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La nonviolenza e' in cammino. 1204



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1204 del 12 febbraio 2006

Sommario di questo numero:
1. Lorella Pica: Una lettera dal Costarica
2. Alessandra Antonelli ricorda Andrea Santoro
3. "Attualita' di Danilo Dolci", una settimana di incontri a Pisa
4. Enrico Peyretti: Alcuni temi e problemi in Etty Hillesum
5. Ermanno Genre ricorda Dietrich Bonhoeffer
6. Guido Caldiron intervista Meir Shalev
7. Gaetano Arfe' presenta "La ragazza del secolo scorso" di Rossana Rossanda
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. ESPERIENZE. LORELLA PICA: UNA LETTERA DAL COSTARICA
[Ringraziamo Lorella Pica dell'associazione "Sulla strada" (per contatti:
sullastrada at iol.it) per questa lettera.
Lorella Pica (per contatti: lorellapic at libero.it), gia' apprezzata pubblica
amministratrice, e' impegnata nell'associazione "Sulla strada", nella
rivista "Adesso", in molte iniziative di pace, solidarieta', nonviolenza.
Carlo Sansonetti, parroco di Attigliano, ha preso parte a varie rilevanti
esperienze di solidarieta' concreta in Italia e in America Latina, ed e'
trascinante animatore dell'esperienza di "Sulla strada".
Per sostenere le attivita' di solidarieta' in America Latina e in Africa
dell'associazione "Sulla strada": via Ugo Foscolo 11, 05012 Attigliano (Tr),
tel. 0744992760, cell. 3487921454, e-mail: sullastrada at iol.it, sito:
www.sullastradaonlus.it; l'associazione promuove anche un periodico,
"Adesso", diretto da Arnaldo Casali, che si situa nel solco della proposta
di don Primo Mazzolari; per contattare la redazione e per richiederne copia:
c. p. 103, 05100 Terni, e-mail: adesso at reteblu.org, sito:
www.reteblu.org/adesso]

"Nessuna persona o istituzione potra' stabilire di fatto o di diritto
osterie o vendite di bevande alcoliche dentro le riserve indigene": sono le
testuali parole di una legge del Costa Rica. Mi vengono in mente quei film
degli indiani e cow boy di quando ero piccola, dove si vedevano i bianchi,
conquistatori di praterie indiane, con fucili e borracce di whisky. Agli
indiani veniva dato l'alcool, e loro, ubriachi ("emborrachados", come si
dice qui), erano presto prede del vizio e schiavi di chiunque potesse
procurar loro quella sostanza magica e diabolica insieme. Nella riserva
indigena di Guanacaste di Ujuarras sembra che niente sia cambiato, anzi, se
possibile le cose sono anche peggiorate.
*
Siamo venuti qui lo scorso anno, per aver ascoltato il "grido d'aiuto" di un
nostro amico, Silvino, che vive nella riserva con la sua famiglia da
generazioni: "Tutti, giovani e grandi, sono presto vittime del vizio della
chicha" (il liquore dei poveri, pessimo, fatto con il mais fermentato). E'
l'unica attrazione nella riserva indigena, sempre piu' isolata dal mondo (ci
vuole un'ora di cammino, il guado di un fiume e un'ora di autobus per
arrivare al primo centro abitato e quindi anche da un dottore). Silvino ci
dice che non vuole consegnare i suoi quattro figli, ne' gli altri bambini
del villaggio, a questo vizio che sta gia' ditruggendo tanta della sua gente
e tanti di quelli che egli ama.
Abbiamo allora iniziato un progetto di recupero della cultura indigena e di
sviluppo agropecuario, insieme a pochi volenterosi e non ancora disperati.
Sono soprattutto donne, che si sono ritrovate a dover portare avanti da sole
la loro numerosa famglia, perche' i mariti sono caduti nel vortice
dell'alcolismo.
Oggi c'e' un bel pollaio, un grande orto e una serra per la produzione di
spezie e ortaggi vari, una piccola coltivazione di fagioli, e, infine, una
vasca per l'allevamento delle "tilapias", una specie di trote costaricensi.
Gia' un ragazzo, Jose' Luis, che prima era vittima dell'alcool, e passava le
sue giornate tra piccoli lavori rimediati e l'osteria, si e' avvicinato al
nostro progetto, ha chiesto di collaborare e speriamo di poter dire presto
che e' uscito dal suo dramma.
*
Tutto e' bene quel che finisce bene, verrebbe da dire. E invece no.
E' una dura lotta, ogni giorno, ogni minuto. Ogni domenica soprattutto!
Infatti, ogni domenica, si organizzava, dopo la messa, con il
"silenzio-assenso" del parroco, la vendita di alcool per raccogliere i soldi
per la chiesa.
Oggi questo non e' piu' possibile per la resistenza e il diniego da parte
del nostro progetto e delle persone che ci lavorano. Silvino ha dovuto
resistere al parroco e ha posto un veto sulla vendita della chicha fuori
della chiesa. Per raccogliere i soldi ora lui va casa per casa e chiede la
collaborazione generosa e gratuita dei fedeli. E' piu' faticoso, ma la
chicha no! Il parroco e' arrabbiato e la chiesa la domenica e' vuota: ci
sono solo donne e bambini, mentre gli uomini non vengono piu' perche' la
chicha non c`e'.
*
Siamo di meno nella piccola chiesetta della riserva, ma c'e' uno in meno
anche nell'osteria dove illegalmente, come in tutte le riserve indigene, si
continua impunemente a vendere alcool a piccoli e grandi. Questo uno e'
Jose' Luis, e' la nostra speranza, e' la speranza di una comunita' che vuole
rinascere, e' anche la speranza di quei tanti ubriachi disperati che nella
notte di domenica scorsa, in cui ha celebrato la messa il nostro don Carlo,
denunciando gli scandali, sono venuti nel buio lungo i sentieri della
foresta, fino alla nostra piccola casetta, a cercare quel padre che ha detto
parole nuove. Queste parole, rimbalzate non so come anche alle orecchie di
chi a messa non c'era, hanno dato speranza ai senza speranza, hanno
dimostrato coi fatti concreti che rinascere si puo': basta resistere.
Il nostro progetto in Costa Rica si chiama "Buigina" che in lingua cabecar
vuol dire "algo de bueno", "qualcosa di buono".
Non smettiamo di credere che anche in mezzo a tanta disperazione,
ingiustizia, impunita' e scandalo si puo' fare qualcosa di buono, se siamo
uniti, se ci crediamo e se ci diamo da fare.

2. MEMORIA. ALESSANDRA ANTONELLI RICORDA ANDREA SANTORO
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riportiamo il seguente ricordo di don Andrea Santoro.
Alessandra Antonelli e' giornalista dell'Ansa in Palestina.
Andrea Santoro e' il sacerdote cattolico assassinato in Turchia alcuni
giorni fa]

Nel baccano feroce di attacchi di piazza in Medio Oriente e dichiarazioni
ignoranti e arroganti in Europa, l'uccisione di don Andrea Santoro in
Turchia mi e' dapprima scivolata addosso cosi', come decine di altre
notizie.
Per me don Andrea Santoro e' sempre stato don Andrea e basta - forse per
questo non ho immediatamente collegato il nome al volto invece cosi'
familiare. In questi giorni di isteria culturale e religiosa mi e' stato
chiesto di intervenire o scrivere in qualita' di giornalista, di cristiana
in Medio Oriente, e di moglie di musulmano. E mi sono trovata a domandarmi
se, e quanto, quella che sono oggi e il percorso interiore e geografico che
ho seguito nella mia vita, sia dovuto anche a don Andrea.
La mia avventura di fede, grandi entusiasmi e dubbi profondi, e' iniziata
sotto la sua guida pacata e rivoluzionaria. Una guida che ha fatto della
parrocchia romana della Trasfigurazione una pioniera in scelte innovative:
via il prete dall'altare, banchi in cerchio e sacerdote tra la gente, rock e
salmi, messe solo per bambini, e sempre - sempre - apertura e accoglienza:
della comunita' argentina di esiliati negli anni dei desaparecidos prima e
dei primi musulmani di quartiere poi. Accoglienza concreta: ospiti in alcuni
locali dell'oratorio rimessi a nuovo e ospiti nelle celebrazioni con
condivisione di riti e preghiere. Quando il "fenomeno islamico" ha iniziato
ad ispessirsi don Andrea non era piu' in Trasfigurazione - ma la sua
eredita' si', ed e' ancora li', e' ancora qui, in tutti quelli che come me
hanno condiviso con lui le esperienze di quegli anni. E paradossalmente,
saranno stati proprio tutti quegli anni di "militanza cattolica e umana" che
l'essere sposata oggi ad un musulmano e il vivere in un paese islamico mi
appaiono la cosa piu' naturale del mondo?
*
Quella che segue e' una riflessione sui rapporti tra islam e cristianesimo,
stralciata dall'ultima lettera che don Andrea ha spedito dalla Turchia a
"Finestra per il Medio Oriente" a fine ottobre 2005. Credo valga la pena
leggerla - specie in questi giorni di ottusi confronti.
"A volte ho l'impressione che questi mondi non si parlino in profondita', ma
facciano come quelle coppie che parlano solo di spesa, di bollette, di
mobili da spostare e di salute dei figli: si illudono di comunicare e invece
diventano sempre piu' estranei. Europa e Medio Oriente, Cristianesimo e
Islam, devono parlare di se stessi, della propria storia passata e recente,
del modo di concepire l'uomo e di pensare la donna, della propria fede.
Devono confrontarsi sull'immagine che hanno di Dio, della religione, del
singolo individuo, della societa', di come coniugano il potere di Dio e i
poteri dello stato, dei doveri dell'uomo davanti a Dio e dei diritti che
Dio, per grazia, ha conferito alla coscienza umana.
"Devono confrontarsi su cosa intendono per vita, famiglia, futuro,
progresso, benessere, pace, sul senso che danno al dolore e alla morte, su
cosa voglia dire che i popoli sono molti ma l'umanita' e' una, che la terra
e' divisa in nazioni territoriali ma tutta intera e' una casa comune.
"Bisogna che accettino di fare a voce alta un esame di coscienza, senza
timore di rivedere il proprio passato.
"Devono aiutarsi a vicenda a purificare il proprio passato e la propria
memoria. Solo dall'umilta' davanti alle proprie colpe e dalla misericordia
davanti alle colpe dell'altro puo' nascere una riconciliazione fatta di
reciproca 'assoluzione'.
"Io credo che ognuno di noi, dentro di se', possa diminuire la distanza tra
questi due mondi.
"Ma solo col cuore spalancato dall'amore non con i sentimenti duri di chi ha
sempre un 'avversario' davanti".

3. INCONTRI. "ATTUALITA' DI DANILO DOLCI", UNA SETTIMANA DI INCONTRI A PISA
[Da Francesco Cappello (per contatti: tel. 0503193343, cell. 3470654546,
e-mail: francescocappello at danilodolci.toscana.it) riceviamo e volentieri
diffondiamo.
Francesco Cappello e' impegnato nel Gruppo maieutico toscano "Danilo Dolci".
Danilo Dolci e' nato a Sesana (Trieste) nel 1924, arrestato a Genova nel '43
dai nazifascisti riesce a fuggire; nel '50 partecipa all'esperienza di
Nomadelfia a Fossoli; dal '52 si trasferisce nella Sicilia occidentale
(Trappeto, Partinico) in cui promuove indimenticabili lotte nonviolente
contro la mafia e il sottosviluppo, per i diritti, il lavoro e la dignita'.
Subisce persecuzioni e processi. Sociologo, educatore, e' tra le figure di
massimo rilievo della nonviolenza nel mondo. E' scomparso sul finire del
1997. Di seguito riportiamo una sintetica ma accurata notizia biografica
scritta da Giuseppe Barone (comparsa col titolo "Costruire il cambiamento"
ad apertura del libriccino di scritti di Danilo, Girando per case e
botteghe, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2002): "Danilo Dolci nasce il
28 giugno 1924 a Sesana, in provincia di Trieste. Nel 1952, dopo aver
lavorato per due anni nella Nomadelfia di don Zeno Saltini, si trasferisce a
Trappeto, a meta' strada tra Palermo e Trapani, in una delle terre piu'
povere e dimenticate del paese. Il 14 ottobre dello stesso anno da' inizio
al primo dei suoi numerosi digiuni, sul letto di un bambino morto per la
denutrizione. La protesta viene interrotta solo quando le autorita' si
impegnano pubblicamente a eseguire alcuni interventi urgenti, come la
costruzione di una fogna. Nel 1955 esce per i tipi di Laterza Banditi a
Partinico, che fa conoscere all'opinione pubblica italiana e mondiale le
disperate condizioni di vita nella Sicilia occidentale. Sono anni di lavoro
intenso, talvolta frenetico: le iniziative si susseguono incalzanti. Il 2
febbraio 1956 ha luogo lo "sciopero alla rovescia", con centinaia di
disoccupati - subito fermati dalla polizia - impegnati a riattivare una
strada comunale abbandonata. Con i soldi del Premio Lenin per la Pace (1958)
si costituisce il "Centro studi e iniziative per la piena occupazione".
Centinaia e centinaia di volontari giungono in Sicilia per consolidare
questo straordinario fronte civile, "continuazione della Resistenza, senza
sparare". Si intensifica, intanto, l'attivita' di studio e di denuncia del
fenomeno mafioso e dei suoi rapporti col sistema politico, fino alle
accuse - gravi e circostanziate - rivolte a esponenti di primo piano della
vita politica siciliana e nazionale, incluso l'allora ministro Bernardo
Mattarella (si veda la documentazione raccolta in Spreco, Einaudi, Torino
1960 e Chi gioca solo, Einaudi, Torino 1966). Ma mentre si moltiplicano gli
attestati di stima e solidarieta', in Italia e all'estero (da Norberto
Bobbio a Aldo Capitini, da Italo Calvino a Carlo Levi, da Aldous Huxley a
Jean Piaget, da Bertrand Russell a Erich Fromm), per tanti avversari Dolci
e' solo un pericoloso sovversivo, da ostacolare, denigrare, sottoporre a
processo, incarcerare. Ma quello che e' davvero rivoluzionario e' il suo
metodo di lavoro: Dolci non si atteggia a guru, non propina verita'
preconfezionate, non pretende di insegnare come e cosa pensare, fare. E'
convinto che nessun vero cambiamento possa prescindere dal coinvolgimento,
dalla partecipazione diretta degli interessati. La sua idea di progresso non
nega, al contrario valorizza, la cultura e le competenze locali. Diversi
libri documentano le riunioni di quegli anni, in cui ciascuno si interroga,
impara a confrontarsi con gli altri, ad ascoltare e ascoltarsi, a scegliere
e pianificare. La maieutica cessa di essere una parola dal sapore antico
sepolta in polverosi tomi di filosofia e torna, rinnovata, a concretarsi
nell'estremo angolo occidentale della Sicilia. E' proprio nel corso di
alcune riunioni con contadini e pescatori che prende corpo l'idea di
costruire la diga sul fiume Jato, indispensabile per dare un futuro
economico alla zona e per sottrarre un'arma importante alla mafia, che
faceva del controllo delle modeste risorse idriche disponibili uno strumento
di dominio sui cittadini. Ancora una volta, pero', la richiesta di acqua per
tutti, di "acqua democratica", incontrera' ostacoli d'ogni tipo: saranno
necessarie lunghe battaglie, incisive mobilitazioni popolari, nuovi digiuni,
per veder realizzato il progetto. Oggi la diga esiste (e altre ne sono sorte
successivamente in tutta la Sicilia), e ha modificato la storia di decine di
migliaia di persone: una terra prima aridissima e' ora coltivabile;
l'irrigazione ha consentito la nascita e lo sviluppo di numerose aziende e
cooperative, divenendo occasione di cambiamento economico, sociale, civile.
Negli anni Settanta, naturale prosecuzione del lavoro precedente, cresce
l'attenzione alla qualita' dello sviluppo: il Centro promuove iniziative per
valorizzare l'artigianato e l'espressione artistica locali. L'impegno
educativo assume un ruolo centrale: viene approfondito lo studio, sempre
connesso all'effettiva sperimentazione, della struttura maieutica, tentando
di comprenderne appieno le potenzialita'. Col contributo di esperti
internazionali si avvia l'esperienza del Centro Educativo di Mirto,
frequentato da centinaia di bambini. Il lavoro di ricerca, condotto con
numerosi collaboratori, si fa sempre piu' intenso: muovendo dalla
distinzione tra trasmettere e comunicare e tra potere e dominio, Dolci
evidenzia i rischi di involuzione democratica delle nostre societa' connessi
al procedere della massificazione, all'emarginazione di ogni area di
effettivo dissenso, al controllo sociale esercitato attraverso la diffusione
capillare dei mass-media; attento al punto di vista della "scienza della
complessita'" e alle nuove scoperte in campo biologico, propone
"all'educatore che e' in ognuno al mondo" una rifondazione dei rapporti, a
tutti i livelli, basata sulla nonviolenza, sulla maieutica, sul "reciproco
adattamento creativo" (tra i tanti titoli che raccolgono gli esiti piu'
recenti del pensiero di Dolci, mi limito qui a segnalare Nessi fra
esperienza etica e politica, Lacaita, Manduria 1993; La struttura maieutica
e l'evolverci, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1996; e Comunicare, legge
della vita, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1997). Quando la mattina del 30
dicembre 1997, al termine di una lunga e dolorosa malattia, un infarto lo
spegne, Danilo Dolci e' ancora impegnato, con tutte le energie residue, nel
portare avanti un lavoro al quale ha dedicato ogni giorno della sua vita".
Tra le molte opere di Danilo Dolci, per un percorso minimo di accostamento
segnaliamo almeno le seguenti: una antologia degli scritti di intervento e
di analisi e' Esperienze e riflessioni, Laterza, Bari 1974; tra i libri di
poesia: Creatura di creature, Feltrinelli, Milano 1979; tra i libri di
riflessione piu' recenti: Dal trasmettere al comunicare, Sonda, Torino 1988;
La struttura maieutica e l'evolverci, La Nuova Italia, Firenze 1996. Tra le
opere su Danilo Dolci: Giuseppe Fontanelli, Dolci, La Nuova Italia, Firenze
1984; Adriana Chemello, La parola maieutica, Vallecchi, Firenze 1988
(sull'opera poetica di Dolci); Antonino Mangano, Danilo Dolci educatore,
Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1992; Giuseppe
Barone, La forza della nonviolenza. Bibliografia e profilo critico di Danilo
Dolci, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2000, 2004 (un lavoro
fondamentale); Lucio C. Giummo, Carlo Marchese (a cura di), Danilo Dolci e
la via della nonviolenza, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 2005. Tra i materiali
audiovisivi su Danilo Dolci cfr. il dvd di Alberto Castiglione, Danilo
Dolci. Memoria e utopia, 2004]

"Inventare il futuro. Attualita' di Danilo Dolci", Pisa, 27 febbraio - 4
marzo 2006
*
Il programma delle iniziative, ricchissimo di eventi che valorizzano varie
forme di comunicazione, e che prevede la partecipazione di prestigiosi
testimoni e studiosi, puo' essere richiesto alla segreteria organizzativa:
Stazione Leopolda, e-mail: info at leopolda.it; e al Gruppo maieutico toscano
"Danilo Dolci", sito: www.danilodolci.toscana.it
*
Enti patrocinatori: Comune di Pisa, Amministrazione Provinciale di Pisa,
Universita' degli studi di Pisa, Scuola normale superiore, Scuola superiore
di studi universitari e di perfezionamento Sant'Anna, Scuola di
specializzazione all'insegnamento secondario, Centro per lo sviluppo
creativo Danilo Dolci (Trappeto. Palermo), Verein zur Forderung des werkes
von Danilo Dolci (Svizzera), Associazione Amici di Danilo Dolci di
Agropoli - Salerno, Associazione Lucignolo, Azienda ospedaliera pisana,
Fondazione Arpa, Circoscrizione n. 5 e n. 6, Liceo scientifico "Dini",
Istituto alberghiero "Matteotti", Istituto d'arte "Russoli", Liceo
sociopedagogico "E. Montale" di Pontedera, Casa circondariale "Don Bosco",
Casa della donna, Centro Gandhi, Casa della citta' Leopolda, Libreria
Feltrinelli, Cinema Lumiere, Cinema teatro Lux, Associazione Lucignolo, Casa
editrice Ets Pisa, Arsenali Medicei srl, Associazione albergatori pisani,
Associazione ristoratori pisani.
*
Comitato scientifico: Claudio Palazzolo, preside della Facolta' di Scienze
Politiche - coordinatore; Paolo Pezzino, prorettore, Dipartimento di Storia
Moderna e Contemporanea; Alfonso Iacono, preside della Facolta' di Lettere e
Filosofia; Luca Curti, Facolta' di Lettere e Filosofia - Direttore Ssis
Toscana; Remo Bodei, Facolta' di Lettere e Filosofia; Enrico Taliani,
Facolta' di Scienze Sociali; Paolo Cristofolini, Scuola Normale Superiore;
Mario Aldo Toscano, Facolta' di Scienze Sociali; Franco Bonsignori, Facolta'
di Legge; Barbara Henry, Scienze per la pace, Istituto Sant'Anna; Giorgio
Gallo Scienze per la Pace; Rocco Altieri, Scienze per la Pace; Maria
Antonella Galanti, Facolta' di Lettere; Alessandro Pizzorusso, Diritto
Costituzionale; Tiziano Raffaelli Dipartimento di Filosofia; Marcello Rossi,
direttore della rivista "Il Ponte".
*
Comitato promotore e organizzatore: Gruppo maieutico toscano "Danilo Dolci",
sito: www.danilodolci.toscana.it
*
Segreteria organizzativa: Stazione Leopolda, tel. 21531, e-mail:
info at leopolda.it

4. MATERIALI. ENRICO PEYRETTI: ALCUNI TEMI E PROBLEMI IN ETTY HILLESUM
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per averci
messo a disposizione - in stesura ancora parziale e provvisoria - questo
strumento di lavoro.
Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di questo foglio,
ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace e di
nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con
altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio",
che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi
"Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research
Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi
per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della
rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro
Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e
del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie
prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'. Saggezza e
politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e' disponibile
nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza
guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di
cui una recente edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie
Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico
Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu' volte
riproposta anche su questo foglio, da ultimo nei fascicoli 1093-1094; vari
suoi interventi sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e
alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu'
ampia bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731
del 15 novembre 2003 di questo notiziario.
Etty Hillesum e' nata a Middelburg nel 1914 e deceduta ad Auschwitz nel
1943, il suo diario e le sue lettere costituiscono documenti di altissimo
valore e in questi ultimi anni sempre di piu' la sua figura e la sua
meditazione diventano oggetto di studio e punto di riferimento per la
riflessione. Opere di Etty Hillesum: Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985,
1996; Lettere 1942-1943, Adelphi, Milano 1990, 2001. Opere su Etty Hillesum:
AA. VV., La resistenza esistenziale di Etty Hillesum, fascicolo di
"Alfazeta", n. 60, novembre-dicembre 1996, Parma. Piu' recentemente: Nadia
Neri, Un'estrema compassione, Bruno Mondadori Editore, Milano 1999; Pascal
Dreyer, Etty Hillesum. Una testimone del Novecento, Edizioni Lavoro, Roma
2000; Sylvie Germain, Etty Hillesum. Una coscienza ispirata, Edizioni
Lavoro, Roma 2000; Wanda Tommasi, Etty Hillesum. L'intelligenza del cuore,
Edizioni Messaggero, Padova 2002]

Legenda:
D = Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, Milano 1985.
L = Etty Hillesum, Lettere 1942-1943, Adelphi, Milano 1990.
Il numero indica la pagina.
*
- aborto: D 81-83
- addolorata contentezza: L 80
- amicizie: L 74
- amore: D 206
- amore per gli altri: L 114-5, 118, 123-4,
- amore plurale, cosmico: D 61, 51, 93, 130, 149, 154, 155, 158, 172, 174,
191, 215-6, 218, 235, 238, L 22 nota, 23, 58, 85 nota
- artista: D 50, 108, 157
- bambini: L 44, 61, 64, 65, 117-8, 125-6, 129, 131-2, 132-4
- bibbia: L 68-9, 83, 107-8, 113,149
- cambiare noi stessi: D 100, 212
- conosce il suo destino: D 128, 132-4, 136, 138, 163 (1)
- Consiglio Ebraico: D 168-9, 191, 228, L 74 nota, 94, 96-7, 108 nota,
130-1, 142
- cosi' difficile morire: L 129
- cristianesimo: D 79, 112, 127, 186, 198, 207, 212, 219, 230, 235
- cuore pensante: D 196, 230 (cfr salmo 90,12)
- dall'interno verso l'esterno: D 121,139
- deportazione: D 107
- diario: D 192, L 59
- diario di P. Mechanicus: L 74
- Dio: D 60, 74, 134, 163, 169, 176, 178, 181, 194, 196, 201, 216-7, 220, L
62, 79, 129, 134, 143, 148 (cfr 75), 149
- Dio - anima: D 167
- disperazione: D 174
- distruzione: D 140
- dolore: D 136, 185, 223-4, 161, 173, L 46, 87
- donna e uomo: D 51-52, 65, 84, 191, 223
- ebrea, non cattolica: D 135
- Edith Stein: L 43 nota
- egoismo: L 56
- Erenburg: L 72 nota
- essere umani e' possibile in tutte le circostanze: L 45, 82, 118-9,
- Etty: D 179, 232
- fare = essere: D 222
- fiducia: D 164, L 148 (cfr 75),118-9 (tutto e' bene e male)
- fine-inizio: L 55
- fuori la guerra, dentro la pace: D 100, 160
- il comandante: L 140
- il distacco: L 106
- inesplicabile, incomprensibile: L 65, 70, 75, 148
- inferno: L 132 ss, 134 (poesia)
- inginocchiarsi: D 90,108, 229, 235
- isteria: D 97, 124
- la bellezza nell'orrore: D 215
- le poche cose grandi: L 74
- legami tra le persone: L 120-1
- leggere e scrivere: D 232
- libri (nello zaino): D 83, 112, 159, 165, 209, 218, 230, 259, L 101, 113
- malvagita' = paura: D 211-12
- matrimonio: D 65, 104, 191
- monaci: L 43
- morte: D 140
- nella natura ci sono leggi compassionevoli: L 96
- nemici: D 211, 213
- non piu' fare, solo essere: L 105
- nonviolenza: D 215 (fondo comune)
- occhi: D 217, 165 (e mani, e dita)
- odio: d 157, 167, 172, (178), 181-2, 183, 207, 210-12, L 51, 87
- partenti per la Polonia: L 78, 128-144
- per dopo: L 74
- perdono: D 207
- pessimismo: D 82
- piu' facile pregare da lontano che stare vicini: L 105
- poverta': L 51, 62
- preghiera: D 74, 162, 169-71, 176, 178, 179, 181, 229, 231, 235-6, L 104,
105, 106, 122-3
- raggiante, irraggiare, "sole interiore": L 39, 45, 73, 109, 114-5, 117,
121
- ragione, pensiero: L 45
- ribellione: L 51
- ridere: L 128
- ritratto psicologico di un giovane: D 96
- sa che si va a morire: L 65, 89, 109, 129, 144
- scopo: D 208
- scrivania: D 15, 86, 118, 128-9, 167
- scrivere: D 50,104 ss, 116, 161, 162-3, 168, 172, 205, 222, 223, L 116-7
- segni di speranza: L 110
- si identifica con l'altro: D 174
- si identifica con tutti: L 58, 74, 77, 81, 122, 146
- sofferenti: non ci sono confini, prega per il soldato tedesco: D 142
- soldato: D 157
- sorriso: L 41, 53
- spera di sopravvivere: L 74, 96
- suicidi: L 80, 87, 90, 133
- trasmettere pensieri senza scrivere lettere: L 52, 66
- trasmettere umanita': D 179
- tutto e' sempre bene: L 119
- umanesimo: 179, 207
- vedere l'uomo nel nemico: D 141, 157, 213, 215
- viaggiare verso Est: D 260, 117, 132, 159, 186, 215
- Westerbork: L 34-51, passim
*
Note
1. Importante vedere in Jacques Semelin (Senz'armi di fronte a Hitler,
Sonda, Torino 1993, specialmente p. 163) la ricostruzione dello stato
d'animo collettivo delle vittime ebree di fronte alle notizie dello
sterminio. Etty lucidamente sa e non se lo nasconde, anche se spera di
sopravvivere.

5. MEMORIA. ERMANNO GENRE RICORDA DIETRICH BONHOEFFER
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 9 febbraio 2006.
Ermanno Genre, pastore valdese, illustre teologo, e' stato direttore del
Centro ecumenico di Agape (1981-'86) e dal 1989 e' professore di Teologia
pratica alla Facolta' valdese di teologia a Roma. Tra le molte opere di
Ermanno Genre: Kaesemann e l'enigma del IV vangelo, Claudiana, 1977; (a cura
di, con E. Campi), Zwingli, Scritti teologici e politici, Claudiana, 1985;
Karl Barth, Volonta' di Dio e desideri umani. L'iniziativa teologica di Karl
Barth nella Germania hitleriana, Claudiana, 1986; (a cura di); Dietrich
Bonhoeffer, Una pastorale evangelica, Claudiana, 1990; Nuovi itinerari di
teologia pratica, Claudiana, 1991; (a cura di), Bucero, La Riforma a
Strasburgo, Claudiana, 1992; (a cura di), Dietrich Bonhoeffer, La Parola
predicata. Corso di omiletica a Finkenwalde, Claudiana, 1994; (a cura di,
con F. Ferrario), Zwingli, Scritti pastorali, Claudiana, 1995; Cittadini e
discepoli. Itinerari di catechesi, Claudiana- Elledici, 2000; (con Sergio
Rostagno, Giorgio Tourn), Le chiese della Riforma. Storia, teologia, prassi,
San Paolo Edizioni, 2001; Il culto cristiano. Una prospettiva protestante,
Claudiana, 2004; (con Flavio Pajer), L'Unione Europea e la sfida delle
religioni, Claudiana 2005.
Dietrich Bonhoeffer, nato a Breslavia nel 1906, pastore e teologo, fu ucciso
dai nazisti il 9 aprile del 1945; non e' solo un eroe della Resistenza, e'
uno dei pensatori fondamentali del Novecento. Opere di Dietrich Bonhoeffer:
Resistenza e resa (lettere e scritti dal carcere), Paoline, Cinisello
Balsamo (Mi) 1988; Etica, Bompiani, Milano 1969; presso la Queriniana di
Brescia sono stati pubblicati molti degli scritti di Bonhoeffer (tra cui
ovviamente anche Sanctorum Communio, Atto ed essere, Sequela, La vita
comune). Opere su Dietrich Bonhoeffer: Eberhard Bethge, Dietrich Bonhoeffer,
amicizia e resistenza, Claudiana, Torino 1995; Italo Mancini, Bonhoeffer,
Morcelliana, Brescia 1995; AA. VV., Rileggere Bonhoeffer, "Hermeneutica"
1996, Morcelliana, Brescia 1996; Ruggieri (a cura di), Dietrich Bonhoeffer,
la fede concreta, Il Mulino, Bologna 1996]

Chi era quest'uomo, questo pastore protestante della "Chiesa confessante"
tedesca assassinato nel campo di concentramento di Flossenbuerg il 9 aprile
1945, a pochi giorni dalla liberazione? In occasione del centenario della
sua nascita si annunciano numerosi incontri, seminari, mostre e libri per
ricordare la sua figura che ha segnato in profondita' la spiritualita'
cristiana, e non solo cristiana, di questo ultimo mezzo secolo. Dietrich
Bonhoeffer nacque il 4 febbraio 1906, sesto di otto figli, a Breslau (oggi
Wroclaw, Polonia) da una famiglia borghese protestante di profonde radici
culturali e democratiche. I Bonhoeffer non esitarono a opporsi energicamente
alle leggi contro gli ebrei e continuarono a entrare nei loro negozi anche
dopo il divieto dell'aprile 1933. La decisione del giovane pastore di
entrare nella Resistenza e poi, facendo il doppio gioco, al servizio dei
servizi segreti militari, partecipando al complotto per eliminare Hitler,
non nasceva dunque dal nulla. Non a caso, oltre a lui, altri quattro
familiari finirono, nell'ottobre 1944, nelle mani della Gestapo.
Resistenza e resa, cosi' decisero di titolare le sue lettere dal carcere il
discepolo-amico-cognato Eberhard Bethge e Christine, la sorella, riprendendo
queste stesse parole da una sua lettera datata 21 febbraio 1944. Sono queste
lettere, in particolare, ad aver fatto conoscere al pubblico il teologo e
martire Bonhoeffer, a cui si e' aggiunta, piu' tardi, l'intera
corrispondenza con la fidanzata Maria von Wedemeyer. Ma l'attualita' del
pensiero di Bonhoeffer non e' rimasta confinata nello spazio ecclesiale e
religioso, ha contagiato credenti e non credenti, discipline umane e
teologiche, perche' ha saputo toccare i nervi stessi dell'esistenza umana
nel mondo moderno in mezzo a tutte le sue contraddizioni.
*
Bonhoeffer non e' stato solo il martire del nazismo. E' la forza del suo
pensiero, delle sue intuizioni, spesso frammentarie ma trascinanti,
inquietanti, che hanno fatto della sua eredita' spirituale un campo di
ricerca pressoche' inesauribile. Certamente ci si puo' domandare se tutta la
letteratura che gli e' stata dedicata - specializzata e non - abbia saputo
rendere ragione a quei frammenti di pensiero che hanno visto la luce nel
carcere. E ci si puo' domandare, con altrettanta onesta', se i cristiani e
le chiese che non hanno esitare ad attingere a piene mani alle sue parole,
le abbiano intese in profondita' e le abbiano soppesate in tutta la loro
portata etica, teologica e politica.
L'attualita' del pensiero di Dietrich Bonhoeffer non si ferma certamente a
quei concetti - cristianesimo non-religioso, mondo adulto, vivere nel mondo
"etsi Deus non daretur", come se Dio non ci fosse - che hanno focalizzato
gran parte dell'attenzione di teologi, filosofi e sociologi della religione.
I suoi scritti, una buona parte tradotti anche in italiano, ma molti altri
ancora non disponibili nella nostra lingua, sono una miniera che non va
assolutamente abbandonata ed e' una nota lieta constatare che anche nel
nostro paese la ricerca resta aperta.
La lettura degli scritti di Bonhoeffer, i suoi libri e predicazioni, le sue
poesie e poemetti, i frammenti di opere incompiute, insieme alle lettere dal
carcere offrono sempre nuovi spunti di meditazione e conservano una
permanente e folgorante attualita'. Come dimostra un brano (che ho tradotto
per un lavoro seminariale) in cui Bonhoeffer propone una toccante
riflessione sul "luogo autentico" della chiesa. Appena si considera la
realta' culturale del nostro paese, caratterizzata da continue scorribande
clericali e da una sostanziale inettitudine della classe politica italiana
(di destra e di sinistra) di praticare la laicita' nell'ambito delle nostre
istituzioni democratiche, si impone all'evidenza l'attualita' di queste
parole.
*
Scrive Bonhoffoer in questo brano dal titolo Das Wesen der Kirche: "Qual e'
il luogo autentico della chiesa? Non lo si puo' indicare concretamente di
primo acchito. E' il luogo del Cristo presente nel mondo. La volonta' di Dio
elegge tal luogo o tal altro a questo fine. Per questo gli uomini non
possono indicarlo o occuparlo in anticipo. Dio lo qualifica con la grazia
della sua presenza. L'uomo non puo' che riconoscerlo. Alla chiesa non e'
data la disponibilita' di proclamare luogo di Dio tale o tal altro luogo
storico. Ne' la chiesa di stato ne' la borghesia costituiscono quel luogo.
Perche' Dio solo e nessun essere umano lo determina. La chiesa, che lo sa,
resta in attesa della parola, e fa di essa il luogo che Dio occupa nel
mondo. In attesa della scelta di Dio la chiesa rinuncia a installarsi nei
luoghi favorevoli. Per una tale chiesa vale la promessa di Dio. Solo in
questo modo la chiesa sfugge all'erranza di un'umanita' senza luogo. La'
dove non c'e' piu' nessun luogo umano capace di fondare la chiesa, Dio vuole
essere con la sua comunita', anche nei luoghi della cultura. A partire di
qui si pronuncia lo stesso si' e lo stesso no su tutti i luoghi umani. Tutti
hanno bisogno in ugual misura del venire di Dio. La' dove Dio e' in dialogo
con la sua comunita', essa e' semplicemente il centro di tutti i luoghi
umani, anche se proprio qui, in certi casi, gli uomini credono di poterne
agevolmente fare a meno. Ma essa e' amata o odiata a motivo della sua
propria causa che e' l'evangelo, e non piu' per il fatto di essere
installata nei luoghi favorevoli. Essa costituisce il centro critico a
partire dal quale tutto viene giudicato. Dio stesso e' la crisi, non il
pastore, non la chiesa. Nessuno sa in anticipo dove sara' questo centro.
Secondo dei criteri storici, puo' situarsi alla periferia, come la Galilea
nell'Impero romano o Wittenberg nel XVI secolo. Dio pero' rendera' visibile
quel luogo e tutti dovranno passare di li'. La chiesa puo' soltanto essere
testimone del centro del mondo che Dio solo crea. Essa deve cercare di dare
spazio all'azione di Dio" (GS 5, 1932, 232-233).
Una chiesa che rinunci a "installarsi nei luoghi favorevoli" e' una chiesa
difficile da localizzare nel nostro paese come in molti altri luoghi. Questa
provocazione di Bonhoeffer, allora indirizzata alla chiesa tedesca,
costituisce un autentico banco di prova per ogni generazione cristiana. Ma
non e' solo materia che attiene ai cristiani, e' problema di tutti; e, oltre
a essere una questione squisitamente teologica, e' al tempo stesso
culturale, politica, economica, ne va della correttezza dei rapporti tra la
chiesa e lo stato, tra la chiesa cristiana e la realta' sociale e politica
che compete a tutti i cittadini, al di la' delle loro appartenenze o non
appartenenze religiose. Per dirla con il linguaggio dell'attualita' si
tratta di risituare il concetto di laicita' (non il laicismo infantile) nel
cuore della cultura (anche della cultura teologica) e della politica,
rendendo cosi' un doppio servizio: alla chiesa, per distoglierla dal morbo
di Costantino che continua ad affliggerla e a snaturare la sua missione, e
all'intera societa', restituendole quegli spazi di libera discussione
democratica necessari per il dialogo e il confronto fra i diversi e che non
possono essere giudicati da un'istanza morale predeterminata.
*
La distinzione che Bonhoeffer ha tracciato tra la dimensione della religione
e della fede resta anche per il nostro tempo di globalizzazione economica,
culturale e religiosa, un principio ermeneutico di fondamentale importanza,
non soltanto per il discorso teologico ma per orientare la modernita' verso
un dialogo fra le religioni che eviti le sterili contrapposizioni e le
scorciatoie generatrici di conflitti.

6. RIFLESSIONE. GUIDO CALDIRON INTERVISTA MEIR SHALEV
[Dal quotidiano "Liberazione" dell'8 febbraio 2006.
Guido Caldiron e' giornalista e saggista. Opere di Guido Caldiron: Gli
squadristi del 2000, Manifestolibri, Roma 1993; AA. VV., Negationnistes: les
chifonniers de l'histoire, Syllepse-Golias, 1997; La destra plurale,
Manifestolibri, Roma 2001; Lessico postfascista, Manifestolibri, Roma 2002.
Meir Shalev, scrittore israeliano, figlio del poeta Itzhak Shalev, e' nato a
Nahala, un kibbutz agricolo, nel 1948; all'eta' di 12 anni si e' trasferito
con la famiglia a Gerusalemme; ha studiato psicologia alla Hebrew
University; padre di due figli, dopo un'esperienza come conduttore
televisivo fra gli anni Settanta e Ottanta, si e' dedicato a tempo pieno
alla scrittura; ha pubblicato libri per l'infanzia,saggi e romanzi. Tra le
opere di Meir Shalev: E fiorira' il deserto, Garzanti, Milano 1990; Per
amore di una donna, Frassinelli, Milano 1999; Il pane di Sarah; Frassinelli,
Milano 2000; Storie piccole, Mondadori, Milano 2000; Re Adamo nella giungla,
Frassinelli, Milano 2001; La montagna blu, Frassinelli, Milano 2002;
Fontanella, Frassinelli, Milano 2004; La casa delle grandi donne,
Frassinelli, Milano 2006]

Tra gli scrittori israeliani piu' noti, Meir Shalev occupa un posto
particolare. Pacifista, uomo di sinistra, per molti anni nel giornalismo,
Shalev ha pero' scelto di non trasmettere nei suoi molti romanzi - l'ultimo
dei quali La casa delle grandi donne (pp. 410, euro 18) e' appena stato
pubblicato come i precedenti da Frassinelli - il senso di questo impegno.
Nelle sue storie e' piuttosto il portato dei ricordi familiari, la memoria
che trasmessa di generazione in generazione sembra riportarci alla
fondazione stessa dello stato di Israele, ad avere la meglio sull'emergenza
dell'attualita' che trova invece molto spazio nelle opere di autori quali
Amos Oz o Abraham Yehoshua. Shalev guarda molto piu' in la', scruta il
passato, e riesce a cogliere anche la memoria piu' lontana della storia di
questo paese, quella segnata dalle immagini dei kibbutz e dal sogno di un
"nuovo mondo" contadino. Incontrandolo a Roma nei giorni scorsi non abbiamo
pero' rinunciato a sondare la sua opinione sulla difficile fase che vive il
Medioriente.
*
- Guido Caldiron: Signor Shalev, partiamo da Hamas. Quali sono i suoi
sentimenti di fronte alla vittoria dei fondamentalisti nelle elezioni
palestinesi?
- Meir Shalev: Mi spiace che sia andata cosi' e mi spiace prima di tutto per
i palestinesi perche' penso che meritino che a guidare l'Autorita' nazionale
sia un partito piu' democratico di quanto potra' mai essere un partito
religioso quale Hamas. Non condivido la posizione del governo israeliano che
in questi anni ha sostenuto a piu' riprese che non esisteva una controparte
palestinese con cui trattare, non solo questa controparte esiste da tempo,
ma Israele deve trattare oggi con chi governa i palestinesi, anche se si
tratta di Hamas. E' questa l'unica strada perche' si arrivi a una
prospettiva di pace vera. Inoltre credo che se israeliani e palestinesi
avessero smesso di spararsi e avessero iniziato una trattativa seria gia'
qualche anno fa, forse Hamas non sarebbe oggi cosi' potente.
*
- Guido Caldiron: Anche in Israele, pero', i movimenti religiosi hanno
continuato a crescere negli ultimi anni. Non e' cosi'?
- Meir Shalev: In realta' in Israele i partiti religiosi sono oggi meno
influenti di quanto non fossero solo una decina di anni fa. Penso in
particolare al Partito nazionale religioso, che raccoglie i coloni piu'
fanatici, che ha visto scendere progressivamente i propri consensi. La
maggioranza degli israeliani e' oggi contraria alle posizioni politiche e
religiose estreme incarnate per esempio dal movimento dei coloni. Certo, la
dimensione religiosa continua a giocare a mio avviso un ruolo importante nei
conflitti del Medioriente, nel senso che non ci si combatte soltanto per il
controllo di un pezzo di territorio, ma per il dominio sulla "Terrasanta". E
va cosi' fin dai tempi delle crociate.
*
- Guido Caldiron: Osservandola da una terra cosi' fortemente impregnata di
simboli religiosi, come valuta la crisi scaturita dalla pubblicazione delle
vignette su Maometto?
- Meir Shalev: Personalmente sono contraria ad ogni tipo di censura, che
colpisca la satira, le caricature, la letteratura, la poesia o qualunque
altra forma di espressione artistica o culturale. Per quanto riguarda le
vignette, alcune non mi sembrano particolarmente gravi mentre altre sono
esplicitamente volgari. In ogni caso non penso pero' che si possa censurarle
per questo. Percio' mi inquietano le scene di violenza a cui stiamo
assistendo in questi giorni con la scusa di rispondere al contenuto delle
vignette. Sia chiaro: a me non fa ne' caldo ne' freddo il fatto che si
brucino delle bandiere, compresa quella di Israele. Ma che si brucino le
ambasciate, o che si faccia violenza a qualcuno come sta accadendo ora,
ebbene, questo lo trovo intollerabile. Credo sia venuto il momento che
l'Islam moderato, vale a dire la maggioranza dei fedeli musulmani, prenda il
sopravvento su queste spinte fanatiche, che faccia sentire la propria voce
contro i fondamentalisti. Altrimenti si rischia che passi la tesi per cui
l'integralismo rappresenta l'Islam tout court, cosa che non e' assolutamente
vera.
*
- Guido Caldiron: Alla vigilia dell'incontro dello scorso anno a Sharm El
Sheik tra Ariel Sharon e Abu Mazen, lei fu tra i firmatari di un appello di
intellettuali israeliani che spiegava come il riconoscimento reciproco tra i
due popoli era la condizione necessaria ad ogni possibile ipotesi di
trattativa di pace, Da questo punto di vista e' cambiato qualcosa nel
frattempo?
- Meir Shalev: Non saprei, ma so che qualcosa e' successo. L'evacuazione dei
coloni da Gaza, un gesto unilaterale di Israele ma non per questo meno
significativo, mi da' speranze per una prospettiva reale di pacificazione.
Credo sia importante che le scelte future siano anche il frutto di una vera
trattativa con i palestinesi, ma questo segnale, per quanto limitato, mi
sembra gia' molto importante. Anche perche' nel frattempo e' comunque
cresciuto nell'opinione pubblica israeliana il consenso alla restituzione ai
palestinesi dei territori occupati dopo il 1967. Entrambi i segnali vanno
nella direzione buona.
*
- Guido Caldiron: Lei e' nato in un kibbutz nel 1948, vale a dire l'anno
stesso della fondazione dello stato di Israele. Resta ancora qualcosa nel
paese di quello spirito socialista delle origini?
- Meir Shalev: In realta' sono nato in una moshav, una comune agricola, e
non proprio in un kibbutz, ma devo ammettere che da allora sono cambiate
davvero molte cose. Da quando i miei nonni si trasferirono dalla Russia a
quella che era allora la Palestina ottomana, e si trasformarono da studiosi
in contadini nella valle di Jesrael, e' cambiato quasi tutto. Le persone
come loro sognavano una societa' agricola, immaginavano un ritorno alla
terra, criticavano il capitalismo e giudicavano molto male le banche, e
vedevano nella figura dell'agricoltore il cuore di questo nuovo stato. Oggi
invece Israele e' un paese capitalista con un altissimo grado di tecnologia.
Percio' potremmo dire che si e' persa molta dell'ingenuita' delle origini.
Pensi che quando ero piccolo mia madre mi vietava di giocare a Monopoli
dicendo che quello era un gioco da capitalisti, da borghesi. Tutto questo,
questa idea della societa' israeliana delle origini, si e' persa
completamente.
*
- Guido Caldiron: Lei ha citato questo ricordo d'infanzia, il divieto del
Monopoli, come nei suoi romanzi racconta di fatti accaduti anche due o tre
generazioni fa ma tramandati nel ricordo familiare. Piu' che la politica e'
questo elemento della memoria a caratterizzare le sue storie?
Non credo di aver fatto io della memoria una delle fonti principali della
letteratura, e' qualcosa che accade perlomeno fin dai tempi della mitologia
greca. Pero' e' vero che per me scrivere significa prima di tutto
rielaborare i miei ricordi o quelli degli altri, fare i conti, attraverso la
letteratura, con la memoria. Si tratta anche di un elemento che e' parte
integrante della tradizione ebraica: arriverei a dire che per gli ebrei
quello del ricordo e' piu' che una caratteristica, quasi una sorta di
obbligo morale.
*
- Guido Caldiron: Depositarie di questa memoria sono principalmente le
donne, protagoniste di quasi tutti i suoi romanzi e al centro anche
dell'ultimo suo lavoro, "narrato" da un uomo ma centrato su ruoli e figure
femminili. Perche' questa scelta?
- Meir Shalev: Credo di scrivere i miei romanzi nel solco di una tradizione
e di una lingua, quella ebraica, che racconta storie da migliaia di anni.
Quanto alla centralita' delle figure femminili nelle mie opere, credo che
sia un elemento che la dice lunga sul modo in cui sono cresciuto: vale a
dire ascoltando le storie e i racconti narrati da mia madre, dalle mie zie e
soprattutto da mia nonna. Mentre i miei coetanei pensavano a fare a botte o
magari gia' alla guerra, io preferivo starmene seduto in cucina ad ascoltare
le storie piene di fascino delle donne della mia famiglia.

7. LIBRI. GAETANO ARFE' PRESENTA "LA RAGAZZA DEL SECOLO SCORSO" DI ROSSANA
ROSSANDA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 9 febbraio 2006.
Su Gaetano Arfe' dal sito della Fondazione Turati (www.pertini.it/turati)
riprendiamo alcune stralci della scheda a lui dedicata: "Gaetano Arfe' e'
nato a Somma Vesuviana (Napoli) il 12 novembre 1925. Si e' laureato in
lettere e filosofia all'Universita' di Napoli nel 1948. Si specializzo' in
storia presso l'Istituto italiano di studi storici presieduto da Benedetto
Croce, con cui entro' in contatto fin dal 1942. Nel 1944 si arruolo' in una
formazione partigiana di "Giustizia e Liberta'" in Valtellina. Nel 1945 si
iscrisse al Partito socialista e divenne funzionario degli Archivi di Stato
intorno al 1960. A Firenze era gia' entrato in contatto con Calamandrei,
Codignola e il gruppo de "Il Ponte" e aveva collaborato con Gaetano Salvemin
i alla raccolta dei suoi scritti sulla questione meridionale. Nel 1965
ottenne la libera docenza in storia contemporanea e insegno' a Bari e a
Salerno. Nel 1973 divenne titolare della cattedra di storia dei partiti e
dei movimenti politici presso la facolta' di Scienze Politiche
dell'Universita' di Firenze. Nel 1959 venne nominato condirettore della
rivista "Mondo Operaio", carica che conservera' fino al 1971. Dal 1966 al
1976 fu direttore dell' "Avanti!". Dal 1957 al 1982 fu membro del comitato
centrale e della direzione del Psi. Nel 1972 venne eletto senatore... Nel
1976 venne eletto deputato... Nel 1979 venne eletto deputato al Parlamento
europeo... Nel 1985 lascio' il Psi, motivando la sua scelta nel volumetto La
questione socialista (1986). Nel 1987 venne eletto senatore per la sinistra
indipendente. Ha scritto numerosi libri e saggi, tra cui la Storia
dell'"Avanti!" (1958) e la Storia del socialismo italiano 1892-1926 (1965)".
Rossana Rossanda e' nata a Pola nel 1924, allieva del filosofo Antonio
Banfi, antifascista, dirigente del Pci (fino alla radiazione nel 1969 per
aver dato vita alla rivista "Il Manifesto" su posizioni di sinistra), in
rapporto con le figure piu' vive della cultura contemporanea, fondatrice del
"Manifesto" (rivista prima, poi quotidiano) su cui tuttora scrive. Impegnata
da sempre nei movimenti, interviene costantemente sugli eventi di piu'
drammatica attualita' e sui temi politici, culturali, morali piu' urgenti.
Tra le opere di Rossana Rossanda: L'anno degli studenti, De Donato, Bari
1968; Le altre, Bompiani, Milano 1979; Un viaggio inutile, o della politica
come educazione sentimentale, Bompiani, Milano 1981; Anche per me. Donna,
persona, memoria, dal 1973 al 1986, Feltrinelli, Milano 1987; con Pietro
Ingrao et alii, Appuntamenti di fine secolo, Manifestolibri, Roma 1995; con
Filippo Gentiloni, La vita breve. Morte, resurrezione, immortalita',
Pratiche, Parma 1996; Note a margine, Bollati Boringhieri, Torino 1996; La
ragazza del secolo scorso, Einaudi, Torino 2005. Ma la maggior parte del
lavoro intellettuale, della testimonianza storica e morale, e della
riflessione e proposta culturale e politica di Rossana Rossanda e' tuttora
dispersa in articoli, saggi e interventi pubblicati in giornali e riviste]

Grazie del suo libro a Rossana Rossanda.
L'ho letto in due giorni, dedicandovi tutto il tempo di cui disponevo,
provando la strana sensazione che mi fosse di fronte e mi raccontasse la sua
storia. E' merito della sua scrittura, e' anche l'effetto del fatto che col
passar del tempo si e' venuto accentuando in me l'interesse per quanti mi
sono stati compagni d'avventura nella straordinaria vicenda che prende le
mosse dagli anni del fascismo calante.
Io ho sempre praticato la ricerca storica con l'intento di conoscere e far
conoscere le idee, le passioni e i sentimenti di quelli che di un processo
storico furono partecipi. "Tu non sei uno storico, sei un cantastorie", mi
disse abbracciandomi un vecchio compagno di Imola, a conclusione di una mia
commemorazione di Andrea Costa, del quale aveva seguito il funerale.
La storiografia corrente oggi, anche la migliore, e' scritta da accademici
per accademici, ed e' viziata da una irrimediata carenza metodologica,
quella di ignorare che non si fa storia di grandi movimenti di massa
ignorando - non dispiaccia a Rossanda la formula crociana - l'ethos politico
nel quale essi si riconobbero.
La nostra generazione lo ha conosciuto e lo ha sofferto in maniera piu'
lacerante e piu' drammatica di quanto sia avvenuto ai nostri padri. Ci siamo
alla fine trovati, diceva Pintor, a brancolare tra macerie e rifiuti.
Per questo considero storiograficamente importante un libro come quello di
Rossana Rossanda e cosi' quello di qualcun altro che l'ha preceduto e di
altri che mi auguro seguiranno. E' il solo modo per far penetrare tra gli
storici professionali l'idea che la necessaria revisione critica della
storia della sinistra italiana ha bisogno di documenti, ma che dignita' e
valore di documenti, presenti e rintracciabili in forme non codificate
scolasticamente hanno anche le idee, le passioni, gli atti di centinaia di
migliaia di uomini e donne che hanno costruito la nostra storia.

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1204 del 12 febbraio 2006

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