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La nonviolenza e' in cammino. 1182



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1182 del 21 gennaio 2006

Sommario di questo numero:
1. Emilia Magnanini: "Abbi fiducia nell'alba, non nel dolore". L'esperienza
della deportazione nelle memorie delle recluse nei campi sovietici (parte
prima)
2. La "Carta" del Movimento Nonviolento
3. Per saperne di piu'

1. MEMORIA. EMILIA MAGNANINI: "ABBI FIDUCIA NELL'ALBA, NON NEL DOLORE".
L'ESPERIENZA DELLA DEPORTAZIONE NELLE MEMORIE DELLE RECLUSE NEI CAMPI
SOVIETICI (PARTE PRIMA)
[Dall'utilissima rivista telematica "Deportate, esuli, profughe. Rivista
telematica di studi sulla memoria femminile" (sito: http://venus.unive.it
/rtsmf) riprendiamo il seguente saggio. Emilia Magnanini e' docente di
storia del pensiero russo e di lingua, letteratura e cultura russa
all'Universita' di Venezia "Ca' Foscari". Tra le pubblicazioni recenti di
Emilia Magnanini: "L'Ucraina vista dai viaggiatori russi di fine '700", in
AA. VV., L'Ucraina del XVIII secolo, Cleup, Padova 2000; (a cura di),
Presenze femminili nella letteratura russa, Cleup, Padova 2000; "La
scrittura ironica come coscienza di se' delle minoranze etniche nella
letteratura russa: Metter e Iskander", in AA. VV. (a cura di A. Pavan e G.
Giraudo), Le minoranze come oggetto di satira, Eva, Padova 2001; "'Come si
chiama questo pesce?' La citazione letteraria nella prosa di Valerija
Narbikova", in AA. VV. (a cura di Annalisa Cosentino), Forum, Udine 2002;
"Alcune note su Achmatova e Puskin: il colloquio tra il poeta e l'editore",
in AA. VV. (a cura di G. Pagani Cesa e O. Obuchova), Studi e scritti in
memoria di Marzio Marzaduri, Cleup, Padova 2002; "Dall'altra parte
dell'inferno", in AA. VV. (a cura di Bruna Bianchi), Deportazione e memorie
femminili, Unicopli, Milano 2002]

L'esortazione citata nel titolo era incisa, nella primavera del 1936, sul
muro della cella d'isolamento n. 20 della prigione Spalerka di Leningrado.
La detenuta di quella cella, in quei giorni di aprile, era Adda
Vojtolovskaja. La frase, come racconta l'autrice, venne da lei "scoperta" in
un momento di cupa disperazione, dopo mesi di isolamento durante i quali era
stata sottoposta a pesanti interrogatori notturni (Vojtolovskaja, 65).
Quand'era ormai prossima al cedimento, questo messaggio di speranza da
recluso a reclusa le parve come un'ancora di salvezza, dandole la forza di
reagire all'ingiustizia e alla persecuzione, quella forza che, poi, le
permise di resistere alle dure condizioni del lager. Indubbiamente un
momento simile, o nello spirito di questo, deve esser stato vissuto dalla
maggior parte di coloro che, scampati alla fucilazione o ad altri episodi di
violenza bruta, sono sopravvissuti e ritornati.
*
Un secondo momento determinante per la volonta' di sopravvivere e la
preservazione della propria integrita' spirituale, nonche' della dignita'
umana, e' la volonta' di rendere testimonianza.
Nelle condizioni sovietiche spesso non si tratta solo della reazione
"naturale", diremmo, all'orrore di una violenza perpetrata da un potere che
si percepisce per definizione altro da se' e ostile, legittimamente nemico;
si tratta, bensi', di una determinazione che matura all'interno di un
processo di rielaborazione della propria visione del mondo, in quanto una
larghissima parte delle vittime, o almeno di quelle che hanno lasciato
memoria, fino al momento dell'arresto si trovava in una condizione di
"lealta'" nei confronti del potere che l'avrebbe perseguitata,
condividendone nella sostanza gli ideali. Chi aveva un atteggiamento critico
o d'opposizione trovava nell'arresto e nella deportazione la conferma alla
natura dispotica del regime, ma tutti gli altri seguirono un percorso
abbastanza simile che li porto' dalla convinzione di costituire un caso
particolare, un "singolo errore casuale" alla consapevolezza, quasi sempre,
ma non sempre, della mostruosita' del sistema e, quindi, al raggiungimento
di un nuovo ideale di vita. In molti casi, la motivazione predominante alla
scrittura della memoria nasce proprio nel corso di questo travaglio
interiore e ripensamento dei propri convincimenti.
La testimonianza di Olga Adamova-Sliozberg, che prima dell'arresto, pur non
essendo politicamente impegnata, viveva una vita di "esemplare" cittadina
sovietica e', in questo senso, illuminante. Nella prigione di Kazan', dove
rimase a lungo rinchiusa prima di essere trasferita in un lager della
Kolyma, ebbe come compagna di cella un'ex rivoluzionaria, la quale, per non
dover rinnegare tutto il proprio passato, s'impediva di pensare e dichiarava
che, se ne fosse uscita viva, avrebbe fatto di tutto per dimenticare. La
Sliozberg ha, invece, una reazione opposta:
"Io invece non volevo non pensare.
Fui presa da un senso di nausea per questo voler essere schiavi, schiavi
della mente. Io pensero' e ricordero' tutto, e vivro' per portare a
conoscenza degli uomini cio' che ho visto. Ora non posso capire tutto, ma
vedo che sta succedendo qualcosa di brutto e voglio esserne testimone.
Questa decisione, una volta che fu maturata in me, diede un nuovo
significato alla mia vita. Cominciai ad ascoltare con attenzione ogni cosa
che mi raccontassero le mie compagne, a ricordare tutto cio' che vedevo
intorno a me. La mia vita ebbe un senso" (Adamova-Sliozberg, 72).
*
Le motivazioni che spingono in un secondo tempo il sopravvissuto a scrivere,
a lasciare testimonianza, sono in genere di due ordini: nella maggior parte
dei casi si tratta della volonta' cosciente di "ricordare", ossia di mettere
a disposizione delle generazioni future la propria esperienza, affinche'
cio' piu' non avvenga; in altri casi la memoria ha un valore piu' intimo,
quasi venga scritta per "dimenticare" (1), ossia perche' il suo estensore
possa, in qualche modo, liberarsi da un incubo.
Nel primo caso la memoria tende ad una certa storicita', alla
documentazione, come scrive, ad esempio, Nina Gagen-Torn: "Vi prego di
credermi: tratto le memorie come un documento storico riservato alle
generazioni future, in esse non ci sono fronzoli ne' inesattezze. Non e'
propaganda ne' letteratura, ma la trascrizione del vissuto, il tentativo di
un osservatore di fissare puntualmente quanto visto, cosi' come noi
etnografi siamo abituati a fare durante le spedizioni" (Gagen-Torn, 118).
Nel secondo caso la memoria e' vissuta come esperienza individuale, un modo
per preservare la propria dignita' umana, una conferma alla propria
esistenza: "Io sono il cronista della mia stessa anima. Niente di piu'",
scriveva l'autore dei Racconti della Kolyma, lo scrittore Varlam Salamov, il
quale riteneva che non si potesse scrivere la "verita'" sui campi e non
considerava se stesso "uno storico dei campi" (Salamov, 155). L'esperienza
concentrazionaria era per lui trasmissibile solo attraverso l'"estetica
della memoria", ossia l'artista poteva diventare testimone della propria
epoca non in quanto raccontava cio' che aveva visto, bensi' in quanto lo
interpretava tramite lo strumento sensibile della sua anima (Salamov, 151).
Cio' non toglie che anche in questo caso, secondo Salamov, la memoria abbia
valore documentale, sebbene tenda a una particolare ricerca della verita'
non di tipo storico, bensi' morale. Nei suoi Taccuini lo scrittore esprimeva
tutto il suo pessimismo riguardo all'umanita' e non credeva che essa avrebbe
saputo evitare di "ripetere gli errori del passato", si limitava ad
augurarsi che singoli individui avrebbero potuto, dai suoi racconti sul
lager, "ricavare per la propria vita lo stimolo a fare un po' piu' di bene"
(Sirotinskaja, 98).
E' evidente come non si tratti qui di stabilire quale dei due approcci
presenti l'interesse maggiore, in quanto in entrambi coesistono, sia pure in
diverso rapporto, l'elemento documentale e il giudizio morale, quanto,
piuttosto di prendere atto dell'esistenza di diverse tipologie di scrittura
memorialistica.
*
La questione si complica, poi, se la si estende al tema dell'oggettivita'
delle memorie. Prima ancora, tuttavia, c'e' un ulteriore aspetto da prendere
in considerazione. I reduci da ogni esperienza concentrazionaria spesso
raccontano esplicitamente o alludono alla difficolta' di comunicare quella
loro esperienza, difficolta' dovuta a motivi sia intrinseci che estrinseci.
Il reduce del lager sovietico non doveva affrontare solo il proprio senso
del pudore o i propri sensi di colpa di sopravvissuto, ne' solo
l'indifferenza, l'incredulita' o, persino, il malcelato fastidio del mondo
esterno. Il reduce del lager sovietico, che nella maggior parte dei casi
aveva alle spalle quindici o vent'anni tra reclusione e confino, era
dominato dalla paura di raccontare, poiche' quel regime che gli aveva ridato
la liberta' dai campi non era poi tanto diverso da quello che nei campi lo
aveva mandato.
Ricorda lo storico Viktor Zaslavskij che a causa del terrore di massa la sua
generazione, quella nata negli anni Trenta, fu derubata due volte della
memoria: "La prima quando i nostri genitori, e anche i nonni, non ci
parlavano mai della storia delle nostre famiglie. Non c'era famiglia,
infatti, che non avesse qualche macchia pericolosa: poteva essere l'origine
sociale sbagliata, un'occupazione non gradita alle autorita', una
inopportuna posizione politica in passato, un'amicizia da dimenticare. Per
non trasmettere le colpe dei vecchi alle nuove generazioni, i genitori non
parlavano della storia familiare, non rispondevano alle domande e ci
proteggevano tagliando ogni legame personale con il passato. Una seconda
volta, quando, dopo la morte di Stalin, i superstiti dei campi di
concentramento cominciarono a tornare, e neanche loro volevano parlare delle
proprie esperienze. Nel caso della mia famiglia, una delle zie aveva avuto
il marito fucilato con l'accusa di trockismo e, divenuta pertanto moglie di
un nemico del popolo, aveva come tale trascorso una quindicina d'anni in
vari campi della Siberia e del Kazakistan. 'Com'e' stato? Raccontami', le
chiedevo con insistenza dopo il suo ritorno. 'Non osare toccare questo
argomento', rispondeva invariabilmente la zia e usciva infuriata dalla
stanza. Era del tutto inutile insistere. Anche la mia professoressa di
filosofia aveva scontato quindici anni nei campi siberiani. Io e un mio
amico eravamo i suoi allievi prediletti e lei ci invitava di tanto in tanto
a casa sua per prendere il te' e parlare di Kant. Le rivolgemmo la stessa
domanda solo per ricevere la risposta gia' nota: 'Per il nostro bene comune
non dobbiamo parlare mai di quegli anni'" (Zaslavskij, VII-VIII).
*
Fino agli anni Novanta del secolo appena concluso le memorie dal gulag, i
racconti dei sopravvissuti hanno costituito, per molto tempo, la fonte quasi
esclusiva di conoscenza dell'universo concentrazionario sovietico (2).
Percio' si deve essere particolarmente grati al coraggio individuale di
coloro che hanno saputo scrivere le loro testimonianze pur in condizioni e
in anni cosi' difficili. Alcuni, come Evgenija Ginzburg (3) o come Varlam
Salamov (4) e, naturalmente, il piu' famoso Solzenicyn (5), nonostante i
concreti rischi di ritorsioni, scelsero di farle pubblicare all'estero,
altri le conservarono gelosamente nei posti piu' impensabili. Nina
Gagen-Torn, ad esempio, racconta che aveva nascosto le poesie scritte
durante il suo primo periodo di detenzione in un lager di Kolyma in alcuni
barattoli di latta da conserva, sotterrati nello scantinato di casa sua e
che, in conseguenza di una denuncia fatta da una persona che lei aveva messo
a conoscenza di questo suo segreto, il fatto costitui' uno dei capi
d'imputazione che le vennero mossi all'epoca del suo secondo arresto nel
1949 (Gagen-Torn, 103-104). La maggior parte di tutta la memorialistica sul
gulag e' uscita dai nascondigli con l'inizio della perestrojka (6). Molto
materiale inedito e' conservato nei vari archivi dedicati alla memoria
(Memorial, Centro Sacharov, solo per citarne alcuni dei piu' famosi) e,
verosimilmente, molti documenti testimoniali restano ancora nelle mani dei
sopravvissuti o dei loro familiari. Oggi, nelle nuove condizioni storiche e
con l'apertura di gran parte degli archivi, e' disponibile moltissimo
materiale, sul quale gia' lavorano gli studiosi (7), tuttavia, la
possibilita' che si e' aperta di accedere alle fonti documentali non inficia
la fondamentale importanza della raccolta e della pubblicazione delle
memorie che sia ancora possibile reperire, nonche' della loro analisi, in
quanto nessun documento ufficiale, nessuna delibera, nessuna statistica
potra' mai rendere cio' che la memoria consegna alla riflessione, ossia il
vissuto umano. L'analisi e l'interpetazione storica del fenomeno gulag
esulano dagli obiettivi di questo lavoro, che, invece, si prefigge un primo
approccio ad un tema specifico, le memorie lasciate dalle donne, per un
tentativo di evidenziarne le caratteristiche principali.
*
In un recente studio, ampio, documentatissimo e molto interessante, Anne
Applebaum dedica un capitolo alle donne e ai bambini. Il capitolo occupa lo
spazio di 25 pagine su un totale di oltre 650 pagine di testo; di queste 25
pagine una decina sono propriamente riservate alle donne (molto si parla dei
rapporti amorosi dietro il filo spinato), le rimanenti ai bambini e
adolescenti (Applebaum, 329-354). La condizione di questi ultimi nei campi
era a dir poco tragica e, fino ad oggi, e' stata quasi ignorata (8), sebbene
meriterebbe uno studio approfondito, ma attenzione altrettanto scarsa e'
stata riservata alla condizione delle donne nel lager (9), e anche questa
andrebbe analizzata piu' a fondo. Seppure in cosi' breve spazio Applebaum
mette a fuoco un problema che e' senza dubbio prioritario chiarire, anche e
proprio in relazione all'analisi della scrittura memorialistica delle donne
e, in special modo, alla coscienza di se' che da essa emerge:
"Dovevano realizzare la stessa norma e mangiavano la stessa zuppa acquosa;
vivevano nello stesso tipo di baracche e viaggiavano negli stessi carri
bestiame. I loro vestiti erano quasi uguali, le loro scarpe altrettanto
inadeguate. Durante gli interrogatori non venivano trattate in modo diverso.
Eppure, le esperienze delle donne nei campi femminili non sono affatto
identiche a quelle degli uomini nei campi maschili.
Di certo molte sopravvissute alla prigionia sono convinte che il loro sesso
fosse molto avvantaggiato nel gulag. Le donne si curavano di piu',
rappezzavano gli abiti e si lavavano i capelli. Sembrava riuscissero meglio
a restare in vita con quantita' di cibo inferiori e non soccombevano con
tanta facilita' alla pellagra e alle altre malattie da malnutrizione.
Stringevano forti legami di amicizia, e si aiutavano tra loro molto piu'
degli uomini. (...).
Ciononostante, molti sopravvissuti maschi pensano l'esatto opposto, e cioe'
che dal punto di vista morale le donne si degradassero piu' in fretta degli
uomini. Grazie al loro sesso, avevano maggiori possibilita' di essere
assegnate a lavori piu' ambiti e meno pesanti, e quindi di godere di una
posizione migliore nella gerarchia del campo. Questo le disorientava,
perche' perdevano i punti di riferimento necessari nel duro mondo dei campi
di detenzione" (Applebaum, 329-330).
*
L'argomento e' certo tra i piu' delicati da trattarsi, poiche' se e' vero
che le donne che hanno lasciato memorie scritte tendono a porre l'accento
sui legami di solidarieta' che hanno permesso a loro stesse e alla cerchia
delle loro amiche di sostenersi nei lunghi anni di prigionia, il problema
emerge anche dalla memorialistica femminile, essendo strettamente connesso
all'esercizio della violenza nel lager. A prescindere dalle fucilazioni
arbitrarie, che nei periodi piu' bui hanno avuto dimensioni di massa, come
ad esempio a Vorkuta nel 1936-'37 o alla Kolyma nel 1938, e che in ogni modo
hanno riguardato in minima percentuale le donne, la violenza sessuale, sia
come manifestazione di brutalita' fisica che come risultato di una pressione
psicologia, era certamente la forma piu' diffusa di violenza nei confronti
delle donne. Nessuna delle memorialiste tace su questo problema. Elinor
Lipper, in una delle prime memorie sul lager, scrive: "La maggior parte dei
prigionieri si lascia indurre ad una relazione piu' per fame che per amore.
'Burro, zucchero, pane bianco' e' la formula introdotta dalle criminali,
invece di 'ti amo'. E non le sole criminali si potevano comperare, ma,
durante la guerra e il dopoguerra, anche donne un tempo rispettabilissime si
vendevano per un mezzo chilo di pane nero" (Lipper, 151).
*
Straordinaria e', invece, la circostanza che, sebbene a scrivere le memorie
siano state donne dalla formazione e dalla cultura piu' disparata (giovani o
mature, russe o non russe, con un'esperienza politica e carceraria alle
spalle oppure prive di qualunque esperienza), si nota una sostanziale
identita' d'impostazione nell'affrontare questo spinoso argomento. Sulla
base del materiale memorialistico di cui si dispone si possono individuare
alcune tipologie del comportamento delle deportate e di giudizio su di esso.
*
Al gradino piu' basso stava il mondo delle delinquenti comuni, le cui regole
di condotta e il cui linguaggio tanto sconvolgevano le detenute politiche.
L'incontro tra questi due mondi separati e' sempre descritto in toni
drammatici. Per Evgenija Ginzburg esso avvenne sulla nave che da Vladivostok
la portava a Magadan:
"Eravamo convinte che nella nostra stiva non ci sarebbe piu' stato posto
neppure per un gattino e invece vi sistemarono alcune centinaia di esseri
umani, se cosi' si possono definire quelle creature dell'inferno che
all'improvviso irruppero attraverso il boccaporto. Non erano comuni
malviventi, bensi' il fior fiore del mondo della delinquenza: recidive,
omicide, sadiche, maestre in perversioni sessuali. (...) Quando irruppe
nella stiva quel miscuglio di corpi seminudi, tatuati e di musi scomposti in
smorfie scimmiesche, pensai che avessero deciso di farci sterminare da una
folla di pazze furiose.
L'afa intensa fu come scossa dagli strilli, dalle combinazioni fantastiche
di parolacce, dal ghignare selvaggio e dal canto. Quelle donne cantavano e
danzavano sempre, battendo il tip-tap persino la' dove non c'era spazio
neppure per porre i piedi. Esse cominciarono immediatamente a terrorizzare
le 'frauen' (10), le 'sovversive'. Le entusiasmava l'idea che al mondo
esistessero i 'nemici del popolo', gente ancora piu' odiata e reietta di
loro.
Nel breve spazio di cinque minuti ci offrirono una dimostrazione delle leggi
della giungla: si impossessarono del nostro pane, strapparono dai nostri
fagotti gli ultimi stracci rimasti, ci cacciarono dai posti che occupavamo"
(Ginzburg, I, 496-497).
*
D'altro canto, e' noto che sia nei campi femminili che in quelli maschili
l'amministrazione usava normalmente i delinquenti comuni per dominare
meglio, o piu' semplicemente per tormentare di piu', la grande massa dei
deportati in base all'art. 58 del codice, ossia tutti i politici. Nella
cerchia delle delinquenti comuni anche all'interno del campo la vita
sessuale delle recluse, fossero etero- od omosessuali, era regolata dagli
stessi rapporti che la regolavano al di fuori del campo: le malavitose si
sottoponevano rassegnate alla legge del piu' forte, fosse esso un uomo o una
donna-maschio; le prostitute non trovavano ostacoli, nonostante le
apparentemente ferree regole che non avrebbero dovuto consentire nemmeno la
piu' piccola occasione di contatto tra uomini e donne, nel continuare ad
esercitare il loro mestiere, anzi spesso godevano della diretta complicita'
dei dirigenti del campo. Olga Adamova-Sliozberg dedica un capitolo delle sue
memorie, La baracca allegra, all'argomento:
"Trenta donne abitavano nella baracca delle 'politiche' e sette in un'altra
che veniva chiamata 'allegra'. Nella nostra baracca c'erano i giacigli a
pancaccio. Nessuno possedeva niente di proprio, ci coprivamo con delle
coperte militari e sotto la testa avevamo dei cuscini imbottiti di paglia.
Di giorno non ci stava nessuno, tranne l'addetta alle stufe. La sera ci
coricavamo presto, spossate per la fatica. Qualche volta capitava nella
baracca un libro e allora qualcuna leggeva ad alta voce al lume di un
rudimentale stoppino. Oppure ci raccoglievamo in piccoli gruppi sulle nostre
brande e si chiacchierava a bassa voce per non disturbare quelle che
volevano dormire.
Nella baracca 'allegra' il quadro era assai diverso. C'erano sette letti in
legno, con coperte a fiori rosa o celesti e i cuscini con le federe
ricamate. I ricami raffiguravano volti rosei di bambine con gli occhi
smisuratamente grandi, colombi, fiori, con frasi del tipo 'Vieni a trovarmi
in sogno, o mio diletto, senza di te non vivo', oppure 'Notte e giorno senza
di te non dormo'. Sopra i letti erano appesi dei tappetini di iuta, con su
ricamati gattini, cigni, fiori, giapponesine. Sul tavolo c'era l'oggetto
delle nostre invidie, un lume a petrolio con la campana di vetro.
Le ragazze della baracca 'allegra' non lavoravano insieme a noi e
rincasavano due o tre ore prima. Per di piu' si 'ammalavano' spesso e non
venivano a lavorare. Nella baracca si faceva festa fino a ben oltre la
mezzanotte, ululava l'armonica, risuonavano le voci delle ragazze ubriache e
crepitavano quelle rauche degli uomini. Saska Sokolov, il responsabile della
squadra, era un furfante odessita, furbo e lesto come un demonio; riceveva
gente delle miniere vicine, con la quale faceva sfoggio di ospitalita'
offrendo vodka e la compagnia delle ragazze" (Adamova-Sliozberg, 121-122).
*
A dire il vero, protettori tanto intraprendenti erano piuttosto rari, nella
maggior parte dei casi la prostituzione veniva esercitata sotto la forma di
un brutale scambio di merce e nelle condizioni logistiche piu' squallide.
Nell'uno e nell'altro caso, tuttavia, gli uomini cercavano sempre di
'reclutare' nuove prede. Si trattava per lo piu' di donne giovani, spesso
poco piu' che ragazzine, che erano finite nel lager come "politiche",
sebbene non avessero nulla a che fare con la politica nel senso proprio del
termine. Soprattutto durante la guerra venivano accusate di "sabotaggio",
reato colpito dal famigerato art. 58, le donne che si erano allontanate dal
lavoro senza permesso o che avevano "rubato" un pezzo di pane, oppure, in
qualunque epoca, venivano accusate di "spionaggio" tutte le donne che
avevano avuto un qualche rapporto con stranieri. La maggior parte di queste
donne sopportavano con dignita' la loro nuova condizione, ma molte ebbero un
cedimento vuoi a seguito di un atto di violenza carnale vero e proprio, vuoi
a seguito della predisposizione a subire una violenza psicologica in una
condizione di fame endemica. Questo tipo di donne corrisponde alla seconda
tipologia, tra quelle che abbiamo individuato: persone comuni che nel lager
si degradano fino al livello piu' basso. Racconta Ekaterina Olitskaja:
"Tra le detenute comuni era molto diffusa la prostituzione, ma anche tra le
condannate in base all'articolo 58, la percentuale di quelle che avevano un
amico o un protettore era abbastanza alta.
In un primo tempo nella regione di Kolyma venivano deportati soltanto
uomini, poi vennero anche le donne, ma la loro percentuale era molto bassa.
Il prezzo della donna era altissimo. Per possedere una donna gli uomini
erano pronti a trasgredire ogni regola, a compiere qualsiasi delitto. Le
donne venivano rapite, violentate, e abbandonate sul ciglio delle strade. Vi
furono casi in cui le donne venivano sottratte alla scorta armata e portate
nelle miniere, dove una folla di uomini in fila era ad attenderle. La
violenza collettiva su una donna veniva chiamata 'tramvai'.
Il mese dopo feci conoscenza con Anja. Lavoravamo nella stessa brigata. Nel
1938 lei era stata deportata a Kolyma in base all'articolo 58. I comuni se
la giocarono a carte. Il perdente doveva acciuffarla e consegnarla ai
compagni. Durante il lavoro attirarono Anja in un angolo nascosto e la'
dodici uomini la 'utilizzarono'. La sera, quando radunarono le donne per
ricondurle in zona, si accorsero dell'assenza di Anja. Dopo qualche ricerca,
la trovarono in condizioni spaventose e piu' morta che viva. All'infermeria,
contro ogni aspettativa, si riprese. Tento' di uccidersi piu' di una volta e
ogni volta fu salvata. Tutti conoscevano la storia di Anja. Dicevano che era
cambiata moltissimo dopo quello che le era successo. Quando la conobbi io,
era calma, fredda, ostile verso tutti, disprezzava gli uomini e le donne.
Indossava abiti volgari e provocanti, si truccava gli occhi, le
sopracciglia, le labbra. Alla mensa veniva di rado. Cedeva alle compagne
senza chiedere nulla in cambio la sua razione di pane e distribuiva
generosamente ghiottonerie d'ogni genere. Non so se avesse un amico o piu'
di uno" (Olitskaja, 323-324).
*
Generalmente queste donne, anche quelle che non avevano vissuto
un'esperienza cosi' drammatica come quella di Anja, non suscitavano un
sentimento di disprezzo nelle altre donne, ma semmai di commiserazione, ed
e' questo sentimento che e' dominante nella memorialistica femminile:
"'Ehi, carina, il mio compare qui vorrebbe scambiare quattro chiacchiere con
te...'.
'Scambiare quattro chiacchiere' e' una formula di cortesia, per cosi' dire
un tributo pagato alle buone maniere. Neanche il bruto piu' inveterato
comincia le trattative senza quella formula. Ma la galanteria finisce li'.
Successivamente le due parti passano a trattative ad alto livello, usando un
linguaggio del tutto libero da ogni convenzione.
'Sono magazziniere alla 'Burchala'...' (Una delle miniere piu' spaventose!)
'Cosi' ti posso dare zucchero-burro-pane bianco. Oppure stivali, valenki,
giubbotti quasi nuovi... So che sei una politica... Fa niente, ci si puo'
mettere d'accordo con la guardia. Naturalmente, costera' di piu'. C'e' anche
un casolare. A un tre chilometri da qui... Fa niente, si fan quattro
passi...'.
Il piu' delle volte questi compratori se ne andavano con le pive nel sacco.
Ma qualche volta l'affare si combinava. Amaramente, certo. Avveniva cosi', a
poco a poco: da principio lacrime, paure, turbamenti. Poi, apatia. E la voce
dello stomaco si faceva sentire sempre piu' forte, anzi, piu' che dello
stomaco, la voce di tutto il corpo, di tutti i muscoli, perche' era una fame
trofica, che disgregava l'albumina. A volte era anche la voce del sesso, che
si risvegliava, nonostante tutto. Ma soprattutto era l'esempio della vicina
di tavolaccio, che ingrassava, si rivestiva, cambiava le scarpe di corda,
umide e sbrindellate, con dei caldi valenki.
E' difficile capire fino in fondo come un uomo, spinto da forme di vita
disumane, a poco a poco perda la comune concezione di cio' che e' bene e
cio' che e' male, di cio' che e' concepibile e cio' che non lo e'. Ma e'
cosi'" (Ginzburg, II, 14-15).
*
Non suscitavano alcuna forma di pieta', invece, le donne che appartenevano a
quella che si potrebbe considerare la terza categoria della nostra analisi,
donne in cui l'istinto della sopravvivenza fisica si sposava a quello della
"sopravvivenza" ideologica. Erano queste le donne, comuniste convinte, ex
dirigenti del partito, dell'industria o delle istituzioni sovietiche, che
non volevano ammettere nemmeno davanti a se stesse la nefandezza di tutto il
sistema fuori e dentro il campo di concentramento, che continuavano persino
di fronte alla piu' lampante evidenza a credere nella spiegazione delle
"schegge che volano quando si taglia il bosco" (11), che riguardava solo la
loro persona e pochi altri. Nel campo assumevano il ruolo delle
collaborazioniste, si mettevano con i dirigenti, con i quali talvolta
allacciavano anche una relazione di carattere sessuale, ma sempre operavano
a danno delle altre deportate. Queste donne rappresentavano per le detenute
politiche il massimo dell'abiezione morale e, come tali, vengono descritte
nelle memorie. Loro, queste persone, in genere non hanno lasciato memorie.
Quello che sappiamo di loro, lo sappiamo attraverso i racconti dei
memorialisti, i quali testimoniano come abbiano subito la sorte peggiore
all'interno dei campi, vuoi perche' la mancanza di una resistenza
psicologica ne ha minato la capacita' di resistere fisicamente, e percio'
sono morte, vuoi perche' la cieca fede nel regime le ha portate a mettersi a
disposizione dell'apparato repressivo e, con cio' stesso, le ha spinte al
cedimento morale. Adda Vojtolovskaja, ad esempio, riporta con indignazione
che nel 1964 le "Izvestija" dedicarono un articolo d'encomio ad una certa
Zinaida Nemcova, che era stata una dirigente del partito di Leningrado. Il
suo comportamento durante l'inchiesta e nel lager e' cosi' ricordato dalla
memorialista:
"Per chiunque e' difficile accettare che ora la tua vita e' questa: pigiata
dentro una cella e sotto indagine, visto che, soprattutto, a venir arrestate
erano donne che costituivano il nerbo creativo della societa', donne
abituate a una vita impetuosa e intensa. Per l'ultraortodossa Nemcova, che
occupava un posto di comando, il colpo fu ancor piu' duro. Solo ieri era lei
a decidere chi si' e chi no, e oggi qualcuno aveva deciso di farla scendere
dalla giostra. Con ogni suo gesto, con ogni sua parola la Nemcova marcava e
dichiarava la propria ortodossia di partito e la propria irreprensibilita'.
Non si poteva negare la sua fermezza e nemmeno una sincerita' di tipo
particolare in lei. (...) Se qualcuna era chiamata all'interrogatorio,
Zinaida sollevava dal cuscino la sua piccola testa con i verdi occhi da
serpente e dalle sue strette labbra caparbie usciva un sibilo: 'Sii sincera
fino in fondo, non dire mezze verita'; fatti guidare dalla coscienza di
partito, renditi utile al partito'. I suoi ragionamenti non erano privi di
un'arida logica pragmatica: pensava che gli arresti e le repressioni fossero
giusti. Nella sua logica, pero', c'era una breccia, che la rendeva
vulnerabile: tutti erano stati arrestati giustamente, tranne lei, la
Nemcova. (...).
Nelle condizioni del campo la sincerita' fu rimpiazzata da un arido
dottrinarismo, la 'coscienza di partito' dall'opportunismo. Nel campo la
Nemcova divenne il braccio destro dell''educatore' (c'era una figura simile
in ogni campo o "sezione staccata"). La funzione era in se' abietta e, per
giunta, la persona che la ricopriva nel campo di Kocmes era losca e
abominevole. Tuttavia, la Nemcova trovo' un linguaggio comune con lui. Le
sue funzioni consistevano nel passare informazioni sullo stato d'animo dei
prigionieri. La sua volonta' di giustificare a tutti i costi quello che
stava accadendo l'aveva portata dritta dritta  a diventare una spia e
l'aveva messa contro i detenuti" (Vojtolovskaja, 75).
*
Secondo quanto riferiscono i memorialisti, il suicidio, o almeno il
tentativo di suicidio, in quanto la promiscuita' spesso ne impediva la
realizzazione, era piuttosto frequente sia come gesto di totale disperazione
che come forma estrema di protesta e di esercizio dell'ultima liberta'
rimasta. Nelle donne esso poteva assumere una forma del tutto particolare,
come confermano i casi di quelle prigioniere che si "buttavano via", per lo
piu' rendendosi vittime consapevoli della violenza maschile. Un caso di
questo tipo, quello dell'operaia Michalina Kotis, e' raccontato da Adda
Vojtolovskaja, che l'ebbe come compagna di viaggio nel convoglio che le
portava nell'estremo nord. Era una donna dal carattere deciso, che sembrava
comportarsi come se non fosse successo nulla e continuava a conservare un
atteggiamento da militante di partito, ma che spesso sedeva per ore a
fissare il vuoto. Ad un cero punto si offri' volontaria per andare a fare da
cuoca ad un gruppo di delinquenti comuni recidivi che venivano mandati nel
fitto del bosco al taglio del legname:
"Era chiaro a tutti a che cosa si condannava. Non tollerava la compassione.
Mi era estranea e io a lei, tuttavia, era evidente che nel suo intimo c'era
un profondo senso di disperazione. Nelle ultime settimane era diventata
tutta grigia.
'Michalina', le chiesi, 'perche' ci vai? Resta qui'.
'Non resterei per nulla al mondo! Non e' lo stesso dove si va a crepare? Non
ho nessuna voglia di star qui a leccarmi le ferite con voi. Non serve a
niente! La' saro' utile agli uomini! E perche' poi dovrebbero essere
peggiori di voi?'.
Cosi' parti' con i criminali per la taiga e fu come spazzata via dalla marea
umana. Nessuno ebbe piu' notizie di lei" (Vojtolovskaja, 85).
*
Infine, non era raro che tra detenute e detenuti nel campo nascessero
autentiche storie d'amore. Molti di loro si rendevano presto o tardi conto
che il ritorno sarebbe stato loro impedito per sempre. Molte donne
imparavano ben presto che la condanna a "dieci anni senza diritto alla
corrispondenza", comminata ai loro mariti, significava che erano stati
fucilati. Molti detenuti venivano rinnegati dai rispettivi consorti. Quando,
dopo aver scontato la condanna, gli ex detenuti scoprivano che la "liberta'"
significava obbligo di confino perpetuo, contraevano spesso matrimoni
"d'interesse" che, nel tempo, potevano anche trasformarsi in solide unioni.
Secondo le leggi del lager, l'amore era un sentimento bandito e severamente
proibito, ma, quando sbocciava, era un sostegno formidabile alla capacita'
di resistere:
"Dopo l'appello ci leggono un decreto della direttrice del lager, la
Zimmerman, sulle punizioni. La Zimmerman e' una persona istruita, ma non fa
altro che sottoscrivere decreti, redatti dal capoispettore. Brillano alcune
frasi come 'cinque giorni di cella di rigore con obbligo di recarsi al
lavoro' e 'cinque giorni di cella di rigore senza obbligo di recarsi al
lavoro'...
E finalmente ascoltiamo un punto del decreto che riesce a far ridere persino
noi, noi, gente umiliata, col cuore agonizzante, che magari per questa notte
non potra' usufruire della benedizione del pancaccio della baracca, ma si
tormentera' sulle abominevoli nodose assi della cella di rigore.
'Per relazione di detenuto con detenuta', legge il piantone di turno,
'concretatasi in sosta di cavallo per due ore... cinque giorni senza
obbligo...'.
Piu' tardi quella frase, 'relazione di detenuto con detenuta, concretatasi
in sosta di cavallo', diventera' proverbiale nel nostro lager. Ma ora il
riso si spegne presto, trasformandosi in paura. Hanno preso loro...
Lui e' un ex attore di Mejerchol'd, lei una ballerina. Per qualche tempo le
loro professioni li hanno posti in una condizione privilegiata nel lager. A
Magadan sono stati inclusi nella cosiddetta brigata culturale. E' un
teatrino all'antica, che allestisce spettacoli per i dirigenti, che muoiono
di noia in quei posti selvaggi, e permette ai suoi attori-detenuti di
rifocillarsi un po' meglio e da' loro la possibilita', con vari pretesti, di
passeggiare senza scorta, in relativa liberta'.
Cosi' essi si incontrano fuori dal lager. Ed e' la felicita'! Una felicita'
particolarmente acuta, forse perche' basata sulla coscienza  della sua
fragilita', della sua assoluta vulnerabilita'. La felicita' dura cinque
mesi. Poi si scopre che lei e' incinta. E per le donne incinte, nel lager
c'e' un itinerario ben preciso: trasferimento a El'gen, vicino alle
'mammine', al reparto bambini.
Il distacco. La 'mammina' riceve le scarpe di corda e la divisa da lavoro
pesante invece delle scarpette da ballo e del tutu'. Il figlioletto morira'
nella casa d'infanzia del lager, senza arrivare ai sei mesi.
Per potersi incontrare di nuovo con lei, lui simula una perdita di voce.
Recitare sul palcoscenico 'non puo'' piu' e l'addetto all'assegnazione del
lavoro, suo conoscente, anche se gli da' dell'asino, lo spedisce tuttavia
alla 'Burchala', una miniera non lontana da El'gen.
Ora, invece della vita beata del filodrammatico, lui sopporta di buon grado
tutti gli orrori della micidiale Burchala. Si estenua nei pozzi. Si ammala,
diventa un 'moribondo'. Qualche tempo dopo capita pero' nella brigata
culturale della taiga del Sevlag, che di tanto in tanto viene a El'gen a
consolare con un repertorio di varieta' la direzione, annoiata a morte.
Nelle ultime file lasciano sedere a titolo di incentivo qualche pridurok
(12) e qualche lavoratore 'd'urto'.
E si incontrano! Si incontrano! Soffocando di bruciante dolore e di gioia,
lei e' li', vicino a lui, dietro le quinte del circolo del lager di El'gen.
Invecchiata, a ventisei anni, spossata, imbruttita, sola, ma finalmente
ritrovata.
Soffocando, gli ripete sempre la stessa cosa: come assomigliava a lui il
piccolo, anche le unghiette delle manine erano tali e quali quelle del
papa'. E gli dice e ridice che il piccolo dopo tre giorni si e' preso una
dispepsia tossica, perche' a lei era andato via il latte, e il piccolo
doveva nutrirsi solo artificialmente. Continua a parlare, e lui continua a
baciarle le mani, mani ormai sporche, con le unghie rotte, e la prega di
calmarsi, le assicura che avranno ancora dei figli. E le mette nella tasca
della divisa tozzi di pane tenuti apposta da parte e zollette di zucchero
miste a briciole di tabacco.
Lui ha buone conoscenze fra i pridurki che contano. Cosi' riesce a farla
trasferire per via di 'raccomandazioni' a un lavoretto tranquillo, secondo i
parametri di giudizio di El'gen: carrettiera alla scuderia. E' quasi la
felicita'! Senza scorta! Lei incomincia a riprendersi. Si imbellisce di
nuovo. Riceve regolarmente bigliettini da lui. E in che cosa spera? Sono
condannati a dieci e a cinque anni, e' dura. Ma forse non e' nel futuro che
spera! Legge cento volte i bigliettini di lui, e ride di gioia.
E perche' improvvisamente i 'cinque giorni senza obbligo'? A quanto pare,
lui, con l'aiuto di alcuni potentati del lager, protettori dell'arte, e'
riuscito a ottenere una 'missione di lavoro' a El'gen e ha aspettato lei,
col suo cavallo, vicino al Volcok, a quattro chilometri dal lager. E
naturalmente hanno legato il cavallo, un cavallino jakuto, piccolo e con le
zampe storte, a un albero. Qualche verme li ha visti e ha fatto la spia alla
direzione. E cosi' si e' verificata la circostanza resa subito ufficialmente
passibile di cella di rigore: 'Relazione di detenuto e detenuta, sosta di
cavallo per due ore'.
Il controllo e' finito. Adesso arriva la scorta per accompagnare i colpevoli
in cella di rigore. 'Dopo la miniera, ha una pleurite cronica...'.
'Dov'e' lei?... C'e' un biglietto!'.
Katja Rumjanceva, una senza scorta, che porta l'acqua al lager su un bue, si
fa avanti. Brava! E' riuscita a far passare un biglietto nascondendolo alle
guardie.
'Grazie al cielo, va tutto a posto!', esclama felice lei, scorrendo il
biglietto. L'indomani e il giorno dopo hanno una recita per i dirigenti di
Jagodnoe. Percio' non lo metteranno in cella di rigore, avra' solo
un'ammonizione... Hanno bisogno di lui! Lei, lei sopravvivera' lo stesso...
E si avvia per prima verso la porta del carcere, andando incontro ai suoi
cinque giorni di tormenti con la sua elegante andatura di ballerina.
Invidiateli, gente!" (Ginzburg, II, 16-19).
*
Si e' reso doveroso e indispensabile chiarire i punti che, al di la' dello
stile e dell'impostazione di ogni singola memoria, possono essere
considerati caratteristiche comuni delle memorie lasciate dalle donne
rispetto alle peculiarita' della condizione femminile nel lager. Le
memorialiste sono ben conscie del fatto che molte donne sono sopravvissute
al lager a caro prezzo, ma questo non inficia affatto il quadro che emerge
dalle memorie femminili. Da questo quadro risulta, in modo limpido, che i
rapporti d'amicizia e solidarieta', la possibilita' di confrontarsi sugli
eventi e sostenersi materialmente e moralmente, l'abitudine a parlarsi e
confrontarsi sono stati gli elementi fondamentali che hanno loro consentito
di superare l'esperienza concentrazionaria. E' significativo che questi
stessi aspetti siano sottolineati anche da Margarete Buber-Neumann, che ha
subito la prova sia dei campi sovietici e di quelli nazisti, come validi in
entrambe le situazioni concentrazionarie: "Sono sopravvissuta alla Siberia e
a Ravensbrueck non tanto perche' ero una persona particolarmente forte dal
punto di vista fisico e nervoso, e neppure perche' non ho mai abbassato la
guardia al punto di perdere il rispetto di me stessa, quanto grazie al fatto
di avere sempre incontrato persone che avevano bisogno di me e, facendomi
sentire necessaria, mi gratificavano delle gioie dell'amicizia e del
contatto umano (Buber-Neumann, 212).
*
Si puo', in ogni modo, osservare che nessuna delle autrici consultate
ammette di aver subito una violenza, ma alcune raccontano di essere state
oggetto di tentativi di violenza, dai quali si sono in extremis salvate.
Molte di loro, invece, hanno vissuto storie d'amore, incontrando nel lager o
al confino quello che sarebbe diventato il loro secondo marito. Fare
chiarezza su questo punto e' fondamentale per un discorso che vada a toccare
la questione dell'attendibilita' e dell'oggettivita' delle memorie.
*
Attendibilita' e oggettivita' delle memorie sono problemi che attengono in
ogni caso alla natura del genere della scrittura memorialistica e che,
pero', le circostanze particolari della vita nel lager rendono piu' acuto.
Il forzato non aveva quasi mai la possibilita' di tenere un diario, di
conservare degli appunti o una qualunque cosa di tangibile. Le memorie,
invece, sono state scritte dopo il ritorno, talvolta molti anni piu' tardi,
da persone che, in alcuni casi, avevano trascorso nei lager anche 17-18
anni. Eppure sono ricchissime di avvenimenti precisi, nomi, storie personali
dei compagni di sventura incontrati moltissimi anni prima e mai piu'
rivisti; e tutto questo viene riportato talvolta con un'oggettivita'
impressionante, talvolta con "errori" molto significativi. Sotto questo
profilo la studiosa Irina Scerbakova mette a confronto due episodi
illuminanti. Il piu' drammatico riguarda la testimonianza orale, raccolta da
lei direttamente, di una certa Raisa P., una donna che era stata fatta
prigioniera dai tedeschi e che, per questo motivo, al suo ritorno in patria
era stata condannata al lager. Questa donna per tutti gli anni della
prigionia e successivamente, dopo che era stata rimessa in liberta', aveva
retto psicologicamente grazie alla convinzione di avere si', durante
l'inchiesta, "confessato", come facevano quasi tutti, ma di avere, alla
fine, rifiutato di firmare la propria fasulla confessione. Negli anni
Novanta volle andare a verificare di persona gli atti giudiziari che la
riguardavano e, scoprendo che la memoria l'aveva "tradita" e che anche lei
aveva firmato la confessione, ebbe un crollo psicologico (Scerbakova, 200).
*
L'episodio piu' significativo riguarda, invece, Evgenija Ginzburg. Molti
anni dopo la stesura delle memorie, nelle quali l'autrice riportava
dettagliatamente le domande che le erano state rivolte durante l'inchiesta e
le risposte che aveva dato, queste sono state confrontate, alla apertura
degli archivi, con i verbali degli interrogatori del suo caso e si e'
scoperto che l'autrice, ormai scomparsa, aveva ricordato con estrema
precisione le varie fasi dell'inchiesta (Scerbakova, 190). D'altro canto,
era stata la stessa Ginzburg a fare luce sui meccanismi che hanno reso
possibile una tale fedelta' dei ricordi:
"Sovente i lettori mi domandano come abbia fatto a ritenere nella mia
memoria una simile massa di nomi, di fatti, di localita', di versi.
La risposta e' molto semplice: ho potuto farlo perche' proprio questo -
ricordare per poi scriverne! - e' stato lo scopo fondamentale della mia vita
nel corso di tutti quei diciotto anni. La raccolta dei materiali per questo
libro e' cominciata  nel momento stesso in cui ho varcato per la prima volta
la soglia della cantina della prigione speciale dell'Nkvd. Durante quegli
anni non ho avuto la possibilita' di prendere appunti o di stendere abbozzi
del mio futuro libro. Tutto quello che ho scritto si basa solo sui miei
ricordi. Unici punti di riferimento nei labirinti del passato sono stati per
me i miei versi, anch'essi composti senza carta e matita, ma che, grazie
alla buona organizzazione della mia memoria, in particolare per la poesia,
si sono impressi con precisione nel mio cervello. Mi rendo perfettamente
conto del carattere 'casalingo' e artigianale dei miei versi di prigionia,
ma essi, in qualche misura, hanno svolto per me la funzione dei taccuini che
mi mancavano. E in questo sta la loro giustificazione" (Ginzburg, II,
403-404).
Non tutte le memorialiste manifestano eguale sicurezza circa l'oggettivita'
delle proprie memorie: "queste mie note non rappresentano una 'verita'
oggettiva'. Ho scritto cio' che si e' impresso nella mia memoria e secondo
il modo in cui esso effettivamente si e' impresso" (Olitskaja, 5), ammette
un'ex deportata nella premessa alla sua opera.
*
La Ginzburg, tuttavia, tocca un altro punto essenziale riguardo alla
memorialistica sui campi. Per le condizioni che si sono ricordate, infatti,
assume un'importanza rilevante la capacita' di esercitare la memoria nel
lager. La determinazione a ricordare, fin dal momento in cui si viene
privati della liberta', al fine di rendere testimonianza e' comune a molti
memorialisti e, soprattutto nelle donne, essa si associa alla capacita' di
scrivere versi. Anche Nina Gagen-Torn attribuisce un'importanza fondamentale
a questo tema, che sviluppa in modo particolarmente interessante.
Sopravvivere al lager, afferma, era possibile solo se si era in grado di
"evadere" dal lager nello spazio e nel tempo, ossia se si era in grado di
sovvertire le normali concezioni di spazio e tempo: "Nel XX secolo
l'umanita' non ha fatto altro che tentare di dominare lo spazio e il tempo,
accelerando incredibilmente le possibilita' di spostarsi nello spazio. E,
nello stesso tempo, ha privato milioni di uomini di qualunque spazio,
rinchiudendoli in prigione e nei lager. Questo sposta in loro le coordinate
del tempo: il tempo in prigione scorre come l'acqua tra le dita. (...) Si
puo' uscirne come si e' entrati o, se non si regge, uscirne pazzi... se non
si impara a spostarsi mentalmente nello spazio, portando l'idea-immagine
fino quasi alla realta'. A farlo senza ritmo pure si impazzisce. Il ritmo e'
un aiuto e una guida. Mi ricordo che una notte, sdraiata su un pancaccio
della prigione di Kresty, ho visto l'Africa" (Gagen-Torn, 107).
*
Parlando del "ritmo", Nina Gagen-Torn si riferisce alla capacita' di
comporre versi, e ricordarli a memoria, come gia' lo aveva fatto nella sua
testimonianza la Ginzburg. E non fu la sola, lei che era etnografa, a farsi
poeta nel lager. Come lei erano diventate poeti la storica Evgenija Ginzburg
o la funzionaria di un ente sovietico Olga Adamova-Sliozberg. Comporre versi
propri, recitare quelli dei grandi poeti, raccontare le opere della
letteratura erano tutte forme di esercizio della memoria che, se da un lato
aiutavano ad evadere chi le praticava, dall'altro si rivelavano anche una
preziosa forma di aiuto per gli altri detenuti. Quasi tutti i memorialisti
(Lipper, Olitskaja, Ginzburg, Salamov per citarne solo alcuni) ricordano di
quanta considerazione godessero coloro che sapevano mitigare le pene della
vita dietro il filo spinato con il racconto di una bella storia, persino tra
i criminali comuni, che normalmente tenevano nei confronti dei prigionieri
politici un atteggiamento ostile e violento: "Quando il narratore parla, la
baracca sembra meno tetra e meno fredda, la foresta meno solitaria ed
ostile; sembra che i giunchi tenaci della palude si pieghino volonterosi
alla forma del cesto; soprattutto, tacciono le bestemmie e le male parole,
tacciono le lamentele per la scarsita' del pane e del tabacco, e, cosa anche
piu' meravigliosa, questi uomini, questi prigionieri, i quali non solo hanno
sofferto tutto il male che gli uomini sono capaci di escogitare contro altri
uomini, ma ogni giorno debbono sopportare un nuovo male ed hanno dinnanzi a
se' anni di quotidiano tormento, possono piangere per una drammatica
invenzione di un inventato amore" (Lipper, 210).
*
Non permettere a se stessi d'abbrutirsi ed esercitare l'unica liberta'
rimasta, quella del pensiero, alleviava, pertanto, non solo la condizione
psicologica dell'individuo nel gulag, ma anche la sua vita materiale,
poiche' i "narratori" venivano sempre in qualche modo ricompensati. E' la
stessa Elinor Lipper a ricostruire a tutto tondo la figura di una di questi
narratori. Era un'insegnante di Mosca, certa Marija Nikolaevna M., con un
passato nell'"opposizione operaia", che le frutto' una condanna a dieci
anni. Magra e minuta, era, pero', dotata di una tenace capacita' di
resistenza. Nei primi tempi si era guadagnata l'odio delle altre
prigioniere, poiche' aveva la pretesa di eseguire bene il lavoro che le era
assegnato, senza preoccuparsi se questo la allontanava dal rispetto della
norma quantitativa di produzione. Ma poi tutto cambio' per lei quando si
rivelo' una stupenda narratrice:
"Indimenticabile rimarra' la giornata che passai con Marija Nikolaevna nella
foresta coperta di neve, dove spezzavamo i duri vimini gelati. Lavoro
facile, e lavoro terribile. A Kolyma vi e' abbondanza di vimini, ma pochi
sono quelli adatti a intrecciare i panieri. Bisogna dunque andare
lentamente, di albero in albero, di arbusto in arbusto, cercando i vimini
buoni, finche' se ne siano fatti dieci fagotti, grossi quanto basta per
prenderli con due braccia. Lavoro facile, cosi' facile che non basta a
riscaldarvi. Andar per il bosco a lenti passi, raccogliendo dei rami a
quaranta gradi centigradi sottozero, significa avere il sangue rappreso
nelle vene, le mani intirizzite che rifiutano di muoversi, i piedi mal
protetti trafitti dal gelo come da lame di coltello (...).
Ogni tanto, nella mia disperazione, andavo intorno battendo la neve con i
piedi e correvo nel fitto del bosco, perche' la mia compagna non mi sentisse
piangere come una bambina per il gran freddo. Ma tutto questo poteva durar
solo qualche minuto poiche' la quota, quella benedetta quota, doveva essere
raggiunta, e dieci fagotti dovevano esser pronti prima del calar della
notte.
Qualche volta, quando mi trovavo vicino a lei, Marija mi prendeva per il
braccio e intraprendeva una danza sfrenata nella neve che terminavamo con il
respiro corto e con alte risa, che parevano singhiozzi. Almeno per un
momento ci eravamo riscaldate. Ci curvavamo di nuovo sui vimini; e la sua
voce giungeva fino a me: 'Conosci il poema in prosa di Turgenev Come belle e
fresche erano le rose?'. Accennavo di no. Non so davvero dove quella donna
trovasse il calore, la forza per recitare; so soltanto che dimenticai tutto
quel giorno nella foresta, persino che da un ramo la neve cadeva e mi
bagnava il collo poiche', improvvisamente, la neve si era riempita del
profumo delle rose e le parole di Turgenev, nell'infinita vastita' della
foresta, disegnavano attorno a noi un cerchio che nessuna miseria umana
poteva spezzare.
Quando ebbe finito, andai da lei e l'abbracciai. Fin quando ci era possibile
gustare la bellezza, fin quando quella sensazione poteva fiorire a una
temperatura di quaranta gradi sotto zero che trapassava le nostre membra,
nulla poteva esser capace di abbatterci. Per questo l'abbracciai, sebbene
cio' non si usasse tra prigioniere" (Lipper, 212-213).
(Parte prima - Segue)

2. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

3. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1182 del 21 gennaio 2006

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