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La nonviolenza e' in cammino. 1191



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1191 del 30 gennaio 2006

Sommario di questo numero:
1. Walter Binni ricorda Aldo Capitini in occasione delle esequie
2. Walter Binni ricorda Aldo Capitini nel secondo anniversario della morte
3. Norberto Bobbio: Messaggio alla marcia Perugia-Assisi per la nonviolenza
del 2000
4. Aldo Capitini: Dieci principi di Danilo Dolci
5. La "Carta" del Movimento Nonviolento
6. Per saperne di piu'

1. MEMORIA. WALTER BINNI RICORDA ALDO CAPITINI IN OCCASIONE DELLE ESEQUIE
[Riproponiamo ancora una volta le parole di commiato pronunciate da Walter
Binni al funerale di Aldo Capitini, a Perugia, il 21 ottobre 1968. Il testo,
gia' apparso nel fascicolo speciale di "Azione Nonviolenta" del
novembre-dicembre 1968, lo riprendiamo da Il messaggio di Aldo Capitini,
Lacaita, Manduria 1977, dove si trova con il titolo "Un vero rivoluzionario"
alle pp. 497-500.
Walter Binni e' nato a Perugia nel 1913, ha studiato alla Normale di Pisa,
antifascista, impegnato nella Resistenza, poi deputato alla Costituente;
docente universitario, tra i massimi studiosi della letteratura italiana; e'
scomparso sul finire del novembre 1997. Opere di Walter Binni: nella sua
vastissima produzione, tutta di grande valore, segnaliamo particolarmente
gli studi leopardiani: fondamentali La nuova poetica leopardiana, e La
protesta di Leopardi, editi da Sansoni; ed il giustamente celebre saggio
metodologico Poetica, critica e storia letteraria, edito da Laterza. Come e'
noto sono classici i suoi studi sulla poetica del decadentismo, il
preromanticismo italiano, Ariosto, Michelangelo scrittore, Metastasio,
Parini, Goldoni, Alfieri, Monti, Foscolo, Carducci, De Sanctis.
Aldo Capitini e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato,
docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la
nonviolenza e la pace. E' morto a Perugia nel 1968. E' stato il piu' grande
pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Opere di Aldo Capitini:
la miglior antologia degli scritti e' (a cura di Giovanni Cacioppo e vari
collaboratori), Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che
contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche' integrale -
ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell'epoca -
bibliografia degli scritti di Capitini); recentemente e' stato ripubblicato
il saggio Le tecniche della nonviolenza, Linea d'ombra, Milano 1989; una
raccolta di scritti autobiografici, Opposizione e liberazione, Linea
d'ombra, Milano 1991, nuova edizione presso L'ancora del Mediterraneo,
Napoli 2003; e gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996;
segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri,
Edizioni Associate, Roma 1991; e la recentissima antologia degli scritti (a
cura di Mario Martini, benemerito degli studi capitiniani) Le ragioni della
nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004. Presso la redazione di "Azione
nonviolenta" (e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org)
sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi ed opuscoli di
Capitini non piu' reperibili in libreria (tra cui i fondamentali Elementi di
un'esperienza religiosa, 1937, e Il potere di tutti, 1969). Negli anni '90
e' iniziata la pubblicazione di una edizione di opere scelte: sono fin qui
apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992, e un
volume di Scritti filosofici e religiosi, Perugia 1994, seconda edizione
ampliata, Fondazione centro studi Aldo Capitini, Perugia 1998. Opere su Aldo
Capitini: oltre alle introduzioni alle singole sezioni del sopra citato Il
messaggio di Aldo Capitini, tra le pubblicazioni recenti si veda almeno:
Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci, Torino 1988; Clara Cutini (a cura di),
Uno schedato politico: Aldo Capitini, Editoriale Umbra, Perugia 1988;
Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di
Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La pedagogia del nuovo di Aldo Capitini.
Tra religione ed etica laica, Clueb, Bologna 1991; Fondazione "Centro studi
Aldo Capitini", Elementi dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova
Italia, Scandicci (Fi) 1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per
una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini,
Pisa 1998, 2003; AA. VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume
monografico de "Il ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante,
La realta' liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del
Rosone, Foggia 1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta
2001; Federica Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini,
Cittadella, Assisi 2004; cfr. anche il capitolo dedicato a Capitini in
Angelo d'Orsi, Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001;
per una bibliografia della critica cfr. per un avvio il libro di Pietro
Polito citato; numerosi utilissimi materiali di e su Aldo Capitini sono nel
sito dell'Associazione nazionale amici di Aldo Capitini:
www.aldocapitini.it, altri materiali nel sito www.cosinrete.it; una assai
utile mostra e un altrettanto utile dvd su Aldo Capitini possono essere
richiesti scrivendo a Luciano Capitini: capitps at libero.it, o anche a
Lanfranco Mencaroni: l.mencaroni at libero.it, o anche al Movimento
Nonviolento: tel. 0458009803, e-mail: azionenonviolenta at sis.it]

Queste inadeguate parole che io pronuncio a nome degli amici piu' antichi e
piu' recenti che Aldo Capitini ebbe ed ha, per la sua eccezionale
disposizione verso gli altri, vorrebbero piu' che essere un saluto estremo e
un motivato omaggio alla sua presenza nella nostra storia privata e
generale, costituire solo un appoggio, per quanto esile e sproporzionato, ad
una tensione di concentrazione di tutti quanti lo conobbero e lo amarono:
tutti qui materialmente o idealmente raccolti in un intimo silenzio profondo
che queste parole vorrebbero non spezzare ma accentuare, portandoci tutti a
unirci a lui, nella nostra stessa intera unione con lui e in lui, unione cui
egli ci ha sollecitato e ci sollecita con la sua vita, con le sue opere, con
le sue possenti e geniali intuizioni.
Certo in questo "nobile e virile silenzio" suggerito, come egli diceva,
dalla morte di ogni essere umano, come potremmo facilmente bruciare il
momento struggente del dolore, della lacerazione profonda provocata in noi
dalla sua scomparsa? In noi che appassionatamente sentiamo e soffriamo la
assenza di quella irripetibile vitale presenza, con i suoi connotati
concreti per sempre sottratti al nostro sguardo affettuoso, al nostro
abbraccio fraterno, al nostro incontro, fonte per noi e per lui di
ineffabile gioia, di accrescimento continuo del nostro meglio e dei nostri
affetti piu' alti. Quel volto scavato, energico, supremamente cordiale,
quella fronte alta ed augusta, quelle mani pronte alla stretta leale e
confortatrice, quegli occhi profondi, severi, capaci di sondare fulminei
l'intimo dei nostri cuori ed intuire le nostre pene e le nostre
inquietudini, quel sorriso fraterno e luminoso, quel gestire sobrio e
composto, ma cosi' carico di intima forza di persuasione, quella voce dal
timbro chiaro e denso, scandito e posseduto fino alle sue minime vibrazioni.
Tutto cio' che era suo, inconfondibilmente e sensibilmente suo, ora ci
attrae e ci turba quanto piu' sappiamo che e' per sempre scomparso con il
suo corpo morto ed inanime, che non si offrira' mai piu' ai nostri incontri,
al nostro affetto, nella sua casa, o in questi luoghi da lui e da noi tanto
amati, su questi colli perugini, malinconici e sereni, in cui infinite volte
lo incontrammo e che ora ci sembrano improvvisamente privati della loro
bellezza intensa se da loro e' cancellata per sempre la luce umana della sua
figura e della sua parola.
Ed ognuno di noi, certo, in questo momento, e' come sopraffatto dall'onda
dei ricordi piu' minuti e percio' struggenti, quanto piu' remoti risorgono
dalla nostra memoria commossa in quei particolari fuggevoli e minimi, che
proprio dalla poesia del caduco, del sensibile, dell'irripetibile, traggono
la loro forza emotiva piu' sconvolgente e ci spingerebbero a rievocare, a
recuperare quel particolare luogo di incontro, quella stanzetta della torre
campanaria in cui un giorno - quel giorno lontano - parlammo per la prima
volta con lui, o quella piazzetta cittadina - quella piazzetta - in cui
improvvisamente ci venne incontro con la gioia dell'incontro inatteso, o
quel colle coronato di pini in cui insieme ci recammo con altri amici.
E ognuno di noi ripensa certo ora alla propria vicenda o al segno profondo
lasciato dall'incontro con Capitini, fino a dover riconoscere - il caso di
quanti furono giovani in anni lontani - che essa sarebbe per noi
incomprensibile e non ricostruibile come essa si e' svolta, senza
l'intervento di lui, senza la sua parola illuminante, senza i problemi che
lui ci aiuto' ad impostare e a chiarire, spesso contribuendo a decisive
svolte nella nostra formazione e nella nostra vita intellettuale, morale,
politica.
Ma appunto proprio da questo, dalla considerazione dell'immenso debito
contratto con lui, dalla nostra gratitudine e riconoscenza per quanto, con
generosita' e disponibilita' inesauribile, egli ci ha dato, veniamo
riportati - al di la' del nostro dolore che sappiamo inesauribile e pronto a
risorgere ogni volta che ci colpira' un'immagine, un'eco, una labile traccia
della sua per sempre scomparsa consistenza concreta - a quel momento
ulteriore della nostra unione con lui, in occasione della sua morte, che
soprattutto dalle sue parole e dalle sue opere abbiamo appreso a considerare
come l'apertura del "muro del pianto", della buia barriera della morte.
Perche' qualunque siano attualmente le nostre diverse prospettive
ideologiche, esistenziali, religiose o non religiose (e cosi',
coerentemente, pratiche e politiche), una cosa abbiamo tutti, credo, da lui
imparata: la scontentezza profonda della realta' a tutti i suoi livelli, la
certezza dei suoi limiti e dei suoi errori profondi, la volonta' di
trasformarla, di aprirla, di liberarla.
E' qui che il ricordo e il dolore si tramutano in una tensione che ci unisce
con Aldo nella sua piu' vera presenza attuale, nella sua non caduca presenza
in noi e nella storia, e ci riempie di un sentimento e di una volonta' quale
egli ci chiede e ci domanda con tutta la sua vita e la sua opera piu'
persuasa di combattente per una verita' non immobile e ferma, ma profonda ed
attiva, concretata in quella prassi conseguente di cui egli sosteneva
proprio in questi ultimi giorni, parlando con me, l'assoluto primato. Il
morto, il crocifisso nella realta', come egli diceva, suggerisce infatti
insieme e il senso della nostra limitatezza individuale in una realta' di
per se' ostile e crudele (quante volte abbiamo insieme ripetuto i versi di
Montale con il loro circuito chiuso: la vita e' piu' vana che crudele, piu'
crudele che vana!) e la nostra possibilita' o almeno il nostro dovere di
tentare di spezzare, di aprire quella limitatezza, di trasformare la
realta', dalla societa' ingiusta e feroce alla natura indifferente alla
sorte dei singoli e al loro dolore. Li' e' il punto in cui convergono tutte
le folte componenti del pensiero originalissimo di Capitini: il tu e il
tu-tutti, il potere dal basso e di tutti, la nonviolenza, l'apertura e
l'aggiunta religiosa. Li' convergono in una profonda spinta rinnovatrice le
idee, le intuizioni (tese da una forza espressiva che tocca spesso la
poesia), gli atteggiamenti pratici di Capitini.
Non accettare nessuna ingiustizia e nessuna sopraffazione politica e
sociale, non accettare la legge egoistica del puro utile, non accettare la
realta' naturale grezza e sorda, e opporre a tutto cio' una volonta'
persuasa del valore dell'uomo e delle sue forze solidali e arricchite dalla
"compresenza" attiva dei vivi e dei morti, tutte immesse a forzare ed aprire
i limiti della realta' verso una societa' e una realta' resa liberata e
fraterna anzitutto dall'amore e dalla rinuncia alla soppressione fisica
dell'avversario e del dissenziente, sempre persuadibile e recuperabile nel
suo meglio, mai cancellabile con la violenza.
Di fronte a questo sforzo consapevole ed ai modi stessi della sua attuazione
e della sua configurazione precisa alcuni di noi possono essere anche
dissenzienti o diversamente disposti e operanti, ma nessuno che abbia
compreso l'enorme portata della lezione di Capitini puo' sfuggire a questo
nodo centrale del suo pensiero, nessuno puo' esimersi di dare ad esso
adesione o risposta, tanto esso e' stringente, perentorio, come perentoria
e' insieme la lezione di intransigenza morale e intellettuale di Capitini,
la sua netta distinzione di valore e disvalore, la severita' del suo stesso
amore, pur cosi' illimitatamente aperto e persuaso del valore implicito in
ogni essere umano.
Proprio per questo amore aperto e severo, questa nostra unione in lui e con
lui - in presenza della sua morte - non puo' lasciarci cosi' come siamo di
fronte alle cose e di fronte a noi stessi, non puo' non tradursi in un
impegno di suprema lealta', sincerita', volonta' di trasformazione.
Capitini fu un vero rivoluzionario nel senso piu' profondo di questa grande
parola: lo fu, sin dalla sua strenua opposizione al fascismo, di fronte ad
ogni negazione della liberta' e della democrazia (e ad ogni inganno
esercitato nel nome formale ed astratto di queste parole), lo fu di fronte
ad ogni violenza sopraffattrice, in sede politica e religiosa, cosi' come di
fronte ad ogni tipo di ordine e autorita' dogmatica ed ingiusta (qualunque
essa sia), lo fu persino, ripeto, di fronte alla stessa realta' e al suo
ordine di violenza e di crudelta'. Questo non dobbiamo dimenticare, facendo
di lui un sognatore ingenuo ed innocuo, e sfuggendo cosi' alle nostre stesse
responsabilita' piu' intere e rifugiandoci nel nostro cerchio
individualistico o nelle nostre abitudini e convenzioni non soggette ad una
continua critica e volonta' rinnovatrice.
Forse non a tutti noi si aprira' il regno luminoso della realta' liberata e
fraterna nei modi precisi in cui Capitini la concepiva e la promuoveva, ma
ad esso dobbiamo pur tendere con appassionata energia.
Solo cosi' il nostro compianto per la tua scomparsa, carissimo, fraterno,
indimenticabile amico, diviene concreto ringraziamento e la risposta alla
tua voce piu' profonda: solo cosi'' non ti lasceremo ombra fra le ombre o
spoglia inerte e consumata negli oscuri silenzi della tomba, e proseguiremo
insieme, severamente rasserenati - come tu ci hai voluto - nel nostro
colloquio con te, con il tuo tu-tutti, attuandolo nel nostro faticoso e
fraterno impegno di uomini fra gli uomini, come tu ci hai chiesto e come tu
ci hai indicato con il tuo altissimo esempio.

2. MEMORIA. WALTER BINNI RICORDA ALDO CAPITINI NEL SECONDO ANNIVERSARIO
DELLA MORTE
[Riproponiamo ancora una volta la testimonianza di Walter Binni in occasione
della manifestazione svoltasi a Perugia il 19 ottobre 1970 per iniziativa
dell'Amministrazione Comunale d'intesa con la Fondazione Centro Studi Aldo
Capitini. Abbiamo ripreso il testo dal sito dell'Associazione nazionale
amici di Aldo Capitini]

Nel ripensamento della mia lunghissima amicizia e vicinanza (qui a Perugia e
poi fra nuovi incontri a Perugia ed altrove, e in una ininterrotta
corrispondenza epistolare) con Aldo Capitini - amicizia che coinvolge una
grandissima parte della mia vita, e cioe' dal 1931 al 1968 - mi soffermero'
su due periodi, su due zone perugine e usero' poi alcuni ricordi e
considerazioni che vorrebbero servire - in questa testimonianza personale di
amico e di perugino - a illuminare la presenza e la personalita' di questo
grande uomo, cittadino e maestro cosi' profondamente incisivo nella storia
perugina e italiana e nella vita di tanti uomini che ebbero la fortuna
eccezionale di incontrarlo, di amarlo, di essere oggetto vivo della sua
amicizia, del suo amore, del suo altissimo magistero ideale, morale,
politico, interamente umano.
Anzitutto il fervido e indimenticabile periodo del mio incontro e della mia
consuetudine di rapporti con lui, soprattutto qui nella nostra Perugia,
negli anni fra il 1931 e la guerra, nel periodo della preparazione della
Resistenza, in quella attivita' clandestina, che ebbe in lui uno dei suoi
massimi protagonisti e che per merito suo, ebbe in Perugia uno dei suoi
centri piu' attivi e fecondi.
Avevo 18 anni (egli ne aveva 32) quando lo conobbi nell'autunno del 1931:
ero un giovanissimo, animato da una forte passione per la poesia ed anche
per le questioni etico-politiche, ma ancora privo di contatti culturali piu'
precisi e di orientamenti sicuri, preso fra prospettive da molto tempo
nettissime nello svincolamento dalla religione tradizionale, e le remore
gravi e scolastiche dei miti nazionali carducciani, dannunziani, pascoliani
e degli inganni pseudosociali della dittatura.
Lo conobbi nel suo piccolo studio nella torre campanaria municipale (quello
che divenne poi il luogo di incontri di tanti uomini della cultura
antifascista italiana e che si sarebbe dovuto lasciare intatto per il suo
alto significato storico) e fui immediatamente preso dal fascino di quella
grande personalita', cosi' matura e vigorosa, aperta e rigorosa, cosi' alta
e insieme cosi' semplice e schietta: e fra quei suoi libri cosi'
intensamente e amorosamente annotati, il modestissimo agio del divanetto
rosso, la nitida presenza del suo tavolo da lavoro accuratamente ordinato,
la finestra aperta sul paesaggio di Assisi, io respiravo un'aria nuova ed
alta, fra accogliente e severa.
Ma anche Capitini intui' il mio giovanile fondo di serieta' e di
appassionamento e su quello fin da quel primo incontro comincio' a lavorare
per vincere, con il mio meglio, i miei limiti di prospettive ideali, e
spesso anche di gusto, rivelandoli con franchezza, ma senza farmeli pesare
come qualcosa, per lui, di irritante e di incomprensibile.
Comincio' cosi' un rapporto fra noi (fra Perugia e Pisa nel 31-32, e poi
sempre a Perugia quando egli fu allontanato dalla Scuola Normale, di cui era
segretario, per il suo rifiuto della tessera fascista) che, allargandosi
subito ai suoi amici pisani (anzitutto Claudio Baglietto, collaboratore con
lui della sua prima impostazione religiosa) e ai suoi primi amici perugini
(anzitutto Alberto Apponi, anch'egli con me e con altri come me, piu'
giovane di lui, cosi' aperto e generoso) lentamente, con una maturazione che
il suo profondo istinto pedagogico assecondava, senza forzarla, provoco' in
me uno svolgimento complesso ed intero di tutti i miei interessi migliori,
in un ricambio costante fra discussioni sulla poesia, sulla musica, sulla
religione e sulla politica, che tutte convergevano nella collaborazione alla
formazione di un giovane intellettuale ormai fermo nel rifiuto di ogni forma
retorica, dogmatica ed autoritaria di pensiero e di pratica, preparato cosi'
a divenire egli stesso collaboratore di Capitini nella diffusione delle idee
antifasciste e nella creazione della complessa rete di rapporti clandestini,
di cui Capitini era il promotore piu' geniale ed attivo, quanto piu' la
stessa propaganda e attivita' politica si appoggiava in lui a tutta
un'originale visione della vita e della societa', ad una passione morale e
religiosa, piu' che solamente politica.
Cosi' cio' che ho detto per me (un esempio della potente forza educativa di
Capitini) si moltiplicava nel caso di tanti altri miei coetanei.(o simili
spesso a me sulle basi di partenza e nelle forme di svolgimento, perugini e
umbri), mentre, per opera sua, io ed altri giovani trovavamo per la prima
volta contatti non solo con i vecchi antifascista perugini borghesi, ma
quello, fecondo ed entusiasmante, con i tenaci e coraggiosissimi popolani
perugini (popolani o di recente origine popolana), oppositori alla
dittatura, aperti alle istanze sociali e rivoluzionarie piu' risolute.
E furono per me e per altri giovani.memorabili incontri, nel laboratorio di
Catanelli, nel negozio di Tondini, nella casa di Montesperelli, o del prete
ex-modernista e antifascista, Angelo Migni Ragni, sui colli vicini (in
apparenti innocue scampagnate domenicali) appunto con uomini, che anche
perche' aperti, come dicevo, a istanze sociali avanzate, pur influirono su
molti di noi anche nelle successive scelte di precisi partiti politici,
tutti comunque di sinistra e nettamente anticonservatori, come decisamente
di sinistra, anticonservatrici, profondamente rivoluzionarie, erano le
istanze di fondo e di prospettive dello stesso "liberalsocialismo" di
Capitini (e di alcuni suoi collaboratori, come me).
Poi fu la creazione di un primo comitato clandestino a Perugia (nel '36),
l'avvio della formazione liberal-socialista (a opera soprattutto di
Capitini, Calogero, Apponi, Ragghianti, ecc.) e il dispiegarsi di un moto
crescente che venne portando dalla nostra Perugia a sempre piu' vasti legami
nazionali, preparazione della Resistenza, in cui alcuni giovanissimi
perugini, allievi di Capitini e miei, Primo Ciabatti e Enzo Comparozzi,
dettero la loro vita per la causa della democrazia e del socialismo, mentre
tanti altri soffrirono, con Capitini, carcere e persecuzione.
La nostra Perugia era cosi' divenuta un centro essenziale nella vita
nazionale, cosa di cui i perugini non possono e non devono mai dimenticarsi
nei confronti della loro gratitudine per Aldo Capitini.
C'e' poi un secondo periodo su cui voglio brevemente soffermarmi soprattutto
per cio' che esso comporta nei confronti di una iniziativa eccezionalmente
importante e significativa di Capitini.
Proprio nell'ultimo numero di "Astrolabio", a proposito della istituzione
delle regioni (di cui Capitini fu strenuo e attivo sostenitore) e della
funzione piu' profonda che esse possono avere per un vero inizio di un
rinnovamento sociale e democratico dal basso specie la' dove vi prevalgono
fin da ora le forze di sinistra, Ferruccio Parri scrive: "Centri di
iniziativa e di impulso regionale, nelle mani o sotto l'influenza e
l'impulso di uomini di sinistra, possono essere forze decisive per nuove
impostazioni anche di costumi, di modi moderni di vivere... Le regioni rosse
possono dare un esempio progressivo e trascinante di una spontanea e
creativa partecipazione di tutti, del 'potere di tutti' idoleggiato dal
compianto Capitini". Cosi' Parri.
Orbene, negli anni luminosi, e brevi, delle speranze del '44-'46, come non
ricordare il significato in tal senso (oltre quello di successive iniziative
e dello sviluppo del pensiero di Capitini fino al libro Il potere di tutti)
dell'iniziativa capitiniana del C.O.S.? Come non ricordare la folla che
riempiva la sala di Via Oberdan, che arrivava anche un'ora prima dell'inizio
dell'Assemblea per trovare posto, che partecipava attivamente alla
discussione di ogni problema cittadino e generale, con la possibilita' di
formarsi un'opinione su partiti e avvenimenti, con la viva gioia. di essere
promotrice di proposte per il miglioramento della vita associata e civile
della nostra citta' cominciando appunto dal basso e da tutti?
Del fervore e della portata di quella iniziativa concreta (Capitini non fu
un vacuo sognatore, ma un uomo concreto e un geniale e attivo organizzatore)
non poteva non far cenno la mia testimonianza perugina, perche' un'altra
volta cosi' Perugia diveniva, per opera di Capitini, centro di un'iniziativa
di valore nazionale: e quale migliore omaggio concreto a Capitini, e quale
migliore ripresa della sua lezione non sarebbe, da parte dei perugini, nella
nuova vita regionale umbra, la rifondazione dei C.O.S. o di forme analoghe
di assemblee popolari, magari rese ancor piu' incisive e attive al livello
della situazione attuale?
Ma la mia testimonianza di amico e di perugino (seppur lontano da piu' di
vent'anni dalla nostra citta') mi porta anche ad alcune considerazioni
(basate sull'esperienza personale, ma certo comuni e ben comprensibili a
quelle di tanti altri amici vecchi e recenti di Capitini) miranti a rilevare
aspetti e valori della grande e complessa personalita' di Aldo, della sua
profonda umanita', dei modi in cui quella personalita' si svolgeva non solo
sul piano dei grandi temi di pensiero e delle grandi lotte e iniziative, ma
anche su quello degli affetti piu' personali e pur mai totalmente privati,
mai limitati a rapporti chiusi e intimistici o sentimentalistici, bensi'
sempre irrorati dal flusso della sua geniale ispirazione e della sua grande
vocazione "corale", sempre vivi entro un affiato energico e fortemente
stimolante.
Proprio in questi giorni ho non solo ripensato costantemente a lui, ma ho
riletto tutte le numerosissime lettere scritte da lui a me (oltre che a mia
moglie e ai nostri figli) nel periodo successivo alla mia definitiva
partenza da Perugia, nel '48. E da quel ripensamento e da quella lettura,
tra tante sollecitazioni e ricordi commossi, un motivo si e' fatto avanti
insistente e dominante: il motivo della profonda disposizione e capacita' di
amore di quel grande animo.
Davvero non ho mai conosciuto un uomo che abbia cosi' interamente realizzato
l'alta esortazione di un grande spirito dell'800, Feuerbach, "ama, ma sul
serio!", "ama le persone concrete con i loro stessi limiti ", "poiche' si
vive finche' si ama".
Tale era appunto l'amore di Capitini per le persone. E quanti di noi hanno
ben conosciuto la sua disponibilita' totale verso gli altri, la sua
inesauribile attenzione verso gli amici e i loro piu' particolari problemi!
Un'attenzione fatta di affabilita' e di energia, di familiarita' e di
tensione (parole da lui tanto amate e canone per lui anche di giudizio
estetico), capace di associare (nel colloquio e nella corrispondenza) alla
sollecitazione e discussione dei piu' alti temi le cure piu' minute per le
persone, oggetto del suo interesse ed amore.
Cosi' in quelle lettere a cui accennavo non ne trovo nessuna - sia che
prevalentemente discutesse problemi profondi, sia che riguardasse notizie e
problemi pratici spiccioli - che non contenga anche sempre qualche rapido
consiglio rivelante, quanto piu' apparentemente banale, la continua e quasi
stupefacente attenzione di lui alla vita concreta delle persone amate
(magari a me: "non fumar troppo" o "non andar troppo al cinema in questo
periodo di influenza"), salendo poi a consigli, o a domande di consiglio,
ben diversi e impegnativi o a discussioni di valore generale (con un
ricambio di grandi e piccole cose ben significativo per la sua organica
personalita'), ma sempre con rapidi e condensati accenni al costante legame
affettivo, con rivelazioni improvvise del suo amore e bisogno di amore cosi'
confidente ed aperto (cosi' in una lettera dalla Scuola Normale di Pisa, del
'55: "Da piu' di un mese, quando sono in camera e sto riposando dopo pranzo,
verso le tre e tre quarti penso: ora potrebbe bussare Walter").
Oppure, con brevi cenni anche in lettere di altro tenore egli introduceva
l'amico, cui scriveva, nella sua vita piu' quotidiana e nella sua memoria
affettuosa, creando intorno alle cose dette con la sua scrittura elegante e
semplice (parola essenziale per lui: "tutto e' da fare e inventare con
semplicita'") un alone caldo, limpido e denso di vita e di affetti.
Cosi' un ricordo di una gita fatta insieme ai miei e ad altri amici sui
monti pisani (20 ottobre '54): "Che bella cosa la nostra gita di domenica!
Vera domenica! Per la prima volta dopo una gita, ero per nulla stanco, tanto
che mi sono messo al ritorno subito a tavolino, senza il bisogno della
poltrona. E la sera sono andato a letto verso le 10. Mi sono poi svegliato,
e sentivo molta gente per la strada: dicevo: che sara' successo? Ho guardato
l'orologio: era semplicemente mezzanotte e venti, e avevo gia' dormito piu'
di due ore".
E magari tutto si condensava (entro il contesto diverso) in rapidissimo
accenni a ricordi comuni, cari alla nostra comune memoria (3 febbraio '58:
"sono andato ad un concerto per riascoltare, dopo tanto tempo, l'Egmont, che
fu la nostra musica dell'antifascismo, piu' di tante altre") o in semplici
didascalie di date: 20 giugno '54 ("il 20 giugno che ci ricorda i nostri
perugini"); 25 luglio '64 ("ricordi il 25 luglio di ventun anni fa?"); 22
aprile '58 ("e' uno dei giorni piu' belli, la nascita di mio padre"); 4
novembre '50 ("ripenso a tua madre" morta in quel giorno nel '39).
E cosi' tante altre date care o sacre alla nostra vita (il 10 marzo, morte
di Mazzini, che solevamo qui a Perugia celebrare raccogliendoci con amici a
Montebello da Migni Ragni; il 20 settembre, il 14 giugno, liberazione di
Perugia) o viceversa date a noi tutt'altro che care ( 11 febbraio, data del
Concordato, "lutto nazionale") o ancora date care alle costumanze della
nostra citta': 28 gennaio '55, "Il 29 e' S. Costanzo: ricordi le sue
campane?".
Oppure ancora l'introduzione di rapide aperture su luoghi e paesaggi
perugini o su stagioni e situazioni metereologiche perugine a noi due, o a
me, care: "Qui ieri c'era un oro nella luce che mi fa presentire l'autunno
perugino" (12 agosto '55); "A Perugia c'e' un freddo che ti piacerebbe, ci
sono state giornate proprio tue" (12 gennaio '61); "A Perugia ti chiamero'
quando sentiro' una bella tramontana" (5 febbraio '62).
Ed ecco: Perugia, la nostra Perugia, era sempre al centro dei suoi interessi
e del suo amore. E quanti brani di lettere potrei citare in appoggio a
questo motivo! Ora in forma di quadro perugino, che si inserisce nella
lettera come un'apertura dell'animo nel suo ricordo con un paesaggio caro,
consueto, e leopardianamente evocativo di ricordi e di doppia vista poetica:
"Mentre ti scrivo odo un "tonar di ferree canne" verso Prepo, in un bel
pomeriggio domenicale: i nostri colli, gli accenti del nostro dialetto, le
nostre osterie di campagna, lo scendere del freddo della sera perugina!" (23
marzo '58).
Ora invece dando a Perugia il valore solenne di un luogo eccezionale,
propizio agli incontri piu' cari, alle discussioni piu' confidenti e piu'
elevate: 12 maggio '52 a mia moglie: "Magari venissi anche tu a Perugia! Mi
pare un sogno che ci ritroviamo con Walter e te in quell'aria solenne e in
quelle linee". 11 agosto '58: "Trasferiamo il progetto di calma
conversazione a Perugia di cui ti mando uno dei panorami piu' belli, piu' in
accordo con la poesia e con la musica"; e ancora a me (Pisa 14 settembre
'59) quando si discuteva se incontrarsi a Pisa o a Perugia: "Sceglierei
Perugia. So che a Perugia si incontrano anche ricordi molesti, e talvolta
bisogna come scansare con la mano cose che avremmo voluto diverse: ma mi
pare che la' e non qui a Pisa, sia possibile toccare ogni tanto quei punti
alti, assoluti, puri, che ricompensano del resto: punti che si vedono, si
vivono pacatamente la', e non fuggevolmente".
Anche questi brevi brani e i testi interi delle lettere mentre introducono
cosi' agevolmente nell'atmosfera familiare e tesa della vita quotidiana di
Aldo, documentano pure (oltre naturalmente alle opere intere) un altro
aspetto e valore della personalita' di Capitini: quello di un vero
scrittore, certamente il maggiore scrittore perugino e umbro del '900.
Scrittore e anche uomo di gusto finissimo e finissimo lettore critico: penso
a certi suoi saggi sul Paradiso di Dante e sul Leopardi, alle sue inedite
tesi di laurea e di perfezionamento, ma anche a certe lettere, con accenni
importanti di nuovo su Leopardi e su Dante, e, se il tempo lo permettesse,
piacerebbe leggere un vero piccolo abbozzo di saggio sul canto di Piccarda
in una lettera del 2 marzo '58.
Quelle lettere ci dimostrano ancora l'organicita' di Capitini, il suo
complesso ricambio, come scrittore e pensatore, tra piani piu' confidenziali
e piani piu' impegnativi di opere organiche. E basterebbe accennare a certi
anticipi e gradazioni di alcune lettere rispetto a brani compiuti dei suoi
libri, come puo' vedersi almeno nel rapporto fra il brano di una lettera del
21 marzo '55 ("Circa l'abbandono, ripeto che sono convinto che se si
arrivasse veramente a sentire un calmo appoggio a tutti quando e' la notte,
si dormirebbe meglio. Bisognerebbe sentirli uniti e compagni in eterno. Io
da anni come dico ogni mattina "Buon giorno a tutti" aggiungendo qualche
nome delle persone piu' vicine alla mia vita, cosi' addormentandomi dico
"Buona notte a tutti" e a qualche nome in particolare") e l'ultima strofa di
Colloquio corale:
"Buona notte ad amici e ad ignoti,
ai morti riveduti nel lampo della festa:
come ognuno ama in atto tutti,
cosi' tutti il sonno unisca, disceso senza lotta:
entriamo pacati nella notte grati alla festa,
dopo esserci aperti a lei".
Pare infine chiaro che un brano come quello della lettera ora citata fa
risalire dal piano degli affetti personali a quello dell'amore capitiniano
per tutti (che quegli stessi affetti personali rafforza ed allarga), riporta
dalla mia testimonianza di amico alla mia testimonianza (qui inevitabilmente
limitata dal tempo) di lettore di Capitini, di intenso ammiratore e
valutatore della sua grande problematica e tematica, persuaso della
validita' stimolante delle sue grandi prospettive ideali, anche quando non
le si condividano interamente.
Diro' solo a questo proposito, che tutti quelli che hanno vissuto e sentito
la grande lezione di Capitini, ne riportano e ne riporteranno sempre in se
stessi segni indelebili, non solo come presenza di un grande animo e amico
fraterno, ma anche come di eccezionale promotore di grandi tensioni ideali
(mai incentivo di evasione dagli impegni concreti) e ne risentiranno sempre
il fascino e l'impulso, anche quando, ripeto, alcuni di essi possono
discuterle e in parte dissentirne: e si trattera' magari di quei tormentati
e "perplessi" fra cui si pone, con tanta leale semplicita' l'amico Bobbio
nella conclusione della sua bellissima introduzione al Potere di tutti, e di
quei "rivoluzionari insufficienti", come Aldo li chiamava, ci chiamava, piu'
tesi al piano politico e sociale che a quello religioso.
Ma anche in questi casi non si puo' non avvertire la forza dei suoi problemi
e delle sue prospettive, che tutto riportano ad un livello piu' alto di
discussione e di non facilita'. E soprattutto non si possono non considerare
quei problemi e quelle prospettive come elemento essenziale nella
prefigurazione di una societa' veramente nuova di liberi ed eguali, al cui
sviluppo duraturo non e' sufficiente (anche se sicuramente indispensabile)
l'abolizione dell'attuale sistema economico-sociale.
Allora tanto piu' mi pare non solo necessaria, come lui voleva, una
strutturazione interamente dal basso e di un potere veramente di tutti, ma
necessaria anche la presenza, in quella nuova societa', di una visione
profonda che continui costantemente a promuovere una liberazione dai limiti
della vecchia societa' e della vecchia realta', sino allo stimolo operante
del grande tema della compresenza dei morti e dei viventi.
Sicche' in tutti noi, anche diversi, come Aldo in vita ha alzato
continuamente l'impegno delle nostre posizioni e delle nostre azioni e ci ha
spinti, con il suo amore e rigore, ad approfondirci e migliorarci, cosi' la
sua viva presenza (non solo commossa memoria) continuera' finche' vivremo, a
stimolarci, ad agire su di noi perche' ognuno di noi sia meno insufficiente
rispetto ai propri compiti, alle proprie posizioni di ideologia e di prassi.

3. DOCUMENTI. NORBERTO BOBBIO: MESSAGGIO ALLA MARCIA PERUGIA-ASSISI PER LA
NONVIOLENZA DEL 2000
[Riproponiamo il testo del messaggio che Norberto Bobbio invio' ai
partecipanti alla marcia Perugia-Assisi per la nonviolenza del 2000, che fu
letto alla conclusione dell'iniziativa. Norberto Bobbio e' nato a Torino nel
1909 ed e' deceduto nel 2004, antifascista, filosofo della politica e del
diritto, autore di opere fondamentali sui temi della democrazia, dei diritti
umani, della pace, e' stato uno dei piu' prestigiosi intellettuali italiani
del XX secolo. Opere di Norberto Bobbio: per la biografia (che si intreccia
con decisive vicende e cruciali dibattiti della storia italiana di questo
secolo) si vedano il volume di scritti autobiografici De Senectute, Einaudi,
Torino 1996; e l'Autobiografia, Laterza, Roma-Bari 1997; tra i suoi libri di
testimonianze su amici scomparsi (alcune delle figure piu' alte dell'impegno
politico, morale e intellettuale del Novecento) cfr. almeno Italia civile,
Maestri e compagni, Italia fedele, La mia Italia, tutti presso l'editore
Passigli, Firenze. Per la sua riflessione sulla democrazia cfr. Il futuro
della democrazia; Stato, governo e societa'; Eguaglianza e liberta'; tutti
presso Einaudi, Torino. Sui diritti umani si veda L'eta' dei diritti,
Einaudi, Torino 1990. Sulla pace si veda Il problema della guerra e le vie
della pace, Il Mulino, Bologna, varie riedizioni; Il terzo assente, Sonda,
Torino 1989; Una guerra giusta?, Marsilio, Venezia 1991; Elogio della
mitezza, Linea d'ombra, Milano 1994. A nostro avviso indispensabile e' anche
la lettura di Politica e cultura, Einaudi, Torino 1955, 1977; Profilo
ideologico del Novecento, Garzanti, Milano 1990; Teoria generale del
diritto, Giappichelli, Torino 1993. Opere su Norberto Bobbio: segnaliamo
almeno Enrico Lanfranchi, Un filosofo militante, Bollati Boringhieri, Torino
1989; Piero Meaglia, Bobbio e la democrazia: le regole del gioco, Edizioni
cultura della pace, S. Domenico di Fiesole 1994; Tommaso Greco, Norberto
Bobbio, Donzelli, Roma 2000; AA. VV., Norberto Bobbio tra diritto e
politica, Laterza, Roma-Bari 2005. Per la bibliografia di e su Norberto
Bobbio uno strumento di lavoro utilissimo e' il sito del Centro studi Piero
Gobetti (www.erasmo.it/gobetti)]

Come vecchio amico di Aldo Capitini e come partecipante alla prima marcia
che si svolse nel 1961, invio a tutti i nuovi marciatori il mio affettuoso
saluto e il mio ringraziamento per questo nuovo segno di pace e di
fratellanza.
Gia' una volta scrissi, ed ora ripeto, che abbiamo la certezza di parlare a
nome di milioni e milioni di uomini. Ed e' questo che ci da' forza.
Capitini diceva: se si vuole cambiare il mondo bisogna non isolarsi ma
cercare insieme di opporre al metodo della violenza, che ha insanguinato il
mondo, il metodo della nonviolenza, "perche' non bagna le strade e le case
di sangue, ma unisce gruppi e moltitudini di persone nelle loro campagne
rinnovatrici". Soleva ripetere: "Questo e' il varco attuale della storia".
Tanto piu' attuali queste parole oggi all'inizio del nuovo millennio, in cui
armi sempre piu' micidiali continuano ad essere diffuse e disperse in tutto
il mondo e la volonta' di potenza non ha cessato di apparire come segno
indelebile della storia dell'uomo. Pur non nascondendoci che il nuovo varco
e' difficile, continuiamo a essere convinti che l'unica strada che puo'
davvero aprirlo e' quella della nonviolenza, come Aldo ci ha insegnato con
tutti i suoi scritti e la sua inflessibile azione.

4. RIFLESSIONE. ALDO CAPITINI: DIECI PRINCIPI DI DANILO DOLCI
[Riproponiamo il seguente brano estratto dal libro di Aldo Capitini,
Rivoluzione aperta, del 1956. Danilo Dolci e' nato a Sesana (Trieste) nel
1924, arrestato a Genova nel '43 dai nazifascisti riesce a fuggire; nel '50
partecipa all'esperienza di Nomadelfia a Fossoli; dal '52 si trasferisce
nella Sicilia occidentale (Trappeto, Partinico) in cui promuove
indimenticabili lotte nonviolente contro la mafia e il sottosviluppo, per i
diritti, il lavoro e la dignita'. Subisce persecuzioni e processi.
Sociologo, educatore, e' tra le figure di massimo rilievo della nonviolenza
nel mondo. E' scomparso sul finire del 1997. Di seguito riportiamo una
sintetica ma accurata notizia biografica scritta da Giuseppe Barone
(comparsa col titolo "Costruire il cambiamento" ad apertura del libriccino
di scritti di Danilo, Girando per case e botteghe, Libreria Dante &
Descartes, Napoli 2002): "Danilo Dolci nasce il 28 giugno 1924 a Sesana, in
provincia di Trieste. Nel 1952, dopo aver lavorato per due anni nella
Nomadelfia di don Zeno Saltini, si trasferisce a Trappeto, a meta' strada
tra Palermo e Trapani, in una delle terre piu' povere e dimenticate del
paese. Il 14 ottobre dello stesso anno da' inizio al primo dei suoi numerosi
digiuni, sul letto di un bambino morto per la denutrizione. La protesta
viene interrotta solo quando le autorita' si impegnano pubblicamente a
eseguire alcuni interventi urgenti, come la costruzione di una fogna. Nel
1955 esce per i tipi di Laterza Banditi a Partinico, che fa conoscere
all'opinione pubblica italiana e mondiale le disperate condizioni di vita
nella Sicilia occidentale. Sono anni di lavoro intenso, talvolta frenetico:
le iniziative si susseguono incalzanti. Il 2 febbraio 1956 ha luogo lo
"sciopero alla rovescia", con centinaia di disoccupati - subito fermati dall
a polizia - impegnati a riattivare una strada comunale abbandonata. Con i
soldi del Premio Lenin per la Pace (1958) si costituisce il "Centro studi e
iniziative per la piena occupazione". Centinaia e centinaia di volontari
giungono in Sicilia per consolidare questo straordinario fronte civile,
"continuazione della Resistenza, senza sparare". Si intensifica, intanto,
l'attivita' di studio e di denuncia del fenomeno mafioso e dei suoi rapporti
col sistema politico, fino alle accuse - gravi e circostanziate - rivolte a
esponenti di primo piano della vita politica siciliana e nazionale, incluso
l'allora ministro Bernardo Mattarella (si veda la documentazione raccolta in
Spreco, Einaudi, Torino 1960 e Chi gioca solo, Einaudi, Torino 1966). Ma
mentre si moltiplicano gli attestati di stima e solidarieta', in Italia e
all'estero (da Norberto Bobbio a Aldo Capitini, da Italo Calvino a Carlo
Levi, da Aldous Huxley a Jean Piaget, da Bertrand Russell a Erich Fromm),
per tanti avversari Dolci e' solo un pericoloso sovversivo, da ostacolare,
denigrare, sottoporre a processo, incarcerare. Ma quello che e' davvero
rivoluzionario e' il suo metodo di lavoro: Dolci non si atteggia a guru, non
propina verita' preconfezionate, non pretende di insegnare come e cosa
pensare, fare. E' convinto che nessun vero cambiamento possa prescindere dal
coinvolgimento, dalla partecipazione diretta degli interessati. La sua idea
di progresso non nega, al contrario valorizza, la cultura e le competenze
locali. Diversi libri documentano le riunioni di quegli anni, in cui
ciascuno si interroga, impara a confrontarsi con gli altri, ad ascoltare e
ascoltarsi, a scegliere e pianificare. La maieutica cessa di essere una
parola dal sapore antico sepolta in polverosi tomi di filosofia e torna,
rinnovata, a concretarsi nell'estremo angolo occidentale della Sicilia. E'
proprio nel corso di alcune riunioni con contadini e pescatori che prende
corpo l'idea di costruire la diga sul fiume Jato, indispensabile per dare un
futuro economico alla zona e per sottrarre un'arma importante alla mafia,
che faceva del controllo delle modeste risorse idriche disponibili uno
strumento di dominio sui cittadini. Ancora una volta, pero', la richiesta di
acqua per tutti, di "acqua democratica", incontrera' ostacoli d'ogni tipo:
saranno necessarie lunghe battaglie, incisive mobilitazioni popolari, nuovi
digiuni, per veder realizzato il progetto. Oggi la diga esiste (e altre ne
sono sorte successivamente in tutta la Sicilia), e ha modificato la storia
di decine di migliaia di persone: una terra prima aridissima e' ora
coltivabile; l'irrigazione ha consentito la nascita e lo sviluppo di
numerose aziende e cooperative, divenendo occasione di cambiamento
economico, sociale, civile. Negli anni Settanta, naturale prosecuzione del
lavoro precedente, cresce l'attenzione alla qualita' dello sviluppo: il
Centro promuove iniziative per valorizzare l'artigianato e l'espressione
artistica locali. L'impegno educativo assume un ruolo centrale: viene
approfondito lo studio, sempre connesso all'effettiva sperimentazione, della
struttura maieutica, tentando di comprenderne appieno le potenzialita'. Col
contributo di esperti internazionali si avvia l'esperienza del Centro
Educativo di Mirto, frequentato da centinaia di bambini. Il lavoro di
ricerca, condotto con numerosi collaboratori, si fa sempre piu' intenso:
muovendo dalla distinzione tra trasmettere e comunicare e tra potere e
dominio, Dolci evidenzia i rischi di involuzione democratica delle nostre
societa' connessi al procedere della massificazione, all'emarginazione di
ogni area di effettivo dissenso, al controllo sociale esercitato attraverso
la diffusione capillare dei mass-media; attento al punto di vista della
"scienza della complessita'" e alle nuove scoperte in campo biologico,
propone "all'educatore che e' in ognuno al mondo" una rifondazione dei
rapporti, a tutti i livelli, basata sulla nonviolenza, sulla maieutica, sul
"reciproco adattamento creativo" (tra i tanti titoli che raccolgono gli
esiti piu' recenti del pensiero di Dolci, mi limito qui a segnalare Nessi
fra esperienza etica e politica, Lacaita, Manduria 1993; La struttura
maieutica e l'evolverci, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1996; e Comunicare,
legge della vita, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1997). Quando la mattina
del 30 dicembre 1997, al termine di una lunga e dolorosa malattia, un
infarto lo spegne, Danilo Dolci e' ancora impegnato, con tutte le energie
residue, nel portare avanti un lavoro al quale ha dedicato ogni giorno della
sua vita". Tra le molte opere di Danilo Dolci, per un percorso minimo di
accostamento segnaliamo almeno le seguenti: una antologia degli scritti di
intervento e di analisi e' Esperienze e riflessioni, Laterza, Bari 1974; tra
i libri di poesia: Creatura di creature, Feltrinelli, Milano 1979; tra i
libri di riflessione piu' recenti: Dal trasmettere al comunicare, Sonda,
Torino 1988; La struttura maieutica e l'evolverci, La Nuova Italia, Firenze
1996. Tra le opere su Danilo Dolci: Giuseppe Fontanelli, Dolci, La Nuova
Italia, Firenze 1984; Adriana Chemello, La parola maieutica, Vallecchi,
Firenze 1988 (sull'opera poetica di Dolci); Antonino Mangano, Danilo Dolci
educatore, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1992;
Giuseppe Barone, La forza della nonviolenza. Bibliografia e profilo critico
di Danilo Dolci, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2000, 2004 (un lavoro
fondamentale); Lucio C. Giummo, Carlo Marchese (a cura di), Danilo Dolci e
la via della nonviolenza, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 2005. Tra i materiali
audiovisivi su Danilo Dolci cfr. il dvd di Alberto Castiglione, Danilo
Dolci. Memoria e utopia, 2004]

Danilo Dolci ha cosi' messo praticamente in maggior rilievo ed ha espresso
in modo chiarissimo principi ed elementi gia' espressi e praticati nel
passato e nel presente, ma che con la sua persona, con la sua ispirazione ed
azione incisiva e organica in una situazione cosi' significativa, e' bene
che siano messi a contatto di tutti e moltiplicati:
1. Lavorare per una societa' che sia veramente di tutti.
2. Cominciare piu' affettuosamente e piu' attentamente dagli "ultimi".
3. Portare le cose piu' alte a contatto dei piu' umili.
4. Partecipare per comprendere.
5. Superare continuamente i propri possessi dando aiuti.
6. Creare strumenti di lavoro e di civilta' per tutti.
7. Dare amorevolezza a tutte le persone, non considerandole chiuse nei loro
errori.
8. Usare nelle azioni e nelle lotte il metodo rivoluzionario nonviolento.
9. Nei casi estremi e nei momenti decisivi offrire il proprio sacrificio
(per esempio, il digiuno), prendendo su di se' la sofferenza.
10. Promuovere riunioni e assemblee per il dialogo su tutti i problemi.

5. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

6. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1191 del 30 gennaio 2006

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