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Nonviolenza. Femminile plurale. 56



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 56 del 23 marzo 2006

In questo numero:
1. Rita Borsellino: Uno straordinario giorno qualsiasi. Contro la mafia
2. Vandana Shiva: Contro i semi di morte, semi di pace
3. Libere nella vita, libere nella politica
4. Annamaria Rivera: Antisemitismo, con delitto
5. Adriana Perrotta Rabissi: Cristina Campo, il sacro, la fiaba

1. TESTIMONIANZE. RITA BORSELLINO: UNO STRAORDINARIO GIORNO QUALSIASI.
CONTRO LA MAFIA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 23 marzo 2006. Rita Borsellino, sorella
del magistrato Paolo Borsellino assassinato dalla mafia, e' da molti anni
insieme a don Luigi Ciotti la principale animatrice dell'associazione
"Libera", la principale rete dei movimenti della societa' civile impegnati
contro la mafia. Per coordinare e diffondere le informazioni sulla campagna
a sostegno della candidatura di Rita Borsellino a presidente della Regione
Sicilia e' attivo il sito: www.ritapresidente.it]

Questo 21 marzo e' stato per me molto particolare. Per anni ho vissuto
questa giornata lavorando per organizzarla, come vicepresidente nazionale di
Libera prima, da presidente onorario dopo. Ieri l'ho fatto privatamente,
rimanendo in strada, in mezzo alla gente, e per me e' stata un'esperienza
molto intensa. Un'esperienza che mi ha fatto sentire, forte come non mai, il
senso di responsabilita' per le persone che restano, per i familiari delle
vittime e per chi non vuole voltare le spalle a tanta ingiustizia e
violenza.
Quante donne e uomini sotto la pioggia. Quanti, colpiti negli affetti piu'
cari. E quanti giovani venuti da tutta Italia. Li ho guardati da vicino, ne
ho osservato i volti, ne ho seguito i passi. Per la prima volta senza ruolo
ufficiale: non quello di candidata alla presidenza della Regione siciliana,
ne' quello di esponente di Libera, da cui ho scelto di autosospendermi per
un senso di opportunita'.
Ma proprio questo mio confondermi con gli altri (da tempo non mi era piu'
stato possibile) mi ha fatto vedere ogni cosa da una prospettiva diversa. E'
stato quasi un tirare le fila di questi ultimi 13 anni. Tornare indietro per
cogliere a pieno quanto e' cambiato. Tornare indietro per ricordare tutta la
strada percorsa.
In un momento particolare: in cui si vota il nuovo governo del Paese e c'e',
si avverte nelle strade, nelle piazze, tra la gente una nuova coscienza
politica e sociale. In un momento in cui anche il mio percorso personale e'
cambiato per diventare progetto di governo.
E in un momento in cui la mafia e' tornata a lanciare segnali: l'auto
bruciata a Dino Paternostro giornalista e sindacalista di Corleone,
l'intimidazione a Sonia Alfano nel messinese, quella alla cooperativa Lavoro
e non solo che in provincia di Agrigento gestisce terreni confiscati alla
mafia, e tanti altri episodi che testimoniano il nervosismo della
criminalita' organizzata rispetto ai cambiamenti in corso. Rispetto a questa
nuova coscienza civile che adesso vuole diventare e affermarsi come
progetto.
*
Ho sempre pensato che lo scandire uno per uno i nomi delle vittime di mafia,
avesse in se' qualcosa di magico. Una sorta di canto propiziatore: ricordare
non per piangere ma per costruire. Per far crescere qualcosa di nuovo, nel
giorno in cui tutto rinasce: il primo giorno della primavera.
Ieri, per tutte le ragioni che ho gia' detto, questa sensazione e' stata
ancora piu' forte. Ed ho pensato alla formica, simbolo di questa undicesima
edizione. Al suo essere tanto piccola e tanto instancabile. Un simbolo
importante come i temi in discussione: economia, politica, informazione,
migranti e sport. Temi concreti che per diventare risposta concreta hanno
bisogno di ritrovare l'etica e il senso della giustizia sociale. Ed hanno
bisogno di tante formiche, ognuno con la sua piccola mollica da portare al
formicaio.
Guardando dietro e avanti a me ho visto centinaia, migliaia di persone
convinte della stessa cosa. Pronte a rimboccarsi le maniche. Senza
differenze di razza, di eta', di religione. Convinte che legalita',
solidarieta' e giustizia per essere vere devono tenersi assieme e devono
calarsi nella realta': diventare materia attorno alla quale costruire una
nuova economia, una nuova politica, una nuova informazione.
*
Io credo che rispetto ad 11 anni fa quando ci fu la prima giornata della
memoria, questa coscienza sia infinitamente piu' forte.
Al Sud come al Nord ci sono battaglie comuni sui diritti. Penso all'acqua
che oggi e' diventata la materia su cui milioni di persone in tutto il mondo
si confrontano organizzando manifestazioni e comitati civici contro la
privatizzazione e portando in piazza lo stesso manifesto: un manifesto che
mette accanto paesi ricchi e paesi poveri. Ma penso anche ai movimenti che
nel nostro Paese sono sorti spontaneamente contro scelte calate dall'alto
come il ponte sullo Stretto.
Si e' capito che non basta fare, ma bisogna fare bene, altrimenti il futuro
resta dietro l'angolo.
E ad essere piu' forte e' anche il senso di unita' del Paese, la voglia di
tenerlo unito nonostante tutto: devolution, lega, crisi economica. Nel mio
percorso verso la presidenza della Regione siciliana ho trovato accanto a me
tanti giovani, uomini e donne di tutt'Italia. Persone che non potendo votare
in Sicilia perche' sono emiliani, piemontesi, laziali, toscani organizzano
cene di finanziamento per contribuire come possono al percorso di
cambiamento dell'isola dove la mafia e' sempre stata forte. Formiche del
cambiamento che portano al formicaio la loro piccola, grande mollica.

2. MONDO. VANDANA SHIVA: CONTRO I SEMI DI MORTE, SEMI DI PACE
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 18 marzo 2006. Vandana Shiva, scienziata
e filosofa indiana, direttrice di importanti istituti di ricerca e docente
nelle istituzioni universitarie delle Nazioni Unite, impegnata non solo come
studiosa ma anche come militante nella difesa dell'ambiente e delle culture
native, e' oggi tra i principali punti di riferimento dei movimenti
ecologisti, femministi, di liberazione dei popoli, di opposizione a modelli
di sviluppo oppressivi e distruttivi, e di denuncia di operazioni e
programmi scientifico-industriali dagli esiti pericolosissimi. Tra le opere
di Vandana Shiva: Sopravvivere allo sviluppo, Isedi, Torino 1990;
Monocolture della mente, Bollati Boringhieri, Torino 1995; Biopirateria,
Cuen, Napoli 1999, 2001; Vacche sacre e mucche pazze, DeriveApprodi, Roma
2001; Terra madre, Utet, Torino 2002 (edizione riveduta di Sopravvivere allo
sviluppo); Il mondo sotto brevetto, Feltrinelli, Milano 2002. Le guerre
dell'acqua, Feltrinelli, Milano 2003; Le nuove guerre della globalizzazione,
Utet, Torino 2005]

Quando a Curitiba, Brasile, si terra' l'ottava Conferenza sulla convenzione
Onu per la diversita' biologica, con le riunioni sul Protocollo per la
biosicurezza (20-31 marzo), in cima all'agenda ci saranno i semi assassini
dell'industria delle biotecnologie. Semi che uccidono la biodiversita', i
coltivatori e la liberta' delle persone. Tra questi vi e' il Bt.Cotton della
Monsanto che ha gia' spinto migliaia di agricoltori indiani ai debiti, alla
disperazione e alla morte.
I governi di Australia, Nuova Zelanda e Canada, agendo da strumenti del
governo Usa e dell'industria delle biotecnologie, stanno cercando di minare
la moratoria dell'Unione Europea attualmente esistente su tutti gli alimenti
e i semi geneticamente modificati e su quella che e' stata chiamata la
tecnologia Terminator, una tecnologia che fa produrre semi sterili alle
piante geneticamente modificate. Contro la moratoria dell'Unione Europea si
e' espresso - il 7 febbraio scorso - il Wto. E il messaggio e' chiaro: la
liberta' dei cittadini di scegliere cosa coltivare e cosa mangiare non ha
cittadinanza in un mondo regolato dai profitti delle corporations.
Il Bt.Cotton, un cotone geneticamente modificato venduto dalla Monsanto, ha
ripetutamente deluso gli agricoltori indiani da quando la societa' inizio'
illegalmente le sperimentazioni nel 1998. E da quando, nel 2002, e' stata
autorizzata la commercializzazione dei suoi semi. La pubblicita' della
Monsanto prometteva ai contadini una produzione di 15 quintali per acro e
circa 226 dollari di guadagni aggiuntivi, ma per un gran numero di
agricoltori il Bt.Cotton ha causato la perdita di interi raccolti. Molti
altri hanno avuto raccolti medi di soli tre quintali per acro, un quinto di
cio' che era stato loro promesso.
*
Le nostre ricerche sulle colture delle stagioni precedenti hanno evidenziato
nel Maharashtra e nell'Andhra Pradesh raccolti medi di 1,2 quintali per
acro. Uno studio del Centro per l'agricoltura sostenibile ha evidenziato che
mentre i semi del Bt.Cotton costano ai contadini 36 dollari per acro, i semi
dei coltivatori organici costano soltanto 10 dollari per acro, cioe' meno di
un terzo. Il Bt.Cotton e' stato trattato con pesticidi che vengono spruzzati
tre volte e mezzo, a un costo di 59 dollari per acro. I coltivatori
organici, al contrario, per il controllo dei parassiti hanno usato sostanze
ecologiche che costano meno di 9 dollari per acro, cioe' meno di un sesto
del costo del Bt. A causa degli alti costi di coltivazione e dei bassi
guadagni, i contadini indiani si sono trovati intrappolati in pesanti
indebitamenti, per sfuggire ai quali si stanno togliendo la vita.
Nell'ultimo decennio, in India, piu' di 40.000 agricoltori si sono
suicidati - anche se sarebbe piu' esatto parlare di omicidio o genocidio.
Piu' del 90% degli agricoltori che si sono uccisi nel Maharashtra e
nell'Andhra Pradesh, nella stagione del cotone 2005 avevano piantato il
Bt.Cotton.
Eppure i lobbisti delle biotecnologie, come Graham Brookes e Peter Barfoot,
manipolano i dati per nascondere questo orrore. In un recente viaggio in
India, Brookes ha sostenuto che gli agricoltori indiani, coltivando il
Bt.Cotton, avrebbero guadagnato 113 milioni di dollari, con un incremento di
45 dollari per ettaro. In realta' usare i semi Monsanto e' costato ai
coltivatori altri 50 dollari per acro, il che ammonta a oltre 226 milioni di
dollari di perdite. Questo e' il motivo per cui i governi dell'Andhra
Pradesh e del Gujarat hanno portato la Monsanto in giudizio.
*
La monopolizzazione dei semi da parte delle corporations globali e' una
ricetta per distruggere la biodiversita' e i contadini. Piu' del 90% del
mercato dei semi geneticamente modificati e' costituito da quattro soli tipi
di colture: grano, soia, canola, cotone. Solo due varieta' sono state
commercializzate su larga scala: le colture resistenti agli erbicidi e le
colture di Bt.Cotton. E piu' del 90% del mercato dei semi geneticamente
modificati e' controllato da una sola compagnia: la Monsanto.
*
Lo studio di Brookes e Barfoot non e' basato su dati empirici primari ma su
estrapolazioni tratte da falsi presupposti e studi manipolati. Per quanto
riguarda gli Usa, i lobbisti sostengono che il cotone resistente agli
erbicidi frutterebbe agli agricoltori americani 66,59 dollari per ettaro di
guadagni aggiuntivi. Eppure 90 coltivatori di cotone texani hanno fatto
causa alla Monsanto per aver subito grosse perdite nei raccolti: la Monsanto
non li avrebbe avvertiti di un difetto presente nel suo cotone geneticamente
modificato. La causa si propone di ottenere un'ingiunzione contro quella che
viene definita "una lunga campagna di inganni".
Il tentativo di introdurre la tecnologia Terminator fara' aumentare la
vulnerabilita' degli agricoltori indiani e la minaccia alla biodiversita'.
Quando a gennaio si e' riunito a Granada il gruppo di lavoro sull'articolo 8
(j) della Convenzione sulla diversita' biologica, gli Usa hanno sostenuto la
falsa tesi che la tecnologia Terminator, una tecnologia che crea sterilita',
farebbe "incrementare la produttivita'".
*
Le popolazioni indigene vedono la tecnologia Terminator come una minaccia
alla loro liberta' e sovranita'. Come ha affermato in Brasile Mariana Marcos
Tarine a nome del Forum internazionale indigeno sulla biodiversita', "la
tecnologia Terminator rappresenta una minaccia al nostro benessere e alla
nostra sovranita' alimentare, e costituisce una violazione del nostro
diritto all'autodeterminazione".
E ad essere in gioco non e' solo la liberta' delle popolazioni indigene. Il
pronunciamento del Wto sulla questione degli Ogm minaccia la liberta' di
tutti noi sui semi e sull'alimentazione. Nel 2003, quando il presidente Bush
comincio' la disputa, noi avviammo una campagna mondiale. Al meeting del Wto
2005 di Hong Kong, io e l'agricoltore attivista francese Jose Bove' abbiamo
consegnato al Wto piu' di 60 milioni di firme con le quali si dichiara che
la liberta' dagli Ogm e' parte integrante del nostro fondamentale diritto a
scegliere liberamente le colture che coltiviamo e gli alimenti che mangiamo.
Non ci faremo asservire dai giganti della genetica. Non permetteremo che i
loro semi assassini uccidano i nostri agricoltori e le nostre liberta'.
Continueremo a conservare i nostri semi come un dovere verso la creazione e
verso le nostre comunita'. Diffonderemo le zone "ogm-free" come zone della
nostra biodiversita' e della nostra liberta' alimentare. Diffonderemo semi
di pace e fermeremo la diffusione dei semi di morte.

3. RIFLESSIONE. LIBERE NELLA VITA, LIBERE NELLA POLITICA
[Da varie persone amiche riceviamo e volentieri diffondiamo. Abbiamo cassato
l'ultimo capoverso del documento, in quanto di mera propaganda elettorale]

Libere nella vita, libere nella politica e l'Italia cambia davvero
Cambiare davvero l'Italia si puo'.
Vogliamo farlo a partire da quello che e' gia' cambiato in noi stesse e nei
rapporti privati e pubblici, tra donne e tra uomini e donne.
Cambiare davvero per noi significa innanzitutto incidere in profondita'
sulla miscela di liberismo ed integralismo autoritario che e' il segno
dominante della cultura e della politica del centrodestra.
Liberismo economico a vantaggio dei ceti piu' forti, piu' ricchi,
privilegiati, favorendo rendite, speculazioni, affarismo ed illegalita';
liberismo sociale favorendo il privato e demolendo il pubblico nei servizi,
nella scuola ed universita', nella sanita'.
Integralismo autoritario nel contrapporre valori assoluti alle differenti
scelte di vita libere e responsabili; nella pretesa arrogante di  proibire,
punire, discriminare in nome di un unico modello di famiglia, di
sessualita', di relazioni affettive, di convivenza sociale; nell'innalzare
frontiere contro le differenze, alimentando il conflitto di identita'.
Al vertice di questo intreccio c'e' la guerra, dove la logica dei rapporti
di forza si coniuga a quella degli affari e l'una e l'altra si ammantano
dell'ideologia dei valori di democrazia, diritti umani e civilta'
occidentale da esportare nel mondo.
Gli effetti devastanti nella societa' sono allarmanti: si sono aggravate e
diffuse le condizioni di  disuguaglianza, precarieta', iniquita'; e vi e'
una diffusa sfiducia, perfino un risentimento nei confronti delle
istituzioni.
*
Ma vi e' anche attiva e radicata la volonta' di cambiamento. Si e' espressa
in movimenti e conflitti visibili, e soprattutto  nelle scelte di tanti e
tante che hanno dato corpo ad un altro modo di essere e fare societa'.
Le donne ne sono protagoniste, e vi imprimono, sempre piu' spesso ed in modi
diversi, il segno del loro autonomo e differente punto di vista. Le recenti
manifestazioni di Milano, Napoli, Roma, le assemblee autoconvocate in tante
citta', rappresentano un punto di incontro di questa molteplicita' di
percorsi politici e di esperienze di vita.
*
Una vittoria dell'Unione il 9 e 10 aprile sara' importante per determinare
un'inversione di tendenza nella politica istituzionale e di governo. Ma e'
ai soggetti, alle loro pratiche, alle loro culture che noi affidiamo la
speranza e la possibilita' che l'Italia cambi davvero. Oggi come candidate,
domani se elette, vogliamo assumerci la responsabilita' di costruire con le
donne i contenuti e i modi della politica. Nel rispetto e nella
valorizzazione delle differenze, in primo luogo tra noi.
La parola femminile non c'e' nel programma dell'Unione. Non ci riferiamo a
contenuti o interessi femminili, "specifici". In assenza di parola
femminile, tutto il programma, a cominciare dalle sue priorita' (pace,
lavoro, democrazia, cittadinanza, giustizia) rischia di occultare la
differenza tra i sessi e il modo in cui essa attraversa e segna  ogni
aspetto della vita, dunque ogni questione e scelta della politica.
E' un programma frutto di un confronto e  accordo tra gruppi dirigenti
politici, a forte prevalenza maschile. Da questo punto di vista e' perfino
un buon programma.
Ma c'e' per noi oggi tutta intera la sfida di colmare quell'assenza, per
indurre gli uomini a mettere in gioco la propria differenza.
A partire da alcune priorita'.
*
Il ripudio della guerra
L'esplicito richiamo nel programma all'articolo 11 della Costituzione e' un
impegno a costruire soluzioni politiche ai conflitti, alternative alla
guerra. Un impegno che non puo' fermarsi al rifiuto della guerra preventiva,
ne' considerarsi compiuto con il ritiro  unilaterale  delle truppe
dall'Iraq.
Chiede un coinvolgimento attivo nelle aree di conflitto e di guerra, in
primo luogo in Medio Oriente, in rapporto con le popolazioni. La prospettiva
di operare per la pace preventiva indicata nel programma dell'Unione non e'
realistica se la politica e' ridotta a rapporti di forza, a lotta per il
potere  e per l'appropriazione delle risorse, a dominio  e controllo sulle
vite. E se non si va alla radice della violenza, affrontando i nessi che
legano  nella storia e nell'immaginario la sessualita' all'esercizio della
forza, la reificazione del corpo femminile alla violenza nella vita
quotidiana, la negazione della differenza sessuale alla lotta virile tra
amico e nemico nella politica.
*
Costituzione e democrazia
Come e' scritto nel programma "non proponiamo una grande riforma
costituzionale semplicemente perche' non ve ne e' alcun bisogno". Il disegno
di revisione del centrodestra non e' solo estraneo al costituzionalismo, e'
la vera carta di identita' del centrodestra, perche' riproduce il suo
sistema materiale di governo e la sua concezione della politica. In questa
campagna elettorale se ne parla troppo poco, rinviandone al referendum la
cancellazione. Ma non bastera' il ripristino del testo costituzionale per
contrastare l'emergenza democratica prodotta da una pratica di governo
fondata sulla concentrazione del potere, sul dispotismo di maggioranza e sul
populismo. Vi e'  bisogno di attuare la Costituzione, ricostruendo la sfera
pubblica, oggi annullata  dalla scena mediatica, riqualificando la
rappresentanza, rimuovendo gli ostacoli alla partecipazione attiva alla
politica.
*
Liberta' di decidere del proprio corpo
La netta prevalenza di astensioni al referendum non puo' essere interpretata
come un giudizio favorevole sulla legge. Lascia del tutto impregiudicata la
volonta' del Parlamento. Se davvero non si vuole un voto sulla vita, questa
legge deve essere abrogata.
Il paradosso di  questa legge e' il fatto che assume in pieno il nocciolo
essenziale del discorso scientifico-tecnologico ammantato di fondamentalismo
cattolico. E' in nome di una presunta verita' biologica che vengono
affermati i diritti del concepito: alla vita, all'identita' genetica, ai
genitori biologici. Ed e' su questo che si e' avuta la convergenza sulla
tutela della Vita fin dal suo inizio con la conseguenza inevitabile di
negare la liberta' e responsabilita' femminile.
Ma non puo' che essere la donna a decidere se accettare o no un concepimento
come inizio, non solo biologico, di un essere umano. Riconoscerlo vuol dire
porre un limite preciso all'intervento sulla legge  per l'aborto, come sui
consultori e sulla procreazione assistita.
*
Cittadinanza universale sociale sessuata
Perche' il dibattito sull'immigrazione assuma un significato non neutro
occorre che si dia spazio alla parola delle donne, alle loro pratiche, alla
loro capacita' di attraversare confini e frontiere dentro e fuori l'Europa:
la cittadinanza di residenza, che noi siamo impegnate a costruire anche nei
social forum europei, non puo' non tener conto che i generi sono due e che
l'universalismo dei diritti va coniugato con la differenza sessuale e la
molteplicita' delle differenze. Per questo e' importante che il diritto di
asilo comprenda le violazioni della liberta' femminile.
In questo contesto si possono superare le ideologie identitarie in cui
soprattutto le donne hanno rischiato di trasmettere attraverso le comunita'
familistiche i valori dell'etnicismo patriarcale.
*
Una scuola pubblica laica che valorizzi le differenze
La scuola pubblica, laica, in cui convivono e si confrontano quotidianamente
ragazze e ragazzi di culture e religioni differenti, e' condizione
imprescindibile per una cittadinanza critica e consapevole.
*
Liberta' di convivere
I Pacs, o in quale altro modo si voglia definire il riconoscimento di
relazioni amorose, sessuali, di convivenza, eterosessuali o omosessuali non
inventano la pluralita' delle unioni, danno risposta a problemi concreti: la
reversibilita' della pensione, l'assistenza in caso di malattia, il diritto
alla successione e a non perdere la casa, la tutela in caso di separazione.
I diritti delle persone non risolvono molti di questi problemi e non
rispondono all'esigenza di dare la stessa dignita' pubblica alle diverse
forme di convivenza. Non si vede quale danno questo possa fare.
Siamo convinte che il bisogno di condivisione pubblica delle  relazioni non
possa ridursi al riconoscimento giuridico. E che la liberta' di convivere,
di sperimentare nuove relazioni, nuovi legami affettivi, non possa avere la
famiglia come unico modello di riferimento. Ma non vediamo quale danno possa
fare alla famiglia estenderne i diritti e le garanzie.
*
Liberta' nel lavoro
Sul lavoro il programma dell'Unione ha un indirizzo di riforma. Tanto piu'
pesa l'assenza di una lettura sessuata, attenta ai grandi mutamenti che le
donne hanno portato in tutti i lavori. Cosi' come mancano i nessi con la
riproduzione, a partire dal lavoro di cura, e di conseguenza con la presenza
delle immigrate.
Per le donne giovani precarieta' significa molto spesso impossibilita' di
scegliere se divenire madri. Ed il sussidio economico spesso non e' una
soluzione alla difficolta' di  combinare aspirazioni e progetti di vita.
Ma la questione piu' importante e difficile e' quale lavoro per chi e per
quale vita? Dietro la frammentazione dei tipi di contratti, dei tempi e
delle attivita' vi sono infatti complesse strategie di vita che non si
lasciano ridurre ad una misura comune.
Il nostro intento e' quello di aprire un dibattito che affronti il tema del
rapporto tra nuove condizioni di lavoro e diritto a nuove forme di reddito.
*
Con la presenza delle donne e' la politica a guadagnarci.
In questi ultimi mesi si e' avuta una grottesca rappresentazione di
misoginia maschile nei tentativi, falliti, di inserire nella nuova legge
elettorale le cosiddette "quote rosa".
Sulle quote le valutazioni possono essere le piu' diverse: c'e' chi le
ritiene indispensabili, chi le giustifica, anche se non convincono, perche'
un Parlamento cosi' sfacciatamente monosessuale risulta insopportabile, chi
le ritiene inefficaci, perche' diventano un mezzo di cooptazione da parte
degli uomini, chi le rifiuta perche' confermerebbero l'immagine di un sesso
debole e secondo.
A prescindere dal giudizio sulle quote noi riteniamo che sia simbolicamente
rilevante l'ambizione femminile di agire anche nella politica istituzionale
la propria autonomia,  piu' dell'affermazione giuridica del "politicamente
corretto"...
*
Prime firmatarie: Imma Barbarossa, Maria Luisa Boccia, Giovanna Capelli,
Rita Corneli, Elettra Deiana, Cinzia Dell'Aera, Titti De Simone, Daniela
Dioguardi, Erminia Emprin, Mercedes Frias, Lidia Menapace, Linda Santilli,
Titti Valpiana.

4. RIFLESSIONE. ANNAMARIA RIVERA: ANTISEMITISMO, CON DELITTO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 22 marzo 2006. L'articolo e' accompagnato
da una scheda redazionale che di seguito riproduciamo: "Il 13 febbraio 2006,
accanto ai binari della stazione di Sainte-Genevieve-des-Bois, nella regione
parigina, viene ritrovato agonizzante Ilan Halimi, che morira' durante il
trasporto in ospedale. E' nudo, imbavagliato, ammanettato, il corpo
martoriato dalle sevizie subite e quasi interamente ustionato. 23 anni,
commesso in un negozio parigino di telefonia mobile, d'una famiglia di ebrei
d'origine marocchina, Ilan Halimi era stato sequestrato a Parigi il 21
gennaio da una banda di giovani delinquenti, trasportato a Bagneux, non
lontano da Parigi, e tenuto prigioniero prima in un appartamento e poi nello
scantinato di una palazzina abitata. I suoi rapitori avevano tentato di
estorcere alla famiglia un riscatto di 450.000 euro, persuasi che comunque
avrebbe pagato la comunita' ebraica, poi riducendo via via la somma a
cinquemila euro, fino a che la polizia non aveva ingiunto ai familiari
d'interrompere con loro ogni contatto. Una ventina di giovani, fra i quali
quattro ragazze - una appena diciassettenne - sono sospettati d'aver
partecipato al rapimento e all'omicidio con ruoli diversi. La gang sarebbe
stata capeggiata da un francese di ventisei anni, d'origine ivoriana, con
precedenti per furti, rapine e oltraggio, che si faceva chiamare 'brain of
barbarians', il cervello dei barbari, secondo una terminologia che sembra
uscita da un videogioco o da una serie televisiva di bassa lega. La banda
aveva tentato estorsioni ed altri sequestri simili, reclutando delle
ragazze - come in questo caso - per adescare le vittime. Due settimane dopo
il ritrovamento del corpo di Ilan, nel centro di Parigi sfila un grande
corteo antirazzista, a cui partecipano anche le massime cariche dello Stato
e del governo. Alcuni giorni dopo il 'cervello dei barbari' e' arrestato ad
Abidjian ed estradato in Francia". Annamaria Rivera (per contatti:
annamariarivera at libero.it), antropologa, fortemente impegnata nella difesa
dei diritti umani di tutti gli esseri umani, docente di etnologia
all'Universita' di Bari, e' impegnata nella "Rete antirazzista". Opere di
Annamaria Rivera: con Gallissot e Kilani, L'imbroglio etnico, Dedalo, Bari
2001; (a cura di), L'inquietudine dell'Islam, Dedalo, Bari 2002; Estranei e
nemici, DeriveApprodi, Roma 2003; La guerra dei simboli, Dedalo, Bari 2005]

Il fatto di cronaca, avvenuto di recente nella regione parigina, e' ben noto
e, per quanto atroce, forse sarebbe stato presto archiviato dai mass media
se la vittima non fosse stata un giovane ebreo: Ilan Halimi, sequestrato per
ventitre' giorni e torturato a morte da una banda di giovani balordi, che
avevano tentato invano di estorcere alla famiglia, di modeste condizioni
economiche, un cospicuo riscatto.
Certo, il crimine ha tutti gli ingredienti per attrarre i mezzi di
comunicazione, appassionare il pubblico, soddisfare pulsioni necrofile: uno
scenario da film dell'orrore, una banda che si e' data il nome di
barbarians, una bella ragazza reclutata dalla gang per adescare la vittima,
il presunto capobanda che fugge in Costa D'Avorio, le umiliazioni, le
torture, lo strazio smisurato inflitti alla vittima, tali da far ipotizzare
agli inquirenti una mimesi delle immagini di Abu Ghraib, quale perverso
effetto della comunicazione globale. D'altra parte, come alcuni hanno
osservato, l'intero svolgimento del crimine sembra imitare la trama e le
immagini di un film di Christian Tavernier, L'Appat, che a sua volta era
stato ispirato da un fatto di cronaca.
Tuttavia, gli elementi che hanno fatto scattare l'attenzione dei mass media,
sollecitato mobilitazioni di massa e trasformato un crimine abietto in un
affare di Stato sono stati soprattutto l'appartenenza religiosa della
vittima e il sospetto di un movente antisemita: la vittima sarebbe stata
scelta in base al pregiudizio che vuole che ogni ebreo sia ricco; le torture
inflittegli sarebbero state accompagnate da insulti antisemiti. V'e' stato
chi si e' affrettato a leggere l'omicidio secondo il consueto schema che
riconduce ogni male alla banlieue, alle popolazioni d'origine immigrata, al
"comunitarismo", parlando d'una gang organizzata su base etnica, quando
invece a connotarla e' proprio la mixite' (fra i criminali vi sono
"franco-francesi" come giovani d'origine ivoriana, portoghese, maghrebina,
antillana, iraniana...).
*
Nell'ex cintura rossa
Alcuni componenti e il presunto capo della gang - che peraltro appartiene ad
una famiglia operaia senza particolari problemi sociali - sono di un
quartiere popolare di Bagneux, una cittadina a soli due chilometri dalla
Porta d'Orleans, collegata con Parigi da una fitta rete di servizi di
trasporto pubblico.
Bagneux fa parte di cio' che resta della "cintura rossa": ben amministrata
da una giunta di sinistra, ha per sindaco una comunista sensibile ai temi
"dello sviluppo urbano sostenibile", come scrive di se stessa, ed ostile
alle politiche liberiste del governo "che alimentano disuguaglianza e
precarieta'". E' qui, dove le strade portano nomi di partigiani e la sala
comunale delle feste e' intitolata a Leo Ferre' - e dove non vi sono
problemi d'emarginazione sociale e di segregazione urbana di particolare
acutezza - che e' potuto accadere che un giovane fosse tenuto prigioniero e
torturato per alcune settimane nello scantinato di uno stabile abitato,
senza che alcuno se ne rendesse conto.
L'orrendo delitto ha suscitato grande emozione collettiva e non solo nella
comunita' ebraica. Come spesso accade in Francia, all'emozione si sono
accompagnate feroci polemiche. Da una parte, coloro che hanno dato subito
per scontato il carattere antisemita del crimine: la madre della vittima e
la comunita' ebraica, anzitutto, poi i massimi rappresentanti delle
istituzioni e del governo (che parteciperanno compatti alle commemorazioni e
manifestazioni pubbliche), i piu' importanti partiti politici e,
paradossalmente, le formazioni d'estrema destra, antisemite e negazioniste.
Sul versante opposto e in posizione minoritaria coloro che hanno invocato
discrezione e prudenza, denunciando i tentativi di strumentalizzare il
delitto per fini elettorali e di politica estera, e paventando un'ulteriore
stigmatizzazione della "racaille". Alcuni hanno protestato che le vittime di
omicidi razzisti appartenenti ad altre minoranze non hanno meritato la
stessa attenzione dei mass media, del governo, della classe politica, ne'
suscitato un'ondata emotiva e un'indignazione comparabili. Le stesse
autorita' che si occupano del caso si sono divise: i giudici istruttori
hanno accolto l'aggravante dell'antisemitismo, sostenendo che lo stereotipo
che vuole che ogni ebreo sia ricco e' parte del movente e che le sevizie
inflitte alla vittima hanno una connotazione razzista; secondo la procura e
gli inquirenti, invece, il fatto che la cultura degli autori del delitto sia
venata da antisemitismo non e' sufficiente a definire il crimine come
razzista, essendo il principale movente non l'antisemitismo ma l'estorsione
di denaro.
*
Riflettori al massimo
E' vero: per ragioni non tutte riconducibili ad un preciso disegno e ad
interessi elettorali e politici, sul caso Halimi i riflettori sono stati
accesi con la massima potenza. Altrettanto vero e' che si e' corso il
rischio che la presunzione e l'enfatizzazione di un'incerta connotazione
razzista del crimine alimentassero l'astio e le tensioni interetniche.
Tuttavia, per quanto fondata, saggia e garantista sia questa posizione, e'
dubbio che l'assassinio di Ilan Halimi possa essere banalizzato come un
qualsiasi fatto di cronaca nera. Ne' lo si puo' analizzare compiutamente
ricorrendo a vaghe spiegazioni socio-psicologiche che evocano il vuoto
morale di una gioventu' emarginata, privata di futuro e di speranza, e
percio' tanto attratta dagli oggetti-simbolo del consumismo da ricorrere a
qualsiasi mezzo per procurarseli.
In quest'episodio v'e' qualcosa che eccede lo stesso carattere efferato del
crimine.
E' vero, di delitti accompagnati da sadismi atroci la cronaca nera e' piena:
basta ricordare un caso italiano, quello di P. D. N., detto "er canaro", che
nel 1988 uccise la sua vittima dopo avergli inflitto ogni sorta di
umiliazioni, torture, nefandezze.
Il di piu' sta nella pregnanza simbolica che quest'omicidio ha messo in
scena: gli stereotipi antisemiti e la totale deumanizzazione della vittima;
la mimesi delle immagini provenienti dall'universo carcerario iracheno, a
tal punto interiorizzate dai sequestatori da divenire, come sembra, modus
operandi del delitto; infine, il clima in cui si e' inserito il fatto di
cronaca, avvelenato da una crescente polarizzazione identitaria, dalla sua
strumentalizzazione politica, dal riflesso delle vicende internazionali su
un tessuto sociale gia' disgregato dalle politiche neoliberiste, dalle
scelte governative, da un razzismo sistemico che aggrava l'emarginazione e
la precarieta' di numerose fasce, soprattutto giovanili, di popolazione
"d'origine immigrata".
In realta', lo stereotipo che connette gli ebrei al denaro e' uno dei fili
che legano l'antisemitismo storico a quello dei nostri giorni; e cosi' il
tema secondo cui dietro ogni persona di religione o di cultura ebraica vi
sarebbe una comunita' ricca e potente. Stereotipi di tal genere appartengono
ad un repertorio sedimentato ed implicito negli immaginari collettivi, che
in determinati contesti e circostanze storiche puo' essere riattivato con
funzioni le piu' varie. In Francia, il lepenismo ha reso moneta corrente
l'antisemitismo e il negazionismo; e la Nouvelle Droite (bazzicata perfino
da certe ambigue sette dell'ortodossia "marxista", anche italiana,
antisemita ed ostile all'immigrazione) ha contribuito a conferire ad essi
legittimazioni piu' o meno dotte.
Ma e' indubbio che v'e' anche un antiebraismo "spontaneo" che alligna in
eleganti quartieri parigini come nei ghetti urbani. In certi ambienti
connotati da segregazione e marginalita', dove la discriminazione, la
stigmatizzazione, il razzismo sono patiti quotidianamente, il risentimento,
il senso d'impotenza, la rabbia conseguenti possono nutrire, reattivamente,
cliche' e stereotipi: l'ebreo puo' allora essere percepito come il "diverso"
che si e' integrato ed ha avuto successo e che dunque rappresenta le
istituzioni e la societa' dominante.
*
"Orgoglio africano"
Umori di tal genere serpeggiano sotterraneamente nel corpo sociale e
talvolta emergono in forme piu' o meno esplicite. Benche' cio' che circola
nella rete non sia rappresentativo di orientamenti collettivi, poiche'
spesso ne esprime il peggio, possiamo assumere come indizio un forum
sull'omicidio di Halimi, ospitato in un sito francese dell'"orgoglio
africano" (da alcuni anni in Francia sono comparsi gruppuscoli, marginali e
non rappresentativi della comunita' nera, i quali predicano la separazione
delle "razze" se non la superiorita' della "razza negra"). I partecipanti -
che si definiscono "negres", e non si tratta solo di una forma di
"rovesciamento dello stigma", ma d'un termine con intonazioni razzialiste -
mostrano di condividere, con rare eccezioni, i peggiori cliche' antisemiti:
[omettiamo qui gli esempi - ndr]. Non mancano affermazioni del tutto
deliranti: [omettiamo anche questo esempio - ndr]. Non e' il solo esempio.
La rete e' ormai densa di siti che incitano all'odio razzista, in un
perverso gioco speculare: basta ricordare un caso di qualche anno fa, quello
di sos.racaille.org, frutto della convergenza fra estremisti
cristiani-nazionalisti ed ebrei integralisti, un sito nel quale si
manifestava una tale violenza verbale antiaraba ed antiislamica da meritare
l'attenzione della magistratura.
L'antiebraismo non e' certo monopolio dei "quartieri sensibili" e dei
giovani d'origine immigrata, come sostengono una certa stampa e una certa
pubblicistica: a farne un'opinione come un'altra hanno provveduto anzitutto
gli imprenditori politici dell'islamofobia e dell'antisemitismo.
In un clima avvelenato dall'acutezza dei problemi sociali, dal razzismo
neocoloniale, dalle fratture e dalle polarizzazioni seguite all'11
settembre, il rischio e' che la strumentalizzazione di un crimine atroce,
che meglio sarebbe stato affidare alla sola verita' giudiziaria, segni
un'ulteriore tappa verso l'autorealizzazione della profezia dello scontro di
civilta'.

5. RIFLESSIONE. ADRIANA PERROTTA RABISSI: CRISTINA CAMPO, IL SACRO, LA FIABA
[Dal sito della Libera universita' delle donne di Milano
(www.universitadelledonne.it) riprendiamo il seguente articolo, apparso su
"La Mosca di Milano. Rivista di poesia, arte e filosofia", n. 13, dicembre
2005.
Adriana Perrotta Rabissi e' docente di italiano e storia e fa parte della
Libera Universita' delle Donne; si occupa di storia del femminismo, di
lavoro, di linguaggio dal punto di vista psicosociale. Dal 1981 al 1994 e'
stata membro della segreteria del Centro di studi storici sul movimento di
liberazione della donna in Italia (trasformatosi nel 1994 in Fondazione
Elvira Badaracco); per il Centro ha svolto attivita' di organizzazione e
coordinamento di convegni nazionali ed internazionali e seminari di studio
su temi relativi alla condizione delle donne, al linguaggio sessuato, alla
letteratura e alla scrittura delle donne, alla storia dei movimenti politici
delle donne; attivita' di ricerca nei campi della storia dei movimenti
politici delle donne, in particolare dell'emancipazionismo e del
neofemminismo degli anni Settanta e Ottanta, della storia, della scrittura e
della letteratura delle donne; attivita' di documentazione nell'Archivio del
Centro. Fa parte del comitato scientifico della Fondazione Badaracco, per la
quale cura i rapporti con la Rete Lilith (la rete dei centri, biblioteche e
archivi delle donne in Italia) e organizza momenti seminariali e convegni
nazionali e internazionali. E' socia dell'Associazione per una libera
universita' delle donne di Milano, per cui progetta, organizza e conduce dal
1994 corsi e seminari su temi relativi alla condizione delle donne in Italia
e alle sue modificazioni strutturali in relazione al sessismo della lingua,
alle rappresentazioni del maschile e del femminile sedimentate nella lingua
di comunicazione, alla storia e alla letteratura delle donne nel Novecento,
ai mutamenti sociali verificatisi nel campo della famiglia e del lavoro.
Svolge dal 1979 attivita' di formazione, di educazione degli adulti, di
aggiornamento dei docenti delle secondarie e delle/degli operatrici e
operatori culturali. Ha organizzato e condotto corsi monografici delle 150
ore sulla condizione delle donne per il Consorzio Ticino 3; dal 1991
organizza e conduce corsi rivolti alla cittadinanza per il Comune di Milano
sui temi del linguaggio sessuato, della letteratura, della storia delle
donne, delle modificazioni della condizione delle donne nella famiglia e nel
lavoro. E' stata docente di storia del Novecento, storia delle donne e della
letteratura delle donne in corsi di aggiornamento dei docenti di Milano,
Grosseto, Bergamo, Bolzano, Ferrara, Rovigo, e per l'Istituto svizzero di
pedagogia per la formazione professionale di Lugano. E' stata formatrice in
corsi e seminari sui linguaggi documentari e sull'indicizzazione tramite
thesaurus, organizzati da Istituzioni italiane, dalla Cee, da Centri di
ricerca e documentazione delle donne. Ha pubblicato saggi e articoli nelle
riviste "Dwf", "Lapis", "Leggere donna", "La Balena Bianca", "il Paese delle
Donne", "Golem. L'indispensabile". Tra le opere di Adriana Perrotta Rabissi:
"Itinerario bibliografico sul rapporto donne/scrittura", in Calabro' A. R.,
Grasso L. (a cura di), Dal movimento femminista al movimento diffuso.
Ricerca e documentazione nell'area lombarda, Milano, Franco Angeli, 1985;
"Questo balsamo, la lettura: ovvero la necessita' della cultura", in
Buttafuoco A., Zancan M. (a cura di), Svelamento. Sibilla Aleramo: una
biografia intellettuale, Milano, Feltrinelli, 1988; Assolo. Sibilla
Aleramo", in "Donnawomanfemme", n 3,1986; (a cura di, con Perucci M. B. ),
Perleparole. Le iniziative a favore dell'informazione e della documentazione
delle donne europee, Atti del convegno internazionale del Centro di studi
storici sul movimento di liberazione della donna in Italia, Utopia, Roma
1988; "Dalle parole delle donne a 'Linguaggiodonna'", in Perleparole, cit.;
(con Perucci M. B.), Perleparole, in "Minerva", n. 9, settembre 1988; "Tra
nuova sinistra e autocoscienza. Milano:1972-1974", in Crispino A. M. (a cura
di), Esperienza storica femminile nell'eta' moderna e contemporanea. Parte
seconda, Roma, Udi - La Goccia,1989; (con Perucci M.B.), Linguaggiodonna.
Primo thesaurus "di genere" in lingua italiana, Centro di studi storici sul
movimento di liberazione della donna in Italia, II ed., Milano 1991; (con
Perucci M. B.), Un Convegno sull'informazione 'al femminile', in
"Biblioteche oggi", n. 4, luglio-agosto 1988; "Le parole per dire", in
Buttafuoco A. (a cura di), Modi di essere. Studi,riflessioni, interventi
sulla cultura e la politica delle donne in onore di Elvira Badaracco,
Bologna, E M Ricerche, 1991; Fra una parola e l'altra. La riflessione delle
donne tra storia e memoria di genere, in "La Balena Bianca. I fantasmi della
societa' contemporanea", n. 4, 1992; "Di corpi e di parole. Viaggio
attraverso un dizionario di parolechiave, in "La Balena Bianca. I fantasmi
della societa' contemporanea", n. 5, 1992; "Parlare e scrivere senza
cancellare uno dei due sessi", in Eleonora Chiti (a cura di), Educare ad
essere donne e uomini. Intreccio tra teoria e pratica, Torino, Rosenberg e
Sellier, 1998;(con Luciana Tavernini), "Un percorso storiografico del
Novecento", nell'ipertesto consultabile al sito Donne e conoscenza storica,
www.url.it/donnestoria/; Sono soldi i soldi?, in "Golem. L'indispensabile",
giugno 2001; La lingua e' neutrale rispetto ai sessi?, nel sito
www.retelilith.it; (con varie coautrici), L'in-canto delle parole, Milano,
Universita' delle donne, 2002; Donne di parole, in "Scuola ticinese", a.
XXXII, serie III, n. 254, gennaio-febbraio 2003; (con varie coautrici), Le
parole mal-trattate, Milano, Universita' delle donne, 2003.
Cristina Campo, pseudonimo di Vittoria Guerrini (Bologna, 1923 - Roma,
1977), scrittrice, straordinaria traduttrice e finissima critica, una delle
voci piu' profonde e segrete, preziose e schiudenti, della letteratura e
della spiritualita' del Novecento. Opere di Cristina Campo: Gli
imperdonabili, Adelphi, Milano 1987; La Tigre Assenza, Adelphi, Milano 1991;
Sotto falso nome, Adelphi, Milano 1998; Lettere a un amico lontano,
Scheiwiller, Milano 1998; L'infinito nel finito. Lettere a Piero Polito, Via
col Vento edizioni, Pieve a Fievole 1998; Lettere a Mita, Adelphi, Milano
1999. Opere su Cristina Campo: Alessandro Spina,  Conversazione in Piazza
Sant'Anselmo. Per un ritratto di Cristina Campo, Scheiwiller, Milano 1993;
Monica Farnetti, Cristina Campo, Luciana Tufani Editrice, Ferrara 1996; M.
Farnetti, G. Fozzer (a cura di), Per Cristina Campo, Scheiwiller, Milano
1998; Laura Boella, Le imperdonabili, Tre Lune Edizioni, Mantova 2000;
Cristina De Stefano Belinda e il mostro, Adelphhi, Milano 2002; Margherita
Pieracci Harwell, Cristina Campo e i suoi amici, Edizioni Studium, Roma
2005.
Lev Tolstoj, nato nel 1828 e scomparso nel 1910, non solo grandissimo
scrittore, ma anche educatore e riformatore religioso e sociale,
propugnatore della nonviolenza. Opere di Lev Tolstoj: tralasciando qui le
opere letterarie (ma cfr. almeno Tutti i romanzi, Sansoni, Firenze 1967; e
alcuni dei piu' grandi racconti, come La morte di Ivan Il'ic, e Padre
Sergio), della gigantesca pubblicistica tolstojana segnaliamo
particolarmente almeno Quale scuola, Emme, Milano 1975, Mondadori, Milano
1978; La confessione, SE, Milano 1995; Perche' la gente si droga? e altri
saggio su societa', politica, religione, Mondadori, Milano 1988; Il regno di
Dio e' in voi, Bocca, Roma 1894, poi Publiprint-Manca, Trento-Genova 1988;
La legge della violenza e la legge dell'amore, Edizioni del Movimento
Nonviolento, Verona 1998; La vera vita, Manca, Genova 1991; l'antologia
Tolstoj verde, Manca, Genova 1990. Opere su Lev Tolstoj: dal nostro punto di
vista segnaliamo particolarmente Pier Cesare Bori, Gianni Sofri, Gandhi e
Tolstoj, Il Mulino, Bologna 1985; Pier Cesare Bori, Tolstoj, Edizioni
cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1991; Pier Cesare Bori,
L'altro Tolstoj, Il Mulino, Bologna 1995; Amici di Tolstoi (a cura di),
Tolstoi il profeta, Il segno dei Gabrielli, S. Pietro in Cariano (Vr) 2000]

Nella prefazione a Il flauto e il tappeto, pubblicato nel 1971, Campo
definisce il proprio testo "un piccolo tentativo di dissidenza dal gioco
delle forze, una professione di incredulita' nell'onnipotenza del visibile"
(1); osserva infatti che il semplice atto del vedere non da' vera conoscenza
se non ci "si solleva [dalla pura vista] alla percezione", il che significa
"riconoscere cio' che soltanto ha valore, ci che soltanto esiste veramente.
E che altro veramente esiste - si domanda - in questo mondo se non cio' che
non e' di questo mondo?".
Come esempio Campo rilegge la favola di Belinda e il Mostro: quando Belinda
passa dallo sguardo "con gli occhi della carne" alla percezione della bonta'
del mostro si innamora di lui superando la ripugnanza iniziale provata nei
suoi confronti e solo allora si compie la trasformazione del Mostro in
principe, ora che a lui non e' piu' necessaria alcuna magia per assicurarsi
l'amore di Belinda; l'evento della metamorfosi, ormai inutile e quindi
totalmente gratuito, determina soltanto un sovrappiu' di godimento per
entrambi.
La riflessione sulle fiabe, sia orientali che occidentali, delle quali Campo
mostra una conoscenza approfondita, dura lungo tutto l'arco della sua vita e
costituisce il nucleo generatore della sua poetica; le riletture che ne da'
sono piu' complesse delle interpretazioni abituali, incentrate in prevalenza
sugli aspetti di natura psicologica e antropologica e orientate ad una
prospettiva pedagogica.
Campo accomuna il mondo dei racconti di fate ai miti e alle religioni e
ricerca in essi possibili risposte alle domande di senso intorno agli eventi
fondamentali della nostra vita quali la nascita, la morte, l'amore, il
desiderio di felicita'; che in altre parole rappresentano il bisogno umano
della dimensione del sacro. Osserva infatti che "In Toscana la fiaba fu
sempre chiamata 'la novella', proprio come tra i popoli furono detti i
Vangeli".
Per lei questi tre generi di racconto condividono linguaggio e stile
narrativo, sono regolati dalle stesse leggi costitutive del sogno e
dell'esperienza mistica; scrive infatti che nelle fiabe "come in un'antica
danza di corte, bene e male vi si scambiano le maschere, e che la sorridente
regina fosse una negromante, che nella stamberga del menestrello si celasse
il magnanimo re Barba-di-Tordo non si appalesera' se non in quel sopramondo
delle scadenze imponderabili a cui la fiaba conduce: la' dove le figure
rovesciate si ricomporranno nel tessuto splendente, nell'atlante perfetto
dei significati. E tuttavia l'eroe di fiaba e' chiamato sin dal principio a
leggere in qualche modo quel sopramondo in filigrana, ad assecondarne le
leggi recondite nelle sue scelte, nei suoi dinieghi. Gli si chiede nulla di
meno che appartenere simultaneamente, sonnambolicamente a due mondi".
Solo uno strumento soccorre l'eroe/eroina di fiaba per orientarsi nelle
scelte che, nelle fiabe come nella vita reale, si presentano sovente sotto
forma di enigmi, vale a dire  la capacita' di passare costantemente "ad un
nuovo ordine di rapporti".
Un altro mondo, dunque, ci indicano le fiabe, che presenta pero' parecchie
analogie con quello concreto e terreno; certo un mondo non regolato "dai
miti consunti della ragione, dalle sentimentali leggende a lieto fine della
scienza, dai gracili tabi' della storia e della psicologia, dalle
terroristiche teologie del progresso ('questa idea atea per eccellenza') che
da almeno due secoli paralizzavano o distorcevano le piu' elementari
operazioni di conoscenza" (2). Forse grazie a questa consapevolezza si
potrebbe evitare di cadere in "un umanitarismo che sembra escludere finora,
con fredda determinazione, qualsiasi pieta' non sia di ordine strettamente
fisiologico: quasi che l'uomo vivesse veramente di solo pane e latte in
scatola, quasi che di null'altro potesse venir privato".
*
L'osservazione di Campo mi ha richiamato alla mente un passo del romanzo
Anna Karenina, nel quale un personaggio riflette sul diverso comportamento
manifestato dagli uomini e dalle donne nei confronti della morte; un brano
che mette in luce un particolare rapporto con il sacro, riscontrabile in
donne di diversa eta', cultura, posizione sociale, caratterizzato
dall'attenzione alla complessita' della persona che sta morendo, per cui
alla cura del benessere fisico, per quanto e' possibile in situazioni di
sofferenza, si accompagna la preoccupazione per quello psichico e
spirituale.
Scrive Tolstoj: "[Levin] non si considerava sapiente, ma non poteva non
sapere di essere piu' intelligente di sua moglie e di Agafia Michajlovna, e
non poteva non sapere che, quando pensava alla morte, ci pensava con tutte
le sue forze interiori. Sapeva anche che molte grandi menti maschili, di cui
aveva letto riflessioni nei libri, avevano riflettuto su quel problema senza
sapere neppure la centesima parte di cio' che sapevano sua moglie e Agafia
Michajlovna. Per quanto diverse fossero le due donne... Entrambe sapevano
indubbiamente cos'era la vita e cos'era la morte e, se anche non avrebbero
saputo rispondere agli interrogativi che si poneva Levin, e non li avrebbero
neppure compresi, erano entrambe certe dell'importanza di quell'evento...
senza dubitare un solo istante, sapevano come comportarsi con un moribondo
senza provare paura. Sebbene potessero disquisire a lungo sulla morte, Levin
e gli altri la temevano e percio' ignoravano del tutto, in modo palese, cosa
si dovesse fare quando qualcuno moriva... Che le azioni di Kitty e Agafija
Michajlovna non erano istintive, primordiali, irrazionali, era dimostrato
dal fatto che, oltre alle cure fisiche, alla capacita' di alleviare le
sofferenze, tanto Agafija Michajlovna quanto Kitty pretendevano che un
malato ricevesse qualcosa di piu' importante delle cure fisiche, qualcosa
che non aveva nulla a che fare con il suo stato fisico" (3).
Nel verbo "pretendevano" mi pare siano delineati con felice sintesi un
atteggiamento e i conseguenti comportamenti propri di molte donne di fronte
a snodi della vita individuale e collettiva; atteggiamento e comportamenti
indotti dall'educazione di genere: avere a che fare con la nascita, per
ragioni biologiche, e con la "cura" di mondi animati e inanimati, umani e
non umani, per ragioni storiche e culturali, comporta una visione piu' ampia
e complessa che non quella che riduce gli esseri umani alla dimensione
puramente fisica e materiale.
*
Non a caso Campo osserva che la dimensione delle fiabe e' sovente, anche se
non esclusivamente, legata ad una figura femminile, in particolare a una
nonna; in proposito afferma: "e sempre la raccontatrice di fiabe - questi
evangeli che cosi' leggermente si dicono moralita' - fu la nonna: la decana
di casa, la donna di buon consiglio, dama che fosse o contadina" (4), cosi'
che ci accompagnera' nella nostra eta' adulta l'intreccio tra la dimensione
della fiaba e quella dell'infanzia, in modo che "se si dia un evento
essenziale per la nostra vita - incontro, illuminazione - lo riconosceremo
prima di tutto alla luce d'infanzia e di fiaba che lo investe".
Campo fu una scrittrice-poeta di grande cultura e di vaste conoscenze
filosofico-letterarie; scrisse di vari argomenti, ma sempre consapevole del
proprio percorso di ricerca, individuato da lei con chiarezza nella
molteplicita' e apparente varieta' degli interventi; in un'intervista
rilasciata nel 1975, alla domanda se sia da considerarsi una sua svolta
l'interesse recentemente dimostrato per la letteratura russa, risponde, dopo
aver ricordato di avere iniziato a leggere gli scrittori russi fin da
bambina su suggerimento del padre, "Non credo di sapere cosa siano le
svolte... La strada e' una, solare, da oriente a occidente. Essa segue
quattro linee: il linguaggio, il paesaggio, il rito e il mito", poco piu'
avanti nella stessa intervista definiti "i quattro elementi della felicita'"
(5).
*
Note
1. Cristina Campo, Gli imperdonabili, Adelphi, Milano 1987, p. 5.
2. Cristina Campo, Sotto falso nome, a cura di Monica Farnetti, Adelphi,
Milano 1998, p. 169.
3. Lev N. Tolstoj, Anna Karenina, Gruppo Editoriale L'Espresso, Roma 2005,
pp. 587-588.
4. Cristina Campo, Gli imperdonabili, cit., p. 15.
5. Cristina Campo, Sotto falso nome, cit., p. 213.

==============================
NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 56 del 23 marzo 2006

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