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La nonviolenza e' in cammino. 1183



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1183 del 22 gennaio 2006

Sommario di questo numero:
1. Sara Valentina Di Palma: Bambini italiani nella Shoah. una bibliografia
ragionata
2. Emilia Magnanini: "Abbi fiducia nell'alba, non nel dolore". L'esperienza
della deportazione nelle memorie delle recluse nei campi sovietici (parte
seconda e conclusiva)
3. La "Carta" del Movimento Nonviolento
4. Per saperne di piu'

1. MATERIALI. SARA VALENTINA DI PALMA: BAMBINI ITALIANI NELLA SHOAH. UNA
BIBLIOGRAFIA RAGIONATA
[Dalla utilissima rivista telematica "Deportate, esuli, profughe. Rivista
telematica di studi sulla memoria femminile", nel sito:
http://venus.unive.it/rtsmf, riprendiamo la seguente bibliografia apparsa
nel n. 3 del luglio 2005, fascicolo monografico sul tema "I bambini nei
conflitti. Traumi, ricordi, immagini". Sara Valentina Di Palma (Vigevano,
1977), studiosa della Shoah, laureata in storia contemporanea con una tesi
dal titolo Bambini e adolescenti nella Shoah. Storia e memoria della
persecuzione nazista e fascista, che ha vinto quattro premi ((Premio
Pontecorvo 2001; Premio Associazione Figli della Shoa' 2002; Premio Istituto
Storico della Resistenza di Pistoia 2002; Prix Fondation Auschwitz,
Bruxelles, 2002) ed e' stata pubblicata da Unicopli. Ha collaborato
all'organizzazione del convegno internazionale "Storia, verita', giustizia.
Il XX secolo e i suoi crimini" (Siena, 16-18 marzo 2000), curando la
pubblicazione degli atti del medesimo convegno e traducendo le relazioni
presentate in lingua inglese (Marcello Flores, a cura di, Storia, verita',
giustizia. I crimini del XX secolo, Milano, B. Mondadori, 2001). Tra il 2001
e il 2002 ha condotto, per conto del museo Amis di Roma (Associazione museo
intolleranze e stermini), una ricerca sulla persecuzione degli omosessuali
sotto il nazismo, per la realizzazione di un sito internet
(www.museodelleintolleranze.it) e di un cd-rom dedicati allo studio di
intolleranze e stermini nel Novecento. Ha partecipato ai due convegni
internazionali, "If This is a Man. The Life and Legacy of Primo Levi"
(Hofstra University, NY, 23-24 ottobre 2002) e "Beyond Camps and Forced
Labour. Current International Research on Survivors of Nazi Persecution"
(London, Imperial War Museum, 29-31 gennaio 2003): gli atti di entrambi i
convegni sono in corso di pubblicazione. Nel 2003 ha collaborato alla
realizzazione di un cd-rom sui totalitarismi nel XX secolo. Negli anni
accademici 2003/2004 e 2004/2005 e' collaboratrice e tutor degli studenti
del Master in Diritti Umani presso l'Universita' di Siena. Tra le opere di
Sara Valentina Di Palma: "Triangoli rosa. La persecuzione degli
omosessuali", in Francesco Soverina (a cura di), Olocausto/Olocausti. Lo
sterminio e la memoria, Odradek, Roma 2003; Bambini e adolescenti nella
Shoah. Storia e memoria della persecuzione in Italia, Unicopli, Milano 2004;
Le Edot ha Mizrah in Israele, in "Storia e Futuro", n. 5, ottobre 2004]

1. Testimonianze di bambini e adolescenti
Luigi Fleischmann, Un ragazzo ebreo nelle retrovie, Firenze, Giuntina, 1999.
Dal 1943, il quindicenne Luigi - ebreo di Fiume nato nel 1928 e internato
con la famiglia in Abruzzo, a Navelli - tiene un diario in forma di appunti
brevi sugli avvenimenti bellici e di disegni in cui ritrae sia paesaggi sia
gli episodi di guerra cui assiste personalmente. Il ragazzino, nascosto
sotto falsa identita' per non essere deportato dai tedeschi dopo l'8
settembre 1943, passa il suo tempo con altri internati, tra l'ascolto
clandestino della radio inglese, passeggiate e quotidiano appello presso i
carabinieri.
L'avvicinarsi del fronte e l'arrivo in paese dei tedeschi, che cercano la
sua e altre famiglie ebree, comportano in Luigi una brusca comprensione del
pericolo che sta correndo e del significato di essere ebrei sotto la Repubbl
ica Sociale Italiana che, insieme all'alleato nazista, e' intenzionata ad
attuare una dura persecuzione antiebraica in Italia. Per sfuggire al senso
di impotenza e alla paura di essere tradito da quanti hanno scoperto la vera
identita' della sua famiglia, Luigi si unisce ai partigiani della zona e
assiste in prima persona alle ultime scaramucce, alla ritirata tedesca e
all'arrivo delle truppe inglesi.
*
Donatella Levi, Vuole sapere il nome vero o il nome falso?, Padova, Il
Lichene Edizioni, 1995.
Si tratta di uno dei pochi casi in cui, come nelle testimonianze di Liliana
Treves Alcalay e di Lia Levi, l'autrice cela la rievocazione immedesimandosi
in se stessa bambina per suggerire meglio il senso di straniamento e
l'incapacita' dell'infanzia nella piena comprensione razionale dei fatti
visti o raccontati, che non sempre appaiono credibili. Il linguaggio e'
volutamente piano e semplice, la sintassi poco articolata, il ritmo
spezzato. Come Donatella stessa afferma (lettera a Sara V. Di Palma, 5
luglio 2000) "E' una testimonianza scritta il piu' possibile in linguaggio
infantile".
Nata a Verona nel 1939, la piccola Donatella si nasconde con la famiglia nel
Casentino e a Roma, dove vede la fine della guerra. Diversamente dalla
maggior parte dei testi memorialistici, nella testimonianza di Donatella il
discorso sul ritorno alla liberta' nel 1945 occupa uno spazio maggiore
rispetto alla persecuzione, e cio' risponde all'esigenza di descrivere come
per la bambina il mondo del dopoguerra sia piu' difficile da affrontare che
non la guerra stessa. L'arrivo a casa, per una bambina nata nel 1939,
coincide con il ritorno ad un nulla, a qualcosa di ignoto che appartiene al
mondo di un "prima" che per lei non e' mai esistito.
Si aggiunge, poi, l'angoscia di vedere anche gli adulti trasformarsi nella
"nuova" casa, come se anch'essi non fossero piu' gli stessi della fuga e del
nascondiglio a Roma. In Donatella si manifesta la paura degli spazi vasti e
vuoti nella casa sconosciuta, insieme al terrore di restare sola lontana dai
grandi che ha avuto sempre accanto.
Inoltre, nessuno le spiega cio' che sta accadendo, i discorsi che sente
sulla Shoah, il motivo per cui debba andare in chiesa pur appartenendo ad
una famiglia ebrea. Battezzatala alla nascita nella speranza di salvarla, la
madre pretende ora che Donatella cresca nel cattolicesimo ma cio' e' fonte
di contrasti in famiglia e di confusione nella bambina. Ella sente che il
dopoguerra non fa decisamente per lei, e' troppo complicato e doloroso;
decide percio' di non fare domande per evitare litigi in casa ma la sua
origine ebraica si scontra inevitabilmente con quanto apprende su Gesu' e
sulle "responsabilita'" degli ebrei.
Altri momenti salienti della sua testimonianza sono: la difficolta' di
comportarsi da adulta di fronte a genitori impauriti che sembrano bambini e
l'incapacita' di soddisfare la fragile emotivita' dei familiari rendendoli
felici; e, soprattutto, l'incomprensione della falsa identita'. Donatella si
trova all'improvviso con un nome nuovo, Maria Bianchi. Alla paura di
sbagliare il nuovo nome o di dimenticarlo si somma il timore che lei stessa
diventi un'altra o che la madre - a sua volta con una nuova identita' - muti
sotto i suoi occhi.
La piccola si convince che i nomi si possono regalare e ricevere, che ci
sono nomi pericolosi (quelli veri), nomi da ricchi (come Maria), negozi per
comprare i nomi. O, forse, i nomi si vincono e si perdono come nel gioco
delle carte, ma per uscire di casa e' assolutamente necessario avere di
nuovo il nome adatto. Forse i nomi si imparano a scuola, insieme ai
comportamenti per affrontare la guerra e salvarsi la vita.
*
Renzo Modiano, Di razza ebraica, Milano, Libri Scheiwiller, 2005.
A sette anni non ancora compiuti, Renzo scopre che l'8 settembre 1943 non
significa fine della guerra in senso tradizionale, ma inizio di nuovi
pericoli per gli ebrei. Nascosto in Abruzzo (a Civitatomassa) presso
conoscenti della famiglia, Renzo trascorre con il fratello Guido un autunno
campagnolo relativamente sereno, turbato dalla mancanza di notizie dei
genitori, fino a quando un altro conoscente del padre va a prendere i due
bambini. Insieme al fratello e poi da solo, Renzo e' costretto a cambiare
continuamente nascondiglio per ragioni di sicurezza. Lasciare la campagna
abruzzese significa anche, per il bambino, perdere compagni di giochi e una
vita spartana ma libera: a Roma e' costretto a restare sempre in casa e puo'
sgattaiolare fuori raramente per non essere visto dalla portinaia del
palazzo.
La testimonianza da' particolare rilievo al senso di ingiustizia per non
poter vivere insieme alla madre e al padre, che vivono altrove, cui si
aggiungono la gelosia per il fratello quando questi viene nascosto con i
genitori e il dolore per la perdita dell'amato zio, di cui non si hanno
notizie ma che il bambino intuisce essere morto, perche' "I tedeschi
prendono gli ebrei" (p. 83).
Nel marzo 1944 Renzo riesce ad ottenere di essere nascosto con i genitori e
con Guido; perche' la famiglia sia riunita manca ora solo la sorella Elena,
cui il bambino puo' fare solo rare e veloci visite.
La liberazione, invece, occupa poche pagine e corrisponde, secondo l'autore,
ad un rapido accelerarsi dei ricordi, che tra l'8 settembre 1943 e il 5
giugno 1944 si sono impressi come in fotogrammi e in "istantanee" (p. 115),
in una parentesi vorticosa e traumatica.
*
Emanuele Pacifici, "Non ti voltare". Autobiografia di un ebreo, Firenze,
Giuntina, 1993.
Le memorie di Emanuele appartengono alle testimonianze rese da quanti, come
anche Aldo Zargani, dichiarano esplicitamente di scrivere a distanza di
tempo e manifestano la volonta' di parlare per onorare la memoria sia dei
loro morti sia di tutte le vittime della Shoah, e soprattutto perche' i
giovani e le generazioni future facciano tesoro delle vicende narrate e ne
tramandino il ricordo.
Emanuele, nato nel 1931, viene nascosto in un convento e sopravvive alla
guerra. Nel suo racconto si intrecciano drammi personali - l'allontanamento
da casa dopo la morte di una sorellina in un incidente domestico e la
nascita del fratellino Raffaele - e il dramma storico della Shoah, che il
bambino vive in un istituto religioso dove e' nascosto con il fratello,
sotto falsa identita'. La fede lo aiuta sia a mantenere segreta la sua
origine ebraica, sia a non lasciarsi attrarre dal cattolicesimo per
riconoscenza o desiderio di appartenenza.
La liberazione, dopo l'emozionante incontro con un soldato della Brigata
Ebraica, assume nel suo racconto toni particolarmente dolorosi da un lato
con l'arrivo a Roma e la scoperta che tanti parenti, compresi i genitori,
non ci sono piu', dall'altro con gravi problemi di salute che gli
impediscono di partire alla volta di Eretz Israel, il futuro Stato ebraico.
*
Davide Schiffer, Non c'e' ritorno a casa... Memorie di vite stravolte dalle
leggi razziali, Milano, 5 Continents Editions, 2003.
Dopo un'infanzia serena, nel 1944 il sedicenne piemontese Davide, figlio di
matrimonio misto, vede arrestare e sparire per sempre il padre, ebreo. Piu'
delle leggi razziali, che comportano discriminazione, paura e precarieta'
economica, la scomparsa del padre - una non morte, un'impossibilita' di
elaborare il lutto in assenza di una sepoltura - e' l'evento che segna la
sua adolescenza, al punto che Davide decide di partecipare attivamente alla
lotta contro la dittatura nazifascista e si unisce ai partigiani insieme al
fratello Ede. Il senso di colpa per essere un "bravo ragazzo" (p. 85)
incapace di reagire con la forza e liberare il padre lo accompagnera'
sempre.
La vita da partigiano, che Davide ricorda nei particolari, significa guerra
vera, rastrellamenti, fame, stanchezza ma anche il senso di combattere dalla
parte giusta, per la liberta'. Diversamente dalla maggior parte delle
testimonianze, il ritorno alla vita occupa un ampio spazio nella narrazione,
in cui Davide descrive quello che in realta' e' un non ritorno: manca il
padre, non c'e' piu' una casa con una famiglia completa, e riprendere la
vita quotidiana e' difficile.
L'inizio della facolta' di medicina a Milano segna una svolta importante non
tanto per il cambiamento di vita, quanto per la scoperta della sorte del
padre, morto di consunzione ad Auschwitz pochi giorni prima della
liberazione del campo. La certezza della sorte paterna chiude il capitolo
dell'attesa e apre quello degli studi, delle amicizie, delle ragazze, di una
brillante carriera, in altre parole della vita dei suoi coetanei che non
avevano esperito la Shoah.
L'intreccio di testimonianza emotivamente sentita, considerazioni storiche,
filosofiche e letterarie, riflessioni personali sulla societa' italiana
nell'immediato dopoguerra, ne fanno un raro esempio in cui la vicenda
personale della persecuzione e' inserita nel contesto piu' generale della
storia umana.
*
Liliana Treves Alcalay, Con occhi di bambina (1941-1945), Firenze, Giuntina,
1994.
Gia' il titolo in se' e' espressivo per comprendere la prospettiva: come la
testimone afferma nella premessa (p. 12), si tratta de "La storia dei miei
primi cinque anni di vita visti con occhi di bambina". In un'intervista a
Sara V. Di Palma (11 ottobre 2000), Liliana afferma che "Nel momento in cui
ho dovuto scrivere [per il libro] e' stato proprio come un ripiombare o un
ritornare volutamente a quei momenti. Quello mi ha ancora di piu' fatto
venire a galla certe sensazioni. (...) cercavo di concentrarmi, di ritornare
bambina, innanzi tutto perche' volevo scrivere con quel linguaggio, e poi
perche' volevo ri-sentire le mie sensazioni. E le ho sentite, era una cosa
incredibile come ho rivissuto queste fasi di incredulita', di rabbia contro
gli adulti, di timidezza dopo, di non saper parlare. (...) E' stato un
processo di riflessione, ma poi proprio di ri-ascoltare e di ri-sentire le
sensazioni di una volta. La scelta di scrivere 'con occhi di bambina', con
il linguaggio infantile, e' stata voluta: lo volevo fare come una
testimonianza per i bambini".
Nata nel 1939, Liliana ha quattro anni quando, dopo l'8 settembre 1943, la
famiglia decide di nascondersi. Il suo primo contatto con la guerra e' molto
confuso e vago. Durante l'intero periodo della persecuzione, la bimba viene
tenuta all'oscuro degli eventi, nel tentativo forse di proteggerla e di non
gravarla con un peso eccessivo, sebbene il suo straniamento e la sua
incomprensione degli adulti aumentino a dismisura.
Come accade a Donatella Levi, anche Liliana assiste sgomenta alla debolezza
paterna di fronte alla paura che alla sua bambina e al resto della famiglia
possa accadere qualcosa di terribile, e analogo e' lo sgomento provato per
l'assunzione di un nuovo nome, elemento di disturbo psicologico.
Assai diversa e' invece l'esperienza, centrale nella testimonianza, della
fuga in Svizzera: non si tratta della fine delle sofferenze, ma anzi di un
nuovo doloroso capitolo. Liliana e' infatti costretta, similmente a molti
bambini nascosti presso altre famiglie nei territori occupati dal nazismo, a
cambiare di continuo sistemazione senza riuscire ad adattarsi, sballottata
da una casa all'altra dove la attendono persone non sempre affettuose e
disinteressate. E' il terzo luogo dove Liliana e' mandata, a causarle la
sofferenza piu' grande: ospitata da tre sorelle che l'hanno accolta solo per
usufruire delle sue tessere annonarie e che le mostrano apertamente
indifferenza e disprezzo, Liliana e' privata dei beni che le spettano e
inizia a deperire; a cio' si aggiunge lo sprezzante antigiudaismo cattolico
delle tre zitelle che la puniscono perche' non fa il segno della croce, non
va a messa e appartiene al popolo degli uccisori di Cristo. Le vessazioni
subite, ottengono in realta' l'effetto contrario, vale a dire il
rafforzamento dell'identita' ebraica della piccola, la quale non cede al
ricatto di dover fare il segno della croce e ogni sera recita lo Shema' come
raccomandatole dalla madre.
La liberazione significa dunque, per Liliana, non tanto la fine della
guerra, quanto la fine della disperazione, con l'arrivo dei genitori e dei
fratelli che la portano via dalla casa delle tre zitelle.
*
Aldo Zargani, Per violino solo. La mia infanzia nell'Aldiqua 1938-1945,
Bologna, il Mulino, 1995.
Tutti i bambini che sono passati attraverso la Shoah, sopravvivendo ad essa,
conoscono la medesima dilatazione di quella tragica esperienza, che Aldo
Zargani descrive come una "escrescenza dell'anima" (p. 14).
Nato nel 1933, Aldo e' nascosto durante la persecuzione in un convento con
il fratellino Roberto, prima di raggiungere i genitori rifugiati sulle
montagne gia' in mano ai partigiani, riuscendo a sopravvivere.
Centrali nella sua testimonianza sono sia la dolorosa umiliazione del livore
antiebraico che segue le leggi razziali nel 1938, sia l'esperienza presso i
religiosi cattolici - che sono a conoscenza della sua identita' ebraica e la
rispettano diversamente da quanto accade ad altri bambini.
Aldo non parla direttamente della fine della guerra che, del resto, per il
bambino non avviene con la ritirata delle truppe tedesche, se si considera
che la sua famiglia si trova gia' sulle montagne controllate dai partigiani
in un ambiente percio' non ostile - nonostante periodici rastrellamenti e
pericoli. Le sue memorie non si chiudono con la fine della testimonianza, ma
continuano sotto forma di lettera aperta al nipotino: epilogo e' il ricordo
dell'estate 1945, del ritorno alla scuola e all'infanzia. La fase della
liberazione vera e propria non trova posto, ne' forse ha senso, alla luce
della sofferenza patita in guerra e che ancora avvolgera' i sopravvissuti
nel computo tragico dei propri morti.
L'autore riferisce, quasi in conclusione del racconto, un altro tipo di
ricordo, una sorta di antitesi della liberazione. E' l'opposto speculare di
quel lieto fine implicito in ogni testimonianza: l'autore e' sopravvissuto,
la sua storia puo' essere raccontata in prima persona, come se cio'
implicasse una minimizzazione delle sofferenze patite da chi e' tornato
proprio per essere tornato e sminuisse il dolore per la perdita di tanti
parenti e amici. Ancora prima della liberazione, dunque, un episodio
drammatico segna il passaggio all'irrimediabile fine delle speranze - nelle
quali soprattutto il padre di Aldo cerca, contro l'evidenza, di convincere
se stesso che il peggio per il popolo ebraico sia la sterilizzazione: Aldo
ricorda le notizie carpite in modo discontinuo e disturbato da Radio Mosca,
nel febbraio del 1945, sulla liberazione di Auschwitz da parte dell'Armata
Rossa. In parte incomprensibili, le parole pronunciate alla radio non
lasciano dubbi sulla gravita' dello sterminio ebraico, in termini di
dimensioni e di modalita' di attuazione. Solo il nome del lager poi divenuto
simbolo della Shoah e del male assoluto non e' chiaro: "perche' Austerlitz?
Perche' il posto della battaglia di Napoleone?" (p. 204).
*
2. Curatele di testimonianze di bambini
Titti Marrone, Meglio non sapere, Roma-Bari, Laterza, 2003.
La giornalista Marrone ripercorre la vicenda di tre bambini ebrei deportati
nel 1944 con le madri ad Auschwitz: le sorelline Alessandra (detta Andra) e
Tatiana Bucci, di quattro e sei anni, e il cugino Sergio De Simone, di sei
anni. Figli di matrimoni misti tra due sorelle ebree e due uomini cattolici,
contrariamente alla norma del campo di sterminio i tre bambini e le loro
madri non sono condotti alle camere a gas appena giunti ad Auschwitz, ma
vengono immatricolati tutti e separati nel campo. L'istinto di sopravvivenza
porta i piccoli, come ricorda Tatiana, ad annullare immediatamente la
propria emotivita' ("non ricordo di aver mai ne' pianto ne' riso, ad
Auschwitz", p. 46) e a non porsi domande, in altre parole ad accettare le
regole del campo, a non cercare la madre neppure quando cessano le sue
visite e a non impressionarsi alla vista dei mucchi di cadaveri.
I tre bambini disimparano l'italiano e iniziano ad esprimersi nella babele
delle lingue del campo, fino a quando un evento ne divide i destini: Andra e
Tatiana, su suggerimento di una blockova che si era loro affezionata, non
cadono nel tranello della selezione, mentre Sergio, alla domanda del dottor
Mengele su chi volesse rivedere la mamma, non capisce l'inganno e fa un
passo avanti, un passo che significa deportazione a Neuengamme, essere cavia
umana di crudeli esperimenti pseudoscientifici ed impiccagione ad Amburgo,
nella scuola di Bullenhuser Damm.
Tatiana e Andra restano, invece, nel blocco 11 di Auschwitz sino alla
liberazione del campo, quando sono condotte a Praga. Qui ricordano i loro
nomi, ma non la loro provenienza, e per un anno e mezzo abitano in un
istituto per bambini ebrei orfani dove imparano il ceco e vivono in una
sorta di attesa, rotta nel marzo 1946 quando inizia, finalmente, il ritorno
all'infanzia: accolti nella campagna inglese di Lingfield con altri bambini
sopravvissuti ed educatori a loro volta scampati allo sterminio nazista, i
bambini sono per la prima volta seguiti psicologicamente e aiutati a
riappropriarsi del gioco, dell'istruzione, della curiosita' per il mondo
circostante, della propria sfera emotiva e affettiva.
La vita serena di Lingfield cessa, paradossalmente, quando i genitori delle
due bambine riescono finalmente a ritrovarle tramite la Croce Rossa e, nel
dicembre 1946, tornano in Italia, in un Paese di cui non conoscono piu' la
lingua e da una famiglia che non ricordano. Inizia una nuova, difficile fase
di adattamento, cui si aggiunge la difficile responsabilita' di soddisfare i
desideri della zia che spera nel ritorno di Sergio e di tutti gli altri
ebrei che non hanno rivisto i loro bambini, come ricorda Andra (pp. 10-11):
"Ci mettevano in mano tutte quelle foto e noi non sapevamo perche'. Le
guardavamo, ma ci sembrava di non riconoscere nessuno. Eravamo piccole,
probabilmente un po' impaurite, non avremmo voluto essere li' (...). Pero'
avvertivamo che ci si aspettava qualche cosa da noi. Istintivamente ci
sembrava difficile troncare quelle attese con dei no o alimentarle con dei
si'. Cosi' per non farci capire, io e mia sorella confabulavamo in ceco tra
noi, ci consultavamo per ogni foto che ci veniva mostrata (...). Avevamo
solo sette e nove anni, ci sentivamo pressate da tutta quella gente, e molto
confuse".
Anche se Sergio non tornera', sua madre Gisella non accettera' mai di
dichiararlo morto e ancora negli anni Ottanta, quando il giornalista
Guenther Schwarberg ha ormai identificato suo figlio in una delle piccole
vittime di Bullenhuser Damm, dichiarera' di dover diventare molto vecchia
per aspettare l'arrivo di Sergio.
*
Emanuela Zuccala', Sopravvissuta ad Auschwitz. Liliana Segre fra le ultime
testimoni della Shoah, Milano, Paoline Editoriale Libri, 2005.
Il primo capitolo della lunga intervista racconta la storia di Liliana, nata
nel 1930 e deportata ad Auschwitz con il padre dopo essere stata respinta
dalla Svizzera, qui un ufficiale li accusa di essere impostori, rimandandoli
in Italia dove li aspettano prima il carcere e poi il lager. Saliente nella
testimonianza e' il racconto dell'esclusione dalla scuola pubblica nel
1938 - evento particolarmente doloroso e incomprensibile per una bambina
cresciuta in una famiglia laica e agnostica, costretta a riconoscersi ebrea
e come tale discriminata - cui si lega una riflessione sulla debolezza
psicologica dovuta alla mancanza di un'identita' ebraica che avrebbe aiutato
Liliana ad affrontare meglio la persecuzione.
All'abbrutimento morale dei persecutori, la Segre contrappone il ricordo dei
detenuti comuni nel carcere milanese di San Vittore, capaci di pieta' e di
comprensione per gli ebrei che partono verso lo sterminio; il tentativo di
sopravvivere estraniandosi dal proprio corpo e dalla vita del lager per
vivere in una dimensione mentale astratta; e il regalo di una fettina di
carota cruda da parte di una donna durante le cosiddette "marce della
morte", in cui i nazisti in ritirata trascinavano con se' i prigionieri che
morivano di stenti lungo il cammino. Tuttavia, allo stesso tempo Liliana non
nasconde quelle che definisce con severita' le "mie poverta' morali di
allora" (p. 52): quella perdita di sensibilita' e di empatia necessari a
sopravvivere in lager e che portano la ragazzina a non voltarsi per
esprimere una parola di solidarieta' all'amica Janine condannata a non
passare la selezione e ad essere uccisa.
Il volume si occupa poi del lungo processo psicologico verso la scelta di
diventare una testimone della Shoah (capitolo II), delle difficolta' emotive
dell'immediato dopoguerra (capitolo III), e infine di alcune tra le numerose
lettere scritte dagli studenti che hanno ascoltato la testimonianza di
Liliana nelle scuole (capitolo IV).
Colpiscono soprattutto il faticoso processo di elaborazione della volonta'
di testimoniare - con motivazioni non solo pubbliche e legate all'importanza
della memoria, ma anche e soprattutto private: parlare a nome e nel ricordo
di quanti non sono sopravvissuti e il cui unico segno resta nelle parole del
testimone - e il parallelo percorso di ritorno alla vita, da quella che
Liliana definisce una sorta di ubriachezza di liberta' alla dolorosa
comprensione che i parenti e la societa' intera non vogliono ascoltare e non
comprendono la portata dello sterminio nazista; dal rapporto difficile con
il cibo e con il proprio corpo irriconoscibile alla sensazione di non poter
comunicare, fino all'incontro con il futuro marito e alla lenta
riappropriazione di se'.
*
3. Raccolte di testimonianze miste di bambini e di adulti
Chiara Bricarelli (a cura di), Una gioventu' offesa. Ebrei genovesi
ricordano, Firenze, Giuntina, 1995.
Il testo raccoglie, tra le altre testimonianze, quelle di alcuni bambini di
allora:
- Pupa Dello Strologo (nata nel 1935), la quale riesce a fuggire in Svizzera
con la famiglia). La sua testimonianza compare anche in Le non persone di
Roberto Olla;
- Elisa (detta Lilli) Della Pergola (nata nel 1930), che si nasconde e
sopravvive alla persecuzione ed e' intervistata anche da Nicola Caracciolo
in Gli ebrei e l'Italia durante la guerra 1940-45;
- Gilberto Salmoni (nato nel 1928) il quale e' catturato con la famiglia
poco prima di raggiungere la salvezza in Svizzera ed e' deportato a
Buchenwald.
*
Nicola Caracciolo, Gli ebrei e l'Italia durante la guerra 1940-45, Roma,
Bonacci Editore, 1986.
Contiene la testimonianza della gia' ricordata Elisa Della Pergola.
*
Bruno Maida (a cura di), 1938. I bambini e le leggi razziali in Italia,
Firenze, Giuntina, 1999.
Il volume, che raccoglie gli atti di un convegno svoltosi a Torino nel 1998,
ricostruisce le conseguenze della legislazione antisemita del 1938 sui
bambini ebrei di allora, soprattutto per quanto concerne la propaganda nella
scuola fascista, l'esclusione dalla scuola pubblica e l'ambiente scolastico
ebraico.
Rendono testimonianze, oltre ad Aldo Zargani e a Lia Levi,
- Esther (Susetta) Ascarelli: nata nel 1934, all'eta' di dieci anni fugge in
Svizzera insieme alla madre, al patrigno e alla sorellina Simonetta;
- Giovanni Finzi Contini. Nato nel 1933, si nasconde con la famiglia e
sopravvive alla Shoah.
*
Roberto Olla, Le non persone. Gli italiani nella Shoah, Roma, Rai Eri, 1999.
Olla intervista, oltre alla gia' menzionata Pupa Dello Strologo:
- Ida Marcheria (o Marcaria), nata nel 1929, deportata ad Auschwitz;
- Piero Terracina, nato nel 1928 e sopravvissuto ad Auschwitz.
*
Daniela Padoan, Come una rana d'inverno. Conversazioni con tre donne
sopravvissute ad Auschwitz, Milano, Bompiani, 2004.
Contiene l'intervista a Liliana Segre. Il lungo colloquio mira non tanto a
ricostruire la vicenda individuale di Liliana, quanto la peculiarita'
dell'esperienza femminile nel lager e la diversita' della memorialistica
prodotta.
Le donne (e Liliana, quando e' deportata, e' ancora una bambina) subiscono,
attraverso la rasatura, la nudita', la perdita del ciclo mestruale, una
brutale privazione della loro femminilita'. Il loro diverso modo di
affrontare l'esperienza concentrazionaria si riflette in una testimonianza
differente: le donne riflettono maggiormente sulla violazione del corpo,
sulla privazione della propria sessualita', sulle particolari umiliazioni
perpetrate da altre donne ma anche sulla solidarieta' femminile con le
compagne prigioniere.
Emerge poi l'importanza della testimonianza: Liliana ricorda di avere scelto
di testimoniare nel 1990, attorno al suo sessantesimo compleanno. Era
un'idea cui pensava da tempo, ma l'urgenza a parlare si manifesto' quando il
fenomeno negazionista divenne piu' vistoso agli occhi dell'opinione
pubblica: si deve raccontare prima che tutti i sopravvissuti siano morti.
*
Liliana Picciotto Fargion, Gli ebrei in provincia di Milano: 1943/1945.
Persecuzione e deportazione, Fondazione Centro di Documentazione ebraica
Contemporanea, Milano, Arcadia Edizioni, 1992.
Compaiono le interviste a:
- Tiziana Tedeschi Sforni (nata nel 1930), la quale si nasconde con la
famiglia;
- Ugo Del Monte (nato nel 1931) che riesce con la madre e la sorella a
fuggire in Svizzera;
- Miriam Romanin Guetta (nata nel 1940) che e' arrestata con la famiglia a
Milano, ma la guerra finisce prima che dal carcere di San Vittore sia
deportata verso la morte.
*
Giuseppe Vico, Milena Santerini (a cura di), Educare dopo Auschwitz, Milano,
Vita e Pensiero, 1995.
Contiene la testimonianza di Liliana Segre.
*
Voci dalla Shoah. Testimonianze per non dimenticare, Firenze, La Nuova
Italia Editrice, 1996.
Contiene la testimonianza di Liliana Segre.
*
4. Ricostruzioni delle vicende di bambini e adolescenti
Maria Bacchi, Cercando Luisa. Storie di bambini in guerra 1938-1945, Milano,
Sansoni, 2000.
Il testo intreccia ricostruzione storica, memorialistica e uso della
testimonianza, riflessioni personali e analisi psicanalitica per ricostruire
la storia dell'infanzia mantovana durante la seconda guerra mondiale - con
uno sguardo attento sia ai diversi gruppi di bambini, sia agli eventi.
Spiccano dunque le memorie diverse dei piccoli balilla e dei bambini ebrei,
le leggi razziali del 1938 e l'esclusione dei piccoli ebrei dalle scuole
pubbliche, la caduta del fascismo e l'armistizio, i bombardamenti e le
deportazioni.
Luisa Levi, adolescente ebrea deportata con la famiglia ad Auschwitz e che
compare anche nelle memorie della gia' citata cugina Donatella Levi e della
piccola compagna di prigionia Arianna Szoereny, e' il filo conduttore del
racconto.
*
Lidia Beccaria Rolfi, Bruno Maida, Il futuro spezzato. I nazisti contro i
bambini, Firenze, Giuntina, 1997.
Pionieristico lavoro storiografico iniziato da Lidia Beccaria Rolfi
vent'anni prima di riprenderlo con Bruno Maida, ricostruisce la vicenda
della Shoah infantile, soffermandosi anche sui bambini deportati dall'Italia
e dal Dodecanneso.
Riporta anche un'intervista ad Arianna Szoereny, nata a Fiume nel 1933 e
deportata con la famiglia prima a San Sabba e poi ad Auschwitz.
*
Maria Pia Bernicchia (a cura di), I venti bambini di Bullenhuser Damm,
Milano, Proedi Editore, 2005.
Basato su fotografie e su testi del giornalista Guenther Schwarberg, che ha
avuto il merito di scoprire e ricostruire la vicenda nonche' di assicurare
alla giustizia alcuni dei carnefici ancora in liberta', il testo ripercorre
l'orrore di dieci bambine e dieci bambini - tra cui il gia' ricordato Sergio
De Simone, unico italiano - prelevati dalla baracca 11 di Birkenau nel
novembre 1944 mediante una selezione condotta dal famigerato dottor Mengele
in persona. Perche' i bambini restino tranquilli, sono ingannati con la
promessa di vedere la mamma se si fanno avanti; tra quanti cedono sono
scelti dieci maschi e dieci femmine che il 27 novembre partono alla volta di
Neuengamme, lager situato vicino ad Amburgo. Vi arrivano il 29 novembre,
giorno del compleanno di Sergio.
In gennaio, il medico Kurt Heissmeyer inizia i suoi esperimenti sui bambini,
cui viene effettuato un taglio sotto un'ascella per introdurre i bacilli
della tubercolosi. Scopo dell'esperimento e' studiare le difese immunitarie
dei bambini e vedere se sviluppano anticorpi: il dottore vuole inventare un
vaccino per la tbc, diventare famoso, fare carriera. In marzo i bambini,
ormai apatici e seriamente malati, sono operati e vengono loro asportate le
ghiandole sotto l'ascella. Le ghiandole non presentano anticorpi e
l'esperimento e' fallito; e' l'aprile del 1945 e l'arrivo imminente degli
alleati impone l'eliminazione delle prove.
Il 20 aprile 1945, i venti bambini sono portati da Neuengamme ad Amburgo e,
nella scuola di Bullenhuser Damm ora vuota, impiccati "come quadri alla
parete", come dichiarera' nel 1946 uno degli assassini, Johann Frahm (p.
65).
Oggi Bullenhuser Damm e' di nuovo una scuola, dove il 20 aprile di ogni anno
avviene una cerimonia commemorativa per i venti bambini ebrei qui
assassinati. Ad Amburgo, dal 1995 venti strade portano il loro nome.

2. MEMORIA. EMILIA MAGNANINI: "ABBI FIDUCIA NELL'ALBA, NON NEL DOLORE".
L'ESPERIENZA DELLA DEPORTAZIONE NELLE MEMORIE DELLE RECLUSE NEI CAMPI
SOVIETICI (PARTE SECONDA E CONCLUSIVA)
[Dall'utilissima rivista telematica "Deportate, esuli, profughe. Rivista
telematica di studi sulla memoria femminile" (sito: http://venus.unive.it
/rtsmf) riprendiamo il seguente saggio. Emilia Magnanini e' docente di
storia del pensiero russo e di lingua, letteratura e cultura russa
all'Universita' di Venezia "Ca' Foscari". Tra le pubblicazioni recenti di
Emilia Magnanini: "L'Ucraina vista dai viaggiatori russi di fine '700", in
AA. VV., L'Ucraina del XVIII secolo, Cleup, Padova 2000; (a cura di),
Presenze femminili nella letteratura russa, Cleup, Padova 2000; "La
scrittura ironica come coscienza di se' delle minoranze etniche nella
letteratura russa: Metter e Iskander", in AA. VV. (a cura di A. Pavan e G.
Giraudo), Le minoranze come oggetto di satira, Eva, Padova 2001; "'Come si
chiama questo pesce?' La citazione letteraria nella prosa di Valerija
Narbikova", in AA. VV. (a cura di Annalisa Cosentino), Forum, Udine 2002;
"Alcune note su Achmatova e Puskin: il colloquio tra il poeta e l'editore",
in AA. VV. (a cura di G. Pagani Cesa e O. Obuchova), Studi e scritti in
memoria di Marzio Marzaduri, Cleup, Padova 2002; "Dall'altra parte
dell'inferno", in AA. VV. (a cura di Bruna Bianchi), Deportazione e memorie
femminili, Unicopli, Milano 2002]

In ogni caso, la memoria che veniva esercitata nel lager doveva essere
selettiva, non doveva toccare corde troppo personali, per non compromettere
l'equilibrio psichico del recluso:
"Ricordare? No, assolutamente no, se non volevi impazzire. Ricacciavi
indietro i ricordi e cercavi di riempirti il cervello con un'attivita'
meccanica, come ricordare dei versi o anagrammare parole lunghissime. Ma
qualche volta i ricordi avevano il sopravvento e la volonta' cedeva. Come me
ne pentivo dopo! (...).
Per fortuna, sempre piu' di rado ricordavo la mia vita d'un tempo. Lo
spirito di sopravvivenza mi induceva a non pensare, a non tormentarmi.
Cercavo di crearmi un'esistenza fantasma, per il carcere.  Cercavo di
costruirmi dei miei propri binari.
Zina Stanicina, la mia compagna di Solovki, era finita nella mia stessa
cella. Per passare il tempo insegnava a tutte l'algebra, la geometria, ci
preparava degli esercizi. Io raccontavo sottovoce i romanzi francesi"
(Adamova-Sliozberg, 67-68).
*
Se misurate in base alla scarna traccia dei fatti raccontati, le memorie
delle internate nel gulag, cosi' come quelle dei loro sventurati compagni
maschi, sembrano tutte uguali, ripercorrono tutto il calvario tipico del
deportato: l'arresto e l'illusione che l'equivoco sarebbe stato presto
chiarito; il dolore per la separazione dai familiari; l'impatto con la prima
cella, l'isolamento e i primi compagni di sventura; l'inchiesta e le torture
sia psicologiche che fisiche, la sbrigativa condanna, la prigione in attesa
di essere trasferiti al campo; la traduzione in vagoni stipati e le penose
condizioni di tutto il lungo trasferimento; l'arrivo nel campo; tutte le
fasi del vita in esso: la conta, la baracca, il lavoro e la norma
produttiva, il cibo, il bagno, la violenza, l'ospedale; ma anche l'attesa
della liberazione, talvolta la nascita di un nuovo amore, la liberazione, il
confino, il ritorno spesso in condizioni di clandestinita', le difficolta'
di riallacciare i rapporti con il mondo di fuori e, infine, altrettanto
frequentemente, il secondo arresto (moltissimi, infatti, furono i
"ripetenti", ossia coloro che subirono una seconda condanna). E via via,
fino alla morte di Stalin e al ritorno definitivo.
*
Da un certo punto di vista, le memorie rappresentano una sorta di "ipertesto
comune" (Scerbakova, 198), ma cio' e' vero solo in un senso, quello,
appunto, della successione degli eventi vissuti dal condannato. Nella
realta', invece, esse non sono affatto tutte uguali e, sebbene anche questo
aspetto sia rilevante, le diversita' non stanno certo nella maggiore o
minore dimestichezza che con la penna possano aver avuto i loro estensori.
Un criterio di diversificazione delle memorie e' rappresentato dal sesso del
loro autore. Come gia' si e' notato, infatti, e' caratteristico delle donne
un diverso approccio a tutte le problematiche poste dall'esperienza del
lager. Sicuramente esiste una relazione, come concorda la maggior parte
delle fonti, tra il modo con cui le donne hanno affrontato l'esperienza del
lager e il fatto che tra esse si sia rilevato un piu' alto tasso di
sopravvivenza e in condizioni migliori. Il problema e', semmai, di cercar di
capire se questa sia stata una relazione di causa o d'effetto. Probabilmente
il minor numero di vittime registrate non dipende dal fatto che, tra i
reclusi, la percentuale delle donne fosse decisamente inferiore e neppure
dal fatto che alle donne fossero assegnati lavori "piu' leggeri": se e' vero
che non venivano utilizzate nelle miniere, e' pur vero che erano comunque
impiegate in lavori molto pesanti, come il taglio del bosco, lo sterro, i
lavori edili, che erano spesso resi insopportabili dalle proibitive
condizioni climatiche, dalla lunghezza della giornata lavorativa e
dall'alimentazione insufficiente. Ancora Irina Scerbakova, nel suo prezioso
saggio che e' forse l'unico contributo che tenta un'analisi sistematica
sull'argomento, scrive che i sopravvissuti, nel tentativo di spiegare le
ragioni che hanno consentito il loro ritorno, tendono a dare tre tipi di
risposte: la purezza ideologica che alla fine ha trionfato, la straordinaria
forza morale del singolo, la fortuna. Quest'ultima risposta e', a parere
della studiosa, la risposta piu' sincera (Scerbakova, 199).
*
Ora, e' innegabile che in situazioni in cui il mondo sembra regolato dalle
leggi dell'assurdo, come quelle tipiche del sistema concentrazionario
sovietico, il caso (la fortuna) abbia avuto una parte importante.
Certamente, tuttavia, rilevante e' stata anche la capacita' dei singoli di
opporre resistenza, la volonta' di non lasciarsi andare, preservare la
propria dignita' umana. Nel caso delle donne si puo' senz'altro affermare
che, rispetto agli uomini, la maggiore resistenza psicologica del singolo e'
stata supportata dalla capacita' di non isolarsi, di non chiudersi in se
stesse, che e' diventata anche la ragione principale, e generalmente
riconosciuta, della loro piu' alta sopravvivenza. Nel lager le donne
instauravano piu' facilmente degli uomini rapporti d'amicizia e di
solidarieta' di gruppo; piu' degli uomini conservavano un legame forte con
il passato, la famiglia e, soprattutto, i figli, che costituivano anche la
principale ragione della volonta' di sopravvivere per poter tornare da loro.
Si puo' dire che lo spirito della maternita' costituisca l'asse portante dei
memoriali scritti dalle donne, nei quali la detenuta-autrice si presenta
spesso nel doppio ruolo di figlia e di madre (13).
*
Anche nelle memorie di Olga Adamova-Sliozberg spicca la figura della madre,
una donna mite che pero' non si arrese e, nonostante il rischio fortissimo
di essere a sua volta arrestata, continuo' a battersi per la revisione del
processo della figlia e per la sua liberazione. A volte, il legame con la
madre o con la figlia assume una sfumatura mistica, a testimonianza di
quanto i legami forti potessero rivelarsi fondamentali per la resistenza
psicologica del condannato, come si vede dai due significativi esempi che
seguono. Nel primo di essi la Sliozberg racconta che una volta che aveva un
enorme ascesso, il comandante del campo la mando' da sola e a piedi
all'ospedale:
"Il gelo era sopportabile, c'erano 35 gradi sotto zero e splendeva il sole.
Per raggiungere l'ospedale bisognava camminare per dieci chilometri. Il
dolore era passato. Avevo caldo, ero stanca per via  della notte insonne,
per il dolore, le lacrime e tutta la mia vita.
Decisi di riposarmi e mi distesi su un mucchio di neve. Fui subito invasa da
un dolce torpore e mi addormentai. Allora, non so se nel delirio o nel
sonno, vidi il volto della mamma, tutto rosso per la tensione e per l'ira.
'Alzati subito!', disse la mamma.
'Non mi svegliare mammina, sto cosi' bene! Voglio morire cosi', non voglio
soffrire piu'. Lasciami morire, mammina!'.
'Se tu muori ti riposi, e io? Vivro' pensando che non ti rivedro' piu', che
sei morta su un mucchio di neve. Io pero' non posso morire, perche' devo
tirare su i tuoi bambini!'.
Mi alzai e mi rimisi in cammino. Avevo la vista appannata e dopo mezz'ora,
esausta, mi distesi di nuovo su un mucchio di neve, e di nuovo vidi la mamma
e di nuovo mi alzai e ripartii. Mi ci vollero cinque ore per percorrere quei
dieci chilometri. Mi stendevo e mi rialzavo perche' vedevo il volto della
mamma.
Quando giunsi in ospedale caddi svenuta con quaranta e mezzo di febbre.
Restai la' una settimana. Il dottore si stupi' che avessi potuto percorre
dieci chilometri in quello stato" (Adamova-Sliozberg, 104-105).
*
Il secondo episodio e' raccontato da Nina Gagen-Torn ed e' riferito
all'epoca del suo secondo arresto:
"Nella prigione di transito, una notte, mi svegliai, scesi dal tavolaccio ed
uscii dalla baracca. Luminosa, luminosa quiete di giugno... Nel cielo
antelucano il primo moto del mattino...
Figlia mia, Galja mia, adesso il peso piu' grande grava sulle tue spalle.
Ladka e' piccola e la nonna e' vecchia, e' come un bambino. Contano su di
te, su di te... Chi e' sopravvissuto degli amici? Chi e' stato spazzato via
da questa nuova ondata? Chi vi aiutera'?
Dalla vicina ferrovia si sentivano ululare le sirene delle locomotive. Anche
il cuore ululava, come la sirena di una locomotiva: dove sei, figlia mia? Il
ritmo nacque come necessita', come unica possibile conversazione con Galja
(...).
Al mattino entro' la guardia di turno:
'Gagen-Torn!'.
'Qui!'.
'Il nome?'.
'Nina Ivanovna'.
'Prenda questo pacco', e lo apri'.
'Ma proviene da qua!', mi meravigliai.
'E' venuta sua figlia. Ha chiesto un incontro, ma il direttore non l'ha
concesso: da noi non sono ammesse le visite. Ha consegnato questo pacco.
Questa mattina e' andata via'.
Ecco perche' di notte avevo sentito con tanta insistenza le sirene delle
locomotive... ecco perche' pensavo a lei continuamente: Galja mia, Galja...
Era qua vicino. Ha visto il filo spinato dietro cui mi trattengono. Non e'
riuscita ad entrare. Non era lo spazio a separarci, ma il filo spinato"
(Gagen-Torn, 137).
*
Soprattutto, pero', le ex deportate, nelle loro memorie fanno riferimento al
proprio ruolo di madri e, in particolare, alla loro maternita' negata, che
si manifesta in un modo del tutto speciale. Parlare dei loro figli, del
dolore della separazione e dell'angoscia per il loro destino di ragazzi
abbandonati, fa troppo male. Certo, le memorialiste ne parlano, ma con una
sorta di pudore, come trattenendosi. Si crea, allora, come un vuoto, che
viene riempito dalla raccolta di innumerevoli episodi, storie di madri e di
figli con cui le autrici si sono incontrate o delle quali hanno sentito
raccontare. In questo senso le singole memorie cessano di essere una
testimonianza individuale e, prese nel loro insieme, funzionano davvero come
ipertesto, come testimonianza di una tragedia collettiva.
*
Naturalmente, questo vale non solo per il tema della maternita', ne' solo
per la specificita' femminile delle memorie. Tutti i memoriali presentano
questa caratteristica, che del resto e' insita nelle peculiarita' del genere
(chi racconta di se', si vede inserito in uno o piu' gruppi sociali piu' o
meno ampi e con essi o con i singoli si confronta). Semmai sono diversi gli
spaccati che di questa tragedia collettiva emergono dalle memorie degli
uomini e delle donne. Nelle prime si fa maggiormente leva sulla violenza,
sull'abbrutimento, sulla lotta contro tutti dell'individuo che pensa solo a
salvare se stesso e, tutt'al piu', a non nuocere agli altri (14). Nelle
seconde piu' sui temi intimi, anche se vissuti specularmente nelle storie
degli altri, e sulla solidarieta'. Nelle memorie delle donne si nota,
infine, una maggior propensione alla ricerca delle motivazioni, un maggior
bisogno di rendersi conto del perche' degli eventi, mentre nelle memorie
degli uomini e' piu' forte lo spirito di contrapposizione e di negazione.
*
Tutto questo costituisce ancora solo un primo approccio al problema. Come si
e' detto, in una prima fase la nostra conoscenza del gulag fu affidata solo
alle testimonianze delle vittime e, poiche', come e' ben noto, proprio in
quella prima fase l'umanita' si dovette scontrare anche con i tentativi di
negazione del fenomeno dei campi di lavoro, possiamo affermare con Todorov
che la memoria ha vinto la sua battaglia sul nulla (Todorov, 147). Ora la
parola e' agli storici che sono finalmente messi nelle condizioni di poter
analizzare documenti e fatti. Parallelamente, negli ultimi anni sono usciti
e continuano a uscire sempre nuovi memoriali, sebbene la pubblicazione di
studi e memorie stia in qualche modo rallentando rispetto ai primi anni
della perestrojka. Cio' potrebbe significare che si sta facendo strada una
nuova, preoccupante tendenza all'oblio o al silenzio. Allora, forse, proprio
una analisi sistematica e comparativa tra i risultati conseguiti fino ad ora
dagli storici e la parola di chi ha vissuto gli eventi in prima persona
potrebbe contribuire a dare una risposta agli interrogativi di ordine morale
che le tragiche vicende del secolo passato continuano a porci.
*
Bibliografia essenziale
- Adamova-Sliozberg, Olga, Il mio cammino, Firenze, Le lettere, 2003.
- Applebaum, Anne, Gulag. Storia dei campi di concentramento sovietici,
Milano, Mondadori, 2004.
- Buber-Neumann, Margarete, Prigioniera di Stalin e Hitler, Bologna, Il
Mulino, 1994
- Gagen-Torn, Nina, Memoria, Moskva, Vozvrascenie, 1994 (Una parziale
traduzione, a cura di Arianna Piepoli, e' pubblicata nella n. 1 di questa
rivista).
- Ginzburg, Evgenija, Viaggio nella vertigine, Milano, Mondadori, vol. I,
1967; vol. II, 1979.
- Lipper, Elinor, Undici anni nelle prigioni e nei campi di concentramento
sovietici, Firenze, La nuova Italia, 1952.
- Olitskaja, Ekaterina, Memorie di una socialrivoluzionaria, Milano,
Garzanti, 1971
- Razgon, Lev, La nuda verita', Napoli, L'ancora del Mediterraneo, 2000.
- Salamov, Varlam, La mia prosa, in Id., Nel lager non ci sono colpevoli, a
cura di Laura Salmon, Roma-Napoli, Theoria, 1992.
- Scerbakova, Irina, Remembering the Gulag. Memoirs and Oral Testimonies by
Former Innates, in Reflections on the Gulag, a cura di E. Dundovich, F.
Gori, E. Guercetti, Milano, Feltrinelli, 2003.
- Sirotinskaja, Irina, Responsabilita' e moralita' della parola in Varlam
Salamov, in Storie di uomini giusti nel Gulag, a cura di Gabriele Nissim,
Milano, Bruno Mondadori, 2004.
- Solzenicyn, Aleksandr, Archipelag Gulag, v. I, Kemerovo, Kemerovskoe
kniznoe izdatel'stvo, 1990.
- Todorov, Tzvetan, Memoria del male, tentazione del bene, Milano, Garzanti,
2004 (I, 2001).
- Vojtolovskaja, Adda, Po sledam sud'by moego pokolenija, Syktyvkar, Komi
kniznoe izdatel'stvo, 1991 (una parziale traduzione, a cura di Gladys
Pierobon, e' pubblicata nel presente numero di questa rivista).
Zaslavskij, Viktor, Margarete Buber-Neumann, testimone del proprio secolo,
in Buber-Neumann, cit.
*
Note
1. Irina Scerbakova, riportando l'esempio di Ruf Tamarina, che scrisse le
sue memorie solo moltissimi anni dopo la prigionia, quand'era ormai
un'anziana signora settantenne, afferma esplicitamente "the reason why she
did not write it earlier was not that she could not remember but because she
did not want remember all those hard and frightful things that happened to
her during the investigation of her case and in the camp. And above all
because it was terrifying to her" (Scerbakova, 201).
2. Persino un'opera monumentale come Arcipelago Gulag di Solzenicyn si e'
basata soprattutto sulla raccolta dei racconti, dei ricordi e delle lettere
di 227 testimoni oculari (Solzenicyn, 9).
3. Evgenija Ginzburg inizio' a scrivere le sue memorie nel 1959. L'opera,
Krutoj marsrut, in due volumi venne pubblicata per la prima volta a Milano
nel 1967 e nel 1979, contemporaneamente alla traduzione italiana. In Russia
le sue memorie sono state pubblicate solo nel 1990.
4. Salamov scrisse i Kolymskie rasskazy tra il 1954 e il 1973. Videro la
luce per la prima volta a Londra nel 1978 per le edizioni Overseas
Publications Interchange, traduzione italiana I racconti di Kolyma, Torino,
Einaudi, 1999. Anche quest'opera venne pubblicata in Russia solo dopo la
perestrojka.
5. La storia del suo Arcipelago Gulag e' estremamente significativa.
Concepito nel 1958, esso venne realizzato dallo scrittore, negli anni
1964-'68, in condizioni difficilissime: Solzenicyn scriveva in localita'
segrete, preoccupandosi di proteggere la propria opera dai possibili
sequestri da parte della polizia. Nel 1968 l'Arcipelago venne portato
clandestinamente all'estero e qui pubblicato (i tre volumi dell'edizione
italiana, curati da Mondadori, sono usciti rispettivamente nel 1975, 1978 e
1984). Solo nel 1988, con la pubblicazione nella rivista "Novyj mir",
l'opera divenne "legale" in patria, sebbene naturalmente, come tantissime
opere proibite, avesse circolato nella forma del samizdat o del tamizdat
(copie dattiloscritte prodotte entro i confini dell'Urss, la prima; edizioni
a stampa pubblicate all'estero e introdotte illegalmente nel paese, la
seconda).
6. Per un riscontro empirico si veda la Bibliografia delle memorie delle
donne e degli adolescenti reclusi nel gulag (si veda il n. 1 di questa
rivista) dalla quale risulta che solo il 30% delle memorie pubblicate e'
uscito prima del 1989, naturalmente fuori dei confini della Russia.
7. Un'amplia bibliografia commentata sui campi di lavoro sovietici e' stata
pubblicata da H. Kaplan (The Bibliography of the Gulag today, in Reflections
on the Gulag, cit., pp. 225-298).
8. Sull'argomento dei bambini e degli adolescenti nel gulag segnaliamo: Deti
GULAGa. 1918-1956, Moskva, 1998 e L.A. Eggi, Repressirovannye do rozdenija,
Odessa, 1993.
9. Tra i rarissimi studi dedicati alla condizione femminile nei lager
sovietici ricordiamo: V.A. Berdinskich, Istorija odnogo lagerja: Vjatlag,
II, Moskva, 2001 e A.R. Kukuskina, Akmolinskij lager zen "Izmennikov
Rodiny". Istorija i sud'by, Karaganda, 2002.
10. Viene qui impropriamente tradotto cosi' il termine "fraer" che nel
linguaggio malavitoso designa i non malavitosi.
11. Questo proverbio russo, che pare fosse molto caro a Stalin, veniva
utilizzato per giustificare il sacrificio di vittime innocenti nel corso
della costruzione della societa' comunista.
12. Detenuto imboscato in un posto "redditizio" (come magazzini, mense ecc.)
oppure in un ufficio. In teoria era un privilegio che spettava solo ai
delinquenti comuni, ma poiche' questi non avevano la preparazione
necessaria, in pratica molti politici riuscirono a salvarsi esclusivamente
perche' avevano ottenuto un posto di questo tipo.
13. Si vedano, in questo stesso numero, alla rubrica documenti, le memorie
di Adda Vojtolovskaja.
14. Particolarmente drammatici, in questo senso, sono i racconti di Salamov.
Fanno eccezione, invece, le memorie di Dmitrij Lichacev (Vospominanija, S.
Peterburg 1995, traduzione italiana a cura di C. Zonghetti, La mia Russia,
Torino, Einaudi, 1999), il quale fu deportato alle Solovki tra la fine degli
anni venti e i primi anni trenta, quando tra i prigionieri politici si
conservavano ancora le tradizioni stabilitesi all'epoca precedente la
rivoluzione, tradizioni che scomparvero completamente durante il terrore di
massa.
(Parte seconda - Fine)

3. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

4. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1183 del 22 gennaio 2006

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