[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

La nonviolenza e' in cammino. 1147



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1147 del 17 dicembre 2005

Sommario di questo numero:
1. Luciano Capitini: Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'...
2. Daniele Lugli: Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'...
3. Fulvio Cesare Manara: Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'...
4. Enrico Peyretti: Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'...
5. Una rivista di formazione, informazione, incontro, dibattito e
iniziativa. Nonviolenta
6. Marco Revelli: La Val di Susa ha vinto
7. Richard Falk: Fuori dall'Iraq
8. Simone Weil: Quando
9. Rigoberta Menchu': Etichette
10. Hannah Arendt: Norme, persone
11. La "Carta" del Movimento Nonviolento
12. Per saperne di piu'

1. STRUMENTI DI LAVORO. LUCIANO CAPITINI: MI ABBONO AD "AZIONE NONVIOLENTA"
PERCHE'...
[Ringraziamo Luciano Capitini (per contatti: capitps at libero.it) per questo
intervento. Luciano Capitini e' impegnato nel Movimento Nonviolento, nella
Rete di Lilliput e in numerose altre esperienze e iniziative nonviolente;
persona di straordinaria mitezza e disponibilita' all'ascolto e all'aiuto,
ha condotto a Pesaro una esperienza di mediazione sociale nonviolenta; e'
tra i coordinatori della campagna "Scelgo la nonviolenza"]

Sono certo che molti interverranno e daranno serie e belle motivazioni sul
perche' sono abbonati e rinnovano l'abbonamento ad "Azione nonviolenta".
Voglio dire una cosa inusuale - in questo contesto - ma vera: "Azione
nonviolenta" e' diventata una bellissima pubblicazione, molto curata, ricca,
capace di affrontare tanti argomenti, dando generalmente indicazioni e
riflessioni preziose, e, per ultimo, la veste grafica e' gradevole.
In definitiva una rivista che, ne sono sicuro, tutti coloro che la ricevono,
stimano e a cui vogliono un po' di bene.
Non e' poco, e gia' vale la pena di impegnarsi per un anno, per provare,
almeno!

2. STRUMENTI DI LAVORO. DANIELE LUGLI: MI ABBONO AD "AZIONE NONVIOLENTA"
PERCHE'...
[Ringraziamo Daniele Lugli (per contatti: daniele.lugli at libero.it) per
questo intervento. Daniele Lugli e' il segretario nazionale del Movimento
Nonviolento, figura storica della nonviolenza, unisce a una lunga e limpida
esperienza di impegno sociale e politico anche una profonda e sottile
competenza in ambito giuridico ed amministrativo, ed e' persona di squisita
gentilezza e saggezza grande]

Ero con Aldo Capitini e Piero Pinna quando si decise la pubblicazione di un
piccolo periodico per la diffusione delle idee e della pratica della
nonviolenza. Se ne scelse anche il nome, richiamando con forza il momento
dell'azione.
Era l'agosto del 1963, al termine di un convegno internazionale, a Perugia,
nella Rocca Paolina, sulle tecniche della nonviolenza. Ci volle piu' tempo
di quello che si era pensato, ma nel gennaio del '64 usciva il primo numero.
L'ho in mano in questo momento: in prima pagina Il nostro programma, stilato
da Aldo Capitini, la dichiarazione di adesione al Movimento, piu' semplice e
meno articolata di quella attuale, una piccola foto di Piero Pinna, colto di
spalle, basco in testa e una casacca con scritto "Chiediamo il diritto di
non uccidere", che discute nella grande piazza di Bologna. Era un'iniziativa
del Gan (il gruppo di azione nonviolenta) per il riconoscimento
dell'obiezione di coscienza.
Da allora la rivista ha accompagnato e sostenuto, umilmente e fedelmente, la
pratica e la riflessione della nonviolenza nel nostro paese. Se l'aiutiamo,
con l'abbonamento, la diffusione, la collaborazione, potra' farlo sempre
meglio.

3. STRUMENTI DI LAVORO. FULVIO CESARE MANARA: MI ABBONO AD "AZIONE
NONVIOLENTA" PERCHE'...
[Ringraziamo Fulvio Cesare Manara (per contatti: philosophe0 at tin.it) per
questo intervento. Fulvio Cesare Manara e' un prestigioso studioso e amico
della nonviolenza; nato a Bergamo il 29 giugno 1958, coniugato con tre
figli, laureato in filosofia presso l'Universita' degli studi di Milano
discutendo la tesi "Fides falsa. Il concetto di eresia in Tommaso d'Aquino",
ha frquentato seminari di ricerca e studio presso vari enti: il Program on
Nonviolent Sanctions della Harvard University, la Western Michigan
University, la American Philosophical Association (Central Division), e la
Albert Einstein Institution (Cambridge, Ma, Usa), perfezionato a Padova in
didattica della filosofia, ricercatore esterno della Fondazione Tovini
presso il Dipartimento di filosofia dell'Universita' di Padova, dove conduce
una ricerca sul laboratorio di filosofia. Nell'anno accademico 2004-2005
insegna religioni e diritti dell'uomo al Master di II livello
dell'Universita' degli Studi di Bergamo. Nel settore della didattica della
filosofia insegna filosofia e storia nei licei statali; opera quale
formatore di formatori e interviene in corsi di formazione promossi da
istituti superiori in varie parti d'Italia ed in seminari e corsi promossi
dal Ministero e da altre agenzie (la piu' recente attivita' e' la funzione
di moderatore in due forum della Sfi per l'Indire); ha collaborato al
laboratorio di didattica della filosofia presso la Siss Veneto; e' membro
del consiglio direttivo e della commissione didattica nazionale della
Societa' filosofica italiana; suo campo di sperimentazione e di indagine e'
la comunita' di ricerca filosofica e il laboratorio di filosofia; collabora
in qualita' di redattore a "Comunicazione filosofica. Rivista telematica di
ricerca e didattica filosofica" (sito: www.getnet.it/sfi/013.html);
collabora in qualita' di formatore esterno al corso di perfezionamento in
filosofia e didattica della filosofia dell'Universita' degli Studi di Bari,
e al corso di perfezionamento in metodologia dell'insegnamento filosofico
presso l'Universita' degli Studi di Padova. Nel settore disciplinare della
didattica della filosofia ha pubblicato una quindicina di saggi e alcune
recensioni, oltre al volume Comunita' di ricerca e iniziazione al
filosofare. Appunti per una nuova didattica della filosofia, Lampi di
Stampa, Milano 2004. Nel settore degli studi sulla nonviolenza si occupa
continuativamente di etica della nonviolenza, settore in cui ha pubblicato
una ventina tra saggi e articoli; opera quale formatore con esperienza di
metodologia attiva: addestrato nelle competenze dell'ascolto attivo e della
gestione del lavoro di gruppo, grazie ad una esperienza ventennale di
animazione e facilitazione di gruppi, anima a sua volta all'ascolto attivo,
ad una gestione di gruppo centrata sulla leadership partecipativa ed alla
trasformazione nonviolenta dei conflitti. Dal 2002 e' collaboratore della
cattedra di pedagogia sociale dell'Universita' degli studi di Bergamo, ove
si occupa in particolare del tema della trasformazione nonviolenta dei
conflitti. E' di imminente pubblicazione una sua monografia su Gandhi]

Leggo "Azione nonviolenta" perche' leggendola mi sento parte di una
comunita' di cercatori e di "sperimentatori di nuove rotte", e perche',
ripercorrendone spesso i vecchi numeri, faccio anche scoperte di vario
genere, sorprendenti, sempre, e che mi danno da pensare.
Ho conosciuto "Azione nonviolenta" mentre mi apprestavo a svolgere il mio
servizio civile, quasi trent'anni or sono, se non ricordo male attraverso la
diffusione militante fatta dalla sede Loc della mia citta'. Mi sono abbonato
quasi subito, desideroso di prestare ascolto ad una delle voci di
informazione e formazione esplicita alla nonviolenza ed all'azione
nonviolenta. Non ci volle molto perche' decidessi poi anche di entrare a far
parte del Movimento Nonviolento. Fin da quegli anni mi sono posto domande
intorno al passato della rivista e del movimento: grazie all'aiuto di Pietro
Pinna ho potuto avere tutti gli arretrati della prima e grazie alla rete di
relazioni nata con tutto questo mi sono venute incontro anche molte
occasioni di dialogo: la riflessione non si e' certo conclusa.
La rilettura di "Azione nonviolenta" e' una delle fonti che consentono un
ripensamento della tradizione del movimento. L'acquisizione di una memoria
storica e' fondamentale per leggere adeguatamente il presente, e far fronte
in modo piu' adeguato alle sue sfide, soprattutto a quelle inedite. E' bene
quindi comprendere il nostro passato. Studiarlo.
Ma la storia non si ripete. Si tratta di camminare, il che comporta prendere
strade nuove, le quali non sono affatto basate sulla necessita' di
salvaguardare tutte le idee, tutti i progetti che un tempo si sono
elaborati. Secondo il mio modesto parere, sarebbe assai grave assumere
l'atteggiamento di chi ha qualcosa da perdere: occorre il coraggio di
cambiare idee, di cambiare i progetti, di rispondere al nuovo con il nuovo.
Se davvero nella nostra tradizione ci sono valori, allora non dovrebbe
essere un problema mantenersi fedeli pur cambiando. E' la lezione gandhiana:
per essere fedeli alla verita', che e' sempre al di la' di quanto noi
possiamo vedere, esprimere e vivere, occorre avere il coraggio di entrare in
contraddizione con se stessi, con le proprie idee ed esperienze del passato:
naturalmente non per partito preso, ma quando si scopre di aver sbagliato. O
semplicemente quando si scopre che le idee che prima funzionavano non
funzionano piu', non trovano corrispondenza nella vita, restano idee che non
si incarnano nella storia. "Nulla di quanto e' stato fatto e' da rimuovere":
se con questo si intende che essendo passato non puo' essere piu' cambiato,
va bene. Ma se si intende che non si possa oggi mettere da parte qualcosa di
questa tradizione, allora dissento da questa affermazione. Nessuno e'
perfetto. Neanche il Movimento Nonviolento.
"Noi siamo persuasi che la seconda meta' del secolo vedra' il progressivo
passaggio al metodo nonviolento dell'attivita' per il rinnovamento della
societa' e dell'umanita'": cosi' si legge nell'articolo di apertura del
primo numero di "Azione nonviolenta".
Dopo piu' di quarant'anni si e' tentati di valutare la pertinenza di questa
"profezia", per rilevarne l'inconsistenza, e, con il senno del poi, sempre
un po' saputello, scuotere il capo e sorridere. In questo momento
particolare della nostra storia e di quella del nostro pianeta queste parole
suonano un po' stonate, anche ingenue. Sembrano spingere ad un pessimismo di
ritorno. La "rivoluzione antropologica" della nonviolenza non si e'
realizzata compiutamente. I segnali positivi e di crescita sono sempre
affiancati da segni negativi: essa non avanza se non con i nostri piedi, non
cresce se non con la nostra attivita'. Siamo poveri di piedi e di attivita'?
Si vede di si'. Ci accorgiamo che la nonviolenza per troppi e' ancora un
"fine irrealizzabile", una parola vuota, una cosa nuova e inedita,
sconosciuta. Qual e' la nostra responsabilita'? Se siamo davvero privi di
proposte non e' un buon segnale.
La fiducia che la democrazia stia evolvendo verso una omnicrazia ha lasciato
il campo al ritorno di interrogativi sulla effettiva possibilita' di una
democrazia sostanziale in una societa' di massa. Pensiamo che ne e' rimasto
ora che la si vuol esportare con la guerra! Il rinnovamento degli organismi
internazionali sembra annichilito, e non sono nascoste le contraddizioni fra
opposte concezioni in merito a quello che dovra' essere la societa'
planetaria del futuro.
Non sono affatto vinti ne' l'autoritarismo ne' lo sfruttamento dell'uomo
sull'uomo, ne' l'imperialismo economico e il dominio del nord sul sud del
pianeta. In questo inizio di secolo insomma ci chiediamo se davvero la
storia ci conduce verso un progresso di liberazione di tutti oppure no.
Eppure questo primo decennio del duemila e' stato solennemente dedicato
dalla Assemblea generale delle Nazioni Unite  alla promozione di una cultura
di nonviolenza e di pace...
Il programma del primo numero di "Azione nonviolenta", peraltro, non era
sostanziato solo dall'ottimismo sopra richiamato, oggi discutibile e non
sufficiente, e vale la pena rileggerlo piu' da vicino, perche' la memoria
fondi la nostra ricerca di identita' al di la' e al di sopra di
atteggiamenti troppo facili e superficiali.
Punto primo: diffondere la "persuasione interiore nonviolenta", renderla una
consapevolezza di strati sempre piu' vasti della popolazione. "Azione
nonviolenta", si diceva, "e' centro di questo lavoro". E oggi, che significa
oggi "persuasione interiore nonviolenta", nell'era della "postideologia" e
dei terrorismi? Come ci confrontiamo con questo minimalismo crescente che
sembra indicare l'irrilevanza di qualsiasi persuasione interiore? Stiamo
rilanciando strategie di coinvolgimento, di presa di coscienza, oltre che
informazione? Non varrebbe la pena di potenziare al massimo le strategie
atte a conseguire questo obiettivo? Ci sono nuovi strumenti? Quali? Che uso
ne facciamo? Quale posizione prendiamo di fronte al diffondersi di
atteggiamenti sociali che contrastano apertamente con il riconoscimento
della nonviolenza? A lungo abbiamo dibattuto se il semplice esistere di
questa voce spesso dissonante rispetto al coro delle opinioni fosse
testimonianza adeguata. Vien da chiedersi se davvero e' solo questione di
"fede". Forse dovremmo anche chiederci se siamo davvero credibili, e che
cosa ci puo' permette di esserlo ancora di piu'. Non cerchiamo proseliti, va
bene. Ma allora, che ne e' del destino della nonviolenza? Ci rassegnamo ad
essere pattuglia che puo' scomparire senza che nessuno se ne accorga?
Punto secondo: la teoria della nonviolenza. Il che vuol dire non dibattito
astruso, ma ferma analisi delle ragioni e dei problemi. Se guardiamo bene,
il patrimonio capitiniano dell'idea di nonviolenza ha bisogno di essere
ripensato a fondo: non e' l'unica via alla societa' aperta e pacificata,
nelle societa' occidentali e nel sud del pianeta si sono elaborate ed
esperite strade diverse: quale dialogo apriamo con esse? Che significa per
noi oggi omnicrazia? Ci pensiamo ancora? E liberalsocialismo? Che puo' voler
dire? Del resto potrebbe valere un discorso speculare, solo apparentemente
contrario a quanto precede: quanto conosciamo davvero del patrimonio di
pensiero nonviolento, di teoria nonviolenta? Che attenzione prestiamo allo
studio di Tolstoj, Gandhi, Capitini, e di tutti i leaders della tradizione
nonviolenta? Quale attenzione prestiamo alla "nonviolenza generica", cosi'
presente, sia pure in modo nascosto, nella vita quotidiana e nella storia? E
se oggi mi chiedo che ne e' della dottrina della nonviolenza, devo
aggiungere: che ne e' della teoria dell'azione nonviolenta? Sono due strade
che si sono affiancate ormai da tempo (e qualcuno pensa siano divergenti).
Quanto e' cresciuta la prima e quanto la seconda? Prestiamo ascolto davvero
a tutte le voci e le esperienze? C'e' apertura nel nostro atteggiamento di
fronte al moltiplicarsi delle esperienze e dei movimenti ma soprattutto al
crescere della teoria e della pratica? La parola nonviolenza non puo' piu'
essere come il prezzemolo: non rispondiamo alle gravi urgenze del nostro
tempo recitando una litania. Non puo' piu' essere un discorso semplicemente
ideologico - neanche il nostro, e per fortuna: l'esperienza dell'azione
nonviolenta e' continuata, l'idea di lotta nonviolenta non e' piu'
patrimonio dei nonviolenti ma dell'intera umanita': e' fra le possibilita'
per tutti e non solo fra le necessita' di qualcuno. Con un certo tipo di
"fedelta' alla nonviolenza" possiamo precludere ad altri l'accesso ad essa,
la scoperta della possibilita' dell'azione nonviolenta, della sua
praticabilita'.
Punto terzo: pratica dell'azione nonviolenta e formazione all'azione. Tutta
da reinventare. Le sfide di oggi sono forse comparabili a quelle di
quarant'anni fa? Nell'era del servizio militare volontario, che facciamo per
la formazione dei giovani all'obiezione di coscienza? Nell'era dei
terrorismi (e ogni guerra e' terrore e terrorismo) subiamo il dominio
dell'apparente impotenza che sembra attanagliare la societa' civile? Come
imparare a so-stare in modo creativo nei conflitti, ad accettare la sfida
della lotta nonviolenta con le sofferenze che essa comporta, come mettersi
sulla strada di una sperimentazione continua della trasformazione non
distruttiva dei conflitti?
Il punto primo e il terzo cadono entrambi sotto il motto "Educare alla
nonviolenza". Ma questo resta uno slogan come altri: educare alla pace,
educare alla mondialita', educare alla solidarieta', educare all'ambiente,
educare alla salute, educare... Siamo anche noi parte del coro piu' o meno
dissonante oppure abbiamo davvero una proposta di valore centrata sulla
persona e non sull'oggetto, sul problema o sulla dottrina? E questo e' un
punto su cui la rilettura attenta di Capitini potrebbe indicare strade
nuove.
Non credo che si possano identificare punti programmatici piu' al centro ed
essenziali di questi. Ancora oggi, mi sembrano fertili. Sono fertili, e
generativi, perche', come si e' visto, possono essere letti come domande,
come stimolo a guardare al presente e a prendersi la responsabilita' del
futuro, del nuovo, ancora di la' da venire.

4. STRUMENTI DI LAVORO. ENRICO PEYRETTI: MI ABBONO AD "AZIONE NONVIOLENTA"
PERCHE'...
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questo
intervento. Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di
questo foglio, ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno
di pace e di nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha
fondato con altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il
foglio", che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel
Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian
Peace Research Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro
Interatenei Studi per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo
comitato della rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione
col Centro Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento
Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora
a varie prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del
"non uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto
il Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'. Saggezza e
politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e' disponibile
nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza
guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di
cui una recente edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie
Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico
Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu' volte
riproposta anche su questo foglio, da ultimo nei fascicoli 1093-1094; vari
suoi interventi sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e
alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu'
ampia bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731
del 15 novembre 2003 di questo notiziario]

Non ricordo da quanti anni - tanti - sono abbonato ad "Azione nonviolenta".
Mi abbono e mi riabbono perche' e' il piu' continuativo strumento, a livello
insieme informativo e riflessivo, per la cultura della nonviolenza e per i
collegamenti interni al Movimento Nonviolento, il ramo storico di un impegno
oggi fortunatamente articolato, ma ancora tanto bisognoso di crescere e
approfondire con vari mezzi (libri, convegni, riviste) la cultura
nonviolenta.
Cerco di fare la mia piccola parte per sostenere e diffondere "Azione
nonviolenta".

5. STRUMENTI DI LAVORO. UNA RIVISTA DI FORMAZIONE, INFORMAZIONE, INCONTRO,
DIBATTITO E INIZIATIVA. NONVIOLENTA
"Azione nonviolenta" e' la rivista mensile del Movimento Nonviolento fondata
da Aldo Capitini nel 1964, e costituisce un punto di riferimento per tutte
le persone amiche della nonviolenza.
La sede della redazione e' in via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803,
fax: 0458009212, e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org
L'abbonamento annuo e' di 29 euro da versare sul conto corrente postale n.
10250363, oppure tramite bonifico bancario o assegno al conto corrente
bancario n. 18745455 presso BancoPosta, succursale 7, agenzia di Piazza
Bacanal, Verona, ABI 07601, CAB 11700, intestato ad "Azione nonviolenta",
via Spagna 8, 37123 Verona, specificando nella causale: abbonamento ad
"Azione nonviolenta".

6. RIFLESSIONE. MARCO REVELLI: LA VAL DI SUSA HA VINTO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 14 dicembre 2005. Marco Revelli, storico
e saggista, figlio di Nuto Revelli, e' docente di scienza della politica
all'Universita' del Piemonte Orientale. Opere di Marco Revelli: Lavorare in
Fiat, Garzanti, Milano 1989; (con Giovanni De Luna), Fascismo/antifascismo,
La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1995; Le due destre, Bollati Boringhieri,
Torino 1996; La sinistra sociale, Bollati Boringhieri, Torino 1997; Fuori
luogo, Bollati Boringhieri, Torino 1999; Oltre il Novecento, Einaudi, Torino
2001; La politica perduta, Einaudi, Torino 2003; (con Fausto Bertinotti e
Lidia Menapace), Nonviolenza. Le ragioni del pacifismo, Fazi, Roma 2004;
Carta d'identita', Intra Moenia - Carta, Napoli-Roma 2005. Ha anche curato
l'edizione italiana del libro di T. Ohno, Lo spirito Toyota, Einaudi, Torino
1993; un suo importante saggio e' in Pietro Ingrao, Rossana Rossanda,
Appuntamenti di fine secolo, Manifestolibri, Roma 1995]

Credo che ora lo si possa dire. Anzi, lo si debba dire ben forte: la Val di
Susa ha vinto. Ha vinto su tutta la linea, forse addirittura oltre la
percezione che i protagonisti stessi di quella vittoria ne hanno.
*
Ha vinto innanzitutto sul piano culturale.
Di quello che si chiama il "comune sentire". In questo mese di passione ha
ribaltato d'un colpo la percezione del problema. Ha conquistato un'opinione
pubblica solitamente sonnolenta e pigra, richiamata da quei "montanari
testardi", di poche parole, alla concretezza di ragioni e verita' prima
inascoltate. Difficile dire quando questo sia avvenuto: se con l'adesione
davvero unanime di tutta la valle allo sciopero generale del 16 novembre. O
con la civilissima e compatta risposta del 30, quando sui prati di Venaus la
folla multicolore ridicolizzo' l'occupazione notturna da parte delle truppe
delle ruspe, e tenne a distanza i pretoriani della Cmc. O dopo l'aggressione
squadrista della notte del 6 dicembre, e grazie alla risposta di un intero
territorio offeso. Sta di fatto che quando l'8 sono tornati in 50.000 a
riprendersi i territori sottratti, la retorica dello sviluppismo senza
argomenti (quella dell'"Europa lo vuole", e del "progresso passa di qui,
toglietevi di mezzo") si era gia' sciolta come neve al sole. E alla favola
bella della modernita' osteggiata da pochi nostalgici villani egoisticamente
aggrappati al loro giardino di casa credevano ormai in pochi, per lo meno
fuori dalle redazioni dei grandi quotidiani nazionali e dalle sedi della
politica lobbistica. In tanti, ma davvero in tanti (si veda il sondaggio del
"Corriere"), hanno incominciato a pensare che l'interesse generale, il "bene
comune" (non diciamo "l'interesse nazionale", che e' espressione antipatica)
non abitasse nei palazzi dei decisori pubblici, dal Quirinale giu' giu' fino
a Palazzo Lascaris e al Comune di Torino, ma stesse lassu', in quelle strade
e piazze e municipi di montagna. Non era scontato, che la gigantesca
macchina della manipolazione venisse inceppata. E' successo, ed e' un punto
fermo da cui partire.
*
La Val Susa ha vinto poi sul piano sociale.
Le loro ragioni si sono affermate perche' gli e' riuscito il miracolo di dar
voce e forma a un intero territorio. Non ristrette avanguardie aggressive e
irsute. Non linguaggi gergali. Ma persone capaci di mettere in gioco se
stesse, col proprio linguaggio naturale, la rete delle proprie relazioni
quotidiane, i sentimenti comuni, e vorrei aggiungere sereni (anche nella
rabbia, anche nell'invettiva), come forse puo' avvenire ormai solo fuori
dall'atmosfera avvelenata delle aree metropolitane, segnate dal rancore e
dalla frustrazione, in una valle, appunto, in una rete di paesi e villaggi
in cui ci si conosce e riconosce all'istante, e non funziona il lavoro
inquinante della comunicazione mediatica e della politica ridotta a simboli.
*
Ma la Val Susa ha vinto persino sul piano politico.
Quello piu' viscido. Piu' lontano, e piu' difficile da permeare, barricato
com'e' nei propri dogmi e nella propria arroganza. Non ci facciamo
illusioni: le proveranno tutte (e' il loro mestiere), governanti di destra e
(futuri?) governanti di sinistra, per realizzare comunque il loro progetto
trasversale (la Tav senza se e senza ma). Non sono gente da fermarsi davanti
alle ragioni, per buone che esse siano. Tenteranno di corrompere e di
dividere. Hanno denaro e potere in abbondanza. Cercheranno, passata la
festa, di gabbare lo santo, e superato il capo delle tempeste delle
Olimpiadi torneranno ad agitare i loro big sticks e a risalire la valle con
le ruspe. Manovreranno "tavoli" e "osservatori" (uno sport che sanno
praticare benissimo), forti di complicita' amplissime nel mondo dei media.
Ma il tempo guadagnato lavora per noi, a condizione che la Val Susa sappia
salvaguardare il bene piu' prezioso che ha accumulato nei mesi passati: la
propria unita'. Quell'intreccio tra sindaci, comitati, popolazione (compresi
i ragazzi dei centri sociali) che ha permesso di vincere. Quel tempo potra'
essere impiegato per consolidare un'adesione alle ragioni generali di quella
lotta che e' ormai estesa ben al di la' dei confini della valle. Non solo a
Torino, dove il discorso ha gia' "sfondato" (le centinaia di persone che
affollavano sabato scorso la Camera del lavoro per il convegno no-Tav,
contrapposte alle 40 che ascoltavano nelle stesse ore le perorazioni pro-Tav
del sindaco Chiamparino, ne sono il segno tangibile). E dove le iniziative
di sabato prossimo dovranno essere quello che appunto si propongono di
essere, una grande festa. Ma anche e soprattutto nel resto d'Italia, dove le
orecchie capaci di intendere sono ormai tante. E dove si potranno
raccogliere le energie per resistere anche a primavera.

7. RIFLESSIONE. RICHARD FALK: FUORI DALL'IRAQ
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 15 dicembre 2005 riprendiamo il seguente
articolo di Richard Falk, pubblicato originariamente nel n. 230 del
notiziario della Transnational Foundation for Peace and Future Research (in
sigla: Tff; sito: www.transnational.org) che ne detiene i diritti di copia.
La Transnational Foundation for Peace and Future Research, diretta da Jan
Oberg, e' uno dei punti di riferimento piu' rilevanti del movimento per la
pace a livello internazionale; ha sede a Lund in Svezia. L'articolo e'
presentato sul quotidiano italiano con la seguente breve nota introduttiva:
"Come porre termine alla guerra in Iraq. Il grande storico americano del
conflitto del Vietnam, forte dell'esperienza della sconfitta Usa degli anni
'60-'70 nel sud-est asiatico, propone un percorso alternativo per portare
l'America fuori dalla palude dell'occupazione, contro la guerra come
strumento della politica". La traduzione e' di Renato Solmi.
Richard Falk, nato nel 1930, professore emerito di diritto internazionale
all'Universita' di Princeton, autore o curatore di una ventina di libri,
collaboratore di "The Nation", critico costante della politica di guerra del
governo americano, e' uno dei piu' autorevoli rappresentanti del pensiero
"liberal" negli Stati Uniti.
Renato Solmi (per contatti: rsolmi at tin.it) e' stato tra i pilastri della
casa editrice Einaudi, ha introdotto in Italia opere fondamentali della
scuola di Francoforte e del pensiero critico contemporaneo, e' uno dei
maestri autentici e profondi di generazioni di persone impegnate per la
democrazia e la dignita' umana, che attraverso i suoi scritti e le sue
traduzioni hanno costruito tanta parte della propria strumentazione
intellettuale.
Jan Oberg (per contatti: oberg at transnational.org), danese, nato nel 1951,
illustre cattedratico universitario, e' uno dei piu' importanti
peace-researcher a livello internazionale e una figura di riflerimento della
nonviolenza in cammino. Tra le sue molte opere: Myth About Our Security, To
Develop Security and Secure Development, Winning Peace, e il recente
Predictable Fiasco. The Conflict with Iraq and Denmark as an Occupying
Power]

Il dibattito americano sulla guerra in Iraq e' entrato in una nuova e
drammatica fase. Per la prima volta un democratico di spicco, il membro del
Congresso John Murtha, si e' pronunciato per il ritiro delle forze americane
dal paese. Le parole di Murtha hanno avuto un impatto rilevante perche' egli
era stato in passato un sostenitore della guerra, e perche' la sua carriera
precedente era stata caratterizzata da un profilo costantemente vicino agli
interessi dei militari. La sua argomentazione si fonda sull'incapacita' di
completare la missione militare americana in Iraq, cio' che rende del tutto
inescusabile la continuazione delle uccisioni e delle perdite di vite umane.
Egli fa riferimento anche agli effetti avversi dell'occupazione impopolare e
tutt'altro che irreprensibile dell'Iraq sulle piu' ampie finalita' della
lotta contro il terrorismo globale, come pure al fallimento degli sforzi
americani per la ricostruzione del paese. La critica di Murtha e' ampiamente
condivisa, a questo punto, da una maggioranza del popolo americano, e aiuta
a spiegare la declinante popolarita' della presidenza Bush.
*
Il Vietnam, un precedente, ma diverso
Ma non c'e' segno che questi sviluppi, anche di fronte a un crescendo
ininterrotto di episodi di violenza e di perdite elevate, possano condurre,
di per se stessi, a una rapida fine della guerra irachena. Il presidente
Bush continua a ripetere la sua decisione di "tenere ferma la barra del
timone", e di fare tutto cio' che e' necessario per prevalere in Iraq. Non
ci si puo', per il momento, aspettare che un Congresso controllato dai
repubblicani, benche' dia prova di una crescente riluttanza nei confronti
della guerra, sia disposto a rompere con il presidente, e a rifiutare
l'assegnazione delle somme richieste o a raccomandare una strategia d'uscita
che stabilisca un termine preciso alla guerra. A differenza che nel Vietnam,
che tende ad apparire sempre di piu' come un precedente dell'Iraq, le poste
strategiche in gioco sono, in questo caso, molto alte. Lo sforzo di far
credere che l'esito della guerra nel Vietnam fosse strategicamente
importante a causa della "cascata dei pezzi del domino" che avrebbe potuto
derivarne in tutta la regione non e' stato mai convincente, e il solo
argomento pesante a favore della tesi che le forze americane dovessero
restarci a tutti i costi era rappresentato dalla presunta prospettiva del
"bagno di sangue" che avrebbe fatto seguito alla loro partenza: uno scenario
da incubo che non si sarebbe mai materializzato. Ma in Iraq ci sono poste
strategiche di grande importanza: il petrolio, la non-proliferazione delle
armi nucleari, gli effetti sulla Turchia e sull'Iran, il contenimento
dell'Islam radicale, la lotta contro il terrorismo, la sicurezza di Israele,
la politica di sicurezza per tutta la regione. E cosi' il "puzzle" a cui ci
troviamo ora di fronte e' quello di trovare il modo di porre termine alla
guerra irachena senza compromettere ulteriormente e in modo troppo grave
ciascuna di queste preoccupazioni di ordine strategico.
*
La "corrente principale" va al disastro
Le soluzioni che vengono proposte nell'ambito del mainstream politico
americano non sono convincenti: aspettare finche' i militari iracheni siano
in condizione di riportare la stabilita' nel paese, cio' che somiglia molto
ad aspettare l'arrivo di Godot; trasferire la funzione di garantire la
sicurezza in altri paesi alla Nato, cosi' come si era fatto in occasione
della guerra del Kossovo, cio' che ridurrebbe il ruolo degli Stati Uniti
solo per una minima percentuale del fardello attuale; ridurre la presenza
militare americana, ma continuare a sostenere la missione. Queste presunte
"soluzioni" non sono che ricette mascherate per prolungare la futilita'
della guerra, e costituiscono percio' altrettanti inviti al disastro finale.
Sarebbe bene ricordare che, ancora per parecchio tempo (per parecchi anni)
dopo che la dirigenza americana si era resa conto del fatto che la guerra
vietnamita era perduta, le morti e le uccisioni continuarono
ininterrottamente, perche' il governo americano si ostinava a sostenere di
poter trovare la vittoria con questa o quella manovra politica dopo aver
riconosciuto privatamente la propria incapacita' di pacificare la regione
con l'occupazione militare della medesima. Come sappiamo, quando la ritirata
ebbe finalmente luogo nel 1975, fu un evento umiliante, simbolicamente
riassunto dagli elicotteri che portavano via i vietnamiti che avevano
collaborato con l'occupazione sollevandoli in volo dal tetto dell'ambasciata
americana a Saigon. Non c'e' modo di trasformare la sconfitta militare nella
fase di occupazione della guerra irachena in una vittoria di natura
politica. Non c'e' alcun modo di ottenere questo risultato, e quanto prima
l'illusione di poter estrarre magicamente il coniglio dal cappello sara'
riconosciuta per quello che e', tanto migliori saranno le prospettive di
poter porre realmente termine alla guerra irachena prima che venga meno ogni
spazio per l'azione diplomatica del governo. Gia' da parecchio tempo,in
Iraq, il governo americano ha scambiato la vittoria militare per una
vittoria politica. Il famoso discorso tenuto da Bush sulla portaerei
americana "Abraham Lincoln" il primo maggio 2003, davanti alla bandiera
sventolante dietro il podio da cui parlava con la scritta "Missione
compiuta", e' stata la versione estrema di questo errore di calcolo. Ancora
una volta, come l'esperienza vietnamita avrebbe dovuto rendere evidente,
quando ci si trova di fronte a un avversario animato da una coscienza
nazionale, e' difficile, se non impossibile, tradurre la vittoria riportata
sul campo di battaglia in esiti politici favorevoli. L'occupazione
sanguinosa dell'Iraq ha confermato questa lezione, drammatizzando i limiti
della superiorita' militare in guerre associate con l'occupazione di un
territorio straniero, e specialmente di un paese che sia gia' stato
previamente sottoposto a una qualche forma di dominio coloniale.
*
Quello che ci sembra giusto
Capire che cosa ha fatto cilecca nel passato ed e' improbabile che possa
avere successo nel presente e' qualcosa che di per se' non basta. Senza
un'alternativa positiva il gioco del biasimo, o della critica, non conduce
da nessuna parte. A mio avviso una siffatta alternativa esiste, anche se
contiene grandi rischi, e, come ogni altra linea politica che si possa
proporre per il futuro in Iraq, e' avvolta in una rete di incertezza. Non
possiamo conoscere con una certa precisione i rischi inerenti a linee
politiche alternative, ma possiamo fare quello che ci sembra giusto nelle
circostanze date, e che ci sembra offrire le migliori prospettive di
impedire che i cadaveri continuino ad accumularsi senza tregua. In un
rispetto decisivo, Rumsfeld aveva ragione quando, un paio d'anni fa,
scriveva in un memorandum interno del Pentagono che noi manchiamo di un
"criterio di misura" ("metric" nell'originale) per determinare se stiamo
vincendo o perdendo la guerra contro il terrore in Iraq o nel mondo nel suo
complesso. Un riconoscimento di questo genere dovrebbe suggerire una certa
umilta' da tutte le parti, ma specialmente a coloro che, di fronte a dubbi
di quella portata, continuano a procedere in una guerra che ha gia' prodotto
risultati umani e politici cosi' disastrosi. Sia che ci poniamo dal punto di
vista del diritto, della morale o della politica, dovremmo tutti nutrire,
per conto nostro, e incoraggiare negli altri, una forte presunzione contro
la guerra come strumento della politica.
*
I passi che dobbiamo intraprendere
Vorrei proporre alcuni passi che, nel loro insieme, costituiscono un piano,
o almeno un approccio, che si muove in una direzione che lascia qualche
speranza per il futuro:
- una dichiarazione esplicita ("a clear statement") del governo americano
che esso intende ritirarsi completamente dall'Iraq e che rinuncia a
qualsiasi progetto di mantenere basi permanenti in quel paese;
- un calendario per il ritiro delle forze Usa che implichi la graduale e
completa cancellazione della presenza americana (e di quella di tutta la
coalizione) nel paese nel giro di un anno;
- l'adozione immediata di una postura militare difensiva; le forze americane
in Iraq, da quel momento in poi, attaccheranno solo se saranno attaccate;
- un incoraggiamento rivolto, in pubblico e in privato, alle forze irachene
a perseguire una diplomazia di compromesso e di riconciliazione in
alternativa a una guerra civile prolungata;
- diversificare lo sforzo di ricostruzione economica e sociale in tutta la
misura e l'estensione del possibile, inclusa la ricerca di una nuova
funzione per le Nazioni Unite, che dovrebbero agire in assoluta indipendenza
dall'occupazione americana;
- incoraggiare iniziative regionali che includano la Turchia, l'Iran, e
anche un certo numero di paesi arabi, e che dovrebbero avere il compito di
esplorare la possibilita' di adottare misure di peace-keeping e di offrire
altri contributi di carattere politico alla fase di transizione che fara'
seguito all'occupazione;
- affermare un impegno americano e britannico al mantenimento dell'unita'
dell'Iraq;
- esercitare una maggiore pressione per porre termine all'occupazione
israeliana dei territori palestinesi, e per fare in modo che si vada verso
una soluzione del conflitto che riconosca i diritti legali del popolo
palestinese e la necessita' di una pace basata sull'eguaglianza e sul
rispetto reciproco di entrambe le parti.
*
Aiutare la riconciliazione, mobilitare la pace
Da ultimo, questo approccio non ha alcuna possibilita' di risultare efficace
in assenza di una mobilitazione su vasta scala dell'opinione contro la
guerra negli Stati Uniti, rafforzata dall'espressione di sentimenti analoghi
in tutto il mondo, e da parte dei dirigenti regionali nel Medio Oriente. In
assenza di un grande potenziamento dell'attivismo contro la guerra, essa
continuera' a trascinarsi fino al momento in cui un processo terminale
precipitoso sara' adottato in uno spirito di disperazione. Cio' che sto
patrocinando e' un ripensamento globale e comprensivo degli scopi e del
comportamento americano nella regione, con una discreta possibilita' che i
risultati finiscano per essere piu' positivi di quanto si possa anticipare
in termini strettamente realistici. La mia ragione di nutrire un certo
ottimismo e' l'impressione che, quando lo scudo protettivo americano sia
stato inequivocabilmente rimosso, curdi e sciiti si troveranno sottoposti a
una forte pressione a riconciliarsi con gli elementi sunniti in Iraq, a
scanso di dover fronteggiare un'insorgenza permanente, e magari anche una
guerra civile su vasta scala, da cui essi uscirebbero quasi certamente
perdenti. Da parte sunnita, in pari modo, l'incentivo di evitare una lotta
civile prolungata di questo genere darebbe luogo a una spinta considerevole
a riconciliarsi coi loro avversari, dal momento che i sunniti si
troverebbero di fronte a nazionalismi dissidenti che non potrebbero piu'
essere schiacciati con la facilita' con cui lo erano stati nell'epoca di
Saddam. Finche' l'occupazione Usa persiste, gli elementi in Iraq che ne
traggono beneficio non hanno alcun interesse a venire a compromesso in
termini che possano essere accettabili ai sunniti. E' bensi' vero che la
composizione etnica dell'Iraq e' piu' complessa di quanto possa risultare da
questo schema, e che le linee di faglia del conflitto non si possono
tracciare esattamente facendo riferimento soltanto ai curdi, agli sciiti e
ai sunniti, ma queste divisioni hanno un fondamento geografico ben definito,
e sono state ulteriormente approfondite e acutizzate dalla politica
sbagliata dell'occupazione americana. La situazione in Iraq si e'
deteriorata al punto che non c'e' piu' nessuna via d'uscita garantita che
non sia attorniata da pericoli, ma almeno questi pericoli lasciano
intravvedere la speranza che si possa imboccare una via completamente
diversa. Restando sul sentiero della guerra irachena, ora cosi'
improvvisamente screditato, sappiamo tutti che i cadaveri continueranno ad
ammucchiarsi uno sopra l'altro.

8. MAESTRE. SIMONE WEIL: QUANDO
[Da Simone Weil, L'ombra e la grazia, Rusconi, Milano 1996, p. 82. Simone
Weil, nata a Parigi nel 1909, allieva di Alain, fu professoressa, militante
sindacale e politica della sinistra classista e libertaria, operaia di
fabbrica, miliziana nella guerra di Spagna contro i fascisti, lavoratrice
agricola, poi esule in America, infine a Londra impegnata a lavorare per la
Resistenza. Minata da una vita di generosita', abnegazione, sofferenze,
muore in Inghilterra nel 1943. Una descrizione meramente esterna come quella
che precede non rende pero' conto della vita interiore della Weil (ed in
particolare della svolta, o intensificazione, o meglio ancora:
radicalizzazione ulteriore, seguita alle prime esperienze mistiche del
1938). Ha scritto di lei Susan Sontag: "Nessuno che ami la vita vorrebbe
imitare la sua dedizione al martirio, o se l'augurerebbe per i propri figli
o per qualunque altra persona cara. Tuttavia se amiamo la serieta' come
vita, Simone Weil ci commuove, ci da' nutrimento". Opere di Simone Weil:
tutti i volumi di Simone Weil in realta' consistono di raccolte di scritti
pubblicate postume, in vita Simone Weil aveva pubblicato poco e su periodici
(e sotto pseudonimo nella fase finale della sua permanenza in Francia stanti
le persecuzioni antiebraiche). Tra le raccolte piu' importanti in edizione
italiana segnaliamo: L'ombra e la grazia (Comunita', poi Rusconi), La
condizione operaia (Comunita', poi Mondadori), La prima radice (Comunita',
SE, Leonardo), Attesa di Dio (Rusconi), La Grecia e le intuizioni
precristiane (Rusconi), Riflessioni sulle cause della liberta' e
dell'oppressione sociale (Adelphi), Sulla Germania totalitaria (Adelphi),
Lettera a un religioso (Adelphi); Sulla guerra (Pratiche). Sono fondamentali
i quattro volumi dei Quaderni, nell'edizione Adelphi curata da Giancarlo
Gaeta. Opere su Simone Weil: fondamentale e' la grande biografia di Simone
Petrement, La vita di Simone Weil, Adelphi, Milano 1994. Tra gli studi cfr.
AA. VV., Simone Weil, la passione della verita', Morcelliana, Brescia 1985;
Gabriella Fiori, Simone Weil, Garzanti, Milano 1990; Giancarlo Gaeta, Simone
Weil, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole 1992; Jean-Marie
Muller, Simone Weil. L'esigenza della nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele,
Torino 1994; Angela Putino, Simone Weil e la Passione di Dio, Edb, Bologna
1997; Maurizio Zani, Invito al pensiero di Simone Weil, Mursia, Milano 1994]

Quando si comincia a compiere il male, esso si mostra come una specie di
dovere.

9. MAESTRE. RIGOBERTA MENCHU': ETICHETTE
[Da Rigoberta Menchu' Tum, Rigoberta, i maya e il mondo, Giunti, Firenze
1997, p. 292. Rigoberta Menchu', india guatemalteca, premio Nobel per la
pace, e' una delle figure piu' splendide dell'impegno per la dignita' umana,
i diritti, la pace, la solidarieta'. Opere di Rigoberta Menchu': Mi chiamo
Rigoberta Menchu', (a cura di Elisabeth Burgos), Giunti, Firenze 1987;
Rigoberta, i maya e il mondo, (con la collaborazione di Dante Liano e Gianni
Mina'), Giunti, Firenze 1997]

Ci appiccicano addosso etichette, con l'intenzione di screditare le nostre
lotte.

10. MAESTRE. HANNAH ARENDT: NORME, PERSONE
[Da Hannah Arendt, Responsabilita' e giudizio, Einaudi, Torino 2004, p. 128.
Hannah Arendt e' nata ad Hannover da famiglia ebraica nel 1906, fu allieva
di Husserl, Heidegger e Jaspers; l'ascesa del nazismo la costringe
all'esilio, dapprima e' profuga in Francia, poi esule in America; e' tra le
massime pensatrici politiche del Novecento; docente, scrittrice, intervenne
ripetutamente sulle questioni di attualita' da un punto di vista
rigorosamente libertario e in difesa dei diritti umani; mori' a New York nel
1975. Opere di Hannah Arendt: tra i suoi lavori fondamentali (quasi tutti
tradotti in italiano e spesso ristampati, per cui qui di seguito non diamo l
'anno di pubblicazione dell'edizione italiana, ma solo l'anno dell'edizione
originale) ci sono Le origini del totalitarismo (prima edizione 1951),
Comunita', Milano; Vita Activa (1958), Bompiani, Milano; Rahel Varnhagen
(1959), Il Saggiatore, Milano; Tra passato e futuro (1961), Garzanti,
Milano; La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli,
Milano; Sulla rivoluzione (1963), Comunita', Milano; postumo e incompiuto e'
apparso La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna. Una raccolta di
brevi saggi di intervento politico e' Politica e menzogna, Sugarco, Milano,
1985. Molto interessanti i carteggi con Karl Jaspers (Carteggio 1926-1969.
Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989) e con Mary McCarthy (Tra
amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975,
Sellerio, Palermo 1999). Una recente raccolta di scritti vari e' Archivio
Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001; Archivio Arendt 2.
1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003; cfr. anche la raccolta Responsabilita'
e giudizio, Einaudi, Torino 2004. Opere su Hannah Arendt: fondamentale e' la
biografia di Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt, Bollati Boringhieri,
Torino 1994; tra gli studi critici: Laura Boella, Hannah Arendt,
Feltrinelli, Milano 1995; Roberto Esposito, L'origine della politica: Hannah
Arendt o Simone Weil?, Donzelli, Roma 1996; Paolo Flores d'Arcais, Hannah
Arendt, Donzelli, Roma 1995; Simona Forti, Vita della mente e tempo della
polis, Franco Angeli, Milano 1996; Simona Forti (a cura di), Hannah Arendt,
Milano 1999; Augusto Illuminati, Esercizi politici: quattro sguardi su
Hannah Arendt, Manifestolibri, Roma 1994; Friedrich G. Friedmann, Hannah
Arendt, Giuntina, Firenze 2001. Per chi legge il tedesco due piacevoli
monografie divulgative-introduttive (con ricco apparato iconografico) sono:
Wolfgang Heuer, Hannah Arendt, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1987, 1999;
Ingeborg Gleichauf, Hannah Arendt, Dtv, Muenchen 2000]

Le norme giuridiche e morali hanno in comune qualcosa di importante: si
riferiscono sempre alla persona e a cio' che la persona ha fatto.

11. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

12. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1147 del 17 dicembre 2005

Per ricevere questo foglio e' sufficiente cliccare su:
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=subscribe

Per non riceverlo piu':
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=unsubscribe

In alternativa e' possibile andare sulla pagina web
http://web.peacelink.it/mailing_admin.html
quindi scegliere la lista "nonviolenza" nel menu' a tendina e cliccare su
"subscribe" (ed ovviamente "unsubscribe" per la disiscrizione).

L'informativa ai sensi del Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196
("Codice in materia di protezione dei dati personali") relativa alla mailing
list che diffonde questo notiziario e' disponibile nella rete telematica
alla pagina web:
http://italy.peacelink.org/peacelink/indices/index_2074.html

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004
possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web:
http://lists.peacelink.it/nonviolenza/maillist.html

L'unico indirizzo di posta elettronica utilizzabile per contattare la
redazione e': nbawac at tin.it