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La domenica della nonviolenza. 57



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 57 del 22 gennaio 2006

In questo numero:
1. Silvia Romero: Un'introduzione alla testimonianza di Liliana Segre
2. Liliana Segre: Una testimonianza

1. RIFLESSIONE. SILVIA ROMERO: UN'INTRODUZIONE ALLA TESTIMONIANZA DI LILIANA
SEGRE
[Dalla utilissima rivista telematica "Deportate, esuli, profughe. Rivista
telematica di studi sulla memoria femminile", nel sito:
http://venus.unive.it/rtsmf, riprendiamo il seguente testo.
Silvia Romero Fucinos, nata a Melide (Galizia, Spagna) nel 1976, storica, fa
parte del comitato di redazione di "Deportate, esuli, profughe. Rivista
telematica di studi sulla memoria femminile", ed e' responsabile del settore
Immagini e cinema della rivista.
Liliana Segre, nata a Milano nel 1930, deportata ad Auschwitz, testimone
della Shoah. Tra le opere che recano interventi e testimonianze di e su
Liliana Segre: Daniela Padoan, Come una rana d'inverno, Bompiani, Milano
2004; Emanuela Zuccala', Sopravvissuta ad Auschwitz. Liliana Segre fra le
ultime testimoni della Shoah, Paoline Editoriale Libri, Milano 2005]

Doveva essere migliore degli altri il nostro
ventesimo secolo.
Non fara' piu' in tempo a dimostrarlo,
ha gli anni contati,
il passo malfermo,
il fiato corto. (...)
Come vivere? - mi ha scritto qualcuno
a cui io intendevo fare
la stessa domanda.
Da capo, e allo stesso modo di sempre,
come si e' visto sopra,
non ci sono domande piu' pressanti
delle domande ingenue.
(Wislawa Szymborska, Scorcio di secolo)

Il 6 dicembre del 2001, Liliana Segre racconto' nell'auditorio di Santa
Margherita a Venezia la sua esperienza di ragazza deportata nel campo di
concentramento di Birkenau ad Auschwitz. Questa che qui riportiamo e' la sua
testimonianza.
Dare testimonianza non e' un atto spontaneo, e' una scelta. Come molti altri
sopravvissuti, Liliana Segre e' rimasta in silenzio per molto tempo e solo
nei primi anni '90 ha scelto di parlare, "facendo del dolore dei ricordi uno
strumento di forte valenza etica". Chi legge il suo racconto puo' percepire
questo processo.
*
Nella prima parte della sua storia ci spiega il passaggio dalla vita normale
di bambina milanese, alla vita di chi deve rinunciare alla propria
identita'. La narrazione inizia con un chiarimento importante: "la mia
famiglia era ebraica agnostica, cioe' non frequentavamo il Tempio o ambienti
ebraici". Come tante altre persone, infatti, Liliana Segre acquisisce la
consapevolezza di essere ebrea attraverso il dramma delle leggi razziali e
infine attraverso l'esperienza della deportazione in un campo di
concentramento e sterminio. Ci racconta l'imbarazzo del padre nello
spiegarle che, siccome erano ebrei, lei non poteva piu' frequentare la
stessa scuola ("Io che mi sentivo cosi' uguale a tutte le altre
bambine...").
La narrazione e' piena di dettagli che riguardano la quotidianita' e lo
svilupparsi del conflitto: i bollettini di guerra che informano su quanto
succede nel resto d'Europa, il trasferimento in un luogo a minor rischio di
bombardamenti, il crescendo delle leggi razziali, l'8 settembre. Da allora
non si tratta piu' di adattarsi a rinunce continue, bisogna proteggersi in
modo ancora piu' accurato; per questo Liliana e suo padre tentano senza
esito la fuga verso la Svizzera. Poi le carceri: il carcere femminile di
Varese, il carcere di Como e infine il carcere di San Vittore a Milano. La'
arrivo' la deportazione: "un pomeriggio entro' un tedesco nel raggio ed
elenco' 605 nomi (...). Era la deportazione a cui non avevamo creduto: la
gente diceva non e' possibile che mandino degli italiani fuori del paese".
Nell'istante preciso in cui lascia quel carcere Liliana Segre situa il
distacco tra il mondo che aveva e il mondo che trovera' poi: "furono gli
ultimi uomini...". Si riferisce ai detenuti comuni del carcere di San
Vittore, che vedendoli partire, capiscono la gravita' di quello che sta
accadendo e gridano loro parole di incoraggiamento: "Dio vi benedica, non
avete fatto niente di male (...) Ci vedevano dalle loro celle e ci
lanciavano arance, biscotti, guanti, di tutto".
Il viaggio in treno, la gente ammassata nei vagoni, e' un aspetto della
deportazione che nelle testimonianze ritorna spesso. Liliana Segre non solo
lo racconta, ma riesce anche a teorizzarlo, individuando tre fasi: la fase
del pianto, la fase surreale ("gli uomini pii si riunivano al centro del
vagone, pregavano e lodavano Dio, era un momento di tensione fortissima") e
la fase del silenzio. Scese dal treno "dove ancora qualcuno ci chiamava
amore, tesoro (...)", le donne non destinate direttamente alla camera a gas
sono avviate a piedi alla sezione femminile del campo di Birkenau.
*
Inizia cosi' la seconda parte della testimonianza: dopo la prima parte in
cui il racconto e' quello individuale di "una bambina amatissima" che aveva
per lei suo padre, i nonni, una casa (l'autrice usa sempre l'espressione al
singolare "mi ricordo"), ne inizia una seconda in cui esperienza individuale
e collettiva si intrecciano: "noi le donne del campo di concentramento",
"noi i sopravvissuti".
Abbiamo in questa seconda parte il racconto della vita all'interno del
campo: il lavoro, le selezioni per la camera a gas, il grigiore della neve
dovuto alle ceneri. Liliana Segre non ci nasconde niente: la competitivita'
tra le detenute, l'ossessione costante della fame. Ma ci sono anche le
virtu' estreme su cui ha scritto Tzvetan Todorov, parlando dell'ultimo
periodo di prigionia: "nelle prime ore di pomeriggio, non mi ricordo se si
allentasse la sorveglianza o se avessimo il permesso di uscire dietro la
baracca, uscivamo e prendevamo quel tiepido sole dell'Europa del nord".
A fine gennaio del 1945 lei e le altre detenute sono state portate dal campo
di Birkenau al sottocampo di Marchow nel nord della Germania: fu una lunga
marcia attraverso la Polonia e la Germania dove morirono moltissimi
prigionieri. In questo sottocampo, a lei e alle sue compagne, arrivarono i
primi segni della futura sconfitta nazista: i soldati francesi, prigionieri
nello stesso luogo, dicevano loro "di non morire, di stare vive e serene
perche' la guerra sta[va] per finire, perche' sta[va]no per arrivare gli
americani da una parte e i russi dall'altra". Si', da una parte arrivarono
gli americani, "bellissimi", che distribuivano sigarette e cioccolato;
dall'altra parte arrivo' l'Armata rossa "composta da ufficiali a cavallo
senza sella e carri armati cigolanti".
*
Lei, come tutti i sopravissuti, e' passata dalla normalita' (qualunque cosa
si nasconda dietro questa parola), al campo di concentramento e sterminio,
simbolo, dal secondo dopoguerra in poi, della "non vita"; e ancora dal campo
di concentramento alla normalita'. E' in questi passaggi che storia e
memoria si confrontano. Le testimonianze sono una fonte indispensabile e
preziosa, non solo e non tanto per capire cosa e' successo, ma per
riflettere sul legame tra quel passato e questo presente.
C'e' ancora nelle parole di Liliana Segre un'ultima riflessione che riguarda
l'importanza della testimonianza: testimoniare per creare memoria, adesso
che la generazione che ha vissuto in prima persona questa esperienza si sta
esaurendo.

2. MEMORIA. LILIANA SEGRE: UNA TESTIMONIANZA
[Dalla utilissima rivista telematica "Deportate, esuli, profughe. Rivista
telematica di studi sulla memoria femminile", nel sito:
http://venus.unive.it/rtsmf, riprendiamo la seguente testimonianza]

Mi chiamo Liliana Segre, sono nata a Milano nel 1930 e a Milano ho sempre
vissuto. La mia famiglia era ebraica agnostica, cioe' non frequentavamo il
Tempio o ambienti ebraici. Io ero una bambina amatissima, vivevo in una
bella casa della piccola borghesia, insieme a mio padre e ai miei nonni
paterni, in quanto la mia mamma era morta poco dopo la mia nascita.
Mi ricordo la sera di fine estate del 1938: avevo fatto la prima e la
seconda elementare in una scuola pubblica del mio quartiere, quando mio padr
e cerco' di spiegarmi che siccome eravamo ebrei, non sarei piu' potuta
andare a scuola. Quel momento ha segnato una cesura tra il prima e il dopo;
era difficile per mio padre, con un sorriso commosso, spiegarmi quel fatto:
io che mi sentivo cosi' uguale a tutte le altre bambine, invece ero
considerata diversa.
Mi ricordo la fatica di dover cambiare scuola e di non dover dire mai niente
nei primi giorni nella nuova scuola di quella che io ero al di fuori delle
mura scolastiche. Le bambine con le quali ero stata a scuola nei primi due
anni, quando le incontravo per strada, mi segnavano e dicevano che io non
potevo piu' andare nella loro scuola in quanto ero ebrea. Io sentivo e
vedevo quelle risatine e non capivo perche' facessero cosi'.
Mi ricordo come cambio' la nostra vita: ad esempio suonavano alla porta, mia
nonna andava ad aprire ed io dietro di lei; erano dei poliziotti che
venivano a controllare i documenti. Mia nonna, piemontese, li faceva
accomodare in salotto e offriva loro dei dolcetti e questi rimanevano
spiazzati, in quanto dovevano trattarci da "nemici della patria"; noi che
nella nostra famiglia avevamo avuto mio zio e mio padre ufficiali nella
prima guerra mondiale, loro che si ritenevano italiani, patrioti. Loro non
sapevano cosa fare con una signora cosi' affabile e gentile; mia nonna mi
mandava fuori della stanza, ma io stavo dietro la porta ad origliare per
sentire cosa dicevano questi poliziotti, ma avevo anche molta paura.
*
Gli anni di persecuzione si snodarono uno dopo l'altro, le leggi razziali
fasciste erano cosi' umilianti, perche' avevano deciso che questa minoranza
(35.000-37.000 ebrei italiani di allora) fosse declassata a cittadini di
serie B. Era difficile essere cittadini di serie B, in una zona grigia come
la nostra; la solitudine si faceva tangibile vedendo coloro che finora erano
stati amici, allontanarsi da noi, perche' e' sempre facile essere amici di
chi e' sulla cresta dell'onda, ma non di quelli che sprofondano
inesorabilmente.
Mi ricordo che non venivo piu' invitata alle festicciole delle amiche,
alcuni genitori dicevano alle figlie di non invitarmi alle loro feste, a
casa loro.
Mi ricordo che queste cose che vedevo, le leggevo con una maturita' inadatta
alla mia eta'; mi ricordo che non potevamo piu' ascoltare la radio, dovevamo
chiedere il permesso per fare tutto; la cameriera che seguiva mio nonno, che
era ammalato del morbo di Parkinson, non potevamo piu' tenerla.
Erano molte le cose che non potevamo fare, proibite, e ci venivano indicate
in un modo sottile, sotterraneo e universalmente accettato. Ho letto poi da
adulta tante cose che allora non sapevo, per esempio del silenzio colpevole
di tutto il popolo universitario italiano: quando i professori
dell'universita' italiana di allora videro mandare via dei professori ebrei
per la colpa di essere nati ebrei, invece di scendere in strada a gridare il
loro disgusto (molti di questi ebrei furono poi chiamati in America, tanta
era la loro professionalita' ed esperienza), nessuno fece sentire la propria
voce, anzi fu molto interessante prendere i posti lasciati liberi; ci fu
questo silenzio-assenso che faceva parte del grande trionfo del fascismo di
quegli anni; e non importa se, finita la guerra, tutti quelli che incontravo
per strada mi venivano a dire: "Noi eravamo antifascisti, noi abbiamo fatto
scappare molti ebrei...", ci fu qualcuno antifascista, e qualcuno ha fatto
scappare molti ebrei, ma la maggior parte andava in piazza Venezia ad
applaudire quello che gridava piu' forte.
Questo silenzio colpevole intorno a noi fu la cosa piu' grave di tutte:
perche' davanti a delle leggi cosi' discriminanti, un popolo che sa
ragionare con la propria testa, non fa come le pecore che vanno dietro il
gregge, anche se questo va a finire in un fosso.
*
Allo scoppio della guerra, gli italiani vivevano in una situazione precaria,
gli ebrei italiani in una situazione ancora piu' difficile.
Mi ricordo che quando nell'ottobre del 1942 iniziarono i bombardamenti su
Milano, tutti i milanesi cercarono di fuggire, come noi che ci rifugiammo in
un paese della Brianza, dove non c'era una scuola adatta a me, in quanto
c'era solo una scuola pubblica: a dodici anni ho smesso di andare a scuola.
Quindi stavo sempre a casa, curavo mio nonno che adoravo, mio nonno che era
ammalato (quando vedo il papa che in tv trema con la sua debole mano, mi
viene in mente mio nonno). Mio nonno non era piu' autosufficiente ed io
vivevo vicino a lui: piangeva, non aveva piu' le forze per riprendersi, lui
che era stato attivissimo, aveva portato il benessere alla nostra famiglia,
si rendeva conto dello sfacelo che stava succedendo intorno a se'. Io
inventavo storie fantastiche, gli facevo da infermiera e sentivo la radio e
capivo quello che stava succedendo in tutta Europa: ero diventata una
esperta dei bollettini di guerra.
Capivo come l'esercito nazista stava mettendo in ginocchio tutta l'Europa e
stava avanzando e che quindi gli ebrei venivano trattati in quel modo
disumano che ancora noi non conoscevamo. Nell'estate del 1943, subito dopo
la caduta del fascismo (l'8 settembre), i nazisti divennero padroni
dell'Italia del nord, e alle leggi razziali fasciste severe si sovrapposero
le leggi di Norimberga che avevano nel loro testo quelle due paroline
"soluzione finale", di cui ancora nessuno capiva il significato.
*
Mi ricordo che mio padre decise che avremmo dovuto cambiare identita',
compro' una carta d'identita' falsa; mi ricordo lo strazio di una famiglia
onesta e normale che si recuperava una carta d'identita' falsa. Mi ricordo
che dovevo imparare il mio nuovo nome e cognome, le mie nuove generalita'
che avrebbero potuto essere la mia salvezza... ma il mio cervello si
rifiutava di impararle. Non riuscivo a memorizzare quei dati che non erano i
miei e che mi facevano nata a Palermo, con un altro cognome. Con quella
carta falsa fui ospite di due famiglie cattoliche eroiche che mi nascosero.
Mio padre, con quella carta falsa, ogni tanto mi veniva a trovare ed era
sempre piu' disperato perche' non sapeva cosa fare: era stanco, esaurito da
cinque anni di persecuzione con la responsabilita' di una ragazzina di 13
anni e di vecchi genitori, mia nonna stava diventando pazza, e mio nonno
stava sempre peggio. Ad un certo punto riusci' dalla questura di Como,
pagando un funzionario, ad avere per i propri genitori un permesso che
diceva che Olga e Giuseppe Segre, visto il loro stato fisico, potevano
risiedere nella loro casa sotto la custodia di gente cattolica, perche'
impossibilitati a nuocere al grande Reich tedesco. Evidentemente non erano
impossibilitati a nuocere al grande Reich tedesco, perche' nel mese di
maggio, quando gia' noi eravamo ad Auschwitz, furono denunciati, arrestati,
deportati e uccisi per la colpa di essere nati ebrei.
*
Avuto questo permesso al quale ancora si credeva, perche' era stato
rilasciato dalla questura di Como, mio padre, aiutato da alcuni amici,
decise che io e lui saremmo fuggiti in Svizzera. Eravamo non lontani dal
confine svizzero e tentammo questa fuga grottesca e per certi versi nata
male fin dall'inizio. Era il 7 dicembre 1943, quando noi tentammo questa
fuga verso la Svizzera.
Mi ricordo come fuggivo nella notte, correndo e tenendo la mano di mio padre
su quelle montagne. Era una fuga in cui mi sentivo una eroina... mi sembrava
una avventura fantastica sulla montagna, con i contrabbandieri che ci
dicevano di andare piu' veloci se non volevamo essere presi; ma io ero
fiduciosa, con la mia mano nella mano di mio padre, a due passi dalla
Svizzera, dove ci sarebbe stata la liberta'.
All'alba del 7 dicembre passammo il confine e ci sembrava impossibile
avercela fatta e quando fummo al di la' su questa cava di sassi, guardavamo
la montagna ed eravamo felici, ci abbracciavamo, io, mio padre e due cugini
che si erano uniti a noi. Ma la sentinella che ci prese in custodia in quel
boschetto, ci accompagno' al comando di polizia del paese piu' vicino del
Canton Ticino (esiste ancora adesso e si chiama Arzo), e dopo una lunga
attesa dentro il comando, senza un bicchiere d'acqua, senza una parola da
parte di nessuno, ci ricevette nel suo ufficio un ufficiale svizzero e ci
disse, con disprezzo: "Ebrei impostori, non e' vero che succede tutto quello
che accade in Italia, in Svizzera non c'e' posto per voi" e ci rimando'
indietro con le guardie armate che ci scortavano. E' stato quell'ufficiale
svizzero a condannare a morte quattro persone, delle quali solo io mi sono
salvata. Seppi dopo che 28.000 persone che avevano chiesto ospitalita' in
Svizzera furono respinte, rimandate indietro.
*
Nel pomeriggio di quella giornata interminabile, sotto una pioggerellina
battente, noi tentammo di tornare in Italia passando per quella rete che
delimita la terra di nessuno tra due stati; appena toccai la rete suono'
l'allarme, vennero dei finanzieri italiani in camicia nera e fummo
arrestati. Il giorno dopo entrai da sola nel carcere femminile di Varese,
avevo 13 anni e ho subito quell'iter consueto che subisce un arrestato:
fotografie, impronte digitali, e mi ricordo i miei passi tra le lacrime in
quel corridoio lungo con quella secondina gelida alle spalle che poi mi
spinse malamente nella cella a me destinata. Era una cella grande dove
c'erano altre donne ebree. Sono stata sei giorni dentro il carcere di Varese
e piangevo disperata, perche' non sapevo quello che mi sarebbe successo; poi
nel carcere di Como e poi tutte le famiglie furono riunite nel grande
carcere di Milano che si chiama San Vittore. E' fatto come una stella: un
corpo centrale con dei raggi; uno di questi era adibito agli ebrei. Non
c'erano divisioni tra uomini e donne, io e mio padre potevamo stare insieme
nella stessa cella; rimanemmo li' 40 giorni. Ero felice di stare a San
Vittore, in una cella nuda e spoglia, ma insieme a mio padre. Ogni quattro o
cinque giorni la Gestapo chiamava tutti gli uomini per degli interrogatori e
io rimanevo sola nella mia cella a piangere senza una spalla sulla quale
appoggiarmi: sapevo che li picchiavano e li torturavano.
Furono giorni speciali, ma un pomeriggio entro' un tedesco nel raggio ed
elenco' 605 nomi: eravamo uno dei tanti trasporti che partivano dall'Italia.
Era la deportazione a cui non avevamo creduto fino all'ultimo momento: la
gente diceva non e' possibile che mandino degli italiani fuori dal paese. Mi
ricordo una lunga fila che usciva dal carcere con le nostre poche cose,
urlavano parole d'incoraggiamento: Dio vi benedica, Non avete fatto niente
di male. Furono straordinari gli altri detenuti comuni che ci vedevano dalle
loro celle e ci lanciavano arance, biscotti, guanti, di tutto, e noi uscimmo
dal carcere con questo grande scoppio, bagno di umanita', furono gli ultimi
uomini... poi incontrammo solo mostri. Saranno stati anche ladri e
assassini, ma erano uomini che hanno provato pieta' per noi.
*
Portati alla stazione centrale, nei sotterranei erano preparati dei vagoni:
a calci e pugni fummo caricati dalle SS e dai loro servi.
Come si sta dentro un vagone? Il viaggio e' un momento importantissimo -
chiave della prigionia; il viaggio duro' una settimana; eravamo sprangati
dentro un vagone dove non c'era niente, con un secchio per i nostri bisogni,
che ben presto si riempi'; non c'era luce, non c'era acqua, c'eravamo solo
noi con la nostra umanita' dolente.
Io, insieme agli altri, vissi tre fasi: la fase del pianto; la seconda fase,
quella surreale: gli uomini pii si riunivano al centro del vagone, pregavano
e lodavano Dio; era un momento di tensione fortissima che ci teneva uniti,
mentre altri uomini ci portavano a morire. La terza fase e' quella del
silenzio: persone coscienti che andavano a morire; noi lo sentivamo che
sarebbe stato cosi'. Non c'era piu' niente da dire. Gli occhi che
comunicavano al vicino: "Sono qui con te, ti voglio bene!", ma non c'era
piu' niente da dire, non c'era piu' bisogno di parlare.
Furono gli ultimi miei giorni con mio padre, e devo dire che la fase del
silenzio e' quella che e' stata di massima trasmissione tra noi; poi a
questo silenzio cosi' importante, c'e' quel rumore osceno e assordante degli
assassini intorno a noi, quando arrivati a quella stazione preparata per
noi, dai nostri assassini, gia' da anni, Birkenau-Auschwitz: la porta si
apri' e con grande violenza fummo tirati fuori tutti.
*
C'era una folla immensa: scendevamo dai vagoni, smarriti, non sapevamo cosa
fare, perche' c'erano le SS con i loro cani, i prigionieri adibiti a
dividerci, ad ammucchiare i nostri bagagli; le SS con i loro occhi gelidi e
i loro sorrisini ( straordinari i loro sorrisini), avevano un ghigno con il
quale ci dicevano: "State calmi, calmi, adesso vi dobbiamo solo registrare e
poi le famiglie saranno riunite". Le donne con i bambini da una parte, e gli
uomini dall'altra. Lasciai per sempre la mano di mio padre e non lo rividi
mai piu', e fui messa in fila con le altre donne. Certo non lo sapevo che
non l'avrei piu' rivisto, che era un momento cosi' determinante della mia
vita.
Ed ecco che i nostri assassini perpetrarono il delitto massimo del momento,
cioe' facevano l'atroce selezione, perche' cosi' feroce non la facevano
piu'. Loro nella loro organizzazione teutonica, avevano in mano la lista del
numero dei deportati, sapevano quanti uomini e donne contenevano i vagoni
appena arrivati, sapevano quanta forza lavoro desideravano far rimanere nei
lager, e decisero quel giorno che sarebbero rimaste una trentina di donne e
una sessantina di uomini.
Io fui scelta, non so perche', mentre tante donne, ragazze andarono
direttamente al gas. Noi scelte guardavamo con una certa invidia quelle che
andavano via con i camion; c'erano dei camion dove venivano caricate tutte
le persone che da li' andavano direttamente al gas. Noi in quel momento,
stravolte dal viaggio, con i piedi sulla neve, non potevamo sapere cosa
intendevano fare di noi, e ci sembrava una grande fortuna per quelle che
venivano portate via con i camion.
Io, con le altre donne, fui avviata a piedi nella sezione femminile del
campo di concentramento di Birkenau ad Auschwitz: una citta' immensa dove
c'erano 60.000 donne di tutte le nazionalita', era una babele di linguaggi,
in quanto c'erano le polacche, le ungheresi, le cecoslovacche, le greche, le
francesi, le olandesi, le belghe, pochissime italiane. La' dove erano
passati i nazisti avevano fatto queste retate spaventose, portando i
prigionieri ad Auschwitz.
Ci guardavamo intorno, noi ragazze scese da quel treno dove ancora qualcuno
ci chiamava amore, tesoro, guardavamo quel posto con muri grigiastri, fili
spinati elettrizzati e ci chiedevamo ma dove siamo, quale posto e', stiamo
sognando, e' un incubo da cui ci sveglieremo, non e' possibile.
Poi il dramma nella prima baracca: fummo denudate, mentre i soldati
passavano sghignazzando, questi non ci guardavano come donne, perche' per le
leggi di Norimberga gli ariani puri non si dovevano accoppiare con donne di
razze inferiori, per cui non ci trattavano come donne, ma come pezzi, delle
persone schiave delle quali prendersi gioco. Fummo denudate, ci portarono
via tutto, della nostra vita precedente non ci rimase nulla; la' venivamo
rasate dappertutto sempre davanti ai soldati sghignazzanti e poi ci
tatuarono un numero: il mio e' 75190 e io lo porto con grandissimo onore
perche' e' una vergogna per chi lo ha fatto. Se voi pensate che tre anni fa
il sindaco di Milano ha invitato i padroni dei cani, che amano le loro
bestie, a tatuare sulla zampa un numero, cosi' qualora il cane si perdesse,
il padrone lo potrebbe ritrovare. Beh, anche allora i nostri padroni ci
volevano tenere sott'occhio e questo numero che fa parte di noi
sopravvissuti e' piu' importante del nostro nome. In questo sono riusciti i
nostri assassini, perche', mentre in quel momento con quel numero volevano
sostituire la nostra identita' di persone e farci diventare dei numeri, sono
riusciti a far si' che questo numero sia cosi' profondamente inciso nella
nostra carne da essere diventato simbolo di noi stessi: noi siamo
essenzialmente quel numero, perche' chi ricorda Auschwitz perche' c'e'
stato, non dimentica mai.
*
Rivestite di stracci con un fazzoletto in testa, con gli zoccoli ai piedi,
ci guardavamo l'una con l'altra: non eravamo gia' piu' quelle scese dal
treno due ore prima, eravamo gia' delle cose diverse, eravamo gia' quelle
nullita' che loro volevano noi fossimo.
Il dramma della prima baracca non fu nulla rispetto alla seconda dove delle
ragazze francesi che erano li' da quindici giorni ci spiegarono dove eravamo
arrivate: ci spiegarono cos'era quell'odore di bruciato che permeava sul
campo: e' l'odore della carne bruciata, perche' qui gasano e poi bruciano
nei forni. Noi ci guardavamo l'una con l'altra e tra noi pensavamo che
quelle erano pazze, ma che cosa stanno dicendo che qui bruciano le persone.
Ci mostrarono la ciminiera in fondo al campo dicendoci che la' bruciavano le
persone e dicendoci che si chiamava crematorio. Noi non volevamo credere
loro, ma poi ci spiegarono perche' la neve era grigia e c'era la cenere, che
eravamo diventate schiave e che per un si' o per un no potevamo andare anche
noi al gas, che non dovevamo mai guardare in faccia i nostri assassini, che
dovevamo imparare in tedesco il nostro numero il piu' in fretta possibile,
solo cosi' potevamo sopravvivere.
*
Come si fa a vivere in queste condizioni? Sopportare tutto questo? Perche'
l'uomo e' fortissimo e questo io l'ho sperimentato. Io ero una ragazzina di
13 anni, non avevo nessuna particolarita', semmai ero una ragazzina viziata,
cresciuta in una famiglia che aveva fatto in modo di preservarmi da tutti i
problemi della vita; la forza che c'e' in ognuno di noi e' grandissima, ed
e' di questa che noi dobbiamo far tesoro. Tutti i ragazzi devono credere in
questa forza, perche' se loro crederanno di avere questa grandissima forza
psichica piu' che fisica, allora non diranno male di nessuno, della
famiglia, della scuola, della societa' se non riescono a fare qualcosa.
Ognuno di noi e' un mondo e se si impegna puo' assolutamente fare della sua
vita o un capolavoro o anche una piccola vita normale che se sara' onesta e
per bene sara' comunque un capolavoro.
*
Noi abbiamo scelto la vita: certamente chi ha scelto la vita e soprattutto
di non farsi abbattere da queste disgrazie terribili, e' stato aiutato a
mantenersi con la mente sveglia, perche' da quel momento e per mesi il corpo
e' diventato scheletro, per mesi abbiamo visto morire le nostre compagne,
per mesi abbiamo visto calare le nostre forze, abbiamo visto i nostri
assassini torturare, fare esperimenti e trattare con un'inumanita' che non
credevamo possibile al mondo (che degli esseri umani fossero capaci di fare
delle cose del genere ad esseri simili, colpevoli solo di essere nati).
Abbiamo scelto la vita. Io avevo scelto, senza avere una spalla su cui
piangere o qualcuno che mi consigliasse, avevo scelto di non essere li', di
estraniarmi, si' il mio corpo era li', veniva picchiato e torturato, aveva
fame, era dimagrito, aveva freddo, aveva paura, ma il mio spirito no, la mia
mente no: io ero quella di prima, quando correvo sulla spiaggia, quando
coglievo un fiore sul prato, quando ero seduta nella mia casa con le persone
care vicino a me. Io non volevo essere li', mi rendevo invisibile, cercavo
di non guardare in faccia i miei persecutori e vigliaccamente non mi voltavo
mai a guardare indietro tutti i cadaveri, gli scheletri fuori, pronti per
essere bruciati, non guardavo le compagne in punizione, non guardavo la
fiamma del forno che bruciava, io guardavo solo i miei zoccoli, li potrei
disegnare anche adesso; guardavo i miei piedi perche' non volevo
assolutamente guardarmi intorno, non volevo essere li', non volevo che i
miei persecutori si impadronissero anche del mio spirito.
*
Nel campo tra le prigioniere amicizia e fratellanza erano morte quasi
subito, perche' quando non si ha nulla e' molto difficile essere fratelli ed
essere amici.
Parlavamo solo di mangiare, eravamo delle ragazze affamate, che avevamo
inventato delle ricette che oggi si chiamerebbero virtuali e soprattutto
avevamo inventato una torta enorme, straordinaria, grande come una casa, che
avrebbe potuto stare sul piazzale dove avvenivano le esecuzioni, le
impiccagioni, e che avrebbe sfamato con la sua panna, con il suo cioccolato,
con la sua crema, tutte le prigioniere e tutte avremmo scavato questa torta.
Questi erano i nostri discorsi legati al pensiero fisso di mangiare.
Noi per essere diventati scheletri mangiavamo delle cose che facevano parte
di una dieta ben studiata per ridurci cosi', e per una sopravvivenza di
pochi mesi.
Alla mattina, con la frustata e con l'appello, ci veniva dato sulla scodella
senza cucchiaio che dovevamo condividere in cinque o sei, con l'ammalata,
con quella con le croste, un sorso di una bevanda che non sapeva ne' di te',
ne' di caffe', era una cosa strana, forse una specie di tisana,
indescrivibile perche', per fortuna, non ho mai piu' sentito una cosa del
genere nella mia vita. Era una cosa molto voluta, perche' era calda; poi
uscivamo, nel gelo della Polonia d'inverno, vestite di stracci e stavamo in
piedi una o due ore per l'appello, a seconda di quello che volevano i nostri
aguzzini.
Poi uscivamo dal campo, io ero stata fortunata ad essere scelta per
diventare operaia-schiava in una fabbrica dove si costruivano munizioni; una
fabbrica che esiste ancora che si chiama Union, e che in tempo di pace
faceva automobili, in tempo di guerra munizioni per mitragliatrici. Io ebbi
la grande fortuna di essere scelta per quel lavoro, nonostante non sapessi
fare nulla; fui scelta per un lavoro di fatica che mi permise pero' di
lavorare al coperto. Eravamo 700 ragazze di tutte le nazionalita' (700 del
turno di giorno, 700 del turno di notte). Uscivamo la mattina dal campo,
dopo l'appello e raggiungevamo a piedi la fabbrica che si trovava nella
citta' di Auschwitz.
Mi ricordo le ragazze violiniste, prigioniere nel lager, facenti parte della
famosa orchestrina ed erano obbligate a suonare delle allegre marcette sia
che il comando uscisse per andare a morte oppure per andare a lavorare. Era
strano vedere queste violiniste suonare delle marcette allegre piangendo.
Noi facevamo questo tragitto con le guardie vicine che ci obbligavano a
marciare, cantando canzoni tedesche.
Incrociavamo dei ragazzi tutti i giorni, erano bei ragazzi su delle
biciclette (io avevo lasciato la mia bicicletta a Milano, e quando compii 14
anni mi venne in mente la mia bella bicicletta lasciata a casa piu' di ogni
altra cosa), io li guardavo questi ragazzi che ci sputavano addosso e ci
dicevano delle parolacce che quando iniziai a capire, non volevo credere che
dopo averci tolto tutto, l'odio, il fanatismo fossero tali, da permettere
alle loro menti di comandare al cervello di dire delle parole di quel tipo.
Io allora li odiavo profondamente quei ragazzi e sentivo nei loro confronti
qualcosa di forte, di prepotente che quasi mi facevo paura; negli anni mi
sono accorta, nella mia maturita' di donna di pace, che quel sentimento si
e' tramutato in pieta', ad avere pena. Quando scoprii che era molto meglio
essere stata vittima o figlia di vittima, piuttosto che carnefice, fu un
momento molto importante nella mia vita, fu un momento di maturazione
psicologica non indifferente nel mio percorso di donna di pace. Allora
invece li odiavo profondamente.
Poi arrivavamo in fabbrica e lavoravamo tutto il giorno; alla sera tornavamo
indietro e vedevamo la fiamma con il fumo.
*
Tre volte passai la selezione nell'anno che trascorsi ad Auschwitz. Non era
la selezione della stazione. Erano delle selezioni annunciate, di cui noi
sapevamo a che cosa andavamo incontro.
Ecco che le Kapo' ci chiudevano dentro le baracche e poi a gruppi ci
portavano nella sala delle docce, tanto cara ai nostri assassini, e la'
tutte nude, in fila indiana, dovevamo attraversare la sala e uscire
attraverso un'uscita obbligatoria, dove un piccolo tribunale di tre persone
ci guardava, come le mucche al mercato, davanti, dietro, in bocca, se
avevamo ancora i denti, se eravamo abili al lavoro e poi un piccolo gesto
gelido che voleva dire "vai". Io mi ricordo come attraversavo quella sala:
il cuore mi batteva come un pazzo e io mi dicevo: "non voglio morire, non
voglio morire..." e rimanevo li', non avevo il coraggio di guardarli in
faccia, mi atteggiavo ad indifferenza; mi ricordo la prima volta che passai
la selezione che il medico (uno dei tre assassini era medico), mi fermo' e
con un dito mi tocco' la pancia, dove due anni prima avevo fatto
l'operazione dell'appendicite e dissi: "Adesso, perche' ho la cicatrice
sulla pancia, questo mi manda a morte", e invece lui, tutto sorridente,
mostrava ai suoi colleghi assassini la cicatrice, dicendo che questo medico
italiano era una bestia, aveva fatto male la cicatrice. Questa ragazza la
vedra' sempre questa cicatrice, mentre io la faccio sottilissima e se anche
una donna e' nuda, questa cicatrice non si vede piu'. Poi mi fece un segno,
con il quale mi indicava che io potevo andare avanti con la mia cicatrice
sulla pancia, e io avevo fatto quei due passi che mi separavano dall'uscita,
provando una felicita' immensa; non mi importava niente di dove ero, di cosa
mi era successo, dell'orrore di cui facevo parte, ero viva. Ma una volta fui
vigliacca e orribile quando fermarono dietro di me, Janine, una ragazza
francese che lavorava con me alla macchina in fabbrica; la macchina, qualche
giorno prima, le aveva tranciato due dita. Durante la selezione, lei, che
era nuda, aveva coperto la ferita con uno straccio, ma certamente
l'assassino lo vide subito, e senza neanche fiatare fece segno alla scrivana
(una prigioniera come noi), di prendere il numero. E io sentii dietro di me
che fermarono Janine, che lavorava con me da diversi mesi, ma io non mi
voltai; io fui spaventosa e Janine fu portata al gas per la sola colpa di
essere nata ebrea. Janine era una ragazza francese, di 22-23 anni, voce
dolce, occhi azzurri, capelli biondi. Io non mi voltai, non mi comportai
come i prigionieri di San Vittore; ma non potevo piu' sopportare distacchi,
io ero viva.
*
Alla fine di gennaio del 1945, fummo, da un momento all'altro, obbligati a
lasciare il campo di Auschwitz e a cominciare quella marcia, giustamente
detta della morte, che attraverso la Polonia e la Germania portava i
prigionieri che ancora stavano in piedi su verso il nord e man mano si
avvicinavano i russi. Noi da un po' sentivamo il rumore della guerra che si
avvicinava, ma non sapevamo niente, perche' noi da un anno non avevamo piu'
sentito la radio, visto un giornale, non avevamo ne' un calendario, ne' un
orologio, non sapevamo mai che ora fosse, che giorno fosse.
Ad un certo punto i nostri assassini decisero di far saltare il campo di
Auschwitz per non far trovare nulla ai russi e per far andar via noi
prigionieri.
Lessi poi, che i prigionieri ancora vivi che si misero su quelle strade
d'inverno, fummo 56.000. Fu una cosa epocale: cortei infiniti di prigionieri
scheletriti che si snodavano su queste strade tedesche, di notte
soprattutto, seguiti dalle guardie con i cani.
*
Non so come ho fatto! (oggi ho un nipote, Edoardo, che ha l'eta' che io
avevo allora, e lo vedo cosi' acerbo, cosi' fragile e vedo i miei figli
preoccupati che tutto vada bene, che si copra quando fa freddo). Mi vedo su
quella strada e mi vedo nonna di me stessa: quella ragazzina di allora aveva
l'eta' che ha mio nipote oggi. Il cervello comandava alle gambe di
camminare; non si poteva cadere, perche' chi cadeva veniva finito dalle
guardie. Io non mi voltavo a vedere quelli che cadevano; facevo una fatica
enorme a camminare, non avrei mai potuto aiutare nessuno. Quando qualcuno
cadeva, si sentiva quel rumore sordo della fucilata alla testa; mi ricordo i
bordi della strada insanguinati.
Camminavamo di notte attraverso cittadine e strade deserte e come pazze ci
gettavamo sui letamai e ci rubavamo l'una con l'altra i rifiuti: bucce di
patate crude sporche di terra, ossi spolpati... uno schifo. E ci riempivamo
come pazze lo stomaco, sapendo che il giorno puntualmente dopo vomito e
diarrea ci avrebbero atteso; ma non importava, intanto lo stomaco si
riempiva in quel momento e il cervello poteva comandare di camminare alle
nostre gambe. Furono molte notti, altri letamai, altre stelle in cielo.
*
Arrivammo nel lager di Ravensbrueck, ma ripartimmo dopo cinque giorni per
raggiungere un sottocampo che si chiamava Marchow nel nord della Germania;
era un piccolo campo dove non si lavorava, e dove invece, non come ad
Auschwitz, dove finito un lager ne cominciava un altro, la' vedevamo fuori
dal lager cosa c'era. C'erano prati, in quanto era arrivata anche li' la
primavera incredibilmente; questo dono straordinario di cui godiamo ogni
anno, senza accorgersene, questa terra che sboccia alla vita.
Eravamo delle larve, eravamo ragazze dure, miserabili, ragazze che non
sentivano neanche piu' la fame, non sentivamo neanche piu' le botte, eravamo
degli esseri ancora attaccati alla vita per miracolo e se la guerra da li' a
poco non fosse finita, di certo saremmo morte.
Mi ricordo insieme ad altre due ragazze italiane, che sono sopravvissute
anche loro: una e' Luciana Sacerdoti di Genova e l'altra e' Graziella Coen
di Roma, che adesso sta in Sud Africa, che pur nella nostra miseria, eravamo
ancora in piedi, mentre la maggior parte non si alzava piu' dai propri
giacigli.
Nelle prime ore del pomeriggio, non mi ricordo se si allentasse la
sorveglianza o se avessimo il permesso di uscire dietro la baracca, uscivamo
e prendevamo quel tiepido sole dell'Europa del nord. Io avevo avuto un
ascesso terribile sotto l'ascella sinistra in quei giorni, tagliato con le
forbici e non certamente curato come normalmente si cura un ascesso; stavo
molto male per i dolori che avevo al braccio, e mi ricordo che tiravo giu'
il misero straccio di giacca che avevo e mettevo questo mio braccio
massacrato al sole tiepido: mi sembrava che qualcuno avesse detto che questo
metodo faceva bene.
*
Passavano, al di la' del filo spinato, dei soldati francesi prigionieri di
guerra, che avevano lavorato per cinque anni nelle fattorie tedesche e che
quindi non erano diventati scheletri come noi; passavano e vedevano queste
figure indistinte da lontano, giorno dopo giorno, ci chiamavano e in
francese ci chiedevano chi fossimo. Noi in coro, perche' nessuna di noi
aveva abbastanza voce per rispondere, urlavamo che eravamo delle ragazze
ebree italiane. Loro stupiti, non potevano credere che eravamo ragazze,
perche' eravamo cosi' orribili, degli scheletri senza forma, con le occhiaie
profonde, senza piu' femminilita'. Furono i primi, dopo i detenuti di San
Vittore, ad avere pieta' di noi; e giorno dopo giorno ci dicevano di non
morire, state vive e serene perche' la guerra sta per finire, stanno per
arrivare gli americani da una parte e i russi dall'altra.
Noi ragazze nulla, schiave, non ci potevamo credere, noi che ci eravamo
abituate a sopportare tutti i dolori del mondo, alla gioia non eravamo piu'
abituate; mi ricordo che rientravamo nelle baracche e alle nostre compagne
che stavano veramente per morire, davamo queste notizie strepitose e
straordinarie e loro con gli occhi facevano fatica a seguire e chiedevano se
era vero, se era proprio vero. E noi urlavamo che era tutto vero.
I soldati francesi che sentivano la radio, giorno dopo giorno, ci davano
queste notizie meravigliose che i russi e gli americani erano vicinissimi.
Sentivamo rumori sopra di noi, aerei che volavano, sentivamo cannonate e ci
chiedevamo cosa sarebbe successo di noi; pensavamo che ci avrebbero ucciso
perche' non possono farci trovare cosi'.
Vivevamo con un'ansia terribile quei momenti, non sapendo cosa stessero per
fare i nostri persecutori, e loro portavano via tutto dal campo: portavano
via scrivanie, documenti, registri... e mentre prima erano con noi sempre
implacabili e crudeli, tra loro ora erano nervosi.
Noi li spiavamo e non volevamo morire, ma volevamo vedere questo momento
tanto atteso ed insperato. Sognavamo di uscire da quel cancello, di
strappare quell'erba, quelle foglie, di mettercele in bocca, di sentire il
sapore della clorofilla.
E questo avvenne, in quei giorni di fine aprile, proprio l'ultimo giorno di
aprile, aprirono quel cancello e ancora prigioniere, con le guardie vicine,
quelle che ancora stavano in piedi, uscimmo da quel cancello e veramente
strappavamo l'erba, le foglie e ce le mettevamo in bocca, non potevamo
mandarle giu', ma sentivamo che era un sapore speciale, diverso, sognato e
improvvisamente: un miracolo!
Noi ragazze nulla, noi ragazze schiave fummo testimoni della storia che
cambiava davanti ai nostri occhi ed era una visione incredibile perche'
vedemmo i civili tedeschi uscire dalle loro case (fino ad allora erano
rimasti asserragliati all'interno, senza darci mai un pezzo di pane, un
bicchiere d'acqua, senza mai degnarci di uno sguardo), e caricavano tutto
sui carri perche' volevano andare verso la zona americana, mentre la' fu poi
zona russa, e volevano andare verso gli americani.
Noi non capivamo niente e le nostre guardie, che camminavano insieme a noi,
buttavano via le divise, le armi, si mettevano in borghese, in mutande,
mandavano via i cani che erano stati proprio il simbolo del potere del
soldato SS, i cani andavano e poi tornavano e non capivano piu' niente. Noi
eravamo sbalordite, con i nostri occhi, con la nostra debolezza, con le
gambe che non reggevano piu', vedevamo la storia che cambiava davanti a noi
ed era una visione apocalittica, straordinaria, incredibile. Si mettevano in
mutande e buttavano via quella divisa che aveva terrorizzato gli eserciti di
tutta Europa; quando anche il comandante di quell'ultimo campo, vicino a me,
mi sfiorava, si mise in mutande, quell'uomo alto, sempre elegantissimo,
crudele sulle prigioniere inermi, e buttu' la divisa nel fosso, la sua
pistola cadde ai miei piedi ed io ebbi la tentazione fortissima di prenderla
e sparargli. Io avevo odiato, avevo sofferto tanto, sognavo la vendetta:
quando vidi quella pistola ai miei piedi, pensai di chinarmi, prendere la
pistola e sparargli.
Mi sembrava un giusto finale di quella storia, ma capii di esser tanto
diversa dal mio assassino, che la mia scelta di vita non si poteva
assolutamente coniugare con la teoria dell'odio e del fanatismo nazista; io
nella mia debolezza estrema ero molto piu' forte del mio assassino, non
avrei mai potuto raccogliere quella pistola, e da quel momento sono stata
libera.
*
Vedemmo arrivare gli americani e fu una visione festosa, incredibile,
perche' questi ragazzi americani che venivano dalle prime linee, erano
ragazzi bellissimi e vidi la prima jeep americana con la stella bianca.
Questi ragazzi buttavano dal camion - senza distinguere se eravamo
prigionieri, soldati, civili tedeschi perche' ancora ne sapevano poco -
sigarette, cioccolato, frutta secca e quel giorno che era il primo maggio io
mi ricordo che ricevetti addosso un'albicocca secca, squisita, e me la misi
subito in bocca e il giorno della liberazione e' legato per me al sapore
dell'albicocca secca.
Vidi poi il giorno dopo unirsi le due armate vincitrici ed era una cosa
molto particolare vedere arrivare i camion con questi soldati cosi' pronti a
montare mense e ospedali da campo e a darci cibo buono. L'armata russa
passo' di corsa ed era composta da ufficiali a cavallo senza sella, carri
armati cigolanti, che fungevano da cucine improvvisate e tiravano dietro
capre e bestiame vario; era cosi' differente rispetto all'armata americana
cosi' ben organizzata.
Furono dei giorni particolari; poi passarono quattro mesi prima di essere
divisi a seconda della nazionalita' e sempre gli americani ci organizzarono
per farci tornare nelle nostre case.
Quando arrivai a Milano, la mia casa era chiusa.
*
Spero che almeno uno di quelli che hanno ascoltato oggi questi ricordi di
vita vissuta li imprima nella sua memoria e li trasmetta agli altri, perche'
quando nessuna delle nostre voci si alzera' a dire "io mi ricordo", ci sia
qualcuno che abbia raccolto questo messaggio di vita e faccia si' che sei
milioni di persone non siano morte invano per la sola colpa di essere nate,
se no tutto questo potra' avvenire nuovamente, in altre forme, con altri
nomi, in altri luoghi, per altri motivi. Ma se ogni tanto qualcuno sara'
candela accesa e viva della memoria, la speranza del bene e della pace sara'
piu' forte del fanatismo e dell'odio dei nostri assassini.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 57 del 22 gennaio 2006

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