTIAN
PEACEMAKERS
[Dal quotidiano "Il manifesto" dell'8 dicembre 2005. Marinella Correggia e'
una giornalista particolarmente attenta ai temi dell'ambiente, della pace,
dei diritti umani, della solidarieta', della nonviolenza. Tra le sue
pubblicazioni: Manuale pratico di ecologia quotidiana, Mondadori, Milano
2000, 2002]

Era la fine di marzo 2003 e sul prato del potabilizzatore che a Baghdad
serviva il quartiere Al Mansour e il relativo ospedale, il gruppetto
anglosassone dei Christian Peacemakers aveva alzato uno striscione: "La
convenzione di Ginevra proibisce di bombardare le infrastrutture civili, gli
acquedotti e i depuratori". Insieme alla scritta, i corpi. Stuart,
americano, era quello che dormiva piu' spesso li'. Un'interposizione certo
simbolica mentre le bombe fioccavano. La presenza diurna e notturna alla
centrale delle acque non si inquadrava nel progetto degli scudi umani sotto
il cappello del governo iracheno; era una decisione autonoma - e
autofinanziata - presa dal gruppo del Christian Peacemakers Team con altri
pacifisti stranieri presenti, riuniti nell'Iraq Peace Team. Gli uni e gli
altri avevano avviato mesi prima, all'inizio dei venti di guerra, una
presenza stabile di attivisti a Baghdad: sostenevano il programma di
ispezioni Onu come alternativa alla guerra; denunciavano l'embargo;
cercavano di trasmettere negli Stati Uniti il vero volto del popolo
iracheno. Il Christian Peacemakers Team e' un programma congiunto di alcune
chiese nordamericane impegnate per la pace nel mondo; in particolare
quaccheri e mennoniti. Non "cooperanti" ma operatori di pace, attivi in
Palestina, Iraq, Messico, Portorico, Centramerica e altre aree di conflitto.
All'arrivo a Baghdad delle truppe occupanti il gruppo dei Christian
Peacemakers inizio' un lavoro certosino, e da nessun altro compiuto, di
indagine e denuncia delle bombe a grappolo e di altri ordigni lasciati
inesplosi: che appunto regolarmente esplodevano (una delle maggiori
esplosioni fu nel quartiere al Zafranyia il 27 aprile 2003) e uccidevano
iracheni residenti o passanti, nel disinteresse della Coalizione. E poi
interviste su interviste agli iracheni, per far conoscere negli Usa una
prospettiva diversa dell'occupazione.
L'occupazione continuava e via via si inacerbiva. A partire dal giugno 2003
i Christian Peacemakers rispondono alle richieste e alle denunce di tante
famiglie di detenuti iracheni e il focus della loro attivita' diventano le
carceri: documentano gli abusi compiuti dalla Coalizione, fanno da
intermediari per la ricerca di scomparsi e le visite in carcere dei
familiari, lanciano con i gruppi d'appoggio in patria la campagna "Adotta un
detenuto", sostengono attivisti iracheni per i diritti umani. A partire
dall'ottobre 2004 il team riduce taglia e visibilita' per via dei rapimenti
di stranieri. Ma non lascia il paese: sono i compagni di lavoro iracheni a
chiedere di restare, pur sapendo che cosi' rischieranno di piu' anche loro.
A partire dal gennaio 2005 e fino a oggi, il gruppo del Christian
Peacemakers Team e' invitato a Kerbala per realizzare un training di
formazione alla nonviolenza. Si legge sul sito del Christian Peacemakers
Team (www.cpt.org) "gli amici di Kerbala hanno deciso di provare questi
metodi anche in Iraq e, esplorando le radici della nonviolenza nel Corano,
hanno creato un Muslim Peacemakers Team", composto da sciiti (la quasi
totalita' nell'area di Kerbala), il quale poco dopo e' andato a incontrare i
sunniti di Falluja in segno di unita'.
Unici stranieri a girare in taxi e perfino a piedi senza protezioni, a
vivere in appartamenti e alberghetti qualunque, a condividere spazi e
problemi con gli iracheni, quelli del Christian Peacemakers Team sembravano
immuni dai rapimenti...

5. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: UN OMICIDIO
[Da una lettera di Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it).
Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di questo foglio,
ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace e di
nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con
altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio",
che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi
"Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research
Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi
per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della
rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro
Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e
del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie
prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'. Saggezza e
politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e' disponibile
nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza
guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di
cui una recente edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie
Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico
Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu' volte
riproposta anche su questo foglio, da ultimo nei fascicoli 1093-1094; vari
suoi interventi sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e
alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu'
ampia bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731
del 15 novembre 2003 di questo notiziario.
Su Stanely Tookie Williams riprendiamo dal quotidiano "Il manifesto" del 10
dicembre 2005 ampi stralci del profilo scritto da Andrea Colombo: "Tutti
pensano che sia un tipico soprannome da banda. Invece Tookie e' il secondo
nome, consegnato all'anagrafe il 29 dicembre 1953 dal padre e dalla madre,
allora diciassettenne, di Stanley Williams, l'uomo che dopo 27 anni di
carcere attende nel braccio della morte di San Quentin l'esecuzione fissata
per il 13 dicembre. Anche definirlo il fondatore della piu' numerosa,
pericolosa e temuta banda che ci sia mai stata in America, i Crips, e'
quanto meno impreciso. La gang contrassegnata dalle bandanas blu era nata
nel 1969, due anni prima che vi aderisse Tookie, nei quartieri poverissimi
dell'Eastside di Los Angeles, fondata dal quindicenne Raymond Washington con
un occhio rivolto alle Black Panthers e l'altro alla mitica banda degli
Avenues, attiva nei primi anni '60. I suoi Avenue Cribs divennero subito,
probabilmente per un equivoco della stampa, i Crips e si allargarono
altrettanto rapidamente al meno disastrato Westside, dove viveva Tookie,
nato a New Orleans ma immigrato con la famiglia a Los Angeles. Washington
sognava in grande. "I Crips - disse a uno dei suoi primissimi seguaci, Big
Jimel Barnes - non moriranno mai. Di generazione in generazione si
moltiplicheranno fino a essere presenti in tutto il mondo". Abbastanza
profetico: se non in tutto il mondo, i Crips sono dilagati in buona parte
degli Stati Uniti. Fu proprio Jimel Barnes, un colosso, ad addestrare
Tookie: "Volevo un gemello, cosi' andai in giro, trovai questo ragazzo e lo
'costruii' fino a farlo diventare un gladiatore come me da piccolo ed esile
che era"... Il miraggio di fare dei Crips una banda ispirata alle Black
Panthers e alla loro teoria di autogoverno del territorio abitato dagli
afro-americani duro' poco. A meta' anni '70 i ragazzi di Washington erano
gia' una gang a esclusiva componente criminale, impegnata in una guerra
violentissima contro le altre gang, coalizzate per difendersi dai Crips
sotto il vessillo rosso dei Blood. "Quando cominciammo - ricorda Tookie - io
pensavo di poter ripulire il quartiere da tutte le gang di malviventi. Mi
sbagliavo completamente. In realta' ci trasformammo nel mostro che volevamo
combattere". Washington fu ucciso da una banda rivale nel '79. Nello stesso
anno Tookie fu arrestato per due delitti tra i piu' efferati. Il
ventiseienne Albert Owens fu ucciso il 27 febbraio, nel corso di una rapina
al 7-Eleven in cui lavorava. I tre componenti della famiglia Yang, immigrati
da Taiwan, furono uccisi con modalita' simili l'11 marzo. Tookie, arrestato
poco dopo i delitti, si e' sempre professato innocente e ha accusato gli
inquirenti di aver deliberatamente trascurato alcuni elementi a suo
discarico. Un detenuto a rischio di condanna a morte, si scopri' in seguito,
lo aveva accusato - su sollecitazione di un ufficiale di polizia - del
quadruplice omicidio in cambio di una riduzione di pena. La richiesta di
grazia per Tookie non si basa pero' sulla sua pretesa di innocenza ma sulla
trasformazione subita dal detenuto nel corso della sua lunghissima
prigionia. Non subito. La prima parte della sua detenzione e' segnata da
violenti scontri con altri detenuti e con le guardie carcerarie e da sei
anni e mezzo di isolamento assoluto. La svolta arriva nell'88. Williams
denuncia le gang e la violenza, rifiutandosi pero' di accusare i suoi ex
complici, poi convince la giornalista Barbara Becnel a scrivere con lui una
serie di libri per dissuadere i bambini del ghetto dall'entrare nelle bande.
Ancora con la Becnel ha scritto Life in Prison, mentre firma da solo i due
volumi autobiografici Redemption e Blu Rage, Black Redemption, uscito pochi
mesi fa. Nel '97 Tookie si e' scusato pubblicamente per aver contribuito a
fondare i Crips. Candidato ogni anno al premio Nobel per la pace dal 2001,
ha elaborato nel 2004 una proposta di pace tra le bande in guerra, per la
quale ha ricevuto una lettera di encomio da parte del presidente Bush. Il
Tookie Protocol for Peace ha sicuramente contribuito a ridurre il tasso di
violenza nei ghetti di Los Angeles che resta comunque altissimo: nell'ultimo
anno le vittime della guerra tra le bande sono state circa 750. Nello stesso
anno, la sua vicenda e' arrivata sugli schermi. A interpretarlo, nel film
Redemption, e' stato Jamie Foxx..."]

Stanley Tookie Williams e' stato ammazzato dalla legge disumana.
Che siano uno, mille o diecimila, in democrazia o dittatura, in tribunale o
in guerra, con le armi o con l'economia, ogni omicidio pubblico e' prova di
barbarie del sistema, e' il rovescio della politica, che e' l'arte di vivere
insieme, non di ammazzare.

6. RIFLESSIONE. LUISA MORGANTINI: UN OMICIDIO
[Ringraziamo Luisa Morgantini (per contatti: lmorgantini at europarl.eu.int)
per questo intervento. Luisa Morgantini, parlamentare europea, presidente
della delegazione del Parlamento Europeo al Consiglio legislativo
palestinese, fa parte delle Donne in nero e dell'Associazione per la pace;
il seguente profilo di Luisa Morgantini abbiamo ripreso dal sito
www.luisamorgantini.net: "Luisa Morgantini e' nata a Villadossola (No) il 5
novembre 1940. Dal 1960 al 1966 ha lavorato presso l'istituto Nazionale di
Assistenza a Bologna occupandosi di servizi sociali e previdenziali. Dal
1967 al 1968 ha frequentato in Inghilterra il Ruskin College di Oxford dove
ha studiato sociologia, relazioni industriali ed economia. Dal 1969 al 1971
ha lavorato presso la societa' Umanitaria di Milano nel settore
dell'educazione degli adulti. Dal 1970 e fino al 1999 ha fatto la
sindacalista nei metalmeccanici nel sindacato unitario della Flm. Eletta
nella segreteria di Milano - prima donna nella storia del sindacato
metalmeccanico - ha seguito la formazione sindacale e la contrattazione per
il settore delle telecomunicazioni, impiegati e tecnici. Dal 1986 e' stata
responsabile del dipartimento relazioni internazionali del sindacato
metalmeccanico Flm - Fim Cisl, ha rappresentato il sindacato italiano
nell'esecutivo della Federazione europea dei metalmeccanici (Fem) e nel
Consiglio della Federazione sindacale mondiale dei metalmeccanici (Fism).
Dal novembre del 1980 al settembre del 1981, in seguito al terremoto in
Irpinia, in rappresentanza del sindacato, ha vissuto a Teora contribuendo
alla ricostruzione del tessuto sociale. Ha fondato con un gruppo di donne di
Teora una cooperativa di produzione, "La meta' del cielo", che e' tuttora
esistente. Dal 1979 ha seguito molti progetti di solidarieta' e cooperazione
non governativa con vari paesi, tra cui Nicaragua, Brasile, Sud Africa,
Mozambico, Eritrea, Palestina, Afghanistan, Algeria, Peru'. Si e' misurata
in luoghi di conflitto entro e oltre i confini, praticando in ogni luogo
anche la specificita' dell' essere donna, nel riconoscimento dei diritti di
ciascun essere umano: nelle rivendicazioni sindacali, con le donne contro la
mafia, contro l'apartheid in Sud Africa, con uomini e donne palestinesi e
israeliane per il diritto dei palestinesi ad un loro stato in coesistenza
con lo stato israeliano, con il popolo kurdo, nella ex Yugoslavia, contro la
guerra e i bombardamenti della Nato, per i diritti degli albanesi del Kosovo
all'autonomia, per la cura e l'accoglienza a tutte le vittime della guerra.
Attiva nel campo dei diritti umani, si e' battuta per il loro rispetto in
Cina, Vietnam e Siria, e per l'abolizione della pena di morte. Dal 1982 si
occupa di questioni riguardanti il Medio Oriente ed in modo specifico del
conflitto Palestina-Israele. Dal 1988 ha contribuito alla ricostruzione di
relazioni e networks tra pacifisti israeliani e palestinesi. In particolare
con associazioni di donne israeliane e palestinesi e dei paesi del bacino
del Mediterraneo (ex Yugoslavia, Albania, Algeria, Marocco, Tunisia). Nel
dicembre 1995 ha ricevuto il Premio per la pace dalle Donne per la pace e
dalle Donne in nero israeliane. Attiva nel movimento per la pace e la
nonviolenza e' stata portavoce dell'Associazione per la pace. E' tra le
fondatrici delle Donne in nero italiane e delle rete internazionale di Donne
contro la guerra. Attualmente e' deputata al Parlamento Europeo... In Italia
continua la sua opera assieme alle Donne in nero e all'Associazione per la
pace". Opere di Luisa Morgantini: Oltre la danza macabra, Nutrimenti, Roma
2004]

Tookie Williams e' stato "giustiziato" questa mattina nel carcere di San
Quentin. Un'altra morte che pesa sulle nostre coscienze.
Tookie Williams, cinquantunenne ex leader della gang dei Crips, condannato a
morte nel 1981 per l'uccisione di quattro persone, era riuscito a
riscattarsi nei 24 anni trascorsi nel braccio della morte, scrivendo libri
educativi per l'infanzia, facendosi paladino della lotta alla criminalita'
giovanile e finendo addirittura per essere candidato sei volte ai premi
Nobel, per la pace o per la letteratura.
Tutto cio', ma anche gli appelli della societa' civile, non sono bastati ad
evitare l'iniezione letale che gli ha causato 22 minuti di agonia ne' a
ricevere la grazia, respinta dal governatore della California.
La piu' grande democrazia del mondo continua, quindi, ad uccidere rimanendo
impunita nei confronti della comunita' internazionale che applica la
cosiddetta logica dei "due pesi e due misure".
E' tempo che la comunita' internazionale, a partire dai paesi dell'Unione
Europea, chieda conto delle continue violazioni dei diritti umani e
dell'eversione della legalita' internazionale da parte della piu' grande
potenza del mondo che dovrebbe invece essere esempio di democrazia e
legalita'.
Nessuna condanna a morte deve passare sotto silenzio, ne' in Cina, in Iran,
in Bielorussia, ne' in altri paesi. I nostri governi e l'Unione Europea
devono assumersi la loro responsabilita' e denunciare l'inammissibilita' di
ogni violazione dei diritti umani, come la pena di morte.

7. RIFLESSIONE. GIOVANNA PROVIDENTI: DONNE COSTRUTTRICI DI PACE E CONVIVENZA
[Dal sito www.noidonne.org riprendiamo il seguente articolo apparso sulla
bella rivista "Noi donne" di novembre 2005. Giovanna Providenti (per
contatti: providen at uniroma3.it) e' ricercatrice presso l'Universita' Roma
Tre, si occupa di nonviolenza, studi sulla pace e di genere, con particolare
attenzione alla prospettiva pedagogica. Ha due figli. Partecipa  al Circolo
Bateson di Roma. Scrive per la rivista "Noi donne". Ha curato il volume
Spostando mattoni a mani nude. Per pensare le differenze, Franco Angeli,
Milano 2003, e pubblicato numerosi saggi su rivista e in volume, tra cui:
Cristianesimo sociale, democrazia e nonviolenza in Jane Addams, in "Rassegna
di Teologia", n. 45, dicembre 2004; Imparare ad amare la madre leggendo
romanzi. Riflessioni sul femminile nella formazione, in M. Durst (a cura
di), Identita' femminili in formazione. Generazioni e genealogie delle
memorie, Franco Angeli, Milano 2005; L'educazione come progetto di pace.
Maria Montessori e Jane Addams, in Attualita' di Maria Montessori, Franco
Angeli, Milano 2004. Scrive anche racconti e ha in cantiere un libro dal
titolo Donne per, sulle figure di Jane Addams, Mirra Alfassa e Maria
Montessori]

Accogliendo l'invito di Antonietta Potente di "raccogliere e lavorare con
frammenti di storie e di riconoscere in essi la profezia che tutti i giusti
hanno coltivato nel tempo", in questo breve articolo propongo un viaggio tra
frammenti di storie piccole che stanno cambiando il mondo.
Le protagoniste sono tutte donne, e l'ambiente in cui si svolge l'azione,
pur a distanza, ha un tragico punto in comune: la sofferenza materiale di
contesti in cui vigono poverta', guerra, e mancanza di cibo, acqua e
medicine, oltre che di liberta'. Sono donne che hanno trasformato la
sofferenza in forza, determinate a fare qualcosa per evitare che tanto
dolore possa ripetersi ancora. Sono donne ai margini, talvolta "le piu'
dimenticate tra i dimenticati", che sanno che la radice dell'oppressione e'
culturale e che non basta sradicare. E' necessario anche seminare, e a
partire dal terreno a disposizione.
Come le donne indigene del Chiapas: "Il lavoro di molte indigene a partire
dalla rivolta zapatista e' stato proprio quello di analizzare la propria
vita e cercare di definire quali sono le usanze da mantenere e i diritti da
ottenere". Sono donne, che si oppongono alle guerre di casa propria:
"vogliamo il ritiro immediato delle forze armate del malgoverno dei nostri
villaggi e delle nostre regioni" (Donne di Mais, pp. 188 e 190). E lo fanno
spontaneamente, con "azioni modeste", formando associazioni e cooperative,
non per gloria, ma per necessita'. Sono donne di cui non parlano i grandi
media, ne' i libri di storia.
*
Le contadine di Greve
Come e' gia' stato per le donne ribellatisi a guerre ormai passate: non
sarebbe stato possibile sapere nulla delle contadine di Greve, in Toscana,
che nella primavera del 1917, organizzarono una spontanea e illegale marcia
contro la guerra, coinvolgendo gran parte delle donne di tutte le frazioni
limitrofe, se un poeta, Gallileo Gagli, non le avesse raccontate in rima:
"Sta a noi troncar la guerra, al debol sesso / libero sempre, e non al sesso
forte / che dalla ferrea disciplina e' oppresso: / chi si ribella e'
condannato a morte. / Ma a noi che possono fare? A noi e' permesso / di
lamentarci della nostra sorte. / Andiamo al Capoluogo e protestiamo / e il
nostro grido sia: li rivogliamo!" (R. Bianchi, p. 58). Un simile spirito ho
ritrovato nelle tante storie raccontate nel recente libro documentario
"Donne contro le guerre" di Marlene Tuininga, che si e' recata in diciotto
paesi del mondo raccogliendo racconti di donne che, in vario modo, avendo
ritrovato la possibilita' di essere "libere sempre", vogliono "troncar la
guerra".
Cio' che emerge e' al tempo stesso la semplicita' e profondita' del
linguaggio portato (non soltanto con parole, ma con tutto il corpo) da
queste donne, che dal lamento passano all'azione e a una parola per niente
scontata, anzi spesso completamente dirompente rispetto al contesto, dando
un importante strappo a culture e tradizioni retoriche e oppressive, nei
confronti delle donne come degli uomini: "a ogni sofferenza di una donna
corrisponde, intorno a lei, una sofferenza maschile speculare", dice la
psichiatra marocchina Rita El Khayat, da anni impegnata per migliorare i
rapporti tra uomini e donne in Marocco ed Algeria, dove vige la sharia, e
anche dove i movimenti di liberazione delle donne sono tanti, anche tra le
musulmane.
*
"Poi ho capito che si doveva osare, creare"
Rottura rispetto al contesto significa trovare soluzioni nonviolente ai
conflitti, ovvero guardare oltre le dicotomie, creare nuove alleanze,
immaginare nuovi scenari, lanciare sfide a chi edifica barriere e pone
divieti, osare liberare il proprio essere interiore: "Mi ero battuta per
dodici anni in una guerra civile che aveva fatto 80.000 morti - tra cui
molte donne - e mi toccava constatare che nulla era cambiato nei rapporti
tra uomini e donne. Alla fine ho capito che bisognava ripartire su basi
completamente nuove. Creare, osare, immaginare. La solidarieta' tra donne e'
stata la mia ispirazione, e oggi lavoro con una prospettiva, in qualche
sorta, di rivoluzione interiore", dice la salvadoregna Gloria Guzman,
vicedirettrice di Las Dignas, una associazione di donne impegnate "per la
dignita' e la partecipazione delle donne in tutti gli ambiti della vita
sociale", e che lotta contro l'impunita', in un tessuto sociale in cui
corruzione delle alte sfere, delinquenza, violenza contro le donne sono
all'ordine del giorno, in un paese come il Salvador, emblema della
cosiddetta "societa' duale": da una parte la minoranza di ricchi "che va di
fretta", e dall'altra i sempre piu' poveri, nonostante un andamento positivo
della "macroeconomia" (p. 113).
*
Una preziosa fonte di coraggio
Il viaggio che Marlene Tuininga ci propone, tra le moltissime associazioni
di donne presenti nel terzo mondo, risulta una preziosa fonte della
resistenza e del coraggio di donne che trovano strade alternative per
contrastare culture oppressive, concausa di poverta', guerra, epidemie. A
Bujumbura, in Burundi, Jeanne Gapiya, sieropositiva, figlio e marito morti
di aids, intervenendo in cattedrale durante le intenzioni di preghiera,
rivela la realta' della propria malattia sfidando la morale dominante e
innescando un processo di svolta nel proprio paese: "A partire da questo
vero e proprio atto liberatorio in un contesto in cui sempre piu' persone
morivano nel silenzio e nella vergogna, nel paese tutto inizia a sbloccarsi.
La sua associazione viene intervistata in televisione e invitata a
organizzare riunioni informative sull'aids, anche nelle scuole. Il governo
decide di rimborsare ai malati una parte delle cure. E, rivelandosi una
perfetta negoziatrice, Jeanne riesce a importare, anche durante il periodo
dell'embargo, le medicine per curare le malattie legate all'aids a prezzi
molto piu' bassi che negli altri paesi dell'Africa, e a sbloccare alcuni
fondi" (p. 100).
*
La forza dell'unione interetnica
Burundi, Ruanda, paesi massacrati dalla guerra "interetnica", in cui "la
speranza di vita deve rinnovarsi ogni mattina", e in cui donne di entrambe
le etnie si mettono insieme per costruire "la casa di una vedova tutsi e dei
suoi cinque figli, fuggiti dal quartiere quando l'esercito ci ha tempestato
di granate per cacciare i ribelli hutu". Le donne del Ruanda, che alla
Conferenza di Pechino del 1995 hanno fatto sentire la loro "determinazione
di vivere" di fronte alla devastazione del proprio paese, non solo si sono
costituite in associazioni interetniche, ma nel 1997, invitando anche le
sorelle del resto d'Africa, hanno promulgato la "Dichiarazione di Kigali",
in cui si chiede ai governi di "riconoscere il ruolo tradizionale della
donna nella salvaguardia della pace" e di "dare la precedenza alle politiche
e ai programmi per lo sradicamento della poverta'". "Una convinzione e una
rivendicazione - scrive Marlene Tuininga - frutto della pratica: sul posto,
il dinamismo delle donne ruandesi si traduce nella creazione e nel rilancio
di tutta una serie di associazioni... per affrontare i problemi piu'
urgenti - cure mediche, conforto, aiuti alimentari, ricostruzione" (p. 78).
*
Ricchi grazie alle donazioni estere
Un simile dinamismo si incontra anche tra le donne del Sudan, che nel 2000
hanno redatto, a Nairobi, una "agenda minima delle donne per la pace",
rivolta alla cessazione del reclutamento di minori di 18 anni, dei rapimenti
di donne e delle violenze a loro danno, dei bombardamenti di siti civili, e
al rispetto delle diversita' culturali, religiose ed etniche. In un testo
dal titolo "Il grido di una madre per una pace duratura", ecco cosa scrive
una di queste donne impegnate: "Qualcuno pensa che il conflitto in Sudan sia
un affare interno. E' falso. E' ora che tutti si sveglino. I donatori devono
rendersi conto che grazie alle loro donazioni ci sono persone che conducono
una vita lussuosa e hanno tutto l'interesse che questa guerra continui" (p.
69).
*
E che l'armonia regni
Altra rete di donne di paesi africani in guerra tra loro, Liberia, Guinea e
Sierra Leone, e' "Maerwopnet", la cui presidente cosi' si rivolge agli
uomini di governo: "Noi donne non abbiamo piu' lacrime per la morte dei
nostri figli perche' non abbiamo piu' acqua nei nostri occhi. Allora
vogliamo alzarci in piedi. D'ora in poi ci batteremo per far regnare
l'armonia tra i nostri tre paesi. Perche' tornino ad essere uno solo,
perche' tutti possiamo essere felici di vivere qui. Da questo momento, ogni
mattina ci sveglieremo chiedendoci: Cosa posso fare oggi per la pace?
Sappiate, signori responsabili, che noi donne non metteremo mai fine a
questa lotta. Vi invitiamo a sedervi, come i nostri antenati, sotto l'albero
delle parole, e a discutere" (p. 59).
*
Le israeliane e le palestinesi
L'alleanza tra le donne africane appartenenti a paesi in guerra e a diverse
etnie ci ricorda un'altra importante alleanza tra donne: quella tra
palestinesi e israeliane, che da piu' di 15 anni hanno dato vita a una
"Coalizione di donne per una pace giusta". Tuininga racconta delle "azioni
modeste e regolari": come raccogliere olive e vendemmiare insieme nei campi
di proprieta' palestinese, a cui i coloni armati di fucile impediscono
l'accesso; farsi visita a vicenda; fondare associazioni miste. Nurit
Peled-Elhanan, fondatrice di un'associazione di genitori di vittime composta
da israeliani e palestinesi, cosi' si esprime: "Il conflitto e' tra quelli
che vogliono la pace e quelli che vogliono la guerra. Il mio popolo sono
quelli che vogliono la pace. Le mie sorelle sono le madri in lutto,
israeliane e palestinesi, che vivono in Israele e a Gaza, e nei campi
profughi. I miei fratelli sono i padri che cercano di difendere i propri
figli contro questa crudele occupazione e che, come me, non ci sono
riusciti. Anche se siamo nati in una storia diversa e parliamo un'altra
lingua, le cose che ci uniscono sono piu' importanti di quelle che ci
dividono" (p. 211).
*
Le Donne in nero
A proposito delle iniziative di donne in Palestina-Israele non potrei
dimenticare di citare il lavoro delle Donne in nero, di cui viene data ampia
documentazione in un altro libro, uscito recentemente: "Oltre la danza
macabra. No alla guerra no al terrorismo" di Luisa Morgantini, che ha
vissuto in prima persona i molti incontri, politici e privati, tra donne di
parti "nemiche", ed e' stata anche tra le donne afgane, del cui attivo
impegno per la propria autodeterminazione e crescita poco hanno parlato i
mass-media, interessati piu' ai loro burqa che a quello che di vivo ci sta
dentro. Al testo di Morgantini, alla sfida di gruppi di donne per la pace
lascio la conclusione di questo breve articolo, chiedendo venia per le
storie dei molti gruppi di donne che non ho avuto spazio per raccontare: "La
nostra sfida e' andare oltre la relazione e collocare il nostro agire
all'interno di processi storici di cui vogliamo essere soggetti, cosi' come
sono soggetti le donne afgane, palestinesi, israeliane, curde, turche,
croate, bosniache, serbe, algerine e tante e tante che... non tacciono e non
si fermano un istante per praticare diritti e giustizia" (p. 188).
*
Bibliografia
- A. Potente, Raccogliere i frammenti. Dalla teologia missionaria alla
teologia contestuale, Anterem,1995.
- Luisa Morgantini, Oltre la danza macabra. No alla guerra no al terrorismo,
Nutrimenti, 2004.
- Marlene Tuininga, Donne contro le guerre. Femminile plurale nonviolento,
Paoline, 2005.
- Roberto Bianchi, Donne di Greve. Primo maggio 1917 nel Chianti: donne in
rivolta contro la guerra, Odradek, 2005.

8. LETTURE. AA. VV.: NORBERTO BOBBIO TRA DIRITTO E POLITICA
AA. VV., Norberto Bobbio tra diritto e politica, Laterza, Roma-Bari 2005,
pp. XVIII + 190, euro 10. A cura e con una densa introduzione di Pietro
Rossi, le preziose relazioni svolte nella giornata di studio in ricordo di
Bobbio tenutasi il 18 ottobre 2004 a Torino per iniziativa dell'Universita'
e dell'Accademia delle scienze di Torino in collaborazione con l'Accademia
nazionale dei Lincei, il Centro studi Piero Gobetti e la Fondazione Luigi
Einaudi. Contributi di Gustavo Zagrebelsky, Bobbio e il diritto; Massimo L.
Salvadori, Bobbio e la politica; Riccardo Guastini, La teoria generale del
diritto; Michelangelo Bovero, La teoria generale della politica. Per la
ricostruzione del "modello bobbiano"; Pier Paolo Portinaro, Realismo
politico e dottrina dello Stato; Luigi Bonanate, Le relazioni tra gli Stati.
Un libro che vivamente raccomandiamo.

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1144 del 14 dicembre 2005

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