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La nonviolenza e' in cammino. 1180



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1180 del 19 gennaio 2006

Sommario di questo numero:
0. Spiacevolissima una comunicazione di servizio
1. Gianpasquale Santomassimo ricorda Giorgio Spini
2. Norberto Bobbio: Una definizione di "disobbedienza civile"
3. Enrico Peyretti: Pacifismo e realismo
4. "Irin news" intervista Yakin Erturk
5. La "Carta" del Movimento Nonviolento
6. Per saperne di piu'

0. SPIACEVOLISSIMA UNA COMUNICAZIONE DI SERVIZIO
Per un incidente tecnico alcune migliaia di messaggi di posta elettronica
ricevuti in questi ultimi mesi dalla nostra redazione sono andati perduti.
Ne siamo dolentissimi, annettevamo a tutti essi non poca importanza (per
questo li avevamo conservati, mentre ogni giorno cancelliamo centinaia di
messaggi ricevuti): in alcuni casi si trattava di testi che intendevamo
pubblicare sul nostro foglio ed ancora non ce ne era capitata l'occasione,
in altri di lettere personali alle quali ancora non eravamo riusciti a
rispondere, in altri ancora di lettere, interventi, notizie e documenti che
ci era assai grato conservare.

1. LUTTI. GIANPASQUALE SANTOMASSIMO RICORDA GIORGIO SPINI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 15 gennaio 2005.
Gianpasquale Santomassimo e' docente di Storia della storiografia
contemporanea presso il Dipartimento di storia dell'Universita' di Siena; e'
membro della direzione delle riviste "Italia contemporanea" e "Passato e
presente"; dirige il Laboratorio di Storia dell'Istituto Gramsci Toscano; ha
studiato tematiche collegate al corporativismo fascista, alla storia della
societa' italiana tra le due guerre, alla tradizione culturale del movimento
comunista in Italia e alla storia della storiografia italiana e inglese del
Novecento. Fra i suoi ultimi lavori un libro sulla Marcia su Roma (Giunti,
Firenze 2000); la cura di un volume su La notte della democrazia italiana
(Il Saggiatore, Milano 2003; una raccolta di saggi dal titolo Antifascismo e
dintorni (manifestolibri, Roma 2004).
Giorgio Spini, nato a Firenze nel 1916 e deceduto pochi giorni fa, e' stato
storico illustre, antifascista combattente, intellettuale e militante
democratico, docente universitario, autore di numerose pubblicazioni. Dal
sito dell'Adn-kronos riprendiamo la seguente scheda: "Nato nel capoluogo
toscano il 23 ottobre 1916, Spini e' stato docente in Italia, nelle
Universita' di Messina e di Firenze, e negli Stati Uniti, dove ha insegnato
ad Harvard University, University of Wisconsin, University of California -
Berkeley. La sua vita e la sua carriera di studioso, pero', sono state
sempre profondamente legate alla sua terra: a lui si deve una importante
ricostruzione della storia del principato mediceo del Cinquecento e della
Firenze del dopo l'Unita' d'Italia. In occasione delle celebrazioni del
Sessantesimo anniversario della liberazione di Firenze, a Spini e' stato
conferito il Fiorino d'oro, l'onorificenza del Comune di Firenze ''per il
contributo dato alla vita politica, culturale e sociale della citta'''.
''Storico di fama internazionale - si legge nella motivazione - ha insegnato
nelle universita' di Firenze, di Harvard, di Berkeley e del Wisconsin,
formando generazioni di studenti con i suoi manuali di storia e producendo
opere storiografiche di alto valore riconosciute in Italia e all'estero''. E
di Spini si ricorda anche il ruolo avuto nella liberazione della citta'.
''L'11 agosto 1944 - si legge ancora nelle motivazioni per l'attribuzione
del Fiorino d'oro - guado' l'Arno alle Cascine e primo ufficiale
dell'Esercito italiano e primo ufficiale delle Armate alleate entro' nella
Firenze di qua d'Arno, dove i partigiani stavano combattendo valorosamente
per la liberazione della citta' contro le truppe tedesche e i franchi
tiratori fascisti. Sotto il nome di Valdo Gigli scrisse articoli per
illustrare la battaglia in corso: memorabile uno sulla morte del capo
partigiano Potente. Giorgio Spini contribui' cosi' a quella svolta
dell'atteggiamento degli Alleati nei confronti della realta' politica e
militare della Resistenza che comincio' proprio dalla eroica vicenda
fiorentina''. Presidente dell'Istituto socialista di studi storici e
condirettore della "Rivista storica italiana", Spini ha svolto ricerche
storiche non solo in Italia, ma anche in Spagna, negli Stati Uniti, in
Svizzera, a Londra, a Parigi, e, sulla base di tali ricerche, ha pubblicato
opere sulla storia del Seicento in Europa e in America settentrionale
(Autobiografia della giovane America: la storiografia americana dai Padri
Pellegrini all'Indipendenza, Einaudi, 1968; Barocco e puritani. Studi sul
Seicento in Italia, Spagna e New England, Vallecchi, 1991) e in particolare
sulle correnti antireligiose di tale secolo (Ricerca dei libertini. La
teoria dell'impostura delle religioni nel Seicento italiano, La Nuova
Italia, 1980). Tra i periodi oggetti di studio da parte di Giorgio Spini
anche il Risorgimento. E proprio ai rapporti del Risorgimento con altri
Paesi europei e con gli Stati Uniti lo storico dedico' alcune delle sue
opere: Risorgimento e protestanti, Mondadori, 1989; Incontri europei e
americani col Risorgimento, Vallecchi, 1990. Ha inoltre pubblicato opere sul
principato mediceo del Cinquecento (Cosimo I dei Medici, Vallecchi, 1970;
Architettura e politica da Cosimo I a Ferdinando I, Olschki, 1976) e una su
Firenze dopo l'unita' d'Italia in collaborazione con A. Casali (Laterza,
1988). Tra le opere di carattere piu' generale, una collana di manuali
scolastici per le Edizioni Cremonese e una Storia dell'eta' moderna da Carlo
V all'Illuminismo, uscita per i tipi dell'Einaudi e piu' volte edita. Sempre
presso Einaudi ha pubblicato Le origini del socialismo (nella Biblioteca di
cultura storica, 1992). Tra i suoi ultimi lavori, una sorta di autobiografia
messa a punto con l'aiuto del figlio Valdo, intorno a un asse biografico
culminante nel periodo 8 settembre 1943 - 29 giugno 1945, La strada della
liberazione. Dalla riscoperta di Calvino al Fronte della VIII Armata, edita
da Claudiana nel 2003. La storia viene costruita montando scritti
autobiografici, articoli e documenti inediti e non, testi in parte
contemporanei agli eventi, in parte successivi e in parte ancora stesi
appositamente per integrare in modo organico il dipanarsi delle vicende
vissute dal grande storico evangelico. Il libro e' una ricostruzione per
tappe che, dagli anni della formazione religiosa nella famiglia fiorentina,
divenuta protestante durante il Risorgimento, attraversa fasi cruciali della
vita di Spini quali gli anni universitari e le prime esperienze culturali e
politiche, l'arruolamento nell'esercito, l'adesione al Partito d'Azione, il
passaggio delle linee del fronte dopo l'8 settembre per raggiungere l'Italia
liberata e partecipare alla guerra di Liberazione, la vita al fronte
nell'VIII Armata britannica, la fine della guerra in Italia e il ritorno
alla vita civile"]

Puo' sembrare limitativo, ma non lo e', ricordare di Giorgio Spini in primo
luogo il fortunato manuale scolastico di storia. Molte generazioni di
studenti hanno un indubbio debito di gratitudine nei confronti di quel
testo: per strano che possa sembrare a chi ha subito e introiettato le lagne
infinite sull'egemonia della cultura di sinistra nell'Italia repubblicana,
quel libro era, accanto a quello di Armando Saitta, l'unico testo che
all'inizio degli anni Sessanta non riproducesse gli stereotipi del
patriottismo nazionalfascista, in una scuola dove i testi d'obbligo erano
ancora i manuali del ventennio, epurati delle lodi al duce e, talvolta, con
una riverniciatura clericale. Nato nel 1916, Spini e' stato nella sua
lunghissima vita studioso dell'eta' moderna, degli Stati Uniti d'America,
del rapporto tra Risorgimento e origini del socialismo e del ruolo delle
minoranze religiose nella storia italiana (tra le sue opere citiamo
Autobiografia della giovane America: la storiografia americana dai padri
pellegrini all'indipendenza, 1968; Cosimo I dei Medici, 1970; Architettura e
politica da Cosimo I a Ferdinando I, 1976; Ricerca dei libertini. La teoria
dell'impostura delle religioni nel Seicento italiano, 1980; Risorgimento e
protestantesimo, 1989; Incontri europei e americani col Risorgimento, 1990;
Barocco e puritani. Studi sul Seicento in Italia, Spagna e New England,
1991).
Antifascista per motivi religiosi ancor prima che politici, appartenente a
quell'1,9 per mille (che e' anche il titolo ironico di una sua opera
giovanile) di non cattolici censiti in Italia e perseguitati da Stato e
Chiesa dopo il Concordato, era stato attivo nel Partito d'Azione tra l'8
settembre 1943 e il giugno del 1945, e aveva partecipato alla guerra di
Liberazione con l'VIII Armata britannica, fino al congedo definitivo e al
ritorno a Firenze.
Lucidissimo e combattivo fino all'ultimo, con una facilita' di memoria anche
nel minimo dettaglio che colpiva chi lo avvicinava, aveva pubblicato di
recente, con l'aiuto del figlio Valdo, un testo singolare per l'intreccio di
documenti e vecchi scritti appartenenti al periodo della sua giovinezza,
dagli anni dell'universita' alle prime esperienze culturali e politiche,
fino agli anni della guerra, intrecciati a riflessioni e commenti dettati
dalla considerazione del tempo presente (La strada della Liberazione. Dalla
riscoperta di Calvino al Fronte della VIII Armata, a cura di Valdo Spini,
Claudiana edizioni, 2002, collana Liberta' e Giustizia, pp. 244, 19 euro).
Indimenticabile e' il racconto del sopralluogo alla Rocca di Caminate
assieme alle truppe inglesi, alla ricerca vana di documenti significativi
nella casa di Mussolini: "dappertutto si camminava su uno strato alto una
trentina di centimetri, parte di fotografie del duce e parte di
cianfrusaglie varie, di un cattivo gusto incredibile, esaltanti anch'esse il
duce e le sue imprese. Mai in vita mia avevo visto qualcosa di altrettanto
platealmente cafone, squallido e beota. E ancora oggi confesso di non essere
riuscito a capire come facesse Mussolini a vivere circondato da fasci di
proprie fotografie come un'attricetta del varieta' e da quintali di robaccia
grottesca di quella specie. Tra quella marea di ciarpame che inondava
completamente i pavimenti, non c'era nulla, assolutamente nulla, di quello
che ci si potrebbe aspettare nella villa, non diro' di uno statista, ma di
una persona di appena normale istruzione e buon gusto".
Sagge sono anche le riflessioni sul clima culturale di oggi in tema di
fascismo e antifascismo: "Sembra quasi che la seconda guerra mondiale sia
stata una rissa tra italiani, al termine della quale si possa dire che e'
venuto il momento di riconciliarsi e di stringersi la mano. La verita'
storica, invece, e' che... fu un'aggressione a dimensione planetaria,
lanciata con fredda crudelta'".
Socialista non marxista, sempre ostile al comunismo, valutava in tutto il
suo peso la lacerazione della guerra fredda, che aveva diviso il mondo
uscito dalla guerra antifascista "a tal punto da far sembrare mutuamente
incompatibili le componenti fondamentali della civilta' moderna: la liberta'
politica, religiosa, intellettuale da una parte e il progresso sociale, e
quindi la lotta contro la poverta' e la sofferenza umana in ogni sua forma
dall'altra". Con la guerra fredda alle spalle sarebbe ora possibile
"riprendere tutti insieme il cammino del progresso umano". Tutti, fascisti
compresi, "ma e' solo... sulla base di una condanna netta e senza equivoci
di chi volle l'aggressione e dei suoi spregevoli collaboratori, che
l'incontro senza rancore diviene possibile".

2. RIFLESSIONE. NORBERTO BOBBIO: UNA DEFINIZIONE DI "DISOBBEDIENZA CIVILE"
[Riproponamo ancora una volta il seguente articolo di Norberto Bobbio
(scritto tre decenni fa, il lettore ne tenga conto), tratto dal Dizionario
di politica diretto da Norberto Bobbio, Nicola Matteucci, Gianfranco
Pasquino, Utet, Torino 1976, 1983, Tea, Milano 1990, 1992, pp. 316-320.
Norberto Bobbio e' nato a Torino nel 1909 ed e' deceduto nel 2004,
antifascista, filosofo della politica e del diritto, autore di opere
fondamentali sui temi della democrazia, dei diritti umani, della pace, e'
stato uno dei piu' prestigiosi intellettuali italiani del XX secolo. Opere
di Norberto Bobbio: per la biografia (che si intreccia con decisive vicende
e cruciali dibattiti della storia italiana di questo secolo) si vedano il
volume di scritti autobiografici De Senectute, Einaudi, Torino 1996; e
l'Autobiografia, Laterza, Roma-Bari 1997; tra i suoi libri di testimonianze
su amici scomparsi (alcune delle figure piu' alte dell'impegno politico,
morale e intellettuale del Novecento) cfr. almeno Italia civile, Maestri e
compagni, Italia fedele, La mia Italia, tutti presso l'editore Passigli,
Firenze. Per la sua riflessione sulla democrazia cfr. Il futuro della
democrazia; Stato, governo e societa'; Eguaglianza e liberta'; tutti presso
Einaudi, Torino. Sui diritti umani si veda L'eta' dei diritti, Einaudi,
Torino 1990. Sulla pace si veda Il problema della guerra e le vie della
pace, Il Mulino, Bologna, varie riedizioni; Il terzo assente, Sonda, Torino
1989; Una guerra giusta?, Marsilio, Venezia 1991; Elogio della mitezza,
Linea d'ombra, Milano 1994. A nostro avviso indispensabile e' anche la
lettura di Politica e cultura, Einaudi, Torino 1955, 1977; Profilo
ideologico del Novecento, Garzanti, Milano 1990; Teoria generale del
diritto, Giappichelli, Torino 1993. Opere su Norberto Bobbio: segnaliamo
almeno Enrico Lanfranchi, Un filosofo militante, Bollati Boringhieri, Torino
1989; Piero Meaglia, Bobbio e la democrazia: le regole del gioco, Edizioni
cultura della pace, S. Domenico di Fiesole 1994; Tommaso Greco, Norberto
Bobbio, Donzelli, Roma 2000; AA. VV., Norberto Bobbio tra diritto e
politica, Laterza, Roma-Bari 2005. Per la bibliografia di e su Norberto
Bobbio uno strumento di lavoro utilissimo e' il sito del Centro studi Piero
Gobetti (www.erasmo.it/gobetti)]

I. Obbedienza e resistenza
Per comprendere che cosa s'intende per "disobbedienza civile" bisogna
partire dalla considerazione che il dovere fondamentale di ogni persona
soggetta a un ordinamento giuridico e' il dovere di obbedire alle leggi.
Questo dovere e' chiamato obbligo politico. L'osservanza dell'obbligo
politico da parte della grande maggioranza dei soggetti, ovvero la generale
e costante obbedienza alle leggi, e' insieme la condizione e la prova della
legittimita' dell'ordinamento, se per "potere legittimo" s'intende
weberianamente quel potere i cui comandi vengono, in quanto comandi, cioe'
indipendentemente dal loro contenuto, obbediti. Per la stessa ragione per
cui un potere che pretende di essere legittimo incoraggia l'obbedienza,
scoraggia la disobbedienza: mentre l'obbedienza alle leggi e' un obbligo, la
disobbedienza e' un illecito e come tale variamente punita.
La "disobbedienza civile" e' una forma particolare di disobbedienza, in
quanto viene messa in atto allo scopo immediato di mostrare pubblicamente
l'ingiustizia della legge e allo scopo mediato di indurre il legislatore a
mutarla; come tale viene accompagnata da parte di chi la compie con tali
giustificazioni da pretendere di essere considerata non soltanto come lecita
ma anche come doverosa, e da esigere di essere tollerata, a differenza di
qualsiasi altra trasgressione, dalle pubbliche autorità. Mentre la
disobbedienza comune e' un atto che disintegra l'ordinamento e quindi deve
essere impedita o rimossa affinche' l'ordinamento venga reintegrato nel suo
pristino stato, la disobbedienza civile e' un atto che mira in ultima
istanza a mutare l'ordinamento, e' insomma un atto non distruttivo ma
innovativo. Si chiama "civile" appunto perche' chi la compie ritiene di non
commettere un atto di trasgressione del proprio dovere di cittadino, ma anzi
ritiene di comportarsi da buon cittadino in quella particolare circostanza
piuttosto disubbidendo che ubbidendo. Proprio per questo suo carattere
dimostrativo e per questo suo fine innovativo, l'atto di disobbedienza
civile tende ad avere il massimo di pubblicita'. Questo carattere della
pubblicita' serve a contraddistinguere nettamente la disobbedienza civile
dalla disobbedienza comune: mentre il disobbediente civile si espone al
pubblico, e solo esponendosi al pubblico puo' sperare di raggiungere il
proprio scopo, il deviante comune deve, se vuole raggiungere il proprio
scopo, compiere l'atto nel massimo segreto.
Le circostanze in cui i fautori della disobbedienza civile ritengono venga
meno l'obbligo dell'obbedienza e ad esso subentri l'obbligo della
disobbedienza sono sostanzialmente tre: il caso della legge ingiusta, il
caso della legge illegittima (cioe' emanata da chi non ha il potere di
legiferare), e il caso della legge invalida (o incostituzionale). Secondo i
fautori della disobbedienza civile, in tutti questi casi la legge non e'
vera e propria legge: nel primo caso non lo e' sostanzialmente, nel secondo
e nel terzo non lo e' formalmente. L'argomento principale di costoro e' che
il dovere (morale) di ubbidire alle leggi esiste nella misura in cui viene
rispettato dal legislatore il dovere di emanare leggi giuste (cioe' conformi
ai principi di diritto naturale o razionale, ai principi generali del
diritto o come altrimenti li si voglia chiamare) e costituzionali (cioe'
conformi ai principi sostanziali e alle regole formali previste dalla
costituzione). Tra cittadino e legislatore esisterebbe un rapporto di
reciprocita': se e' vero che il legislatore ha diritto all'obbedienza, e'
altrettanto vero che il cittadino ha diritto a essere governato saggiamente
e secondo le leggi stabilite.
*
II. Varie forme di resistenza
Il problema se sia lecito disubbidire alle leggi, in quali casi, entro quali
limiti e da parte di chi, e' un problema tradizionale che e' stato oggetto
d'infinite  riflessioni e discussioni tra filosofi, moralisti, giuristi,
teologi, ecc. L'espressione "disobbedienza civile" che vi si riferisce e'
invece moderna ed e' entrata nell'uso corrente attraverso gli scrittori
politici anglosassoni, a cominciare dal classico saggio di Henry David
Thoreau, Civil Disobedience (1849); nel quale lo scrittore americano
dichiara di rifiutare il pagamento delle tasse al governo che le impiega per
fare una guerra ingiusta (la guerra contro il Messico), affermando: "il solo
obbligo che io ho il diritto di assumere e' di fare a ogni momento cio' che
io ritengo giusto"; e quindi, di fronte alla conseguenza del proprio atto
che potrebbe condurlo in prigione, risponde: "Sotto un governo che
imprigiona chiunque ingiustamente, il vero posto per un uomo giusto e' in
prigione".
In senso proprio la disobbedienza civile e' soltanto una delle situazioni in
cui la violazione della legge viene considerata, da chi la compie o ne fa la
propaganda, eticamente giustificata. Si tratta delle situazioni che vengono
di solito comprese dalla tradizione prevalente di filosofia politica sotto
la categoria del diritto alla resistenza. Alessandro Passerin d'Entrèves ha
distinto otto diversi modi di comportarsi del cittadino di fronte alla
legge: 1° obbedienza consenziente; 2° ossequio formale; 3° evasione occulta;
4° obbedienza passiva; 5° obiezione di coscienza; 6° disobbedienza civile;
7° resistenza passiva; 8° resistenza attiva. Le forme tradizionali di
resistenza alla legge cominciano dall'obbedienza passiva e terminano con la
resistenza attiva: la disobbedienza civile, nel suo significato ristretto,
e' una forma intermedia. Seguendo il Rawls, il d'Entrèves la definisce come
un'azione illegale, collettiva, pubblica e non violenta, che si appella a
principi etici superiori per ottenere un cambiamento nelle leggi.
Le situazioni che rientrano nella categoria generale del diritto di
resistenza possono essere distinte in base a diversi criteri, cioe' secondo
che l'azione di disobbedienza sia: a) omissiva o commissiva, consista cioe'
nel non fare quel che e' comandato (per esempio il servizio militare) o nel
fare quel che e' proibito (e' il caso del negro che si va a sedere in un
locale pubblico interdetto agli uomini di colore); b) individuale o
collettiva, secondoche' sia compiuta da un individuo isolato (tipico e' il
caso dell'obiettore di coscienza, che generalmente agisce da solo e in
virtu' di un dettame della propria coscienza individuale), o da un gruppo i
cui membri condividono gli stessi ideali (ne sono esempio tipico le campagne
gandhiane per la liberazione dell'India dal dominio britannico); c)
clandestina o pubblica, ovvero preparata e compiuta in segreto, come accade
e non può non accadere nell'attentato anarchico che deve contare sulla
sorpresa, oppure proclamata prima del compimento, come sono abitualmente le
occupazioni di fabbriche, di case, di scuole, fatte allo scopo di ottenere
la revoca di norme repressive o preclusive considerate discriminanti; d)
pacifica o violenta, cioe' compiuta con mezzi non violenti, come il sit-in,
e in genere ogni forma di sciopero (s'intende dove lo sciopero e' illegale,
ma anche la' dove lo sciopero e' lecito, vi sono sempre forme di sciopero
considerate illecite) oppure con armi proprie o improprie, come accade
generalmente in ogni situazione rivoluzionaria (da notare che il passaggio
dall'azione non violenta all'azione violenta coincide spesso col passaggio
dall'azione omissiva all'azione commissiva); e) volta al mutamento di una
norma o di un gruppo di norme oppure dell'intero ordinamento; cioe' tale che
non mette in questione tutto l'ordinamento, come e' proprio dell'obiezione
di coscienza all'obbligo di prestare il servizio militare, specie in
circostanze eccezionali, quale una guerra sentita come particolarmente
ingiusta (per fare un esempio recente che ha rimesso in discussione con
particolare intensita' il problema della disobbedienza civile, la guerra del
Viet-Nam) oppure tale che tende a rovesciare l'intero sistema, come e'
proprio dell'azione rivoluzionaria. inoltre, la disobbedienza può essere,
secondo una distinzione che risale alle teorie politiche dell'eta' della
riforma, passiva o attiva: e' passiva quella che e' rivolta alla parte
precettiva della legge e non alla parte punitiva, in altre parole, quella
che e' compiuta con la precisa volonta' di accettare la pena che ne
seguira', e in quanto tale, mentre non riconosce allo Stato il diritto di
imporre obblighi contro coscienza, gli riconosce il diritto di punire ogni
violazione delle proprie leggi; attiva, quella che e' rivolta
contemporaneamente alla parte precettiva e alla parte punitiva della legge,
cosicche' colui che l'effettua non si limita a violare la norma ma tenta con
ogni mezzo di sottrarsi alla pena.
Combinando ognuno dei diversi caratteri di ogni singolo criterio con tutti
gli altri si ottiene un notevole numero di situazioni che non e' qui il caso
di enumerare. Tanto per fare un esempio. L'obiezione di coscienza al
servizio militare (la' dove le leggi non la riconoscono) e' omissiva,
individuale, pubblica, pacifica, parziale, e realizza una forma di
disobbedienza passiva. Per fare un altro esempio classico, il tirannicidio
e' commissivo, generalmente individuale, clandestino (cioe' non dichiarato
in anticipo), violento, totale (tende, come quello dei monarcomachi delle
guerre religiose del Cinque e Seicento o quello degli anarchici delle lotte
sociali dell'Ottocento, a un mutamento radicale dello Stato presente), e
inoltre realizza una forma di disobbedienza attiva. Venendo alla
disobbedienza civile, cosi' com'e' di solito concepita nella filosofia
politica contemporanea, che prende in considerazione le grandi campagne
nonviolente di Gandhi o le campagne per l'abolizione delle discriminazioni
razziali negli Stati Uniti, essa e' omissiva, collettiva, pubblica,
pacifica, non necessariamente parziale (l'azione di Gandhi fu certamente
un'azione rivoluzionaria) e non necessariamente passiva (le grandi campagne
contro la discriminazione razziale tendono a non riconoscere allo Stato il
diritto di punire i pretesi crimini di lesa discriminazione).
*
III. I caratteri specifici della disobbedienza civile
Allo scopo di distinguere la disobbedienza civile da tutte le altre
situazioni che rientrano storicamente nella vasta categoria del diritto di
resistenza, i due caratteri piu' rilevanti tra quelli elencati sopra sono
l'azione di gruppo e la non violenza. Il primo carattere serve a distinguere
la disobbedienza civile dai comportamenti di resistenza individuale sui
quali si sono soffermate generalmente le dottrine della resistenza nella
storia delle lotte contro le varie forme di abuso di potere. Tipico atto di
resistenza individuale e' l'obiezione di coscienza (almeno nella maggior
parte dei casi, in cui il rifiuto di portare le armi non sia fatto in nome
dell'appartenenza a una setta religiosa, come quella dei Mormoni o dei
testimoni di Geova) o il caso ipotizzato da Hobbes di colui che si ribella
al sovrano che lo condanna a morte e gli impone di uccidersi. Individuale
anche se fa appello alla coscienza di altri cittadini il gesto di Thoreau di
non pagare le tasse. Individuale il caso estremo di resistenza
all'oppressione, il tirannicidio. Il secondo carattere, quello della non
violenza, serve a distinguere la disobbedienza civile dalla maggior parte
delle forme di resistenza di gruppo che, a differenza di quelle individuali
(generalmente non violente), hanno dato luogo, la' dove sono state
effettuate, a manifestazioni di violenza (dalla sommossa alla ribellione,
dalla rivoluzione alla guerriglia).
Se dunque si prendono in considerazione i due criteri piu' caratterizzanti
dei vari fenomeni di resistenza, quello che distingue resistenza individuale
da resistenza collettiva e quello che distingue resistenza violenta da
resistenza non violenta, la disobbedienza civile, in quanto fenomeno di
resistenza insieme di gruppo e non violento, occupa un posto preciso e ben
delimitato tra i due tipi estremi, e storicamente piu' frequenti e anche
piu' studiati, della resistenza individuale non violenta e della resistenza
di gruppo violenta. La disobbedienza civile ha della resistenza collettiva
il carattere del fenomeno di gruppo se non in certi casi di massa, e nello
stesso tempo ha della resistenza individuale il carattere prevalente della
nonviolenza: in altre parole e' un tentativo di fare respingere dal gruppo
"sedizioso" le tecniche di lotta che gli sono piu' familiari (il ricorso
alle armi proprie o improprie) e di fargli adottare comportamenti che sono
caratteristici dell'obiettore individuale (il rifiuto di portare le armi, il
non pagare le tasse, l'astenersi dal compiere un atto che ripugna alla
propria coscienza, come l'adorare dèi falsi e bugiardi, ecc.).
La disobbedienza civile, in quanto e' una delle varie forme che puo'
assumere la resistenza alla legge, e' pur sempre caratterizzata da un
comportamento che mette in atto intenzionalmente una condotta contraria a
una o a piu' leggi. Deve essere quindi ulteriormente distinta da
comportamenti, che spesso le si accompagnano e che, pur avendo lo stesso
fine di contrastare l'autorita' legittima al di fuori dei canali normali
della opposizione legale e della pubblica protesta, non consistono in una
violazione intenzionale della legge. La prima distinzione da fare e' quella
tra la disobbedienza civile e il fenomeno recente, e altrettanto clamoroso,
della contestazione, anche se spesso la contestazione sia sfociata in
episodi di disobbedienza civile. Il miglior modo di distinguere
disobbedienza civile da contestazione e' di ricorrere ai due rispettivi
contrari: il contrario di disobbedienza e' obbedienza, il contrario di
contestazione e' accettazione. Chi accetta un sistema lo ubbidisce, ma si
puo' ubbidirlo anche senza accettarlo (anzi la maggior parte dei cittadini
ubbidisce per forza d'inerzia o per abitudine o per imitazione o per una
vaga paura delle conseguenze di un'eventuale infrazione, senza peraltro
essere convinta che il sistema cui ubbidisce sia il migliore dei sistemi
possibili). Di conseguenza, la disobbedienza in quanto esclude l'ubbidienza
costituisce un atto di rottura contro l'ordinamento o una sua parte; la
contestazione in quanto esclude l'accettazione (ma non l'obbedienza)
costituisce un atto di critica che mette in questione l'ordinamento
costituito o una sua parte ma non lo mette effettivamente in crisi. Mentre
la disobbedienza civile si risolve sempre in una azione se pur soltanto
dimostrativa (come lo stracciare la cartolina di chiamata alle armi), la
contestazione si realizza in un discorso critico, in una protesta verbale,
nell'enunciazione di uno slogan (non a caso il luogo dove si esplica piu'
frequentemente l'atteggiamento contestativo e' l'assemblea, cioe' un luogo
dove non si agisce ma si parla). L'altro comportamento che conviene
distinguere dalla disobbedienza civile e' quello della protesta sotto forma
non di discorso ma di azione esemplare, come il digiuno prolungato, o il
suicidio pubblico mediante forme clamorose di autodistruzione (come il darsi
fuoco dopo essersi cosparsi il corpo di materie infiammabili). Anzitutto
queste forme di protesta non sono, come la disobbedienza, illegali (se si
puo' discutere la liceita' del suicidio, non e' certo discutibile la
liceita' di digiunare dal momento che non esiste l'obbligo giuridico di
mangiare), e in secondo luogo mirano allo scopo di modificare una azione
della pubblica autorita' considerata ingiusta non direttamente, cioe'
facendo il contrario di quel che dovrebbe essere fatto, ma indirettamente,
cioe' cercando di suscitare un sentimento di riprovazione o di esecrazione
contro l'azione che si vuol combattere.
*
IV. La disobbedienza civile e le sue giustificazioni
La disobbedienza civile e', come si e' detto all'inizio, un atto di
trasgressione della legge che pretende di essere giustificato e quindi trova
in questa giustificazione la ragione della propria differenziazione da tutte
le altre forme di trasgressione. La fonte principale di giustificazione e'
l'idea originariamente religiosa, in seguito laicizzata nella dottrina del
diritto naturale, di una legge morale, che obbliga ogni uomo in quanto uomo,
e come tale indipendentemente da ogni coazione, e quindi in coscienza,
distinta dalla legge posta dall'autorita' politica, che obbliga soltanto
esteriormente e, se mai in coscienza, soltanto nella misura in cui e'
conforme alla legge morale. Ancora oggi i grandi movimenti di disobbedienza
civile, da Gandhi a Martin Luther King, hanno avuto una forte impronta
religiosa. Disse una volta Gandhi a un tribunale che doveva giudicarlo per
un atto di disobbedienza civile: "Oso fare questa dichiarazione non certo
per sottrarmi alla pena che mi dovrebbe essere inflitta, ma per mostrare che
io ho disubbidito all'ordine che mi era stato impartito non per mancanza di
rispetto alla legittima autorita', ma per ubbidire alla legge piu' alta del
nostro essere, la voce della coscienza" (Autobiography, Parte V, cap. XV).
L'altra fonte storica di giustificazione e' la dottrina d'origine
giusnaturalistica, poi trasmessa alla filosofia utilitaristica
dell'Ottocento, che afferma la preminenza dell'individuo sullo Stato, onde
deriva la duplice affermazione che l'individuo ha alcuni diritti originari e
inalienabili, e che lo Stato e' un'associazione creata dagli stessi
individui per comune consenso (il contratto sociale) per proteggere i loro
diritti fondamentali e assicurare la loro libera e pacifica convivenza. Il
grande teorico del diritto di resistenza, John Locke, e' giusnaturalista,
individualista, contrattualista, e considera lo Stato come un'associazione
sorta dal comune consenso dei cittadini per la protezione dei loro diritti
naturali. Cosi' egli esprime il proprio pensiero: "Il fine del governo e' il
bene degli uomini; e che cosa e' meglio per l'umanita': che il popolo si
trovi sempre esposto all'illimitata volonta' della tirannide o che i
governanti si trovino talvolta esposti all'opposizione, quando diventino
eccessivi nell'uso del loro potere e lo impieghino per la distruzione e non
per la conservazione delle proprieta' del popolo?" (Secondo trattato sul
governo, par. 229).
Una terza fonte di giustificazione e' infine l'idea libertaria della
malvagita' essenziale di ogni forma di potere sull'uomo, in specie di quel
massimo dei poteri che e' lo Stato, col corollario che ogni moto che tende a
impedire allo Stato di prevaricare e' una necessaria premessa per instaurare
il regno della giustizia della liberta' e della pace. Il saggio di Thoreau
comincia con queste parole: "Io accetto di buon grado il motto: - Il miglior
governo e' quello che governa meno - ... Condotto alle estreme conseguenze
conduce a quest'altra affermazione in cui pure io credo: - Il miglior
governo e' quello che non governa affatto -". Manifesta e' l'ispirazione
libertaria in alcuni gruppi di protesta e di mobilitazione di campagne
contro la guerra del Viet-Nam negli Stati Uniti degli anni Sessanta (di cui
una delle espressioni culturalmente piu' consapevoli e' il libro di Noam
Chomsky, I nuovi mandarini, 1968).
*
Bibliografia
AA. VV., Civil Disobedience. Theory and Practice, New York 1969; S. Gendin,
Governmental Toleration of Civil Disobedience in Philosophy and Political
Action, Oxford University Press, Londra 1972 (e bibliografia ivi citata); A.
Passerin d'Entreves, Obbedienza e resistenza in una societa' democratica,
Edizioni di Comunita', Milano 1970; Id., Obbligo politico e liberta' di
coscienza, in "Rivista internazionale di filosofia del diritto", 1973; R.
Polin, L'obligation politique, P.U.F., Parigi 1971; M. Walzer, Obligation:
Essays on Disobedience, War and Citizenship, Harvard University Press,
Cambridge, Mass. 1970.

3. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: PACIFISMO E REALISMO
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questo
intervento. Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di
questo foglio, ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno
di pace e di nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha
fondato con altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il
foglio", che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel
Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian
Peace Research Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro
Interatenei Studi per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo
comitato della rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione
col Centro Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento
Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora
a varie prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del
"non uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto
il Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'. Saggezza e
politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e' disponibile
nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza
guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di
cui una recente edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie
Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico
Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu' volte
riproposta anche su questo foglio, da ultimo nei fascicoli 1093-1094; vari
suoi interventi sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e
alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu'
ampia bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731
del 15 novembre 2003 di questo notiziario]

"Pacifismo" non e' un bel termine: e' troppo ambiguo. Balducci diceva che e'
una parola inventata dai guerrafondai, e preferiva dirsi "uomo di pace".
Cosi', i persuasi della nonviolenza apprezzano il pacifismo, ma non se ne
accontentano, perche' vogliono opporsi e creare alternative non solo alla
violenza della guerra, ma ancor piu' alle violenze strutturali e culturali,
che la causano e la giustificano. I detrattori del pacifismo, poi,
dall'interventismo del 1915 fino ad oggi, lo equiparano semplicemente alla
non-difesa e alla vilta'. Alcuni, piu' garbatamente, lo oppongono al
"realismo".
Il quale sottintende che la guerra, a volte, va fatta. L'anti-pacifismo vuol
dire conservarsi la possibilita' di fare la guerra. Anche il centro-sinistra
italiano - che preferiremo al governo mille volte di piu' del berlusconismo
sfascia-Costituzione sotto tanti aspetti irrinunciabili - si conserva la
possibilita' di fare la guerra. Guerra di difesa, ovviamente! Ma tutte le
guerre, anche quelle di offesa, dicono e strillano di difendere o lo "spazio
vitale" (1939) o la "democrazia" (2002 e 2003), o i "diritti umani" (1999).
Inoltre, l'art. 11 della nostra Costituzione, massimo vanto d'Italia,
ripudia non solo la guerra offensiva ("strumento di offesa alla liberta'
degli altri popoli"), ma anche la guerra "come mezzo di risoluzione delle
controversie internazionali", percio' anche la guerra di difesa. Quindi,
l'implicita volonta' della Costituzione e' che l'Italia cerchi tutti i
metodi di difesa non militari, sostitutivi della guerra, che sono possibili,
se li vogliamo conoscere e sviluppare.
*
Sotto il nome di realismo (anche di "realismo cristiano") passa un
atteggiamento disperato e rassegnato alla inestirpabilita' della guerra
dalla storia umana (quando non e', nei piu' cinici, interessato
all'industria enorme e criminale della guerra).
Thomas Merton, monaco trappista, fa dell'ironia tragica sui "realisti" di
oggi. Egli scriveva ne La pace nell'era postcristiana (edizioni Qiqaion,
Bose, 2005; il libro e' del 1962, ma allora ne proibirono la pubblicazione i
superiori religiosi di Merton): "In nome del 'realismo' (il che significa
difendere un adeguato tocco di pessimismo agostiniano sull'uomo decaduto),
costoro si immergono nell'ambivalenza da cui Agostino era fortunatamente
preservato grazie all'ignoranza tecnologica della sua epoca buia" (p. 122).
Poco prima, criticando la teoria di Agostino sulla "guerra giusta", Merton
ne cita un'espressione, con la quale Agostino distingue l'atto esteriore
dall'intenzione interiore, nella guerra: "L'amore non esclude guerre di
misericordia mosse dal bene" (Lettera 138). Cosi', in tante guerre ci sono
stati cappellani che consigliavano ai soldati di "sparare senza odio". Noi
oggi chiamiamo "guerra umanitaria" quella che Agostino (grande per ben altri
meriti) chiamava "guerra di misericordia". In tutte le guerre, pero', si
uccide, contro la vita, l'umanita', i diritti umani, la misericordia, e
contro Dio. Uccidere e' la somma di tutti i mali, torti e furti che possiamo
fare ad altri. O l'umanita' si libera dalla falsa necessita' di uccidere, o
l'umanita' si uccide.

4. MONDO. "IRIN NEWS" INTERVISTA YAKIN ERTURK
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione questa intervista di "Irin
News" a Yakin Erturk del novembre 2005. Yakin Erturk, docente universitaria
di sociologia, e' inviata speciale dell'Onu per gli interventi contro la
violenza sulle donne]

Ankara, Turchia. Yakin Erturk, docente universitaria di sociologia, e' stata
nominata inviata speciale dell'Onu sulla violenza contro le donne
nell'agosto 2003. Da allora, ha visitato un gran numero di paesi tra cui
Salvador, Guatemala, Russia, Iran, Sudan, Palestina (territori occupati),
Messico ed Afghanistan.
*
- "Irin news": Qual e' esattamente il tuo ruolo come rappresentante
dell'Onu?
- Yakin Erturk: Il mio ruolo e' stato creato nel 1994, dopo la dichiarazione
Onu sulla violenza contro le donne, adottata dall'Assemblea generale l'anno
precedente. Di base ha tre funzioni: redigere rapporti tematici sulla
violenza contro le donne, le sue cause e le sue conseguenze; indagare nei
paesi in cui viene denunciata una grande diffusione della violenza contro le
donne e riferire alla Commissione per i diritti umani ed all'Assemblea
generale, nonche' inviare raccomandazioni ai governi coinvolti; ricevere
testimonianze individuali su casi specifici o situazioni generali,
comunicarle ai governi interessati e, se necessario, chiamare all'azione
urgente.
Gli speciali meccanismi della Commissione per i diritti umani contengono
circa 40 mandati, la maggior parte dei quali tematici, come quello sulla
violenza contro le donne. La maggioranza delle violazioni commesse contro le
donne si danno nella sfera privata, tuttavia i diritti umani sono ancora
largamente percepiti solo come violazioni commesse da stati, che si danno
nella sfera pubblica. Le organizzazioni delle donne contestarono questa
visione ristretta e gia' dalla Conferenza di Vienna del 1993 la violenza
contro le donne e' stata riconosciuta come istanza concernente i diritti
umani. Uno dei miei scopi e' assicurarmi che non solo gli stati rispondano
alla violenza quando essa accade, ma intervengano a prevenirla. L'obiettivo
non e' certamente promuovere un'invasione dello stato nelle nostre vite
private, ma e' importante che esso garantisca la sicurezza delle persone,
persino nelle camere da letto: a questo riguardo numerosi governi hanno
emanato leggi sulla violenza domestica, leggi che hanno provvisto le donne
di qualche strumento.
*
- "Irin news": All'inizio dellíanno eri in Afghanistan. Come vanno le cose
laggiu'?
- Yakin Erturk: L'Afghanistan e' un esempio di una situazione
post-conflitto, dove il tessuto sociale della comunita' e dei meccanismi
informali e' stato distrutto, e la costruzione dello stato e' assai fragile.
Si tratta di un paese diviso e frammentato in blocchi di potere locali e
tribali, il che rende difficile il processo di stabilire delle leggi. Quando
il primato non e' della legge, e' il dominio ad averlo: cio' ha conseguenze
ostili alle donne e a tutti gli altri soggetti che si situano in posizione
marginale rispetto al potere. Paradossalmente, la creazione di uno stato
nazione basato sul primato della legge ha dato la forza ai gruppi esclusi,
donne comprese, di sfidare i limiti delle leggi stesse. I diritti delle
donne, come fissati all'inizio del processo di costruzione dello stato,
erano limitati. Ma il principio di eguaglianza nella cittadinanza ha
permesso loro di contestare le discriminazioni basate sul genere che tale
eguaglianza contraddicevano, e che quindi violavano la legge. Quando il
sistema legale come standard manca, gli individui sono molto legati alla
volonta' del gruppo cui sono affiliati e cio', spesso, ha come esito una
totale subordinazione delle donne.
In luoghi come l'Afghanistan, dove esistono blocchi multipli di potere, la
promozione e la protezione dei diritti umani, in particolare di quelli delle
donne, e' un problema capitale. Da un lato, nessuno stato riesce a
raggiungere tutti gli angoli del paese con il sistema legale. Dall'altro,
anni di guerra e di migrazioni hanno distrutto tutti i sistemi informali di
protezione. Il risultato e' un paese dove il destino degli individui e' in
mano a coloro che detengono il dominio. In queste circostanze sono i deboli
che soffrono di piu', i bambini in primo luogo. Le donne soffrono di
violazioni dei loro diritti umani assai estese. Di tutti i paesi che ho
visitato, l'Afghanistan e' risultato il piu' difficile, in termini di
identificazione di punti di partenza per il cambiamento. Bambine di sei anni
vengono vendute, e lo si chiama matrimonio. Io non posso venire a patti con
il matrimonio di una bambina di sei anni: e' schiavitu'. Certo, la societa'
afghana sta impegnando tutte le sue risorse nella ricostruzione del paese,
non c'e' dubbio. Dobbiamo tenere presenti le difficolta' oggettive. Ma sino
a che i diritti umani di base non saranno prioritari, io penso che la
ricostruzione e' destinata ad incontrare molti fallimenti, e che la
sicurezza non viene garantita. Percio' c'e' la necessita' di un doppio
movimento: in primo luogo essere capaci di rispondere velocemente alle
violazioni dei diritti umani e proteggere coloro che si trovano in immediato
pericolo, e cioe' le donne e le bambine, in secondo luogo ricostruire a
partire dal basso, dalle comunita', e favorire le condizioni che nutrono
l'emergere di una nazione. Uno stato senza nazione puo' sopravvivere solo
grazie all'uso della forza ed alle alleanze con altri blocchi di potere
presenti nella societa'.
*
- "Irin news": Durante le recenti elezioni in Afghanistan molte donne
candidate si sono lamentate delle condizioni della competizione elettorale.
E' una conseguenza della mancanza di un sistema legale di base nel paese?
- Yakin Erturk: In parte. Dobbiamo anche pensare, pero', che le donne
afghane sono venute allo scoperto, letteralmente, solo di recente. E di
colpo sono state incoraggiate a diventare professioniste, parlamentari,
figure pubbliche prominenti, mentre persiste una mentalita' che spazza via
le donne dalla sfera pubblica. Non e' facile per le donne rompere queste
barriere, burqa compreso. Quando ero in Afghanistan ho parlato con alcune
candidate alle elezioni. Mi spiegarono che erano svantaggiate perche' non
avevano la stessa liberta' di movimento o l'accesso a certi posti che invece
gli uomini avevano, il che impediva loro di condurre una campagna elettorale
equa. C'era sicuramente un'atmosfera di intimidazione e le candidate
venivano minacciate, allo scopo di spingerle fuori. Uno dei vantaggi che
l'Afghanistan ha e' la forte presenza internazionale legata alla
ricostruzione. Ma questa presenza non durera' per sempre, percio' le risorse
che essa mette a disposizione devono essere usate in modo efficace. La
comunita' internazionale, dopo la caduta del regime dei talebani, si e'
rilassata un po' rispetto alla condizione dei diritti umani nel paese. Non
dimentichiamo che le violazioni dei diritti umani oggi sono identiche, e
continuano. Una donna e' stata lapidata a morte, nel 2004, su decisione di
un consiglio locale: non c'e' stata alcuna reazione internazionale a questo
fatto, che se fosse avvenuto all'epoca dei talebani sarebbe rimbalzato
ovunque. Questo mi preoccupa, perche' da' il messaggio sbagliato alla gente
in Afghanistan, sia a quella che e' a favore dei diritti umani sia a quella
che e' contraria ad essi. Molti difensori dei diritti umani con cui ho
parlato mi hanno espresso il loro sconcerto al proposito, ed hanno
argomentato che sebbene la stabilita' del paese sia un fattore critico, ad
essa non si puo' sacrificare la giustizia.
*
- "Irin news": Puoi darci qualche esempio di come e quando il tuo lavoro ha
operato delle differenze tangibili per le donne?
- Yakin Erturk: In alcuni paesi, il solo fatto che io fossi presente e'
stato di grande aiuto, per esempio in Guatemala. L'interesse dei media alla
mia missione era altissimo (minacce incluse, percio' dovevo girare con la
guardia del corpo). Dietro a certi delitti commessi contro le donne ci sono
bande criminali assai potenti. La criminalita' comune e' un grave problema
nel paese, ed il suo risultato prevalente sono gli omicidi di donne. Poiche'
la mia visita riceveva un'alta visibilita', i gruppi di donne l'hanno
capitalizzata per riuscire a trasmettere i loro messaggi ai rappresentanti
del governo. Sono stata ricevuta del presidente stesso, il che e' un buon
segno. Ma quanto sia effettivamente cambiato dopo la mia visita non so
ancora dirlo: dopo ogni missione, si richiede annualmente al governo di dare
conto degli impegni che si e' preso. Io l'ho fatto per tutti i paesi in cui
sono stata, e non ho ancora ricevuto una sola risposta.
Posso, pero', dare qualche esempio di come le procedure di comunicazione
funzionano. Tre donne iraniane vennero in Turchia, richiedendo asilo
politico per un paese terzo. Il loro caso fu respinto dall'Alto
commissariato Onu per i rifugiati, perche' le loro condizioni non erano
quelle tipiche di chi cerca asilo politico. Nel corso degli oltre due anni
in cui restarono in Turchia, le circostanze personali che riguardavano
queste donne cambiarono: divorziarono, o si risposarono, e si presero
impegni politici, dimostrando contro il regime di Teheran. Queste donne
sapevano che se fossero tornate in Iran avrebbero dovuto fronteggiare grossi
problemi e mi mandarono una comunicazione, informandomi che il governo turco
aveva emanato un ordine di deportazione nei loro confronti. Io intervenni
presso il governo, chiedendo di ripensare la decisione, dato che le donne
avrebbero potuto subire violenze se rimandate al loro paese d'origine.
L'ordine fu sospeso, l'Alto commissariato riapri' la pratica, e due delle
donne ottennero lo status di rifugiate.
So anche dai gruppi in Cina che questo sistema produce impatti positivi in
certi casi. Il problema e' che non ci sono meccanismi che consentano di
continuare a seguire i casi che io comunico ad un governo. Se tali
meccanismi fossero potenziati, le procedure di comunicazione potrebbero
diventare uno strumento efficace per produrre differenze nelle vite delle
donne. Molti governi rispondono alle mie comunicazioni con lo sconcerto. A
volte non sono neppure consci di alcuni problemi di cui le donne fanno
esperienza nel loro stesso paese, perche' la norma e' che le istanze
femminili non sono una priorita' nell'agenda pubblica. Ad ogni modo, le mie
comunicazioni aiutano almeno ad aprire un dialogo con i governi, il che li
spinge ad occuparsi dell'istanza in questione.
*
- "Irin news": Quali sono i tuoi impegni per i prossimi dodici mesi?
- Yakin Erturk: Sono gia' stata in quattro paesi, per i quali devo
presentare il mio rapporto nell'aprile 2006: Russia, Cecenia inclusa, Iran,
Messico e Afghanistan. Sto preparando questi rapporti, ed anche un documento
tematico dove si esplora la possibilita' di espandere la capacita' degli
stati di essere responsabili nell'affrontare le radici che causano le
violenze contro le donne. Per il 2007 ho gia' ricevuto inviti a visitare
l'Algeria, l'Olanda e la Svezia. Ho chiesto alla Repubblica democratica del
Congo di poter visitare il paese, ma non ho ancora ricevuto risposta. Il mio
mandato terminerebbe nel 2006, ma credo che verra' rinnovato.
*
- "Irin news": Ma che interesse puoi avere in paesi come l'Olanda o la
Svezia?
- Yakin Erturk: Lo so, quando parliamo di diritti umani, c'e' spesso
l'assunto implicito che gli abusi avvengano solo nei paesi in via di
sviluppo, dove le istituzioni democratiche non sono sufficientemente salde.
Dal punto di vista legale questo potrebbe anche essere corretto: la regola
della legge, ove stabilita, provvede alle donne una base da cui partire, ma
non e' mai sufficiente, poiche' molto spesso i diritti umani delle donne
vengono violati nella sfera privata, e in modi non previsti dalla cornice
legislativa. In queste aree dobbiamo imparare e diventare piu' coscienti di
come la violenza contro le donne si riproduca anche quando riforme
istituzionali e legislative sono avvenute.
E' di quest'anno il rapporto di Amnesty International sul persistere della
violenza domestica in Svezia. Ha stupito tutti, perche' la Svezia viene
percepita come un paese che ha fatto molto per le donne, eppure la violenza
domestica continua. Esaminare il caso svedese puo' aiutarci a trovare
tecniche piu' efficaci per lottare contro la violenza.
Anche l'Olanda e' interessante. Se ne parla come del paese piu' tollerante
d'Europa. Eppure hanno avuto un buon numero di incidenti violenti che
coinvolgono le comunita' di migranti, e stanno discutendo di integrazione e
delle violenze contro le donne, in particolare fra le comunita' musulmane,
il che ha implicazioni per l'intera Europa. Gruppi di donne europei hanno
messo in luce come negli ultimi anni la violenza nelle loro societa' sia
stata normalizzata e depoliticizzata. Anche il fenomeno del traffico di
donne in relazione alla prostituzione e' un'area di dibattito e merita un
esame piu' ravvicinato della situazione.
*
- "Irin news": Il tuo mandato e' complicato e difficile. Come fai a portarlo
avanti?
- Yakin Erturk: E' allo stesso tempo una vera sfida ed un grande privilegio,
il dover portare avanti uno scopo cosi' importante. La profondita' e
l'estensione delle violenze che testimonio, e che le donne incontrano in
tutto il mondo, mi rattrista enormemente, ma allo stesso tempo ricevo grande
forza dal vedere come ovunque le donne lottino e resistano alla violenza. So
che il mio mandato puo' produrre differenze nelle vite delle donne, ed e'
questo che mi sostiene.

5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

6. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1180 del 19 gennaio 2006

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