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Nonviolenza. Femminile plurale. 43



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 43 del 22 dicembre 2005

In questo numero:
1. Anna Maria Civico: Da una lettera ad alcune persone amiche
2. Marina Forti: Irene Fernandez
3. Il 14 gennaio a Milano per uscire dal silenzio
4. Dalle donne della Campania una lettera alle giornaliste
5. Giancarla Codrignani traduce un frammento di Saffo
6. Paola Mancinelli: Franz Rosenzweig e la questione dell'essere (parte
quarta e conclusiva)
7. Il paese delle donne
8. Un corso a Catania su "Cura di se' e identita' di genere"
9. Alberto Asor Rosa presenta "La ragazza del secolo scorso" di Rossana
Rossanda
10. Letture: Barbara Spinelli, Il sonno della memoria

1. LETTERE. ANNA MARIA CIVICO: DA UNA LETTERA AD ALCUNE PERSONE AMICHE
[Da una piu' ampia lettera di Anna Maria Civico (per contatti:
lavalledelsoffio at yahoo.it) a varie persone amiche proponiamo i seguenti
stralci. Anna Maria Civico (per contatti: amcivico at hotmail.com), calabrese,
ha vissuto a Catanzaro, Roma, Malo (Vicenza), Venezia, attualmente vive a
Terni; e' attrice, cantante, trainer di canto e di teatro; conduce
laboratori di teatro nella natura, drammaturgia per un teatro
ecocompatibile, laboratori di canto, laboratori di teatro; molte utili
informazioni su di lei sono nel suo sito: www.mediarama.it/annamaria/ - ma
queste minime informazioni non bastano certo a rendere l'incanto del suo
recitare, del canto suo, della sua viva presenza: colta ricercatrice delle
tradizioni popolari e sperimentatrice inesausta di forme espressive, dolce e
mite la sua voce e il suo sguardo guarisce ferite, lenisce dolori, suscita
riconoscimento di umanita', costruisce cosi' - respiro per respiro, parola
per parola - la pace possibile e necessaria, nell'incontro infinito con
l'altra e con l'altro]

Cari amici vicini e lontani, vi scrivo da parte mia e per l'associazione
culturale "La valle del soffio - cantiere d'arti" per formulare una
richiesta di aiuto.
Venite a visitarci: siamo nella frazione Lo Scoppio d'Acquasparta, in
provincia di Terni,strada provinciale Spoleto-Acquasparta.
Siamo un'associazione culturale fondata da artisti di teatro, musica, arti
visive, scenografi.
Ci piacerebbe ricevere visite soprattutto in questo periodo in cui le nostre
strutture ricettive, due case private, sono state oggetto di ripetuti atti
di vandalismo (scassinature dei lucchetti, manomissione delle porte, vetri
rotti, ecc.)...
*
Lo Scoppio e' un borgo medioevale ridotto a rudere in cui nell'88 sono state
acquistate e ristrutturate due case come residenze private...
Negli ultimi dieci giorni sono stati rotti altri due vetri delle finestre
della grande casa, sempre una del primo piano ed una addirittura al secondo.
A questo punto abbiamo deciso di lasciare le finestre aperte cosi' almeno i
vetri non vengono rotti, rimangono solo tre finestre incolumi. Le serrature
"di sicurezza" sono inservibili, le porte non si aprono e siamo dovuti
entrare da una finestra. Sulla mia casa i vandali hanno deciso di non
entrare perche' io non ho serrature di sicurezza e avendo rotto i lucchetti
del cancello bastava una spallata sul portoncino per entrare...
*
E' estremamente difficile accettare questi fatti [nella lettera si fa
riferimento anche ad altri episodi di ostilita' - ndr -] come coincidenze,
e' estremamente preoccupante per me come donna essere attaccata in questo
modo, sento paura anche per la mia incolumita' fisica, ve lo confesso, ma la
violenza sulle cose lascia una scia che arriva a colpire, in questo momento,
tutta la mia chiara intenzione ad agire per la vita. Non ho mai avuto paura
di recarmi in questo splendido luogo di montagna da sola, ho instaurato
rapporti ottimi con tutti i residenti di zona e gli ex proprietari dei
ruderi del borgo. Ottime relazioni che sono cresciute soprattutto per via
della presenza delle nostre attivita' artistiche teatrali e di canto...
*
Mi rendo conto che ci sono cose molto piu' urgenti e per le quali la
solidarieta', la comprensione e la resistenza non puo' che essere dimostrata
con la presenza, e che non si puo' essere dappertutto.
La presenza fisica, i corpi, mi si confermano come gli unici strumenti
validi, quelli che possono arrivare dove il pensiero e la penna non
arrivano - ne' i telefoni, ne' i media che falsano tutto; le relazioni umane
dirette mi sembrano l'unica possibilita' per vederci chiaro nella realta'
delle cose.
Noi saremo spesso allo Scoppio: vi invito a venirci a trovare, specialmente
chi abita in Umbria ed ha a cuore l'arte e le relazioni umane, la politica e
l'etica. Magari ci facciamo una cantata, una bevuta, una chiacchierata, una
ballata.
Se volete vedere in anteprima il borgo visitate il sito
www.mediarama.com/annamaria alle pagine Cantiere d'arti e Oikos
Se volete anticipare il vostro arrivo con un sms, mandatelo al 3396125233.
A presto,
Anna Maria Civico, per "La valle del soffio - cantiere d'arti"

2. PROFILI. MARINA FORTI: IRENE FERNANDEZ
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 22 dicembre 2005. Marina Forti,
giornalista particolarmente attenta ai temi dell'ambiente, dei diritti
umani, del sud del mondo, della globalizzazione, scrive per il quotidiano
"Il manifesto" sempre acuti articoli e reportages sui temi dell'ecologia
globale e delle lotte delle persone e dei popoli del sud del mondo per
sopravvivere e far sopravvivere il mondo e l'umanita' intera. Opere di
Marina Forti: La signora di Narmada. Le lotte degli sfollati ambientali nel
Sud del mondo, Feltrinelli, Milano 2004]

"Con la privatizzazione dell'acqua, la terra, le sementi, e servizi
essenziali come l'istruzione e la sanita', ormai tutto e' trasformato in
merce", commentava Irene Fernandez, giorni fa, a Hong Kong, durante uno dei
Forum che hanno accompagnato le proteste contro l'organizzazione mondiale
del commercio - il "Tribunale delle popolazioni rurali sugli accordi del Wto
in materia di agricoltura", poi un "tribunale delle donne", infine quello
sulle "migrazioni forzate", ad esempio l'esodo dalle campagne provocato dal
crollo delle economie locali.
*
Irene Fernandez e' malaysiana, ha 59 anni e ha sempre lavorato per i diritti
dei lavoratori, e in particolare delle donne migranti. E' vincitrice del
Right Livelihood Award 2005, noto anche come "premio Nobel alternativo",
assegnato a Stoccolma: ´Per il suo eccezionale e coraggioso lavoro per
fermare la violenza contro le donne e gli abusi verso lavoratori migranti e
poveri", dice la motivazione.
Io stessa sono "un prodotto del lavoro migrante", aveva detto Fernandez
durante il suo discorso di accettazione, il 9 dicembre di fronte al
parlamento svedese: "Mio padre era un lavoratore migrante dal Kerala, India.
Ha lavorato nelle piantagioni di caucciu' durante la dominazione britannica
in Malaysia. Conosco il dolore, l'angoscia e le discriminazioni che ha
dovuto subire. Ed e' questa parte della mia storia che mi da' la passione e
l'impegno per promuovere e proteggere i lavoratori e le donne migranti,
sottoposti a violenza e senza diritti, dignita' e giustizia".
Con il premio attribuito proprio a lei, il comitato del Right Livelihood
Award da' un riconoscimento alle lotte popolari e alle questioni ambientali,
ha commentato l'attivista malaysiana: "Questo premio e' un riconoscimento
alle lotte delle comunita' per i diritti, e ai milioni di lavoratori
migranti che soffrono ingiustizia nei paesi ospitanti in cui sono costretti
a lavorare per guadagnarsi da vivere. Nella sola Asia oltre 40 milioni di
persone sono in movimento, alla ricerca di lavoro o qualcosa per vivere.
Sempre in Asia, ci sono 60 milioni di persone che restano affamate ogni
giorno. E oltre meta' dell'umanita' vive con meno di 2 dollari al giorno".
"I lavoratori migranti sono costretti a lasciare le case e i loro cari
perche' non riescono a sopravvivere in paesi dove aumentano la poverta', la
disoccupazione e la fame. Cosi' diventano piu' vulnerabili. E in Indonesia,
Filippine, Cambogia e Sri Lanka le migrazioni sono femminili". Il lavoro
migrante "e' una moderna schiavitu'", dice Fernandez, "soprattutto dove
vigono norme repressive come in Malaysia e in certi paesi sviluppati".
*
Irene Fernandez e' direttrice di Tenaganita ("La forza delle donne"),
un'organizzazione per i diritti dei lavoratori - ci sono tre milioni di
lavoratori immigrati in Malaysia: una manodopera indispensabile al successo
economico del paese, ma mantenuta in stato precario (l'anno scorso l'ultima
espulsione di massa di irregolari, salvo poi riaprire le assunzioni dei piu'
poveri e deboli dei paesi vicini). In un rapporto pubblicato nel 1995,
Farnandez aveva descritto lo stato dei lavoratori migranti in Malaysia:
dalla malnutrizione agli abusi fisici e sessuali, alle condizioni di lavoro
durissime, all'esistenza di campi di detenzione per gli "indesiderabili",
dove molti erano morti. Nel marzo del '96 era stata arrestata e incriminata
di "diffondere false notizie". Il processo si e' trascinato fino al 2003,
quando e' stata condannata a un anno di detenzione; ora e' in attesa di
appello. "Il governo nega l'esistenza della questione dei lavoratori
immigrati", commenta Fernandez.
Il premio ricevuto a Stoccolma ha dato notorieta' alla sua causa, che lei
insiste a collegare alle questioni del lavoro e dell'agricoltura. "Le donne
che vivono in ambito rurale subiscono in modo drastico gli effetti della
privatizzazione delle risorse come l'acqua, la terra, le sementi. Piu'
queste sono privatizzate, piu' soffrono le economie agricole locali, il
reddito delle donne crolla e loro sono costrette a cercare altri modi per
vivere". E' di questo che parlava Fernandez a Hong Kong, in occasione del
recente vertice del Wto.

3. INIZIATIVE. IL 14 GENNAIO A MILANO PER USCIRE DAL SILENZIO
[Dal sito de "Il paese delle donne" (www.womenews.net/spip) riprendiamo e
diffondiamo. Tutte le informazioni utili sull'iniziativa del 14 gennaio a
Milano sono disponibili nel sito www.usciamodalsilenzio.org]

Dopo l'assemblea del 29 novembre a Milano, "Usciamo dal silenzio" e' ormai
una realta' in tutta Italia, numerose sono state infatti le assemble ed
iniziative che dal nord al sud del Paese hanno coinvolto tantissime donne.
L'invito rivolto alle donne e agli uomini di altre citta' ad organizzare,
per la giornata del 18 dicembre e dintorni, assemblee analoghe a quella
tenuta a Milano in quella data in preparazione della manifestazione
nazionale del 14 gennaio a Milano per la liberta' delle donne, premessa e
compagna della liberta' di tutti, per l'autodeterminazione e la difesa della
194, ha raccolto molte adesioni, e le risposte non hanno tardato ad
arrivare.
Riportiamo di seguito l'elenco degli incontri che si sono gia' tenuti in
tutta Italia: a Palermo il 12 dicembre, a Bergamo il 13 dicembre, a Vigevano
il 15 dicembre, a Milano il 15 dicembre, a Venezia il 16 dicembre, a Mestre
il 16 dicembre Pacinotti, a Ferrara il 17 dicembre, a Genova il 17 dicembre,
a Genova il 18 dicembre, a Milano il 18 dicembre, a Bologna il 18 dicembre,
a Roma il 18 dicembre, a Firenze il 18 dicembre, a L'Aquila il 18 dicembre,
a Ravenna il 19 dicembre, a Varese il 19 dicembre, a Mantova il 20 dicembre,
a Pistoia il 20 dicembre, a Torino il 20 dicembre.
*
A Milano, sabato 14 gennaio 2006, alle ore 14, si terra' la manifestazione
nazionale.
La rete di comunicazione e' il sito www.usciamodalsilenzio.org, attraverso
il quale si sta realizzando uno scambio continuo di opinioni: sono gia'
oltre mille le adesioni individuali e collettive alla manifestazione del 14
gennaio e, dal 29 novembre, sono state visitate quasi 8.000 pagine, con una
media di 600 pagine al giorno, 1.286 sono le iscrizioni alla mailing list e
188 i commenti ricevuti.
Per informazioni, il numero di servizio per l'organizzazione della
manifestazione, che entrera' in funzione a partire da domani, e':
3358778529.

4. APPELLI. DALLE DONNE DELLA CAMPANIA UNA LETTERA ALLE GIORNALISTE
[Da Stefania Cantatore (per contatti: stefi49 at libero.it o anche
udinapoli at libero.it) riceviamo e diffondiamo la seguente lettera aperta alle
giornaliste diffusa dal "Cartello per l'autodeterminazione delle donne della
Campania". Stefania Cantatore, impegnata nel movimento delle donne e
promotrice di molte iniziative per la pace e i diritti umani, e' una delle
animatrici dell'Udi (Unione donne italiane) di Napoli]

Si e' conclusa da poche ore l'assemblea del Cartello per
l'autodeterminazione delle donne della Campania, con la presenza nutrita e
finalmente non solo nominale delle sigle che lo compongono e con tante donne
singole e collettivi che hanno sentito il bisogno di richiamarsi alla parola
d'ordine "Usciamo dal silenzio". Un bisogno che in questi giorni richiama
donne in tante e differenti realta' del Paese a riappropriarsi di uno
scontro, quello sulle questioni del corpo femminile.
In molti, nei partiti e nelle istituzioni, sembrano convinti che questo
scontro, dato che di questo apparentemente si tratta, debba rimanere nelle
sedi dell'esercizio della dialettica parlamentare e dei tavoli di bioetica.
Che le donne uscissero dal silenzio non era nei programmi, sebbene da piu'
parti in questi anni si fosse lamentata l'assenza di una forte reattivita'
del movimento femminista.
Non c'e' nulla di stupefacente nel fatto che la debole politica del 2005
cerchi di ignorare ed ostacolare la riaggregazione di un movimento per
l'autodeterminazione, nel quale cominciano a riconoscersi anche uomini. E'
semplicemente inaccettabile, ma non stupefacente.
Ugualmente inaccettabile e non stupefacente e' che la stampa del 2005 sia
ancora ancorata a costruire la notizia "sul padrone che morde il cane".
Le donne che prendono parola su se stesse e sul loro vivere e dare la vita,
tutti dicevano di aspettarle, ivi inclusi opinion-makers ansiosi di
rinnovamento della politica, ma nessuno sembra volerle riconoscere.
Il 14 gennaio a Milano ci sara' la manifestazione nazionale per
l'autodeterminazione ed in molte citta' ci sono coordinamenti per l'apertura
di vertenze sulla pillola abortiva, sugli eccessi della maternita'
medicalizzata, e la salvaguardia dei consultori...
Una stampa che non registra e divulga la novita' politica di questo
movimento (che rappresenta oggi una vera opposizione alla restaurazione di
un sistema di ordinarie oppressioni e di riduzione delle liberta'
personali), e' certamente latitante nella promozione delle coscienze.
Da sempre nelle battaglie politiche, le donne hanno faticosamente cercato
relazioni con la stampa (per quanto impenetrabilmente maschilista), ed hanno
trovato la solidarieta' e la condivisione laddove c'erano altre donne, il
cui ruolo e' stato fondamentale.
Nella stampa di oggi sempre piu' condizionata dai poteri forti, da interessi
di mercato e localistici, si richiede a quelle donne, ormai piu' numerose,
uno sforzo piu' grande: contrastare la nuova barbarie.
Noi le aspettiamo e speriamo che anche loro aspettassero noi.
Il cartello per l'autodeterminazione delle donne della Campania

5. POESIA E VERITA': GIANCARLA CODRIGNANI TRADUCE UN FRAMMENTO DI SAFFO
[Ringraziamo Giancarla Codrignani (per contatti: giancodri at libero.it) per
questo saggio di traduzione di Saffo, "da grecista che re-interpreta i
classici sottolineando, quando si tratta di donne, il carattere della
'differenza'". Giancarla Codrignani, presidente della Loc (Lega degli
obiettori di coscienza al servizio militare), gia' parlamentare, saggista,
impegnata nei movimenti di liberazione, di solidarieta' e per la pace, e'
tra le figure piu' rappresentative della cultura e dell'impegno per la pace
e la nonviolenza. Tra le opere di Giancarla Codrignani: L'odissea intorno ai
telai, Thema, Bologna 1989; Amerindiana, Terra Nuova, Roma 1992; Ecuba e le
altre, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1994]

Ci sono uomini che dicono che la cosa piu' bella
e' un esercito di fanti,
o uno squadrone di cavalleria,
o una flotta di navi.
Io, una donna,
dico
che la cosa piu' bella
e'
cio' che uno ama.

6. RIFLESSIONE. PAOLA MANCINELLI: FRANZ ROSENZWEIG E LA QUESTIONE
DELL'ESSERE (PARTE QUARTA E CONCLUSIVA)
[Ringraziamo Paola Mancinelli (mancinellipaola at libero.it) per averci messo a
disposizione il seguente saggio su "Rosenzweig e la questione dell'essere:
pensare l'inizio in una terra altra" che anticipa alcuni temi del suo volume
di prossima pubblicazione su Rivelazione e linguaggio. Ripensare l'essere
con Franz Rosenzweig.
Paola Mancinelli, nata ad Osimo (An) il 28 giugno 1963, dottore di ricerca
in filosofia teoretica e docente di scuola superiore, saggista e poetessa,
si e' occupata tra l'altro del rapporto fra mistica e filosofia e la
violenza del sacro in Rene' Girard, del pensiero di Rosenzweig e
dell'influenza dell'ebraismo nel rinnovamento dell'ontologia; collabora alle
riviste "Filosofia e teologia" e "Quaderni di scienze religiose" ed alla
rivista telematica di filosofia "Dialeghestai". Fra le opere di Paola
Mancinelli: Vibrazioni, Pentarco, Torino 1985; Come memoria di latente
nascita, Edizioni del Leone, Venezia, 1989; Oltre Babele, Edizioni del
Leone, Venezia, 1991; Cristianesimo senza sacrificio. Filosofia e teologia
in Rene' Girard, Cittadella, Assisi 2001; Homo revelatus, homo absconditus,
di alcune tracce kierkegaardiane in Rene' Girard, in AA. VV., "Nota Bene,
Quaderni di studi kierkegaardiani", Citta' Nuova, Roma 2002; La metafisica
del silenzio, Stamperia dell'Arancio, Grottammare, 2003; Rivelazione e
linguaggio. Ripensare l'essere con Franz Rosenzweig (di prossima
pubblicazione).
Franz Rosenzweig, filosofo illustre, nato a Kassel nel 1886, muore nel 1929
a Francoforte; con Martin Buber ha realizzato la traduzione tedesca della
Bibbia ebraica. Opere di Franz Rosenzweig: Hegel e lo stato (1920), Il
Mulino, Bologna 1976; La stella della redenzione (1921), Marietti, Casale
Monferrato 1981 (il suo capolavoro, come e' noto); Il nuovo pensiero (1925),
Arsenale, Venezia 1983. Opere su Franz Rosenzweig: segnaliamo almeno i saggi
di Scholem, Levinas, Cacciari; un'agile sintesi introduttiva (con una
perspicua bibliografia) e' quella di Giovanni Fornero nella Storia della
filosofia fondata da Nicola Abbagnano, IV volume, secondo tomo, Utet, Torino
1994, poi vol. IX, Tea, Milano 1996 (ivi alle pp. 3-19)]

Conclusione
"Io credo nella missione dello scrittore. La riceve dal verbo che gli
trasmette la sua sofferenza e la sua speranza. Interroga le parole che lo
interrogano, accompagna le parole che lo accompagnano. L'iniziativa e'
comune e quasi spontanea. Servendo le parole - servendosene - da' un senso
profondo alla sua vita e alla loro, da cui essa e' scaturita" (E. Jabes, Le
livre des Questions, Editions Gallimard, Paris 1963, trad. it. di C.
Rebellato, Il libro delle interrogazioni, Marietti, Genova 1985).

Rosenzweig ha certamente anticipato istanze della riflessione filosofica
contemporanea: il debito che questa contrae verso il nuovo pensiero e'
indubbio; basti pensare alla comprensione del tempo come accadimento
dell'essere e come farsi del linguaggio nell'orizzonte di un evento
rivelativo. La stessa esigenza rosenzweighiana di voler tradurre ins Leben,
e percio' al centro dell'irripetibile singolarita' dell'uomo, i problemi
filosofici, ci sembra possa connettersi in modo inequivocabile a quella
ermeneutica della fatticita' di heideggeriana memoria entro cui la
riflessione sull'essere si intreccia alla fenomenologia, facendo
dell'esser-ci il termine della comprensione in quanto Grundstimmung
dell'uomo nel suo commercio con il mondo.
Certamente, pero', il tributo piu' importante che il filosofo di Kassel ha
dato alla filosofia contemporanea e' quello del recupero di un'istanza
linguistica e dialogica che ne dice la portata rivelativa, quasi si
trattasse di un'ontofania, salvando la distanza fra essere e pensiero, che
si era andata via via cancellando nel paradigma della tradizione dalla Jonia
a Jena, e demistificando la tentazione autofondativa della filosofia stessa,
tanto da anticipare la critica levinassiana alla medesimezza. Da ultimo, ma
questa non e' certo cosa trascurabile, Rosenzweig ha gettato le basi per una
sfida filosofica ancor oggi non del tutto colta: quella di pensare
ebraicamente, che e' - a nostro avviso - anche quella di attraversare la
filosofia per ripensarne l'altro inizio.
L'esergo tratto da Jabes circa la missione dello scrittore, sintetizza molto
bene, in questo senso, il singolarissimo rapporto filosofico di Rosenzweig
con la Parola nella dialettica di Wort-Antwort, che rimanda alla centralita'
della Rivelazione, sottende il carattere di memoria ed anticipazione, di
comandamento che rende proletticamente vicino il Regno, e di invocazione
perche' questo venga. Fenomeno insieme temporale e relazionale, la parola e'
termine dell'erfahrende Philosophie, e dunque di quell'accadimento che
interrompe l'identita' chiusa dell'io convocandola all'agire responsabile,
come evento del comandamento realizzato dell'amore; ma essa e' anche il
Fatto compiuto (Dabar), che - dall'iniziale paganesimo delle forme
plastiche - lascia essere la creazione come un primordiale rivelarsi di Dio.
Servirsi della parola diviene dunque un servire la Parola, quasi ermeneutica
di una rivelazione che accade in modo kairologico e che istituisce lo spazio
di una nuova correlazione fra gli elementi del reale. Essa scandisce
altresi' il passaggio da una totalita' monologica, ottenuta per deduzione,
alla redenzione, intesa come dono dell'evento accaduto, in virtu' del quale,
certo, Dio sara' tutto in tutti, ma  non senza la necessita' della relazione
fra gli uomini, fra l'uomo e il mondo, non senza quindi il differire
dialogico che preserva la distanza originaria fra Dio e mondo, dicendone ad
un tempo la prossimita'. Nella tensione dialettica fra Scrittura e Parola si
situa e si istituisce l'orizzonte di senso in cui trovano traduzione
incessante il pensiero e la vita. I problemi umani e quelli teologici,
inoltre, si connettono, in modo che la comprensione dell'essere si faccia
essenzialmente "logon didonai" e si commisuri alla testimonianza, come
sempre nuovo esser parlato del Libro, secondo la stessa tradizione
talmudica.
Dunque la riscoperta della grammatica come istanza teoretica si declina nel
caso di Rosenzweig in un'ermeneutica narrativa ante litteram, grazie alla
quale la realta' viene dischiusa in quanto mondo nuovo. Narrare e' rendere
conto di com'e' andata, ma sottende anche la possibilita' di rifare il
mondo, rinnovandolo nell'accadere del reale. Questa capacita' del linguaggio
risulta tanto piu' fondamentale, quanto piu' il linguaggio e' di per se'
necessariamente relazionale, e si esplica come il novum che accade tra me e
l'altro. Tuttavia, tale novum conduce il pensiero ad un'interpretazione
della realta' a partire da un evento accaduto, quello della rivelazione
biblica, conferendogli cosi' un carattere essenzialmente linguistico,
sotteso fra il riconoscimento di tale presupposto originario che acquisisce
la forma del racconto e l'impegno all'inveramento della sua verita', sia
nell'accadere dialogico con l'altro, sia nell'invocazione comunitaria e
liturgica. In questo senso, la realta' si istituisce nello spazio della
Parola ed i pronomi personali, egli, io, tu, noi, declinano non solo il
soggetto d'imputazione dell'azione, quanto anche la linguisticita'
dell'esperienza del reale, tale che si puo' certamente asserire, anche nel
caso di Rosenzweig, che chi ha linguaggio ha mondo. Non solo; il mondo che
sorge dal e nel linguaggio, in ultima analisi dalla rivelazione, e' riempito
di anima ed idoneo, in virtu' della relazione etica propria dell'uomo e
istituita sulla base dell'originario rivelarsi dell'amore come comandamento,
ad essere soggetto della redenzione. Il pensiero grammaticale assume una
portata certamente gnoseologica, tanto e' vero che puo' connettersi a
quell'istanza empirica di una verita' vissuta (erlebt) e percio' stesso da
inverare nella parola cor-risposta e nella testimonianza comunitaria a
favore di un'escatologia realizzata.
La struttura filosofica del pensiero di Rosenzweig assume, allora, una
chiarezza sempre maggiore, rendendo ragione di come egli intendesse fare un
sistema, secondo la dichiarazione esplicita contenuta nello Stern, ma
certamente un sistema non totalitario. La ragione di cio' sta per l'appunto
nella connessione fra il declinarsi del tempo e del linguaggio come
orizzonte di quella che abbiamo chiamato riproposizione della questione
dell'essere.
Il tempo e' lo sfondo vitale entro cui l'uomo si comprende come creatura e
si orienta nel mondo. Dato nell'evento indisponibile della rivelazione, il
tempo e' lo stesso accadere del linguaggio come relazione con l'altro. E'
nella dimensione della temporalita' che il dialogo del presente storico
(l'io-tu dell'uomo con il suo prossimo) invera il presupposto del passato
della creazione (l'uscita di Dio dalla sua essenza oscura come primo inizio
della Parola) e lo connota in un'apertura al futuro escatologico della
Redenzione. Quest'ultima e' peraltro gia' presente nello shabbat storico che
rappresenta, da un lato, la soglia della promessa messianica, ma
contrassegna, dall'altro, la discontinuita' dello scorrere cronologico, che
indica l'essere altrimenti dell'eschaton. In questo senso, ci sembra
importante evidenziare la linguisticita' del tempo, il suo attestarsi sui
tre verbi dell'erkennen, erleben, erbeten, che interrompono il paradigma
della semplice presenza, anticipando in tal senso la tematica heideggeriana
delle tre estasi temporali. Proprio su questa base, dunque, e' possibile - a
nostro avviso - lo snodarsi di un nuovo percorso teoretico che riformuli ex
novo il pensiero dell'essere, in sintonia con il pensiero biblico. Come ben
osserva Bernhard Casper, cui piu' volte abbiamo fatto ricorso per questo
tema: "Questa comprensione trascendentale della realta' quale storia aperta
dell'essere che accade - certo nello schiudersi delle cose - tra gli uomini
e a essi stessi e' molto piu' prossima alla comprensione biblica della
realta' che non una comprensione non storica, chiusa, onto-teologica, e
quindi metafisica. L'essere, che per Rosenzweig nel suo accadere, nel suo
farsi evento si porta alla luce di un futuro aperto, appare come
quell'essere in cui e' in gioco non solo la correttezza ma  la 'comprova
della verita'..." (42).
La temporalita' sottende una comprensione storica dell'essere in quanto
evento che accade tra me e l'altro; proprio per questo motivo tale accadere
si attesta come futuro aperto, ma anche come condizione di inveramento della
verita'. La relazione tra me e l'altro sottende tuttavia una storicita' di
tipo diacronico, in virtu' della quale si da' lo stesso carattere storico
della rivelazione. In ogni caso, questo e' possibile grazie al suo carattere
linguistico. L'essere come linguaggio declinato nei tre tempi e' a un tempo
l'essere della rivelazione, e l'essere per la rivelazione. Proprio su questo
orizzonte esso pone le basi per una diversa comprensione della verita'. Essa
si dona nella rivelazione divina, ma necessita di una testimonianza umana
nella storia, capace di anticipare, in una sorta di analogia temporum, il
contenuto escatologico della redenzione.
Se Heidegger proponeva l'attraversamento-superamento della metafisica,
potremo certamente mettere in evidenza come anche Rosenzweig elabori nel suo
Neues Denken un percorso post-metafisico, forse non ancora del tutto
scoperto e valutato, riportando al centro della riflessione filosofica il
retaggio dell'ebraismo e della rivelazione biblica come possibilita' di un
pensiero altro in cui convergano, in una singolare posizione dialogica,
filosofia e teologia, tale che la seconda funga da limite-confine critico
rispetto alle pretese totalitarie della prima.
Avendo presente tale orizzonte dialogico e' necessario chiedersi quale
pensiero dell'essere possa emergere e se sia lecito parlare di ontologia
nell'ebraismo. Fermo restando che l'uso del termine ontologia non puo'
venire impiegato in riferimento alla tradizione ebraica, crediamo comunque
che la questione dell'essere possa risultare in modo del tutto singolare e
pregnante come termine di confronto fra due tradizioni. La tradizione
ebraica puo', infatti, interrompere quella sorta di totalita' finita
dell'ontologia che si declina nel paradigma egologico e che si esplica come
assoggettamento dell'altro (43). Ci sembra, in ogni caso, che lo stesso
versante ermeneutico della filosofia che si attesta sulle coordinate di
storicita' e linguisticita' entro cui pensare da un lato un'ontologia
dell'evento, dall'altro la possibilita' di una dimensione acroamatica della
riflessione ontologica, possa nutrire e sostenere tale comparazione.
Serbando l'altro nella sua alterita' essa ne dice altresi' la capacita' di
relazione, ma anche la differenza, cosi' lo sottrae dalle spire di un Tutto
quale fondamento immutabile come lo vuole l'antico pensiero. Imperniato
sull'esperienza fondamentale della creaturalita', in cui accade la
rivelazione come evento prolettico della redenzione e come memoria inverata
della creazione, il pensiero di Rosenzweig si attesta su un Tutto
relazionale, che non si offre alla vista contemplativa come eidos, ma si
dona nell'inveramento di una Verita' che parla il linguaggio del
comandamento dell'amore e che, come tale, lo presuppone. L'essere non puo',
da tale punto di vista, che comprendersi sullo sfondo di questo dono ove e'
rimessa in discussione ogni necessita' immutabile.
Per questo stesso motivo la tradizione biblica diviene la terra dell'altro
inizio da cui, piu' o meno consapevolmente, e' fiorito il pensiero
dell'essere come evento, ed anche, piu' profondamente, il pensiero della
parola. In tal senso anche il linguaggio della rivelazione rosenzweighiano
e' un essere altrimenti; in effetti, esso sottende il primato della parola
sull'essente, e fa di essa lo spazio di un'etica che nella liberta' del
comandamento apre un orizzonte di senso sempre nuovo, ma anche lo spazio di
un'invocazione in cui l'alterita' si fa presente ed istituisce, per
l'efficacia performativa del linguaggio, il novum dell'evento che il
pensiero puo' pensare nella gratitudine, testimoniandolo nell'impegno etico.
Se dunque e' qui che si gioca la portata ontologica del linguaggio, ovvero
la possibilita' di relazione con il prossimo sancita dal comandamento e
sempre rinviante al principio di ogni dialogia, ci sembra che il retaggio di
Rosenzweig assuma una notevole attualita': quella di istituire la
rivelazione in quanto traccia e sentiero dell'essere che si lascia pensare
ad un tempo come dono e interrogazione di senso; un'ontologia, potremmo
dire, in cui, secondo Rosenzweig, sia respinta per l'ultima volta la
bestemmia filosofica (44) secondo la quale noi troviamo la verita', quanto
invece e' nella verita' che troviamo noi stessi. Ma se coniughiamo verita' e
dono di senso nel paradigma della Rivelazione, non puo' che aprirsi alla
riflessione filosofica la sua altra radice, quella biblica. Forse e' proprio
in questo pensare la Bibbia che si gioca la possibilita' di un rinnovarsi
del linguaggio filosofico, nel senso di un autentico pensiero della parola.
*
Note
42. Casper, La sfida di Franz Rosenzweig..., in "Filosofia e Teologia" cit.,
p. 249. Rimandiamo in ogni modo all'intero numero della rivista, dal titolo
Franz Rosenzweig, pensare ebraicamente, per una piu' ampia comprensione
dell'incidenza rosenzweighiana sul pensiero filosofico contemporaneo.
43. Cfr. U. Perone, Metafisica e violenza, in AA. VV., Pensare l'essere.
Percorsi di una nuova razionalita', a cura di V. Melchiorre, Marietti,
Genova 1989, p. 109.
44. Rosenzweig, SR, 436, 420.
(Parte quarta - fine)

7. ESPERIENZE. IL PAESE DELLE DONNE
[Dal sito de "Il paese delle donne" (www.womenews.net/spip) riprendiamo la
seguente scheda di autopresentazione]

L'associazione "Il paese delle donne" e' nata nel 1987 ed e' cresciuta
assieme alla Casa internazionale delle donne dove ha sede la redazione. Da
sempre ha lavorato sull'informazione, la scrittura e la comunicazione tra
donne. Alla pubblicazione de "Il foglio del paese delle donne" lavorano come
direttora responsabile Marina Pivetta, come amministratrice Franca Fraboni,
come coordinatrice editoriale Giovanna Romualdi, come grafica dell'edizione
cartacea Sofia Quaroni, come webmistress e responsabile del sito telematico
Cristina Papa, come presidente dell'associazione e responsabile del premio
letterario Maria Paola Fiorensoli, insieme a tutte le altre della redazione.
*
La nostra storia
L'associazione per l'informazione "Il paese delle donne" e' un'associazione
culturale senza fini di lucro, nata nel 1985 come gruppo redazionale delle
pagine di informazione al femminile all'interno del quotidiano romano "Paese
sera".
Successivamente, nel 1987 l'associazione ha voluto proseguire quell'impegno
editando direttamente "Il foglio del paese delle donne".
Il giornale cartaceo ha attualmente periodicita' quindicinale, e, dal 1995,
ha un supplemento telematico "Il paese delle donne - on line".
Dal 2000, promuove un premio di scrittura femminile dedicato a Maria Teresa
Guerriero (Maite'), un'artista che e' stata anche redattrice del nostro
giornale.
Nel tempo "Il paese delle donne" ha realizzato numerose trasmissioni per
emittenti radiotelevisive nazionali e locali.
*
La redazione
La redazione di Roma ha sede presso la Casa Internazionale delle donne, in
via della Lungara 19 (ingresso da Via della Penitenza 37/b), ed e' composta
da Manuela Algeri, Camilla Cascino, Maria Paola Fiorensoli, Olivia Fiorilli,
Franca Fraboni, Marta Marsili, Patrizia Melluso, Cristina Papa, Anna
Picciolini, Marina Pivetta, Giovanna Romualdi, Sofia Quaroni, Maria Russo,
Ines Valanzuolo.
Collaborano tra le altre: Patrizia Arnaboldi, Camilla Briganti, Lidia
Campagnano, Maria Grazia Campari, Nadia Cervone, Lidia Cirillo, Giancarla
Codrignani, Simona Davoli, Nadia De Mond, Alessandra Giannasi, Nella
Ginatempo, Marcella Mariani, Alessandra Mecozzi, Lea Melandri, Lidia
Menapace, Luisa Morgantini, Maria Grazia Rossilli, Sara Sesti, Monica
Soldano.
La redazione si riunisce tutti i martedi' alle ore 17,30, tutte le lettrici
sono le benvenute.
*
Per sostienere il nostro lavoro
Le spese relative alle edizioni cartacea e telematica de "Il paese delle
donne" sono finanziate esclusivamente attraverso le sottoscrizioni che
provengono dalla rete di lettrici e lettori.
Si puo' sottoscrivi sul c/c n. 69515005 intestato ad "Associazione Il paese
delle donne".
Abbonamento per 12 mesi all'edizione telematica: 21 euro; abbonamento per 12
mesi all'edizione cartacea: 42 euro; per associazioni e istituzioni: 83
euro.
L'associazione pubblica inoltre inserti, numeri speciali e quaderni per
altre associazioni di donne (per richiedere un preventivo inviate una mail a
quaroni at tin.it).

8. INCONTRI. UN CORSO A CATANIA SU "CURA DI SE' E IDENTITA' DI GENERE"
[Dal sito de "Il paese delle donne" (www.womenews.net/spip) riprendiamo la
seguente notizia]

L'Istituto tecnico industriale statale "S. Cannizzaro" di Catania promuove,
per l'anno scolastico 2005-2006, il corso di formazione sulle pari
opportunita' di genere "Cura di se' e identita' di genere" cofinanziato
dall'Fse e dall'Fdr del Ministero dell'Istruzione nell'ambito del Programma
operativo nazionale n. 1999. Il corso (misura 7.1.b "Formazione in servizio
sulle pari opportunita' di genere") e' rivolto a 15 docenti, e' gratuito, ha
la durata di 50 ore e ha avuto inizio il 21 dicembre 2005.
Si propone i seguenti obiettivi:
- aensibilizzare alle tematiche delle pari opportunita' di genere per
superare la diffusa neutralita' del mondo della scuola;
- saper ascoltare ed interagire con la differenza di genere rispetto alle
modalita' di apprendimento, alle forme di comunicazione, ai rapporti
relazionali;
- saper progettare percorsi didattici attenti al genere in tutte le fasi di
un processo educativo;
- saper cogliere e valorizzare nel linguaggio delle alunne e degli alunni
elementi significativi di differenziazione di genere;
- saper osservare la differenza di genere negli atteggiamenti rispetto ai
saperi e nel rapporto con essi;
- saper orientare alla specificita' di genere e all'autostima, quindi a
scelte scolastiche e formative che, non condizionate da stereotipi di ruolo,
favoriscano l'inserimento consapevole nella vita attiva e nel mondo del
lavoro.
*
Programma del corso:
Prima fase - Un percorso psicologico sulla cura di se e sulla percezione
della differenza tra maschile e femminile dall'infanzia all'adolescenza, a
cura di Simone Klein.
Seconda fase - Un percorso cinematografico sulla differenza di genere e
sulla costruzione dell'identita', a cura di Roberto Figazzolo.
Terza fase - Un percorso storico sulla differenza e l'identita' di genere, a
cura di Pina La Villa.

9. LIBRI. ALBERTO ASOR ROSA PRESENTA "LA RAGAZZA DEL SECOLO SCORSO" DI
ROSSANA ROSSANDA
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo il seguente articolo apparso sul quotidiano "La Repubblica" del
25 novembre 2005.
Alberto Asor Rosa (Roma, 1933) e' uno dei piu' noti intellettuali italiani
viventi, docente di letteratura italiana all'Universita di Roma "La
Sapienza", saggista di forte impegno civile; come storico e critico della
letteratura ha pubblicato numerose monografie, ha diretto la Letteratura
italiana Einaudi, ha pubblicato una Storia della letteratura italiana piu'
volte ristampata. Tra le molte opere di Alberto Asor Rosa qui segnaliamo
particolarmente: Scrittori e popolo, Savelli, Roma 1965, poi Einaudi, Torino
1988; Le due societa', Einaudi, Torino 1977; L'ultimo paradosso, Einaudi,
Torino 1985; Fuori dall'Occidente, Einaudi, Torino1992; La sinistra alla
prova, Einaudi, Torino1996; La guerra, Einaudi, Torino 2002.
Rossana Rossanda e' nata a Pola nel 1924, allieva del filosofo Antonio
Banfi, antifascista, dirigente del Pci (fino alla radiazione nel 1969 per
aver dato vita alla rivista "Il Manifesto" su posizioni di sinistra), in
rapporto con le figure piu' vive della cultura contemporanea, fondatrice del
"Manifesto" (rivista prima, poi quotidiano) su cui tuttora scrive. Impegnata
da sempre nei movimenti, interviene costantemente sugli eventi di piu'
drammatica attualita' e sui temi politici, culturali, morali piu' urgenti.
Tra le opere di Rossana Rossanda: L'anno degli studenti, De Donato, Bari
1968; Le altre, Bompiani, Milano 1979; Un viaggio inutile, o della politica
come educazione sentimentale, Bompiani, Milano 1981; Anche per me. Donna,
persona, memoria, dal 1973 al 1986, Feltrinelli, Milano 1987; con Pietro
Ingrao et alii, Appuntamenti di fine secolo, Manifestolibri, Roma 1995; con
Filippo Gentiloni, La vita breve. Morte, resurrezione, immortalita',
Pratiche, Parma 1996; Note a margine, Bollati Boringhieri, Torino 1996; La
ragazza del secolo scorso, Einaudi, Torino 2005. Ma la maggior parte del
lavoro intellettuale, della testimonianza storica e morale, e della
riflessione e proposta culturale e politica di Rossana Rossanda e' tuttora
dispersa in articoli, saggi e interventi pubblicati in giornali e riviste]

Dalla copertina del libro che ho appena finito di leggere (La ragazza del
secolo scorso, Einaudi, pp. 389, euro 18), una bella, anzi bellissima
signora dai capelli tutti bianchi mi guarda con aria malinconica e un po'
perplessa. Mi guarda? No, guarda un po' di lato qualcosa che sta appena
fuori della cornice della foto: alla sua sinistra, si direbbe. E' "la
ragazza del secolo scorso", Rossana Rossanda, diventata la signora di oggi -
e di ieri.
Delle sue memorie - poiche' di questo si tratta - si potrebbe dire
sbrigativamente (penso che molti lo faranno) che sono la storia di una
grande signora che e' stata una grande comunista (o anche viceversa, non
importa). Qualcosa di vero c'e' in ambedue le definizioni, e anche nel loro
accostamento.
Ma a me pare che la questione sia piu' complessa e che l'immagine che
Rossanda proponga di se' sia piu' problematica e persino piu' dolorosa: la
storia di una vocazione politica destinata ad un fallimento pressoche'
totale ("nessuna delle mie idee aveva funzionato, troppo presto o troppo
tardi che fosse"), e che tuttavia non smette di sentirsi intimamente,
cocciutamente, esemplare ("c'e' una punta di vero in quel che le mie amiche
chiamano, dandomi grandissimo fastidio, delirio di onnipotenza, come se fra
senso di colpa per non fare abbastanza contro un mondo inaccettabile e
volonta' di dominarlo il margine fosse sottilissimo"). Ma vediamo.
*
I ricordi iniziano con la nascita a Pola, da poco ricongiunta all'Italia,
negli anni Venti del secolo scorso, e si chiudono con la vicenda della
radiazione, sua e di altri, dal Pci nell'autunno 1969, per aver osato
fondare il Manifesto (su questo non casuale troncamento della narrazione
tornero' piu' avanti).
Il racconto corre sempre (sottolineerei l'avverbio) lungo tre contemporanei
e paralleli piani di sequenza: sullo sfondo c'e' l'Italia che cambia, con le
sue complessita', anomalie e debolezze (un paese, pensa e dice piu' volte
Rossanda, cui sono congeniti il "lasciar perdere" e il "rinviare", non meno
tra i progressisti che tra i conservatori); in primo piano, la storia
pubblica della protagonista, la sua militanza, i suoi atti politici, le sue
scelte di schieramento; in mezzo, la sua storia segreta (interiore, intendo,
non privata), il suo mutare nel tempo, la sua "educazione sentimentale"
(come recita lo strillo editoriale sull'ultima di copertina) ovvero, come io
preferirei definirlo, il lato umano delle cose.
I tre piani di sequenza, ripeto, ci sono sempre ma distribuiti nel racconto
con un diverso equilibrio fra loro. E' ovvio che nella prima parte,
l'infanzia e l'adolescenza, prevalga quello di mezzo; verso la fine, quando
la protagonista entra a far parte del gruppo dirigente centrale del Partito,
s'imponga piu' decisamente il primo. Di grande intensita' anche emotiva le
pagine sull'Italia della grande guerra e sulla Lombardia, povera,
industriosa e operaia degli anni della ricostruzione.
Pare a me che un libro cosi' non si legga principalmente per sapere come
sono andate le cose e perche'. Da questo punto di vista, le domande che
Rossanda racconta di aver ricevuto qua e la' nel corso della sua vita
("perche' hai fatto questo?", "perche' non l'hai fatto?", "perche' lo hai
fatto troppo tardi?") non solo non ricevono risposta, ma potrebbero anche
aumentare di numero (ognuno di noi avrebbe da fargliene almeno una). Il
libro di Rossanda e' profondamente critico e problematico, e in taluni punti
perfino impietoso (si leggano le pagine sulla sublime correttezza di Pietro
Ingrao, la quale ad una lettura piu' politica potrebbe apparire
irresolutezza e ingenuita'), ma assolutamente, radicalmente
antirevisionistico. A se' e ai suoi, alla sua "parte", insomma, Rossanda
nulla risparmia, ma nulla concede all'avversario, a colui che sta dall'altra
parte, al (mi verrebbe voglia di scrivere) "nemico di classe".
Fra questi due estremi - l'autocritica severa e al medesimo tempo
l'autodifesa appassionata di una vocazione politica che coincide
irrevocabilmente con una scelta di vita - si muove l'occhio attento,
scrutatore perplesso e malinconico di questa protagonista, che aveva tutte
le condizioni per fare tante altre cose piu' piacevoli e meno fastidiose e
ha scelto di fare questa, difficile, esaltante, spiacevole e... ingrata, e
ancora oggi non se n'e' pentita.
*
Sorprende (ma non tanto) che nel libro ci sia una descrizione assai limitata
delle "giustificazioni ideologiche" della scelta comunista. Si', s'intuisce,
si sa, quale tipo di marxismo la Rossanda abbia frequentato e amato. Ma quel
che lei vuole raccontarci non e' come e perche' lei abbia imparato a
"pensare comunista": quel che lei vuole raccontarci e' perche' lei ha
"vissuto comunista", e percio' e' entrata in quel partito, ci ha lavorato
dentro, ne e' diventata dirigente e ha cercato, sia pure vanamente, di
cambiarlo. Insomma, la "serieta' comunista", il sogno condiviso, la
molteplicita' dei destini che, grazie a quel contenitore, fra errori,
ritardi, deformazioni, pure s'incontravano e si fondevano. Non, dunque -
almeno non in primo luogo, - il partito delle segreterie federali o di
Botteghe Oscure, ma quello dei "seminterrati" e delle sezioni di strada, il
partito di "quelli che passavano di reparto in reparto o di casa in casa, a
fine lavoro, a raccogliere i bollini del tesseramento" e che, cosi'
semplicemente facendo, "configuravano una societa' altra dentro a questa".
Il partito di massa, l'identita' collettiva, che a lungo andare (pensava,
insieme a tanti altri Rossanda) avrebbe cambiato l'intollerabile stato di
cose esistente, senza irragionevoli rotture rivoluzionarie, ma anche senza
cedimenti opportunistici e sbandate verso la sfera seducente e onnivora del
potere.
Forse e' per questo (e spero di non dirle cosa sgradita) che il ritratto del
dirigente comunista piu' pacificato e accettabile, piu' risolto anche di
fronte alle sue enormi contraddizioni e al suo pesante passato, e' proprio
quello di Palmiro Togliatti, "cortese, conversevole e lontano, con voce
uguale e sorriso breve, lo sguardo acuto", una sorta di padre saggio e
accorto, poco incline alla benevolenza, ma almeno assai attento: "Quanto lo
avrei criticato negli anni '70 lo rivaluto oggi, una volta accettato che il
suo obiettivo non fu di rovesciare lo stato di cose esistenti, ma di
garantire la legittimita' del conflitto".
La legittimita' del conflitto e... e, naturalmente, direbbe Rossanda, la sua
traduzione in linea politica in una direzione di marcia che, rinnovandosi,
mantenesse viva la sintonia, che pure c'era stata (anni 1943-1956) fra Pci e
sistema Italia. Ecco perche' la storia - anzi, in questo caso, la Storia -,
qui finisce con gli anni Sessanta: e non solo perche' con la radiazione la
vicenda di Rossanda nel Partito si esaurisce; ma soprattutto perche' negli
anni '60, in presenza di una ribellione studentesca straordinaria e di un
imponente movimento di massa operaio, il Pci rinuncio' (e fu per sempre) a
tessere la tela che aveva cominciato: "Sono quegli anni che spiegano l'oggi.
Non era semplice, ma non fu tentato nulla, pensato nulla, neanche un passo
avanti in quell'ambito keynesiano dove pure Pci e Cgil erano cresciuti e che
sarebbe stato anch'esso travolto".
Fino allo sfacelo di oggi.
*
In un quadro cosi' complesso Rossanda non si sottrae neanche all'arduo
problema sul cosa, in politica, abbia significato per lei essere donna. Non
certo una militanza femminista o pre-femminista: per lei, per le donne della
sua generazione, l'attivita' politica ha significato essenzialmente lottare
per essere riconosciute all'altezza dei dirigenti uomini, ed essere come
loro. Tuttavia...
Tuttavia - e Rossanda lo accenna piu' volte - non fu mai la stessa cosa:
"Non sfuggivo al femminile... Quell'impulso di fuggire davanti alla
decisione del fare o no il corteo proibito fu un avviso che non mi ha
impedito di fare scelte drastiche, ma si ripete ogni volta che non sono in
gioco io sola - sento uno scarto, un esitare, un ritirarmi... La materia di
cui sono fatta ha questa grana. Combattiva ma seconda...".
Forse, piu' semplicemente, l'essere donna in politica ha significato per lei
vivere, capire e soprattutto ricordare il lato umano delle cose, la ferita
lancinante della perdita, la tenerezza degli affetti, piu' che la vanita'
infinita dei giochi di potere.
Tutto questo - e molt'altro - fuso in una prosa lucida, fluente,
appassionata, inarrestabile: una specie di canto sospeso, che a me ha
ricordato certe composizioni lunghe e profonde, distese senza fine a
mezz'aria, fra terra e cielo, di Luigi Nono. Scrive Rossanda nelle ultime
tre righe del libro a proposito del lavoro da lei intrapreso presso le nuove
generazioni studentesche e operaie dopo la radiazione dal Pci: ´Speravamo di
essere il ponte fra quelle idee giovani e la saggezza della vecchia
sinistra, che aveva avuto le sue ore di gloria. Non funziono'. Ma questa e'
un'altra storia". Neanche quello funziono'? Beh, si', forse si': ma quel
canto, anche se la Storia non funziona, tutti possono intenderlo, e
continua.

10. LETTURE. BARBARA SPINELLI: IL SONNO DELLA MEMORIA
Barbara Spinelli, Il sonno della memoria. L'Europa dei totalitarismi,
Mondadori, Milano 2001, 2004, pp. XVI + 428, euro 9,80. Un libro duro e
doloroso, appassionante e ineludibile; talora forse troppo giornalistico,
sovente discutibile, e sempre degno di essere discusso, e meditato.

==============================
NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 43 del 22 dicembre 2005

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