[Date Prev][Date Next][Thread Prev][Thread Next][Date Index][Thread Index]

La nonviolenza e' in cammino. 1148



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1148 del 18 dicembre 2005

Sommario di questo numero:
1. Luciano Benini: Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'...
2. Uno storico punto di riferimento
3. Vincenzo Scalia: La mafia ai tempi del postfordismo
4. La "Carta" del Movimento Nonviolento
5. Per saperne di piu'

1. STRUMENTI DI LAVORO. LUCIANO BENINI: MI ABBONO AD "AZIONE NONVIOLENTA"
PERCHE'...
[Ringraziamo Luciano Benini (per contatti: luciano.benini at tin.it) per questo
intervento. Luciano Benini, gia' presidente del Movimento Internazionale
della Riconciliazione (Mir-Ifor), da sempre impegnato in molte attivita' e
iniziative di pace e di solidarieta', e' una delle persone piu' prestigiose
dei movimenti nonviolenti in Italia]

Se ti svegli dal torpore e ti senti pacifista solo quando scoppia una
guerra, "Azione nonviolenta" non e' per te.
Se pensi che la nonviolenza va bene, ma di fronte a certe dittature e a
certe ingiustizie ci vuole ben altro, 'Azione nonviolenta' non e' per te.
Se pensi che per la pace non puoi fare nulla perche' e' una questione troppo
grande e tu non conti nulla, "Azione nonviolenta" non e' per te.
Se ti senti nonviolento quando la nonviolenza costa poco, "Azione
nonviolenta" non e' per te.
Da quasi 50 anni "Azione nonviolenta" legge e rilegge i fatti e la storia
dal versante della nonviolenza, e da quel versante cerca di proporre le
soluzioni alternative alla guerra, alla violenza, alle scelte distruttive.
Perche' la pace si costruisce tutti i giorni, nella tua famiglia, nel tuo
posto di lavoro, nella tua citta'.
Si costruisce con l'educazione alla pace e alla soluzione nonviolenta dei
conflitti.
Si costruisce prevenendo.
Si costrusice condividendo.
Si costruisce opponendo il bene al male.
Forse, "Azione nonviolenta" e' proprio per te.

2. STRUMENTI DI LAVORO. UNO STORICO PUNTO DI RIFERIMENTO
"Azione nonviolenta" e' la rivista mensile del Movimento Nonviolento fondata
da Aldo Capitini nel 1964, e costituisce un punto di riferimento per tutte
le persone amiche della nonviolenza.
La sede della redazione e' in via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803,
fax: 0458009212, e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org
L'abbonamento annuo e' di 29 euro da versare sul conto corrente postale n.
10250363, oppure tramite bonifico bancario o assegno al conto corrente
bancario n. 18745455 presso BancoPosta, succursale 7, agenzia di Piazza
Bacanal, Verona, ABI 07601, CAB 11700, intestato ad "Azione nonviolenta",
via Spagna 8, 37123 Verona, specificando nella causale: abbonamento ad
"Azione nonviolenta".

3. RIFLESSIONE. VINCENZO SCALIA: LA MAFIA AI TEMPI DEL POSTFORDISMO
[Dal sempre utilissimo sito del Centro siciliano di documentazione "Giuseppe
Impastato" (www.centroimpastato.it) riprendiamo il seguente articolo in
corso di pubblicazione sulla rivista "Dei delitti e delle pene". Proprio in
considerazione del fatto che questo saggio ci e' parso per piu' versi
pregevole (ed e' per questo che lo proponiamo ai lettori del nostro
notiziario), e nel suo insieme formula riflessioni e percorsi di ricerca che
ci sembrano di indubbia fecondita' ermeneutica e largamente condivisibili,
ci corre l'obbligo di esprimere il nostro disaccordo su tre specifici punti:
a) alcuni tratti di astrazione e semplificazione eccessiva (ovviamente in
una certa misura inevitabili in testi intesi alla prospezione di coordinate
di ricostruzione di tendenze generali, all'adeguazione di strumenti
interpretativi e metodologici, ed alla proposizione e verifica di risorse
linguistiche e concettuali all'impresa coerenti - certo queste ultime
desumendo da una attuale koine'); b) una effettuale sottovalutazione -
purtroppo frequentissima nei lavori di impianto scientifico, analitico o
tassonomico - della concreta fenomenologia della violenza mafiosa e dei suoi
effetti devastanti non solo genericamente sulla societa' e su tutti gli
ambiti e gli assetti della produzione e della riproduzione sociale,
gestionali, istituzionali e culturali (in senso forte), ma soprattutto sulla
concreta vita - sulle effettuali e nude vite - delle persone che tale
specifica violenza subiscono; c) infine una caduta di stile nella chiusa del
testo, laddove l'autore en passant scrive "Cosa Nostra continua a costituire
un elemento costitutivo dell'ordine sociale dominante, quindi uno degli
avversari contro cui le nuove soggettivita' sociali e politiche devono
combattere": quel nesso "quindi", e quel richiamo esclusivo alle "nuove
soggettivita'" (per non dire dello sgradevole verbo "combattere" riferito a
molteplici e non meglio precisati "avversari" tutti mescolati in un unico
inammissibile calderone, che evoca costi' un'ideologia combattentistica
foriera di molti equivoci e profonde ambiguita': meglio sarebbe stato un
piu' sobrio "lottare"), ci sembra possano prestarsi all'equivoco di
riprodurre un approccio e una posizione del tutto inaccettabili dal nostro
peculiare punto di vista: la mafia e' certo un elemento di un sistema di
potere e di una formazione sociale, ma essa va contrastata non genericamente
e banalmente per questo, ma perche' e' precisamente un potere criminale, un
potere che esercita la violenza, una violenza diretta e feroce (anche la
televisione commerciale e l'automobilismo privato sono parte del "sistema
sociale dominante", e di nocivita' evidente, ma sono cosa ben diversa dal
potere mafioso, che va contrastato per motivi ed in forme non banalizzabili,
non omologabili ad altri aspetti del sistema sociale dominante); quanto a
chi deve condurre la lotta contro la mafia, tale impegno deve essere comune
sia a tutte le persone che vogliano affermare il diritto proprio e di tutti
alla vita e alla dignita', sia a tutte le organizzazioni e le istituzioni
intese alla civile convivenza; peraltro quanto alla fumosa retorica (oggi
detta "altermondialista", ieri e ier l'altro diversamente etichettata, ma
dai romantici in qua piu' o meno della stessa musica a un dipresso si
tratta) che attribuisce virtu' salvifiche alle "nuove soggettivita' sociali
e politiche", la personale opinione del vecchio barbogio che scrive queste
righe e' che essa abbia gia' fatto fin troppi danni, e che anche e
soprattutto all'interno dei movimenti che in modo limpido e coerente
(limpido e coerente: gli arrampicatori, gli squadristi e i totalitari non
sono mai stati nostri compagni di lotta) effettualmente si oppongono al
"disordine costituito" e che propugnano la dignita', la solidarieta' e la
liberazione dell'umanita' dall'oppressione e dall'alienazione, continua ad
esser necessario condurre un'azione intellettuale e morale e politica di
coscientizzazione e critica, di chiarificazione, di illimpidimento, come
quella che ad esempio svolge da sempre - tra altri meriti ancora - il Centro
Impastato; e dal nostro specifico punto di vista, come ama dire il nostro
buon amico Giobbe Santabarbara, "l'alternativa e' la nonviolenza come
movimento storico delle e degli oppressi sempre piu' autocosciente e
solidale, misericordioso e riconoscente; l'alternativa e' la nonviolenza
come scelta di rigorizzazione epistemologica e assiologica, metodologica ed
operativa, relazionale e trasformativa nella direzione del concreto
inveramento della dignita' di tutte e tutti; l'alternativa e' la nonviolenza
giuriscostituente, principio e prassi di organizzazione sociale intesa a
salvare e promuovere le vite umane e la loro dignita' in un rinnovato
rapporto di rispetto non solo infraspecifico ma anche con la natura e il
mondo". E della lungaggine chiediamo venia (p. s.).
Vincenzo Scalia, criminologo, insegna all'Universita' di Macerata ed e'
coordinatore dell'associazione "Antigone" per l'Emilia-Romagna, suoi scritti
sono apparsi su varie autorevoli riviste. tra le opere di Vincenzo Scalia:
Migranti, devianti e cittadini, Franco Angeli, Milano 2005]

1. Introduzione
"Lo dovresti vedere. Sembra un 'gonzaghino' (allievo della scuola gesuita
della Palermo-bene). Passeggia ogni pomeriggio in via Liberta'. E' vestito
elegante, non e' per niente 'tascio' (pacchiano), parla un italiano
perfetto, senza inflessione dialettale, non usa nemmeno una parola di
palermitano, dicono anche che e' laureato. Ogni volta che passa, tutti i
negozianti si affrettano ad uscire dalla strada e lo salutano, e lui
ricambia con un sorriso. E' intelligentissimo, e non perdona nessuno, si
dice che abbia fatto qualche 'lavoretto'... e non ha nemmeno trent'anni, ma
dovresti vedere come hanno paura di lui quelli di cinquant'anni. E gira
senza guardaspalle al seguito..." (Commerciante palermitano del centro).

Cento anni di rappresentazioni del mafioso, poco piu' di trenta di
esperienza diretta, vanno in frantumi con questa descrizione. Il mafioso
pacchiano, arrogante, che a New York continua a mangiare la pasta con le
sarde, come ce lo hanno descritto Scorsese e Coppola, non esiste piu'.
Figuriamoci il mafioso agro-pastorale incarnato da Michele Greco e Toto'
Riina, che parla l'italiano traducendo dal siciliano e si veste ancora da
guardia campestre.
Dalla meta' degli anni novanta, quando la riprovazione generale sollecito'
gli arresti di Riina, Bagarella e Brusca, non si sente piu' parlare di
mafia, salvo qualche sporadica notizia relativa alla mancata cattura del
presunto "boss dei boss", Bernardo Provenzano. Se da un lato questa tendenza
puo' essere attribuibile all'attenzione rivolta dai media ad altre
"emergenze" (immigrazione, terrorismo), o al fatto che la maggioranza
attuale annoveri tra le sue file la presenza di alcuni personaggi
chiacchierati o addirittura sotto processo per le loro presunte aderenze
mafiose, dall'altro lato e' anche il frutto di una valutazione errata,
arretrata, del fenomeno mafioso. Tale lettura si regge sulla convinzione che
la mafia sia la stessa organizzazione verticistica degli anni ottanta, cosi'
come e' stata descritta dai pentiti e disvelata dagli inquirenti. Ne
consegue la convinzione che sia bastato decapitare la vecchia Cupola per
risolvere il fenomeno mafioso, a cui mancherebbe come ultimo tassello la
cattura del nuovo presunto capo, Bernardo Provenzano.
Procedendo di questo passo si rischia di trascurare il profondo radicamento
di Cosa Nostra tra le pieghe della societa', e di ridurre la questione
mafiosa a uno scontro al vertice tra poteri legittimi (lo Stato) e
illegittimi (la criminalita' organizzata). Inoltre, anche la mafia, in
quanto fenomeno sociale inserito nella rete delle relazioni di potere
politico ed economico, e' andata incontro a trasformazioni profonde, che ne
hanno ristrutturato gli assetti organizzativi, gli interessi e la
configurazione culturale e relazionale. Se e' vero che la mafia, da
organizzazione sorta per regolamentare la produzione e i rapporti sociali
all'interno del latifondo (U. Santino, 2000), si e' poi adeguata alle
trasformazioni del sistema produttivo, bisogna supporre che le
trasformazioni produttive e sociali che definiamo come postfordismo abbiano
prodotto dei mutamenti qualitativi rilevanti anche all'interno di Cosa
Nostra.
In questo intervento cerchero' di fornire degli spunti interpretativi che
permettono di aprire la strada a una nuova lettura del fenomeno mafioso,
fondata sul pensiero critico contemporaneo. A partire da alcuni recenti
fatti di cronaca, cerchero' di delineare un percorso di possibili mutamenti
in senso postfordista di Cosa Nostra, sotto i quattro aspetti dei mercati
all'interno dei quali opera, della rete dei valori a cui fa riferimento,
della sua struttura organizzativa e dei processi comunicativi.
La categoria "postfordismo", introdotta per la prima volta negli anni
ottanta dalla scuola regolazionista francese (A. Gorz, 1993), conosce da
anni un uso diffuso nelle scienze sociali (A. Zanini, U. Fadini, 2001). Di
solito si mostra adeguata a inquadrare i mutamenti strutturali che hanno
avuto luogo all'interno della sfera produttiva e distributiva: passaggio da
un'accumulazione rigida a una flessibile fortemente influenzata dalle
dinamiche dei mercati finanziari (D. Harvey, 1989); prevalenza della
produzione di beni immateriali e della logistica sui beni materiali;
organizzazione della produzione sul modello del just in time al posto della
vecchia catena di montaggio (T. Ohno, 1994); tramonto della grande fabbrica
e affermazione di un'organizzazione produttiva basata su piccole e medie
aziende diffuse sul territorio, o "fabbrica diffusa" (A. Bonomi, 1998);
ritorno al lavoro autonomo, che pur orbitante attorno alle grandi
multinazionali, comporta comunque una contrazione della manodopera legata da
un rapporto di lavoro dipendente (S. Bologna, 1998). Tali mutamenti
strutturali hanno modificato in profondita' i rapporti sociali, producendo
una societa' fortemente frammentata, orientata all'individualismo (Z.
Bauman, 2002), attenta ai processi comunicativi in misura maggiore rispetto
al passato (O. Marchisio, 2000). Infine, il postfordismo ha inciso
significativamente nelle relazioni tra societa', economia e stato (K. Ohmae,
1996). In quanto vera e propria rivoluzione produttiva, avvenuta sotto
l'egida del neoliberalismo, il postfordismo non si caratterizza soltanto per
la riduzione delle prerogative statuali all'interno dell'economia. Ha anche
ridimensionato i partiti come principale strumento della rappresentanza
collettiva, rilanciando una politica fondata sui personalismi a livello
locale, sul leaderismo a livello nazionale, in un contesto di competizione
elettorale all'interno del quale i contorni ideologici si fanno sempre
piu( sfumati.
Sulla scia dello sforzo gia' compiuto da altri studiosi (D. Melossi, 1999),
che hanno posto attenzione alle trasformazioni dei fenomeni criminali in
relazione al postfordismo, tentero' di mettere in relazione quest'ultimo con
la mafia. Se il fenomeno mafioso, come crediamo, si connota per essere una
realta' osmotica con l'economia, la societa' e la politica ufficiali, con le
quali condivide le trasformazioni piu' significative, di conseguenza, come
cerchero' di dimostrare nel corso di questo lavoro, si puo' parlare di
"mafia postfordista". Utilizzero' la categoria sopra esposta per delineare
alcune delle tendenze piu' significative in merito alle trasformazioni di
Cosa Nostra, che incominciano a partire dalla fine degli anni settanta, ma
proseguono, piu' tumultuosamente, dall'inizio degli anni novanta in poi (U.
Santino, 1992; 2002).
Sul versante economico, la mafia siciliana, alla stregua delle grandi
multinazionali, sceglie di specializzarsi nelle funzioni direzionali e nei
settori piu' qualificati, delocalizzando o abbandonando quei settori
produttivi, in particolare quelli dei mercati illegali, che comportano alti
rischi. Questa scelta risente in misura non secondaria di una strategia
comunicativa, che Cosa Nostra sceglie di adottare per la prima volta nella
sua storia in seguito all'attenzione e alla riprovazione che l'opinione
pubblica le ha riservato a partire dall'omicidio del generale Dalla Chiesa
(1982), ma soprattutto dopo le stragi di Capaci e via d'Amelio (1992).
Questa strategia, verso l'interno, si traduce in una maggiore oculatezza nel
reclutamento e nella formazione dei propri membri, ai quali vanno richieste
competenze altamente qualificate anche sul piano culturale. Verso l'esterno,
si manifesta nella scelta di non dare vita a omicidi eclatanti o ad altre
azioni particolarmente efferate. Della trasformazione in senso postfordista
ne risentono anche i rapporti con la politica e con lo Stato. Cosa Nostra
non predilige piu' alcuni partiti o uno schieramento in particolare. La
personalizzazione e la deideologizzazione delle contese elettorali
consentono all'organizzazione di scegliere tra un ventaglio di candidati
trasversale agli schieramenti. Inoltre, la riduzione dell'importanza del
ruolo dello Stato nell'economia crea per la mafia siciliana maggiori
opportunita' per mettere ulteriormente a frutto le proprie ramificazioni
internazionali, proponendosi cosi' come un soggetto attivo di primo piano
nella globalizzazione dei mercati.
La finalita' di questo lavoro non e' quella di dare una spiegazione definita
delle trasformazioni del fenomeno mafioso. Lo scopo piuttosto consiste nel
delineare, a partire da fatti recenti, alcune ipotesi sulle trasformazioni
tendenziali dello stesso fenomeno, per creare una nuova cornice
interpretativa che ne consenta una lettura aggiornata e una comprensione
maggiore. La mia esposizione prende le mosse utilizzando come riferimenti
teorici i lavori di due autori in particolare. Il primo e' Umberto Santino,
il cui "paradigma della complessita'" (U. Santino, 1995, p. 129 s.), che
definisce la mafia come "un insieme di organizzazioni criminali, di cui la
piu' importante ma non l'unica e' Cosa Nostra, che agiscono all'interno di
un vasto e ramificato contesto relazionale, configurando un sistema di
violenza e di illegalita' finalizzato all'acquisizione del capitale e
all'acquisizione e gestione di posizioni di potere, che si avvale di un
codice culturale e gode di un certo consenso sociale", rappresenta un valido
punto di partenza per una lettura piu' articolata del fenomeno mafioso,
rifuggendo i riduzionismi che inquadrano di volta in volta Cosa Nostra alla
stregua di un'impresa, sia della protezione privata (D. Gambetta, 1992) o
meramente criminale (R. Catanzaro, 1987). In particolare, risulta
convincente l'insistenza da parte di Santino sull'aspetto culturale e
relazionale, che risulta centrale nei processi produttivi della societa'
contemporanea. Il secondo autore e' Vincenzo Ruggiero, che negli ultimi anni
ha insistito sulla strutturazione di gerarchie risalenti alla divisione del
lavoro all'interno dell'organizzazione criminale (V. Ruggiero, 1996).
L'impianto analitico di Ruggiero mostra una certa forza nella misura in cui
ci consente di mettere in relazione la mafia con le trasformazioni
produttive, che influiscono anche sul piano delle relazioni e dei legami
sociali.
*
2. Dalla borghesia mafiosa alla mafia orizzontale: le trasformazioni del
modo di produzione e della politica mafiosa
Il fenomeno mafioso, sin dagli albori (L. Franchetti, S. Sonnino, 1974), si
qualifica come un sistema locale di regolamentazione dei rapporti di
produzione capitalista. La mafia fa leva su un sistema articolato di
relazioni sociali, a partire dal quale vengono garantiti il reclutamento
della manodopera, un livello di produttivita' proporzionato alle esigenze
del mercato, una commercializzazione a prezzi concorrenziali. Il modo di
produzione mafioso e' organizzato gerarchicamente, partendo dai braccianti
per ascendere ai caporali, fino ad arrivare ai campieri e infine ai grandi
affittuari, che gestiscono il latifondo per conto dei nobili. Questi ultimi
due soggetti agiscono in collegamento diretto, a volte in sovrapposizione,
con politici, professionisti, banchieri, imprenditori, che dal latifondo
traggono una rendita di posizione. Mario Mineo (1995) definira' questo
composito blocco di potere come "borghesia capitalistico-mafiosa".
La mafia si caratterizza fin dall'inizio come un fenomeno sociale interno al
modo di produzione capitalistico. A partire da questo elemento si puo'
spiegare la scelta da parte della classe dirigente siciliana di sposare la
causa della formazione dello Stato unitario. La liquidazione del regno
borbonico consente a nobilta' e agrari di ritagliarsi un ruolo di potere
all'interno della nuova formazione politica. Nel corso della fase monarchica
dello Stato italiano la borghesia capitalistico-mafiosa gestisce il potere
in periferia e assicura lo sviluppo dell'agricoltura intensiva del latifondo
e lo sfruttamento delle miniere di zolfo. E' all'interno di questa cornice
che si delineano all'interno della societa' siciliana quei sommovimenti che
poi sfoceranno nei Fasci siciliani di fine secolo (F. Renda, 1977) e daranno
slancio alla nascita di un movimento contadino e operaio articolato, che
Cosa Nostra non tardera' a reprimere, da sola e con la collaborazione delle
autorita' statali (U. Santino, 2000). La sconfitta definitiva di questi
movimenti sociali produrra' la prima grande emorragia, che sfocera' nella
massiccia emigrazione dalla Sicilia al di la' dell'oceano, in particolare
negli Stati Uniti d'America. Il fascismo, se da un lato spegnera' gli ultimi
sussulti di soggettivita' contadina, dall'altro lato intratterra' un
rapporto ambiguo con le classi dirigenti siciliane. All'inizio si porra' in
conflitto con un sistema di potere che mette in discussione la pretesa del
regime di controllare direttamente e totalmente il territorio. In seguito si
verifichera' un'adesione diffusa al regime da parte della borghesia e della
nobilta' siciliana, inclusi alcuni membri di Cosa Nostra (M. Pantaleone,
1969).
L'autonomia regionale, acquisita dalla Sicilia nel secondo dopoguerra,
permette alla borghesia mafiosa di compiere il salto di qualita'. Di fronte
alla nascita della Repubblica e alla crescita dei movimenti operaio e
contadino, la borghesia mafiosa si propone come un soggetto attivo della
politica nazionale. Al di la' del ruolo rivestito nella conquista dell'isola
da parte alleata (F. Gaja, 1990), tuttora in discussione, tra il 1943 e il
1947 Cosa Nostra agisce non soltanto nelle vesti della sua classica funzione
repressiva dei movimenti emancipatori che prendono piede in ambito locale,
ma anche strutturandosi come uno dei soggetti cardine dell'anticomunismo. La
strage di Portella della Ginestra (U. Santino, 1997; G. Casarrubea, 1997,
2001), nella quale documenti recenti hanno testimoniato la presenza di
figure dei servizi segreti italiani e internazionali, suggella il compimento
di questo salto di qualita'. Le aspettative di riscatto sociale insite nel
nuovo ordine politico vengono neutralizzate attraverso una politica che
alterna la repressione violenta a pratiche clientelari diffuse. La nuova
fase del dominio mafioso provoca una nuova ondata migratoria, rivolta verso
il Nord Italia e l'Europa settentrionale. La leva dell'intervento statale
per rilanciare l'economia assicura alla borghesia mafiosa la possibilita' di
crearsi nuovi spazi di potere a livello locale e nazionale.
La classe dirigente siciliana si ambienta perfettamente all'interno del
contesto dirigista e normante del sistema produttivo fordista-keynesiano: i
trasferimenti di reddito dal centro servono a creare una classe media di
origine impiegatizia, nonche' un esteso apparato burocratico funzionale alla
riproduzione dei rapporti di potere permeati dall'egemonia mafiosa. Il
denaro accumulato nel latifondo viene investito soprattutto nell'edilizia e
nel suo indotto industriale, oltre che nel piccolo commercio. A fianco delle
attivita' lecite, ricevono attenzione anche i mercati illeciti, soprattutto
la droga, le armi, le sigarette di contrabbando. Attraverso questi canali,
la borghesia mafiosa riesce ad assicurarsi un consenso sociale diffuso,
soprattutto grazie alla possibilita' di assicurare, grazie alle sue plurime
ramificazioni in campo economico, una posizione relativamente stabile
all'interno del mercato del lavoro a una massa di popolazione dotata di
qualificazione medio-bassa. Dagli impiegati regionali agli addetti al
commercio al dettaglio, passando per gli operai edili, il modo di produzione
mafioso, nel suo singolare intreccio di produttivita' e parassitismo (U.
Santino, 1995), crea un bacino occupazionale duraturo, di massa,
serializzato.
Dagli anni settanta in poi, sulla scia della crisi del fordismo nelle aree
industrializzate del Paese, il sistema di potere mafioso apre un nuovo
versante, per differenziare ulteriormente le sue attivita' economiche.
Grazie alle deroghe sulla legislazione bancaria di cui gode la Sicilia,
cominciano a proliferare nell'isola banche, societa' finanziarie, di
consulenza, che in massima parte riciclano i capitali risultanti dai
proventi delle attivita' mafiose. La mafia finanziaria, sull'onda
dell'esaurimento dei margini di profitto nei mercati dell'edilizia e
dell'industria pubblica, si candida con successo a un ruolo di
intermediazione delle transazioni finanziarie che nascono a partire
dall'esigenza di riciclare i capitali accumulati nelle attivita' illegali,
organizzando una rete sovranazionale che, sulla scia della globalizzazione
dei mercati, conosce uno sviluppo tumultuoso. Esempi di questo tipo sono il
caso di Vito Palazzolo, il mafioso siciliano da anni residente in Sudafrica
e titolare di un impero economico imperniato sulle attivita' finanziarie, e
alcuni gruppi mafiosi con base in Sudamerica, come i fratelli Caruana e
Cuntrera, che dal traffico di stupefacenti passano a gestire una serie di
attivita' basate sul turismo e la finanza. Sin dai tempi di Michele Sindona,
Cosa Nostra si mostra in grado di mettere a frutto le sue ramificazioni
transnazionali, la risorsa relazionale dei legami col mondo politico, il suo
accresciuto peso economico, per votarsi a svolgere funzioni direzionali
altamente specializzate.
Un altro mutamento produttivo qualitativamente rilevante si riferisce al
versante degli appalti pubblici. Le recenti vicende relative ai fondi di
Agenda 2000 e le disavventure giudiziarie che mettono in discussione il
governatore della Sicilia Cuffaro descrivono una mafia meno interessata alla
realizzazione di dighe, autostrade, zone industriali, alloggi popolari. La
nuova frontiera dell'appalto mafioso e' rappresentata dal ponte sullo
Stretto, dai trasporti pubblici (metropolitane di Palermo e Catania in
primis), dai complessi turistici e alberghieri, dal cablaggio delle
principali citta' siciliane, dalla cultura. Opere che, oltre ad allinearsi
con l'economia dell'informazione, della conoscenza, del movimento, hanno
anche l'effetto di realizzare una forte presa sull'immaginario collettivo.
Un'analoga tendenza si avverte in ambito commerciale. Negli ultimi anni, a
Palermo, si e' assistito alla chiusura di catene commerciali storiche e alla
crisi dei luoghi di approvvigionamento tradizionali (primo tra tutti la
Vucciria), di pari passo allo sbarco di griffe di fama mondiale e
all'espansione di centri commerciali e ipermercati, tuttora prepotentemente
incoraggiata dalle amministrazioni locali. Il controllo del territorio
esercitato da parte di Cosa Nostra lascia supporre che la conversione degli
interessi produttivi mafiosi giochi una parte capitale nel riallineamento
degli equilibri della distribuzione commerciale in Sicilia.
Il passaggio ad attivita' manageriali da un lato, la concorrenza di
organizzazioni nazionali e internazionali dall'altro (vedi la 'Ndrangheta o
le mafie dell'Est), fa si' che la mafia siciliana si ritragga dai mercati
illegali piu' tradizionali, come il traffico di stupefacenti e di sigarette,
per puntare sul traffico dei rifiuti tossici e investire, come sta venendo
alla luce dai processi Fininvest, anche nel campo dell'informazione e della
conoscenza, sia investendo direttamente, sia gestendo i terminali periferici
della new economy.
Anche all'interno della sfera politica si registrano alcuni mutamenti
significativi. In primo luogo, con la crisi della prima Repubblica e con la
globalizzazione dei mercati, si esaurisce il peso della spesa pubblica e
dell'intervento statale nell'economia. Il clientelismo di massa registra una
crisi irreversibile, legata al tracollo dei principali partiti che lo
gestivano e lo sviluppavano, nonche' all'introduzione del sistema elettorale
maggioritario, imperniato sulla rappresentanza individuale. In secondo
luogo, la crescita di una sensibilita' antimafia diffusa a livello di
societa' civile, l'implementazione di alcune significative politiche
pubbliche antimafia dagli anni ottanta in poi (A. La Spina, 2005),
ostacolano la perpetuazione dell'intreccio tra mafia e politica negli stessi
termini. Le recenti vicende giudiziarie fanno trapelare che l'influenza
mafiosa sulla politica si manifesterebbe in maniera meno organica a uno
schieramento politico, preferendo porsi sotto forme di trasversalita'
rispetto a diversi candidati. Lo scopo sarebbe quello di muoversi in maniera
piu' agile e attrezzata ad affrontare i frequenti cambiamenti di maggioranza
causati da un sistema politico bipolare. Inoltre, le tendenze al
decentramento comportano il consolidamento dell'attenzione di Cosa Nostra
verso lo spazio politico locale.
Le conseguenze di questi mutamenti si avvertono anche sul piano
dell'organizzazione e su quello della cultura mafiosa. Da una borghesia
capitalistico-mafiosa, vertice di un sistema produttivo che prendeva le
mosse dalla relazione tra centro e periferia per orientare i flussi di
denaro pubblico e dei proventi delle attivita' illegali verso il settore
secondario e terziario arretrato, si passa a una "mafia orizzontale", che fa
leva sul consistente controllo dei capitali per operare, attraverso
prestanome, imprenditori conniventi, estorti o sottoposti al ricatto
dell'usura, professionisti, all'interno dei nuovi settori di mercato. La
mafia orizzontale, pur continuando a perseguire lo sfruttamento parassitario
della ricchezza sociale a mezzo della violenza, e' ormai pienamente
integrata nell'economia ufficiale, rendendosi meno individuabile e
contrastabile. Ne consegue un diverso utilizzo del territorio, un
adattamento dei codici culturali alle nuove esigenze, una diversa
configurazione organizzativa.
*
3. Territorio e cultura: continuita' e trasformazioni della mafia
postfordista
Il territorio ha costituito da sempre la risorsa cruciale per l'affermazione
e lo sviluppo del sistema di potere mafioso. La mafia agraria, come quella
industriale, concepivano il territorio come la risorsa principale da
sfruttare per organizzare e realizzare i loro guadagni. Nell'epoca del
latifondo lo sfruttamento delle potenzialita' produttive della terra si
coniuga al controllo delle risorse idriche, delle vie di comunicazione, dei
mercati. La mafia industriale fonda la sua affermazione sulla capacita' di
convertire, nelle aree urbane, i fondi agricoli in aree edificabili, che
consente di realizzare profitti consistenti su scempi urbanistici e
ambientali come il "sacco di Palermo".
La societa' locale dell'epoca approva e legittima la speculazione edilizia
non solo sulla base delle potenzialita' occupazionali insite nel volano
edilizio, ma anche a partire dalla convinzione che il prezzo del progresso
consista nel sommergere i rigogliosi agrumeti della Conca d'oro con anonimi
e pletorici falansteri di cemento armato. Il controllo politico e militare
del territorio da parte di Cosa Nostra s'intreccia quindi con la produzione
e la circolazione di discorsi condivisi collettivamente, che scaturiscono
dalla ricettivita' delle trasformazioni culturali da parte dei mafiosi,
manipolate e rimodellate secondo le esigenze di dominio e veicolate
attraverso il controllo dei canali comunicativi e relazionali (A. Blok,
1986). In altre parole, la mafia si forma all'interno del contesto
socio-culturale siciliano, di cui condivide i valori dell'amicizia, della
famiglia, del rispetto, dell'onore. Questi valori vengono utilizzati ai fini
della costruzione del dominio mafioso, sia attraverso la creazione di reti
familiari e amicali che fanno capo a esponenti della mafia, sia per
regolamentare le controversie e i conflitti che sorgono all'interno della
societa' locale. Inoltre, la famiglia, l'amicizia, il rispetto e l'onore
fungono anche da veri e propri entitlement per regolamentare la
distribuzione delle risorse, oltre che da strumenti preventivi di eventuali
violazioni dell'ordine sociale. Il controllo del territorio, prima che dal
piano fisico e politico, passa attraverso il dominio simbolico e
relazionale, facendo si' che in anticipo sulla societa' postfordista la
societa' siciliana venga "messa al lavoro" dalla mafia.
Il passaggio dalla mafia industriale a quella finanziaria produce
un'ulteriore modificazione del rapporto tra dominio mafioso, territorio e
sistema culturale. Come in tutte le economie postfordiste, la mafia si
deterritorializza. La messa al lavoro del territorio cessa di essere
funzionale allo sfruttamento delle risorse locali ai fini del profitto. Da
un lato, lo sfruttamento intensivo della rendita fondiaria e' andato
incontro a un naturale esaurimento, dall'altro la diversificazione delle
attivita' imprenditoriali nelle direzioni dell'economia della conoscenza
tolgono al territorio la connotazione di bacino produttivo. I codici
culturali condivisi, fondati sul quadrinomio
famiglia-onore-amicizia-rispetto, si riadattano in direzione del
reclutamento di personale specializzato destinato a ricoprire mansioni
superiori all'interno dell'organizzazione. In altre parole, la mafia
utilizza il territorio locale per localizzarvi le funzioni direzionali piu'
importanti, come l'organizzazione e la progettazione delle sue attivita',
nonche' per mantenersi quegli spazi di potere politico che le permettono di
pesare al di fuori del contesto siciliano.
La necessita' di dotarsi di un patrimonio comunicativo piu' consono alla
societa' contemporanea fa si' che, come ci mostra l'esempio citato in
apertura, a differenza delle generazioni precedenti il nuovo mafioso si doti
di una formazione culturale superiore e assuma codici comunicativi che
attingono piu' all'immaginario globale che a quello della societa' siciliana
degli anni cinquanta o della New York degli anni trenta. Al Capone e don
Calo' Vizzini cedono il posto volentieri al manager efficiente,
specializzato e suadente, per assicurare la sopravvivenza e il rinnovamento
di Cosa Nostra. L'attenzione della mafia verso l'aspetto comunicativo e'
dimostrata dalla diversa utilizzazione dello strumento ultimo del dominio
mafioso, vale a dire l'omicidio. In realta', a differenza di altre
organizzazioni criminali, Cosa Nostra ha sempre dosato con oculatezza la
violenza, limitandone l'uso alla ridefinizione degli equilibri di potere
interni (U. Santino, G. Chinnici, 1989) o alla rinegoziazione dei suoi
rapporti con le istituzioni, come nel caso degli omicidi eccellenti. Il
consenso sociale e culturale di cui godeva all'esterno, la coesione e la
stabilita' interna, facevano si' che l'uso della violenza fosse
"programmato", quindi limitato a brevi periodi: la prima guerra di mafia,
apertasi negli anni sessanta, la seconda guerra di mafia, di inizio anni
ottanta, esemplificano questa scelta "politica".
L'avvento dell'era della comunicazione costringe Cosa Nostra a un mutamento
di rotta. Sin dall'omicidio del generale Dalla Chiesa la mafia ascende
prepotentemente alla ribalta mediatica. Proliferano film, serial televisivi,
libri, dibattiti pubblici dedicati alla questione mafiosa, conditi da
un'improvvisa fioritura di mafiologi, che Leonardo Sciascia, pur con
riferimenti sbagliati, non tardera' a definire "professionisti
dell'antimafia". Le stragi del 1992 di Capaci e via D'Amelio, amplificate
dai mezzi di comunicazione, moltiplicano la riprovazione nei confronti di
Cosa Nostra, insediata sul terreno del consenso sociale, che ne aveva
assicurato lo sviluppo nei decenni precedenti. Per attrezzarsi a rispondere
a questa sfida si producono importanti ristrutturazioni all'interno della
mafia. Sotto il primo aspetto, come ipotizzano alcuni autori (S. Lodato,
1999), si verifica la sconfitta della cosiddetta "ala militarista" e la
cattura dei suoi esponenti piu' importanti come Riina, Bagarella, Brusca,
che avrebbero voluto le stragi del 1992. Sotto il secondo aspetto, si avvia
una vera e propria organizzazione di marketing finalizzata al rilancio
dell'organizzazione. Gli omicidi si riducono drasticamente, le stragi e i
delitti eccellenti cessano. Un mutamento qualitativo da sottolineare avviene
anche nell'utilizzo di una delle tecniche mafiose piu' diffuse, vale a dire
la "lupara bianca". Nel passato le vittime di questo tipo di soppressione
fisica scomparivano inspiegabilmente, e i loro parenti si recavano dopo
pochi giorni a denunciare la scomparsa alle forze dell'ordine. Le tendenze
piu' recenti, secondo quanto afferma un testimone privilegiato, vanno in
tutt'altra direzione: "I parenti aspettano alcuni giorni, cominciano ad
informarsi in giro. Finche' un giorno, a casa loro, si presentano alcune
persone che spiegano come stanno le cose: 'Suo marito e' con noi, non lo
sappiamo quando puo' tornare... State tranquilli e non fate niente, che e'
meglio per tutti...'". Fino ai primi anni ottanta Cosa Nostra non si curava
molto dell'attenzione dell'opinione pubblica verso le sue attivita'
delittuose, forte anche dell'indifferenza di molti settori della stampa
locale, che negavano o ridimensionavano l'esistenza di una organizzazione
criminale sul territorio. La mediatizzazione del fenomeno mafioso ha
prodotto un mutamento sostanziale nelle strategie comunicative
dell'organizzazione. Le manifestazioni di violenza, brutalita',
sopraffazione producono un messaggio negativo, che suscitano nel ricevente
reazioni di riprovazione. La pace, il silenzio, oltre a scaturire da un
riassetto consolidato degli equilibri interni, sono soprattutto il frutto
della scelta di rifuggire l'attenzione mediatica e di creare un clima
pacificato, rilassato, che consente con successo la ripresa degli affari, il
recupero delle posizioni di potere, e prepara la strada al riposizionamento
e all'espansione nei nuovi mercati. Il mutato rapporto col territorio, la
diversificazione delle attivita' economiche, le diverse strategie
comunicative hanno luogo di pari passo ai mutamenti degli assetti
organizzativi interni.
*
4. La nuova organizzazione mafiosa o l'outsourcing delle economie sporche
Vincenzo Ruggiero, nel suo Economie sporche, traccia un parallelo tra le
economie ufficiali e quelle che ruotano attorno alle attivita' illegali, o
che adoperano mezzi illegali in settori ufficiali. Anche nelle "economie
sporche" esistono diversi livelli di stratificazione rispetto alle
competenze, ai saperi, alle risorse, al potere contrattuale. Le gerarchie
inferiori delle organizzazioni criminali si trovano conseguentemente piu'
esposte ai rischi della precarieta' economica, della disoccupazione, della
repressione delle forze dell'ordine. Il modello di Ruggiero, pur non
indagando a fondo l'intreccio tra economie "pulite" e sporche, ci serve come
utile punto di riferimento per esporre le tendenze attuali degli equilibri
organizzativi interni alla mafia, e alle sue implicazioni politiche.
La mafia industriale si struttura secondo il modello descritto dai pentiti,
in particolare da Tommaso Buscetta (Aa. Vv., 1991). In particolare, sembra
riprodurre, in Sicilia e negli Stati Uniti d'America, la configurazione
organizzativa delle imprese dell'epoca fordista. Strutturalmente legata al
territorio al fine di affermare il proprio dominio, Cosa Nostra deve
controllarlo capillarmente. Di conseguenza si dota di un assetto
verticistico, centralizzato, rigido, al fine di assicurare un presidio
militare, accrescere il potere contrattuale all'esterno, regolamentare le
controversie interne. L'uomo d'onore, unita' di base dell'organizzazione, e'
inquadrato all'interno di decine, mandamenti e famiglie, modellate sulla
conformazione territoriale sulla quale sono deputate a esercitare il governo
attraverso una forte disposizione gerarchica delle funzioni. La Commissione,
a Palermo, e la Cupola, in Sicilia, svolgono le mansioni di veri e propri
organi esecutivi delle attivita' dell'organizzazione. Il presidio militare
del territorio s'intreccia con l'esigenza di controllarne e dirigerne
direttamente le attivita' produttive, nonche' col fine di pesare sugli
equilibri politici nazionali. Il traffico di stupefacenti, il contrabbando
di sigarette, l'edilizia, il commercio all'ingrosso sono direttamente
pianificati e gestiti da Cosa Nostra, che si avvale della sua organizzazione
capillare.
Agli inizi degli anni novanta la diversificazione degli interessi economici
s'incrocia con la caduta del muro di Berlino. La mafia perde la sua
importanza politica a livello internazionale, dal momento che il fattore K
e' cessato per sempre. Contemporaneamente si affacciano sulla scena le
organizzazioni criminali dell'Europa dell'Est, mentre in Italia si fanno
strada prepotentemente la 'Ndrangheta e la Sacra Corona Unita, che si
avvantaggiano delle nuove rotte dell'economia illegale (M. Massari, 1997;
Santino, 2002). Sul piano sociale Cosa Nostra deve fare i conti con la
crescita dei movimenti antimafia e dell'attenzione mediatica, mentre i
conflitti interni producono una proliferazione dei cosiddetti "pentiti".
I tempi sono maturi per un riassetto organizzativo, con implicazioni sia
all'interno che all'esterno. L'esigenza di ricompattare le schiere, dopo che
le rivelazioni dei pentiti hanno squarciato il velo sulla struttura interna
dell'organizzazione, si coniuga con quella di dotarsi di una struttura
"leggera", piu' consona a interessi economici non piu' imperniati sullo
sfruttamento del territorio, nonche' alla necessita' di disporre di
affiliati dotati di un piu' alto livello di cultura e attenti alle strategie
comunicative. La nuova Cosa Nostra si compone di un numero minore di
affiliati, piu' in grado di mescolarsi alla societa' ufficiale ma
altrettanto efficienti e spietati.
Gli effetti di questa ristrutturazione si avvertono anche all'esterno. Cosa
Nostra tiene per se' le mansioni direzionali, delegando all'esterno la
gestione dei suoi affari. Nel caso delle attivita' piu' tradizionali, come
il traffico di stupefacenti e il contrabbando di sigarette, si assiste a un
vero e proprio outsourcing, affidato a gruppi criminali minori. In altri,
come l'usura, il commercio, le attivita' produttive, la mafia si affida ai
prestanome o alle societa' miste, composte di imprenditori "puliti" e di
parenti senza precedenti penali, allo scopo di aggirare la legislazione
antimafia sulle licenze, proseguendo per un percorso intrapreso all'inizio
degli anni sessanta. Un'ulteriore possibilita' e' rappresentata dalla
costruzione di societa' finanziarie gestite da personaggi puliti che
riciclano i flussi di denaro sporco e attraggono capitali freschi, che poi
percorrono i tragitti delle transazioni finanziarie lecite. Infine la mafia
si avvale della sua rete relazionale e del suo peso politico, ancora forte,
a livello locale, per orientare le scelte in materia di appalti e di
politica economica, poi gestiti da un circuito di professionisti,
consulenti, politici, committenti non direttamente collegati a Cosa Nostra.
Attraverso questi nuovi assetti organizzativi, che stanno cominciando ad
affiorare nelle piu' recenti indagini, la criminalita' organizzata siciliana
continua a garantirsi una rendita di posizione a livello nazionale e
globale, riducendo i costi e i rischi che comportava un'organizzazione
capillare, eccessivamente visibile, con troppi affiliati.
*
5. Conclusioni
Questo articolo ha voluto essere, oltre che un tentativo di illustrare e
analizzare le trasformazioni della mafia, anche la proposta di un nuovo
percorso di studi sul fenomeno mafioso, che tengano conto delle interazioni
di questo con i processi di trasformazione sociale e produttiva. In quanto
fenomeno sociale integrato nella realta' di cui fa parte, la mafia non puo'
essere considerata come un'anomalia, un'emergenza, o come la conseguenza di
una mancanza di legalita', come e' stato fatto in questi anni. Cosa Nostra
e' un soggetto attivo delle relazioni di potere della societa' italiana, e
sopravvive perche' riesce ad adeguarsi ai mutamenti. Di conseguenza non si
puo' pensare che sia bastato arrestare alcuni dei suoi esponenti piu'
pericolosi per porre fine alla sua forza o ridimensionarla. Dall'altro lato,
non si puo' nemmeno collocare il fenomeno mafioso al di fuori delle
dinamiche socio-culturali e politiche. Questo atteggiamento porta alla
giustificazione di emergenze tanto sterili sul piano pratico (vedi
l'articolo 41-bis dell'ordinamento penitenziario e altro) quanto strumentali
sul piano politico. Nell'epoca della globalizzazione parlare di mafia si
deve e si puo'. Si deve perche' Cosa Nostra continua a costituire un
elemento costitutivo dell'ordine sociale dominante, quindi uno degli
avversari contro cui le nuove soggettivita' sociali e politiche devono
combattere. Si puo' perche' la vicenda della mafia e' scandita dalle
trasformazioni capitalistiche moderne. Non c'e' bisogno di andare lontano,
bisogna infittire la rete, soprattutto verso Sud...
*
Riferimenti bibliografici
- AA. VV. (1991), Mafia. L'atto di accusa dei giudici di Palermo, Editori
Riuniti, Roma.
- Bauman Zygmunt (2002), La solitudine del cittadino globale, Feltrinelli,
Milano.
- Blok Anton (1986), La mafia di un villaggio siciliano. Imprenditori,
contadini, violent, Einaudii, Torino.
- Bologna Sergio (1998), Il lavoro autonomo di seconda generazione,
Feltrinelli, Milano.
- Bonomi Aldo (1998), Il capitalismo molecolare, Einaudi, Torino.
- Casarrubea Giuseppe (1997), Portella della Ginestra, Franco Angeli,
Milano.
- Casarrubea Giuseppe (2001), Salvatore Giuliano, Franco Angeli, Milano.
- Catanzaro Raimondo (1987), Il delitto come impresa. Storia sociale della
mafia, Liviana, Padova.
- Franchetti Leopoldo, Sonnino Sydney (1974), Inchiesta sulla Sicilia, 2
voll., Vallecchi, Firenze.
- Gaja Filippo (1990), L'esercito della lupara, Maquis, Roma.
- Gambetta Diego (1992), La mafia siciliana. Un'industria della protezione
privata, Einaudi, Torino.
- Gorz Andre' (1993), Metamorfosi del lavoro, Bollati Boringhieri, Torino.
- Harvey David (1989), La crisi della modernita', Il Saggiatore, Milano.
- La Spina Antonio (2005), Mafia, legalita' debole, sviluppo del
Mezzogiorno, Il Mulino, Bologna.
- Lodato Saverio (1999), La mafia ha vinto. Intervista con Tommaso Buscetta,
Rizzoli, Milano.
- Marchisio Oscar (2000), Mc Marx, Manifestolibri, Roma.
- Massari Monica (1997), La Sacra corona unita, Laterza, Bari.
- Melossi Dario (1999), Immigrazione, pluralismo culturale e sicurezza: una
ricerca in Emilia-Romagna, in "Dei Delitti e delle Pene", 3, pp. 37-75.
- Mineo Mario (1995), Scritti sulla Sicilia, Flaccovio, Palermo.
- Ohmae Kenichi (1996), La fine degli Stati-Nazione, Sperling & Kupfer,
Milano.
- Ohno Taichi (1994), Lo spirito Toyota, Einaudi, Torino.
- Pantaleone Michele (1969), Antimafia. Occasione mancata, Einaudi, Torino.
- Renda Francesco (1977), I Fasci siciliani, Einaudi, Torino.
- Ruggiero Vincenzo (1996), Economie sporche, Bollati Boringhieri, Torino.
- Santino Umberto (1992), La borghesia mafiosa, Csdgi, Palermo.
- Santino Umberto (1995), La mafia interpretata, Rubbettino, Soveria
Mannelli.
- Santino Umberto (1997), La democrazia bloccata, Rubbettino, Soveria
Mannelli.
- Santino Umberto (1999), La cosa e il nome, Rubbettino, Soveria Mannelli.
- Santino Umberto (2000), Storia del movimento antimafia. Dalla lotta di
classe all'impegno civile, Editori Riuniti, Roma.
- Santino Umberto (2002), Modello mafioso e globalizzazione, in Pirrone
Marco Antonio, Vaccaro Salvo (a cura di), I crimini della globalizzazione,
Asterios, Milano, pp. 81-110.
- Santino Umberto, Chinnici Giorgio (1989), La violenza programmata, Franco
Angeli, Milano.
- Zanini Adelio, Fadini Ubaldo (2001), Lessico postfordista, Feltrinelli,
Milano.

4. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

5. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1148 del 18 dicembre 2005

Per ricevere questo foglio e' sufficiente cliccare su:
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=subscribe

Per non riceverlo piu':
nonviolenza-request at peacelink.it?subject=unsubscribe

In alternativa e' possibile andare sulla pagina web
http://web.peacelink.it/mailing_admin.html
quindi scegliere la lista "nonviolenza" nel menu' a tendina e cliccare su
"subscribe" (ed ovviamente "unsubscribe" per la disiscrizione).

L'informativa ai sensi del Decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196
("Codice in materia di protezione dei dati personali") relativa alla mailing
list che diffonde questo notiziario e' disponibile nella rete telematica
alla pagina web:
http://italy.peacelink.org/peacelink/indices/index_2074.html

Tutti i fascicoli de "La nonviolenza e' in cammino" dal dicembre 2004
possono essere consultati nella rete telematica alla pagina web:
http://lists.peacelink.it/nonviolenza/maillist.html

L'unico indirizzo di posta elettronica utilizzabile per contattare la
redazione e': nbawac at tin.it