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La domenica della nonviolenza. 60



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 60 del 12 febbraio 2006

In questo numero:
1. Alcuni pensieri di pace di Ernesto Balducci
2. Enrico Peyretti (a cura di): Una piccola antologia di Ernesto Balducci
3. Ettore Masina ricorda Ernesto Balducci

1. MATERIALI. ALCUNI PENSIERI DI PACE DI ERNESTO BALDUCCI
[Riproponiamo i seguenti brevi ragionamenti che Ernesto Balducci ebbe a
pronunciare in una serie di trasmissioni radiofoniche tenute dal primo
ottobre al 31 dicembre del 1984; padre Balducci offriva ogni giorno una
meditazione di un paio di minuti; successivamente queste riflessioni sono
state raccolte in un libriccino, Pensieri di pace, pubblicato dalla
Cittadella di Assisi nel 1985, e da li' le abbiamo trascritte. Ernesto
Balducci e' nato a Santa Fiora (in provincia di Grosseto) nel 1922, ed e'
deceduto a seguito di un incidente stradale nel 1992. Sacerdote, insegnante,
scrittore, organizzatore culturale, promotore di numerose iniziative di pace
e di solidarieta'. Fondatore della rivista "Testimonianze" nel 1958 e delle
Edizioni Cultura della Pace (Ecp) nel 1986. Oltre che infaticabile attivista
per la pace e i diritti, e' stato un pensatore di grande vigore ed
originalita', le cui riflessioni ed analisi sono decisive per un'etica della
mondialita' all'altezza dei drammatici problemi dell'ora presente. Opere di
Ernesto Balducci: segnaliamo particolarmente alcuni libri dell'ultimo
periodo: Il terzo millennio (Bompiani); La pace. Realismo di un'utopia
(Principato), in collaborazione con Lodovico Grassi; Pensieri di pace
(Cittadella); L'uomo planetario (Camunia, poi Ecp); La terra del tramonto
(Ecp); Montezuma scopre l'Europa (Ecp). Si vedano anche l'intervista
autobiografica Il cerchio che si chiude (Marietti); la raccolta postuma di
scritti autobiografici Il sogno di una cosa (Ecp); la raccolta postuma di
scritti su temi educativi Educazione come liberazione (Libreria Chiari); il
manuale di storia della filosofia, Storia del pensiero umano (Cremonese); ed
il corso di educazione civica Cittadini del mondo (Principato), in
collaborazione con Pierluigi Onorato. Opere su Ernesto Balducci: cfr. i due
fondamentali volumi monografici di "Testimonianze" a lui dedicati: Ernesto
Balducci, "Testimonianze" nn. 347-349, 1992; ed Ernesto Balducci e la lunga
marcia dei diritti umani, "Testimonianze" nn. 373-374, 1995; un'ottima
rassegna bibliografica preceduta da una precisa introduzione biografica e'
il libro di Andrea Cecconi, Ernesto Balducci: cinquant'anni di attivita',
Libreria Chiari, Firenze 1996; recente e' il libro di Bruna Bocchini
Camaiani, Ernesto Balducci. La Chiesa e la modernita', Laterza, Roma-Bari
2002; cfr. anche almeno Enzo Mazzi, Ernesto Balducci e il dissenso creativo,
Manifestolibri, Roma 2002; e AA. VV., Verso l'"uomo inedito", Fondazione
Ernesto Balducci, San Domenico di Fiesole (Fi) 2004. Per contattare la
Fondazione Ernesto Balducci: tel. 055599147, e-mail: feb at fol.it, sito:
www.fondazionebalducci.it]

La soglia
Ci dicono gli studiosi delle trasformazioni che ha subito la specie umana,
che essa si e' evoluta superando via via delle soglie. A un certo momento,
man mano che la ricchezza delle trasformazioni toccava un certo livello,
avveniva un salto di qualita': per esempio dalla composizione chimica si e'
passati ai primi momenti della vita psichica, e dalla complessita' della
vita psichica si e' passati al momento dell'atto mentale. Su ciascuna di
quelle soglie si e' verificato un conflitto. Il superamento di quelle soglie
comporta necessariamente un grosso dispendio di energie, un di piu' di
sforzo.
Ebbene, a  mio giudizio, l'ingresso nell'eta' atomica rappresenta una di
queste soglie. Siamo chiamati a superare la soglia per entrare in un'eta'
dell'uomo in cui la violenza, ogni forma di violenza, sia bandita. E questo
per una semplice ragione: perche' l'uso della violenza nell'eta' atomica
significa suicidio della specie umana. Ma superare questa soglia significa
abbandonare la mentalita', gli strumenti, le istituzioni, la cultura di
prima. E' questo che e' faticoso! Eppure, o noi sorpassiamo la soglia
vestendoci di abiti nuovi, e soprattutto creandoci un animo nuovo, cioe' un
animo che rinuncia in maniera radicale, decisa, a considerare la forza come
strumento risolutivo dei conflitti individuali e collettivi, o moriremo. E'
il dilemma in cui ci troviamo.
Dinanzi a questa soglia c'e' chi fugge all'indietro, c'e' chi recalcitra,
c'e' chi si ripiega in se stesso, perche' questo di piu' di energia morale
che e' richiesto dal passaggio della soglia non e' a disposizione di tutti.
Dobbiamo tutti impegnarci ed aiutarci a superare questa soglia con spirito
di comprensione, perche' solo cosi', lo ripeto, noi supereremo in modo
positivo il dilemma morte-vita.
*
La violenza genera violenza
Credo che non ci si sia nessun ascoltatore che non sappia chi fosse il
Mahatma Gandhi, il grande maestro dell'India moderna, che attingendo
all'antica sapienza dei libri vedici aveva progettato una strategia di lotta
di liberazione basata sulla nonviolenza. Egli e' stato il maestro assoluto
della nonviolenza nel tempo moderno.
Quando esplose la bomba di Hiroshima, Gandhi era vivo ancora e questa
esplosione gli sembro' come la riprova che o l'umanita' arrivava a
distruggere - come si diceva ieri, a uccidere - la guerra dentro il suo
cuore, o sarebbe arrivata al suicidio. Fatto forte di questa convinzione,
egli si fece banditore di una conversione dell'umanita' alla nonviolenza
cercando di tener lontana la convinzione falsa - diabolica secondo lui - che
dal male nasce il bene, che da quella esplosione sarebbe nata nel mondo
finalmente un'era di pace per la paura che quell'esplosione aveva suscitato.
Egli disse allora parole forti e in qualche mdo impopolari. Disse che l'uomo
sa che dal male non puo' nascere che il male, dalla violenza non puo'
nascere che la violenza.
Aspettarsi che l'umanita' rinsavisca per l'immensita' dei suoi eccidi e' una
stoltezza in piu'. Occorre invece convertirsi e affidarsi a quella profonda
forza rivoluzionaria che e' la forza dell'amore.
*
Le tre violenze
Non so dire in quanti casi, in quante circostanze, mi e' stata fatta la
domanda se io sono contro la violenza. E' naturale che io sia contro la
violenza. Ma la domanda sottintendeva una specificazione: se sono contro la
violenza di chi fa la rivoluzione, di chi si ribella ai poteri legittimi.
Allora non ho dato una risposta semplice. Ho spiegato l'apologo molto vivace
di cui ha fatto uso tempo fa un noto vescovo brasiliano, un profeta di quel
lento viaggio di liberazione che il mondo latinoamericano sta vivendo:
Helder Camara.
Helder Camara, arieggiando il pensiero di Gandhi, spiegava che ci sono tre
forme di violenza: la violenza numero uno, la violenza numero due e la
violenza numero tre.
La prima violenza e' quella delle istituzioni oppressive. Per parlare
sbrigativamente e per farmi capire, si pensi alla Polonia, o al Cile.
L'istituzione governativa e' oppressiva, e' violenza in atto, lo vediamo
anche dalle cronache.
La seconda violenza e' quella che reagisce, a volte con l'uso della forza,
all'oppressione intollerabile della violenza numero uno.
La terza violenza e' quella della polizia, che al servizio della violenza
numero uno cerca di soffocare la violenza numero due.
E allora quando mi si domanda se sono contro la violenza, rispondo si',
totalmente, contro quella numero uno, numero due e numero tre. Come dire che
io sono per una societa' liberata dalla violenza e lo sono in modo tale che
non identifico la violenza con questo o quell'aspetto. Non dico che e' la
polizia che e' violenta o che e' il governo che e' violento, questo e quella
hanno quanto meno dalla loro parte la legge, espressione storica della
nazione: ma in ogni caso la violenza e' come una condizione circolare che si
trasmette con diversa gradazione dall'una all'altra delle componenti della
dialettica sociale.
E' evidente che per poter uscire dalla condizione della violenza, "bisogna
rispettare l'ordine", diceva Helder Camara. Cominciamo ad abolire la
violenza numero uno. Se finisce quella, finisce anche la violenza numero
due, e dopo questa finisce anche la violenza numero tre.
Mi sono permesso di raccontare questo apologo per semplificare un discorso
altrimenti troppo complesso e per ripetere con forza che non si puo' essere
per la pace se non si condannano davvero tutte le violenze e se non si
condannano anche secondo la loro intima gerarchia.
*
Il granellino di sabbia
Non si contano quelli che dopo aver cominciato a lottare per la causa della
pace lungo la strada si scoraggiano, perche' vedono che una lotta del genere
e' inconcludente, e' come opporre un filo d'erba a un carro armato. La
fatalita' storica va avanti per conto suo. Ed e' certamente vero che una
conoscenza approfondita dei meccanismi del mondo moderno favorisce il
pessimismo sul futuro, perche' non si riesce a comprendere come si possa
smontare una macchina siffatta.
Intanto ricordo che questa macchina l'abbiamo costruita noi e se l'abbiamo
costruita noi la possiamo smontare noi. Ma, al di la' di questa troppo
facile risposta, vorrei suggerire un atteggiamento interiore di cui ha
scritto in modo mirabile un noto teorico della pace, Norberto Bobbio.
Egli ha detto che e' pessimista sul futuro, e tuttavia questo non significa
che egli non debba impegnarsi, perche' ecco le sue parole: "Qualche volta e'
accaduto che un granello di sabbia sollevato dal vento abbia fermato una
macchina. E anche se ci fosse un miliardesimo di un miliardesimo di
probabilita' che il granello sollevato dal vento vada a finire nel piu'
delicato degli ingranaggi per arrestarne il movimento, la macchina che
stiamo costruendo e' troppo mostruosa perche' non valga la pena di sfidare
il destino".
Sono parole di un laico che si ispira alla serieta' e alla lucidita' della
coscienza morale, e mi pare che possiamo condividerle per darci una ragione,
quando fossimo scoraggiati, per continuare a militare per la causa della
pace.
*
Il fine e i mezzi
Quando si discorre, come noi stiamo facendo da una serie di mattinate, di
pace e di guerra, ci si imbatte, apertamente o implicitamente, nella grande
questione, una delle grandi questioni morali della storia umana: la
questione del rapporto fra i fini e i mezzi.
Posto che la pace e' un fine buono - e su questo credo tutti siamo
d'accordo - quali sono i mezzi per realizzarla? Si possono usare mezzi non
pacifici per raggiungere la pace? Noi samo figli di una cultura che ha
ammesso questo. Del resto c'e' un assioma latino - antico perche' ci viene
proprio dai Romani - che dice: "Si vis pacem para bellum": "se vuoi la pace
prepara la guerra". E' possibile accettare questa discrepanza fra il fine e
i mezzi?
Martin Luther King, di cui ho parlato ieri mattina, era convinto, per
ragioni realistiche e non per pure ragioni morali, che il fine non si puo'
separare dai mezzi, perche' i mezzi rappresentano in atto il fine stesso che
stiamo costruendo, e se i mezzi sono discrepanti dal fine, essi invece che
prepararlo preparano l'opposto. E difatti la storia ci dice: chi ha
prepararto la guerra per fare la pace non ha fatto che preparare nuove
guerre.
Ecco il tema davanti al quale ci dovbbiamo collocare. Per un verso dobbiamo
tener conto delle condizioni realistiche della societa' umana, e anzi della
famiglia dei popoli, dove spesso sorgono prepotenze che non possono esser
frenate se non con la forza, e dall'altro dobbiamo anche dar testimonanza di
questa convinzione che con la forza, con le armi, nell'eta' atomica, non si
costruisce nessuna pace, anzi si costruiscono soltanto le condizioni del
cataclisma universale.
E' l'eterno problema fra fini e mezzi. E' un discorso su cui dobbiamo
tornare, perche' ci permette di mettere il dito proprio sul nervo dolente
della nostra coscienza.
*
La fine dell'innocenza
"Si accorsero di essere nudi". Cosi' leggiamo nella Bibbia, di Adamo ed Eva
dopo che ebbero commesso il peccato. Entrarono, i nostri progenitori, in uno
stato di vergogna.
Lo stesso e' capitato alla nostra generazione.
Noi ci siamo accorti delle nostre responsabilita' e siamo entrati in uno
stato di vergogna da quando, anche a causa dei mezzi di informazione, le
grandi piaghe dell'umanita' sono entrate nella sfera della nostra
conoscenza.
Ogni giorno, anche se le notizie sul mondo vengono manipolate, noi ci
rendiamo conto delle terribili piaghe che affliggono l'umanita' in un
momento in cui tutti i mezzi sono a sua disposizione per liberarsi da tutte
le sue miserie del passato. Ecco perche' c'e' alla base della nostra
coscienza un sentimento di inquietudine e, appunto, di vergogna morale.
La fame nel mondo, come ci viene spesso ricordato (anche a livello
parlamentare), e' qualcosa di intollerabile per una coscienza che abbia
raggiunto i limiti di responsabilita' propri della morale del nostro tempo.
Noi sappiamo che milioni di persone muoiono di fame, non accanto a noi ma a
causa del nostro livello di vita che sperpera le energie prodotte dal
pianeta.
Una grossa importanza nel suscitare questa presa di coscienza ha avuto anni
fa il cosiddetto rapporto di Willy Brandt, che e' appunto un resoconto della
situazione del mondo con una prospettiva centrale che organizza le
informazioni, ed e' la prospettiva del conflitto fra il Nord del pianeta -
quello industrializzato - e il Sud. Per far capire qual e' la ragione del
conflitto, quali sono i livelli intollerabili di questo divario fra i due
emisferi, Brandt cita quattro situazioni emblematiche. Egli dice che le
spese militari di un'unica mezza giornata a livello mondiale basterebbero a
eliminare il flagello del cancro nel pianeta (sappiamo quante vittime miete
questo flagello). Il costo di un moderno carro armato permetterebbe di
costruire mille aule scolastiche per trentamila bambini. Un unico caccia a
reazione costa quanto costerebbero quarantamila farmacie di villaggio. Lo
0,5% delle spese militari basterebbe a portare i paesi del sottosviluppo a
raggiungere l'autosufficienza entro il 1990. Poche cifre, ma sufficienti a
far capire perche' noi abbiamo perduto l'innocenza, non possiamo piu' vivere
con la consapevolezza delle nostre nuove responsabilita' storiche,
tollerando queste diversita' fra uomo e uomo e fra popolo e popolo. E' da
questa presa di coscienza che nasce l'esigenza di un cambiamento mondiale
degli orientamenti della politica. Aver coscienza di questo significa aver
cominciato quella conversione morale che e' un imperativo assoluto del
nostro tempo.
*
I popoli eletti
In una leggenda di una antica tribu' di indios si racconta che quando il
padrone del mondo volle fare l'uomo, formo' tre pupazzi di argilla. Il primo
gli venne troppo cotto, e da li' derivo' la razza negra, il secondo troppo
poco cotto e da lì derivo' la razza bianca: quello che venne ben cotto fu il
capostipite della razza rossa.
Potremmo dire che in maniera semplice questi antichi indios dicevano quello
che, in parole piu' complesse, diceva, ad esempio, Giorgio Hegel, o anche da
noi in Italia un uomo di illuminata cultura e di autentica democrazia,
Benedetto Croce, il quale distingueva, anche lui, nel pianeta i popoli
civili e i popoli di natura, cioe' i popoli che non possono fare storia
perche' vivono a livello zoologico, nei confronti dei quali si puo'
esercitare un dominio come - son parole precise di Croce - verso gli
animali. Ed eravamo nel 1949, quindi dopo la tragedia nazista! Questo per
dire come certe idee che sembrerebbero scomparse per sempre permangono
invece anche nella cultura piu' elevata. Io penso che un punto fermo in
tutte le attivita' educative debba essere lo smantellamento della
presunzione etnica, cioe' della idea che ci siano razze privilegiate nel
mondo e, in contrapposizione, lo sviluppo di un'attenzione, una disposizione
al dialogo e al confronto, nella convinzione che ogni cultura porta tesori
per la formazione di quell'uomo veramente universale, di quell'uomo
planetario a cui domani sara' affidata la sorte del mondo.

2. MATERIALI. ENRICO PEYRETTI (A CURA DI): UNA PICCOLA ANTOLOGIA DI ERNESTO
BALDUCCI
[Nel riproporlo, nuovamente ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti:
e.pey at libero.it) per averci messo a disposizione questo florilegio
balducciano da lui amorevolmente curato. Enrico Peyretti (1935) e' uno dei
principali collaboratori di questo foglio, ed uno dei maestri piu' nitidi
della cultura e dell'impegno di pace e di nonviolenza; ha insegnato nei
licei storia e filosofia; ha fondato con altri, nel 1971, e diretto fino al
2001, il mensile torinese "il foglio", che esce tuttora regolarmente; e'
ricercatore per la pace nel Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino,
sede dell'Ipri (Italian Peace Research Institute); e' membro del comitato
scientifico del Centro Interatenei Studi per la Pace delle Universita'
piemontesi, e dell'analogo comitato della rivista "Quaderni Satyagraha",
edita a Pisa in collaborazione col Centro Interdipartimentale Studi per la
Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e del Movimento Internazionale
della Riconciliazione; collabora a varie prestigiose riviste. Tra le sue
opere: (a cura di), Al di la' del "non uccidere", Cens, Liscate 1989;
Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il Monte 1998; La politica e' pace,
Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la guerra, Beppe Grande, Torino 1999;
Dov'e' la vittoria?, Il segno dei Gabrielli, Negarine (Verona) 2005;
Esperimenti con la verita'. Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini, Villa
Verucchio (Rimini) 2005; e' disponibile nella rete telematica la sua
fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia storica
delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente edizione a
stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il principio
nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha curato la
traduzione italiana), e che e stata piu' volte riproposta anche su questo
foglio, da ultimo nei fascicoli 1093-1094; vari suoi interventi sono anche
nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e alla pagina web
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu' ampia
bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15
novembre 2003 di questo notiziario]

"Quello che da' qualita' alla nostra coscienza attuale e' un auspicio di
questo tempo futuro, una specie di affidamento delle nostre speranze a
coloro che verranno. Questo futuro dell'uomo rappresenta un punto di
riferimento con cui mi trovo pienamente concorde con tanti che non hanno la
mia fede e che non sanno rivolgersi a un futuro assoluto di Dio, che e'
quello che oltrepassa la frontiera della morte. Ma il futuro dell'uomo e'
gia' un punto di riferimento di valore sacro, dinanzi al quale e' possibile
a me inchinarmi in preghiera accanto al fratello non credente che, anche
lui, senza volerlo, preparando il futuro di pace, prega e vive la mia stessa
speranza".
(Pensieri di pace, Cittadella, Assisi 1985)
*
"Mentre il Dio crocifisso destabilizzo' il mondo (la terra tremo', ma con la
terra tremarono tutte le gerarchie terrene ed infernali) il dio metafisico
lo stabilizzo', rendendo intangibili le trame di dominio di cui e' fatta la
stoffa della storia".
(L'uomo planetario, Camunia, Brescia-Milano 1985, p. 31).
*
"Chi ancora si professa ateo, o marxista, o laico e ha bisogno di un
cristiano per completare la serie delle rappresentanze sul proscenio della
cultura, non mi cerchi. Io non sono che un uomo".
(L'uomo planetario, Camunia, Brescia-Milano 1985, p. 203).
*
"Oggi la coscienza comune, ma anche quella addestrata alle analisi, sa che
la ragione come facolta' specifica dell'uomo non e' quella
istituzionalizzata nella tradizione occidentale al servizio di un progetto
di dominio, e' la ragione ancora disseminata nelle molte sapienze del genere
umano, anche in quelle che non sono in nessun libro".
(Francesco d'Assisi, Edizioni cultura della pace, San Domenico di Fiesole
(Fi) 1989, p. 176).
*
"Chi cerca Dio come se fosse un oggetto possibile della mente, non lo trova,
perche' gia' si pone in un atteggiamento di dominio (l'uomo soggetto dinanzi
a Dio suo oggetto) e, se lo trova, non si tratta di Dio, ma di una finzione
della mente che ha lo scopo di legittimare tutte le pretese di domino
dell'uomo".
(Francesco d'Assisi, Edizioni cultura della pace, San Domenico di Fiesole
(Fi) 1989, p. 155).
*
"Il modo di essere della profezia nella storia e' il fallimento, la cui
cifra per eccellenza e' la croce di Gesu' Cristo. Mentre nel codice
razionale della storia il fallimento e' una sconfitta, nel codice della
profezia e' una vittoria: la croce e' Pasqua".
(Francesco d'Assisi, Edizioni cultura della pace, San Domenico di Fiesole
(Fi) 1989, p. 169).
*
"La storia da' torto ai profeti e, quando sono morti, tenta di reintegrarli
in se', canonizzandoli. Ma i profeti continuano a dar torto alla storia e
hanno le prove: solo che quelle prove sono riposte nello scrigno del
futuro".
(Francesco d'Assisi, Edizioni cultura della pace, San Domenico di Fiesole
(Fi) 19B9, p. 175).
*
"E' in questo tessuto indivisibile che ha preso forma, senza lacerazioni, il
fenomeno umano: l'onda psichica emersa dalle profondita' della materia si e'
ripiegata su di se' e ha brillato la coscienza, punto di interruzione dei
processi deterministici, causa non causata, specchio infinitesimo in cui si
riflette l'infinito fisico e vi cerca il senso di se'".
(La terra del tramonto, Edizioni cultura della pace, San Domenico di Fiesole
(Fi) 1992, p. 159).
*
"L'accettazione della propria morte come misura congenita della vita ha per
effetto il dissolversi del diaframma di separazione tra l'io individuale e
il concerto delle creature e di conseguenza rende possibile l'afflusso nel
vuoto interiore del ritmo universale della vita. E' la "perfetta letizia"
che dischiude il segreto delle cose e intreccia al nostro linguaggio
razionale il linguaggio che lega cosa a cosa in una specie di "grammatica
universale". Il "cantico delle creature" (...) e' un'esperienza possibile
anche alla coscienza etica come tale, purche' del tutto liberata dal
contagio dell'individualismo. L'imperativo di questa etica potrebbe essere
questo: "Ama la tua specie come te stesso". (...) La nuova etica e' appunto
l'etica che prende a suo fondamento l'interdipendenza tra le cose".
(La terra del tramonto, Edizioni cultura della pace, San Domenico di Fiesole
(Fi) 1992, pp. 168 e 170).
*
"E' un privilegio potersi aprire alla inquietante novita' che  viene, senza
per questo togliere l'ancora dai valori perenni".
(La terra del tramonto, Edizioni cultura della pace, San Domenico di Fiesole
(Fi) 1992, p. 9).
*
"Ma puo' l'uomo mutare? Diventare artefice della propria genesi? Lo puo',
perche' se, liberandoci dal concetto di natura umana come di un modello
statico, osserviamo la storia della specie sull'intero asse evolutivo,
vediamo che il cambiamento e' la sua vera legge naturale".
(La terra del tramonto, Edizioni cultura della pace, San Domenico di Fiesole
(Fi) 1992, p. 37).
*
"La nostra si chiama civilta' della comunicazione ma in realta' e' la
civilta' della trasmissione. Solo la poesia, quando c'e', viene a
interrompere le trame delle parole e delle immagini che chiedono da noi non
l'interazione creativa ma il consumo passivo. Allora le parole immerse nella
tensione dell'uomo inedito che aspira a un mondo misurato su di se' perdono
la loro inerte disponibilita' all'uso e si caricano di un senso segreto (di
"indefinito", diceva  Leopardi) che ci trascina, se abbiamo orecchie e
abbiamo occhi, in quella patria dell'essere di cui l'uomo inedito conserva
la nostalgia, o, per meglio dire, la speranza".
(La terra del tramonto, Edizioni cultura della pace, San Domenico di Fiesole
(Fi) 1992, p. 57).
*
"La parabola entropica e' la cornice inesorabile della nostra finitezza. E
tuttavia l'amore agisce in senso antientropico in quanto si fa premura di
integrarsi, senza violenza, nel ritmo universale della vita con la
disposizione ad anteporlo a ogni vantaggio personale, in vigile solidarieta'
con tutti gli altri esseri viventi".
(La terra del tramonto, Edizioni cultura della pace, San Domenico di Fiesole
(Fi) 1992, p. 167).
*
"L'organo della nuova religione naturale, destinata ad accomunare gli uomini
di ogni credenza, e', per usare una bella espressione di Gandhi, la 'piccola
silenziosa voce della coscienza'".
(La terra del tramonto, Edizioni cultura della pace, San Domenico di Fiesole
(Fi) 1992, p. 175).
*
"L'unica risposta all'altezza del tempo e', per le religioni, il recupero
dell'intuizione originaria al di la' dei simboli in cui ciascuna di esse si
e' espressa, al di la' del linguaggio culturale in cui si e' codificata.
(...) Il senso delle religioni e' il servizio all'uomo nella sua dimensione
di trascendimento perenne fino al contatto con Dio, fino a quel disvelamento
che aprira' definitivamente l'uomo a Dio e Dio all'uomo. Non ci sono,
dunque, religioni false. Ognuna di esse attinge alle risorse dell'uomo
nascosto assumendo come centrale una sua possibilita' e rendendola
praticabile pur dentro i sentieri provvisori di una cultura. Quando i
sentieri restano interrotti perche' la cultura entra in dissoluzione, il
compito di una religione e' di reimmergersi in quella intuizione che la fece
nascere e riproporla al di fuori di ogni condizionamento, in vista della
totalita' umana. Liberandosi da una simbologia che appartiene a un'altra
eta' evolutiva, essa dovra' crearsi un nuovo linguaggio simbolico che abbia
l'eta' dell'uomo e sia in grado di additare lo stesso orizzonte di pienezza.
Insomma, per vivere, le religioni devono morire".
(La terra del tramonto, Edizioni cultura della pace, San Domenico di Fiesole
(Fi) 1992, pp. 134-135).
*
"Due sono le ragioni che hanno provocato il martirio di Gandhi: il suo
rifiuto dell'antagonismo tra le religioni e il suo rifiuto della violenza
come strumento di giustizia".
(Gandhi, Edizioni cultura della pace, San Domenico di Fiesole (Fi) 1988, p.
5).
*
"'Se tu fai questo io ti uccido', ha proclamato da sempre la cultura di
guerra che ha fatto la grandezza dell'Occidente. 'Se fai questo sono io che
muoio', insegnarono gli antichi saggi dell'Oriente da cui Gandhi ha derivato
la sua 'verita''. Farsi carico della violenza del nemico soffrendone, se
necessario, fino alla morte, non e' piu' un principio riservato ai mistici,
e' il principio su cui costruire l'unica civilta' autenticamente umana: ecco
la pretesa di Gandhi".
(Gandhi, Edizioni cultura della pace, San Domenico di Fiesole (Fi) 1988, p.
157).
*
"Per liberare la speranza dai dualismi che la isteriliscono (...) sono
necessari tre "postulati": il postulato della trascendenza: il possibile fa
parte del reale; il postulato profetico: agire nel presente a partire dalla
fine; il postulato escatologico, quello della resurrezione. E' proprio
questa la rivoluzione avvenuta oggi nella vita di fede".
("Rocca", primo agosto 1991, p. 17).

3. MAESTRI. ETTORE MASINA RICORDA ERNESTO BALDUCCI
[Nuovamente proponiamo questo ricordo di padre Balducci pronuncato da Ettore
Masina a Firenze il 18 febbraio 2002. Ettore Masina (per contatti: e-mail:
ettore at ettoremasina.it, sito: www.ettoremasina.it), nato a Breno (Bs) il 4
settembre 1928, giornalista, scrittore, fondatore della Rete Radie' Resch,
gia' parlamentare, e' una delle figure piu' vive della cultura e della
prassi di pace. Sulle sue esperienze e riflessioni si vedano innanzitutto i
suoi tre libri autobiografici: Diario di un cattolico errante. Fra santi,
burocrati e guerriglieri (Gamberetti, 1997); Il prevalente passato.
Un'autobiografia in cammino (Rubbettino, 2000); L'airone di Orbetello.
Storia e storie di un cattocomunista (Rubbettino, 2005). Tra gli altri suoi
libri: Il Vangelo secondo gli anonimi (Cittadella, 1969, tradotto in
Brasile), Un passo nella storia (Cittadella, 1974), Il ferro e il miele
(Rusconi, tradotto in serbo-croato), El Nido de Oro. Viaggio all'interno del
terzo Mondo: Brasile, Corno d'Africa, Nicaragua (Marietti, 1989), Un inverno
al Sud: Cile, Vietnam, Sudafrica, Palestina (Marietti, 1992), L'arcivescovo
deve morire. Monsignor Oscar Romero e il suo popolo (Edizioni cultura della
pace, 1993 col titolo Oscar Romero, poi in nuova edizione nelle Edizioni
Gruppo Abele, 1995), Comprare un santo (Camunia, 1994); Il Volo del passero
(San Paolo, tradotto in greco), I gabbiani di Fringen (San Paolo, 1999), Il
Vincere (San Paolo, 2002). Un piu' ampio profilo di Ettore Masina, scritto
generosamente da lui stesso per il nostro foglio, e' nel n. 418 de "La
nonviolenza e' in cammino"]

La sorridente gara di poc'anzi sulla primogenitura delle amicizie
balducciane, ha riportato in me tante immagini del nostro grande amico:
quella di lui magro, quasi esile (l'anno era il 1954) conferenziere nella
Corsia dei Servi: un ragazzo troppo razionale e persino troppo colto, che
nei dibattiti manovrava l'arguzia toscana e la scienza teologica come corpi
contudenti per atterrare l'avversario; una "storica" fotografia del 1957 con
lui, padre Davide Tiroldo, padre Camillo De Piaz, don Primo Mazzolari e, mi
pare, don Abramo Levi, affacciati al balcone della villa di Luigi Santucci:
mirabile pattuglia di evangelizzatori nella Missione di Milano voluta
dall'arcivescovo Montini; e un Balducci piu' maturo, anche nel fisico, a un
dibattito romano in cui, durante l'ultima sessione del Concilio, io
"moderavo", con qualche interno tremore, due giganti della teologia come
Danielou e Chenu...
*
E tuttavia, anche in me, sopra ogni altra, prevale l'immagine di Balducci
nella Badia Fiesolana. Quando noi "foresti" vi giungevamo, percepivamo che
la Badia, la comunita' che vi si raccoglieva, erano per Balducci il centro
della sua cosmogonia. Mi e' capitato di dire e qui lo ripeto per avviare poi
un discorso che mi portera' in altri luoghi, mi e' capitato di dire una
volta che Balducci abitava la Badia come l'indio amazzonico abita la propria
capanna: e cioe' come il centro del mondo, spazio sacro nel quale non
soltanto egli vive, ma anche seppellisce i suoi morti, a reciproca custodia.
Dunque anche nei miei ricordi prevale la figura di un Ernesto in qualche
misura davvero abate, benche' senza titolo ecclesiastico: il quale celebrava
liturgie e accoglieva fiorentini o fiesolani, ma anche persone giunte da
ogni parte d'Italia per deporre nel suo cuore sacerdotale e davanti alla sua
limpida ragione dolori e problemi; il Balducci che nella Badia riceveva dai
confratelli e dagli amici affetti, notizie, consigli, persino sorridenti
rimbrotti per quel tanto di narcisismo che c'era in lui, com'e' inevitabile
per tutti gli intellettuali; e aveva amanuensi devote e capaci che ci hanno
conservato il tesoro delle sue parole; e pie donne che si occupavano dei
pranzi per lui e i suoi amici, spazio conviviale in cui Ernesto si apriva ai
suoi rari, ma cosi' limpidi, sorrisi. Insomma nei ricordi di noi che tante
volte approdammo alla Badia e' difficile per cosi' dire enuclearlo da quella
dimora, la quale - pietre e creature - era per lui una casa-madre, chiostro
popolato di voci amiche, "portico di Salomone"; in cui gli era
indispensabile tornare rapidamente, quando ne era partito.
*
Ma io, oggi, voglio parlare, invece, del Balducci pellegrino, itinerante.
Non per viaggi in terre lontane: quelli, in qualche misura, egli non li
sentiva necessari. La sua cultura, la sua insaziabile fame di culture
"altre" e di notizie significanti, la vastita' della sua erudizione, la
capacita' di manovrare una sterminata biblioteca (che non stava tutta negli
scaffali ma anche nella sua prodigiosa memoria) gli rendevano possibile
raggiungere i luoghi piu' alti e drammatici della storia umana: senza
muoversi dalla Badia, Balducci scendeva fra le immense folle radunate da
Gandhi lungo le rive del Gange, o saliva i sentieri scoscesi delle Ande
percorsi dalle torme dei conquistadores ossessionati dalla smania dell'oro;
camminava idealmente sulle strade silenziose  dell'Umbria, con Francesco e
con Chiara; e in tutti questi cammini non avanzava soltanto con l'acume e la
scienza interpretativa ma anche con la capacita' di cogliere le sofferenze
dei vinti, le loro disperse memorie, le massacrate speranze: il figlio del
minatore del Monte Amiata non dimenticava mai la preziosita' germinativa
delle lotte e delle sofferenze dei poveri. E proprio la partecipazione al
dolore della povera gente gli faceva contemplare con orrore le guerre: le
tecnologicamente ferocissime, come quella del Golfo, e le piu'
ancestralmente selvagge, come quelle balcaniche di cui intravvide i primi
lividi bagliori. Soltanto la detestazione per la disseminazione di dolori,
per la stupidita', per la follia, per la teratologia di tutte le guerre,
qualunque etichetta esse portassero, fece progettare a Balducci, alla fine
del 1990, per un istante, un viaggio geograficamente lungo e politicamente
rischioso: penso' di accompagnarsi a Raniero La Valle nella missione a
Baghdad intesa ad annunziare allo spietato rais iracheno la grandezza della
pace e a fargli rilasciare gli ostaggi occidentali che egli aveva
sequestrato.
*
Ma non e' nemmeno di questi viaggi al di la' del nostro Paese che io voglio
parlare, e' di quelli per i quali si puo' dire che Balducci aro' l'Italia
cristiana (e forse soprattutto quella non-cristiana) con il vomere della sua
fede, irruente e insieme mai dimentica delle esigenze dell'intelletto ("la
mia  profezia ragionevole" la definiva); e semino' ovunque l'evangelo che
gli bruciava nel cuore. Voglio dire qualcosa del Balducci viaggiatore nella
cosiddetta periferia, e cioe' non soltanto a Roma ma anche nei luoghi
lontani dalle metropoli o dalle citta' di cultura prestigiosa come Firenze.
A ben pensarci, gia' l'apparato ecclesiastico aveva piu' volte deciso di
collocare Balducci, per cosi' dire, in periferia, fuori porta: a Frascati e
non a Roma; poi non nel centro di Roma ma nella parrocchia periferica di San
Francesco a Monte Mario, poi a Fiesole e non a Firenze. Compromessi
miserandi, puntigli clericali che oggi ci appaiono ridicoli - o peggio. La
Badia Fiesolana non fu certo luogo d'esilio; aveva anzi, soprattutto agli
inizi, molte possibilita' di diventare, com'e' successo del resto in altre
avventure di sacerdoti cui fu data disponibilita' di grandi case, devoto
buen retiro, o, peggio ancora, istituzione paralizzante. Il Balducci "abate"
non si rinserro' nel suo chiostro. Con quasi temeraria generosita', per
tutti gli anni della sua vita, aderi' alle richieste che gli venivano
incessantemente rivolte da gruppi e comunita' che con lui volevano rileggere
il vangelo e i segni dei tempi. La sua ruvida dedizione non ebbe limiti al
riguardo. Oggi che e' diventato abituale per tanti intellettuali (qualche
sacerdote fra essi) muoversi soltanto dopo avere ricevuto ampie
assicurazioni sulle dimensioni numeriche e qualitative del pubblico e
sull'entita' del cosiddetto "gettone di presenza", appare ancora piu'
toccante la disponibilita' di Balducci a donarsi gratuitamente, sino
all'esaurimento delle forze. Perche' non della fatica sui libri, non di una
malattia, non di un impazzimento delle cellule e' morto il nostro amico, ma
della sua fatica di evangelizzatore. Se si pubblicasse l'agenda dei suoi
viaggi, apparirebbero chiare - e sorprendenti - le dimensioni per cosi' dire
geografiche della sua dedicazione alla costruzione di una Chiesa che sapesse
immergersi nel futuro per accogliere le sfide della liberazione dell'uomo; e
della sua convinzione che questa Chiesa non potesse nascere senza radici che
si allungassero nell'humus di quella che appunto abbiamo chiamato periferia
perche' molto di buono puo' venire dalla galilee di tutti i tempi e di tutte
le nazioni. Balducci e' morto su una strada, viandante come gli apostoli,
alla sequela del Cristo. Quando guardiamo al suo ingegno sfolgorante, a
quelle sue prontezza ed eleganza di eloquio, ai suoi libri, alla sua
santita' (uso con convinzione questa parola forte per dire della sua
intensita' di preghiera, della delicata tenerezza che egli seppe donare ai
dolenti che gli si presentarono o che egli ando' a trovare, per esempio
nelle carceri), quando ricordiamo tutto questo, non dobbiamo dimenticare
come e perche' Balducci e' morto: in itinere.
*
A me e' toccato, nei mesi seguenti la sua fine terrena, l'onore (e lo
strazio) di andare a concludere alcuni dei cicli di conferenze che egli
aveva iniziato: a Frascati, a Fabriano, a Cesena, a Senigallia, in tanti
centri apparentemente piccoli ma per lui egualmente importanti. E la cosa
che piu' mi ha colpito, nei racconti di chi gli si era stretto accanto in
quei luoghi e' stata la "pastoralita'" dei suoi viaggi. Ovunque si recasse
c'era molta gente ad ascoltarlo, venuta anche da lontano (da questo punto di
vista Balducci fu forse l'ultimo epigono degli "uomini della penitenza", i
grandi predicatori medievali), ma c'erano anche creature doloranti che
attendevano da lui una parola o un gesto che restituisse loro una ragione di
vita: vecchie signore che si sentivano inutili, emarginate e che egli
portava a casa con la sua auto, ridando loro autostima e un po' di prestigio
sociale, donne e uomini smarriti in qualche pena psichica, cui egli affidava
piccole mansioni che li facevano sentire suoi collaboratori; atei conclamati
e detestati per la loro irruenza cui Balducci mostrava le braccia spalancate
del crocefisso; e questi episodi di tenerezza - mi testimoniavano i
gruppi -erano andati crescendo in numero e qualita' negli ultimi anni,
cosicche' in molti e molte e' rimasta l'immagine di un Balducci non soltanto
intellettualmente grande ma anche, e soprattutto, buono, amabile.
*
La seconda caratteristica dell'incontro di Balducci con i tanti gruppi al
cui servizio egli pose il suo cuore e la sua intelligenza fu il profondo
rispetto che egli porto' loro. Esistono molte trascrizioni dei suoi discorsi
fatti in varie sedi, anche in giorni successivi; ed e' quasi incredibile
vedere come ciascuno di essi sia diverso dagli altri se non nell'impianto
almeno in molte significative notazioni. Egli avrebbe potuto calare
dall'alto la propria cultura e la propria riflessione in un discorso ormai
collaudato; invece risulta evidente dai confronti che ogni occasione fu
preparata, costantemente arricchita dalla attualita', da quel dipanarsi
della storia nella cronaca di cui Ernesto sapeva cogliere le implicazioni
con mirabile prontezza.
Ai suoi ascoltatori non elargiva mai della retorica ne' la accettava da
loro. Il suo dire era solenne, fluiva in un discorso che sembrava scritto
(mentre egli non aveva davanti a se' neppure una "scaletta") , ma
all'infuori di questa eleganza egli non concedeva sconti, per cosi' dire.
Citava autori come Freud e Jung, Habermas, Levinas e Levi Strauss, e non
sempre usava parole facilissime; senza compiacimenti intellettuali, sapeva
di avere una funzione magisteriale e chiedeva di fatto ai suoi ascoltatori
di ampliare le proprie conoscenze. Nei dibattiti era paziente ma non celava
la sua insofferenza per le spiritualita' evanescenti tipo new age, ne' per i
settarismi o per i movimenti esclusivi, ancorche' graditi in Vaticano, dei
quali detestava l'arroccamento isolazionista o la furia proselitistica. Non
accettava volentieri di discutere di riforme della Chiesa, che non gli
parevano di grande sostanza. Preferiva parlare con passione (una passione
che e' rimasta nel ricordo di molti gruppi), di una Chiesa-comunita' che
doveva accettare il rischio di mutare profondissimamente, giorno dopo
giorno, secondo le sfide del futuro. Ma respingeva l'idea che con la
Chiesa-istituzione si potesse (o addirittura si dovesse) rompere. Le
tensioni potevano e dovevano essere portate, diceva, sino al limite di
rottura e quel limite doveva essere coraggiosamente indagato, Ma non doveva
essere varcato perche' la carita' doveva prevalere. Con qualche ruvidezza
disse una volta a un acceso "progressista": "Non vogliamo una fede di
sinistra, quello che vogliamo e' che la fede si liberi dagli involucri
ideologici che vanificano il mistero dell'universalita' della Croce".
*
Ovunque semino' cultura e inquietudini ma soprattutto speranza. Ai tanti
abituati, allora come adesso, a vedere il presente e il futuro prossimo come
lacrimevole tragedia, Balducci insegno' a leggere l'eschaton, l'"oggi di
Dio", come lui diceva, la storia che andava redenta dall'ingiustizia
dell'uomo sull'uomo, del Nord sul Sud, dell'ideologia sulla profezia. Un
eschaton che si poteva cogliere soltanto votandosi alla liberazione dei
poveri, lasciandosi convocare dal grido degli oppressi. E a chi gli
ripeteva, come ripete anche oggi, il lamento della sconfitta, egli additava
speranze raccolte non soltanto nella Parola rivelata o almeno non soltanto
in quella contenuta nei libri canonici. Mi ricordo un motorista di Cesena
che, venuto alla commemorazione di Balducci, mi chiese: "Ma tu che cosa
pensi di  quel Levistro' di cui lui sempre parlava?". Quell'idea di Levi
Strauss che anche nell'uomo banale e incerto che e' ciascuno di noi abiti un
homo ineditus, un cumulo di energie positive che, ad un tratto, una
condizione storica puo' far emergere, Balducci la esponeva con una
convinzione che credo sia rimasta in non pochi, oggi piu' preziosa che mai.
*
Un giorno del 1990, in un convegno, a Rimini, della Rete Radie' Resch,
un'associazione di solidarieta' internazionale, Ernesto rivelo' una delle
ragioni che lo portavano a raggiungere cosi' frequentemente certi gruppi.
Disse: "Ho bisogno di queste prefigurazioni di quella cittadinanza
planetaria, senza la quale io cadrei per la vertigine, per la perdita totale
del mio vivere quotidiano e del mio vivere storico". L'uomo al quale non era
mancata la possibilita' di raggiungere le grandi folle virtuali dei
mass-media, sentiva il bisogno di incontrare di persona, occhi negli occhi e
mano nella mano quelle che Helder Camara chiamava "comunita' abramitiche".
Balducci seppe dunque accettare cio' che risulta difficile a molti, e
specialmente a molti intellettuali: il dare e il ricevere come eguale
espressione di amore.
E giacche' ho citato la Rete Radie' Resch, vorrei concludere con le parole
che Ernesto scrisse nella prefazione a un libro che ne narra la storia
trentennale. E' un testo che ci pervenne il giorno seguente alla sua morte e
ci parve non soltanto un testamento spirituale ma anche un autoritratto: "Il
"genio" della Rete e' nella sua totale immanenza ai rischi e agli imprevisti
della liberta'. Una condizione che richiede, per non venir meno, una
costante dinamica della fantasia creativa. Ma sono proprio queste le
qualita' essenziali dell'uomo planetario: la totale apertura allo spazio e
al tempo, senza schermi di autodifesa, in un atteggiamento di servizio in
cui si attua il pronostico evangelico: solo chi e', in ogni momento, pronto
a morire, porta frutto. Esser pronti a morire non e' morire, e' trasformare
la morte da minaccia temibile in intima generosita' oblativa. E' a queste
profondita' che nel seno del presente nasce il futuro".

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 60 del 12 febbraio 2006

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