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La nonviolenza e' in cammino. 1157



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1157 del 27 dicembre 2005

Sommario di questo numero:
1. Giuliano Pontara: Mi abbono ad "Azione nonviolenta" perche'...
2. Per la ricerca, il dialogo, l'azione
3. Augusto Cavadi: Auguri
4. Giuliana Sgrena: Un primo passo
5. Una intervista di Gianpiero Landi a Luce Fabbri del 1981 (parte prima)
6. Slavoj Zizek: Tortura. Occhio non vede, cuore non duole
7. Riletture: Albert Camus, Taccuini
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. STRUMENTI DI LAVORO. GIULIANO PONTARA: MI ABBONO AD "AZIONE NONVIOLENTA"
PERCHE'...
[Ringraziamo Giuliano Pontara (per contatti:
giuliano.pontara at philosophy.su.se) per questo intervento. Giuliano Pontara
e' uno dei massimi studiosi della nonviolenza a livello internazionale,
riproduciamo di seguito una breve notizia biografica gia' apparsa in passato
sul nostro notiziario (e nuovamente ringraziamo di tutto cuore Giuliano
Pontara per avercela messa a disposizione): "Giuliano Pontara e' nato a Cles
(Trento) il 7 settembre 1932. In seguito a forti dubbi sulla eticita' del
servizio militare, alla fine del 1952 lascia l'Italia per la Svezia dove poi
ha sempre vissuto. Ha insegnato Filosofia pratica per oltre trent'anni all'
Istituto di filosofia dell'Universita' di Stoccolma. E' in pensione dal
1997. Negli ultimi quindici anni Pontara ha anche insegnato come professore
a contratto in varie universita' italiane tra cui Torino, Siena, Cagliari,
Padova, Bologna, Imperia, Trento. Pontara e' uno dei fondatori della
International University of Peoples' Institutions for Peace (Iupip) -
Universita' Internazionale delle Istituzioni dei Popoli per la Pace (Unip),
con sede a Rovereto (Tn), e dal 1994 al 2004 e' stato coordinatore del
Comitato scientifico della stessa e direttore dei corsi. Dirige per le
Edizioni Gruppo Abele la collana "Alternative", una serie di agili libri sui
grandi temi della pace. E' membro del Tribunale permanente dei popoli
fondato da Lelio Basso e in tale qualita' e' stato membro della giuria nelle
sessioni del Tribunale sulla violazione dei diritti in Tibet (Strasburgo
1992), sul diritto di asilo in Europa (Berlino 1994), e sui crimini di
guerra nella ex Jugoslavia (sessioni di Berna 1995, come presidente della
giuria, e sessione di  Barcellona 1996). Pontara ha pubblicato libri e saggi
su una molteplicita' di temi di etica pratica e teorica, metaetica  e
filosofia politica. E' stato uno dei primi ad introdurre in Italia la "Peace
Research" e la conoscenza sistematica del pensiero etico-politico del
Mahatma Gandhi. Ha pubblicato in italiano, inglese e svedese, ed alcuni dei
suoi lavori sono stati tradotti in spagnolo e francese. Tra i suoi lavori
figurano: Etik, politik, revolution: en inledning och ett stallningstagande
(Etica, politica, rivoluzione: una introduzione e una presa di posizione),
in G. Pontara (a cura di), Etik, Politik, Revolution, Bo Cavefors Forlag,
Staffanstorp  1971, 2 voll., vol. I, pp. 11-70; Se il fine giustifichi i
mezzi, Il Mulino, Bologna 1974; The Concept of Violence, Journal of Peace
Research , XV, 1, 1978, pp. 19-32; Neocontrattualismo, socialismo e
giustizia internazionale, in N. Bobbio, G. Pontara, S. Veca, Crisi della
democrazia e neocontrattualismo, Editori Riuniti, Roma 1984, pp. 55-102; tr.
spagnola, Crisis de la democracia, Ariel, Barcelona 1985; Utilitaristerna,
in Samhallsvetenskapens klassiker, a cura di M. Bertilsson, B. Hansson,
Studentlitteratur, Lund 1988, pp. 100-144; International Charity or
International Justice?, in Democracy State and Justice, ed. by. D.
Sainsbury, Almqvist & Wiksell International, Stockholm 1988, pp. 179-93;
Filosofia pratica, Il Saggiatore, Milano 1988; Antigone o Creonte. Etica e
politica nell'era atomica, Editori Riuniti, Roma 1990; Etica e generazioni
future, Laterza, Bari 1995; tr. spagnola, Etica y generationes futuras,
Ariel, Barcelona 1996; La personalita' nonviolenta, Edizioni Gruppo Abele,
Torino 1996; Guerre, disobbedienza civile, nonviolenza, Edizioni Gruppo
Abele,  Torino 1996; Breviario per un'etica quotidiana, Pratiche, Milano
1998; Il pragmatico e il persuaso, Il Ponte, LIV, n. 10, ottobre 1998, pp.
35-49. E' autore delle voci Gandhismo, Nonviolenza, Pace (ricerca
scientifica sulla), Utilitarismo, in Dizionario di politica, seconda
edizione, Utet, Torino 1983, 1990 (poi anche Tea, Milano 1990, 1992). E'
pure autore delle voci Gandhi, Non-violence, Violence, in Dictionnaire de
philosophie morale, Presses Universitaires de France, Paris 1996, seconda
edizione 1998. Per Einaudi Pontara ha curato una vasta silloge di scritti di
Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, nuova edizione, Torino
1996, cui ha premesso un ampio studio su Il pensiero etico-politico di
Gandhi, pp. IX-CLXI". Una piu' ampia bibliografia degli scritti di Giuliano
Pontara (che comprende circa cento titoli) puo' essere letta nel n. 380 di
questo foglio]

Leggo regolarmente "Azione nonviolenta" da quarant'anni, fin dal primo
numero, uscito nel gennaio del 1964, e ho spesso trovato in essa notizie
utili e validi spunti di riflessione.
Gia' qualche anno prima, Aldo Capitini mi aveva parlato del suo progetto di
dare inizio ad una rivista sulla nonviolenza, e in seguito mi racconto' piu'
volte di tutto il lavoro che la pubblicazione della rivista richiedeva. Due
persone gli diedero un grande aiuto: Pietro Pinna e Luisa Schippa. Senza
l'aiuto di queste due persone e, dopo la morte di Aldo Capitini,
l'infaticabile lavoro quotidiano di Pietro Pinna, "Azione nonviolenta" oggi
non esisterebbe. Poi, grazie all'impegno intelligente di Mao Valpiana e
altri la rivista e' ulteriormente cresciuta.
A mio vedere essa costituisce oggi in Italia un valido portavoce di una
matura cultura della pace; un importante punto di riferimento per chiunque
sia interessato a seguire con attenzione le lotte nonviolente in Italia e
nel mondo e a riflettere criticamente e costruttivamente, nello spirito
capitiniano, sulle difficili vie della pace in un mondo sempre piu'
minacciato dalla guerra del terrorismo e dal terrorismo della guerra.

2. STRUMENTI DI LAVORO. PER LA RICERCA, IL DIALOGO, L'AZIONE
"Azione nonviolenta" e' la rivista mensile del Movimento Nonviolento fondata
da Aldo Capitini nel 1964, e costituisce un punto di riferimento per tutte
le persone amiche della nonviolenza.
La sede della redazione e' in via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803,
fax: 0458009212, e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org
L'abbonamento annuo e' di 29 euro da versare sul conto corrente postale n.
10250363, oppure tramite bonifico bancario o assegno al conto corrente
bancario n. 18745455 presso BancoPosta, succursale 7, agenzia di Piazza
Bacanal, Verona, ABI 07601, CAB 11700, intestato ad "Azione nonviolenta",
via Spagna 8, 37123 Verona, specificando nella causale: abbonamento ad
"Azione nonviolenta".

3. RIFLESSIONE. AUGUSTO CAVADI: AUGURI
[Ringraziamo Augusto Cavadi (per contatti:acavadi at lycos.com) per averci
messo a disposizione questo suo articolo apparso nell'edizione palermitana
del quotidiano "La Repubblica" il 24 dicembre 2005. Augusto Cavadi,
prestigioso intellettuale ed educatore, collaboratore del Centro siciliano
di documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo, e' impegnato nel
movimento antimafia e nelle esperienze di risanamento a Palermo, collabora a
varie qualificate riviste che si occupano di problematiche educative e che
partecipano dell'impegno contro la mafia. Opere di Augusto Cavadi: Per
meditare. Itinerari alla ricerca della consapevolezza, Gribaudi, Torino
1988; Con occhi nuovi. Risposte possibili a questioni inevitabili,
Augustinus, Palermo 1989; Fare teologia a Palermo, Augustinus, Palermo 1990;
Pregare senza confini, Paoline, Milano 1990; trad. portoghese 1999; Ciascuno
nella sua lingua. Tracce per un'altra preghiera, Augustinus, Palermo 1991;
Pregare con il cosmo, Paoline, Milano 1992, trad. portoghese 1999; Le nuove
frontiere dell'impegno sociale, politico, ecclesiale, Paoline, Milano 1992;
Liberarsi dal dominio mafioso. Che cosa puo' fare ciascuno di noi qui e
subito, Dehoniane, Bologna 1993, nuova edizione aggiornata e ampliata
Dehoniane, Bologna 2003; Il vangelo e la lupara. Materiali su chiese e
mafia, 2 voll., Dehoniane, Bologna 1994; A scuola di antimafia. Materiali di
studio, criteri educativi, esperienze didattiche, Centro siciliano di
documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1994; Essere profeti oggi. La
dimensione profetica dell'esperienza cristiana, Dehoniane, Bologna 1997;
trad. spagnola 1999; Jacques Maritain fra moderno e post-moderno, Edisco,
Torino 1998; Volontari a Palermo. Indicazioni per chi fa o vuol fare
l'operatore sociale, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe
Impastato", Palermo 1998, seconda ed.; voce "Pedagogia" nel cd- rom di AA.
VV., La Mafia. 150 anni di storia e storie, Cliomedia Officina, Torino 1998,
ed. inglese 1999; Ripartire dalle radici. Naufragio della politica e
indicazioni dall'etica, Cittadella, Assisi, 2000; Le ideologie del
Novecento, Rubbettino, Soveria Mannelli 2001; Volontariato in crisi?
Diagnosi e terapia, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2003; Gente bella, Il
pozzo di Giacobbe, Trapani 2004; Strappare una generazione alla mafia, DG
Editore, Trapani 2005. Vari suoi contributi sono apparsi sulle migliori
riviste antimafia di Palermo. Indirizzi utili: segnaliamo il sito:
http://www.neomedia.it/personal/augustocavadi (con bibliografia completa)]

Ammettiamolo: con l'arietta che tira, scambiarsi gli auguri sta diventando
un problema. Pronunziamo "buon natale"? E rischiamo di fare la figura dei
bigotti che danno per scontata, senza la minima esitazione, la condivisione
unanime della fede cristiana in una societa' fortunatamente affollata di
etero-credenti e di nulla-credenti. Evitiamo ogni accenno al "natale"? E
rischiamo di autoemarginarci, artificiosamente ed un po' snobisticamente, da
un contesto sociale pullulante di presepi, nenie, alberi addobbati, barbuti
e panciuti vecchiotti vestiti di rosso... Forse - in tali ambasce - puo'
soccorrerci la rassicurazione di Freud alla signora in cerca di consigli su
come comportarsi con i figli: "Stia tranquilla, si rilassi. Tanto sbagliera'
in ogni caso".
Eppure, nel lungo periodo, si potrebbe tentare - ognuno per la sua parte -
di divincolarsi da dilemmi cosi' antipatici. Come insegna la storia,
l'accentuazione trionfalistica di una religione (o di una dottrina politica
di regime) provoca - per reazione uguale e contraria - una sana voglia di
dissacrazione o, per lo meno, di secolarizzazione. Quando invece lo spazio
pubblico e' davvero pubblico, le tensioni si allentano: la piazza torna ad
essere il luogo in cui ciascuno puo' essere se stesso, senza dover imporre
ad altri i propri simboli identitari. E senza temere di venirne privato.
Un'utopia immaginare un modello di convivenza civile talmente laica che a
dicembre ci si possa scambiare gli auguri di "buon natale" come ad ottobre
di "felice conclusione di ramadan"? A ben riflettere e' quanto avviene gia'
in altre ricorrenze: non mi pare che, quando ci si augura a vicenda "buon
carnevale",  si intenda fare professione di neo-paganesimo militante...
Tutto questo, pero', implica - come dire? - un ridimensionamento complessivo
della tematica dell'appartenenza confessionale. Che a questo raffreddamento
dei fervori religiosi possa contribuire il mondo dei laici dovrebbe essere
scontato (e dico "dovrebbe" perche' le cronache recenti registrano la
diffusione del vezzo di alcuni intellettuali e politici di difendere le
ragioni del cattolicesimo da posizioni atee o, per lo meno, agnostiche.
Forse per calcoli di bottega, forse per raccattare un surrogato ideologico
dell'etica conservatrice in esaurimento). Meno ovvio, ma non meno vero, e'
che allo stesso obiettivo possano contribuire anche i cristiani piu'
autentici e avvertiti. Essi, infatti, sanno ormai da decenni che la
"religione" e' un fatto storico, mondano, culturalmente connotato: dunque
qualcosa di ambiguo e, comunque, di diverso dalla "fede". Che e', invece, un
atteggiamento personale, interiore, incatalogabile. Un'apertura di credito
al mistero della vita, con le sue sorprese entusiasmanti e le sue prove
angoscianti; una capacita' di donazione senza l'attesa spasmodica della
gratificazione sociale; una serieta', nel costruire mattone dopo mattone la
casa comune della giustizia, tale da non sentirsi in obbligo di censurare o
camuffare le rare occasioni di allegria, di godimento e di festa.
Esegesi biblica e cristologia sistematica vanno sempre piu' scoprendo, con
smarrimento per alcuni e con giubilo per altri, che Gesu' il nazareno non ha
inteso fondare nessuna "religione", quanto piuttosto testimoniare la sua
fede sobria e profonda in un Padre comune che, maternamente, vorrebbe per
tutti i suoi figli "il pane e le rose". E che dunque non e' detto che essere
"religioso" equivalga ad avere "fede": anzi, come ha ricordato in questi
ultimi mesi - a Palermo prima, a Cefalu' dopo - il biblista cattolico p.
Alberto Maggi, pare proprio che piu' si e' "religiosi" piu' si e' lontani
dal vangelo.
Chi ha a cuore la faticosa coltivazione della fede correttamente intesa, non
puo' che desiderare un abbassamento dei toni delle prediche e delle luci
natalizie. E un piu' preciso e quotidiano e collettivo impegno perche' si
riduca la sofferenza, fisica e morale, di miliardi di innocenti. Solo in
questo ipotetico clima di pudore, di raccoglimento, di rispetto per le
prospettive altrui e di preoccupazione per gli impoveriti della storia, un
cristiano potrebbe persino augurare - e sentirsi augurare - "buon natale".

4. RIFLESSIONE. GIULIANA SGRENA: UN PRIMO PASSO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 23 dicembre 2005.
Giuliana Sgrena, giornalista, intellettuale e militante femminista e
pacifista tra le piu' prestigiose, e' tra le maggiori conoscitrici italiane
dei paesi e delle culture arabe e islamiche; autrice di vari testi di grande
importanza, e' stata inviata del "Manifesto" a Baghdad, sotto le bombe,
durante la fase piu' ferocemente stragista della guerra tuttora in corso. A
Baghdad e' stata rapita il 4 febbraio 2005; e' stata liberata il 4 marzo,
sopravvivendo anche alla sparatoria contro l'auto dei servizi italiana in
cui viaggiava ormai liberata, sparatoria in cui e' stato ucciso il suo
liberatore Nicola Calipari. Opere di Giuliana Sgrena: (a cura di), La
schiavitu' del velo, Manifestolibri, Roma 1995, 1999; Kahina contro i
califfi, Datanews, Roma 1997; Alla scuola dei taleban, Manifestolibri, Roma
2002; Il fronte Iraq, Manifestolibri, Roma 2004; Fuoco amico, Feltrinelli,
Milano 2005.
Nicola Calipari, nato a Reggio Calabria, laureato in giurisprudenza, con una
straordinaria e prestigiosa esperienza nelle forze dell'ordine con ruoli di
grande responsabilita' nella lotta contro il crimine, da due anni
funzionario del Sismi, e' l'eroe che ha salvato la vita a Giuliana Sgrena,
come gia' prima alle due Simone; e' stato ucciso il 4 marzo a Baghdad. Opere
su Nicola Calipari: AA. VV., Nicola Calipari ucciso dal fuoco amico, Nuova
iniziativa editoriale, Roma 2005]

Il corpo di Nicola Calipari si appesantisce sulla mia spalla, non puo'
essere, non voglio crederci. Eppure Nicola e' morto. Stavo cominciando a
realizzare di essere libera quando il fuoco americano ha ucciso chi mi aveva
appena liberata ed e' morto proteggendomi. "Shit!", dicono i soldati
americani che si avvicinano e lo sollevano. Rivedo quei soldati, come se
fosse adesso. Sono passati dieci mesi, pensavo, speravo, di averli
dimenticati. Ma non sara' mai possibile. Tra quei soldati che mi venivano
incontro mentre ero distesa, ferita, sul selciato c'era anche Mario Lozano?
Forse.
La notizia dell'iscrizione di Mario Lozano nel registro degli indagati era
attesa - l'avevamo scritto sul "Manifesto" - dopo il rapporto dei periti
della magistratura che affermava che i soldati avevano sparato per
ucciderci, ma l'accusa di omicidio volontario nei nostri confronti mi
provoca comunque un brivido. Le immagini, le sensazioni di quei momenti mi
assalgono, mi angosciano, mi terrorizzano. Proprio come la notizia di un
nuovo ostaggio mi fa rivivere i momenti del sequestro.
Il provvedimento nei confronti di Mario Lozano e' solo un primo passo, ma
importante perche' potrebbe aprire la strada a chiarimenti su molti, troppi,
punti ancora oscuri della vicenda. Innanzitutto su quante armi avevano
sparato. E' stata solo la mitragliatrice di Lozano a crivellare la Toyota su
cui viaggiavamo, come ha sostenuto il rapporto della commissione d'inchiesta
militare americana, oppure ci sono state altre armi come porta a credere una
scheggia (dalla striatura incompatibile con le altre) ritrovata sulla
macchina dal nostro perito?
Procedere non sara' facile. Il rapporto della commissione militare americana
che ha indagato sull'"incidente" ha gia' assolto il comportamento della
pattuglia mobile che quella notte era appostata sulla Irish road e ha
ribadito, con arroganza, l'impunita' dei militari americani. Ma e' proprio
questa impunita' per i crimini commessi dai marine in giro per il mondo, e
soprattutto in Iraq, che dobbiamo sconfiggere. La strada che ci troviamo di
fronte e' tutta in salita, lo sappiamo: si aprira' un problema di
giurisdizione, una serie di rogatorie che rimarranno inevase da parte delle
autorita' degli Stati Uniti senza che i nostri governanti alzino un dito,
come del resto ha fatto finora il ministro della giustizia Castelli. E ieri
l'ambasciatore Usa a Roma ha incontrato Berlusconi, ma non si e' parlato di
Calipari, almeno ufficialmente.
Ma non possiamo arrenderci. Vogliamo la verita'. Tutta.
A volere la verita' sulla morte di Calipari sono i cittadini italiani, le
decine di enti locali e associazioni che hanno inviato la loro richiesta al
presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Sapere la verita' e' un
diritto di tutti e non vuol dire accontentarsi di un capro espiatorio,
vittima a sua volta dei meccanismi perversi e criminosi della guerra, che
permetta di archiviare il caso Calipari con la buona pace di tutte le ragion
di stato.

5. MEMORIA. UNA INTERVISTA DI GIANPIERO LANDI A LUCE FABBRI DEL 1981 (PARTE
PRIMA)
[Dal sito www.socialismolibertario.it riprendiamo la seguente intervista a
Luce Fabbri a cura di Giampiero Landi apparsa su "A rivista anarchica" nel
n. 95 dell'ottobre 1981 (sito: www.arivista.org). Abbiamo sintetizzato la
parte conclusiva della presentazione redazionale, dopo un quarto di secolo
palesemente datata (per il testo integrale rinviamo al sito).
Gianpiero Landi (per contatti: gplandi at racine.ra.it) e' un prestigioso
studioso e valoroso militante libertario. Tra le opere di Giampiero Landi:
(a cura di), Andrea Caffi, un socialista libertario, Edizioni Biblioteca
Franco Serantini, Pisa 1996.
Luce Fabbri, pensatrice e militante anarchica, educatrice profonda e
generosa, un punto di riferimento per tutti gli amici della dignita' umana e
della nonviolenza. Nata il 25 luglio 1908, figlia di Luigi Fabbri (il grande
militante e teorico libertario collaboratore di Errico Malatesta), dal 1929
in esilio dapprima a Parigi, poi a Bruxelles e via Anversa in America
Latina, a Montevideo in Uruguay, ove da allora risiedera' (ma ancora sovente
molto viaggiando); la morte la coglie il 19 agosto 2000, operosa fino alla
fine, sempre attiva, generosa, mite, accogliente; sempre lucida, sempre
limpida, per sempre Luce. Opere di Luce Fabbri: per un primo avvio
segnaliamo l'ampia e preziosa intervista  a cura di Cristina Valenti: Luce
Fabbri, vivendo la mia vita, apparsa su "A. rivista anarchica" dell'estate
1998 (disponibile anche nella rete telematica alla pagina web:
http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/247/22.htm; ora anche nel sito:
www.arivista.org). Tra le sue opere in volume ed in opuscolo segnaliamo: a)
scritti politici: Camisas negras, Ediciones Nervio, Buenos Aires 1935; (con
lo pseudonimo Luz D. Alba), 19 de julio. Antologia de la revolucion
espanola, Coleccion Esfuerzo, Montevideo 1937; (con Diego Abad de
Santillan), Gli anarchici e la rivoluzione spagnola, Carlo Frigerio Editore,
Lugano 1938; La liberta' nelle crisi rivoluzionarie, Edizioni Studi Sociali,
Montevideo 1947; El totalitarismo entre las dos guerras, Ediciones Union
Socialista Libertaria, Buenos Aires 1948; L'anticomunismo, l'antimperialismo
e la pace, Edizioni di Studi Sociali, Montevideo 1949; La strada, Edizioni
Studi Sociali, Montevideo 1952; Sotto la minaccia totalitaria, Edizioni RL,
Napoli 1955; Problemi d'oggi, Edizioni RL, Napoli 1958; La libertad entre la
historia y la utopia, Ediciones Union Socialista Libertaria, Rosario 1962;
El anarquismo: mas alla' de la democracia, Editorial Reconstruir, Buenos
Aires 1983; Luigi Fabbri. Storia d'un uomo libero, BFS, Pisa 1996; Una
strada concreta verso l'utopia, Samizdat, Pescara 1998; La libertad entre la
historia y la utopia. Tres ensayos y otros textos del siglo XX, Barcelona
1998; b) volumi di poesia: I canti dell'attesa, M. O. Bertani, Montevideo
1932; Propinqua Libertas, Bfs, Pisa 2005; c) scritti di storia e di critica
letteraria: Influenza della letteratura italiana sulla cultura rioplatense
(1810-1853), Ediciones Nuestro Tiempo, Montevideo 1966; L'influenza della
letteratura italiana sulla cultura rioplatense (1853-1915), Editorial Lena &
Cia. S. A., Montevideo 1967; La poesia de Leopardi, Instituto Italiano de
Cultura, Montevideo 1971; Machiavelli escritor, Instituto Italiano de
Cultura, Montevideo 1972; La Divina Comedia de Dante Alighieri, Universidad
de la Republica, Montevideo 1994. Ad essi si aggiungono i saggi pubblicati
nella "Revista de la Facultad de Humanidad y Ciencias" di Montevideo, e gli
interventi e le interviste su molte pubblicazioni, e le notevoli
traduzioni - con impegnati testi propri di introduzione e commento - (tra
cui, in volume: di opere di Nettlau, di Malatesta, del padre Luigi Fabbri, e
l'edizione bilingue commentata del Principe di Machiavelli). Opere su Luce
Fabbri: un punto di partenza e' l'utilissimo dossier, Ricordando Luce
Fabbri, in "A. rivista anarchica", n. 266 dell'ottobre 2000, pp. 28-41]

Sono passati 53 anni [nel 1981 - ndr -] da quando Luce Fabbri, ventenne,
appena laureata con una tesi (inedita) sull'opera geografica di Eliseo
Reclus, abbandono' definitivamente l'Italia per raggiungere i suoi genitori
in Francia. Suo padre, Luigi, era stato infatti costretto ad espatriare
qualche anno prima, per sfuggire alle aggressioni e alle persecuzioni
fasciste. In Francia, pero', i Fabbri rimasero ancora per poco, perche' nel
'29 l'espulsione di Luigi dalla Francia li costrinse, dopo una breve sosta
in Belgio, ad emigrare oltreoceano a Montevideo, in Uruguay. Qui Luce fisso'
la sua dimora e qui ancora risiede.
Dopo la morte del padre (1935), Luce continuo' la sua attivita' proseguendo
fino al '46 la pubblicazione della rivista "Studi Sociali", da lei in
massima parte compilata, sostituita poi da una collana di opuscoli. Ha
pubblicato inoltre: Gli anarchici e la rivoluzione spagnola, C. Frigerio,
Ginevra 1938 (insieme con Diego Abad De Santillan); La liberta' nelle crisi
rivoluzionarie, Studi Sociali, Montevideo 1947; L'anticomunismo,
l'antiimperialismo e la pace, Studi Sociali, Montevideo 1949; La strada,
Studi Sociali, Montevideo 1952; Sotto la minaccia totalitaria, RL, Napoli
1955; Problemi d'oggi, RL, Napoli 1958. Ha pubblicato inoltre in lingua
spagnola: Camisas Negras, Nervio, Buenos Aires 1934; El totalitarismo entre
las dos guerras, Buenos Aires; La libertad entre la historia y la utopia,
Rosario De Santa Fe. Luce Fabbri ha collaborato per anni intensamente alla
pubblicistica anarchica, in particolare a quelle uruguayana e argentina
durante la guerra civile spagnola e a quella italiana (in particolare alla
rivista "Volonta'"). Durante la seconda guerra mondiale compilo' in italiano
"Rivoluzione libertaria" (cinque numeri di un giornale da mandare
clandestinamente in Italia) e, subito dopo, la pagina italiana di
"Socialismo y libertad", un periodico trilingue edito a Montevideo su
posizioni socialiste antiautoritarie.
Per molti anni ha insegnato storia alle secondarie uruguayane e letteratura
all'Universita'. D'argomento letterario ha pubblicato La poesia di Leopardi,
Montevideo 1972, nonche' vari studi piu' brevi su Dante, Machiavelli e
Foscolo, e numerosi articoli di critica letteraria e sui problemi
dell'insegnamento.
Da quel lontano 1928, Luce Fabbri e' rientrata in Italia solo due volte, per
brevi periodi. La prima fu nel '54, la seconda la scorsa estate: nel corso
di questa sua recente visita (si e' trattenuta in Italia un mese e mezzo)
abbiamo avuto modo di incontrarla. Con questa anziana (73 anni) e
lucidissima compagna abbiamo a lungo parlato della sua vita, delle sue
esperienze e soprattutto del suo pensiero, formatosi alla scuola attenta e
rigorosa di suo padre. Cio' che piu' ci ha colpito in lei e' la feconda
convivenza di un'eccezionale cultura storica e letteraria e di una massima
apertura mentale verso i problemi del presente e del futuro. Certo la
situazione politica uruguayana, soprattutto nell'ultimo decennio, ne ha
accentuato l'isolamento, non solo rispetto alla situazione italiana e alle
vicende del nostro movimento. Ma Luce Fabbri ha continuato la sua opera di
studio, di rimeditazione delle vicende storiche e di analisi della realta'
contemporanea, attingendo alle piu' diverse e stimolanti correnti del
pensiero "critico".
L'intervista che pubblichiamo in queste pagine... conferma, a nostro avviso,
l'importanza del contributo che Luce Fabbri ha dato e ancor oggi continua a
dare all'anarchismo. Basti ricordare che e' stata lei una dei primi a
sviluppare in campo anarchico una teoria organica della tecnoburocrazia, a
partire dall'analisi comparata del fascismo e del leninismo/stalinismo: ne
fa fede anche la citazione datata 1937 che abbiamo tratto da un suo scritto
su "Studi Sociali" (le altre sono tratte invece dal volumetto Sotto la
minaccia totalitaria del '55).
Il dato che maggiormente ci preme di sottolineare, in questa intervista, e'
la profonda tensione morale che l'attraversa e che sottende l'intera
concezione anarchica di Luce Fabbri. Le considerazioni di suo padre e sue
sulla violenza rivoluzionaria, per esempio, si collocano nel solco profondo
e preciso dell'etica anarchica, che nulla deve concedere al violentismo di
maniera, al ribellismo esasperato, alla mitizzazione della violenza. Il suo
esplicito "desiderio" di arrivare ad una concezione nonviolenta e le
obiezioni che continuamente si fa sono i due termini di una concezione
equilibrata della violenza, tutta dentro alla problematica affrontata da
Malatesta (ed in particolare dal Malatesta degli ultimi anni). La tensione
che deriva da questo contrasto, lungi dal paralizzare l'efficacia
dell'anarchismo, ne determina quella tensione etica che ne costituisce la
prima ragion d'essere. Da queste pagine Luce Fabbri lancia dunque un
messaggio di grande valore umano, sociale, anarchico.
Questo nostro apprezzamento di fondo per la concezione e l'opera anarchica
di Luce Fabbri non puo' significare ovviamente incondizionata adesione al
suo pensiero. Vi sono passi dell'intervista che non ci trovano d'accordo...
Quel che e' certo e' che nelle sue risposte Luce Fabbri ha modo di
affrontare alcuni dei nodi centrali del pensiero anarchico, sempre fornendo
elementi utilissimi per un lucido ripensamento autocritico. La volonta' di
fondo che traspare dalle sue parole e' quella di innestare sul "vecchio"
tronco dell'anarchismo, ripulito dei rami secchi, i germogli piu' fecondi
per assicurarne la massima vitalita'. Saldamente ancorati al filone
"centrale" dell'anarchismo storico (quello malatestiano, tanto per
intenderci), ma al contempo spinti a svilupparlo ed arricchirlo alla luce
delle mutate condizioni storiche e delle nuove acquisizioni del pensiero
(psicologico, sociologico, ecc.), anche noi ci muoviamo da tempo su questa
strada...
*
- Gianpiero Landi: Quando mori' Luigi Fabbri, "Studi Sociali" usci' con un
numero quasi interamente dedicato alla sua figura. Di tuo apparve solo un
articolo sul comportamento di tuo padre nella vita privata, in famiglia e in
particolare coi figli. Anche successivamente hai scritto poco sulla vita di
tuo padre. Perche'?
- Luce Fabbri: Ho sempre avuto una ritrosia a scrivere di mio padre, per il
timore di non riuscire ad essere completamente obiettiva nei giudizi. Solo
rarissimamente le biografie di personaggi scritte dai figli riescono a
raggiungere il distacco necessario per una valutazione storica. L'unico
argomento su cui mi sento di parlare tranquillamente e' appunto il
comportamento privato di mio padre. L'articolo apparso in "Studi sociali" si
intitolava "L'educatore". Credo che questa fosse una delle caratteristiche
piu' notevoli di mio padre: la coerenza straordinaria tra le sue idee e il
suo comportamento in famiglia. Ha sempre ritenuto che uno dei primi doveri
di un anarchico sia quello di essere anarchico in famiglia, cioe' il
realizzare i propri principi nell'ambito ristretto della famiglia che e'
gia' una prima creazione. Noi non abbiamo mai sentito da lui una parola
autoritaria. Quando ci diceva di non fare qualcosa, lo diceva sempre in
forma di consiglio, e sempre aggiungeva: "pensaci, devi convincerti; non ti
chiedo ubbidienza, ti chiedo di riflettere". In genere noi finivamo con
l'accettare il suo consiglio. Mi diceva: "non leggere ancora questo libro,
e' prematuro", e io solitamente non lo leggevo, mentre molto spesso i miei
compagni di scuola davanti a una proibizione leggevano di nascosto. Qualche
volta mi sono anche ribellata e ho letto lo stesso: mi ha lasciato fare.
Nella sua attivita' di maestro mostrava la stessa sensibilita' libertaria
per il rispetto della personalita' dei ragazzi. So che nell'aula i primi
giorni incuteva un certo timore, perche' aveva la voce potente, e che poco
dopo invece gli volevano tutti bene e questo timore spariva completamente.
Un episodio che puo' essere sintomatico risale ai primi anni del fascismo.
Faceva lezione a Corticella e tra i suoi alunni c'erano parecchi figli di
benpensanti che erano fascisti; i primi giorni questi ragazzi arrivavano con
il distintivo fascista all'occhiello o con altri distintivi allusivi; dopo
pochi giorni i distintivi sparirono tutti, senza che lui avesse mai - di
questo sono ben sicura - accennato a questioni politiche in classe. Si
trattava di una manifestazione di rispetto nei suoi confronti,
indipendentemente da una sua richiesta. Era appunto l'effetto del suo
prescindere da ogni ragionamento politico, da ogni accenno alla situazione
che si stava vivendo in quel momento, che era angosciosa e che trascinava
tutti. Cominciava la lezione, e gia' si viveva in un'atmosfera di serenita'.
*
- Gianpiero Landi: Tuo padre, pur non essendo un educazionista nel senso
proprio del termine, ha dato sempre un notevole rilievo ai problemi
educativi, occupandosi della pedagogia libertaria sia nei suoi aspetti
storico-teorici, sia nelle realizzazioni sperimentali che venivano da piu'
parti effettuate. Si puo' ricordare in proposito la collaborazione che egli
stabili' nei primi anni del secolo con Ferrer. A tuo avviso si puo' parlare
di una perfetta concordanza con Ferrer, oppure vi erano diversita' sul piano
teorico e pratico?
- Luce Fabbri: Direi senz'altro che vi era una certa diversita' di vedute.
Vi era una concordanza sui problemi fondamentali, pero' con sfumature
differenti. Anzitutto mio padre preferiva la scuola pubblica: pensava che
quando si puo', e' meglio lavorare nella scuola di tutti. Naturalmente le
condizioni della Spagna erano molto diverse da quelle dell'Italia. In Italia
non c'era la scuola confessionale, quindi i problemi erano diversi.
Probabilmente su quel piano non c'era una vera differenza, ma solo una
diversita' di ambiente, di possibilita'. Poi direi che mio padre era meno
positivista, meno sicuro dell'infallibilita' della scienza, piu' eclettico;
su certi problemi era piu' agnostico che negatore.
*
- Gianpiero Landi: Luigi Fabbri ha svolto un'attivita' straordinaria,
oltreche' con libri e opuscoli, con una produzione giornalistica che si e'
susseguita per tutta la vita, e sempre a un notevole livello. Prima di
inserirsi nella scuola, tento' anche di fare del giornalismo la sua
professione. Per quale motivo rinuncio' a questo progetto?
- Luce Fabbri: Aveva una capacita' di lavoro fantastica. Scrisse per un
certo periodo anche per "Il Messaggero". Abbandono' la professione perche'
ad un certo momento si accorse che il vivere della penna implica non essere
indipendente in quello che con la penna si dice, e che bisogna avere
un'altra fonte di guadagno per potere scrivere esattamente nel senso delle
proprie idee. Arriva un momento in cui chi paga si attribuisce diritti anche
sul contenuto. D'altra parte, sul terreno dell'attivita' specificamente
anarchica, avvertiva il rischio di diventare un militante di professione. Ha
sempre consigliato ai giovani compagni che volevano lasciare tutto per
dedicarsi alla propaganda e all'azione militante, di continuare a studiare,
di cercare di imparare bene il mestiere, per avere un lavoro e per non
dovere dipendere dal movimento per la continuita' della propria esistenza.
Lui ha dovuto in alcuni momenti dipendere dal movimento. Quando siamo
arrivati in Sud America, evidentemente, nei primi tempi ha vissuto grazie
alla sua collaborazione alla "Protesta"; pero' ha cercato immediatamente
altre fonti di guadagno col proprio lavoro di insegnante, e quando non
pote', si mise a vendere libri. Voglio aggiungere che non era affatto un
buon oratore. Aveva una straordinaria scioltezza con la penna, ma non
altrettanto con la parola. In fondo era timido. Pero' ricordo che qualche
volta ha parlato in pubblico. Nel primo dopoguerra, all'epoca dei comizi,
anche lui prendeva la parola, e inoltre parlava nelle assemblee e nei
congressi, per esempio quando si fondo' l'Unione Anarchica Italiana.
*
- Gianpiero Landi: Leggendo gli scritti di Luigi Fabbri e' possibile notare
una profonda conoscenza del Risorgimento italiano, nei suoi personaggi e
avvenimenti, e una notevole simpatia, non esente ovviamente da critiche, per
i rappresentanti delle correnti democratiche e repubblicane risorgimentali:
non solo i federalisti Cattaneo e Ferrari, ma lo stesso Mazzini. Che peso ha
avuto questo nella formazione filosofica e culturale di tuo padre?
- Luce Fabbri: Egli riteneva che perlomeno in Italia le tendenze socialiste,
soprattutto quelle di ispirazione libertaria, fossero una continuazione
delle tendenze piu' libere del Risorgimento. Lui aveva origini mazzinane,
come d'altra parte Malatesta. Di Mazzini mio padre aveva ripreso l'idea del
dovere: l'idea che per conquistare e per mantenere la liberta', il dovere e'
piu' importante del diritto. Osservare i doveri e' piu' importante che
rivendicare i diritti: e' un concetto mazziniano. Concepiva la vita come
missione. Qui trova una spiegazione la sua tenacia, la spinta ad andare
avanti anche nei momenti piu' cupi, quando sembrava che la Storia andasse in
senso contrario ai suoi desideri. Il dovere e' questo: data quella che si
crede che sia la verita', il dovere e' attenervisi malgrado tutto.
(Parte prima - Segue)

6. RIFLESSIONE. SLAVOJ ZIZEK: TORTURA. OCCHIO NON VEDE, CUORE NON DUOLE
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 22 dicembre 2005. Slavoj Zizek e' nato a
Lubjana nel 1949, ma da molti anni vive tra Berlino, Londra, Parigi e la
Slovenia; filosofo e saggista, solo da pochi anni le sue opere sono state
tradotte in italiano: presso Feltrinelli Il grande altro; Tredici volte
Lenin; presso Raffaello Cortina Il godimento come fattore politico; Il
soggetto scabroso; presso Citta' aperta Difesa dell'intolleranza; presso
Meltemi Benvenuto nel deserto del reale. Forse sara' non disutile segnalare
che in questo articolo alcune espressioni sono a dir poco frettolose e per
cosi' dire palesemente pubblicistiche, ergo inadeguate e discutibili]

Abbiamo finalmente scoperto cio' che tutti sospettavamo: le numerose denunce
e testimonianze sulle prigioni di Guantanamo e Abu Ghraib erano una trappola
per distogliere l'attenzione dell'opinione pubblica dal vero segreto: negli
ultimi mesi, i grandi media hanno rivelato che la Cia gestisce delle
strutture di detenzione segrete oltre la legge e al di fuori di qualsiasi
vigilanza ufficiale in due paesi dell'Europa orientale e in alcuni paesi
asiatici. La Cia non ha nemmeno ammesso l'esistenza di questi "luoghi
oscuri" con "prigionieri fantasma": se lo facesse potrebbe esporre il
governo Usa a cause legali, dato che i prigionieri la' reclusi sono
sottoposti a "tecniche di interrogatorio rafforzate" (nella neolingua degli
Stati Uniti, torture). L'idea originale era nascondere e interrogare le due
dozzine circa di leader di al Qaeda ritenuti responsabili degli attacchi
dell'11 settembre, o che rappresentassero una minaccia imminente, ma quando
la Cia ha iniziato ad arrestare un maggior numero di persone, il cui valore
in termini di intelligence e i cui collegamenti con il terrorismo erano meno
certi, lo standard originale per la consegna dei sospetti a quell'universo
invisibile e' stato ridotto o ignorato. Che cosa sta effettivamente
accadendo qui? In un dibattito sul destino dei prigionieri di Guantanamo
trasmesso dalla Nbc all'incirca un anno fa, una delle bizzarre
argomentazioni a favore dell'accettabilita' etico-giuridica del loro status
era: "loro sono quelli che sono stati mancati dalle bombe". Dato che erano
il bersaglio dei bombardamenti Usa e sono sopravvissuti accidentalmente, e
dato che questi bombardamenti rientravano in una operazione militare
legittima, non possiamo condannare il destino che e' toccato loro una volta
catturati, dopo il combattimento: qualunque sia la loro situazione, e'
migliore, meno grave, della morte... Questo ragionamento dice di piu' di
quanto non intenda fare: mette il prigioniero quasi letteralmente nella
posizione dei morti viventi, di coloro che in un certo senso sono gia' morti
(il loro diritto a vivere e' confiscato dal loro essere obiettivi legittimi
dei bombardamenti assassini), si' che essi sono ora degli esempi di quello
che Giorgio Agamben chiama homo sacer, colui che puo' essere ucciso
impunemente dato che, agli occhi della legge, la sua vita non conta piu'. Se
i prigionieri di Guantanamo sono collocati nello spazio "tra le due morti",
rivestendo la posizione di homo sacer, legalmente morti (privi di uno status
giuridico determinato) pur essendo ancora vivi biologicamente, le autorita'
Usa che li trattano in questo modo si trovano anch'esse ad avere una sorta
di status legale intermedio omologo a quello dell'homo sacer: agendo esse in
quanto potere giuridico, i loro atti non sono piu' coperti e costretti dalla
legge. Esse operano in uno spazio vuoto che resta pero' nel dominio della
legge.
*
La strategia economica esemplare del capitalismo odierno e' l'outsourcing -
affidare il processo "sporco" di lavorazione materiale (ma anche la
pubblicita', il design, la contabilita'...) a un'altra societa' per mezzo di
un subappalto. In questo modo, si puo' agevolmente aggirare regole
ecologiche e sanitarie: la produzione e' fatta, diciamo, in Indonesia dove
le regole ecologiche e sanitarie sono molto piu' permissive che in
occidente, e la compagnia globale occidentale che possiede il logo puo'
respingere ogni responsabilita' per le violazioni di un'altra compagnia. Non
stiamo arrivando a qualcosa di simile, per quanto riguarda la tortura? Non
viene subappaltata anche la tortura, affidata agli alleati degli Usa nel
terzo mondo, che possono praticarla senza doversi preoccupare dei problemi
giuridici o delle proteste pubbliche? Questo outsourcing non e' stato
esplicitamente auspicato da Jonathan Alter su "Newsweek", immediatamente
dopo l'11 settembre? Dopo avere affermato che "non possiamo legalizzare la
tortura; e' contraria ai valori americani", egli conclude nondimeno che
"dovremo pensare a trasferire alcuni sospetti ai nostri alleati meno
schizzinosi, anche se e' ipocrita. Nessuno ha detto che sarebbe stato bello"
(Jonathan Alter, Time to Think about Torture, "Newsweek", 5 novembre 2001).
*
E' cosi' che oggi funziona sempre di piu' la democrazia del primo mondo:
"subappaltando" il lavoro sporco ad altri paesi... Possiamo vedere come
questo dibattito sulla necessita' di usare la tortura non fosse
assolutamente accademico: oggi gli americani non credono neanche che i loro
alleati facciano bene il lavoro; il partner "meno schizzinoso" e' la parte
disconosciuta dello stesso governo Usa - un risultato piuttosto logico, se
pensiamo a come la Cia ha insegnato per decenni la pratica della tortura
agli alleati dell'esercito americano in America latina e nel terzo mondo. E,
nella misura in cui l'approccio liberal scettico predominante puo' anche
essere definito come caratterizzato da "convinzioni subappaltate" (facciamo
praticare agli altri - i primitivi, i "fondamentalisti" - le loro
convinzioni per noi), la nascita di nuovi fondamentalismi religiosi nelle
nostre societa' non segnala la stessa sfiducia nei confronti dei paesi del
terzo mondo? Non solo non sanno praticare per noi le nostre torture, ma non
sanno piu' nemmeno praticare per noi le nostre convinzioni...
*
Comunque, le due procedure possono anche coesistere: le agenzie del governo
americano che gestiscono la "guerra al terrore" seguono un programma
chiamato "extraordinary rendition" ("consegna straordinaria"): la politica
che consiste nel catturare gli individui sospetti senza nemmeno una
sembianza di processo per poi spedirli agli interrogatori di regimi alleati
il cui ricorso alla tortura e' noto (si veda Bob Herbert, Outsourcing
torture, "International Herald Tribune", 12-13 febbraio 2005). Un'altra
forma di coesistenza e' costituita dai "luoghi oscuri" della Cia,
localizzati in paesi stranieri ma gestiti dalla Cia.
*
Che ne e' allora della contro-argomentazione "realistica"? La guerra al
terrore e' sporca, ci troviamo in situazioni in cui la vita di migliaia di
persone dipende da informazioni che possiamo ottenere dai nostri
prigionieri. Di conseguenza, come ha detto Alan Dershowitz, "non sono
favorevole alla tortura, ma se proprio dobbiamo usarla, dovrebbe almeno
avere l'approvazione della corte". La logica sottostante - "dato che in ogni
caso la useremo, meglio legalizzarla e cosi' prevenire gli eccessi!" - e'
estremamente pericolosa: da' legittimita' alla tortura ed apre cosi' la via
a piu' torture illecite. Contro l'"onesta'" liberal di Dershowitz,
paradossalmente dobbiamo attenerci a quella che si presenta come una
"ipocrisia": okay, possiamo ben immaginare che, in una certa situazione, di
fronte al proverbiale "prigioniero che sa" e le cui parole possono salvare
migliaia di vite, si debba fare ricorso alla tortura. Ma anche (o proprio)
in questo caso e' assolutamente cruciale che questa scelta disperata non sia
elevata a principio universale. Seguendo l'urgenza inevitabilmente brutale
del momento, dobbiamo semplicemente farlo. Solo in questo modo, nella stessa
impossibilita' o proibizione di elevare cio' che abbiamo dovuto fare a
principio universale, riteniamo il senso di colpa, la consapevolezza della
inammissibilita' di cio' che abbiamo fatto.
*
Nel marzo 2005 gli Usa erano in pieno caso Terri Schiavo. La donna aveva
riportato un danno cerebrale nel 1990, quando il suo cuore si era fermato
brevemente per uno scompenso chimico attribuito a un disturbo
dell'alimentazione; i periti incaricati dal tribunale avevano stabilito che
era in uno stato vegetativo permanente, senza speranza di ripresa. Mentre
suo marito voleva che fosse scollegata dalle macchine per morire in pace, i
suoi genitori sostenevano che poteva migliorare e che non avrebbe mai voluto
essere privata dell'alimentazione o dell'acqua. Il caso e' giunto ai massimi
livelli del governo americano e degli organismi giudiziari. Sono intervenuti
la Corte Suprema e il Presidente, il Congresso ha approvato risoluzioni con
procedure d'urgenza, ecc. L'assurdita' della situazione, se inquadrata in un
contesto piu' ampio, e' mozzafiato: con decine di milioni di persone che
muoiono di Aids e di fame in tutto il mondo, l'opinione pubblica degli Stati
Uniti era concentrata su un singolo caso attinente al prolungamento del
corso della nuda vita, di uno stato vegetativo permanente privo di tutte le
caratteristiche specificamente umane. Questa e' la verita' di cio' che
intende la chiesa cattolica, di cio' di cui parlano i suoi rappresentanti, a
proposito della "cultura della vita" in contrapposizione con la "cultura
della morte" dell'edonismo nichilistico contemporaneo. Cio' che qui
incontriamo, e' in effetti una sorta di giudizio infinito hegeliano che
asserisce l'identita' speculativa del piu' alto e del piu' basso: la Vita
dello Spirito, la dimensione spirituale divina, e la vita ridotta ad una
inerte condizione vegetativa... Questi sono i due estremi che oggi troviamo
in relazione ai diritti umani: da una parte gli uomini "mancati dalle bombe"
(esseri umani a tutti gli effetti, mentalmente e fisicamente, ma privi di
diritti), dall'altra un essere umano ridotto alla mera vita vegetativa, una
vita protetta pero' dall'intero apparato statuale.

7. RILETTURE. ALBERT CAMUS: TACCUINI
Albert Camus, Taccuini, Bompiani, Milano 1992, 3 voll. per complessive pp.
XXVI + 820, lire 32.000. Camus, non ti stanchi mai di rileggerlo.

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1157 del 27 dicembre 2005

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