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La nonviolenza e' in cammino. 1220



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1220 del 28 febbraio 2006

Sommario di questo numero:
1. "Beati i costruttori di pace": Osservatori internazionali per le elezioni
in Congo. Una proposta
2. Un appello per il dialogo cristiano-islamico
3. Il digiuno come strumento per rivegliare le coscienze. Enrico Peyretti
presenta alcuni testi gandhiani sul digiuno
4. Ivan Bonfanti: Addio alle armi. A Gerusalemme
5. Maria Rosa Cutrufelli: Il conformista e il suo branco
6. Lea Melandri: Siamo uscite dal silenzio
7. Rino Tormesi: Una dichiarazione di voto
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. INIZIATIVE. "BEATI I COSTRUTTORI DI PACE": OSSERVATORI INTERNAZIONALI PER
LE ELEZIONI IN CONGO. UNA PROPOSTA
[Da varie persone amiche riceviamo e volentieri diffondiamo. Per
informazioni e contatti: "Beati i costruttori di pace", via Antonio da Tempo
2, 35131 Padova, tel. 0498070522, fax: 0498070699, e-mail: beati at libero.it,
sito: www.beati.org]

Osservatori della societa' civile europea: in solidarieta' con il popolo
congolese che costruisce la democrazia e la pace
"Abbiamo sopportato tutto, fame, guerra, repressione, disoccupazione. Siamo
pazienti, ma non toccateci le elezioni". Potremmo sintetizzare cosi' lo
stato d'animo delle donne e degli uomini della Repubblica democratica del
Congo oggi. E' praticamente dall'indipendenza, nel 1960, che i congolesi
stanno aspettando questo momento. C'e' stata una fatica grande per
realizzare il dialogo inter-congolese e per far passare questi due anni di
governo di transizione, ma la popolazione congolese non ha mai mollato sulla
questione delle elezioni.
Come associazione "Beati i costruttori di pace" abbiamo seguito il processo
di transizione, dopo il grande evento di Butembo nel febbraio 2001. In
questi giorni Lisa Clark e Giusy Baioni si sono recate in missione a
Kinshasa, e poi a Goma e Bukavu nelle regioni orientali del Kivu, per
presentare a nome dell'associazione l'idea di organizzare una piccola
missione di osservatori elettorali. Ne hanno parlato con funzionari della
sezione elettorale della Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica
democratica del Congo (Monuc), con la Missione di Osservazione Elettorale
dell'Unione Europea, con i funzionari dell'Agenzia delle Nazioni Unite per
lo Sviluppo (Ppud-Apec, la sezione incaricata della sensibilizzazione sulle
elezioni), con la Commissione Elettorale Indipendente (Cei), con alcuni
parlamentari, con l'Eisa (Electoral Institute of Southern Africa), con un
gran numero di associazioni e Ong della societa' civile congolese.
Da tutti gli interlocutori hanno ricevuto parole di incoraggiamento. "Le
elezioni sono una grande sfida. Il Paese e' immenso, maggiore sara' il
numero di osservatori che accompagneranno il popolo congolese in questo
importante passo, maggiori saranno le probabilita' di portare a termine le
elezioni in modo democratico e trasparente".
Siamo convinti che le elezioni presidenziali, legislative, provinciali e
locali rappresenteranno per la Repubblica democratica del Congo un primo
passo sulla strada della democrazia e della costruzione della pace. Abbiamo
raccolto dai vari interlocutori un lungo elenco di ostacoli ancora da
superare, prima di poter arrivare all'esercizio del diritto democratico, ma
ci siamo anche fatti l'idea che e' possibile farcela.
Tutti hanno apprezzato lo spirito con cui intendiamo offrire il nostro
contributo. Abbiamo ribadito piu' volte la nostra volonta' di essere
accompagnatori cordiali e non semplici ispettori, sottolineando l'importanze
delle elezioni. Ma sappiamo che la presenza di stranieri puo' funzionare
anche da deterrente nei confronti di chi volesse compiere intimidazioni o
scorrettezze di varia natura.
Aspettiamo ancora che venga reso pubblico il testo definitivo della legge
elettorale, approvato in questi giorni dal Parlamento di transizione. Poi
sara' compito della Commissione elettorale indipendente elaborare un
calendario definitivo, con le scadenze per l'iscrizione dei candidati, le
date delle campagne elettorali e le scadenze di ciascuna tornata elettorale.
E' probabile che ci siano quattro scadenze elettorali: primo turno delle
presidenziali insieme alle legislative; secondo turno delle presidenziali
insieme all'elezione dei consigli provinciali; elezione indiretta dei
governatori e dei senatori da parte dei consigli provinciali; elezioni
locali e comunali.
Ma non possiamo aspettare oltre. Anche il nostro percorso, per costruire una
missione di osservatori elettorali, sara' lungo e impegnativo. Ad oggi
possiamo solo ipotizzare che la prima scadenza elettorale verra' decisa per
fine maggio, meta' giugno. Poiche' sara' necessaria una seria formazione per
chiunque voglia partecipare a questa iniziativa, abbiamo la necessita' di
informare e di stabilire almeno una data iniziale di incontro.
Siamo gia' in contatto con varie istituzioni che valuteranno in che modo
aiutarci nell'organizzazione della formazione: il gruppo di esperti che si
occupera' della formazione degli osservatori istituzionali per conto del
Ministero degli Esteri e altri di nostra conoscenza. Contiamo di definire le
modalita' del percorso di formazione nell'arco delle prossime due/tre
settimane, ma possiamo gia' dire che saranno necessari almeno due
appuntamenti di due giorni ciascuno.
A tutte/i coloro che pensano di voler partecipare a questo progetto
chiediamo di volerci segnalare la disponibilita', tenendo presente che sara'
necessario che tutte/i si attivino per aiutare economicamente coloro che non
possono provvedere alle proprie spese in modo autonomo.
Sarebbe opportuno anche coinvolgere gli enti locali, sia ai fini del
finanziamento degli osservatori, sia per dare spessore politico
all'iniziativa, ponendo le basi di progetti futuri di partenariato.
Naturalmente, e' necessaria una conoscenza almeno elementare del francese.
Inoltre, e' nostra intenzione svolgere la missione di osservazione
principalmente nelle zone orientali del Paese, purtroppo le piu' turbolente.
E' quindi essenziale che ognuno sia consapevole delle difficolta' che la
presenza in quelle zone puu' rappresentare.
Costituiremo un gruppo ristretto di coordinamento che dovra' occuparsi, in
Nord e Sud Kivu, di tutta l'organizzazione. La missione degli osservatori
avra' una durata di circa dieci giorni, compreso il viaggio.
Sarebbe bello riuscire a fare un primo incontro di gruppo il 25 marzo.
Nel frattempo, continueremo a raccogliere le informazioni in arrivo dalla
Repubblica democratica del Congo riguardo la promulgazione delle legge
elettorale, il possibile calendario delle scadenze elettorali, e tutte le
novita' che man mano ci aiuteranno a definire meglio il nostro percorso.
Attiveremo presto una mailing list per quante/i segnaleranno il loro
interesse a partecipare. Vi preghiamo di far circolare questa comunicazione
in tutti quegli ambienti che pensiate possano essere interessati al
progetto. Aspettiamo le vostre risposte a: beati at libero.it, con copia a:
lisa.clark at libero.it
Per ulteriori informazioni: "Beati i costruttori di pace", via Antonio da
Tempo 2, 35131 Padova, tel. 0498070522, fax: 0498070699, e-mail:
beati at libero.it, sito: www.beati.org

2. APPELLI. UN APPELLO PER IL DIALOGO CRISTIANO-ISLAMICO
[Dagli amici del Comitato organizzatore della Giornata del dialogo
cristianoislamico e della Comunita' dell'Arca di Lanza del Vasto riceviamo e
volentieri diffondiamo]

"Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno perdonate"
(Marco 11, 25)

Care amiche, cari amici,
le religioni non hanno motivo per combattersi. Quando lo fanno cio' dipende
dal fatto che esse si sono messe al servizio non di Dio, che, in tutte le
religioni, chiede di non uccidere, ma di questo o quel gruppo economico,
politico e militare che si contrappone con altri gruppi simili per interessi
che nulla hanno a che vedere con alcun tipo di volonta' divina.
Occorre percio' urgentemente che le religioni, tutte le religioni, scelgano
decisamente di liberarsi da tutto cio' che le lega ai poteri politici,
economici e militari che le hanno trasformate in strumenti di oppressione
dei popoli anziche' di loro liberazione dalla paura e dalla schiavitu'.
Se e' vero che Dio e' amore, non si puo' consentire a nessuno di utilizzare
il nome di Dio per promuovere appelli che di fatto incitano allo scontro,
perche', come ci insegna la storia, alle parole poi seguono i fatti.
Come cristiani impegnati da tempo nel dialogo interreligioso ed in
particolare in quello cristianoislamico, facciamo un appello a tutti coloro
che si dicono cristiani, ad abbassare ogni arma, verbale o materiale. E lo
facciamo nel nome di quel Gesu' che impedi' a Pietro di difenderlo dalle
guardie che lo arrestavano e che perdono' sulla croce i propri carnefici.
Non puo' essere seguace di quel Gesu' chi si arma per uccidere, chi produce
armi di distruzione di massa, chi gia' le ha utilizzate contro citta' inermi
(ricordiamo Hiroshima e Nagasaki) e chi progetta di utilizzarle nei prossimi
mesi e che di fatto le utilizza gia' in giro per il mondo. I tragici
attentati alla moschea di Samarra, indicano con chiarezza quale sara' il
nuovo fronte bellico della guerra mondiale iniziata l'11 settembre del 2001
e che finora ha portato all'apertura di due fronti bellici in Afghanistan e
Iraq dove ancora si combatte e si muore.
C'e' bisogno percio' di una mobilitazione straordinaria di tutti per
impedire questa nuova avventura militare. E le religioni possono dare il
loro contributo determinante proprio a partire dal momento drammatico che
stiamo vivendo, mobilitandosi per sviluppare il dialogo invece che la
violenza e la contrapposizione.
*
Per noi cristiani sta per aprirsi un tempo di riflessione, quello che le
varie confessioni cristiane chiamano di quaresima o tempo di passione, che
ci portera' poi alla celebrazione della pasqua. Senza una nostra
mobilitazione straordinaria rischiamo di non riuscire a celebrare questa
pasqua a causa dei venti di guerra che si fanno sempre piu' impetuosi e
minacciosi.
Vi chiediamo percio' di dare vita, in tutti i venerdi' di questo tempo di
quaresima/passione a giornate di digiuno, di dialogo e di preghiera con i
musulmani. Vi chiediamo di digiunare nei giorni di venerdi' 3, 10, 17, 24,
31 marzo e 7 aprile prossimi, invitando le associazioni islamiche del
proprio territorio a momenti di dialogo e preghiera comune. Scambiamoci
visite nelle moschee e nelle chiese, invitiamo musulmani, dopo il digiuno, a
momenti di agape fraterna. Devolviamo cio' che ognuno risparmia con il
digiuno ad iniziative di solidarieta' sociale. Riflettiamo insieme sui
contenuti della comune fede nel Dio unico.
Un primo appello in questo senso viene dal "Gruppo camminare Insieme per il
dialogo interreligioso" di Fiorano e Sassuolo, composto di famiglie
cattoliche e musulmane, che faranno insieme il percorso della
quaresima/passione. Altre esperienze simili si faranno in altre citta'
italiane. Una prima giornata di digiuno e di preghiera e' stata promossa lo
scorso 24 febbraio dalla Comunita' dell'Arca.
*
E affinche' la preghiera per la pace possa avere un senso, per noi cristiani
e' fondamentale scoprire il dono del perdono: "Quando vi mettete a pregare,
se avete qualcosa contro qualcuno perdonate", ci dice Gesu' nel Vangelo di
Marco. E se vogliamo che questa preghiera venga accolta, c'e' bisogno che
ognuno sposi pienamente la vita e la pratica di Gesu', che non ha promosso
mai guerre, che non ha chiesto a nessuno di uccidere in suo nome, che anzi
ha lodato a piu' riprese esponenti di altre religioni quali samaritani o
pagani e ha accolto quelli che la societa' rifiutava. Come dice il Vangelo
di Giovanni: "Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi chiedete
quel che volete e vi sara' dato" (Gv 15, 7).
Contiamo come sempre sulla mobilitazione dal basso di ognuno perche' la pace
appartiene a tutti e tutti abbiamo il dovere di impegnarci fino in fondo per
difenderla.
*
Il Comitato organizzatore della Giornata del dialogo cristianoislamico
La Comunita' dell'Arca di Lanza del Vasto.
*
Per adesioni e informazioni:
- Comitato organizzatore della Giornata del dialogo cristianoislamico,
presso la redazione de "Il dialogo", via Nazionale 51,  83024 Monteforte
Irpino (Av), tel. 3337043384 - 3394325220, e-mail redazione:
redazione at ildialogo.org, e-mail direttore: direttore at ildialogo.org, sito:
http://www.ildialogo.org
- Comunita' dell'Arca di Lanza del Vasto, e-mail: v.sanfi at virgilio.it, sito:
http://xoomer.virgilio.it/arcadilanzadelvasto/

3. RIFLESSIONE. IL DIGIUNO COME STRUMENTO PER RISVEGLIARE LE COSCIENZE.
ENRICO PEYRETTI PRESENTA ALCUNI TESTI GANDHIANI SUL DIGIUNO
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per averci
messo a disposizione questa minima silloge.
Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di questo foglio,
ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace e di
nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con
altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio",
che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi
"Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research
Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi
per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della
rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro
Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e
del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie
prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'. Saggezza e
politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e' disponibile n
ella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza
guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di
cui una recente edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie
Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico
Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu' volte
riproposta anche su questo foglio, da ultimo nei fascicoli 1093-1094; vari
suoi interventi sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e
alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu'
ampia bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731
del 15 novembre 2003 di questo notiziario.
Mohandas K. Gandhi e' stato della nonviolenza il piu' grande e profondo
pensatore e operatore, cercatore e scopritore; e il fondatore della
nonviolenza come proposta d'intervento politico e sociale e principio
d'organizzazione sociale e politica, come progetto di liberazione e di
convivenza. Nato a Portbandar in India nel 1869, studi legali a Londra,
avvocato, nel 1893 in Sud Africa, qui divenne il leader della lotta contro
la discriminazione degli immigrati indiani ed elaboro' le tecniche della
nonviolenza. Nel 1915 torno' in India e divenne uno dei leader del Partito
del Congresso che si batteva per la liberazione dal colonialismo britannico.
Guido' grandi lotte politiche e sociali affinando sempre piu' la
teoria-prassi nonviolenta e sviluppando precise proposte di organizzazione
economica e sociale in direzione solidale ed egualitaria. Fu assassinato il
30 gennaio del 1948. Sono tanti i meriti ed e' tale la grandezza di
quest'uomo che una volta di piu' occorre ricordare che non va  mitizzato, e
che quindi non vanno occultati limiti, contraddizioni, ed alcuni aspetti
discutibili - che pure vi sono - della sua figura, della sua riflessione,
della sua opera. Opere di Gandhi:  essendo Gandhi un organizzatore, un
giornalista, un politico, un avvocato, un uomo d'azione, oltre che una
natura profondamente religiosa, i suoi scritti devono sempre essere
contestualizzati per non fraintenderli; Gandhi considerava la sua
riflessione in continuo sviluppo, e alla sua autobiografia diede
significativamente il titolo Storia dei miei esperimenti con la verita'. In
italiano l'antologia migliore e' Teoria e pratica della nonviolenza,
Einaudi; si vedano anche: La forza della verita', vol. I, Sonda; Villaggio e
autonomia, Lef; l'autobiografia tradotta col titolo La mia vita per la
liberta', Newton Compton; La resistenza nonviolenta, Newton Compton;
Civilta' occidentale e rinascita dell'India, Movimento Nonviolento; La cura
della natura, Lef; Una guerra senza violenza, Lef (traduzione del primo, e
fondamentale, libro di Gandhi: Satyagraha in South Africa). Altri volumi
sono stati pubblicati da Comunita': la nota e discutibile raccolta di
frammenti Antiche come le montagne; da Sellerio: Tempio di verita'; da
Newton Compton: e tra essi segnaliamo particolarmente Il mio credo, il mio
pensiero, e La voce della verita'; Feltrinelli ha recentemente pubblicato
l'antologia Per la pace, curata e introdotta da Thomas Merton. Altri volumi
ancora sono stati pubblicati dagli stessi e da altri editori. I materiali
della drammatica polemica tra Gandhi, Martin Buber e Judah L. Magnes sono
stati pubblicati sotto il titolo complessivo Devono gli ebrei farsi
massacrare?, in "Micromega" n. 2 del 1991 (e per un acuto commento si veda
il saggio in proposito nel libro di Giuliano Pontara, Guerre, disobbedienza
civile, nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1996). Opere su Gandhi:
tra le biografie cfr. B. R. Nanda, Gandhi il mahatma, Mondadori; il recente
accurato lavoro di Judith M. Brown, Gandhi, Il Mulino; il recentissimo libro
di Yogesh Chadha, Gandhi, Mondadori. Tra gli studi cfr. Johan Galtung,
Gandhi oggi, Edizioni Gruppo Abele; Icilio Vecchiotti, Che cosa ha veramente
detto Gandhi, Ubaldini; ed i volumi di Gianni Sofri: Gandhi e Tolstoj, Il
Mulino (in collaborazione con Pier Cesare Bori); Gandhi in Italia, Il
Mulino; Gandhi e l'India, Giunti. Cfr. inoltre: Dennis Dalton, Gandhi, il
Mahatma. Il potere della nonviolenza, Ecig. Una importante testimonianza e'
quella di Vinoba, Gandhi, la via del maestro, Paoline. Per la bibliografia
cfr. anche Gabriele Rossi (a cura di), Mahatma Gandhi; materiali esistenti
nelle biblioteche di Bologna, Comune di Bologna. Altri libri particolarmente
utili disponibili in italiano sono quelli di Lanza del Vasto, William L.
Shirer, Ignatius Jesudasan, George Woodcock, Giorgio Borsa, Enrica Collotti
Pischel, Louis Fischer. Un'agile introduzione e' quella di Ernesto Balducci,
Gandhi, Edizioni cultura della pace. Una interessante sintesi e' quella di
Giulio Girardi, Riscoprire Gandhi, Anterem]

Presento alcuni testi sul senso gandhiano del digiuno, estratti
dall'antologia di Mohandas K. Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza,
Einaudi, Torino 1973, 1996.
Enrico Peyretti
*
"Il fine della nonviolenza e' sempre di risvegliare in chi commette il male
quello che di migliore c'e' in lui. La sofferenza si rivolge alla parte
migliore dell'anima del malvagio mentre la ritorsione si rivolge alla parte
peggiore. Nelle circostanze adatte il digiuno e' il migliore strumento in
tal senso. Se i politici non si rendono conto dell'efficacia del digiuno in
campo politico cio' e' dovuto al fatto che si tratta di una utilizzazione
inusitata di questa meravigliosa arma".
("Harijan", 26 luglio 1942, tr. it. in Mohandas K. Gandhi, Teoria e pratica
della nonviolenza, Einaudi, Torino 1973, 1996, p. 187).
*
"Il digiuno e' una potente arma... Esso non puo' essere intrapreso da tutti.
La semplice capacita' fisica di sopportarlo non e' una qualita' sufficiente.
Il digiuno e' completamente inutile senza una profonda fede in Dio. Esso non
deve mai essere uno sforzo meccanico o una semplice imitazione. Deve essere
ispirato dal profondo dell'anima. Per questo e' estremamente raro".
("Harijan", 18 marzo 1939, tr. it. cit., p. 188).
*
"I miei digiuni sono sempre riusciti a risvegliare la coscienza delle
persone che vi partecipavano e di quelle che con essi si cercava di
influenzare. Con quei digiuni non e' stata mai commessa alcuna ingiustizia.
In nessun caso in essi era presente l'idea di esercitare qualsiasi
coercizione su qualcuno... Naturalmente non si puo' negare che i digiuni
possono essere realmente coercitivi. Sono tali i digiuni per scopi
egoistici. Un digiuno intrapreso per estorcere del denaro ad una persona o
per qualche altro analogo scopo personale implica l'esercizio della
coercizione o di influenza illecita. Non esiterei a schierarmi per la
resistenza contro tale illecita influenza".
("Harijan", 9 settembre 1933, tr. it. cit., pp. 189-190).
*
Cinque giorni prima di venire ucciso, Gandhi accettava di interrompere
l'ennesimo digiuno, dopo aver ottenuto non solo la cessazione di gravi
scontri fra indu' e musulmani nella citta' di Nuova Delhi e in altre parti
dell'India, ma commoventi gesti di riconciliazione e di accoglienza con
reciproci doni tra i contendenti.
La cessazione del digiuno e' avvenuta secondo "l'usuale cerimonia di
preghiera, durante la quale sono stati recitati passi delle sacre scritture
giapponesi, musulmane e parsi, seguiti dal mantra: 'Conducimi dalla falsita'
alla verita' / dalle tenebre alla luce / dalla morte all'immortalita''. Sono
state poi cantate dalle giovinette dell'ashram un inno indu' e l'inno
cristiano 'Quando contemplo l'ammirabile croce', a cui ha fatto seguito il
Ramadhun. Il Maulana Saheb ha portato un bicchiere di succo di frutta, e
Gandhi ha interrotto il digiuno dopo che la frutta era stata distribuita e
divisa tra tutti i presenti".
"Harijan", 25 gennaio 1948, tr. it. cit., p. 351).

4. INCONTRI. IVAN BONFANTI. ADDIO ALLE ARMI. A GERUSALEMME
[Da Luisa Morgantini (per contatti: lmorgantini at europarl.eu.int) riceviamo e
volentieri diffondiamo questo articolo di Ivan Bonfanti apparso sul
quotidiano "Liberazione" del  23 febbraio 2006.
Ivan Bonfanti e' un giornalista del quotidiano "Liberazione".
Luisa Morgantini, parlamentare europea, presidente della delegazione del
Parlamento Europeo al Consiglio legislativo palestinese, fa parte delle
Donne in nero e dell'Associazione per la pace; il seguente profilo di Luisa
Morgantini abbiamo ripreso dal sito www.luisamorgantini.net: "Luisa
Morgantini e' nata a Villadossola (No) il 5 novembre 1940. Dal 1960 al 1966
ha lavorato presso l'istituto Nazionale di Assistenza a Bologna occupandosi
di servizi sociali e previdenziali. Dal 1967 al 1968 ha frequentato in
Inghilterra il Ruskin College di Oxford dove ha studiato sociologia,
relazioni industriali ed economia. Dal 1969 al 1971 ha lavorato presso la
societa' Umanitaria di Milano nel settore dell'educazione degli adulti. Dal
1970 e fino al 1999 ha fatto la sindacalista nei metalmeccanici nel
sindacato unitario della Flm. Eletta nella segreteria di Milano - prima
donna nella storia del sindacato metalmeccanico - ha seguito la formazione
sindacale e la contrattazione per il settore delle telecomunicazioni,
impiegati e tecnici. Dal 1986 e' stata responsabile del dipartimento
relazioni internazionali del sindacato metalmeccanico Flm - Fim Cisl, ha
rappresentato il sindacato italiano nell'esecutivo della Federazione europea
dei metalmeccanici (Fem) e nel Consiglio della Federazione sindacale
mondiale dei metalmeccanici (Fism). Dal novembre del 1980 al settembre del
1981, in seguito al terremoto in Irpinia, in rappresentanza del sindacato,
ha vissuto a Teora contribuendo alla ricostruzione del tessuto sociale. Ha
fondato con un gruppo di donne di Teora una cooperativa di produzione, "La
meta' del cielo", che e' tuttora esistente. Dal 1979 ha seguito molti
progetti di solidarieta' e cooperazione non governativa con vari paesi, tra
cui Nicaragua, Brasile, Sud Africa, Mozambico, Eritrea, Palestina,
Afghanistan, Algeria, Peru'. Si e' misurata in luoghi di conflitto entro e
oltre i confini, praticando in ogni luogo anche la specificita' dell' essere
donna, nel riconoscimento dei diritti di ciascun essere umano: nelle
rivendicazioni sindacali, con le donne contro la mafia, contro l'apartheid
in Sud Africa, con uomini e donne palestinesi e israeliane per il diritto
dei palestinesi ad un loro stato in coesistenza con lo stato israeliano, con
il popolo kurdo, nella ex Yugoslavia, contro la guerra e i bombardamenti
della Nato, per i diritti degli albanesi del Kosovo all'autonomia, per la
cura e l'accoglienza a tutte le vittime della guerra. Attiva nel campo dei
diritti umani, si e' battuta per il loro rispetto in Cina, Vietnam e Siria,
e per l'abolizione della pena di morte. Dal 1982 si occupa di questioni
riguardanti il Medio Oriente ed in modo specifico del conflitto
Palestina-Israele. Dal 1988 ha contribuito alla ricostruzione di relazioni e
networks tra pacifisti israeliani e palestinesi. In particolare con
associazioni di donne israeliane e palestinesi e dei paesi del bacino del
Mediterraneo (ex Yugoslavia, Albania, Algeria, Marocco, Tunisia). Nel
dicembre 1995 ha ricevuto il Premio per la pace dalle Donne per la pace e
dalle Donne in nero israeliane. Attiva nel movimento per la pace e la
nonviolenza e' stata portavoce dell'Associazione per la pace. E' tra le
fondatrici delle Donne in nero italiane e delle rete internazionale di Donne
contro la guerra. Attualmente e' deputata al Parlamento Europeo... In Italia
continua la sua opera assieme alle Donne in nero e all'Associazione per la
pace". Opere di Luisa Morgantini: Oltre la danza macabra, Nutrimenti, Roma
2004]

"L'appuntamento e' a Gerusalemme Est, universita' di al Quds, il 10 aprile.
Venite e vedrete". Fremono, ma piu' di tanto non cedono. "Diciamo che sara'
un'iniziativa di pace, ma non l'ennesimo bla bla. Siamo tutti ex soldati,
siamo israeliani e palestinesi per anni membri di unita' combattenti di
elite. Abbiamo deciso di lasciare le armi per incontrarci e dialogare. Ma
non abbiamo smesso di combattere. Perche' combattiamo ancora, ma tutti
insieme. Lottiamo per la pace, perche' in Medio Oriente si smetta di
uccidersi, per la fine dell'occupazione e del terrorismo. Perche' israeliani
e palestinesi possano vivere fianco a fianco in due Stati distinti e dai
confini sicuri. Non fatemi dire di piu': venite e vedrete".
Bassam, Sulaiman, Zohar e Elazar sono seduti uno accanto all'altro, adesso.
Si scambiano pacche sulle spalle, sussurri e occhiate complici. A destare
curiosita' e stupore nella platea di europarlamentari, accorsi su invito
della presidente della Commissione Sviluppo dell'europarlamento Luisa
Morgantini che ha promosso l'iniziativa e aiutato il gruppo sin dall'inizio,
non e' il fatto che due di loro siano israeliani e gli altri due
palestinesi. Fino a poco tempo fa questi ragazzi si sparavano addosso. E non
in senso metaforico. Proiettili, granate, sparate per uccidere e per
uccidersi. Due nelle unita' speciali di Tsahal, l'esercito israeliano. E gli
altri due nelle formazioni combattenti palestinesi. Prima.
Ora sono quattro refusnik, ma come si diceva non hanno smesso di combattere.
"Siamo combattenti per la pace - spiega Sulaiman - perche' abbiamo tutti
assaporato la tragedia amara della guerra. La differenza tra noi e gli altri
gruppi di pacifisti e refusnik e' che siamo un gruppo unico che ha deciso di
lottare per la fine dell'occupazione, dell'umiliazione dei civili e della
follia del terrorismo. Lasciatemi aggiungere una cosa: sono orgoglioso di
essere qui e di poter chiamare i giovani al mio fianco amici veri".
Zahar Shapira era un comandante di Tsahal, per 15 anni capo di un'unita' di
commando dedicata alle operazioni speciali nei territori palestinesi. Ho
sempre pensato di difendere il mio Paese, agivo nella convinzione di aiutare
il mio popolo. Poi ho capito che il persistere dell'occupazione era immorale
e costituiva il pericolo piu' grande per per la sopravvivenza di Israele. Un
giorno sono andato dal mio comandante, gli ho detto che non avrei piu'
umiliato nessuno, che avrei servito nell'esercito del mio Paese solo
all'interno dei confini di Israele e mai piu' Palestina. E' stato difficile,
ho rotto un tabu' personale e sociale". Anche Zohar, come del resto il
palestinese Bassam, era un militare, nel suo caso con i paracadutisti
dispiegati per anni nel Sud del Libano. "Quando ho deciso di smettere ho
pensato che non avrei piu' passato il confine". E invece, dopo qualche
tempo, quel valico l'avrebbe attraversato di nuovo. Stavolta in abiti
civili, senza armi. "Ci vuole molto piu' coraggio. Credevo che avrei trovato
un partner - incalza Bassam - invece ne ho trovati piu' di cinquanta".
Se per Elazar e Zohar varcare il confine vuol dire violare una legge
israeliana, per i palestinesti il compito e' addirittura improbo. "Ci siamo
visti a Beit Jalla, alle porte di Gerusalemme, e abbiamo iniziato a lavorare
trovando non un singolo punto in comune, ma un'intera piattaforma da
promuovere". La vittoria di Hamas, per Sulaiman e Bassam, e' un ostacolo in
piu' in una situazione gia' drammatica. "Non e' semplice far passare le
nostre idee in questo momento. In privato tanti sono d'accordo, ma in
pubblico e' diverso. Sappiamo per certo che la maggioranza dei due popoli
vuole un futuro per far crescere i propri figli. Hamas ha vinto perche' le
formazioni nazionaliste non hanno ottenuto alcun risultato politico da
Israele e perche' la corruzione e' dilagata sotto gli occhi di tutti, mentre
Hamas si e' presentata come la forza che ha costretto Israele al ritiro da
Gaza e con un programma contro la corruzione e il malcostume".
"L'errore piu' grande - stavolta e' Luisa Morgantini che parla - sarebbe
quello di isolare i palestinesi a causa di Hamas. Non dimentichiamo che
Hamas ha dato prove di maturita' sia rispettando la tregua da oltre un anno
che partecipando ad un processo politico interno all'Anp. Teniamo alta la
pressione perche' riconosca Israele - spiega l'europarlamentare del Prc- ma
facciamo lo stesso sul governo israeliano perche' riconosca lo Stato di
Palestina e ponga fine all'occupazione".
Quanto a loro, il passo verso il riconoscimento dell'altro l'hanno gia'
fatto: "E' stato un piacere scoprirci, c'e' un partner - chiosano ricalcando
lo slogan dell'accordo di Ginevra - un partner che prima era il mio nemico".
il 10 aprile a Gerusalemme est ne sapremo di piu'. Una cosa comunque e'
certa, questi ex soldati, queste persone a cui il Medio Oriente deve
probabilmente gran parte della sua sopravvivenza (fin qui), hanno smesso da
un pezzo di bruciare le bandiere del "nemico". L'ex paracadutista Elazar ci
tiene a sottolinearlo: "Non si puo' essere pro-israeliani senza essere
pro-palestinesi, non si puo' essere anti-palestinesi senza diventare
automaticamente anti-isrealiani. Non mi piace la gente che dice di essere
filo-israeliana oppure filo-palestinese. I nostri destini sono uniti, se
perdiamo perderemo entrambi e la vittoria degli uni vuol dire esattamente la
vittoria degli altri. Basta guardare una cartina del Medio Oriente per
comprendere che non esiste la vittoria di una parte sola. Se qualcuno non ci
riesce e continua a strillare seminando odio vuol dire che e' ipocrita, in
malafede, oppure ignorante o semplicemente idiota". Chiaro.

5. RIFLESSIONE. MARIA ROSA CUTRUFELLI: IL CONFORMISTA E IL SUO BRANCO
[Dal sito della Libera universita' delle donne di Milano
(www.universitadelledonne.it) riprendiamo il seguente articolo di Maria Rosa
Cutrufelli apparso sul quotidiano "Liberazione" del 7 dicembre 2005. Maria
Rosa Cutrufelli e' nata a Messina e vive a Roma, intellettuale impegnata nel
movimento delle donne, ricercatrice, saggista, narratrice, giornalista,
direttrice di "Tuttestorie", rivista di narrativa di donne. Opere di Maria
Rosa Cutrufelli: L'invenzione della donna, Mazzotta, Milano 1974; L'unita'
d'Italia: guerra contadina e nascita del sottosviluppo del Sud, Bertani,
1974; Disoccupata con onore. Lavoro e condizione della donna, Mazzotta,
Milano 1975; Donna perche' piangi, Mazzotta, Milano 1976; Economia e
politica dei sentimenti, Editori Riuniti, Roma 1980; Il cliente. Inchiesta
sulla domanda di prostituzione, 1981; Mama Africa. Storia di donne e di
utopie, Feltrinelli, Milano 1989; La Briganta, La Luna, Palermo 1990; Il
denaro in corpo, Marco Tropea Editore, Milano 1996; (a cura di), Nella
citta' proibita, Marco Tropea Editore, Milano 1997, Net, Milano 2003;
Lontano da casa, Rai, 1997; Canto al deserto. Storia di Tina, soldato di
mafia, Longanesi, Milano 1994, Tea, Milano 1997; Il paese dei figli perduti,
Marco Tropea Editore, Milano 1999; Giorni d'acqua corrente. Quando la vita
delle donne diventa racconto, Pratiche Editrice, Milano 2002; Terrona,
Citta' Aperta, Troina (En) 2004; La donna che visse per un sogno,
Frassinelli, Milano 2004]

"Tanto, in fondo, le donne ci stanno tutte". Questa e' la stupefacente
"giustificazione" che i ragazzini stupratori di Lanciano hanno offerto ai
poliziotti al momento dell'arresto. Una frase che esemplifica alla
perfezione lo stato di profonda incivilta' che ancora caratterizza il
rapporto fra i sessi.
Un rapporto basato sulla paura, sull'ignoranza, sul sospetto. Come
dimostrano le due notizie rimbalzate ieri sulle agenzie: lo stupro di gruppo
contro una giovane disabile a Bologna e soprattutto la seconda violenza "di
branco" contro un'altra ragazzina di Lanciano scoperta dagli inquirenti.
Come dimostra con drammatica evidenza l'altro recente episodio di stupro
avvenuto a La Spezia, dove accade che una giovane infermiera venga
violentata per non aver prestato fede all'avvertimento di un automobilista.
"C'e' un individuo che ti segue", le aveva detto l'uomo, offrendole un
passaggio. Un'avance fantasiosa, avrebbe pensato qualsiasi ragazza. E cosi'
ha pensato anche l'infermiera spezzina. Ma purtroppo quell'individuo
esisteva davvero e l'automobilista aveva capito giusto.
Lanciano, La Spezia: casi fra i tanti riportati dai quotidiani in queste
ultime settimane. Stupri avvenuti per strada. Di giorno. Addirittura in
pieno centro cittadino. Un'emergenza, hanno scritto in molti.
Senza dubbio un impressionante elenco d'insopportabili violenze, spesso
accadute nel silenzio complice dei passanti. O degli amici e delle amiche,
come nel caso di Lanciano. Amiche (e amici) che quando le ragazzine sono
state rapite non hanno nemmeno fatto un numero di telefono per chiedere
aiuto ai genitori, se non alla polizia.
E dunque: l'emergenza e' soltanto lo stupro o non anche questo silenzio
agghiacciante? E' qualcosa che riguarda soltanto dei devianti, degli
psicopatici, dei "mostri" (magari immigrati e clandestini), o non e' invece
qualcosa che ci riguarda tutti, che riguarda il nostro modello di societa',
le regole della convivenza e in primo luogo del rapporto fra i sessi?
Molti anni fa (venti, per la precisione) una sociologa scriveva: "Lo stupro
non e' esclusivamente l'atto di qualche psicopatico sadico: esso e' assai
piu' diffuso di quanto si creda. Anzi, si sta addirittura scoprendo che lo
stupro non e' un atto tanto deviante, quanto, al contrario, essenzialmente
conformista".
Perche' "conformista"?
Proprio perche' sarebbe la conferma, per cosi' dire, dell'atteggiamento
sessista comune alla stragrande maggioranza degli uomini. Perche', in
sostanza, non sarebbe che la riprova violenta di un ordine e di un sistema
patriarcale.
Questo si diceva venti anni fa. Poi il femminismo ha restituito la
responsabilita' dello stupro agli uomini, affinche', come ebbe a dichiarare
un analista, "se ne facessero carico quelli sufficientemente coraggiosi da
guardare dentro di se'". Questo coraggio purtroppo e' rimasto prerogativa di
pochi. Non e' diventato cultura diffusa. Soprattutto, non si e' trasformato
in gesto politico.
A chi e' mai venuto in mente che "guardare dentro di se'" potrebbe essere
una priorita' politica? Ma allora perche' stupirsi se i ragazzini-stupratori
di Lanciano, come scrivono i giornalisti, non hanno dato segno di pentirsi?
Perche' dovrebbero?
La loro impresa ha una logica sociale. E' l'attuazione pratica, per quanto
estrema, delle idee correnti sul sesso e sulle donne che, dacche' mondo e'
mondo, "devono stare al loro posto".
D'altronde, se le statistiche dicono la verita', la vera emergenza non e'
quella delle strade. Se tre volte su quattro la violenza non viene commessa
in strada ma al riparo delle mura domestiche, allora e' li' che si annida il
cancro. E' li' che cresce giorno dopo giorno.
E se le cose stanno cosi', allora e' chiaro che le tanto invocate
castrazioni chimiche o la chiusura dei confini agli immigrati (sospetti
proprio perche' immigrati) non sono "rimedi" ma grottesche assurdita'.
Ciniche, quando gli stupri diventano pretesto per portare avanti una linea
politica.
Fa bene Stefania Giorgi sul "Manifesto" a sottolineare come le parole stupro
e aborto "tornino a marciare in sincrono, nell'agenda politica e nel
palinsesto dei media". Forse non a caso. Sicuramente non in modo innocente.
Perche' aborto e stupro sono parole che bruciano come marchi sulla pelle
delle donne. Parole che suscitano un dibattito non proprio limpido, che
tende sempre e di nuovo a vittimizzare le donne, a espropriarle della
coscienza di se', a spingerle in un'area di marginalita' politica e
psicologica.
A fin di bene, s'intende. "Che occhi grandi hai, nonna", diceva Cappuccetto
Rosso al lupo nascosto sotto le coperte. "Per vederti meglio, bambina mia".
Tranquille, e' per proteggervi meglio, ci dicono i tanti "paladini" delle
donne che vogliono leggi che introducano pene corporali ma non vogliono
leggi che garantiscano una piena partecipazione delle donne alla politica
istituzionale ("tanto a loro non interessa...").
E allora forse e' il caso di ricordare a tutte (e a tutti) quello che
sosteneva Simone Weil, e cioe' che il vero nemico e' colui "che dice
d'essere il nostro difensore e fa di noi degli schiavi". O delle eterne
vittime. Bisognose di perenne tutela. Incapaci di autodeterminarci. Nella
procreazione. Nella sessualita'. Nella vita.

6. RIFLESSIONE. LEA MELANDRI: SIAMO USCITE DAL SILENZIO
[Dal sito della Libera universita' delle donne di Milano
(www.universitadelledonne.it) riprendiamo il seguente articolo di Lea
Melandri apparso sul quotidiano "Liberazione" del 18 dicembre 2005. Lea
Melandri, nata nel 1941, acutissima intellettuale, fine saggista, redattrice
della rivista "L'erba voglio" (1971-1975), direttrice della rivista "Lapis",
e' impegnata nel movimento femminista e nella riflessione teorica delle
donne. Opere di Lea Melandri: segnaliamo particolarmente L'infamia
originaria, L'erba voglio, Milano 1977, poi Manifestolibri, Roma 1997. Cfr.
anche Come nasce il sogno d'amore, Rizzoli, Milano 1988; Lo strabismo della
memoria, La Tartaruga, Milano 1991; La mappa del cuore, Rubbettino, Soveria
Mannelli 1992; Migliaia di foglietti, Moby Dick 1996. Dal sito
www.universitadelledonne.it riprendiamo la seguente scheda: "Lea Melandri ha
insegnato in vari ordini di scuole e nei corsi per adulti. Attualmente tiene
corsi presso l'Associazione per una Libera Universita' delle Donne di
Milano, di cui e' stata promotrice insieme ad altre fin dal 1987. E' stata
redattrice, insieme allo psicanalista Elvio Fachinelli, della rivista L'erba
voglio (1971-1978), di cui ha curato l'antologia: L'erba voglio. Il
desiderio dissidente, Baldini & Castoldi 1998. Ha preso parte attiva al
movimento delle donne negli anni '70 e di questa ricerca sulla problematica
dei sessi, che continua fino ad oggi, sono testimonianza le pubblicazioni:
L'infamia originaria, edizioni L'erba voglio 1977 (Manifestolibri 1997);
Come nasce il sogno d'amore, Rizzoli 1988 ( ristampato da Bollati
Boringhieri, 2002); Lo strabismo della memoria, La Tartaruga edizioni 1991;
La mappa del cuore, Rubbettino 1992; Migliaia di foglietti, Moby Dick 1996;
Una visceralita' indicibile. La pratica dell'inconscio nel movimento delle
donne degli anni Settanta, Fondazione Badaracco, Franco Angeli editore 2000;
Le passioni del corpo. La vicenda dei sessi tra origine e storia, Bollati
Boringhieri 2001. Ha tenuto rubriche di posta su diversi giornali: 'Ragazza
In', 'Noi donne', 'Extra Manifesto', 'L'Unita''. Collaboratrice della
rivista 'Carnet' e di altre testate, ha diretto, dal 1987 al 1997, la
rivista 'Lapis. Percorsi della riflessione femminile', di cui ha curato,
insieme ad altre, l'antologia Lapis. Sezione aurea di una rivista,
Manifestolibri 1998. Nel sito dell'Universita' delle donne scrive per le
rubriche 'Pensiamoci' e 'Femminismi'"]

Oggi [18 dicembre 2005 - ndr] si terranno in molte citta' assemblee di donne
(senza esclusione di presenze maschili) per decidere il senso e le parole da
dare alla manifestazione che si terra' Milano il 14 gennaio 2006. Circa un
anno fa "Liberazione" apriva un dibattito sul silenzio del femminismo e, dal
breve e incerto andamento che ha avuto, nessuno si sarebbe immaginato
l'inizio di "una nuova stagione cosi' potente e emozionante", come si legge
in una delle tante mail del sito www.usciamodalsilenzio.org
In realta', non sono mai venuti meno ne' l'impegno ne' la produzione di
pensiero ne' la spinta aggregativa. E' mancato a lungo quel desiderio di
accomunamento che impedisce alle associazioni, ai saperi, ai luoghi, di
aprirsi a una progettualita' collettiva allargata, capace di ottenere
ascolto e cambiamenti nel contesto in cui viviamo. Piu' insidioso di ogni
repressione manifesta e' l'adattamento, la rinuncia sempre piu'
impercettibile al dissenso, l'abitudine all'indignazione solitaria e il
dubbio che non ci sia limite al peggio che ci puo' capitare.
Lo scambio veloce e fittissimo di proposte e commenti circolati in questi
giorni, lasciano sperare che quello che si sta preparando possa non essere
solo un evento, interessante e passeggero, ma la ripresa di rapporti
continuativi tra le realta' diverse in cui le donne si trovano a vivere, la
possibilita' di riuscire da qui in avanti a operare insieme e separate,
muovendosi tra gruppi ristretti e momenti assembleari, tra impegni specifici
e prospettive piu' generali.
*
Se la cultura e la politica sembrano avviarsi a un progressivo arretramento,
non e' detto che si finisca necessariamente per esserne travolti. Sulle
questioni che oggi spingono le donne a tornare sulle piazze, luoghi-simbolo
della "cosa pubblica" riservata storicamente agli uomini, regredire
significherebbe accontentarsi di semplificazioni facili: la difesa della
legge 194, che rischia di essere resa inapplicabile, e della laicita'
minacciata dalla ingerenza della Chiesa. Sarebbe davvero paradossale se oggi
non riuscissimo a dare al problema dell'aborto la complessita' di analisi
con cui fu affrontato prima che fosse approvata la legge che lo rendeva
"libero, gratuito e assistito", nel 1978. Nei documenti dei gruppi
femministi che parteciparono alle manifestazioni degli anni '70, le
gravidanze non desiderate sono messe in costante rapporto con la sessualita'
e la maternita', descritte come l'esperienza che piu' drammaticamente
assomma le contraddizioni legate al rapporto uomo-donna. La "liberta'",
associata alla scelta di abortire, non solo non ha niente di trionfalistico,
ma diventa la "soluzione estrema e violenta" attraverso cui e' costretta a
passare, per una donna, la riappropriazione del proprio corpo.
"Aborto libero rappresenta la conquista di una liberta' democratica, ma
anche l'istituzionalizzazione di una violenza operata sul corpo della donna.
Quando viene negata la vita stessa e la possibilita' di scegliere e
decidere, autonomamente, diviene vitale uscire dalla posizione di minorita'
e affermare la propria esistenza ad alta voce. Anziche' accettare ed
esaltare la potenzialita' creatrice, le donne hanno dovuto negarla e
staccarla da se', in quanto ruolo-gabbia in cui erano relegate; hanno dovuto
esprimere concretamente la loro capacita' di essere altro, di avere un corpo
al di la' delle finalita' che per esse erano state stabilite e decise.
Quando abbiamo abortito lo abbiamo fatto sotto la spinta di una dolorosa
necessita', costrette in una alternativa invivibile e disumana. Ma non e'
sul piano dell'aut-aut che vogliamo esercitare la nostra capacita' di
scelta" (L. Percovich, La coscienza nel corpo, Franco Angeli 2004).
Il controllo sui corpi e sui pensieri delle donne ha conosciuto sicuramente
epoche piu' oscure di questa, ma le tecnologie riproduttive, permettendo di
isolare le fasi iniziali del concepimento, e' come se avessero infranto il
mistero dell'indistinzione originaria tra la madre e il figlio, tolto
l'ultimo baluardo di sacralita' e di timore che ha impedito finora una
dichiarata cancellazione della centralita' materna nel processo generativo.
Il "pianto" di credenti e non credenti sui bambini mai nati, di cui ci viene
fornito un puntiglioso conteggio, evocativo delle stragi e dei genocidi
della storia, e' la misoginia che si mostra nella sua forma piu' scoperta e
arrogante, cinicamente smemorata su che cosa abbia significato e significhi
tuttora per le donne la maternita', voluta o non voluta, la trasformazione
di una capacita' biologica in destino, il confinamento dell'esistenza
femminile nel ruolo che l'ha separata dalla vita pubblica, messa a rischio
quotidiano di morte, votata al sacrificio di se' per il bene di chi l'ha
sottomessa. I progressi della scienza e della medicina, l'incontrollata
manipolazione dei corpi umani, diventa per la Chiesa, senza ombra di
contraddittorieta', l'occasione per affermare priorita' date come
"naturali".
Nel momento in cui l'intero ciclo della vita, dalla nascita alla morte,
passa dalla sfera privata a quella pubblica, salta agli occhi una
trasversalita' che rende piu' incerto il confine tra laici e credenti, tra
sinistra e destra, tra intellettuali e gente comune. La denatalita',
l'indebolimento del legame famigliare, l'affermarsi di liberta' e diritti
legati alle differenti scelte sessuali e alle nuove forme di convivenza,
inquietano un arco di forze politiche e religiose molto esteso, e la
risposta, piu' o meno dichiaratamente conservatrice, e' la stessa:
facilitare alle donne il compito di madri, dissuaderle dal proposito di non
fare figli o di abortirli. La diatriba che si accende ogni sera nei salotti
televisivi, schierando su fronti opposti i partigiani accalorati della madre
o del figlio, e' il segno dell'infantilismo che perdura a dispetto dei
veloci cambiamenti della civilta'; e' l'idea che si possa arginare la
fantasia di una potente generatrice sottraendole innanzi tempo il figlio che
tiene confuso con le sue viscere. Riportare i due protagonisti dell'origine
dentro la storia vorrebbe dire far fare un salto alla coscienza, operare una
sorta di rivoluzione copernicana, rendere finalmente conto di quella
evidenza invisibile che e' il dominio maschile, l'appropriazione del corpo
della donna e della vita che ha continuato a crescervi dentro,
indipendentemente dal suo consenso, come conseguenza della sessualita'
fecondante dell'uomo.
*
Del fatto che si fanno pochi figli, con allusione indiretta all'aborto, si
preoccupava giorni fa sul "Corriere della sera" (12 dicembre 2005) Francesco
Alberoni. A mettere in pericolo legami di sangue, parentele, doveri
necessari per la vita della comunita' sono ovviamente le donne: perche'
vogliono lavorare, far carriera, o peggio ancora perche' hanno cominciato ad
anteporre il benessere e l'erotismo al desiderio di una discendenza. Di
fronte al decadimento della stirpe occidentale cristiana, insidiata da
individui che "vogliono aver relazione solo con altri individui scelti
liberamente per amicizia, per interesse, per amore", stanno le comunita' dei
"diversi" che invece di radici, sangue e figli ne hanno in abbondanza. E'
facile associare alle preoccupazioni di Alberoni echi nostalgici di tempi in
cui l'aborto era "reato contro la specie" e la "sudditanza" della donna
all'uomo considerata "demograficamente indispensabile". Piu' difficile
scalfire la composta, "ragionevole" impalcatura ideologica che ha
caratterizzato la storia della sinistra rispetto alla maternita', vista come
fatto sociale, e come tale sottoposta ai pubblici poteri. "Lo Stato - si
legge sempre nei documenti degli anni '70 - si impegna a lasciare la donna
libera di scegliere quando fare figli e ad aiutarla quando e' madre; la
donna d'altra parte si impegna ad educare bene i figli, a curarli, ad amarli
e ad essere tranquilla. Le battaglie per gli asili nido, scuole a tempo
pieno, anticoncezionali, sono famose".
Come si puo' pensare che sia cambiato qualcosa, quando si legge che D'Alema,
in visita all'ospedale San Camillo, dichiara che la "promozione della
maternita'" sara' parte del programma del centrosinistra, se dovesse vincere
le elezioni? Non si spiegano con la stessa rimozione del rapporto tra i
sessi i bonus baby e i bonus mamma, proposti indifferentemente da destra e
da sinistra, e volti a confermare la donna nel suo ruolo tradizionale, a
placarla di fatiche e insoddisfazioni, a confortare le proprie coscienze per
aver reso giustizia a un soggetto debole, svantaggiato?
Sono ancora voci disincantate del passato a portare una nota di lucido
realismo: "Gestire una famiglia a due e' gia' faticoso, pero' e' possibile
conquistarci degli spazi di autonomia. Con un figlio che non e'
autosufficiente non e' possibile farlo. Per questo vogliamo polemizzare per
un attimo con chi dice che le donne vogliono piu' soldi e piu' servizi per
fare tutti i figli che vogliono. Noi vogliamo si' piu' soldi e piu' servizi
perche' sappiamo che in qualche modo i figli, magari pochi, ce li faranno
fare. Ce li sanno far fare, usano un milione di pressioni, dal marito
all'ideologia generale".
Agli uomini che verranno alla manifestazione non si chiede solidarieta', ma
un atto di responsabilizzazione volto a riconoscere, come ha scritto su
questo giornale Stefano Ciccone, che "la violenza contro le donne riguarda
innanzitutto gli uomini".

7. CONTROEDITORIALE. RINO TORMESI: UNA DICHIARAZIONE DI VOTO
[Ringraziamo il nostro buon amico Lazzarino Tormesi per questo intervento]

Alle prossime elezioni politiche andro' a votare per difendere - ovvero
ripristinare - la separazione dei poteri necessaria perche' vi sia uno stato
di diritto in cui vivere non sia un'ingiuria alla dignita' propria e di
tutti: affinche' vi sia un potere esecutivo che non possa imporre le sue
basse voglie al potere legislativo; un potere legislativo orientato al bene
comune nel fare le leggi; e un potere giudiziario che nell'amministrare la
giustizia obbedisca alle leggi e a nessun altro.

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1220 del 28 febbraio 2006

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