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Voci e volti della nonviolenza. 14



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 14 del 21 marzo 2006

In questo numero:
1. Rachel Corrie
2. Rachel Corrie: Una lettera del 7 febbraio 2003 agli amici e alla famiglia
3. Rachel Corrie: Una lettera del 20 febbraio 2003 alla madre
4. Rachel Corrie: Una lettera del 27 febbraio 2003 alla madre
5. Rachel Corrie: Una lettera del 28 febbraio 2003 alla madre
6. Et coetera

1. RACHEL CORRIE
Rachel Corrie, giovane pacifista nonviolenta americana, nata a Olympia
(Washington) nel 1979, impegnata nell'associazione umanitaria International
Solidarity Movement come osservatrice per i diritti umani e in azioni di
accompagnamento ed interposizione nonviolenta, il 16 marzo 2003 veniva
uccisa da un bulldozer dell'esercito israeliano a Rafah, nella striscia di
Gaza, mentre cercava di impedire l'abbattimento di una casa interponendo il
proprio corpo. Aveva 23 anni.
Le seguenti e-mail di Rachel Corrie sono state rese pubbliche dalla sua
famiglia e dai suoi amici subito dopo la sua morte. Le abbiamo riprese dal
sito www.obiezione.it che a sua volta le ha ripresa dal quotidiano "Il
manifesto" del 31 marzo 2003, nella traduzione dall'inglese a cura di Miguel
Martinez, Lucia De Rocco, Silvia Lanfranchini, Nora Tigges Mazzone, Andrea
Spila, dei "Traduttori per la pace".
Sono lettere di una giovane generosa impegnata a recare umana solidarieta' e
ad opporsi all'ingiustizia con la forza della nonviolenza in una realta'
tremenda. Vanno lette come una preziosa testimonianza, e se qualche
espressione potesse sembrare inadeguata o inesatta o insufficiente si
consideri che si tratta appunto di lettere familiari, e che la profonda
verita' che esse recano e' appunto nella loro nuda umanita'.
Persuasi come siamo che al popolo palestinese e al popolo israeliano deve
essere offerta tutta la nostra solidarieta', e che ambedue hanno diritto a
vivere in un proprio stato, lo stato di Palestina e quello di Israele, in
pace, sicurezza e benessere; e che le conseguenze degli errori e degli
orrori commessi dai governi e dalle leadership israeliane e palestinesi del
passato e del presente non devono ricadere sulle popolazioni provocando
ulteriori indicibili sofferenze in una atroce catena di sangue e dolore; e
che solo con il dialogo e la scelta della comprensione, solo con il ripudio
di tutte le uccisioni e di tutte le sopraffazioni, solo con la scelta del
riconoscimento e della convivenza, in un comune cammino delle vittime e
degli eredi delle vittime verso la costruzione della pace si potra' creare
un futuro di liberta', felicita' e solidarieta' per tutti; e che li' come
ovunque occorre scegliere la nonviolenza e sostenere quanti sulla via della
nonviolenza si sono gia' posti; di tutto cio' persuasi, valga questa
testimonianza come segnavia di una fraternita' e sororita' che a tutti gli
esseri umani si offre e si affida.

2. RACHEL CORRIE: UNA LETTERA DEL 7 FEBBRAIO 2003 AGLI AMICI E ALLA FAMIGLIA

Ciao amici e famiglia e tutti gli altri. Sono in Palestina da due settimane
e un'ora e non ho ancora parole per descrivere cio' che vedo. E'
difficilissimo per me pensare a cosa sta succedendo qui quando mi siedo per
scrivere alle persone care negli Stati Uniti. E' come aprire una porta
virtuale verso il lusso. Non so se molti bambini qui abbiano mai vissuto
senza i buchi dei proiettili dei carri armati sui muri delle case e le torri
di un esercito che occupa la citta' che li sorveglia costantemente da
vicino.
Penso, sebbene non ne sia del tutto sicura, che anche il piu' piccolo di
questi bambini capisca che la vita non e' cosi' in ogni angolo del mondo. Un
bambino di otto anni e' stato colpito e ucciso da un carro armato israeliano
due giorni prima che arrivassi qui e molti bambini mi sussurrano il suo
nome - Ali' - o indicano i manifesti che lo ritraggono sui muri. I bambini
amano anche farmi esercitare le poche conoscenze che ho di arabo chiedendomi
"Kaif Sharon?", "Kaif Bush?", e ridono quando dico, "Bush Majnoon", "Sharon
Majnoon" nel poco arabo che conosco (Come sta Sharon? Come sta Bush? Bush e'
pazzo. Sharon e' pazzo). Certo, questo non e' esattamente quello che credo e
alcuni degli adulti che sanno l'inglese mi correggono: "Bush mish
Majnoon"... Bush e' un uomo d'affari. Oggi ho tentato di imparare a dire
"Bush e' uno strumento" (Bush is a tool), ma non penso che si traduca
facilmente.
In ogni caso qui si trovano dei ragazzi di otto anni molto piu' consapevoli
del funzionamento della struttura globale del potere di quanto lo fossi io
solo pochi anni fa. Tuttavia, nessuna lettura, conferenza, documentario o
passaparola avrebbe potuto prepararmi alla realta' della situazione che ho
trovato qui. Non si puo' immaginare a meno di vederlo, e anche allora si e'
sempre piu' consapevoli che l'esperienza stessa non corrisponde affatto alla
realta': pensate alle difficolta' che dovrebbe affrontare l'esercito
israeliano se sparasse a un cittadino statunitense disarmato, o al fatto che
io ho il denaro per acquistare l'acqua mentre l'esercito distrugge i pozzi,
e naturalmente al fatto che io posso scegliere di andarmene. Nessuno nella
mia famiglia e' stato colpito, mentre andava in macchina, da un missile
sparato da una torre alla fine di una delle strade principali della mia
citta'. Io ho una casa. Posso andare a vedere l'oceano. Quando vado a scuola
o al lavoro posso essere relativamente certa che non ci sara' un soldato,
pesantemente armato, che aspetta a meta' strada tra Mud Bay e il centro di
Olympia a un checkpoint, con il potere di decidere se posso andarmene per i
fatti miei e se posso tornare a casa quando ho finito.
Dopo tutto questo peregrinare, mi trovo a Rafah: una citta' di circa 140.000
persone, il 60% di questi sono profughi, molti di loro due o tre volte
profughi. Oggi, mentre camminavo sulle macerie, dove una volta sorgevano
delle case, alcuni soldati egiziani mi hanno rivolto la parola dall'altro
lato del confine. "Vai! Vai!" mi hanno gridato, perche' si avvicinava un
carro armato. E poi mi hanno salutata e mi hanno chiesto "come ti chiami?".
C'e' qualcosa di preoccupante in questa curiosita' amichevole. Mi ha fatto
venire in mente in che misura noi, in qualche modo, siamo tutti bambini
curiosi di altri bambini. Bambini egiziani che urlano a donne straniere che
si avventurano sul percorso dei carri armati. Bambini palestinesi colpiti
dai carri armati quando si sporgono dai muri per vedere cosa sta accadendo.
Bambini di tutte le nazioni che stanno in piedi davanti ai carri armati con
degli striscioni. Bambini israeliani che stanno in modo anonimo sui carri
armati, di tanto in tanto urlano e a volte salutano con la mano, molti di
loro costretti a stare qui, molti semplicemente aggressivi, sparano sulle
case mentre noi ci allontaniamo.
Ho avuto difficolta' a trovare informazioni sul resto del mondo qui, ma
sento dire che un'escalation nella guerra contro l'Iraq e' inevitabile. Qui
sono molto preoccupati della "rioccupazione di Gaza". Gaza viene rioccupata
ogni giorno in vari modi ma credo che la paura sia quella che i carri armati
entrino in tutte le strade e rimangano qui invece di entrare in alcune delle
strade e ritirarsi dopo alcune ore o dopo qualche giorno a osservare e
sparare dai confini delle comunita'. Se la gente non sta gia' pensando alle
conseguenze di questa guerra per i popoli dell'intera regione, spero che
almeno lo iniziate a fare voi. Un saluto a tutti. Un saluto alla mia mamma.
Un saluto a smooch. Un saluto a Fg e a Barnhair e a Sesamees e alla Lincoln
School. Un saluto a Olympia.
Rachel

3. RACHEL CORRIE: UNA LETTERA DEL 20 FEBBRAIO 2003 ALLA MADRE

Mamma,
adesso l'esercito israeliano e' arrivato al punto di distruggere con le
ruspe la strada per Gaza, ed entrambi i checkpoint principali sono chiusi.
Significa che se un palestinese vuole andare ad iscriversi all'universita'
per il prossimo quadrimestre non puo' farlo. La gente non puo' andare al
lavoro, mentre chi e' rimasto intrappolato dall'altra parte non puo' tornare
a casa; e gli internazionali, che domani dovrebbero essere a una riunione
delle loro organizzazioni in Cisgiordania, non potranno arrivarci in tempo.
Probabilmente ce la faremmo a passare se facessimo davvero pesare il nostro
privilegio di internazionali dalla pelle bianca, ma correremmo comunque un
certo rischio di essere arrestati e deportati, anche se nessuno di noi ha
fatto niente di illegale.
La striscia di Gaza e' ora divisa in tre parti. C'e' chi parla della
"rioccupazione di Gaza", ma dubito seriamente che stia per succedere questo,
perche' sarebbe una mossa geopoliticamente stupida da parte di Israele.
Credo che dobbiamo aspettarci piuttosto un aumento delle piccole incursioni
al di sotto del livello di attenzione dell'opinione pubblica internazionale,
e forse il paventato "trasferimento di popolazione".
Per il momento non mi muovo da Rafah. Mi sento ancora relativamente al
sicuro e nell'eventualita' di un'incursione piu' massiccia credo che, per
quanto mi riguarda, il rischio piu' probabile sia l'arresto. Un'azione
militare per rioccupare Gaza scatenerebbe una reazione molto piu' forte di
quanto non facciano le strategie di Sharon basate sugli omicidi che
interrompono i negoziati di pace e sull'arraffamento delle terre, strategie
che al momento stanno servendo benissimo allo scopo di fondare colonie
dappertutto, eliminando lentamente ogni vera possibilita' di
autoderminazione palestinese.
Sappi che un mucchio di palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di
me. Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi hanno dato dei
beveroni al limone buonissimi. E poi la signora che ha le chiavi del pozzo
dove ancora dormiamo mi chiede continuamente di te. Non sa una parola
d'inglese ma riesce a chiedermi molto spesso della mia mamma - vuole essere
sicura che ti chiami.
Un abbraccio a te, a papa', a Sara, a Chris e a tutti.
Rachel

4. RACHEL CORRIE: UNA LETTERA DEL 27 FEBBRAIO 2003 ALLA MADRE

Vi voglio bene. Mi mancate davvero.
Ho degli incubi terribili, sogno i carri armati e i bulldozer fuori dalla
nostra casa, con me e voi dentro. A volte, l'adrenalina funge da anestetico
per settimane di seguito, poi improvvisamente la sera o la notte la cosa mi
colpisce di nuovo: un po' della realta' della situazione. Ho proprio paura
per la gente qui. Ieri ho visto un padre che portava fuori i suoi bambini
piccoli, tenendoli per mano, alla vista dei carri armati e di una torre di
cecchini e di bulldozer e di jeep, perche' pensava che stessero per fargli
saltare in aria la casa. In realta', l'esercito israeliano in quel momento
faceva detonare un esplosivo nel terreno vicino, un esplosivo li'
depositato, a quanto pare, dalla resistenza palestinese.
Questo e' nella stessa zona in cui circa 150 uomini furono rastrellati la
scorsa domenica e confinati fuori dall'insediamento mentre si sparava sopra
le loro teste e attorno a loro, e mentre i carri armati e i bulldozer
distruggevano 25 serre, che davano da vivere a trecento persone. L'esplosivo
era proprio davanti alle serre, proprio nel punto in cui i carri armati
sarebbero entrati, se fossero ritornati. Mi spaventava pensare che per
quest'uomo, era meno rischioso camminare in piena vista dei carri armati che
restare in casa. Avevo proprio paura che li avrebbero fucilati tutti, e ho
cercato di mettermi in mezzo, tra loro e il carro armato. Questo succede
tutti i giorni, ma proprio questo papa' con i suoi due bambini cosi' tristi,
proprio lui ha colto la mia attenzione in quel particolare momento, forse
perche' pensavo che si fosse allontanato a causa dei nostri problemi di
traduzione.
Ho pensato tanto a quello che mi avete detto per telefono, di come la
violenza dei palestinesi non migliora la situazione. Due anni fa,
sessantamila operai di Rafah lavoravano in Israele. Oggi, appena 600 possono
entrare in Israele per motivi di lavoro. Di questi 600, molti hanno cambiato
casa, perche' i tre checkpoint che ci sono tra qui e Ashkelon (la citta'
israeliana piu' vicina) hanno trasformato quello che una volta era un
viaggio di 40 minuti in macchina in un viaggio di almeno dodici ore, quando
non impossibile. Inoltre, quelle che nel 1999 erano le potenziali fonti di
crescita economica per Rafah sono oggi completamente distrutte: l'aeroporto
internazionale di Gaza (le piste demolite, tutto chiuso); il confine per il
commercio con l'Egitto (oggi con una gigantesca torre per cecchini
israeliani al centro del punto di attraversamento); l'accesso al mare
(tagliato completamento durante gli ultimi due anni da un checkpoint e dalla
colonia di Gush Katif).
Dall'inizio di questa intifada, sono state distrutte circa 600 case a Rafah,
in gran parte di persone che non avevano alcun rapporto con la resistenza,
ma vivevano lungo il confine. Credo che Rafah oggi sia ufficialmente il
posto piu' povero del mondo. Esisteva una classe media qui, una volta. Ci
dicono anche che le spedizioni dei fiori da Gaza verso l'Europa venivano, a
volte, ritardate per due settimane al valico di Erez per ispezioni di
sicurezza. Potete immaginarvi quale fosse il valore di fiori tagliati due
settimane prima sul mercato europeo, quindi il mercato si e' chiuso. E poi
sono arrivati i bulldozer, che distruggono gli orti e i giardini della
gente.
Cosa rimane per la gente da fare? Ditemi se riuscite a pensare a qualcosa.
Io non ci riesco. Se la vita e il benessere di qualcuno di noi fossero
completamente soffocati, se vivessimo con i nostri bambini in un posto che
ogni giorno diventa piu' piccolo, sapendo, grazie alle nostre esperienze
passate, che i soldati e i carri armati e i bulldozer ci possono attaccare
in qualunque momento e distruggere tutte le serre che abbiamo coltivato da
tanto tempo, e tutto questo mentre alcuni di noi vengono picchiati e tenuti
prigionieri per ore: non pensate che forse cercheremmo di usare dei mezzi
anche violenti per proteggere i frammenti che ci restano? Ci penso
soprattutto quando vedo distruggere gli orti e le serre e gli alberi da
frutta: anni di cure e di coltivazione.
Penso a voi, e a quanto tempo ci vuole per far crescere le cose e quanta
fatica e quanto amore ci vuole. Penso che in una simile situazione, la
maggior parte della gente cercherebbe di difendersi come puo'. Penso che lo
farebbe lo zio Craig. Probabilmente la nonna la farebbe. E penso che lo
farei anch'io.
Mi avete chiesto della resistenza nonviolenta. Quando l'esplosivo e' saltato
ieri, ha rotto tutte le finestre nella casa della famiglia. Mi stavano
servendo del te', mentre giocavo con i bambini.
Adesso e' un brutto momento per me. Mi viene la nausea a essere trattata
sempre con tanta dolcezza da persone che vanno incontro alla catastrofe. So
che visto dagli Stati Uniti tutto questo sembra iperbole.
Sinceramente, la grande gentilezza della gente qui, assieme ai tremendi
segni di deliberata distruzione delle loro vite, mi fa sembrare tutto cosi'
irreale. Non riesco a credere che qualcosa di questo genere possa succedere
nel mondo senza che ci siano piu' proteste. Mi colpisce davvero, di nuovo,
come gia' mi era successo in passato, vedere come possiamo far diventare
cosi' orribile questo mondo.
Dopo aver parlato con voi, mi sembrava che forse non riuscivate a credere
completamente a quello che vi dicevo. Penso che sia meglio cosi', perche'
credo soprattutto all'importanza del pensiero critico e indipendente. E mi
rendo anche conto che, quando parlo con voi, tendo a controllare le fonti di
tutte le mie affermazioni in maniera molto meno precisa. In gran parte
questo e' perche' so che fate anche le vostre ricerche. Ma sono preoccupata
per il lavoro che svolgo. Tutta la situazione che ho descritto, assieme a
tante altre cose, costituisce un'eliminazione, a volte graduale, spesso
mascherata, ma comunque massiccia, e una distruzione, delle possibilita' di
sopravvivenza di un particolare gruppo di persone.
Ecco quello che vedo qui. Gli assassini, gli attacchi con i razzi e le
fucilazioni dei bambini sono atrocita', ma ho tanta paura che se mi
concentro su questi, finiro' per perdere il contesto. La grande maggioranza
della gente qui, anche se avesse i mezzi per fuggire altrove, anche se
veramente volesse smetterla di resistere sulla sua terra e andarsene
semplicemente (e questo sembra essere uno degli obiettivi meno nefandi di
Sharon), non puo' andarsene. Perche' non possono entrare in Israele per
chiedere un visto e perche' i paesi di destinazione non li farebbero
entrare: parlo sia del nostro paese che di quelli arabi. Quindi penso che
quando la gente viene rinchiusa in un ovile - Gaza - da cui non puo' uscire,
e viene privata di tutti i mezzi di sussistenza, ecco, questo credo che si
possa qualificare come genocidio. Anche se potessero uscire, credo che si
potrebbe sempre qualificare come genocidio. Forse potreste cercare una
definizione di genocidio secondo il diritto internazionale. Non me la
ricordo in questo momento. Spero di riuscire con il tempo a esprimere meglio
questi concetti. Non mi piace usare questi termini cosi' carichi. Credo che
mi conoscete sotto questo punto di vista: io do veramente molto valore alle
parole. Cerco davvero di illustrare le situazioni e di permettere alle
persone di tirare le proprie conclusioni.
Comunque, mi sto perdendo in chiacchiere. Voglio solo scrivere alla mamma
per dirle che sono testimone di questo genocidio cronico e insidioso, e che
ho davvero paura, comincio a mettere in discussione la mia fede fondamentale
nella bonta' della natura umana. Bisogna che finisca. Credo che sia una
buona idea per tutti noi, mollare tutto e dedicare le nostre vite affinche'
cio' finisca. Non penso piu' che sia una cosa da estremisti. Voglio davvero
andare a ballare al suono di Pat Benatar e avere dei ragazzi e disegnare
fumetti per quelli che lavorano con me. Ma voglio anche che questo finisca.
Quello che provo e' incredulita' mista a orrore. Delusione. Sono delusa, mi
rendo conto che questa e' la realta' di base del nostro mondo e che noi ne
siamo in realta' partecipi. Non era questo che avevo chiesto quando sono
entrata in questo mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando e'
entrata nel mondo. Non e' questo il mondo in cui tu e papa' avete voluto che
io entrassi, quando avete deciso di farmi nascere. Non era questo che
intendevo, quando guardavo il lago Capital e dicevo, "questo e' il vasto
mondo e sto arrivando!". Non intendevo dire che stavo arrivando in un mondo
in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella
completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio.
Sento altre forti esplosioni fuori, lontane, da qualche parte. Quando
tornero' dalla Palestina, probabilmente soffriro' di incubi e mi sentiro' in
colpa per il fatto di non essere qui, ma posso incanalare tutto questo in
altro lavoro. Venire qui e' stata una delle cose migliori che io abbia mai
fatto. E quindi, se sembro impazzita, o se l'esercito israeliano dovesse
porre fine alla sua tradizione razzista di non far male ai bianchi,
attribuite il motivo semplicemente al fatto che io mi trovo in mezzo a un
genocidio che anch'io sostengo in maniera indiretta, e del quale il mio
governo e' in larga misura responsabile.
Voglio bene a te e a papa'. Scusatemi il lungo papiro. Ok, uno sconosciuto
vicino a me mi ha appena dato dei piselli, devo mangiarli e ringraziare.
Rachel

5. RACHEL CORRIE: UNA LETTERA DEL 28 FEBBRAIO 2003 ALLA MADRE

Grazie, mamma, per la tua risposta alla mia e-mail. Mi aiuta davvero
ricevere le tue parole, e quelle di altri che mi vogliono bene.
Dopo averti scritto ho perso i contatti con il mio gruppo per circa dieci
ore: le ho passate in compagnia di una famiglia che vive in prima linea a Hi
Salam. Mi hanno offerto la cena, e hanno pure la televisione via cavo. Nella
loro casa le due stanze che danno sulla facciata sono inutilizzabili perche'
i muri sono crivellati da colpi di arma da fuoco, percio' tutta la
famiglia - padre, madre e tre bambini - dorme nella stanza dei genitori. Io
ho dormito sul pavimento, accanto a Iman, la bimba piu' piccola, e tutti
eravamo sotto le stesse coperte. Ho aiutato un po' il figlio maschio con i
compiti d'inglese e abbiamo guardato tutti insieme Pet Semetery, che e' un
film davvero terrificante. Penso che per loro sia stato un gran divertimento
vedere come quasi non riuscivo a guardarlo.
Da queste parti il giorno festivo e' venerdi', e quando mi sono svegliata
stavano guardando i Gummy Bears doppiati in arabo. Cosi' ho fatto colazione
con loro, e sono rimasta un po' li' seduta cosi', a godermi la sensazione di
stare in mezzo a quel groviglio di coperte, insieme alla famiglia che
guardava quello che a me faceva l'effetto dei cartoni della domenica
mattina. Poi ho fatto un pezzo di strada a piedi fino a B'razil, che e' dove
vivono Nidal, Mansur, la nonna, Rafat e tutto il resto della grande famiglia
che mi ha letteralmente adottata a cuore aperto. (A proposito, l'altro
giorno, la nonna mi ha fatto una predica mimata in arabo: era tutto un gran
soffiare e additare lo scialle nero. Sono riuscita a farle dire da Nidal che
mia madre sarebbe stata contentissima di sapere che qui c'e' qualcuno che mi
fa le prediche sul fumo che annerisce i polmoni). Ho conosciuto una loro
cognata, che e' venuta a trovarli dal campo profughi di Nusserat, e ho
giocato con il suo bebe'. L'inglese di Nidal migliora di giorno in giorno.
E' lui a chiamarmi "sorella". Ha anche cominciato ad insegnare alla nonna a
dire ´"Hello. How are you?" in inglese.
Si sente costantemente il rumore dei carri armati e dei bulldozer che
passano, eppure tutte queste persone riescono a mantenere un sincero
buonumore, sia tra loro che nei rapporti con me. Quando sono in compagnia di
amici palestinesi mi sento un po' meno orripilata di quando cerco di
impersonare il ruolo di osservatrice sui diritti umani o di raccoglitrice di
testimonianze, o di quando partecipo ad azioni dirette di resistenza
nonviolenta. Danno un ottimo esempio del modo giusto di vivere in mezzo a
tutto questo nel lungo periodo. So che la situazione in realta' li
colpisce - e potrebbe alla fine schiacciarli - in un'infinita' di modi, e
tuttavia mi lascia stupefatta la forza che dimostrano riuscendo a difendere
in cosi' grande misura la loro umanita' - le risate, la generosita', il
tempo per la famiglia - contro l'incredibile orrore che irrompe nelle loro
vite e contro la presenza costante della morte. Dopo stamattina mi sono
sentita molto meglio. In passato ho scritto tanto sulla delusione di
scoprire, in qualche misura direttamente, di quanta malvagita' siamo ancora
capaci. Ma e' giusto aggiungere, almeno di sfuggita, che sto anche scoprendo
una forza straordinaria e una straordinaria capacita' elementare dell'essere
umano di mantenersi umano anche nelle circostanze piu' terribili- anche di
questo non avevo mai fatto esperienza in modo cosi' forte.
Credo che la parola giusta sia dignita'.
Come vorrei che tu potessi incontrare questa gente. Chissa', forse un giorno
succedera', speriamo.
Rachel

6. ET COETERA
Molte notizie e documenti di e su Rachel Corrie (1979-2003) sono reperibili
nel sito www.rachelcorrie.org

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 14 del 21 marzo 2006

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