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La nonviolenza e' in cammino. 1212



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1212 del 20 febbraio 2006

Sommario di questo numero:
1. Jan Oberg: Riflessioni di un danese amico della nonviolenza
2. Annamaria Rivera: Immagini dell'odio razzista
3. Giuliano Pontara: Un convincimento di Gandhi
4. Aldo Nove ricorda Amelia Rosselli a dieci anni dalla scomparsa
5. Ida Dominijanni presenta "La magica forza del negativo" di Diotima
6. Manuela Fraire presenta "La magica forza del negativo" di Diotima
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. RIFLESSIONE. JAN OBERG: RIFLESSIONI DI UN DANESE AMICO DELLA NONVIOLENZA
[Dal sito del Centro Gandhi di Pisa (http://pdpace.interfree.it) riprendiamo
il seguente intervento del 7 febbraio 2006 di Jan Oberg, pubblicato
originariamente nel notiziario della Transnational Foundation for Peace and
Future Research (in sigla: Tff; sito: www.transnational.org) che ne detiene
i diritti di copia; la traduzione e' di Giovanni Mandorino.
Jan Oberg (per contatti: oberg at transnational.org), danese, nato nel 1951,
illustre cattedratico universitario, e' uno dei piu' importanti
peace-researcher a livello internazionale e una figura di riflerimento della
nonviolenza in cammino;  e' direttore della Transnational Foundation for
Peace and Future Research (in sigla: Tff), uno dei punti di riferimento piu'
rilevanti del movimento per la pace a livello internazionale, che ha sede a
Lund in Svezia. Tra le sue molte opere: Myth About Our Security, To Develop
Security and Secure Development, Winning Peace, e il recente Predictable
Fiasco. The Conflict with Iraq and Denmark as an Occupying Power.
Giovanni Mandorino (per contatti: gmandorino at interfree.it) e' una delle piu'
rigorose e attive persone impegnate per la nonviolenza, partecipa
all'esperienza del Centro Gandhi di Pisa e cura il sito della rivista
"Quaderni satyagraha" (pdpace.interfree.it)]

Le caricature pubblicate sullo "Jyllands-Posten" hanno una precisa
intenzione. Associano l'immagine del Profeta dell'islam al terrorismo, al
crimine e alla repressione delle donne. Nessuna di esse puo' risultare utile
al dialogo, alla mutua comprensione o alla tanto necessaria formazione
civile e al reciproco riconoscimento tra i danesi e i musulmani ovunque si
trovino. Sono fondate su una volonta' malevola.
L'intensita' della reazione negativa puo' risultare sorprendente. Ma certo,
inquadrata nel contesto del nostro mondo contemporaneo immerso nella
globalizzazione, quella pubblicazione e' stata immotivata e insensata: e
rivela una carenza, intellettualmente paralizzante, di cultura e
deontologia.
*
Il governo danese ha perso un'occasione
Ancora peggio, il governo danese non ha capito ne' quello che stava
accadendo ne' la necessita' di un immediato intervento di limitazione del
danno. Il primo ministro, Fogh Rasmussen, ha respinto gli appelli al
dialogo, seguendo uno schema gia' consolidato anche in relazione alla
politica della Danimarca sull'Iraq e le problematiche dell'immigrazione: per
definizione noi non facciamo errori e non abbiamo niente da imparare da
nessuno. Se il governo avesse compreso il mondo e i nostri tempi, avrebbe
potuto sottolineare il diritto dello "Jyllands-Posten" di pubblicare le
caricature, ma avrebbe colto l'occasione per prendere con forza le distanze
da un atto cosi' offensivo e controproducente.
La conferenza stampa del primo ministro e del ministro degli Esteri, del
pomeriggio del 7 febbraio, si e' rivelata poco piu' di un ulteriore sforzo
di autocelebrazione senza neppure il piu' piccolo accenno di rincrescimento,
scuse o riconciliazione. Il fatto che - in un discorso rivolto al mondo
islamico - il primo ministro abbia posto l'accento sul pieno sostegno che
gli giunge da George W. Bush, rivela quanto deplorevolmente poco abbia
capito del mondo.
*
Perche' si deve parlare di liberta' di non pubblicazione, non di liberta' di
espressione
Si dovrebbe apprezzare che il direttore del "Jyllands-Posten" si sia scusato
per il fatto che il suo giornale abbia provocato e offeso un cosi' gran
numero di persone; ha detto (il 30 gennaio 2006) che non era loro intenzione
farlo. Sostiene che le caricature sono state pubblicate come parte di un
"dibattito in corso sulla liberta' di espressione che noi amiamo
profondamente". Bello e buono - ma quanto terribilmente cieco da un punto di
vista culturale.
L'argomento della liberta' di espressione e' un'impostura. L'esistenza della
stampa libera e', nel migliore dei casi, una verita' sottoposta a
condizioni. Il modo in cui i principali media occidentali trattano alcuni
problemi della contemporaneita', come la partecipazione alle guerre dei loro
governi, e' solo uno dei molti esempi di autocensura e propaganda al
servizio del potere piuttosto che di verita' e liberta' nella formazione
della pubblica opinione. La liberta' della stampa ha sempre implicato anche
la liberta' di trascurare e sottacere, per esempio, l'enorme verita' sul
come e perche' miliardi di persone continuino a vivere nell'assoluta
poverta'. E ha significato un orientamento sistematicamente favorevole alle
politiche dei governi piuttosto che alla societa' civile.
In secondo luogo, la liberta' d'espressione implica la responsabilita'. Non
equivale al diritto di umiliare, offendere, demonizzare, diffamare o
calunniare. La maturita' personale, come anche un comportamento civile,
consiste anche in una sana capacita' di giudizio e nel comprendere cosa dire
e cosa non dire, quando e perche'. I giornalisti hanno pur sempre la
possibilita' di comportarsi in modo rispettoso, essere educati, mostrare
empatia e comportarsi in modo civile nel rapportarsi con gli altri esseri
umani, o non e' cosi'?
In terzo luogo, chiunque abbia viaggiato fuori dai confini della propria
cultura sa bene che la liberta' di espressione, insieme ad altre cosiddette
"regole universalmente accettate", deve essere interpretata nel contesto.
Nessuna cultura o societa' e' felice che le sia imposta l'interpretazione
degli stranieri. Il generico cittadino occidentale - il maestro del mondo,
mai l'allievo - rifiuterebbe con forza che fossero applicate alla sua vita
quotidiana le interpretazioni di queste norme che sono tipiche di un
musulmano o di un indiano.
*
Autoglorificazione e razzismo istituzionalizzato
Sono un cittadino danese che ha vissuto in Svezia per 33 anni. Per periodi
piu' brevi ho lavorato in Somalia, nei Balcani, in Giappone, in Burundi e
altrove. Cio' che e' accaduto in Danimarca, grosso modo nell'ultima decade,
sfugge alla mia comprensione sia come danese che come studioso. Sono
preoccupato, di piu': terrorizzato, quando mi trovo a considerare le
conseguenze di cio' che chiamerei autoglorificazione occidentale del dominio
della propria civilta' e razzismo istituzionalizzato.
Cio' e' diventato cosi' pervasivo e "naturale" a partire dalla fine della
vecchia guerra fredda che ne' i danesi, ne' gli altri occidentali in
generale sembrano accorgersene. Con la "guerra contro il terrorismo" siamo
gia' nel pieno di una nuova guerra fredda. E questo per nessun'altra buona
ragione salvo la follia umana che si sprigiona dalla combinazione di
arroganza culturale e assenza di spirito autocritico e di empatia.
Neanche per un momento riesco a credere che le caricature di Maometto o il
ragionamento sulla liberta' di stampa siano qualcosa di piu' dell'ultima
goccia in una serie di umiliazioni dei non-occidentali determinata dalla
cecita' culturale. Questi fatti si vengono a sommare a secoli di umiliazione
e insensibilita' nei confronti dell'"altro". Siamo divenuti ciechi e
proiettamo sugli altri il nostro stesso lato oscuro.
La politica danese e' diventata cosi' priva di empatia che il ministro degli
Esteri danese, Stig Moeller, utilizza ripetutamente una sola parola:
"Inaccettabile!" - ma non a proposito delle politiche sull'immigrazione del
proprio governo o della sua partecipazione nel genocidio e nel massacro del
popolo iracheno, bensi' - naturalmente - a proposito delle reazioni che
percorrono l'intero mondo musulmano. Sempre piu', in questi giorni e in
queste ore, i commentatori presentano la Danimarca come la vittima e le
reazioni dei musulmani come esagerate e premeditate.
Pochi cittadini e pochi mezzi d'informazione danesi sembrano aver voglia di
sollevare le questioni di piu' ampio contesto e chiedersi se le politiche
della Danimarca - Iraq, immigrazione, islamofobia - possano essere alla
radice di tutto cio' che sta avvenendo.
*
Vedono il mio Paese come uno "stato canaglia" e non li biasimo per questo
Supponiamo che i danesi e i loro politici siano ancora dotati di buone
maniere e maturita' umana. Se e' cosi', riconosceranno che e' giunto il
tempo dell'umilta', della riflessione interiore, delle scuse e della
riconciliazione. Una cultura che non dispone di nessuna di queste qualita'
e' in declino e, in fieri, e' anche pericolosa per se' e per gli altri.
Diventa una "cultura canaglia".
In questi giorni temo che la cultura occidentale risulti sempre piu' carente
di empatia, di una discussione libera, e del coraggio di dire "Ci dispiace".
Il mio Paese natio appare oggi come uno "stato canaglia" a milioni di esseri
umani nostri simili. Non si discute qui se questo e' un giudizio onesto
sulla Danimarca. Il punto, qui, e' che la politica danese e' una delle
ragioni principali per cui cio' accade.
Non possiamo escludere di trovarci a testimoniare l'inizio della corsa verso
una catastrofe senza precedenti.

2. RIFLESSIONE. ANNAMARIA RIVERA: IMMAGINI DELL'ODIO RAZZISTA
[Dal sito del quotidiano "Liberazione" (www.liberazione.it) riprendiamo il
seguente intervento. Annamaria Rivera (per contatti:
annamariarivera at libero.it), antropologa, fortemente impegnata nella difesa
dei diritti umani di tutti gli esseri umani, docente di etnologia
all'Universita' di Bari, e' impegnata nella "Rete antirazzista". Opere di
Annamaria Rivera: con Gallissot e Kilani, L'imbroglio etnico, Dedalo, Bari
2001; (a cura di), L'inquietudine dell'Islam, Dedalo, Bari 2002; Estranei e
nemici, DeriveApprodi, Roma 2003; La guerra dei simboli, Dedalo, Bari 2005]

Il lato piu' sconcertante dell'affaire delle vignette danesi e' che tutti i
protagonisti si siano comportati come lo sciocco che fissa il dito di chi
gli sta indicando la luna.
Lo hanno fatto perfino giornali e giornalisti di sinistra, ripubblicando le
vignette e contribuendo anch'essi a trasformare una vicenda minore in
un'accesa controversia di dimensione internazionale e di portata esplosiva.
Mentre cresce la luna della guerra preventiva e dei suoi effetti devastanti,
del dominio imperiale e dello sfruttamento globale, da noi si discetta
intorno al dito, cioe' intorno alla liberta' di satira, come se davvero
questo fosse il problema inerente alle "caricature" di Maometto. E altrove
si assaltano ambasciate europee e si partecipa a manifestazioni e violenze
di piazza - incoraggiate o ispirate dai regimi al potere oppure
sanguinosamente represse, secondo i paesi - facendo spesso il gioco di
dittature che hanno interesse a deviare da se' la rabbia popolare.
Per cercare di fare chiarezza e' opportuna anzitutto qualche
puntualizzazione lessicale. Cos'e' una caricatura? Una rappresentazione -
scrivono i dizionari - in cui i tratti caratteristici del soggetto
rappresentato sono esagerati o distorti per produrre un effetto comico o
grottesco. E cos'e' la satira? Un'espressione letteraria o figurativa che,
muovendo da un intento morale, mira a criticare, con l'arma del ridicolo,
personaggi, costumi o istituzioni. Ora, cosa v'e' di caricaturale o di
satirico nel rappresentare il fondatore dell'islam con il capo coperto da un
turbante-bomba con miccia accesa? Si puo' parlare d'intento morale allorche'
la finalita' della "satira" e' illustrare la tesi secondo cui l'islam
sarebbe una religione intrinsecamente terrorista e il terrorismo sarebbe per
essenza musulmano?
Ad argomenti e dubbi di tal genere si obietta che l'intangibile principio
della liberta' d'espressione non puo' essere sacrificato sull'altare del
rispetto delle sensibilita' religiose, si tratti pure di un miliardo e mezzo
di fedeli. E ci si richiama a Voltaire (che peraltro fu poligenista
convinto, fautore dell'antiebraismo, sostenitore e profittatore del sistema
schiavistico) per sostenere che l'irrisione delle fedi religiose e' parte
intrinseca della liberta' d'opinione e d'espressione. Altrimenti, si dice,
si corre il rischio che siano proibiti i fumetti irriverenti di Cavanna, le
caricature dei pontefici, la satira sulla chiesa cattolica, cose a cui
nessuno spirito libero, men che mai chi scrive, vorrebbe rinunciare (in
realta', quando ridiamo delle "Avventure di Dio" e' di noi stessi che
ridiamo, non degli altri).
Non e' necessario essere degli intellettuali raffinati per sapere che e' il
contesto a conferire senso al testo. Ne' occorre una particolare acutezza
per intuire che il contesto e' dato non solo dal quotidiano, il "Jyllands
Posten", che ha ospitato quelle vignette, ma anche dalla situazione storica
presente, dalla sua temperie politica, dalla posizione occupata dagli attori
in campo, dalla sedimentazione di memorie, culture, conflitti. Isolare la
vicenda dalla temperie del dopo 11 settembre per iscriverla nella categoria,
concepita come astratta e immutabile, della liberta' d'espressione e'
un'operazione alquanto sospetta, tanto piu' se i difensori del principio
assoluto della liberta' "di satira" sono gli stessi che mai hanno nominato,
a proposito di questa vicenda, la parola razzismo. Eppure e' principalmente
di questo che si tratta: di crudi stereotipi razzisti sui musulmani,
rappresentati in blocco come potenziali terroristi.
*
Soffermiamoci sulla polivalenza dello stereotipo. Se raffiguro i napoletani
come mangiatori di spaghetti e suonatori di mandolino, sto usando si' uno
stereotipo, ma tanto sciocco quanto veniale. Al contrario, se rappresento
gli ebrei come deicidi, avidi di denaro, occulti responsabili di complotti,
sto facendo dell'antisemitismo bello e buono. I napoletani, infatti, non
sono mai stati vittime di pogrom e di stermini in quanto reputati mangiatori
di spaghetti e suonatori di mandolino. Alla stessa maniera, se raffiguro
Maometto come l'archetipo del terrorista faccio del razzismo poiche'
rappresento l'islam come una religione per essenza malvagia e violenta, in
un momento storico in cui i musulmani, veri o presunti, sono oggetto di
disprezzo e di ostilita', ed alcune popolazioni musulmane sono vittime di
occupazioni militari, torture, saccheggi, bombardamenti, stragi.
In secondo luogo, conviene analizzare gli attori in campo e la posizione che
essi occupano in termini di potere. Il "Jyllands Posten" non e' un qualsiasi
giornale scandalistico o conservatore; e' invece l'espressione di un partito
di governo e del suo orientamento anti-immigrazione e anti-musulmano.
Orientamento a sua volta condiviso dalla regina di Danimarca, che e' anche
la suprema autorita' della chiesa luterana, cui fa riferimento l'85% della
popolazione danese, mentre i musulmani non superano il 3%. Ancora una
considerazione: quando cittadini bianchi di paesi europei di tradizione
cristiana prendono in giro la chiesa cattolica e il Vaticano - del cui
potere e' difficile dubitare - la cosa puo' risultare piu' o meno di buon
gusto ma certo e' del tutto legittima; come legittimo ed auspicabile sarebbe
che i cittadini di paesi a maggioranza musulmana conquistassero il diritto
di criticare e perfino ridicolizzare non solo l'islamismo ma anche i
confessionalismi musulmani e le loro strutture. Cio' equivale ad affermare
che il diritto di critica e di satira puo' esercitarsi soltanto nell'ambito
della propria tradizione religiosa? No di certo: si vuol dire, invece, che
il segno e il senso mutano a seconda dei contesti e dei rapporti di forza.
Inoltre, ben pochi hanno osservato che alcune fra le vignette in questione
ricalcano stilemi propri dell'iconografia antisemita. Pochissimi rilevano,
d'altra parte, che gli enunciati e gli atti antimusulmani compiuti dalla
Lega Nord, per fare un esempio a caso, presentano un'inquietante analogia
con i cliche' e la semantica dell'antisemitismo (basta pensare alla
tristemente famosa profanazione con orina di maiale di un terreno destinato
alla costruzione di una moschea); e che la stessa "aria di famiglia" circola
nei pamphlet della pluripremiata Fallaci, ove gli immigrati sono subumani
che "orinano nei battisteri" e "si moltiplicano come topi".
*
Non c'e' da stare allegri neppure se si guarda all'altro versante. In alcuni
fra i piu' "moderati" regimi arabi - si pensi all'Egitto - circolano i
Protocolli dei savi anziani di Sion ed altra simile robaccia antiebraica,
fra cui vignette improntate alla classica iconografia nazista dell'ebreo:
barba, kippa', naso adunco, aspetto ripugnante, avido e sanguinario. Per non
parlare della delirante proposta di un concorso a premi per vignette
sull'Olocausto, lanciata dal quotidiano iraniano "Hamshahri" come "reazione"
alle vignette danesi.
In verita' l'intera vicenda reca il marchio dell'insensatezza. E'
stupefacente che chi, con quelle vignette, ha incitato, e con tanta
leggerezza, all'odio razzista e all'islamofobia gia' dilaganti non avesse
previsto reazioni popolari spropositate e campagne strumentali da parte dei
regimi di paesi a maggioranza musulmana.
Ancora piu' sorprendente e' che i giornali democratici che le hanno
ripubblicate - per rivendicare il diritto alla libera espressione,
sostengono - abbiano sottovalutato gli effetti esplosivi della loro scelta.
E' amaro constatare che le conseguenze di tanta irresponsabilita' sono
centinaia di persone arrestate e decine di persone uccise nel corso delle
manifestazioni di protesta. Infine, ad uscire rafforzata da questa vicenda
non e' la liberta' d'espressione, bensi' il risentimento e l'ostilita'
reciproca, a tutto vantaggio di chi, nell'uno e nell'altro versante, ha
interesse ad inverare la nefasta profezia dello "scontro di civilta'".

3. MAESTRI. GIULIANO PONTARA: UN CONVINCIMENTO DI GANDHI
[Da Giuliano Pontara, "Il pensiero etico-politico di Gandhi", saggio
introduttivo a Mohandas K. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza,
Einaudi, Torino 1996, p. CXLIII.
Giuliano Pontara (per contatti: giuliano.pontara at philosophy.su.se) e' uno
dei massimi studiosi della nonviolenza a livello internazionale,
riproduciamo di seguito una breve notizia biografica gia' apparsa in passato
sul nostro notiziario (e nuovamente ringraziamo di tutto cuore Giuliano
Pontara per avercela messa a disposizione): "Giuliano Pontara e' nato a Cles
(Trento) il 7 settembre 1932. In seguito a forti dubbi sulla eticita' del
servizio militare, alla fine del 1952 lascia l'Italia per la Svezia dove poi
ha sempre vissuto. Ha insegnato Filosofia pratica per oltre trent'anni all'
Istituto di filosofia dell'Universita' di Stoccolma. E' in pensione dal
1997. Negli ultimi quindici anni Pontara ha anche insegnato come professore
a contratto in varie universita' italiane tra cui Torino, Siena, Cagliari,
Padova, Bologna, Imperia, Trento. Pontara e' uno dei fondatori della
International University of Peoples' Institutions for Peace (Iupip) -
Universita' Internazionale delle Istituzioni dei Popoli per la Pace (Unip),
con sede a Rovereto (Tn), e dal 1994 al 2004 e' stato coordinatore del
Comitato scientifico della stessa e direttore dei corsi. Dirige per le
Edizioni Gruppo Abele la collana "Alternative", una serie di agili libri sui
grandi temi della pace. E' membro del Tribunale permanente dei popoli
fondato da Lelio Basso e in tale qualita' e' stato membro della giuria nelle
sessioni del Tribunale sulla violazione dei diritti in Tibet (Strasburgo
1992), sul diritto di asilo in Europa (Berlino 1994), e sui crimini di
guerra nella ex Jugoslavia (sessioni di Berna 1995, come presidente della
giuria, e sessione di  Barcellona 1996). Pontara ha pubblicato libri e saggi
su una molteplicita' di temi di etica pratica e teorica, metaetica  e
filosofia politica. E' stato uno dei primi ad introdurre in Italia la "Peace
Research" e la conoscenza sistematica del pensiero etico-politico del
Mahatma Gandhi. Ha pubblicato in italiano, inglese e svedese, ed alcuni dei
suoi lavori sono stati tradotti in spagnolo e francese. Tra i suoi lavori
figurano: Etik, politik, revolution: en inledning och ett stallningstagande
(Etica, politica, rivoluzione: una introduzione e una presa di posizione),
in G. Pontara (a cura di), Etik, Politik, Revolution, Bo Cavefors Forlag,
Staffanstorp  1971, 2 voll., vol. I, pp. 11-70; Se il fine giustifichi i
mezzi, Il Mulino, Bologna 1974; The Concept of Violence, Journal of Peace
Research , XV, 1, 1978, pp. 19-32; Neocontrattualismo, socialismo e
giustizia internazionale, in N. Bobbio, G. Pontara, S. Veca, Crisi della
democrazia e neocontrattualismo, Editori Riuniti, Roma 1984, pp. 55-102; tr.
spagnola, Crisis de la democracia, Ariel, Barcelona 1985; Utilitaristerna,
in Samhallsvetenskapens klassiker, a cura di M. Bertilsson, B. Hansson,
Studentlitteratur, Lund 1988, pp. 100-144; International Charity or
International Justice?, in Democracy State and Justice, ed. by. D.
Sainsbury, Almqvist & Wiksell International, Stockholm 1988, pp. 179-93;
Filosofia pratica, Il Saggiatore, Milano 1988; Antigone o Creonte. Etica e
politica nell'era atomica, Editori Riuniti, Roma 1990; Etica e generazioni
future, Laterza, Bari 1995; tr. spagnola, Etica y generationes futuras,
Ariel, Barcelona 1996; La personalita' nonviolenta, Edizioni Gruppo Abele,
Torino 1996; Guerre, disobbedienza civile, nonviolenza, Edizioni Gruppo
Abele,  Torino 1996; Breviario per un'etica quotidiana, Pratiche, Milano
1998; Il pragmatico e il persuaso, Il Ponte, LIV, n. 10, ottobre 1998, pp.
35-49. E' autore delle voci Gandhismo, Nonviolenza, Pace (ricerca
scientifica sulla), Utilitarismo, in Dizionario di politica, seconda
edizione, Utet, Torino 1983, 1990 (poi anche Tea, Milano 1990, 1992). E'
pure autore delle voci Gandhi, Non-violence, Violence, in Dictionnaire de
philosophie morale, Presses Universitaires de France, Paris 1996, seconda
edizione 1998. Per Einaudi Pontara ha curato una vasta silloge di scritti di
Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, nuova edizione, Torino
1996, cui ha premesso un ampio studio su Il pensiero etico-politico di
Gandhi, pp. IX-CLXI". Una piu' ampia bibliografia degli scritti di Giuliano
Pontara (che comprende circa cento titoli) puo' essere letta nel n. 380 di
questo foglio.
Mohandas K. Gandhi e' stato della nonviolenza il piu' grande e profondo
pensatore e operatore, cercatore e scopritore; e il fondatore della
nonviolenza come proposta d'intervento politico e sociale e principio
d'organizzazione sociale e politica, come progetto di liberazione e di
convivenza. Nato a Portbandar in India nel 1869, studi legali a Londra,
avvocato, nel 1893 in Sud Africa, qui divenne il leader della lotta contro
la discriminazione degli immigrati indiani ed elaboro' le tecniche della
nonviolenza. Nel 1915 torno' in India e divenne uno dei leader del Partito
del Congresso che si batteva per la liberazione dal colonialismo britannico.
Guido' grandi lotte politiche e sociali affinando sempre piu' la
teoria-prassi nonviolenta e sviluppando precise proposte di organizzazione
economica e sociale in direzione solidale ed egualitaria. Fu assassinato il
30 gennaio del 1948. Sono tanti i meriti ed e' tale la grandezza di
quest'uomo che una volta di piu' occorre ricordare che non va  mitizzato, e
che quindi non vanno occultati limiti, contraddizioni, ed alcuni aspetti
discutibili - che pure vi sono - della sua figura, della sua riflessione,
della sua opera. Opere di Gandhi:  essendo Gandhi un organizzatore, un
giornalista, un politico, un avvocato, un uomo d'azione, oltre che una
natura profondamente religiosa, i suoi scritti devono sempre essere
contestualizzati per non fraintenderli; Gandhi considerava la sua
riflessione in continuo sviluppo, e alla sua autobiografia diede
significativamente il titolo Storia dei miei esperimenti con la verita'. In
italiano l'antologia migliore e' Teoria e pratica della nonviolenza,
Einaudi; si vedano anche: La forza della verita', vol. I, Sonda; Villaggio e
autonomia, Lef; l'autobiografia tradotta col titolo La mia vita per la
liberta', Newton Compton; La resistenza nonviolenta, Newton Compton;
Civilta' occidentale e rinascita dell'India, Movimento Nonviolento; La cura
della natura, Lef; Una guerra senza violenza, Lef (traduzione del primo, e
fondamentale, libro di Gandhi: Satyagraha in South Africa). Altri volumi
sono stati pubblicati da Comunita': la nota e discutibile raccolta di
frammenti Antiche come le montagne; da Sellerio: Tempio di verita'; da
Newton Compton: e tra essi segnaliamo particolarmente Il mio credo, il mio
pensiero, e La voce della verita'; Feltrinelli ha recentemente pubblicato
l'antologia Per la pace, curata e introdotta da Thomas Merton. Altri volumi
ancora sono stati pubblicati dagli stessi e da altri editori. I materiali
della drammatica polemica tra Gandhi, Martin Buber e Judah L. Magnes sono
stati pubblicati sotto il titolo complessivo Devono gli ebrei farsi
massacrare?, in "Micromega" n. 2 del 1991 (e per un acuto commento si veda
il saggio in proposito nel libro di Giuliano Pontara, Guerre, disobbedienza
civile, nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1996). Opere su Gandhi:
tra le biografie cfr. B. R. Nanda, Gandhi il mahatma, Mondadori; il recente
accurato lavoro di Judith M. Brown, Gandhi, Il Mulino; il recentissimo libro
di Yogesh Chadha, Gandhi, Mondadori. Tra gli studi cfr. Johan Galtung,
Gandhi oggi, Edizioni Gruppo Abele; Icilio Vecchiotti, Che cosa ha veramente
detto Gandhi, Ubaldini; ed i volumi di Gianni Sofri: Gandhi e Tolstoj, Il
Mulino (in collaborazione con Pier Cesare Bori); Gandhi in Italia, Il
Mulino; Gandhi e l'India, Giunti. Cfr. inoltre: Dennis Dalton, Gandhi, il
Mahatma. Il potere della nonviolenza, Ecig. Una importante testimonianza e'
quella di Vinoba, Gandhi, la via del maestro, Paoline. Per la bibliografia
cfr. anche Gabriele Rossi (a cura di), Mahatma Gandhi; materiali esistenti
nelle biblioteche di Bologna, Comune di Bologna. Altri libri particolarmente
utili disponibili in italiano sono quelli di Lanza del Vasto, William L.
Shirer, Ignatius Jesudasan, George Woodcock, Giorgio Borsa, Enrica Collotti
Pischel, Louis Fischer. Un'agile introduzione e' quella di Ernesto Balducci,
Gandhi, Edizioni cultura della pace. Una interessante sintesi e' quella di
Giulio Girardi, Riscoprire Gandhi, Anterem]

Il religiosissimo Gandhi fu sempre un intransigente fautore dello stato
laico.

4. MEMORIA. ALDO NOVE RICORDA AMELIA ROSSELLI A DIECI ANNI DALLA SCOMPARSA
[Dal quotidiano "Liberazione" dell'11 febbraio 2006.
Aldo Nove ( Antonello Satta Centanin) e' nato a Varese e vive a Milano,
scrittore, redattore della rivista di poesia e poetica" Testo a fronte", con
Elisabetta Sgarbi dirige per Bompiani la collana di poesia contemporanea
"inVersi". Tra le opere di Aldo Nove: Musica per streghe, Edizioni Polena,
1991; La luna vista da Viggiu', in "Quinto quaderno di poesia
contemporanea", Guerini e associati, 1994; Woobinda e altre storie senza
lieto fine, Castelvecchi, 1996; Puerto Plata Market, Einaudi, 1997;
Superwoobinda, Einaudi, 1998..
Amelia Rosselli (Parigi 1930 - Roma 1996), poetessa, figlia dell'eroe
antifascista Carlo Rosselli; una delle voci piu' intense ed originali della
poesia del Novecento, una delle testimonianze piu' intime e sofferte della
storia del secolo. Opere di Amelia Rosselli: Variazioni belliche, Garzanti,
Milano 1964; Serie ospedaliera, Mondadori, Milano 1969; Documento, Garzanti,
Milano 1976; Primi scritti 1952-63, Guanda, Parma 1980; Impromptu, San Marco
dei Giustiniani, 1981; Appunti sparsi e persi, Aelia Lelia, 1983, 1996; La
libellula, SE, Milano 1985; Diario ottuso, 1996; la sua opera poetica e' ora
raccolta ne Le poesie, Garzanti, Milano 1997, 2004]

"Mi truccai da prete della poesia ma ero morta alla vita". Questa frase,
tratta dalla raccolta Documento (1966-1973), ci dice molto della piu'
grande, ed anomala, poeta italiana della seconda meta' dello scorso secolo.
Amelia Rosselli e' scomparsa tragicamente l'11 febbraio del 1996 a Roma,
citta' che la accolse dopo un'esistenza apolide fin dalle radici divelte
dalla guerra. Suo padre, l'antifascista Carlo Rosselli, e lo zio, Nello,
furono uccisi in Francia nel 1937, dove avevano cercato di riparare nel '29.
Amelia nacque in Francia, nel '30, per trasferirsi ancora bambina, insieme
alla mamma, prima in Inghilterra e negli Stati Uniti poi. Nel 1946 venne per
la prima volta in Italia, ma ritorno' subito in Inghilterra perche' da noi i
suoi titoli di studio non furono riconosciuti come validi. Furono, quelli
inglesi, anni di studio di musica e composizione, studi che
l'accompagneranno per tuta la vita e che costituiranno la cifra della sua
poesia, forse all'apparenza orfica ma tutta tesa, invece, a lavorare sullo
scheletro e le giunture del corpo della parola, sulla sua fisicita' ancora
prima che sulla funzione referenziale. Una poesia musicale, dunque, non
fosse troppo immediato incorrere nell'errore che identifica musica con
armonia o addirittura con la consumabilita', l'orecchiabilita' dei testi.
La parola era per Amelia la materia grezza dalla quale traeva la vita,
quella si' esuberante, dei suoi sogni e delle sue paure, sotto il controllo
estremo delle regole del suono. Prima della parola venne il suono. Prima del
suono venne il vuoto che la precedeva. Venne il silenzio. Questo sembra
dirci ancora il verso straniato e straniante, scandaloso di Amelia Rosselli.
Ad accorgersi di lei, da noi, fu Pierpaolo Pasolini, quando, nel "Menabo'",
pubblico' ventiquattro poesie definendo l'autrice "questa specie di apolide,
dalle grandi tradizioni famigliari di Cosmopolis", insistendo, nella sua
interpretazione, sui frequenti, voluti o non voluti, lapsus, in uno spazio
interpretativo che va dallo psicologicismo onirico alla piu' corretta
trascrizione in parole di suggestioni cosi' profonde da precedere il
territorio della parola.
Gia' questo spaventava in Amelia Rosselli. Se "in principio era il verbo"
Amelia lasciava trasparire che prima del principio c'era altro. Forse la
potenza orrorifica delle divinita' azteche, forse quell'"aum" o "om"
dell'Oriente che Amelia mai visito', ma interpreto' in chiave personale ed
esistenzialista, unica, proprio a Roma. Se per la Chiesa all'inizio era il
Logos, per Amelia, come per un altro grande ed ostico poeta del Novecento,
Paul Celan, all'inizio era il respiro, e il suo essere universale ordine e
disordine, dal rumore delle stelle ai battiti del cuore, ai suoi sussulti.
Un anno dopo le poesie pubblicate sul "Menabo'", Amelia Rosselli scrisse, e
fu una delle poche volte, dei suoi versi come "l'espressione della durata
del tempo fra una nota e l'altra in musica e quella fra una sillaba e
l'altra in poesia". Il successo di critica, dopo un infelice e mai risolto
avvicinamento al mondo della neoavanguardia, che mai la capirono e tuttora
la ricordano (o la dimenticano) con sospetto, avvenne attraverso Variazioni
Belliche, del 1964, il suo primo vero libro, capolavoro assoluto della
poesia di quegli anni, spiazzante e dolorosa testimonianza di un mondo fatto
a pezzi e saldato da un vortice emozionale che nasce dalla piu' estrema
tensione linguistica. Quasi un atto di laica, disperata preghiera a lacerare
e ricomporre le pagine di un abisso raggelato in un rigore formale (quasi
una sorta di Beckett al femminile), dove il canto si fa suono metallico,
dove le parole vengono toccate da altri sensi, da altre serie ed ordini.
Una poesia che puo' ricordare, mutando ovviamente il paesaggio storico e le
influenze piu' o meno manifeste, quello di un altro grande del Novecento,
Dino Campana, anche lui cosi' vicino al territorio in cui significato e
significante si sbriciolano di fronte all'evocativita' arcaica del suono,
del rumore della voce, dei suoi gorgogli piu' profondi. Mi viene in mente
Stockhausen, musicista molto caro alla neoavanguardia italiana, che
intitolo' una sua opera La musica della pancia. La musica della pancia di
Amelia Rosselli e' stata la trascrizione di un viaggio in un baratro dove
tutto lo scorso secolo ha trovato asilo, e dove per sempre lo trovera' nella
sua opera. Sempre per rimanere nella metafora corporale, organica, Pier
Vittorio Mengaldo defini' il lavoro di Amelia Rosselli "un organismo
biologico, le cui le cellule proliferano incontrollatamente in un'attivita'
riproduttiva che come nella crescita tumorale diviene patogena e mortale", o
che forse, e meglio, patogena e mortale era gia' all'inizio, se la vita, al
suo inizio, ne prevede la fine. Si approssima alla prosa Diario ottuso
(1954-1968), in cui la parola di Amelia torna ossessivamente "con la
fedelta' viziata di un'abitudine che si trovo' bene con noi, e non se ne
ando'", diceva Rilke. Dove "l'abitudine" e' poi il circolo vizioso da cui e'
impossibile uscire: quella sensibilita' esasperata, quella memoria lacerata
che ha portato al suicidio tanti dei piu' grandi testimoni del nostro tempo
appena passato. La sua Antologia poetica e' uscita, arricchita della
raccolta Primi scritti, nel 1987. E da allora, la sua carsica, inquieta
presenza non ha mai smesso di insegnarci la magia di un'invenzione sempre
spinta ai suoi limiti, con lucida, onirica follia. Se, come diceva Freud,
"il sogno e' un rebus", la poesia di Amelia Rosselli, la sua oniricita'
cosi' ricca, a tratti sublime, a tratti davvero incomprensibile, continuera'
ad affascinarci ancora a lungo, forse per sempre. Come accade ad ogni
classico.

5. LIBRI. IDA DOMINIJANNI PRESENTA "LA MAGICA FORZA DEL NEGATIVO" DI DIOTIMA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 18 febbraio 2006.
Ida Dominijanni, giornalista e saggista, docente a contratto di filosofia
sociale all'Universita' di Roma Tre, e' una prestigiosa intellettuale
femminista. Tra le opere di Ida Dominijanni: (a cura di), Motivi di
liberta', Angeli, Milano 2001; (a cura di, con Simona Bonsignori, Stefania
Giorgi), Si puo', Manifestolibri, Roma 2005.
Sulla comunita' filosofica femminile di Diotima cfr. il sito
www.diotimafilosofe.it]

Non ci eravamo dimenticate di Lynnie England, anche prima che le nuove foto
diffuse dalla Sbs riattivassero la memoria dello strazio di Abu Ghraib. La
giovane torturatrice americana con prigioniero iracheno al guinzaglio sta
impressa nelle nostre menti come icona della fine di ogni illusione
sull'estraneita' femminile dall'esercizio del male; e torna non a caso piu'
d'una volta nell'ultimo libro della comunita' filosofica Diotima, dedicato
al negativo e alla sua "magica forza". Attenzione, perche' la ragione di
questa presenza non sta nell'equiparazione del negativo con il male, che
viceversa il libro si dedica filosoficamente a smontare, invitandoci a
guardare in faccia il negativo ovunque si manifesti nelle nostre esistenze e
a trattarlo in modo che per l'appunto non vada a male, ma senza d'altra
parte illuderci che esso sia destinato a tramutarsi dialetticamente in bene.
I riferimenti a Lynnie England stanno piuttosto nel tema che il libro si
dedica politicamente a porre: che riguarda per un verso il rapporto fra
negativo e differenza sessuale, per l'altro verso il posto e il ruolo del
negativo in un pensiero-pratica come quello di Diotima, abituato a fare leva
piuttosto sul positivo dell'ordine simbolico della madre e delle relazioni
fra donne.
Di entrambi i corni - anzi "i chiodi", come lei scrive - del problema tratta
il saggio di Diana Sartori ("La tentazione del bene") che apre il volume
legandone efficacemente le motivazioni filosofiche e politiche. C'e' fra le
altre false dicotomie strutturate dall'ordine simbolico patriarcale, scrive
Sartori, una sorta di "divisione sessuale del lavoro morale" che assegna il
negativo agli uomini, il positivo alle donne: agli uni starebbe l'oscuro
della violenza, della distruttivita', dell'uso della forza, alle altre il
chiaro dell'accoglienza, della benevolenza, della conciliazione. Con la
conseguenza di una divisione sessuale del lavoro politico, secondo la quale
gli uomini obbediscono per necessita' al "supplemento osceno" di forza e
violenza che costituisce la "dura lex sed lex" della politica, le donne ne
sono esentate e se ne autoesentano, con cio' esentandosi anche dalla
politica; e se le une reagiscono con un riflesso di estraneita' a una
politica basata sulla forza, gli altri rispondono con un riflesso di
incredulita' alla proposta femminile di una politica basata sulla relazione.
Un "inchiodamento" ai ruoli sessuali che stenta a schiodarsi anche dopo
trentacinque anni di femminismo.
Anzi rischia perfino di esserne rinforzato, se il pensiero della differenza
si fa a sua volta complice involontario di quella divisione sessuale del
lavoro morale, raffigurando l'ordine simbolico della madre come un ordine
esente dal negativo. Sartori e' precisa nella sua ricostruzione. Non va
dimenticato ne' diminuito il valore che ha avuto, nella vicenda teorica e
politica del femminismo della differenza, il passaggio dalla retorica della
rivendicazione, basata sul segno "meno" del disagio e della sofferenza
femminile, a una retorica positiva, basata sul segno "piu'" dell'autorita'
materna e della capacita' creativa della relazione fra donne. Questa
prospettiva positiva non puo' pero' elidere "il perdurare del negativo e
della sofferenza nella vita di molte, l'emergere di forme di negativita'
nelle relazioni fra donne, un certo indulgere femminile in una
rappresentazione edulcorata e celebrativa della nostra politica". Da qui
l'esigenza di tornare a sostare sul negativo. Ma con uno spostamento
cruciale rispetto al tempo del rivendicazionismo, giacche' se allora la
spinta a emanciparsi dal negativo dell'oppressione veniva da un addebito al
patriarcato, oggi il lavoro sul negativo parte dall'interno dell'ordine
della madre, e non emancipazione ma convivenza ed elaborazione. Non si
tratta solo di vedere i lati negativi del rapporto con la madre e con le
altre donne, ma di riconoscere il "passaggio attraverso il negativo" che la
forma stessa della relazione con la madre porta con se': e' la' infatti,
nella prima fusione, che ciascuna e ciascuno di noi sperimenta anche la
prima separazione, la prima perdita, il primo lutto. E' su quella prima
ferita che ogni altra, ogni volta, torna a imprimersi.

6. LIBRI. MANUELA FRAIRE PRESENTA "LA MAGICA FORZA DEL NEGATIVO" DI DIOTIMA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 18 febbraio 2006. Manuela Fraire,
autorevole intellettuale, psicoanalista, una delle figure piu' prestigiose
del femminismo, e' autrice di numerosi saggi. Tra le opere di Manuela
Fraire: (a cura di), Lessico politico delle donne: teorie del femminismo,
Fondazione Elvira Badaracco, Franco Angeli, Milano 2002]

La sculpture du vivant (tradotto impropriamente in italiano Al cuore della
vita) e' il titolo del libro dell'immunologo francese Jean Claude Ameisen
sul fenomeno dell'apoptosi - ovvero del suicidio cellulare e della "morte
creatrice" (Feltrinelli 2001). Ogni cellula - scrive Ameisen - e' un
miscuglio di esseri viventi eterogenei, una coabitazione di differenze la
cui perennita' ha avuto nella maggior parte dei casi come unica alternativa
la morte. Lo spirito che anima la ricerca di questo scienziato e' prossimo -
pur venendo da tutt'altro "laboratorio" - a quello dell'ultimo libro
(l'ottavo) di Diotima, che doveva intitolarsi "Il lavoro del negativo" come
il "grande seminario" organizzato presso l'universita' di Verona nel 2003.
Alla fine si e' optato per La magica forza del negativo (Liguori, pp. 216,
euro 13,50), titolo che allude alla grande forza dello spirito che sa
guardare in faccia il negativo e soffermarsi presso di lui. "Questo
soffermarsi - scrive Hegel a cui il titolo scelto si riferisce - e' la
magica forza che volge il negativo nell'essere". Manca curiosamente un
riferimento esplicito a Carla Lonzi e al suo fondamentale Sputare su Hegel.
Particolarmente significativo invece il richiamo - presente in quasi tutte
le autrici - a Simone Weil. L'idea della de-creazione si oppone in lei alla
formula della dialettica, ispirando un lavoro del negativo che non deve mai
dimenticare "quell'intervallo che ha la finezza di un capello e che fa
l'abissale distanza fra la de-creazione e la distruzione" (Luisa Muraro). Il
lavoro del negativo e' dunque un'operazione che parte dal nostro essere
soggetti incarnati, e in questo senso non puo' essere "un'operazione
intellettuale", perlomeno non solo, poiche' l'idea stessa di lavoro
suggerisce una trasformazione che la pulsione de-creatrice subisce quando
riesce a divenire parte di un discorso, di un dialogo, di una relazione. Il
libro stesso va trattato con questa accortezza, individuando dove i punti di
congiunzione e di disgiunzione segnalano la soggettivita' delle singole
autrici e dove il negativo "lavora" all'interno e dall'interno del testo di
ognuna.
*
Ogni autrice e' accompagnata da una donna che rappresenta attraverso la sua
"arte" la possibilita' di attraversare il negativo uscendone "viva". Weil e'
il faro che illumina la notte che Rita Fulco attraversa con coraggio e
passione nel suo "L'irriducibilita' del negativo", permettendole di
affrontare un aspetto del negativo come quello proposto da Duras ne Il
dolore senza cadere nel negativismo, e anzi mostrando come sia possibile
sfuggire alla "sventura" dell'impossibilita' di testimoniare l'esperienza di
un dolore assoluto, e in quanto tale sciolto da ogni rappresentazione
verosimile.
*
Generare parola viva (dialogo) e/o scritta rappresenta per tutte le autrici
la forza che si oppone al potere "slegante" del negativo. Cosi' Monica
Farnetti legge la figura di Annamaria Ortese come persona salvata "dal dono
e dal medicamento" della scrittura, che le ha permesso di restare prossima
al male e al proprio male "senza farsene corrompere pur riconoscendone
l'esistenza". Le creature della Ortese - scrive Farnetti - sono "figure del
negativo al lavoro" che esasperano l'esperienza dell'alterita' senza
tuttavia distruggere e/o distruggersi.
*
Il timore di Diotima, scrive Muraro nell'introduzione, era quello di "non
riuscire a parlare del negativo e di evocarlo come un ospite triste e
muto... o peggio ancora, temevamo di sentirci obbligate a contrastare la
muta invasione del negativo a forza di affermazioni ideali". Poiche' e'
proprio nell'ammutolimento - che e' altra cosa dal silenzio - che il
negativo si impone malignamente a noi; esso "va a male" quando impedisce di
riconoscere nell'esistenza dell'altro e di altro il principio e la
possibilita' della nostra propria esistenza di soggetti. Che vuol dire
altrimenti partire da se'? Se non vi e' l'altro verso cui andare o da cui
allontanarsi, perche' mettersi in viaggio?
Mettere al lavoro il negativo vuol dire dunque innanzitutto incontrare
quell'altro di noi stessi che non abita piu' nella realta' che ci circonda,
bensi' occupa il nostro stesso io come suo antagonista, come decostruttore
instancabile di ogni sua affermazione, e la cui esistenza si rivela a noi
come "inquietante presenza". Freud lo intuisce genialmente nello scritto su
"La negazione" riferimento ineludibile per chi e' appassionato ai processi
di formazione della soggettivita'. La negazione come affermazione di
esistenza viene confermata da uno scienziato come Ameisen che - dopo avere
osservato per anni il comportamento cellulare- sostiene in modo
controintuitivo che "la nostra stessa sopravvivenza dipende dalla capacita'
delle cellule di trovare nell'ambiente esterno al corpo i segnali che
consentono di reprimere, giorno dopo giorno, lo scatenarsi del suicidio".
Freud ha intuito questa verita' paradossale introducendo nella
metapsicologia la spina irritativa della categoria della pulsione di morte.
*
La magica forza del negativo puo' essere considerato una riserva aurea che
va visitata nel tempo per ri-leggere tra l'altro e non da ultimo la
trasformazione importante di Diotima, secondo me un rafforzamento, che
permette a chi pure si sente meno affine al suo pensiero e alla sua pratica
di accostarvisi senza sentirsi indeboliti dal dubbio e dagli interrogativi
che non hanno trovato una risposta, ma anzi sentendosi rinforzati dalla
molteplicita' di percorsi proposta, che permette al lettore identificazioni
diverse ma non "sleganti" del filo principale.
*
Wanda Tommasi per esempio declina il negativo lungo l'asse della malinconia,
analizzando quando essa da "sventura" si trasforma in scrittura - sia pure,
come dice il titolo del saggio, una "scrittura del deserto". Plath, Duras,
Bachmann, Cvetaeva attraversano la malinconia con quattro scritture
diverse - differentemente difensive aggiungerei - ma che cos'e' la scrittura
se non innanzitutto - in accordo con Blanchot - una difesa dall'eccesso
rappresentato da una troppo grande prossimita' alle fonti di ispirazione
della vita?
*
Chiara Zamboni invece incontra il negativo come "crepa" nella/della
continuita' dell'essere. Una intermittenza che osserva nell'esperienza
totalizzante dell'estasi di Teresa d'Avila, in cui sono coinvolti mente e
corpo e che la restituisce sfinita alla vita quotidiana: l'esperienza
ripetuta di un crollo che segue alle fasi di esaltazione senza tuttavia
divenire definitivo. Etty Hillesum al contrario sembra inseguire la
convinzione di poter diminuire il male che pervade il mondo, innanzitutto il
suo mondo che sta scivolando inesorabilmente verso la persecuzione degli
ebrei e quindi di lei stessa, cominciando a "cancellarlo dalla sua anima",
quindi cercando di sottrarre terreno al negativo. Il modo in cui queste due
donne affrontano la crepa che si apre nel loro essere senza smettere di
"esserci" fornisce a Zamboni la chiave per affrontare il negativo: imparare
a sopportare l'alternanza di essere e non essere, di pienezza e senso di
vuoto, riconoscendoli come ricorrenze della prima terribile e pero'
fondativa esperienza di scissione dalla madre. A quell'esperienza, che e' di
tutti, c'e' solo una risposta che tramuta il negativo in negativismo: la
risposta dell'in-differenza, che abolisce l'altro in quanto erede e
antagonista di quell'altra da se' che ci ha messo al mondo e da cui abbiamo
dovuto separarci. La via da percorrere - dice Zamboni - e' il rilancio della
relazione linguistica con gli altri, "che pero' non cancella la faglia che
si e' venuta a creare, che ci seguira' per tutta la vita".
*
Il "male contingente" contrapposto al male metafisico, assoluto, eterno -
scrive Annarosa Buttarelli - "sottosta alla legge dell'incarnazione... e sta
a noi avere la capacita'... di andarlo a scovare, costringerlo a
dichiararsi". E' una diffusa sapienza femminile, scrive l'autrice, ma non
insita nella natura della donna - aggiungo io - bensi' ad essa consegnata
dalle circostanze nelle quali si viene al mondo, e sta alla donna-madre
approntare le condizioni perche' la passivita' legata all'impotenza
originaria non si trasformi in inesistenza. Ma e' difficile trasportare
questo sapere nella relazione tra le donne senza che si riproduca un'attesa
idealizzante di protezione da parte dell'altra, e cioe' senza che si attivi
un'attrazione fatale per la dipendenza.
*
Per quanto preciso e minuto possa essere il disegno di una costa esso
andrebbe aggiornato quasi minuto per minuto, poiche' il lavoro di erosione
del mare sulla terraferma ne modifica continuamente anche l'irregolarita'.
Dare un nome a questa mutevole irregolarita' - che il matematico Mandelbrot
ha denominato frattale e attorno a cui ha costruito una teoria che ha
permesso di misurare con il linguaggio della matematica superfici
geometriche irregolari - vuol dire rendere questa irregolarita' pensabile
nella sua processualita', farne uno strumento di lavoro, una misura. Il
libro di Diotima funziona un po' cosi': tenta l'impresa di disegnare confini
sempre piu' dettagliati della differenza tra donna e uomo, tra donna e donna
e soprattutto tra ogni donna e se stessa.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1212 del 20 febbraio 2006

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