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Nonviolenza. Femminile plurale. 48



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 48 del 26 gennaio 2006

In questo numero:
1. Donatella Massara: per una bibliografia sulle donne nella Shoah
2. Hannah Arendt: La Resistenza nonviolenta in Danimarca
3. Hannah Arendt: La Shoah in Italia

1. MATERIALI. DONATELLA MASSARA: PER UNA BIBLIOGRAFIA SULLE DONNE NELLA
SHOAH
[Riproponiamo ancora una volta questa traccia bibliografica curata da
Donatella Massara (per contatti: e-mail: donatella.massara at fastwebnet.it)
che abbiamo estratto dal sito www.url.it/donnestoria/home.htm che riporta
una serie di repertori bibliografici e di materiali di approfondimento sul
pensiero e l'azione delle donne. Dal medesimo sito riportiamo anche la
seguente breve scheda sull'autrice: "Donatella Massara e' nata in Piemonte
alla fine del 1950. Abita a Milano. Ha vissuto con la madre in questi dieci
anni, ha amato molto sua madre Rosalda Damiano. E' da lei che ha imparato ad
amare il pensiero e a scrivere e dal padre a leggere i libri e praticare le
immagini fotografiche. Ha studiato fra Biella e Milano in varie scuole. E'
convinta di non avere imparato molto dalla scuola, di piu' dalla cultura dei
genitori, per esempio dalla madre e dalla sorella, esperte di moda, ad
apprezzare i segni, e dagli ambienti extrascolastici pratiche di vita, di
comunicazione. Nel 1988 prende la laurea in filosofia con una tesi svolta
con il prof. Enrico I. Rambaldi su Kierkegaard giovane presso la cattedra di
storia della filosofia  dell'Universita' Statale di Milano. Frequenta e
consegue l'attestato del corso di perfezionamento per gli anni 1997-'98,
1998-'99 in discipline filosofiche e storiche presso l'Universita' Bocconi
di Milano e del corso di perfezionamento 'La cittadinanza: donne, storia,
diritto, cultura' per gli anni 1997-'98, 1998-9'9 presso l'Universita' Tor
Vergata di Roma. Ha insegnato in varie scuole e dal 1989 al 2000 nei licei,
per due anni negli istituti tecnici a ordinamento speciale (Itsos),
filosofia e storia. In questi anni ha speso tempo e energie a trasmettere
l'eredita' simbolica del pensiero filosofico femminile e della storia della
differenza sessuale. Ha dedicato a questi temi due ricerche e programmazioni
didattiche per il conseguimento degli attestati del corso di perfezionamento
dell'Universita' Bocconi. Percepisce l'idea di femminismo nel 1968. E' stata
attiva nella sinistra extraparlamentare negli anni '70. Nel 1975 apre con
altre donne il dissenso con la sinistra extraparlamentare elaborando un
documento collettivo di rottura con l'organizzazione extraparlamentare
Avanguardia Operaia e da allora dedica la sua attivita' alla politica delle
donne. Fonda con altre nel 1975 la Palazzina di via Mancinelli a Milano
mentre frequenta il cosiddetto gruppo n. 4 creato da Lia Cigarini e via Col
di Lana. Conosce la Libreria delle Donne di Milano nel 1977 e la politica  e
la filosofia della differenza studiando e frequentando Lia Cigarini, Luisa
Muraro, altre relazioni femminili amichevoli e amorose, fra le quali
Gabriella Lazzerini, Nilde Vinci, con le quali riconsolida la
venticinquennale e tuttora viva intesa politica di via Mancinelli. E' con
Nilde che fonda il Gruppo Immagine e partecipa all'Associazione Lucrezia
Marinelli, verso la quale mantiene attenzione e interesse. Socia del Circolo
della Rosa dal 1993. Scrive dagli anni '70 sulle principali riviste
femministe e su altri mezzi di stampa su questioni legate al pensiero, alla
scrittura, alla politica  e alla cinematografia delle donne. I suoi testi
sono pubblicati dal Quotidiano dei Lavoratori, Il Manifesto, Leggere Donna,
Il Paese delle Donne edizione milanese e nazionale, Fluttuaria, Noi Donne,
Via Dogana, Cooperazione Educativa, Mediterranea. Ha collaborato al libro
del Centro studi e documentazione Pensiero Femminile, 100 titoli ( a cura di
Aida Ribero e Ferdinanda Vigliani), Guida ragionata al femminismo degli anni
Settanta, Luciana Tufani Editrice, Ferrara 1998. E' fra le autrici in Laura
Modini, L'occhio delle donne. Repertorio dei film in videocassetta, stampato
in proprio dall'Associazione Lucrezia Marinelli, Sesto San Giovanni
(Milano), via Falk 44. Attualmente si sta occupando della comunicazione via
computer partecipando a La Citta' delle Donne, ha ideato ed e' moderatrice
con altre di DonnaPensieroScrittura, due conferenze di Rcm (Rete civica
milanese), e' impegnata nella conduzione e nel dibattito della Libreria
delle donne e del Circolo della Rosa di Milano. Da cinque anni lavora alla
stesura di un libro incentrato su filosofia dell'inizio, del soggetto
proprio, e dell'autorita' materna. Ha scritto un breve saggio di avvio a una
riflessione sulle disparita' sociali in attesa di pubblicazione. Sta
elaborando documenti di un diario del '77 e di anni successivi...".
Donatella Massara ha pubblicato molti saggi ed articoli, contribuito a
volumi e ricerche, curato ipertesti e siti; nel sito da cui abbiamo estratto
questa bibliografia e' possibile leggere anche vari suoi scritti.
Naturalmente, come accade per tutte le bibliografie, chi legge questa
trovera' certo l'assenza di alcuni libri vicini al suo cuore, ed alcune
delle schede sono troppo frettolose ed alcune sintesi potranno non
persuadere: si potra' contribuire a migliorare questo gia' utile lavoro
segnalando suggerimenti e integrazioni all'autrice]

1. Alcuni libri pubblicati prima del 1995
1. 1. Testimoni
- AA. VV., La vita offesa: storia e memoria dei Lager nazisti nei racconti
di duecento sopravvissuti, a cura di Anna Bravo e Daniele Jalla; con la
collaborazione di Graziella Bonansea, Lilia Davite, Anna Gasco, Grazia
Giaretto, Elena Peano; e con il contributo di Anna Maria Bruzzone;
prefazione di Primo Levi; Milano, Franco Angeli, 1986;
- Artom E., Diari: gennaio 1940 - febbraio 1944, Centro di documentazione
ebraica contemporanea, Milano, 1966;
- Berg, Mary, Il ghetto di Varsavia, Diario, (1939-1944), Torino, Einaudi,
1991;
- Bruck, Edith, Due stanze vuote, (1943-1960), Venezia, Marsilio, 1974;
- Bruck, Edith, Chi ti ama cosi', (1932-1959), (1959), Venezia, Marsilio,
1974;
- Del Monte Anna, (a cura di Giuseppe Sermoneta), Ratto della signora Anna
del Monte trattenuta a' Catecumini tredici giorni dalli 6 fino alli 19
maggio anno 1749, Roma, Carucci, 1989;
- Edwardson, Cordelia, La principessa delle ombre (1938...),(1984), Firenze,
Giunti, 1992;
- Elias, Ruth, La speranza mi ha tenuto in vita. Da Theresienstadt e
Auschwitz a Israele, (1988), Firenze, Giunti, 1993;
- Fenelon Fania, C'era un'orchestra ad Auschwitz, Firenze, Vallecchi, 1978;
- Filippa, Marcella, Avrei capovolto le montagne, Giorgina Levi in Bolivia,
1939-1946, Firenze, Astrea-Giunti, 1990;
- Hillesum, Etty, Lettere, 1942-1943, (1986), Milano, Adelphi, 1990;
- Hillesum, Etty, Diario 1941-1943, (1981), Milano, Adelphi, 1985;
- Kolmar, Gertrud, Il canto del gallo nero, selezione di poesie e lettere
(1938-1943), (1933), prefazione di Marina Zancan, Verona, Essedue, 1990;
- Lasker-Schuler, Else, Il mio cuore e altri scritti, (1962, 1959,1969),
traduzione e nota critica di Margherita Gigliotti e Enrica Pedotti, Firenze,
Giunti, 1990;
- Lasker-Schuler, Else,  Marc F., Lettere al Cavaliere Azzurro (1912-1915),
(1989), Torino, Einaudi, 1991;
- Levi, Lia, Una bambina e basta, (1938-45), Roma, edizioni e/o, 1994;
- Millu, Liana, I ponti di Schwerin, (1938...), Genova, Ecig, 1994;
- Treves, Alcalay Liliana, Con occhi di bambina (1941-1945), Prefazione di
Liliana Picciotto Fargion, Firenze, Giuntina, 1994;
- Warburg, Spinelli Ingrid, Il tempo della coscienza. Ricordi di un'altra
Germania 1910-1989, Bologna, Il Mulino, 1990.
*
1. 2. Narrativa
- Ozick, Cinthia, Il rabbino pagano, (1961...), Milano, Garzanti, 1995;
- Paley, Grace, Piccoli contrattempi del vivere, (1956), Firenze,
Astrea-Giunti, 1986;
- Paley, Grace, Enormi cambiamenti all'ultimo momento, (1960), Milano, La
Tartaruga, 1982;
- Semel Nava, Gershona, Firenze, La casa Usher, 1989.
*
1. 3. Storia ebraica
- Antoniazzi Villa Anna, Un processo contro gli ebrei nella Milano del 1488.
Crescita e declino della comunita' ebraica alla fine del Medioevo, Bologna,
Cappelli, 1985;
- Balbi, Rosellina, Il ritorno degli ebrei nella Terra Promessa, Bari-Roma,
Laterza, 1983;
- Lasker-Schuler, Else, La terra degli Ebrei, (1937), Firenze, Giuntina,
1993;
- Riemer, Judith, Dreyfuss G., Abramo: l'uomo e il simbolo, (1993), Firenze,
Giuntina, 1994;
- Limentani, Giacoma, L'ombra allo specchio, Milano, La Tartaruga, 1988;
- Epstein, Helen, Figli dell'Olocausto, (1979), Firenze, Giuntina, 1982;
- Macrelli, Rina, Vacca d'Israele sta in Squaderno 1 cultura, politica,
delizie, delitti, Archivi Lesbici Italiani (ALI), Firenze, &stro, 1989;
- Foa, Anna, Ebrei in Europa. Dalla peste nera all'emancipazione, Bari-Roma,
Laterza, 1992;
- Nirenstein, Fiamma, Il razzista democratico, Milano, Mondatori, 1990;
- Picciotto, Fargion Liliana, Il libro della memoria. Gli ebrei deportati
dall'Italia (1943-1945). Ricerca del Centro di Documentazione Ebraica
Contemporanea, Milano, Mursia, 1991;
- Voghera Luzzatto Laura, Una finestra sul ghetto. Stefano Incisa e gli
ebrei di Asti, prefazione di P. De Benedetti, Roma, Carucci, 1983.
*
2. Alcuni libri pubblicati dal 1995
2. 1. Testimoni
- Auerbacher, Inge, Io sono una stella. Una bambina dall'olocausto, (1986),
Milano, Bompiani, 1995;
- Bassani Liscia Jenny, La storia passa dalla cucina, pp. 89, Pisa, 2000. In
questo breve racconto autobiografico, arricchito da bei disegni a carboncino
e da ricette di cucina, l'A. ricorda con humour le sue esperienze anche
drammatiche di adolescente, durante il periodo di clandestinita' trascorso
con la famiglia a Firenze;
- Bauman Janina, Un sogno di appartenenza: la mia vita nella Polonia del
dopoguerra, Bologna, il Mulino, 1997;
- Broggini Renata, La frontiera della speranza: gli ebrei dall'Italia verso
la Svizzera 1943-1945, Milano, Mondadori, 1998;
- Canetti Veza, Le tartarughe, pp.262, Venezia, 2000. Veza Canetti, moglie
di Elias, ha consegnato a queste pagine, sotto forma di romanzo,
l'indimenticabile capitolo del suo esilio, una testimonianza su dignita' e
debolezza degli uomini in tempi dominati dalla vilta';
- Charney Ann, Ritorno a Dobryn, Marsilio, 2000. Dopo aver vissuto i suoi
primi cinque anni di vita nascosta in un fienile, al termine della guerra,
una bimba ebrea scopre la vita e il mondo esterno;
- Elena Colonna, Milena e i suoi fratelli, Soveria Mannelli, Rubbettino,
2003;
- Deoriti Alessandra, Paolucci Silvio, Ropa Rossella (a cura di), Le storie
estreme e la storia: i racconti della Shoah, Chiaravalle, L'orecchio di Van
Gogh, 1999;
- Dwork Deborah, Nascere con la stella: i bambini ebrei nell'Europa nazista,
Venezia, Marsilio, 1999;
- Filippini Lera Enrica, Lea Cavarra Mara, ... i fiori di lilla' quel
giorno. Una storia piccola, Modena, Istituto storico della Resistenza, 1995;
- Fink, Ida, Frammenti di tempo, (1987), Feltrinelli, 1995;
- Formaggini Gina, Stella d'Italia Stella di David. Gli ebrei dal
Risorgimento alla Resistenza, Mursia, Milano 1970, rist. 1998;
- Hahn Beer Edith, La moglie dell'ufficiale nazista, come una donna ebrea
sopravvisse alla Shoah, Susan Dworkin, Milano, Garzanti, 2001;
- Hoffman, Eva, Come si dice, (1959-1979), (1989), Roma, Donzelli, 1996;
- Jacobson, Louise, Dal liceo ad Auschwitz, (1942-'44), Roma, L'Arca,
L'Unita', 1996;
- Jona Davide, Foa Anna, Noi due, Bologna, Il Mulino, 1997;
- Kluger, Ruth, Vivere ancora, (1938-1988), (1992), Torino, Einaudi, 1995;
- Levi, Donatella, Vuole sapere il nome vero o il nome falso, (1938...)
Padova, Il Lichene, 1995;
- Levi Lia, Maddalena resta a casa, 1938, pp. 142, Milano, 2000. Il libro fa
parte di una collana "La Storia attraverso le storie" per lettori dai 10 ai
13 anni. Il libro racconta la storia di una famiglia ebrea, il cui padre
viene portato via dalla polizia fascista. Una scheda a fine volume riassume
e spiega tutti gli avvenimenti storici;
- Leitner Isabelle, Leitner Irving A., Frammenti di Isabella: memoria di
Auschwitz, Milano, Mursia, 1996;
- Lewis, Helen, Il tempo di parlare. Sopravvivere nel lager a passo di
danza. Diario di una ballerina ebrea, (1939...), (1992), Torino, Einaudi,
1996;
- Maistrello Federico, Cronaca di una deportazione. Maria Sara Rosenthal,
vedova Bohm. Conegliano - Auschwitz, Treviso, Istresco, 1996;
- Millu Liana, Il fumo di Birkenau, ottava ed., Firenze, Giuntina, 1995;
- Millu Liana, Dopo il fumo: sono il n. A 5384 di Auschwitz Birkenau, a cura
di Piero Stefani, Brescia, Morcelliana, 1999;
- Morpurgo Elena, Zaban Luisa e Silvia, Guerra, esilio, ebraicita'. Diari di
donne nelle due guerre mondiali, a cura di Paola Magnarelli, Il Lavoro
editoriale, Ancona 1996;
- Springer Elisa, Il silenzio dei vivi: all'ombra di Auschwitz, un racconto
di morte e di resurrezione, Milano, Cde, 1998;
- Blady Szwajger, Adina, La memoria negata, Milano, Sperling, 2002;
- Walech Capozzi Alba, A. 24029. Testimonianze di una ebrea senese nei campi
di concentramento nazisti, Siena, Nuova Immagine, 1995;
- Wind Ruth - Non ti aspetto piu', mamma. All'ombra dell'Olocausto. pp.158,
Alexa, Milano, 2000. Autobiografia attraverso il carteggio personale di una
donna, Ruth Wind, passata attraverso due guerre mondiali, il nazismo, i suoi
lutti;
- Regina Zimet Levy, Al di la' del ponte, Garzanti, 2003.
*
2. 2. Narrativa
- Assouline Pierre, La cliente, pp.168, Parma, 2000. L'occupazione della
Francia e la memoria della persecuzione razziale al centro di un incalzante
e sottile thriller psicologico;
- Dell'Oro Erminia, La casa segreta. La paura e il coraggio, la speranza di
tornare a vivere, pp.159, Milano, 2000. Storia vera di due ragazzini, uno
ebreo, l'altro no, le cui vite si intrecciano quando cominciano le
persecuzioni razziali. E' allegato al libro un apparato didattico con
vocabolario, spunti per una riflessione o un approfondimento a scuola;
- Kofman Sarah, Rue Ordener, rue Labat,  pp. 101, Palermo, 2000. Racconto
degli anni dell'infanzia dell'autrice, vissuta a Parigi negli anni
dell'occupazione nazista;
- Kohl Christiane, L'ebreo e la ragazza. pp. 406, Milano, 1999. Storia di
un'intensa amicizia, ambientata a Norimberga nel '32, tra una giovane e
brillante fotografa ed un maturo commerciante ebreo: la "strana coppia"
suscita pettegolezzi nel condominio fino alla denuncia, al processo e alla
condanna. Avvincente e drammatico racconto di vita quotidiana negli anni del
nazismo;
- Lapid Haim, Breznitz, pp.228, Venezia, 1999. Romanzo giallo di
ambientazione isareliana, pieno di suspense: attraverso gli occhi del suo
ispettore Breznitz, Haim Lapid ci mostra i diversi volti della societa'
israeliana contemporanea;
- Lapid, Shulamit, Professione giornalista, (1989), Milano, La Tartaruga,
1996;
- Michaels, Anne, In fuga, (1996), Firenze, Giunti, 1998;
- Polak Chaja, L'altro padre, pp. 145, Firenze, 2000. Attraverso una serie
di flashbacks, l'Autrice ci narra il disagio esistenziale di una adolescente
in conflitto tra il suo desiderio di fedelta' verso il padre mai conosciuto
e il bisogno di amare il padre adottivo;
- Rabinyan Dorit, Spose persiane, pp. 198 Vicenza, 2000. Opera prima di una
giovane autrice israeliana, tradotta in numerosi paesi, con successo di
pubblico e di critica;
- Reberschak Sandra, Domani dove andiamo?, pp. 117, Firenze, 2001. Romanzo
sul confronto generazionale tra madre e figlia, che ha per protagonista
l'anziana matriarca, tipica "madre ebrea", dolcissima, invadente,
giudicante, apprensiva;
- Weinreich Beatrice (a cura di), Racconti popolari yiddish, pp. 430,
Vicenza, 2001. Grande lavoro di indagine in un patrimonio quanto mai
frammentario e disperso, il libro e' una vera e propria summa delle favole
yiddish piu' belle e piu' trasmesse nelle comunita' ashkenazite. Ripresa da
un "Oscar" Mondadori di alcuni anni fa.
*
2. 3. Storiche della Shoah
- AA. VV., Le donne delle minoranze: le ebree e le protestanti d'Italia, a
cura di Claire E. Honess e Verina R. Jones, Torino, Claudiana, 1999;
- AA. VV., La deportazione femminile nei lager nazisti, Convegno
internazionale, Torino, 20-21 ottobre, 1994, Consiglio regionale del
Piemonte, Aned, Franco Angeli, 1995;
- Arendt Hannah, La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme, pp. 315,
Milano, 2001. Ora in edizione economica il libro che raccoglie gli articoli
che la Arendt, inviata del "New Yorker", invio' al suo giornale durante il
processo Eichmann a Gerusalemme;
- Arian Levi Giorgina, Montagnana M., I Montagnana. Una famiglia ebraica
piemontese e il movimento operaio (1914-1948), pp. 150, Firenze, 2000.
Questo libro si propone di colmare una lacuna lasciata dagli storici sulla
partecipazione alla lotta antifascista e alla Resistenza di una famiglia
ebrea, i Montagnana. Arricchisce il testo un'ampia appendice fotografica;
- Associazione Figli Della Shoah (a cura di), Per non dimenticare la Shoah.
Documenti e testimonianze. Dalla raccolta di Gianfranco Moscati, pp. 63,
Milano, 2001. Catalogo della mostra tenuta a Milano a Palazzo Reale a Milano
in genn.-febbr. 2001;
- Bacchi Maria, Cercando Luisa, Sansoni, 2000;
- Beccaria Rolfi L. (et al.), La deportazione femminile nei lager nazisti,
relazione introduttiva di Anna Bravo, a cura di Lucio Monaco, Milano,
Angeli, 1995;
- Cassin Elena, San Nicandro: un paese del Gargano si converte all'ebraismo,
prefazione di Alberto Cavaglion, Corbaccio, 1995;
- Cevidalli Salmoni Anita, "Tu ritorneresti in Italia?", pp. 183, Torino,
2000. Libro di ricordi d'infanzia e giovinezza, fino alla "scoperta"
all'epoca delle persecuzioni razziali del proprio essere ebrea. Poi la
partenza per il Brasile per non "arianizzarsi" e passare dalla parte dei
persecutori. L'A. e' stata insegnante all'Istituto Italiano di Cultura di
San Paolo;
- Cjmbel Rifka Sarah, Memorie, pp. 57, Casale M., 2000. Pubblicate a cura
del Comune di Casale Monferrato, queste memorie toccanti nella loro
semplicita' vogliono e riescono ad essere un contributo perche' non si
dimentichi la tragedia della Shoah;
- Di Cori Paola, Le scrittrici e la Shoah, sta in Il racconto della
deportazione nella letteratura e nel cinema / Fiano ... (et al.), Bergamo,
Fondazione Serughetti La Porta, 1999;
- Friedmann Friedrich G., Hannah Arendt. Un'ebrea tedesca nell'era del
totalitarismo, pp. 186, Firenze, 2001. Saggio sulla vita e le opere della
Arendt, viste sopratutto nelle contraddizioni e nelle sfide derivate dal
fatto di provenire da una cultura ebraica e tedesca insieme;
- Gardenal Gianna, L'antigiudaismo nella letteratura cristiana antica e
medioevale, pp. 340, Brescia, 2001. Attraverso una serie di testi scritti
dai piu' illustri teologi dell'antichita' e del medioevo, l'A. analizza il
costituirsi della figura negativa dell'ebreo nell'immaginario occidentale;
- Germain Sylvie, Etty Hillesum. Una coscienza ispirata, pp. 252, Roma,
2000. Non tanto una biografia - della Hillesum si sa poco, solo quello che
ha scritto nel famoso "Diario" - quanto una testimonianza di fede e volonta'
di vivere, malgrado l'internamento nel lager;
- Herweg, Monika Rachel, La yidishe mame. Storia di un matriarcato occulto
ma non troppo da Isacco a Philip Roth, (1994), Genova, Ecig, 1996;
- Massariello Merzagora Giovanna e G. P. Marchi (a cura di), Il Lager. Il
ritorno della memoria. Atti del convegno internazionale 6-7 aprile 1995 -
Universita' degli Studi di Verona, Aned, Edizioni Lint, Trieste, 1997;
- Nirenstein, Fiamma, Isreale. Una pace in guerra, Bologna, Il Mulino, 1996;
- Ofer Dalia, Lenore J. Weitzman, Donne nell'Olocausto, Introduzione di Anna
Bravo, Le Lettere, Firenze 2001;
- Pisanty Valentina, L'irritante questione delle camere a gas. Logica del
negazionismo, Bompiani, Milano 1998;
- Rossi-Doria Anna, Antisemitismo e antifemminismo nella cultura
positivista, sta in (a cura di Alberto Burgio), Atti del convegno omonimo
tenuto a Bologna nel 1997, Nel nome della razza: il razzismo nella storia
d'Italia, 1870-1945, Bologna, Il mulino, 1999;
- Rossi-Doria Anna, Memoria e storia, il caso deportazione, Rubbettino,
Soveria Mannelli 1998;
- Schroder Nina, Le donne che sconfissero Hitler, Pratiche editrice, 2001;
- Sossi Federica, Nel crepaccio del tempo: testimoniare la Shoah, Milano,
Marcos y Marcos, 1998;
- Sullam Calimani Anna V., I nomi dello sterminio, Einaudi, Torino 2001;
- Treves Alcalay Liliana, Melodie dall'esilio. Percorso storico-musicale
degli ebrei e marrani spagnoli, pp. 200, con CD allegato, Firenze, 2000.
L'A. segue le tracce degli esuli nelle terre di rifugio e insieme va alla
ricerca delle testimonianze lasciate da quei criptogiudei che per secoli,
braccati dall'Inquisizione, continuarono a cantare la loro fede ebraica;
- Valensi, Lucette e Wachtel N., Memorie ebraiche, (1986), Torino, Einaudi,
1996;
- Vincenti Lucia, Storia degli ebrei a Palermo durante il fascismo:
documenti e testimonianze; saggio introduttivo Gabriella Portatone, Palermo,
Offset studio, 1998;
- Wieviorka Annette, L'era del testimone, (1998), Milano, Raffaello Cortina,
1999;
- Wieviorka Annette, Auschwitz spiegato a mia figlia, postfazione di Amos
Luzzatto, Torino, Einaudi, 2000;
- Zuccotti Susan, L'olocausto in Italia, prefazione di Furio Colombo,
Milano, Tea, 1995.

2. MEMORIA. HANNAH ARENDT: LA RESISTENZA NONVIOLENTA IN DANIMARCA
[Da Hannah Arendt, La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme,
Feltrinelli, Milano 1964, 1993, alle pp. 177-182. E' un brano che abbiamo
gia' altre volte riprodotto su questo foglio. La vicenda della Resistenza
nonviolenta danese contro il nazismo ha un valore paradigmatico: anche
contro un avversario brutale e genocida e' possibile adottare
vittoriosamente strategie di lotta nonviolenta. Su questa esperienza cfr.
anche Jeremy Bennet, La Resistenza contro l'occupazione tedesca in
Danimarca, Edizioni del Movimento Nonviolento, Perugia 1979. Ovviamente
indispensabile e' la lettura di Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei
d'Europa, Einaudi, Torino 1995. Sulle esperienze di Resistenza nonviolenta
al nazifascismo si veda la ricca bibliografia raccolta da Enrico Peyretti
nel suo Difesa senza guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e
nonviolente (un'edizione aggiornata e' apparsa recentemente in questo stesso
notiziario). Hannah Arendt e' nata ad Hannover da famiglia ebraica nel 1906,
fu allieva di Husserl, Heidegger e Jaspers; l'ascesa del nazismo la
costringe all'esilio, dapprima e' profuga in Francia, poi esule in America;
e' tra le massime pensatrici politiche del Novecento; docente, scrittrice,
intervenne ripetutamente sulle questioni di attualita' da un punto di vista
rigorosamente libertario e in difesa dei diritti umani; mori' a New York nel
1975. Opere di Hannah Arendt: tra i suoi lavori fondamentali (quasi tutti
tradotti in italiano e spesso ristampati, per cui qui di seguito non diamo l
'anno di pubblicazione dell'edizione italiana, ma solo l'anno dell'edizione
originale) ci sono Le origini del totalitarismo (prima edizione 1951),
Comunita', Milano; Vita Activa (1958), Bompiani, Milano; Rahel Varnhagen
(1959), Il Saggiatore, Milano; Tra passato e futuro (1961), Garzanti,
Milano; La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli,
Milano; Sulla rivoluzione (1963), Comunita', Milano; postumo e incompiuto e'
apparso La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna. Una raccolta di
brevi saggi di intervento politico e' Politica e menzogna, Sugarco, Milano,
1985. Molto interessanti i carteggi con Karl Jaspers (Carteggio 1926-1969.
Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989) e con Mary McCarthy (Tra
amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975,
Sellerio, Palermo 1999). Una recente raccolta di scritti vari e' Archivio
Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001; Archivio Arendt 2.
1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003; cfr. anche la raccolta Responsabilita'
e giudizio, Einaudi, Torino 2004. Opere su Hannah Arendt: fondamentale e' la
biografia di Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt, Bollati Boringhieri,
Torino 1994; tra gli studi critici: Laura Boella, Hannah Arendt,
Feltrinelli, Milano 1995; Roberto Esposito, L'origine della politica: Hannah
Arendt o Simone Weil?, Donzelli, Roma 1996; Paolo Flores d'Arcais, Hannah
Arendt, Donzelli, Roma 1995; Simona Forti, Vita della mente e tempo della
polis, Franco Angeli, Milano 1996; Simona Forti (a cura di), Hannah Arendt,
Milano 1999; Augusto Illuminati, Esercizi politici: quattro sguardi su
Hannah Arendt, Manifestolibri, Roma 1994; Friedrich G. Friedmann, Hannah
Arendt, Giuntina, Firenze 2001. Per chi legge il tedesco due piacevoli
monografie divulgative-introduttive (con ricco apparato iconografico) sono:
Wolfgang Heuer, Hannah Arendt, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1987, 1999;
Ingeborg Gleichauf, Hannah Arendt, Dtv, Muenchen 2000]

La storia degli ebrei danesi e' una storia sui generis, e il comportamento
della popolazione e del governo danese non trova riscontro in nessun altro
paese d'Europa, occupato o alleato dell'Asse o neutrale e indipendente che
fosse. Su questa storia si dovrebbero tenere lezioni obbligatorie in tutte
le universita' ove vi sia una facolta' di scienze politiche, per dare
un'idea della potenza enorme della nonviolenza e della resistenza passiva,
anche se l'avversario e' violento e dispone di mezzi infinitamente
superiori. Certo, anche altri paesi d'Europa difettavano di "comprensione
per la questione ebraica", e anzi si puo' dire che la maggioranza dei paesi
europei fossero contrari alle soluzioni "radicali" e "finali". Come la
Danimarca, anche la Svezia, l'Italia e la Bulgaria si rivelarono quasi
immuni dall'antisemitismo, ma delle tre di queste nazioni che si trovavano
sotto il tallone tedesco soltanto la danese oso' esprimere apertamente cio'
che pensava. L'Italia e la Bulgaria sabotarono gli ordini della Germania e
svolsero un complicato doppio gioco, salvando i loro ebrei con un tour de
force d'ingegnosita', ma non contestarono mai la politica antisemita in
quanto tale. Era esattamente l'opposto di quello che fecero i danesi. Quando
i tedeschi, con una certa cautela, li invitarono a introdurre il distintivo
giallo, essi risposero che il re sarebbe stato il primo a portarlo, e i
ministri danesi fecero presente che qualsiasi provvedimento antisemita
avrebbe provocato le loro immediate dimissioni. Decisivo fu poi il fatto che
i tedeschi non riuscirono nemmeno a imporre che si facesse una distinzione
tra gli ebrei di origine danese (che erano circa seimilaquattrocento) e i
millequattrocento ebrei di origine tedesca che erano riparati in Danimarca
prima della guerra e che ora il governo del Reich aveva dichiarato apolidi.
Il rifiuto opposto dai danesi dovette stupire enormemente i tedeschi,
poiche' ai loro occhi era quanto mai "illogico" che un governo proteggesse
gente a cui pure aveva negato categoricamente la cittadinanza e anche il
permesso di lavorare. (Dal punto di vista giuridico, prima della guerra la
situazione dei profughi in Danimarca non era diversa da quella che c'era in
Francia, con la sola differenza che la corruzione dilagante nella vita
amministrativa della Terza Repubblica permetteva ad alcuni di farsi
naturalizzare, grazie a mance o "aderenze", e a molti di lavorare anche
senza un permesso; la Danimarca invece, come la Svizzera, non era un paese
pour se debrouiller). I danesi spiegarono ai capi tedeschi che siccome i
profughi, in quanto apolidi, non erano piu' cittadini tedeschi, i nazisti
non potevano pretendere la loro consegna senza il consenso danese. Fu uno
dei pochi casi in cui la condizione di apolide si rivelo' un buon pretesto,
anche se naturalmente non fu per il fatto in se' di essere apolidi che gli
ebrei si salvarono, ma perche' il governo danese aveva deciso di difenderli.
Cosi' i nazisti non poterono compiere nessuno di quei passi preliminari che
erano tanto importanti nella burocrazia dello sterminio, e le operazioni
furono rinviate all'autunno del 1943.
Quello che accadde allora fu veramente stupefacente; per i tedeschi, in
confronto a  cio' che avveniva in altri paesi d'Europa, fu un grande
scompiglio. Nell'agosto del 1943 (quando ormai l'offensiva tedesca in Russia
era fallita, l'Afrika Korps si era arreso in Tunisia e gli Alleati erano
sbarcati in Italia) il governo svedese annullo' l'accordo concluso con la
Germania nel 1940, in base al quale le truppe tedesche  avevano il diritto
di attraversare la Svezia. A questo punto i danesi decisero di accelerare un
po' le cose: nei cantieri della Danimarca ci furono sommosse, gli operai si
rifiutarono di riparare le navi tedesche e scesero in sciopero. Il
comandante militare tedesco proclamo' lo stato d'emergenza e impose la legge
marziale, e Himmler penso' che fosse il momento buono per affrontare il
problema ebraico, la cui "soluzione" si era fatta attendere fin troppo. Ma
un fatto che Himmler trascuro' fu che (a parte la resistenza danese) i capi
tedeschi che ormai da anni vivevano in Danimarca non erano piu' quelli di un
tempo. Non solo il generale von Hannecken, il comandante militare, si
rifiuto' di mettere truppe a disposizione del dott. Werner Best,
plenipotenziario del Reich; ma anche le unita' speciali delle SS (gli
Einsatzkommandos) che lavoravano in Danimarca trovarono molto da ridire sui
"provvedimenti ordinati dagli uffici centrali", come disse Best nella
deposizione che rese poi a Norimberga. E lo stesso Best, che veniva dalla
Gestapo ed era stato consigliere di Heydrich e aveva scritto un famoso libro
sulla polizia e aveva lavorato per il governo militare di Parigi con piena
soddisfazione dei suoi superiori, non era piu' una persona fidata, anche se
non e' certo che a Berlino se ne rendessero perfettamente conto. Comunque,
fin dall'inizio era chiaro che le cose non sarebbero andate bene, e
l'ufficio di Eichmann mando' allora in Danimarca uno dei suoi uomini
migliori, Rolf Guenther, che sicuramente nessuno poteva accusare di non
avere la necessaria "durezza". Ma Guenther non fece nessuna impressione ai
suoi colleghi di Copenhagen, e von Hannecken si rifiuto' addirittura di
emanare un decreto che imponesse a tutti gli ebrei di presentarsi per essere
mandati a lavorare.
Best ando' a Berlino e ottenne la promessa che tutti gli ebrei danesi
sarebbero stati inviati a Theresienstadt, a qualunque categoria
appartenessero - una concessione molto importante, dal punto di vista dei
nazisti. Come data del loro arresto e della loro immediata deportazione (le
navi erano gia' pronte nei porti) fu fissata la notte del primo ottobre, e
non potendosi fare affidamento ne' sui danesi ne' sugli ebrei ne' sulle
truppe tedesche di stanza in Danimarca, arrivarono dalla Germania unita'
della polizia tedesca, per effettuare una perquisizione casa per casa. Ma
all'ultimo momento Best proibi' a queste unita' di entrare negli alloggi,
perche' c'era il rischio che la polizia danese intervenisse e, se la
popolazione danese si fosse scatenata, era probabile che i tedeschi avessero
la peggio. Cosi' poterono essere catturati soltanto quegli ebrei che
aprivano volontariamente la porta. I tedeschi trovarono esattamente 477
persone (su piu' di 7.800) in casa e disposte a lasciarli entrare. Pochi
giorni prima della data fatale un agente marittimo tedesco, certo Georg F.
Duckwitz, probabilmente istruito dallo stesso Best, aveva rivelato tutto il
piano al governo danese, che a sua volta si era affrettato a informare i
capi della comunita' ebraica. E questi, all'opposto dei capi ebraici di
altri paesi, avevano comunicato apertamente la notizia ai fedeli, nelle
sinagoghe, in occasione delle funzioni religiose del capodanno ebraico. Gli
ebrei ebbero appena il tempo di lasciare le loro case e di nascondersi, cosa
che fu molto facile perche', come si espresse la sentenza, "tutto il popolo
danese, dal re al piu' umile cittadino", era pronto a ospitarli.
Probabilmente sarebbero dovuti rimanere nascosti per tutta la durata della
guerra se la Danimarca non avesse avuto la fortuna di essere vicina alla
Svezia. Si ritenne opportuno trasportare tutti gli ebrei in Svezia, e cosi'
si fece con l'aiuto della flotta da pesca danese. Le spese di trasporto per
i non abbienti (circa cento dollari a persona) furono pagate in gran parte
da ricchi cittadini danesi, e questa fu forse la cosa piu' stupefacente di
tutte, perche' negli altri paesi gli ebrei pagavano da se' le spese della
propria deportazione, gli ebrei ricchi spendevano tesori per comprarsi
permessi di uscita (in Olanda, Slovacchia e piu' tardi Ungheria), o
corrompendo le autorita' locali o trattando "legalmente" con le SS, le quali
accettavano soltanto valuta pregiata e, per esempio in Olanda, volevano dai
cinquemila ai diecimila dollari per persona. Anche dove la popolazione
simpatizzava per loro e cercava sinceramente di aiutarli, gli ebrei dovevano
pagare se volevano andar via, e quindi le possibilita' di fuggire, per i
poveri, erano nulle.
Occorse quasi tutto ottobre per traghettare gli ebrei attraverso le
cinque-quindici miglia di mare che separano la Danimarca dalla Svezia. Gli
svedesi accolsero 5.919 profughi, di cui almeno 1.000 erano di origine
tedesca, 1.310 erano mezzi ebrei e 686 erano non ebrei sposati ad ebrei.
(Quasi la meta' degli ebrei di origine danese rimase invece in Danimarca, e
si salvo' tenendosi nascosta). Gli ebrei non danesi si trovarono bene come
non mai, giacche' tutti ottennero il permesso di lavorare. Le poche
centinaia di persone che la polizia tedesca era riuscita ad arrestare furono
trasportate a Theresienstadt: erano persone anziane o povere, che o non
erano state avvertite in tempo o non avevano capito la gravita' della
situazione. Nel ghetto godettero di privilegi come nessun altro gruppo,
grazie all'incessante campagna che in Danimarca fecero su di loro le
autorita' e privati cittadini. Ne perirono quarantotto, una percentuale non
molto alta, se si pensa alla loro eta' media. Quando tutto fu finito,
Eichmann si senti' in dovere di riconoscere che "per varie ragioni" l'azione
contro gli ebrei danesi era stata un "fallimento"; invece quel singolare
individuo che era il dott. Best dichiaro': "Obiettivo dell'operazione non
era arrestare un gran numero di ebrei, ma ripulire la Danimarca dagli ebrei:
ed ora questo obiettivo e' stato raggiunto".
L'aspetto politicamente e psicologicamente piu' interessante di tutta questa
vicenda e' forse costituito dal comportamento delle autorita' tedesche
insediate in Danimarca, dal loro evidente sabotaggio degli ordini che
giungevano da Berlino. A quel che si sa, fu questa l'unica volta che i
nazisti incontrarono una resistenza aperta, e il risultato fu a quanto pare
che quelli di loro che vi si trovarono coinvolti cambiarono mentalita'. Non
vedevano piu' lo sterminio di un intero popolo come una cosa ovvia. Avevano
urtato in una resistenza basata su saldi principi, e la loro "durezza" si
era sciolta come ghiaccio al sole permettendo il riaffiorare, sia pur
timido, di un po' di vero coraggio. Del resto, che l'ideale della "durezza",
eccezion fatta forse per qualche bruto, fosse soltanto un mito creato
apposta per autoingannarsi, un mito che nascondeva uno sfrenato desiderio di
irreggimentarsi a qualunque prezzo, lo si vide chiaramente al processo di
Norimberga, dove gli imputati si accusarono e si tradirono a vicenda
giurando e spergiurando di essere sempre stati "contrari" o sostenendo, come
fece piu' tardi anche Eichmann, che i loro superiori avevano abusato delle
loro migliori qualita'. (A Gerusalemme Eichmann accuso' "quelli al potere"
di avere abusato della sua "obbedienza": "il suddito di un governo buono e'
fortunato, il suddito di un governo cattivo e' sfortunato: io non ho avuto
fortuna"). Ora avevano perduto l'altezzosita' d'un tempo, e benche' i piu'
di loro dovessero ben sapere che non sarebbero sfuggiti alla condanna,
nessuno ebbe il fegato di difendere l'ideologia nazista.

3. MEMORIA. HANNAH ARENDT: LA SHOAH IN ITALIA
[Da Hannah Arendt, La banalita' del male, Feltrinelli, Milano 1964, 1993,
pp. 182-186]

L'Italia era in Europa l'unica vera alleata della Germania, trattata da pari
a pari e rispettata come Stato sovrano e indipendente. L'alleanza si fondava
probabilmente soprattutto sugli interessi comuni, interessi che legavano due
nuove forme di governo, simili anche se non identiche; ed e' vero che in
origine Mussolini era stato grandemente ammirato negli ambienti nazisti
tedeschi. Ma quando scoppio' la guerra e l'Italia, dopo una certa
esitazione, si uni' all'avventura tedesca, quell'ammirazione era ormai una
cosa che apparteneva al passato. I nazisti sapevano bene che il loro
movimento aveva piu' cose in comune con il comunismo di tipo staliniano che
col fascismo italiano, e Mussolini, dal canto suo, non aveva ne' molta
fiducia nella Germania ne' molta ammirazione per Hitler. Tutto questo,
pero', rientrava nei segreti delle alte sfere, specialmente in Germania, e
le differenze profonde, decisive tra il fascismo e gli altri tipi di
dittatura non furono mai capite dal mondo nel suo complesso. Eppure queste
differenze mai risaltarono con piu' evidenza come nel campo della questione
ebraica.
Prima del colpo di Stato di Badoglio dell'estate 1943, e prima che i
tedeschi occupassero Roma e l'Italia settentrionale, Eichmann e i suoi
uomini non avevano mai potuto lavorare in questo paese. Tuttavia avevano
potuto vedere in che modo gli italiani non risolvevano nulla nelle zone
della Francia, della Grecia e della Jugoslavia da loro occupate: e infatti
gli ebrei perseguitati continuavano a rifugiarsi in queste zone, dove
potevano essere certi di trovare asilo, almeno temporaneo. A livelli molto
piu' alti di quello di Eichmann il sabotaggio italiano della soluzione
finale aveva assunto proporzioni serie, soprattutto perche' Mussolini
esercitava una certa influenza su altri governi fascisti - quello di Petain
in Francia, quello di Horthy in Ungheria, quello di Antonescu in Romania, e
anche quello di Franco in Spagna. Finche' l'Italia continuava a non
massacrare i suoi ebrei, anche gli altri satelliti della Germania potevano
cercare di fare altrettanto. E cosi' Dome Sztojai, il primo ministro
ungherese che i tedeschi avevano imposto a Horthy, ogni volta che si
trattava di prendere provvedimenti antiebraici voleva sapere se gli stessi
provvedimenti erano stati presi in Italia. Il capo di Eichmann, il
Gruppenfuehrer Mueller, scrisse in proposito una lunga lettera al ministero
degli esteri del Reich, illustrando questa situazione, ma il ministero non
pote' fare molto perche' sempre urtava nella stessa ambigua resistenza,
nelle stesse promesse che poi non venivano mai mantenute. Il sabotaggio era
tanto piu' irritante, in quanto che era attuato pubblicamente, in maniera
quasi beffarda. Le promesse erano fatte da Mussolini in persona o da
altissimi gerarchi, e se poi i generali non le mantenevano, Mussolini
porgeva le scuse adducendo como spiegazione la loro "diversa formazione
intellettuale". Soltanto di rado i nazisti si sentivano opporre un netto
rifiuto, come quando il generale Roatta dichiaro' che consegnare alle
autorita' tedesche gli ebrei della zona jugoslava occupata dall'Italia era
"incompatibile con l'onore dell'esercito italiano".
Ancora peggio era quando gli italiani sembravano rispettare le promesse. Un
esempio lo si ebbe dopo lo sbarco alleato nel Nord-Africa francese, quando
tutta la Francia venne occupata dai tedeschi eccezion fatta per la zona
italiana, nel sud, dove circa cinquantamila ebrei avevano trovato scampo.
Cedendo alle pressioni tedesche, in questa zona fu creato un "Commissariato
per gli affari ebraici", la cui unica funzione era quella di registrare
tutti gli ebrei presenti nella regione ed espellerli dalla costa
mediterranea. Effettivamente, ventiduemila ebrei furono arrestati, ma
vennero trasferiti all'interno della zona italiana, col risultato che, come
dice Reotlinger, "un migliaio di ebrei delle classi piu' povere vivevano ora
nei migliori alberghi dell'Isere e della Savoia". Eichmann mando' allora a
Nizza e a Marsiglia uno dei suoi uomini piu' "duri", Alois Brunner, ma
quando questi arrivo', la polizia francese gia' aveva distrutto tutti gli
elenchi degli ebrei. Nell'autunno del 1943, quando l'Italia dichiaro' guerra
alla Germania, l'esercito tedesco pote' finalmente entrare in Nizza, e lo
stesso Eichmann accorse sulla Costa Azzurra. Qui gli dissero (ed egli vi
credette) che diecimila-quindicimila ebrei vivevano nascosti nel principato
di Monaco (quel minuscolo principato che conta all'incirca venticinquemila
abitanti e che, come osservo' il "New York Time Magazine", "potrebbe entrare
comodamente nel central Park"): questa notizia fece si' che l'Irha
approntasse un piano per catturarli. Sembra una tipica farsa italiana. Gli
ebrei, comunque, non c'erano piu': era fuggiti nell'Italia vera e propria, e
quelli che si tenevano nascosti tra le montagne ripararono in Svizzera o in
Spagna. Lo stesso accadde quando gli italiani dovettero abbandonare la loro
zona in Jugoslavia: gli ebrei partirono con le truppe italiane e si
rifugiarono a Fiume.
Un elemento farsesco, del resto, non era mai mancato neppure quando
all'inizio l'Italia aveva tentato sul serio di adeguarsi alla sua potente
amica e alleata. Verso la fine degli anni '30 Mussolini, cedendo alle
pressioni tedesche, aveva varato leggi antiebraiche e aveva stabilito le
solite eccezioni (veterani di guerra, ebrei superdecorati e simili), ma
aveva aggiunto una nuova categoria e precisamente gli ebrei iscritti al
partito fascista, assieme ai loro genitori e nonni, mogli, figli e nipoti.
Io non conosco statistiche in proposito, ma il risultato dovette essere che
la grande maggioranza degli ebrei italiani furono "esentati". Difficilmente
ci sara' stata una famiglia ebraica senza almeno un parente "iscritto al
fascio", poiche' a quell'epoca gia' da un quindicennio gli ebrei, al pari
degli altri italiani, affluivano a frotte nelle file del partito, dato che
altrimenti rischiavano di rimanere senza lavoro. E i pochi ebrei veramente
antifascisti (soprattutto comunisti e socialisti) non erano piu' in Italia.
Anche gli antisemiti piu' accaniti non dovevano prendere la cosa molto sul
serio, e Roberto Farinacci, capo del movimento antisemita italiano, aveva
per esempio un segretario ebreo. Certo queste cose accadevano anche in
Germania; Eichmann dichiaro' che c'erano ebrei perfino fra le comuni SS; ma
l'origine ebraica di persone come Heydrich, Milch e altri era tenuta
rigorosamente segreta, era nota soltanto a un pugno di persone, mentre in
Italia tutto si faceva allo scoperto e per cosi' dire con candore. La chiave
dell'enigma e' naturalmente che l'Italia era uno dei pochi paesi d'Europa
dove ogni misura antisemita era decisamente impopolare, e questo perche',
per dirla con le parole di Ciano, quei provvedimenti "sollevavano problemi
che fortunatamente non esistevano".
L'assimilazione, questa parola di cui tanto si abusa, era in Italia una
realta'. L'Italia aveva una comunita' ebraica che non contava piu' di
cinquantamila persone e la cui storia risaliva nei secoli ai tempi
dell'impero romano. L'antisemitismo non era un'ideologia, qualcosa in cui si
potesse credere, come era in tutti i paesi di lingua tedesca, o un mito e un
pretesto, come era soprattutto in Francia. Il fascismo italiano, che non
poteva essere definito "spietatamente duro", aveva cercato prima della
guerra di ripulire il paese dagli ebrei stranieri e apolidi, ma non vi era
mai riuscito bene a causa della scarsa disponibilita' di gran parte dei
funzionari italiani dei gradi inferiori a pensare in maniera "dura". E
quando la questione divenne una questione di vita o di morte, gli italiani,
col pretesto di salvaguardare la propria sovranita', si rifiutarono di
abbandonare questo settore della loro popolazione ebraica; li internarono
invece in campi, lasciandoli vivere tranquillamente finche' i tedeschi non
invasero il paese. Questa condotta non si puo' spiegare con le sole
condizioni oggettive (l'assenza di una "questione ebraica"), poiche'
naturalmente questi stranieri costituivano in Italia un problema cosi' come
lo costituivano in tutti gli altri Stati europei, Stati nazionali fondati
sull'omogeneita' etnica e culturale delle rispettive popolazioni. Quello che
in Danimarca fu il risultato di una profonda sensibilita' politica, di
un'innata comprensione dei doveri e delle responsabilita' di una nazione che
vuole essere veramente indipendente - "per i danesi... la questione ebraica
fu una questione politica, non umanitaria" (Leni Yahil) - in Italia fu il
prodotto delle generale, spontanea umanita' di un popolo di antica civilta'.
L'umanita' italiana resiste' inoltre alla prova del terrore che si abbatte'
sulla nazione nell'ultimo anno e mezzo di guerra. Nel dicembre del 1943 il
ministero degli esteri tedesco chiese ufficialmente l'aiuto del capo di
Eichamann, Mueller: "In considerazione del poco zelo mostrato negli ultimi
mesi dai funzionari italiani nel mettere in atto i provvedimenti antiebraici
raccomandati dal Duce, noi del ministero degli esteri riteniamo urgente e
necessario che l'adempimento di tali provvedimenti... sia controllato da
funzionari tedeschi". Dopo di che, famigerati sterminatori come Odilo
Globocnick furono spediti in Italia; anche il capo dell'amministrazione
militare tedesca non fu un uomo dell'esercito, ma l'ex governatore della
Galizia polacca, il Gruppenfuehrer Otto Wachter. Ormai non si poteva piu'
scherzare. L'ufficio di Eichmann diramo' alle sue varie branche una
circolare in cui si avvertiva che si dovevano subito prendere le "necessarie
misure" contro gli "ebrei di nazionalita' italiana". La prima azione doveva
essere sferrata contro gli ottomila ebrei di Roma, al cui arresto avrebbero
provveduto reggimenti di polizia tedesca dato che sulla polizia italiana non
si poteva fare affidamento. Gli ebrei furono avvertiti in tempo, spesso da
vecchi fascisti, e settemila riuscirono a fuggire. I tedeschi, come sempre
facevano quando incontravano resistenza, cedettero e ora accettarono che gli
ebrei, anche se non appartenevano a categorie "esentate", venissero non
deportati, ma soltanto internati in campi italiani. Per l'Italia, questa
soluzione poteva essere considerata sufficientemente "finale". Cosi' circa
trentacinquemila ebrei furono catturati nell'Italia settentrionale e
sistemati in campi di concentramento nei pressi del confine austriaco. Nella
primavera del 1944, quando ormai l'Armata Rossa aveva occupato la Romania e
gli Alleati stavano per entrare in Roma, i tedeschi violarono la promessa e
cominciarono a trasportarli ad Auschwitz: ne portarono via circa
settecentomilacinquecento, di cui poi ne tornarono appena seicento.
Tuttavia, gli ebrei che scomparvero non furono nemmeno il dieci per cento di
tutti quelli che vivevano allora in Italia.

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 48 del 26 gennaio 2006

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