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La domenica della nonviolenza. 52



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 52 del 18 dicembre 2005

In questo numero:
1. Federica Curzi: Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'...
2. Sergio Paronetto: Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'...
3. Giovanni Sarubbi: Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'...
4. Pensiero e azione: nonviolenta
5. Marina Forti: Petrolio, gas, fiamme e diritti umani
6. Marina Forti: Profughi ambientali
7. Aldo Capitini: La mia opposizione al fascismo
8. Thomas Merton: I principi di Gandhi
9. Giuliana Sgrena: Non possiamo
10. Eduardo Galeano: Favole

1. STRUMENTI DI LAVORO. FEDERICA CURZI: MI ABBONO AD "AZIONE NONVIOLENTA"
PERCHE'...
[Ringraziamo Federica Curzi (per contatti: federica_curzi at libero.it) per
questo intervento. Federica Curzi, nata a Jesi (Ancona), si e' laureata in
filosofia nel 2002 presso l'universita' di Macerata ove attualmente svolge
un dottorato di ricerca; alla sua tesi e' stato attribuito il premio
dell'Associazione nazionale Amici di Aldo Capitini; collabora alla rivista
on line www.peacereporter.net Opere di Federica Curzi: Vivere la
nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini, Cittadella, Assisi 2004. Scritti
su Federica Curzi: cfr. l'ampio saggio dedicato al suo libro da Enrico
Peyretti ne "La domenica della nonviolenza" n. 23]

Spesso non riusciamo a comprendere il senso di quello che succede nel mondo,
intorno a noi, nella vita di tutti i giorni ma anche nel repentino
susseguirsi di avvenimenti storici. Spesso mi capita di pensare a quando le
immagini che vedo al telegiornale saranno sul libro di storia dei miei figli
e io saro' li' a dover rispondere alle loro domande. Tu c'eri, vero?
Io ci sono, e' per questo motivo che leggo "Azione nonviolenta": perche' ci
sono e voglio incidere con il mio sguardo su cio' che vedo, lasciare per
quanto posso il segno della comprensione o del desiderio di comprensione.
Credo che il valore originario di questa rivista, nel 1964 e nell'azione
personale e nonviolenta di Aldo Capitini suo fondatore, sia ancora attuale e
non completamente attuato: l'unitarieta' della nonviolenza come esperienza e
come sguardo sul mondo. Nei molteplici volti che il movimento per la pace ha
assunto negli ultimi tempi, in modo spontaneo, tempestivo o organizzato,
temporaneo o permanente, quello che e' mancato e tuttora manca e' proprio
questa consapevolezza di essere una comunita' in cammino, di essere uniti e
non solo integrali in quello che la teoria e la prassi della nonviolenza, ma
anche l'indignazione come moto personale e politico ci indicano. L'appello
di un insegnamento da conseguire con la prassi e' il reale cammino su cui
siamo tutti nel seguire la nonviolenza come via. Questo appello e' la voce
che da piu' di quarant'anni "Azione nonviolenta" fa risuonare a testimoniare
il bisogno di una risposta che sia corale, sempre piu' partecipata, sempre
piu' forte.
Nelle pagine di questa ormai storica rivista e' possibile raccogliere
l'invito a pensare l'umanita' come ragione di ogni scelta, di ogni passo in
avanti o indietro, l'umanita' come nome condiviso del diritto di tutti di
essere donne e uomini non solo degni, ma anche all'altezza di un'azione
nonviolenta.

2. STRUMENTI DI LAVORO. SERGIO PARONETTO: MI ABBONO AD "AZIONE NONVIOLENTA"
PERCHE'...
[Ringraziamo Sergio Paronetto (per contatti: paxchristi_paronetto at yahoo.com)
per questo intervento. Sergio Paronetto insegna presso l'Istituto Tecnico
"Luigi Einaudi" di Verona dove coordina alcune attivita' di educazione alla
pace e ai diritti umani. Tra il 1971 e il 1973 e' in Ecuador a svolgere il
servizio civile alternativo del militare con un gruppo di volontari di
Cooperazione internazionale (Coopi). L'obiezione di coscienza al servizio
militare gli viene suggerita dalla testimonianza di Primo Mazzolari, di
Lorenzo Milani e di Martin Luther King. In Ecuador opera prima nella selva
amazzonica presso gli indigeni shuar e poi sulla Cordigliera assieme al
vescovo degli idios (quechua) Leonidas Proano con cui collabora in programmi
di alfabetizzazione secondo il metodo del pedagogista Paulo Freire. Negli
anni '80 e' consigliere comunale a Verona, agisce nel Comitato veronese per
la pace e il disarmo e in gruppi promotori delle assemblee in Arena
suscitate dall'Appello dei Beati i costruttori di pace. In esse incontra o
reincontra Alessandro Zanotelli, Tonino Bello, Ernesto Balducci, David Maria
Turoldo, Desmond Tutu, Rigoberta Menchu', Perez Esquivel, Beyers Naude' e
tanti testimoni di pace. Negli anni '90 aderisce a Pax Christi (che aveva
gia' conosciuto negli anni Sessanta) del cui Consiglio nazionale fa parte.
E' membro del Gruppo per il pluralismo e il dialogo e, ultimamente, del
Sinodo diocesano di Verona. Opere di Sergio Paronetto, La nonviolenza dei
volti. Forza di liberazione, Editrice Monti, Saronno (Va) 2004]

Assieme a "Mosaico di pace", leggo "Azione nonviolenta" perche' la pace e'
possibile, e' atto di paziente coraggio, e' inquietudine e lotta; e' energia
vitale, forza di liberazione permanente, bene personale e quotidiano,
pazienza ardente, tormento sereno, inquietudine creativa; e' mettersi in
rete per seminare disarmo, giustizia, democrazia, diritto, solidarieta',
convivialita'; e' cambiare i rapporti tra le persone e i popoli (cambiando
se stessi); e' un insieme di storie; e' storia, politica, etica, diritto,
pedagogia, cultura, un cantiere di esperienze, di movimenti, di
testimonianze, di corpi e di volti in azione.

3. STRUMENTI DI LAVORO. GIOVANNI SARUBBI: MI ABBONO AD "AZIONE NONVIOLENTA"
PERCHE'...
[Ringraziamo Giovanni Sarubbi (per contatti: redazione at ildialogo.org) per
questo intervento. Giovanni Sarubbi, amico della nonviolenza, promotore del
dialogo interreligioso, giornalista, saggista, editore, dirige l'eccellente
rivista e sito de "Il dialogo" (www.ildialogo.org)]

Siamo cosi' sommersi da cattive notizie, dalle guerre ai disastri naturali,
che tutto ci sembra privo di senso. Ci sentiamo impotenti di fronte alle
forze che pervicacemente fanno di tutto per rovinarci non solo il Natale o
qualche altra festa dove poter gustare qualche gioia della vita, ma la vita
stessa. Penso spesso alle nostre forze, al lavoro immenso che fanno gli
amici della redazione di "Azione Nonviolenta", a quello che fanno tante
altre piccole formichine come noi in giro per il mondo; Penso ai tanti che
compiono azioni nonviolente mettendo in discussione se stessi e pagando poi
di persona: riusciremo mai a mettere la parola fine alla guerra, alla
violenza, allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo? Quando il sogno di un altro
mondo possibile diventera' realta'?
Dobbiamo arrenderci o continuare il nostro impegno sulla via della
nonviolenza?
La sproporzione e' forte: di la' sembra ci sia tutto, potere economico,
politico, militare, religioso (anche i militari italiani hanno avuto ieri la
loro messa in San Pietro con tanto di benedizione papale. Come sono lontani
i tempi della Pacem in Terris!). C'e' di che scoraggiarsi.
Ma poi penso proprio alle formiche, animaletti piccolissimi ma in grado di
spostare un peso centinaia di volte maggiore del loro. Penso al piccolo
Davide che sconfisse il gigante Golia "senza spada ne' lancia" e dopo
essersi liberato dalle pesanti armature che volevano mettergli addosso.
Penso che tutto il lavoro che come nonviolenti facciamo tutti i giorni,
tutti i mesi, tutti gli anni e' quello che conta e che da' un futuro
all'umanita'. Non c'e' futuro nella morte ed in tutto cio' che la produce,
armamenti e sistemi imperiali che siano. Penso cosi' all'importanza di poter
disporre di strumenti come "Azione nonviolenta". E mi accorgo che se non
avessi questi strumenti mi sentirei ancora piu' perso, piu' solo, piu'
impotente.
E allora rinnovo anche quest'anno l'abbonamento ad "Azione nonviolenta" per
non perdere la strada della nonviolenza, per non rimanere solo, per non
cadere nella disperazione.
Ed esprimere un pensiero sul perche' rinnovare l'abbonamento ad "Azione
nonviolenta" ci consente anche di rinnovare il nostro impegno nella pratica
della nonviolenza, per poter fare un piccolo bilancio personale e collettivo
del punto in cui siamo, per poterci sentire vicini a quanti e quante credono
nel sogno di un mondo dove regni la pace e l'amore.

4. STRUMENTI DI LAVORO. PENSIERO E AZIONE: NONVIOLENTA
"Azione nonviolenta" e' la rivista mensile del Movimento Nonviolento fondata
da Aldo Capitini nel 1964, e costituisce un punto di riferimento per tutte
le persone amiche della nonviolenza.
La sede della redazione e' in via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803,
fax: 0458009212, e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org
L'abbonamento annuo e' di 29 euro da versare sul conto corrente postale n.
10250363, oppure tramite bonifico bancario o assegno al conto corrente
bancario n. 18745455 presso BancoPosta, succursale 7, agenzia di Piazza
Bacanal, Verona, ABI 07601, CAB 11700, intestato ad "Azione nonviolenta",
via Spagna 8, 37123 Verona, specificando nella causale: abbonamento ad
"Azione nonviolenta".

5. MONDO. MARINA FORTI: PETROLIO, GAS, FIAMME E DIRITTI UMANI
[Dal quotidiano "Il manifesto" dell'8 dicembre 2005. Marina Forti,
giornalista particolarmente attenta ai temi dell'ambiente, dei diritti
umani, del sud del mondo, della globalizzazione, scrive per il quotidiano
"Il manifesto" sempre acuti articoli e reportages sui temi dell'ecologia
globale e delle lotte delle persone e dei popoli del sud del mondo per
sopravvivere e far sopravvivere il mondo e l'umanita' intera. Opere di
Marina Forti: La signora di Narmada. Le lotte degli sfollati ambientali nel
Sud del mondo, Feltrinelli, Milano 2004]

Un tribunale nigeriano ha sentenziato che la pratica di far bruciare i
soffioni di gas in fiammate perenni viola i diritti umani delle popolazioni
locali, e deve cessare. La sentenza, emessa il 14 novembre, e' una piccola
vittoria per un gruppo di villaggi dello stato di Delta (uno dei sei stati
in cui e' diviso l'immenso delta del fiume Niger) che avevano fatto causa
nei confronti della Nigerian national petroleum corporation (Nnpc),
l'azienda petrolifera di stato, e della Royal Dutch Shell, una delle cinque
compagnie petrolifere che operano nella regione in joint venture con
l'azienda nigeriana.
Sostenuti dal gruppo ambientalista nigeriano Environmental rights action, i
villaggi di una comunita' di etnia Iwerekan sostenevano che la pratica di
bruciare il gas associato all'estrazione del greggio viola il loro diritto
alla vita, alla dignita' e a un ambiente salubre. E il tribunale ha infine
dato loro ragione.
Le fiammate di gas sono un grave problema nel delta del Niger, la regione di
acquitrini e lagune da cui la Nigeria estrae gran parte del suo petrolio. La
Nigeria produce circa 2,1 milioni di barili di greggio al giorno, di cui 1,9
milioni sono esportati (e fanno il 90% del reddito da export del paese). Per
decenni l'estrazione di petrolio e' stata accompagnata da sversamenti e
perdite di greggio, bitume disseminato nelle lagune da impianti e oleodotti
difettosi e maltenuti. La popolazione del delta ha tratto ben poco beneficio
dal petrolio, una enorme ricchezza che pero' va a solo beneficio di una
piccola elite nazionale (e delle compagnie straniere): nel delta resta ben
poco. A parte l'inquinamento, che in certe zone ha fatto terra bruciata. A
questo si aggiungono i soffioni: il delta custodisce grandi giacimenti di
gas naturale, ma per mancanza di infrastrutture per usarlo, per almeno tre
quarti viene bruciato in fiammate perenni che inquinano l'aria di Lagos e di
tutto il delta. Gigantesche fiamme arancioni, tra lagune e mangrovie,
villaggi e campi.
"E' una cosa che continua, per 24 ore al giorno, tutti i giorni di ogni
anno. Provoca esplosioni, un rumore costante e grande calore", spiega
(all'agenzia Reuter) Nnimmo Bassey, direttore del Environmental rights
action: "Molti qui non hanno mai un momento di quiete e una notte scura a
causa di queste fiammate".
Secondo Friends of the Earth international, in Nigeria brucia cosi' una
quantita' di gas senza pari in nessun altro paese al mondo, e produce
emissioni di gas serra superiori a ogni altra fonte in tutta l'Africa
sub-sahariana. Le fiammate sono un costante rischio per la salute
collettiva, i disturbi respiratori come l'asma sono rampanti nella regione
del delta. L'inquinamento poi ha le sue ricadute sul benessere generale,
perche' i raccolti sono ridotti (e a causa dell'inquinamento da bitume anche
la pesca e' in declino).
Il problema e' noto e riconosciuto, e infatti il governo nigeriano si era
posto qualche anno fa l'obiettivo di mettere fine alle fiammate di gas entro
il 2008, incoraggiando le aziende a usare il gas per esportarlo e per
produrre energia al'interno del paese. Le compagnie petrolifere hanno
cominciato a elaborare progetti di sviluppo per usare quel gas. Ma per ora
poco e' cambiato, anzi: la Shell qualche mese fa aveva annunciato che non
sara' in grado di rispettare la data del 2008, e le fiammate presso i suoi
impianti di estrazione continueranno almeno fino all'anno successivo.
Ora pero' c'e' la sentenza del tribunale, che e' rivolta al governo oltre
che alle aziende petrolifere. "Chiediano di mettere fine (alle fiammate) per
prima di quella data. Questa sentenza ha posto una richiesta precisa al
governo e alle aziende, e vogliamo sperare che la rispetteranno", ha detto
Bassey. Nessun commento e' venuto nell'immediato dalla Shell, ne'
dall'azienda nigeriana.

6. MONDO. MARINA FORTI: PROFUGHI AMBIENTALI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 9 dicembre 2005]

Gli abitanti del villaggio di Lateu, provincia di Tegua, a Vanuatu, sono tra
le prime collettivita' umane a diventare "rifugiati ambientali" a causa del
riscaldamento globale del clima. Sono un centinaio di persone: sono stati
costretti ad abbandonare il loro villaggio (sulla costa) in agosto, dopo che
le loro case sono state ripetutamente inondate da maree eccezionali e da
grandi ondate, e a trasferirsi in un nuovo villaggio nell'interno, piu' in
alto rispetto al mare. Hanno dovuto rassegnarsi al fatto che la barriera
corallina non e' piu' in grado di proteggere il villaggio e l'erosione
esercitata dal mare mangia tra due e tre metri di costa all'anno. La costa
di Vanuatu, nel Pacifico, non e' nuova a inondazioni - l'ultima nel 2004, un
anno fa. "Stiamo assistendo a super-ondate nelle isole di questa regione.
Questi sono eventi normali in se', ma e' la loro frequenza che e' abnorme, e
diventa una minaccia alla sopravvivenza delle comunita' costiere", fa notare
Taito Nakalevu, funzionario esperto in "adattamento al cambiamento del
clima" per il Pacific Regional Environmental Programme (organismo del
sistema Onu) che ha aiutato nel trasferimento del villaggio con un
finanziamento canadese: "Le persone sono ora costrette a costruire muraglie
per difendersi dal mare, terrapieni e altre difese: non solo per
salvaguardare le proprie case, ma anche per difendere i terreni agricoli",
spiega (all'"Environment news service", il 6 dicembre).
Nel nuovo villaggio, chiamato Lirak, uno dei problemi sara' il rifornimento
di acqua potabile: giu' sulla costa Lateu aveva alcune fonti d'acqua dolce,
durante la bassa marea. Sul plateau il problema e' stato risolto per ora
installando cisterne per la raccolta dell'acqua piovana, compresi dei tetti
spioventi e grondaie che raccolgono l'acqua nelle cisterne. "Almeno in
questo caso sappiamo che la comunita' e' a posto per i prossimi 50 anni,
protetta da ondate di marea, tsunami e inondazioni", dice ancora Nakalevu.
Il piano rientra nei programmi di "adattamento futuro" al riscaldamento
globale del clima messi in cantiere dall'Unep (programma Onu per
l'ambiente): uno dei temi discussi alla Conferenza sul clima in corso a
Montreal, in Canada.
Vanuatu del resto non e' l'unica nazione-isola del Pacifico minacciata da un
oceano che sale. Tuvalu, piccola monarchia costituzionale in una nazione
costituita da nove atolli alti al massimo 4,5 metri sul livello del mare,
superficie di 26 chilometri quadrati e popolazione totale di 9.500 persone,
ha gia' visto scomparire sott'acqua alcune sue isolette: e ha preso le sue
contromisure, cioe' ha ipotizzato una migrazione massiccia. Nel 2001 la
Nuova Zelanda ha accettato di prendere una quota annuale di tuvalani come
rifugiati, dopo che la stessa richiesta era stata rifiutata dal'Australia.
Cosi', 75 famiglie tuvalane all'anno, per i prossimi trent'anni secondo le
previsioni, emigreranno: anche loro rifugiati del clima.
Il caso di Vanuatu e' tra quelli che sono stati illustrati durante un
seminario che voleva mettere a confronto due delle popolazioni piu'
vulnerabili agli effetti del cambiamento del cima: gli abitanti delle
piccole isole negli oceani, e gli abitanti dell'artico. Queste sono infatti
le due regioni in cui l'impatto del riscaldamento dell'atmosfera e' gia'
visibile in modo piu' chiaro: l'innalzamento del livello del mare, lo
scioglimento dei ghiacci polari e del permafrost (la crosta di terreno
perennemente ghiacciato), la "trasmigrazione" verso nord di specie di flora
e fauna piu' meridionali... E per le popolazioni coinvolte, tutto questo
produce "la devastazione dell'intero loro modo di vita", ha sottolineato il
direttore esecutivo del'Unep, Klaus Toepfer. Ma "la situazione di queste
persone dovrebbe suonare come un allarme per i governi riuniti a Montreal:
dobbiamo sbrigarci se vogliamo evitare una catastrofe provocata dal cima,
per la generazione presente e quelle future".

7. MAESTRI. ALDO CAPITINI: LA MIA OPPOSIZIONE AL FASCISMO
[Nuovamente riproponiamo il seguente articolo di Aldo Capitini
originariamente apparso su "Il ponte", anno XVI, n. 1, gennaio 1960, e
disponibile anche nell'utilissimo sito www.aldocapitini.it curato
dall'Associazione amici di Aldo Capitini. Aldo Capitini e' nato a Perugia
nel 1899, antifascista e perseguitato, docente universitario, infaticabile
promotore di iniziative per la nonviolenza e la pace. E' morto a Perugia nel
1968. E' stato il piu' grande pensatore ed operatore della nonviolenza in
Italia. Opere di Aldo Capitini: la miglior antologia degli scritti e' (a
cura di Giovanni Cacioppo e vari collaboratori), Il messaggio di Aldo
Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che contiene anche una raccolta di
testimonianze ed una pressoche' integrale - ovviamente allo stato delle
conoscenze e delle ricerche dell'epoca - bibliografia degli scritti di
Capitini); recentemente e' stato ripubblicato il saggio Le tecniche della
nonviolenza, Linea d'ombra, Milano 1989; una raccolta di scritti
autobiografici, Opposizione e liberazione, Linea d'ombra, Milano 1991, nuova
edizione presso L'ancora del Mediterraneo, Napoli 2003; e gli scritti sul
Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996; segnaliamo anche Nonviolenza
dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri, Edizioni Associate, Roma 1991;
e la recentissima antologia degli scritti (a cura di Mario Martini,
benemerito degli studi capitiniani) Le ragioni della nonviolenza, Edizioni
Ets, Pisa 2004. Presso la redazione di "Azione nonviolenta" (e-mail:
azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org) sono disponibili e
possono essere richiesti vari volumi ed opuscoli di Capitini non piu'
reperibili in libreria (tra cui i fondamentali Elementi di un'esperienza
religiosa, 1937, e Il potere di tutti, 1969). Negli anni '90 e' iniziata la
pubblicazione di una edizione di opere scelte: sono fin qui apparsi un
volume di Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992, e un volume di
Scritti filosofici e religiosi, Perugia 1994, seconda edizione ampliata,
Fondazione centro studi Aldo Capitini, Perugia 1998. Opere su Aldo Capitini:
oltre alle introduzioni alle singole sezioni del sopra citato Il messaggio
di Aldo Capitini, tra le pubblicazioni recenti si veda almeno: Giacomo
Zanga, Aldo Capitini, Bresci, Torino 1988; Clara Cutini (a cura di), Uno
schedato politico: Aldo Capitini, Editoriale Umbra, Perugia 1988; Fabrizio
Truini, Aldo Capitini, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole
(Fi) 1989; Tiziana Pironi, La pedagogia del nuovo di Aldo Capitini. Tra
religione ed etica laica, Clueb, Bologna 1991; Fondazione "Centro studi Aldo
Capitini", Elementi dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova
Italia, Scandicci (Fi) 1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per
una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini,
Pisa 1998, 2003; AA. VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume
monografico de "Il ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante,
La realta' liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del
Rosone, Foggia 1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta
2001; Federica Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini,
Cittadella, Assisi 2004; cfr. anche il capitolo dedicato a Capitini in
Angelo d'Orsi, Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001;
per una bibliografia della critica cfr. per un avvio il libro di Pietro
Polito citato; numerosi utilissimi materiali di e su Aldo Capitini sono nel
sito dell'Associazione nazionale amici di Aldo Capitini:
www.aldocapitini.it, altri materiali nel sito www.cosinrete.it; una assai
utile mostra e un altrettanto utile dvd su Aldo Capitini possono essere
richiesti scrivendo a Luciano Capitini: capitps at libero.it, o anche a
Lanfranco Mencaroni: l.mencaroni at libero.it, o anche al Movimento
Nonviolento: tel. 0458009803, e-mail: azionenonviolenta at sis.it]

Non e' facile elevarsi su quel patriottismo scolastico che ci coglie proprio
nel momento, dai dieci ai quindici anni, in cui cerchiamo un impiego
esaltante delle nostre energie, una tensione attiva e appoggiata a miti ed
eroi.
Quaranta anni successivi di esperienza in mezzo ad una storia
movimentatissima ci hanno ben insegnato due cose: che la devozione alla
patria deve essere messa in rapporto e mediata con ideali piu' alti e
universali; che la nazione e' una vera societa' solo in quanto risolve i
problemi delle moltitudini lavoratrici nei diritti e nei doveri, nel potere,
nella cultura, in tutte le liberta' concretamente e responsabilmente
utilizzabili.
Quella "patria" che la scuola ci insegno', che era del Foscolo e del
Carducci, e diventava del D'Annunzio e del Marinetti, non poteva essere il
centro di tutti gli interessi; e percio' potei essere nazionalista tra i
dieci e i quindici anni, ma non poi restarlo quando vidi la guerra in
rapporto, meno con la nazione, e piu' con l'umanita' sofferente e divisa;
quando dalla letteratura vociana e di avaguardia salii (da autodidatta e
piu' tardi che i coetanei) alla piu' strenua, vigorosa, e anche filologica
classicita', vista nei testi latini, greci e biblici, come valori originali;
quando portai la riflessione politica, precoce ma intorbidata dall'attivismo
nazionalistico, ad apprezzare i diritti della liberta' e l'apertura al
socialismo come cose fondamentali, insopprimibili per qualsiasi motivo.
Umanitario e moralista, tutto preso dalla ricostruzione della mia cultura
(eseguita tardi ma con consapevolezza) e anche dal dolore fisico, il
dopoguerra 1918-'22 mi trovo' del tutto estraneo al fascismo, anche se avevo
coetanei che vi erano attivissimi: non sentii affatto l'impulso ad
accompagnarmi con loro. Anzi, mi permettevo nella mia indipendenza, di
leggere la "Rivoluzione liberale", di offrire lieto il mio letto ad un
assessore socialista cercato dagli squadristi, e la mattina della "Marcia su
Roma" sentii bene che non dovevo andarci, perche' era contro la liberta'.
Certo, per chi e' stato, purtroppo (e purtroppo dura ancora), educato a quel
tal patriottismo scolastico, per chi non ha potuto nell'adolescenza non
assorbire del dannunzianesimo e del marinettismo, qualche volta il fascismo
poteva sembrare un qualche cosa di energico, di impegnato a far qualche
cosa; e comprendo percio' le esitazioni e le cadute di tanti miei coetanei,
che hanno come me press'a poco gli anni del secolo.
Se io fui preservato e salvato per opera di quell'evangelismo
umanitario-moralistico e indipendente, per cui non ero diventato ne'
cattolico (pur essendo teista) ne' fascista, e preferii rinunciare alla
politica attiva, a cui pur da ragazzo tendevo, scegliendo un lavoro di
studio, di poesia, di filosofia, di ricerca religiosa; tanti altri, anche
per il fatto di essere stati in guerra (io ero stato escluso perche'
riformato), lungo il binario del patriottismo, del combattentismo, dello
squadrismo, videro nel fascismo la realizzazione di tutto.
Queste mie parole sono percio' un invito a diffidare del patriottismo
scolastico, che puo' portare a tanto e a giustificare tanti delitti, e un
proposito di lavorare per un'educazione ben diversa. Questa e' dunque la
prima esperienza che ho vissuto in pieno: ho potuto contrastare al fascismo
fin dal principio perche' mi ero venuto liberando (se non perfettamente) dal
patriottismo scolastico; esso fu uno degli elementi principalmente
responsabili dell'adesione di tanti al fascismo.
*
Ed ora vengo alla seconda esperienza fondamentale. Si capisce che mentre il
fascismo si svolgeva, quasi insensibile com'ero alla soddisfazione
"patriottica", mi trovavo contrario alla politica estera ed interna. Per
l'estero io ero press'a poco un federalista, e mi pareva che un'unione
dell'Italia, Francia, Germania (circa centocinquanta milioni di persone)
avrebbe costituito una forza viva e civile, anche se l'Inghilterra fosse
voluta rimanere per suo conto; ma ci voleva uno spirito comune, che, invece,
il nazionalismo fece rovinare. Ebbi sempre un certo rispetto per la Societa'
delle Nazioni; e mi pareva che l'Italia avesse avuto molto col Trattato di
Versailles, malgrado le strida dei nazionalisti. Approvavo il lavoro di
Amendola e degli altri per un patto con gli Jugoslavi, che ci avrebbe
risparmiato tante tragedie e tante vergogne.
Per la politica interna la Milizia in mano a Mussolini, il delitto
Matteotti, la dittatura e il fastidio, a me lettore e raccoglitore di vari
giornali, che dava la lettura di giornali eguali, l'avversione che sentivo
per il saccheggio e la distruzione e l'abolizione di tutto cio' che era
stata la vita politica di una volta, le Camere del lavoro, le varie sedi dei
partiti, le logge massoniche; mi tenevano staccato dal fascismo.
Sapevo degli arresti, delle persecuzioni. Dov'era piu' quel bel fermento di
idee, quella vivacita' di spirito di riforme che avevo vissuto dal '18 al
'24? Quanti libri liberi, riviste ("Conscientia" per esempio, che conservavo
come preziosa), erano finiti! L'Italia che avrebbe dovuto riformarsi in
tutto, era ora affidata ad un governo reazionario e militarista! E io
ricordavo il mio entusiasmo per le amministrazioni socialiste: come seguivo
quella di Milano, quella di Perugia, mia citta'!
Non ero iscritto a nessun partito, non partecipavo nemmeno, preso da altro,
alla dialettica politica, ma le amministrazioni socialiste mi parevano una
cosa preziosa, con quegli uomini presi da un ideale, umili di condizione, e
"diversi", la' impegnati ad amministrare per tutti.
Sicche' ero contrario al regime, e la seconda esperienza fondamentale lo
confermo': fu la Conciliazione del febbraio del '29.
Non ero piu' cattolico dall'eta' di tredici anni, ma ero tornato ad un
sentimento religioso sul finire della guerra, e lo studio successivo, anche
filosofico e storico sulle origini del cristianesimo, di la' dalle leggende
e dai dogmi mi aveva concretato un teismo di tipo morale.
Guardando il fascismo, vedevo che lo avevano sostenuto in modo decisivo due
forze: la monarchia che aveva portato con se' (piu' o meno) l'esercito e la
burocrazia; l'alta cultura (quella parte vittima del patriottismo
scolastico) che aveva portato con se' molto della scuola. C'era una terza
forza: la Chiesa di Roma. Se essa avesse voluto, avrebbe fatto cadere,
dispiegando una ferma non collaborazione, il fascismo in una settimana.
Invece aveva dato aiuti continui. Si venne alla Conciliazione tra il governo
fascista e il Vaticano.
La religione tradizionale istituzionale cattolica, che aveva educato gli
italiani per secoli, non li aveva affatto preparati a capire, dal '19 al
'24, quanto male fosse nel fascismo; ed ora si alleava in un modo profondo,
visibile, perfino con frasi grottesche, con prestazione di favori
disgustose, con reciproci omaggi di potenti, che deridevano alla " scuola
liberale " e ai "conati socialisti", come cose oramai vinte! Se c'e' una
cosa che noi dobbiamo al periodo fascista, e' di aver chiarito per sempre
che la religione e' una cosa diversa dall'istituzione romana.
Perche' noi abbiamo avuto da fanciulli un certo imbevimento di idee e di
riti cattolici, che sono rimasti la', nel fondo nostro; ed anche se si e'
studiato, e si sanno bene le ragioni storiche, filosofiche, sociali, anche
religiose, per cui non si puo' essere cattolici, tuttavia ascoltando suonare
le campane, vedendo l'edificio chiesa, incontrando il sacerdote, uno
potrebbe sempre sentire un certo fascino.
Ebbene, se si pensa che quelle campane, quell'edificio, quell'uomo possono
significare una cerimonia, un'espressione di adesione al fascismo, basta
questo per insegnare che bisogna controllare le proprie emozioni, non farsi
prendere da quei fatti che sono "esteriori" rispetto alla doverosita' e
purezza della coscienza.
La Chiesa romana credette di ottenere cose positive nel sostenere il
fascismo, realmente le ottenne. Ma per me quello fu un insegnamento intimo
che vale piu' di ogni altra cosa. Non aver visto il male che c'era nel
fascismo, non aver capito a quale tragedia conduceva l'Italia e l'Europa,
aver ottenuto da un potere brigantesco sorto uccidendo la liberta', la
giustizia, il controllo civico, la correttezza internazionale; non sono
errori che ad individui si possono perdonare, come si deve perdonare tutto,
ma sono segni precisi di inadeguatezza di un'istituzione, ancora una volta
alleata di tiranni.
Fu li', su questa esperienza che l'opposizione al fascismo si fece piu'
profonda, e divenne in me religiosa; sia nel senso che cercai piu' radicale
forza per l'opposizione negli spiriti religiosi-puri, in Cristo, Buddha, S.
Francesco, Gandhi, di la' dall'istituzionalismo tradizionale che tradiva
quell'autenticita'; sia nel senso che mi apparve chiarissimo che la
liberazione vera dal fascismo stesse in una riforma religiosa, riprendendo e
portando al culmine i tentativi che erano stati spenti dall'autoritarismo
ecclesiastico congiunto con l'indifferenza generale italiana per tali cose.
Vidi chiaro che tutto era collegato nel negativo, e tutto poteva essere
collegato nel positivo. Mi approfondii nella nonviolenza. Imparai il valore
della noncollaborazione (anzi lo acquistai pagandolo, perche' rifiutai
l'iscrizione al partito, e persi il posto che avevo); feci il sogno che gli
italiani si liberassero dal fascismo noncollaborando, senza odio e strage
dei fascisti, secondo il metodo di Gandhi, rivoluzione di sacrificio che li
avrebbe purificati di tante scorie, e li avrebbe rinnovati, resi degni
d'essere, cosi' si', tra i primi popoli nel nuovo orizzonte del secolo
ventesimo.
Divenni vegetariano, perche' vedevo che Mussolini portava gli italiani alla
guerra, e pensai che se si imparava a non uccidere nemmeno gli animali, si
sarebbe sentita maggiore avversione nell'uccidere gli uomini.
*
Nel lavoro di suscitamento e collegamento antifascista, svolto da me dal
1932 al 1942, sta la terza esperienza fondamentale: il ritrovamento del
popolo e la saldatura con lui per la lotta contro il fascismo. Figlio di
persone del popolo, vissuto in poverta' e in disagi, con parenti tutti
operai o contadini, i miei studi (vincendo un posto gratuito universitario
nella Scuola normale superiore di Pisa) ed anche i primi amici non mi
avevano veramente messo a contatto con la classe lavoratrice nella sua
qualita' sociale e politica.
Anche se da ragazzo ascoltavo con commozione le musiche di campagna che il
primo maggio sonavano di lontano l'Inno dei lavoratori, di la' dal velo
della pioggia primaverile, non conoscevo bene il socialismo. Avevo visto dal
mio libraio le edizione delle opere di Marx e di Engels annerite dagli
incendi devastatori dei fascisti milanesi alla redazione dell'"Avanti!", ma,
preso da altro lavoro, non le avevo studiate.
Accertai veramente la profondita' e l'ampiezza del mondo socialista nel
periodo fascista, quando le possibilita' di trovare documentazioni e libri
(lo sappiano i giovani di ora, che se vogliono possono andare da un libraio
e acquistare cio' che cercano) erano di tanto diminuite, ma c'era, insieme,
il modo di ritrovare i vecchi socialisti e comunisti, che erano rimasti
saldi nella loro fede, veramente "fede" "sostanza di cose sperate ed
argomento delle non parventi", malgrado le botte, gli sfregi, la poverta',
le prigioni, le derisioni degli ideali e dei loro rappresentanti uccisi
("con Matteotti faremo i salsicciotti") e sebbene vedessero che le persone
"dotte" erano per Mussolini e il regime.
Ritrovare queste persone, unirsi con loro di la' dalle differenze su un
punto o l'altro dell'ideologia, festeggiare insieme il primo maggio magari
in una soffitta o in un magazzino di legname, andare insieme in campagna una
domenica (che per il popolo e' sempre qualche cosa di bello), e talvolta
anche in prigione: nella lotta contro il fascismo si formo' questa unione,
che non fu soltanto di persone e di aiuto reciproco, ma fu studio,
approfondimento, constatazione degli interessi comuni dei lavoratori e degli
intellettuali contro i padroni del denaro e del potere: si apriva cosi
l'orizzonte del mondo, l'incontro di Occidente e Oriente in nome di una
civilta' nuova, non piu' individualistica ne' totalitaria.
*
Questo io debbo al fascismo, ma in quanto ebbi, direi la Grazia, o interni
scrupoli o ideali che mi portarono all'opposizione. Opponendomi al fascismo,
non per cose di superficie o di persone o di barzellette, ma pensando
seriamente nelle sue ragioni, nella sua sostanza, nel suo esperimento e
impegno, non solo me ne purificavo completamente per cio' che potesse
essercene in me, ma accertavo le direzioni di un lavoro positivo e di una
persuasione interiore che dovevo continuare a svolgere anche dopo.
Il fascismo aveva unito in un insieme tutto cio' contro cui dovevo lottare
per profonda convinzione, e non per caso, per un un male che mi avesse
fatto, per un'avversione o invidia verso persone, o perche' avessi trovato
in casa o presso maestri autorevoli un impulso antifascista. Nulla di questo
ebbi, ed anche percio' ad un'attiva opposizione con propaganda non passai
che lentamente e dopo circa un decennio.
Posso assicurare i giovani di oggi che il mio rifiuto fu dopo aver sentito
le premesse del fascismo proprio nell'animo adolescente, e dopo averle
consumate; sicche' i fascisti mi apparvero dei ritardatari. Ero arrivato al
punto in cui non potevo accettare:
1, il nazionalismo che esasperava un riferimento nazionale e guerriero a
tutti i valori, proprio quando ero convinto che la guerra avrebbe indebolito
l'Europa, e che la nazione dovesse trovare precisi nessi con le altre;
2, l'imperialismo colonialistico, che, oltre a portare l'Italia fuori dalla
sua influenza in Europa, nei Balcani e a freno della Germania, era un metodo
arretrato, per la fine del colonialismo nel mondo;
3, il centralismo assolutistico e burocratico con quel far discendere tutto
dall'alto (per giunta corrotto), mentre io ero decentralista, regionalista,
per l'educazione democratica di tutti all'amministrazione e al controllo;
4, il totalitarismo, con la soppressione di ogni apporto di idee e di
correnti diverse, si' che quando parlavo ai giovanissimi della vecchia
possibilita' di scegliersi a vent'anni un partito, che aveva sue sedi e sua
stampa, sembrava che parlassi di un sogno, di un regno felice sconosciuto;
5, il prepotere poliziesco, per cui uno doveva sempre temere parlando ad
alta voce, conversando con ignoti, scrivendo una lettera, facendo un
telefonata;
6, quel gusto dannunziano e quell'esaltazione della violenza, del manganello
come argomento, dello spaccare le teste, del pugnale, delle bombe a mano, e,
infine, l'orribile persecuzione contro gli ebrei;
7, quel finto rivoluzionarismo attivista e irrazionale sopra un sostanziale
conservatorismo, difesa dei proprietari, di cio' che era vecchio e perfino
anteriore alla rivoluzione francese;
8, quell'alleanza con il conservatorismo della chiesa, della parrocchia,
delle gerarchie ecclesiastiche, prendendo della religione i riti e il lato
reazionario, affratellandosi con i gesuiti, perseguitando gli ex-sacerdoti;
9, quel corporativismo con una insostenibile parita' tra capitale e lavoro
che si risolveva in una prigione per moltitudini lavoratrici alla merce' dei
padroni in gambali ed orbace;
10, quel rilievo forzato e malsano di un solo tipo di cultura e di
educazione, quella fascista, e il traviamento degli adolescenti, mentre ero
convinto che della libera produzione e circolazione delle varie forme di
cultura una societa' nazionale ha bisogno come del pane;
11, quell'ostentazione di Littoria e altre poche cose fatte, dilapidando
immensi capitali, invece di affrontare il rinnovamento del Mezzogiorno e
delle Isole;
12, l'onnipotenza di un uomo, di cui era facile vedere quotidianamente la
grossolanita', la mutevolezza, l'egotismo, l'iniziativa brigantesca, la
leggerezza nell'affrontare cose serie, gli errori e la irragionevolezza
impersuadibile, mentre ero convinto che il governo di un paese deve il piu'
possibile lasciare operare le altre forze e trarne consigli e
collaborazione, ed essere anonimo, grigio anche, perche' lo splendore stia
nei valori puri della liberta', della giustizia, dell'onesta', della
produzione culturale e religiosa, non nelle persone, che in uniforme o no,
nel governo o a capo dello Stato, sono semplicemente al servizio di quei
valori.
*
Percio' il fascismo, nel problema dell'Italia di educarsi a popolo onesto,
libero, competente, corretto, collaborante, mi parve un potenziamento del
peggio e del fondo della nostra storia infelice, una malattia latente
nell'organismo e venuta fuori, l'ostacolo che doveva, per il bene comune,
essere rimosso, non in un modo semplicemente materiale, ma prendendo precisa
e attiva coscienza delle ragioni per cui era sbagliato, e trasformando in
questo lavoro se' e persuadendo gli altri italiani.

8. MAESTRI. THOMAS MERTON: I PRINCIPI DI GANDHI
[Dall'ampia, simpatetica, acuta introduzione di Thomas Merton all'antologia
da lui curata di brevi estratti da scritti gandhiani (Mohandas K. Gandhi,
Per la pace. Aforismi, a cura di Thomas Merton, Feltrinelli, Milano 2002,
ed. or.: Gandhi on non-violence. A selection from the writings of Mahatma
Gandhi, New Directions 1964) riprendiamo questo minimo frammento (ivi alle
pp. 43-44).
Thomas Merton (1915-1968), monaco, poeta, saggista, costruttore di pace,
amico della nonviolenza; nacque a Prades nei Pirenei francesi da padre
neozelandese e madre americana, ambedue pittori; stabilitosi negli Usa, e
dopo varie esperienze entrato nell'ordine dei Cistercensi di stretta
osservanza nell'abbazia di Gethsemani nel Kentuky, mori' a Bangkok per un
incidente provocato da un elettrodomestico. Opere di Thomas Merton: in
Italia l'editore Garzanti ha pubblicato molte sue opere, tra esse segnaliamo
particolarmente l'autobiografia La montagna dalle sette balze; l'antologia
delle Poesie; tra i saggi il volume Lo zen e gli uccelli rapaci; nel
catalogo Garzanti attualmente sono disponibili i seguenti libri di Merton:
La montagna dalle sette balze; Nessun uomo e' un'isola; Pensieri nella
solitudine; Lo zen e gli uccelli rapaci; Mistici e maestri zen; Semi di
contemplazione; Le acque di Siloe; Il segno di Giona; Scrivere e' pensare,
vivere, pregare; Leggere la Bibbia; Diario di un testimone colpevole. Presso
le Edizioni Qiqajon sono stati pubblicati: Un vivere alternativo; La
contemplazione cristiana; La pace nell'era postcristiana. Segnaliamo qui
anche l'introduzione di Merton all'antologia gandhiana da lui curata alla
meta' degli anni '60, recentemente tradotta in italiano: Mohandas Gandhi,
Per la pace, Feltrinelli, Milano 2002. Ovviamente utilissimo il sito
www.merton.org
Mohandas K. Gandhi e' stato della nonviolenza il piu' grande e profondo
pensatore e operatore, cercatore e scopritore; e il fondatore della
nonviolenza come proposta d'intervento politico e sociale e principio
d'organizzazione sociale e politica, come progetto di liberazione e di
convivenza. Nato a Portbandar in India nel 1869, studi legali a Londra,
avvocato, nel 1893 in Sud Africa, qui divenne il leader della lotta contro
la discriminazione degli immigrati indiani ed elaboro' le tecniche della
nonviolenza. Nel 1915 torno' in India e divenne uno dei leader del Partito
del Congresso che si batteva per la liberazione dal colonialismo britannico.
Guido' grandi lotte politiche e sociali affinando sempre piu' la
teoria-prassi nonviolenta e sviluppando precise proposte di organizzazione
economica e sociale in direzione solidale ed egualitaria. Fu assassinato il
30 gennaio del 1948. Sono tanti i meriti ed e' tale la grandezza di
quest'uomo che una volta di piu' occorre ricordare che non va  mitizzato, e
che quindi non vanno occultati limiti, contraddizioni, ed alcuni aspetti
discutibili - che pure vi sono - della sua figura, della sua riflessione,
della sua opera. Opere di Gandhi:  essendo Gandhi un organizzatore, un
giornalista, un politico, un avvocato, un uomo d'azione, oltre che una
natura profondamente religiosa, i suoi scritti devono sempre essere
contestualizzati per non fraintenderli; Gandhi considerava la sua
riflessione in continuo sviluppo, e alla sua autobiografia diede
significativamente il titolo Storia dei miei esperimenti con la verita'. In
italiano l'antologia migliore e' Teoria e pratica della nonviolenza,
Einaudi; si vedano anche: La forza della verita', vol. I, Sonda; Villaggio e
autonomia, Lef; l'autobiografia tradotta col titolo La mia vita per la
liberta', Newton Compton; La resistenza nonviolenta, Newton Compton;
Civilta' occidentale e rinascita dell'India, Movimento Nonviolento; La cura
della natura, Lef; Una guerra senza violenza, Lef. Altri volumi sono stati
pubblicati da Comunita': la nota e discutibile raccolta di frammenti Antiche
come le montagne; da Sellerio: Tempio di verita'; da Newton Compton: e tra
essi segnaliamo particolarmente Il mio credo, il mio pensiero, e La voce
della verita'. Altri volumi ancora sono stati pubblicati dagli stessi e da
altri editori. I materiali della drammatica polemica tra Gandhi, Martin
Buber e Judah L. Magnes sono stati pubblicati sotto il titolo complessivo
Devono gli ebrei farsi massacrare?, in "Micromega" n. 2 del 1991 (e per un
acuto commento si veda il saggio in proposito nel libro di Giuliano Pontara,
Guerre, disobbedienza civile, nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino
1996). Opere su Gandhi: tra le biografie cfr. B. R. Nanda, Gandhi il
mahatma, Mondadori; il recente accurato lavoro di Judith M. Brown, Gandhi,
Il Mulino; il recentissimo libro di Yogesh Chadha, Gandhi, Mondadori. Tra
gli studi cfr. Johan Galtung, Gandhi oggi, Edizioni Gruppo Abele; Icilio
Vecchiotti, Che cosa ha veramente detto Gandhi, Ubaldini; ed i volumi di
Gianni Sofri: Gandhi e Tolstoj, Il Mulino (in collaborazione con Pier Cesare
Bori); Gandhi in Italia, Il Mulino; Gandhi e l'India, Giunti. Cfr. inoltre:
Dennis Dalton, Gandhi, il Mahatma. Il potere della nonviolenza, Ecig. Una
importante testimonianza e' quella di Vinoba, Gandhi, la via del maestro,
Paoline. Per la bibliografia cfr. anche Gabriele Rossi (a cura di), Mahatma
Gandhi; materiali esistenti nelle biblioteche di Bologna, Comune di Bologna.
Altri libri particolarmente utili disponibili in italiano sono quelli di
Lanza del Vasto, William L. Shirer, Ignatius Jesudasan, George Woodcock,
Giorgio Borsa, Enrica Collotti Pischel, Louis Fischer. Un'agile introduzione
e' quella di Ernesto Balducci, Gandhi, Edizioni cultura della pace. Una
interessante sintesi e' quella di Giulio Girardi, Riscoprire Gandhi,
Anterem]

In conclusione, il gandhiano "voto di verita'" e tutti gli altri voti
dell'ashram, che erano la premessa necessaria per il risveglio di una
coscienza politica matura, vanno visti per quello che sono: non semplici
appagamenti ascetici o devozionali, buoni per soddisfare i ghiribizzi di
qualche pacifista religioso e di qualche poeta confusionario, bensi'
precetti assolutamente necessari se l'uomo vuole ritrovare se stesso.
I principi di Gandhi oggi sono, quindi, quanto mai pertinenti, piu'
pertinenti ancora di quando furono concepiti e messi in pratica negli
ashram, nei villaggi e nelle strade dell'India. Riguardano tutti, ma
specialmente coloro che sono interessati ad attuare i principi espressi
nell'enciclica Pacem in terris da un'altra grande personalita' religiosa,
papa Giovanni XXIII. Tale enciclica ha infatti il respiro, la profondita',
l'universalita' e la tolleranza della visione di Gandhi, incentrata sulla
pace. La pace non puo' essere costruita sull'esclusivismo, l'assolutismo e
l'intolleranza. Ma non puo' nemmeno essere costruita su generici slogan
liberali e su pii programmi maturati nel fumo delle chiacchiere. Non puo'
esserci pace sulla terra senza quel genere di cambiamento interiore che
riporta l'uomo alla sua "giusta coscienza".
I pensieri di Gandhi sui presupposti e le discipline collegati al
satyagraha, il voto di verita', vanno letti da chiunque sia seriamente
interessato al destino dell'uomo nell'era nucleare.

9. RIFLESSIONE. GIULIANA SGRENA: NON POSSIAMO
[Da Giuliana Sgrena, Fuoco amico, Feltrinelli, Milano 2005, p. 157 (sono le
parole con cui si chiude il libro). Giuliana Sgrena, giornalista,
intellettuale e militante femminista e pacifista tra le piu' prestigiose, e'
tra le maggiori conoscitrici italiane dei paesi e delle culture arabe e
islamiche; autrice di vari testi di grande importanza, e' stata inviata del
"Manifesto" a Baghdad, sotto le bombe, durante la fase piu' ferocemente
stragista della guerra tuttora in corso. A Baghdad e' stata rapita il 4
febbraio 2005; e' stata liberata il 4 marzo, sopravvivendo anche alla
sparatoria contro l'auto dei servizi italiana in cui viaggiava ormai
liberata, sparatoria in cui e' stato ucciso il suo liberatore Nicola
Calipari. Opere di Giuliana Sgrena: (a cura di), La schiavitu' del velo,
Manifestolibri, Roma 1995, 1999; Kahina contro i califfi, Datanews, Roma
1997; Alla scuola dei taleban, Manifestolibri, Roma 2002; Il fronte Iraq,
Manifestolibri, Roma 2004; Fuoco amico, Feltrinelli, Milano 2005]

Non possiamo rinunciare a cercare la verita'.

10. RIFLESSIONE. EDUARDO GALEANO: FAVOLE
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 17 dicembre 2005. Eduardo Galeano e' nato
nel 1940 a Montevideo (Uruguay); giornalista e scrittore, nel 1973 in
seguito al colpo di stato militare e' stato imprigionato e poi espulso dal
suo paese; ha vissuto lungamente in esilio fino alla caduta della dittatura.
Dotato di una scrittura nitida, pungente, vivacissima, e' un intellettuale
fortemente impegnato nella lotta per i diritti umani e dei popoli. Tra le
sue opere, fondamentali sono: Le vene aperte dell'America Latina,
recentemente ripubblicato da Sperling & Kupfer, Milano; Memoria del fuoco,
Sansoni, Firenze; il recente A testa in giu', Sperling & Kupfer, Milano. Tra
gli altri suoi libri editi in italiano: Guatemala, una rivoluzione in lingua
maya, Laterza, Bari; Voci da un mondo in rivolta, Dedalo, Bari; La conquista
che non scopri' l'America, Manifestolibri, Roma; Las palabras andantes,
Mondadori, Milano]

Un vecchio proverbio insegna che e' meglio insegnare a pescare che dare del
pesce. Il vescovo Pedro Casaldaliga, che non e' nato in America ma la
conosce a fondo, dice che in effetti, che questo va bene, e' un'ottima idea,
ma che cosa succede se ci avvelenano il fiume? O se qualcuno compra il
fiume, che era di tutti, e ci proibisce di pescare? Ovvero: che cosa succede
se succede quel che sta succedendo?
L'educazione non basta.
*
Armata mia
Juan Antonio Medina era seduto a casa sua a guardare la televisione. La
pubblicita', per cosi' dire, non gli era mai piaciuta un gran che; ma gli
capito' di sentire una reclame che iniziava con una frase che non e' niente
male: "La donna amata e' una donna sicura".
Le immagini che seguivano erano revolver e pistole di piccolo calibro, daghe
elastiche, spray che lasciavano il nemico stecchito per terra e altri
ammennicoli portatili, della grandezza giusta per stare nella borsetta della
dama in tempi difficili.
Allora Juan Antonio si rese conto di aver sentito male. La reclame aveva
detto: "La donna armata e' una donna sicura".
*
La comunita' internazionale
Il pollo, l'anatra, il tacchino, il fagiano, la quaglia e la pernice furono
convocati e si recarono al summit.
Il cuoco del re diede loro il benvenuto:
- Vi ho chiamato - spiego' - perche' mi diciate con quale salsa volete
essere mangiati.
Uno degli uccelli oso' dire:
- Io non voglio essere mangiato in modo alcuno.
E il cuoco mise i puntini sulle i:
- Questo e' fuori discussione.
*
L'esperto internazionale
Ascoltai questa storia in diversi luoghi, attribuita a persone diverse, per
cui presumo che qualsiasi riferimento reale debba essere una mera
coincidenza.
Ecco qui la versione che mi e' giunta dalla Repubblica Dominicana.
I bimbi e i pulcini pigolavano intorno alla signora Maria de las Mercedes,
che, chiocciando, gettava chicchi di mais alle sue galline. In quella,
affaccendata quel giorno come tutti i giorni, un'auto venne fuori,
splendente, da una nuvola di polvere sulla strada che veniva da Santo
Domingo.
Un signore in giacca e cravatta, con la ventiquattrore in mano, le domando':
- Se io le dico esattamente quante galline ha, me ne da' una?
Lei fece una smorfia.
Subito lui accese il suo computer, un Pentium IV da 1.5 GB, accese anche il
Gps, si collego' col cellulare con il sistema di foto satellitari e mise in
funzione il contatore di pixel:
- Lei ha centotrentadue galline.
E ne prese una e la tenne stretta fra le braccia.
Allora, la signora Maria de las Mercedes Holmes gli domando':
- Se io le dico qual e' il suo lavoro, mi restituisce la gallina?
Lui fece una smorfia.
E lei disse:
- Lei e' un esperto di un'organizzazione internazionale.
Recupero' la gallina e spiego' che era facile, che chiunque se ne sarebbe
reso conto:
- Lei e' venuto senza che nessuno l'avesse chiamata, e' entrato nel pollaio
senza chiedere permesso, mi ha detto qualcosa che io sapevo gia' e per
questo mi ha presentato il conto.
*
Abitudini
Un candidato della coalizione di sinistra arrivo' al villaggio di San
Ignacio, in Honduras, durante la campagna elettorale del 1997.
L'oratore sali' sulla scala che fungeva da palco e di fronte allo scarso
pubblico proclamo' che la sinistra non corrompe il popolo, non vende favori
in cambio di voti:
- Noi non diamo cibo! Non diamo lavoro! Non diamo denaro!
- E che cavolo date allora? Domando' un ubriacone, che si era appena
svegliato dalla siesta sotto un albero della piazza.
*
Tradizioni
La parola e l'atto non si erano mai incontrati.
Quando la parola diceva di si', l'atto diceva di no.
Quando la parola diceva di no, l'atto diceva di si'.
Quando la parola diceva piu' o meno, l'atto diceva meno o piu'.
Un giorno, la parola e l'atto s'incrociarono per via.
Siccome non si conoscevano, non si riconobbero.
Siccome non si riconobbero, non si salutarono.
*
Indicazioni
Mi ero perso camminando per le strade di Cadice, grazie al mio acuto senso
del disorientamento, quando un buon uomo mi salvo'.
Lui mi indico' come arrivare al mercato vecchio, e a qualunque altro posto
nei cammini del mondo: "Fai quello che la strada ti indica".

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 52 del 18 dicembre 2005

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