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La domenica della nonviolenza. 66



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 66 del 26 marzo 2006

In questo numero:
1. Auguri a Renato Solmi, per i suoi 79 anni
2. Enrico Peyretti: Per un bel compleanno
3. Mao Valpiana: Il 5 per mille al Movimento Nonviolento, perche' nessun
fucile si spezza da solo
4. A Reggio Emilia il 3-4 aprile
5. A Firenze il 5-7 maggio
6. Eduardo Galeano: Della memoria, della dignita'
7. Patricia Lombroso intervista Aiden Delgado
8. Violeta Parra: Grazie alla vita
9. Mohandas K. Gandhi: Il messaggio
10. Danilo Dolci: Talora

1. ANNIVERSARI. AUGURI A RENATO SOLMI, PER I SUOI 79 ANNI
[Renato Solmi (per contatti: rsolmi at tin.it) e' stato tra i pilastri della
casa editrice Einaudi, ha introdotto in Italia opere fondamentali della
scuola di Francoforte e del pensiero critico contemporaneo, e' uno dei
maestri autentici e profondi di generazioni di persone impegnate per la
democrazia e la dignita' umana, che attraverso i suoi scritti e le sue
traduzioni hanno costruito tanta parte della propria strumentazione
intellettuale; e' impegnato nel Movimento Nonviolento del Piemonte e della
Valle d'Aosta]

Lunedi' 27 marzo Renato Solmi compie 79 anni.
Anni operosi di un maestro di cultura e di impegno civile.
Ancora il 18 marzo a Torino, in piazza Castello, durante la manifestazione
contro la guerra nel terzo anniversario dell'attacco all'Iraq Renato Solmi
e' intervenuto con un appello alla coscienza civile perche', nelle prossime
scelte democratiche, si difenda e garantisca la Costituzione dalle
aggressioni che subisce.
Mercoledi' scorso presso il Centro Studi "Sereno Regis" di Torino e' stato
festeggiato dagli amici del Movimento Internazionale della Riconciliazione e
del Movimento Nonviolento.
*
Immenso ci sembra sia il debito della cultura civile italiana nei confronti
di Renato Solmi. Perche' Renato Solmi e' da oltre mezzo secolo uno dei
grandi educatori all'impegno civile.
Generazioni di persone impegnate per la verita' e la giustizia si sono
nutrite del suo magistero, sovente cosi' profondamente da non averne piu'
superficiale particolare memoria, come talora accade con i maestri
autentici.
A voler dire solo di uno dei suoi doni, quello recato dalla sua attivita' di
traduttore, innumerevoli sono le persone che molto hanno imparato leggendo i
Minima moralia di Theodor Adorno e i saggi di Walter Benjamin raccolti in
Angelus novus, o alcuni capolavori di Guenther Anders e l'abbecedario
antibellico di Bertolt Brecht, o le tragiche lettere del non riconciliato
pilota di Hiroshima, o le testimonianze degli obiettori americani reduci
dalla guerra del Vietnam, e se quei testi hanno incontrato, ed hanno potuto
nutrirsene come si fa con quei classici che - scrisse all'incirca il poeta
di Augusta - li puoi pure dimenticare, ma sono stati come scale su cui sei
salito per giungere a un luogo da cui piu' lontano si vede e piu'
profondamente si sente, ebbene, e' stato perche' Renato Solmi li aveva
tradotti e introdotti in Italia. Non ultimo dei suoi meriti grandi.
*
Anche noi qui lo salutiamo, e lo ringraziamo ancora. Per l'alto suo
magistero, per l'esempio di rigore morale e intellettuale, per l'impegno
acuto e costante di verita' e giustizia, di pace e di solidarieta', per la
finissima capacita' di ascolto del cuore e della voce altrui, la gentilezza
infinita, la luminosa generosita'.

2. ANNIVERSARI. ENRICO PEYRETTI: PER UN BEL COMPLEANNO
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per averci
messo a disposizione questo scritto offerto in dono a Renato Solmi per il
suo compleanno. Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori
di questo foglio, ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e
dell'impegno di pace e di nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e
filosofia; ha fondato con altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il
mensile torinese "il foglio", che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore
per la pace nel Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino, sede
dell'Ipri (Italian Peace Research Institute); e' membro del comitato
scientifico del Centro Interatenei Studi per la Pace delle Universita'
piemontesi, e dell'analogo comitato della rivista "Quaderni Satyagraha",
edita a Pisa in collaborazione col Centro Interdipartimentale Studi per la
Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e del Movimento Internazionale
della Riconciliazione; collabora a varie prestigiose riviste. Tra le sue
opere: (a cura di), Al di la' del "non uccidere", Cens, Liscate 1989;
Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il Monte 1998; La politica e' pace,
Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la guerra, Beppe Grande, Torino 1999;
Dov'e' la vittoria?, Il segno dei Gabrielli, Negarine (Verona) 2005;
Esperimenti con la verita'. Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini, Villa
Verucchio (Rimini) 2005; e' disponibile nella rete telematica la sua
fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza guerra. Bibliografia storica
delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di cui una recente edizione a
stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie Muller, Il principio
nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico Peyretti ha curato la
traduzione italiana), e che e stata piu' volte riproposta anche su questo
foglio, da ultimo nei fascicoli 1093-1094; vari suoi interventi sono anche
nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e alla pagina web
http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu' ampia
bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731 del 15
novembre 2003 di questo notiziario]

Da quando ne ho fatti tanti, medito sui compleanni. Ogni compleanno e' un
anno di piu' vissuto, certo, e uno di meno da vivere, ma non va visto come
una perdita fatale. Leggevo in questi giorni Levinas (citato su questo punto
da Roberto Mancini, L'amore politico, Cittadella, Assisi 2005, p. 244 e
ss.): "Il tempo consiste precisamente nel fatto che tutta l'esistenza
dell'essere mortale - offerto alla violenza - non e' l'essere per la morte
[Heidegger], ma il 'non ancora' che e' un modo di essere contro la morte, un
ritiro nei confronti della morte nel seno stesso del suo inesorabile
avvicinamento" (Totalita' e infinito, Jaca Book, Milano 1980, p. 229).
Facendo eco a Levinas possiamo dire che ogni momento di vita e' uno spazio
strappato alla morte. Ma non si tratta solo di un inutile rinvio, perche'
nel tempo ancora dato possiamo far posto al contrario della morte, cioe'
alla volonta' che non da' la morte ma da' la vita, nelle varie forme della
fecondita', cioe' dell'agire per gli altri, essere-per-gli-altri, che e'
creativita' e natalita', piu' che mortalita'. La nostra natalita' sopra la
mortalita' e' tema scelto anche da varie filosofe del '900: Arendt,
Zambrano, forse Simone Weil, e poi certo Capitini, come Levinas.
Vivere cosi' e' trascendere noi stessi, superare noi stessi, porre
un'ipoteca su quel che appare il potere ultimo della morte. Essa resta un
interrogativo drammatico, ma e' almeno scalfita e messa in dubbio la sua
pretesa di essere totale sentenza. Se la morte mette in dubbio la vita, e'
vero pure che la vita creativa, per gli altri, generativa, feconda, mette in
dubbio la potenza della morte. Non, con Heidegger, pensare il tempo a
partire dalla morte, ma pensare la morte a partire dal tempo vivo,
suggerisce Levinas.
Come l'esperienza del perdono riapre il tempo sprecato nel male, cosi' la
visione dinamica della temporalita' mostra che ogni stagione del tempo non
solo si chiude, muore, ma, grazie alla fecondita' e alla relazione etica,
risorge: "Morte e risurrezione costituiscono il tempo". Non automaticamente,
ma se il tempo e' vissuto nella donazione feconda, nella relazione ad altri.
E altri simili spunti da pensare.
Se guardo in basso vedo la morte, vedo il male. Se guardo in alto, vedo la
vita, vedo il bene. La questione non e' tanto come stanno le cose, ma come
mi pongo io tra le cose, che sono quel che sono. Il primato e' dell'etica,
non della metafisica (tanto meno della fisica).
*
Un amico della nostra cerchia, visti i primi appunti di questa pagina, mi
scrive: "D'accordo, ma ci aggiungerei che tanto piu' si sconfigge la morte
quanto piu' si riesce non solo a vivere per gli altri, ma ad essere anche un
po' felici per se'. Altrimenti la prospettiva di un epilogo vissuto tutto e
solo 'per gli altri' appare un pochino grigio, non trovi? Ma possono i
vecchi essere ancora (un po') felici? Io dico di si', appellandomi, nonche'
alla mia esperienza, alla saggezza di Epicuro: 'Chi ammonisce poi il giovane
a vivere bene e il vecchio a ben morire e' stolto non solo per la dolcezza
che c'e' sempre nella vita, anche da vecchi, ma perche' una sola e' la
meditazione di una vita bella e di una bella morte' (Lettera a Meneceo). Del
resto il confine tra il vivere ed esser felice per se' ed esserlo per altri
puo' risultare incerto. Hai presente che cosa rispose Gandhi a chi insinuava
che forse il suo darsi da fare per la povera gente d'un villaggio non era
dettato da motivi puramente umanitari? 'Io sono qui  - rispose la Grande
Anima - per servire nessun altro che me stesso, per trovare la mia propria
realizzazione profonda attraverso il servizio a questa gente di villaggio'.
Ecco io penserei che avvicinarsi felicemente alla morte consista nel cercare
fino all'ultimo di rendere felice quella parte di se' che solo e' felice se
sa che la sua felicita' e' condivisa con altri".
*
Ho ringraziato l'amico, che medita come me sugli anni, per questa giusta
aggiunta, in una riflessione sempre incompiuta, perche' sempre affacciata
sull'altro, sul nuovo.
Valgano, questi scarabocchiati pensieri sui compleanni, come felicitazioni
ed auguri per il primo di noi che in questi giorni compie gli anni, ed e'
Renato, il cui nome dice: nato e rinato!
Ciao!
Enrico

3. APPELLI. MAO VALPIANA: IL 5 PER MILLE AL MOVIMENTO NONVIOLENTO, PERCHE'
NESSUN FUCILE SI SPEZZA DA SOLO
[Ringraziamo Mao Valpiana (per contatti: mao at sis.it, e anche presso la
redazione di "Azione nonviolenta", via Spagna 8, 37123 Verona, tel.
0458009803, fax  0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org) per questo intervento. Mao (Massimo) Valpiana e' una
delle figure piu' belle e autorevoli della nonviolenza in Italia; e' nato
nel 1955 a Verona dove vive ed opera come assistente sociale e giornalista;
fin da giovanissimo si e' impegnato nel Movimento Nonviolento (si e'
diplomato con una tesi su "La nonviolenza come metodo innovativo di
intervento nel sociale"), e' membro del comitato di coordinamento nazionale
del Movimento Nonviolento, responsabile della Casa della nonviolenza di
Verona e direttore della rivista mensile "Azione Nonviolenta", fondata nel
1964 da Aldo Capitini. Obiettore di coscienza al servizio e alle spese
militari ha partecipato tra l'altro nel 1972 alla campagna per il
riconoscimento dell'obiezione di coscienza e alla fondazione della Lega
obiettori di coscienza (Loc), di cui e' stato segretario nazionale; durante
la prima guerra del Golfo ha partecipato ad un'azione diretta nonviolenta
per fermare un treno carico di armi (processato per "blocco ferroviario", e'
stato assolto); e' inoltre membro del consiglio direttivo della Fondazione
Alexander Langer, ha fatto parte del Consiglio della War Resisters
International e del Beoc (Ufficio Europeo dell'Obiezione di Coscienza); e'
stato anche tra i promotori del "Verona Forum" (comitato di sostegno alle
forze ed iniziative di pace nei Balcani) e della marcia per la pace da
Trieste a Belgrado nel 1991; nel giugno 2005 ha promosso il digiuno di
solidarieta' con Clementina Cantoni, la volontaria italiana rapita in
Afghanistan e poi liberata. Un suo profilo autobiografico, scritto con
grande gentilezza e generosita' su nostra richiesta, e' nel n. 435 del 4
dicembre 2002 di questo notiziario]

Nessun fucile si spezza da solo.
La nonviolenza, per crescere, ha bisogno del tempo, dell'intelligenza, del
denaro, della generosita', del cuore di tante donne e uomini. Ognuno puo'
diventare amico della nonviolenza, con gesti concreti.
*
Con la prossima dichiarazione dei redditi sara' possibile sottoscrivere un
versamento al Movimento Nonviolento. Non si tratta di pagare tasse in piu',
ma solo di utilizzare diversamente soldi che comunque dovranno essere
versati allo Stato.
La legge finanziaria ha previsto per l'anno 2006, a titolo sperimentale, la
destinazione in base alla scelta del contribuente di una quota pari al 5 per
mille dell'imposta sul reddito delle persone fisiche a finalita' di sostegno
del volontariato, onlus, associazioni di promozione sociale e di altre
fondazioni e associazioni riconosciute; finanziamento della ricerca
scientifica e delle universita'; finanziamento della ricerca sanitaria;
attivita' sociali svolte dal comune di residenza del contribuente.
Il contribuente puo' destinare la quota del 5 per mille della sua imposta
sul reddito delle persone fisiche, relativa al periodo di imposta 2005,
apponendo la firma in uno dei quattro appositi riquadri che figurano sui
modelli di dichiarazione e indicando il codice fiscale dello specifico
soggetto cui intende destinare direttamente la quota del 5 per mille,
traendo il codice fiscale stesso dagli elenchi pubblicati (vedi sito
www.agenziaentrate.it). La scelta di destinazione del 5 per mille e quella
dell'8 per mille di cui alla legge n. 222 del 1985 non sono in alcun modo
alternative fra loro.
*
Dunque, destinare il 5 per mille delle proprie tasse al Movimento
Nonviolento e' molto semplice: basta apporre la propria firma nell'apposito
spazio e scrivere il numero di codice fiscale dell'associazione.
Il Codice Fiscale del Movimento Nonviolento e' 93100500235.
Coloro che si fanno compilare la dichiarazione dei redditi dal
commercialista, o dal Caf, o da qualsiasi altro Ente preposto (sindacato,
patronato, Cud, ecc.) devono dire esplicitamente che intendono destinare il
5 per mille al Movimento Nonviolento, e fornire il Codice Fiscale della
nostra associazione.
Sono moltissime le associazioni cui e' possibile destinare il 5 mille,
compresi i Comuni, le Universita', Enti di ricerca scientifica. Per molti di
questi soggetti qualche centinaio di euro in piu' o in meno non fara'
nessuna differenza, mentre per il Movimento Nonviolento ogni piccola quota
sara' determinante per sostenere attivita', campagne ed iniziative
nonviolente che si basano esclusivamente sul volontariato, la gratuita', le
donazioni.
Sostenete un'associazione che da oltre quarant'anni, con coerenza, lavora
per la crescita e la diffusione della nonviolenza.

4. INCONTRI. A REGGIO EMILIA IL 3-4 APRILE
[Da Pasquale Pugliese (per contatti: puglipas at interfree.it) riceviamo e
volentieri diffondiamo. Pasquale Pugliese, educatore presso i Gruppi
educativi territoriali del Comune di Reggio Emilia, dove risiede, laureato
in filosofia con una tesi su Aldo Capitini, e' impegnato nel Movimento
Nonviolento, nella Rete di Lilliput ed in numerose iniziative di pace; e'
stato il principale promotore dell'iniziativa delle "biciclettate
nonviolente"]

"Ho un sogno, che un giorno sulle rosse montagne della Georgia i figli degli
ex schiavi e i figli degli ex padroni di schiavi, potranno sedersi insieme
alla tavola della fraternita'... Ho un sogno, che i miei quattro bambini un
giorno vivranno in una nazione in cui non saranno giudicati per il colore
della loro pelle, ma per l'essenza della loro personalita'" (Martin Luther
King)

Il Comune di Reggio Emilia, assessorato ai diritti di cittadinanza e pari
opportunita', servizio "servizi sociali", Citta' educativa, Gruppi educativi
territoriali, in collaborazione con l'assessorato alla cultura e allo sport,
la Scuola di pace di Reggio Emilia, il Movimento Nonviolento, con il
contributo Coop Consumatori Nordest, promuove la seconda Giornata di
educazione alla nonviolenza: "La convivenza interculturale. Ripartire dal
sogno di Martin Luther King". Reggio Emilia, 3 e 4 aprile 2006.
*
I Gruppi educativi territoriali (in sigla: Get) sono un servizio del Comune
di Reggio Emilia realizzato in collaborazione con le scuole elementari e
medie, le circoscrizioni, i poli sociali territoriali, il privato sociale e
gli oratori cittadini. Oltre trecentocinquanta bambini e bambine e ragazzi e
ragazze, tra gli otto e i quindici anni, delle diverse nazionalita' presenti
a Reggio Emilia, frequentano ogni anno i Gruppi educativi territoriali, che
si caratterizzano sempre piu' come piccoli cantieri di socialita' e
integrazione, di conoscenza e di pratica interculturale.
Percio' dal 2001 l'Amministrazione Comunale ha ritenuto di qualificare
l'intero servizio attraverso una denominazione significativa per ogni Gruppo
educativo territoriale e, poiche' tra le finalita' del progetto educativo vi
e' la diffusione della cultura di pace e nonviolenza tra i bambini del mondo
presenti nella nostra citta', ai diversi Gruppi educativi territoriali sono
stati attribuiti i nomi di personaggi che hanno contribuito, in maniera
evidente e significativa, a diffondere questa cultura tra i popoli.
L'occasione per l'attribuzione dei nomi e' stata fornita dall'Assemblea
generale delle Nazioni Unite la quale, su sollecitazione dei Premi Nobel per
la Pace viventi, ha proclamato gli anni 2001-2010 decennio internazionale
per una cultura di pace e nonviolenza per i bambini del mondo. Percio' oggi
abbiamo a Reggio Emilia i Gruppi educativi territoriali Mohandas K. Gandhi,
Martin Luther King, Lev Tolstoj, Paulo Freire, Danilo Dolci, Chico Mendes,
Giuseppe Impastato, oltre al don Bosco e sant'Antonio che hanno sede negli
omonimi oratori.
Nel 2005, in occasione della riapertura del Gruppo educativo territoriale in
via Turri, dedicato a Peppino Impastato,  abbiamo svolto la prima giornata
di educazione alla nonviolenza ed alla legalita'.
Quest'anno la riflessione si sviluppera' a partire dal pensiero e dall'opera
di Martin Luther King - il 3 e 4 aprile, anniversario del suo omicidio - per
approfondirne l'attualita' dal punto di vista educativo nella difficile, ma
imprescindibile, sfida della costruzione della societa' interculturale.
*
Programma della seconda Giornata di educazione alla nonviolenza: la
convivenza interculturale. Ripartire dal sogno di Martin Luther King. Reggio
Emilia, 3 e 4 aprile 2006.
- Lunedi' 3 aprile, ore 20.30, cinema Rosebud, via Medaglie d'Oro della
Resistenza: introduce Samuela Solfitti, coordinatrice di Citta' educativa;
proiezione del film-documento "King: da Montgomery a Memphis"; a seguire
incontro con Enrico Peyretti, del Centro Studi "Sereno Regis" di Torino.
Il film documentario, inedito in Italia, dal titolo "King: da Montgomery a
Memphis" racconta, attraverso videodocumenti dell'epoca accompagnati in
audio dalle registrazioni dei discorsi di Martin Luther King, la storia del
pastore battista e delle campagne del movimento per il riconoscimento dei
diritti civili della popolazione di colore dal 1955 al 1968, anno del suo
omicidio, il 4 aprile a Memphis. Il documento e' di grande impatto emotivo,
oltre che di enorme rilevanza culturale e storica.
- Martedi' 4 aprile, ore 15, cinema Rosebud, via Medaglie d'Oro della
Resistenza: spettacolo teatrale "Martin Luther King: io ho un sogno", a cura
dei ragazzi del Gruppo educativo territoriale Martin Luther King; seminario:
saluto del sindaco Graziano del Rio; modera Gina Pedroni, assessore ai
diritti di cittadinanza e pari opportunita'; introduce Pierino Nasuti,
responsabile di Citta' educativa; interventi di Pasquale Pugliese,
coordinatore di Citta' educativa: "Citta' interculturale, citta' educativa";
Fulvio Cesare Manara, filosofo: "Ripartire da Martin Luther King"; Daniele
Novara, Centro psicopedagogico per la pace di Piacenza: "Educazione,
conflitti e nonviolenza nell'incontro tra le culture"; Sergio Manghi,
Universita' di Parma: "La responsabilita' educativa nel tempo della
globalizzazione"; conclude Anna Maria Fabbi, dirigente del servizio "servizi
sociali".
Gli interventi saranno accompagnati da letture di brani tratti da discorsi e
scritti di Martin Luther King a cura del Gruppo pensare fare teatro.
*
Per informazioni: tel. 0522440416, e-mail:
maria.livia.violi at municipio.re.it, sito:
www.municipio.re.it/get/cittaeducativa

5. INCONTRI. A FIRENZE IL 5-7 MAGGIO
[Da Sergio Albesano (per contatti: sergioalbesano at tiscali.it) riceviamo e
volentieri diffondiamo. Sergio Albesano e' impegnato nei movimenti di pace,
di solidarieta' e per la nonviolenza, cura una rubrica di storia e una di
libri su "Azione nonviolenta". Opere di Sergio Albesano: Storia
dell'obiezione di coscienza in Italia, Santi Quaranta, Treviso 1993; con
Bruno Segre e Mao Valpiana ha coordinato la realizzazione del volume di AA.
VV., Le periferie della memoria. Profili di testimoni di pace, coedizione
Anppia e Movimento Nonviolento, Torino-Verona 1999]

A Firenze, il 5, 6 e 7 maggio 2006 si svolgera' il convegno del Movimento
Nonviolento sul tema "Nonviolenza e politica".
*
Presso la Sala del dopolavoro ferroviario in via Alemanni, a trecento metri
dalla stazione di santa Maria Novella. A Firenze, citta' di pace, sulle orme
di Aldo Capitini, Giorgio La Pira, Lorenzo Milani, Ernesto Balducci,
Alexander Langer.
Venerdi' 5 maggio: serata di presentazione alla citta', palazzo di parte
guelfa.
Sabato 6 maggio: convegno sul tema. Sono stati invitati Giuliano Pontara,
Marco Revelli, Lidia Menapace. Intervengono, fra gli altri, Daniele Lugli,
Nanni Salio, Alberto L'Abate, Pasquale Pugliese, Rocco Pompeo, Alberto
Trevisan, Piercarlo Racca, Adriano Moratto, Massimo Valpiana, Beppe Marasso,
Enrico Peyretti.
Domenica 7 maggio: visita a luoghi significativi, con partenza da piazza
della signoria.
*
Pernottamento consigliato: ostello santa Monica, via santa Monica 6, tel.
055268338, sito: www.ostello.it
Per informazioni: Casa per la nonviolenza, tel. 0458009803.

6. MEMORIA. EDUARDO GALEANO: DELLA MEMORIA, DELLA DIGNITA'
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 17 marzo 2006. Eduardo Galeano e' nato
nel 1940 a Montevideo (Uruguay); giornalista e scrittore, nel 1973 in
seguito al colpo di stato militare e' stato imprigionato e poi espulso dal
suo paese; ha vissuto lungamente in esilio fino alla caduta della dittatura.
Dotato di una scrittura nitida, pungente, vivacissima, e' un intellettuale
fortemente impegnato nella lotta per i diritti umani e dei popoli. Tra le
sue opere, fondamentali sono: Le vene aperte dell'America Latina,
recentemente ripubblicato da Sperling & Kupfer, Milano; Memoria del fuoco,
Sansoni, Firenze; il recente A testa in giu', Sperling & Kupfer, Milano. Tra
gli altri suoi libri editi in italiano: Guatemala, una rivoluzione in lingua
maya, Laterza, Bari; Voci da un mondo in rivolta, Dedalo, Bari; La conquista
che non scopri' l'America, Manifestolibri, Roma; Las palabras andantes,
Mondadori, Milano]

Ogni 14 marzo, le uruguaiane e gli uruguaiani che sono stati prigioniere e
prigionieri della dittatura celebrano il Giorno della Liberazione. E'
qualcosa di piu' di una coincidenza. Gli scomparsi che stanno iniziando a
comparire, Ubagesner Chaves, Fernando Miranda, ci invitano a lottare per la
liberazione della memoria, che continua ad essere prigioniera. Il nostro
paese vuole smettere di essere un santuario dell'impunita', l'impunita'
degli assassini, l'impunita' dei ladri, l'impunita' dei bugiardi, e in
quella direzione, finalmente dopo tanti anni, stiamo muovendo i primi passi.
Non e' la fine di un cammino. E' un inizio. E' costato parecchio, ma stiamo
iniziando il duro ma necessario percorso della liberazione della memoria in
un paese che sembrava condannato alla pena dell'amnesia perpetua.
Tutti noi che siamo qui condividiamo la speranza che piu' prima che poi ci
sara' memoria e ci sara' giustizia, perche' la storia insegna che la memoria
puo' sopravvivere ostinatamente a tutte le prigioni e insegna che la
giustizia puo' essere piu' forte della paura, quando la gente l'aiuta.
*
Dignita' della memoria, memoria della dignita'.
Nella lotta impari contro la paura, in quel combattimento che ognuno
ingaggia ogni giorno, che ne sarebbe di noi senza la memoria della dignita'?
Il mondo sta soffrendo un allarmante discredito della dignita'.
Gli indegni, che sono coloro che comandano nel mondo, dicono che noi
arrabbiati siamo preistorici, nostalgici, romantici, e che neghiamo la
realta'. Tutti i giorni, ovunque, ascoltiamo l'elogio dell'opportunismo e
l'identificazione del realismo con il cinismo, il realismo che obbliga a
sgomitare e proibisce l'abbraccio, il realismo del tutto fa brodo e del si
salvi chi puo' e se non puoi crepa.
Il realismo anche del fatalismo. Il piu' fottuto dei molti fantasmi che,
oggigiorno, minacciano il nostro governo progressista, qui in Uruguay, e
altri nuovi governi progressisti dell'America Latina. Il fatalismo, perversa
eredita' coloniale, che ci obbliga a credere che la realta' puo' essere
ripetuta ma non puo' essere cambiata, che quel che e' stato e' e sara', che
domani e' solo un altro nome di oggi.
Ma non sono stati forse reali, forse non sono reali, le donne e gli uomini
che hanno lottato e lottano per cambiare la realta', coloro che hanno
creduto e credono che la realta' non esige obbedienza? Non sono forse reali
Ubagesner Chaves e Fernando Miranda e tutti coloro che stanno arrivando, dal
fondo della terra e del tempo, a dare testimonianza di un'altra realta'
possibile? E tutte e tutti coloro che con loro hanno creduto e amato non
sono stati, non continuano ad essere reali?
Sono stati forse irreali i carnefici, irreali le vittime, irreali i
sacrifici di tanta gente in questo paese che la dittatura ha trasformato
nella piu' grande camera di tortura del mondo?
*
La realta' e' una sfida.
Non siamo condannati a scegliere fra lo stesso e lo stesso. La realta' e'
reale perche' ci invita a cambiarla e non perche' ci obbliga ad accettarla.
Essa apre spazi di liberta' e non ci chiude necessariamente nelle gabbie
della fatalita'. Diceva bene il poeta: una rondine non fa primavera. In vita
non e' stato solo, e non e' solo nella morte questo creolo da nome cosi'
strano, Ubagesner, che oggi e' un simbolo della nostra terra e della nostra
gente. Questo militante operaio incarna il sacrificio di molte compagne e di
molti compagni che hanno creduto nel nostro paese e nella nostra gente e che
per credere si sono giocati la vita.
Siamo venuti a dirgli che ne e' valsa la pena. Siamo venuti a dirgli che non
sono morti cosi', tanto per morire. Oggi siamo qui riuniti per dirgli che
hanno ragione i tanghi a dire che la vita e' un attimo, ma ci sono vite che
durano incredibilmente molto, perche' durano negli altri, in quelli che
vengono dopo.
Presto o tardi noi, i camminanti, saremo camminati, camminati dai passi del
poi, cosi' come i nostri passi camminano, adesso, sulle orme che altri passi
hanno lasciato.
Adesso che i padroni del mondo ci stanno obbligando a pentirci di ogni
passione, adesso che la vita frigida e meschina e' diventata di moda, non
sarebbe male ricordare quella parolina che tutti abbiamo imparato nei
racconti per bambini, abracadabra, la parola magica che apriva tutte le
porte, e ricordare che abracadabra, in un idioma antico, significa: "Fa' che
il tuo fuoco vada fino in fondo".
Questa giornata, piu' che un funerale, e' una celebrazione. Stiamo
celebrando la memoria viva di Ubagesner e di tutte le donne e di tutti gli
uomini generosi che in questo paese hanno fatto si' che il loro fuoco
andasse fino in fondo, che continuano ad aiutarci a non perdere la via, e a
non accettare l'inaccettabile, e a non rassegnarci mai, e a non scendere mai
dal nobile cavallo della dignita'. Perche' nelle ore piu' difficili, in quei
tempi nemici, negli anni della sporcizia e della paura della dittatura
militare, loro hanno saputo vivere per darsi e si sono dati per intero, si
sono dati senza chiedere niente in cambio, come se vivendo cantassero
quell'antica strofa andalusa che diceva, e dice ancora, dice per sempre: Ho
le mani vuote, ma le mani sono mie.

7. TESTIMONIANZE. PATRICIA LOMBROSO INTERVISTA AIDEN DELGADO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 18 marzo 2006. Patricia Lombroso e'
corrispondente da New York del quotidiano; ha pubblicato in volume una
raccolta di sue interviste a Noam Chomsky dal 1975 al 2003: Noam Chomsky,
Dal Vietnam all'Iraq. Colloqui con Patricia Lombroso, Manifestolibri, Roma
2003]

"In Iraq, come soldato riservista del 320mo battaglione della polizia
militare sono stato assegnato per sei mesi alla prigione di Abu Ghraib. Sono
testimone dei crimini perpetrati dalle truppe Usa nei confronti dei detenuti
iracheni. Eravamo al corrente dall'inizio delle atrocita' commesse. I
comandanti sapevano tutto e affiggevano le foto di quelle brutalita' alle
pareti dei quartieri generali come trofei. Il Pentagono e i politici non
hanno interesse a far luce, ne' vogliono mostrare mutilazioni di cadaveri di
detenuti torturati, o foto di soldati che si fanno riprendere accanto ai
detenuti uccisi con le torture". Il riservista Aiden Delgado, di 24 anni,
obiettore di coscienza, inizia la sua denuncia. Delgado fa parte
dell'organizzazione dei reduci "Iraqui veterans against the war" e partecipa
alla marcia del l8 marzo contro la guerra.
*
- Patricia Lombroso: Quando e' stato spedito come riservista dell'esercito
in Iraq?
- Aiden Delgado: Dall'inizio dell'invasione al primo aprile del 2004 il mio
battaglione venne assegnato a Nassiriya per sei mesi e sei mesi alla
prigione di Abu Ghraib.
*
- Patricia Lombroso: Quale incarico aveva?
- Aiden Delgado: Avevo fatto l'addestramento come meccanico e traduttore
dall'arabo.
*
- Patricia Lombroso: Come mai conosceva l'arabo?
- Aiden Delgado: Mio padre era diplomatico, sono cresciuto all'estero. Per
sette anni ho vissuto in Egitto ed in Medioriente. Sono rientrato negli Usa
nel 2000. Mentre ero al college, mi iscrissi come riservista dell'esercito.
Il servizio era di due giorni al mese. Mi interessai ai testi dei Sutra e
diventai buddista. Mai avrei immaginato di finire a combattere in Iraq.
*
- Patricia Lombroso: Quando e' diventato refusenik e ha consegnato le armi?
- Aiden Delgado: Non appena messo piede in Iraq. Mi resi conto che la nostra
missione era quella di uccidere gli iracheni che i soldati americani con
sprezzo chiamavano gli hajii (arabi e musulmani).
*
- Patricia Lombroso: Ci racconta un episodio per capire il razzismo e la
violenza che lei denuncia nella missione in Iraq?
- Aiden Delgado: In una delle spedizioni del nostro battaglione a sud
dell'Iraq mi venne impartito l'ordine di guidare il nostro Humvee nel
deserto. La destinazione era il ritrovamento di una fossa comune di
kuwaitiani uccisi da Saddam Hussein. I resti dovevano essere rimpatriati per
la sepoltura. Il sergente mi ordino': "Afferra il cranio di questi
scheletri. Voglio una foto che mi ritragga con il cranio in mano di questo
hajii, li odio". Una scena surreale. Era un soldato della mia stessa unita',
che fino a quel momento mi era sembrato un bravo ragazzo. Rientrato alla
base militare mi recai dal comandante, consegnai le armi e dissi che non
volevo piu' partecipare a uccisioni. Presentai la mia richiesta di obiettore
di coscienza e dovetti rimanere sino alla fine del periodo a me assegnato in
Iraq. Fu un periodo molto difficile, insultato come traditore da tutti gli
altri soldati del mio battaglione e privato di ogni protezione balistica
dell'uniforme.
*
- Patricia Lombroso: Quando e' stato ad Abu Ghraib?
- Aiden Delgado: Dall'ottobre del 2003 sino al mio rientro in Usa nel 2004.
*
- Patricia Lombroso: Ci racconti la sua esperienza.
- Aiden Delgado: Ero finito in un girone dell'inferno. Quotidianamente si
perpetrava ogni atrocita' e brutalita' sui detenuti. Era una gara fra
soldati a quanti piu' iracheni si riusciva a torturare e uccidere.
*
- Patricia Lombroso: Sono stati uccisi detenuti iracheni?
- Aiden Delgado: Cinquanta, durante la mia esperienza.
*
- Patricia Lombroso: Ci racconti qualche episodio.
- Aiden Delgado: Il 24 novembre del 2003, i detenuti iniziarono una
protesta: stavano ammucchiati in 60-80 nelle tende perche' il carcere era
sovraffollato. Erano stati colpiti da un'epidemia di tubercolosi e forme
dissenteriche per il cibo marcio. I soldati del mio plotone vennero colpiti
a sassate. Reagirono aprendo il fuoco contro detenuti disarmati. In quattro
sono morti. Uno dei tiratori mi mostro' una foto: "Vedi, ho sparato a questo
in faccia. Sono riuscito a spaccargli la testa. Ma ci sono voluti tre giorni
prima che morisse dissanguato". Quei soldati svolgevano il loro compito con
un piacere sadico.
*
- Patricia Lombroso: Quale fu la reazione degli alti gradi militari ad Abu
Ghraib?
- Aiden Delgado: Il comandante afferro' le foto e le affisse alla parete del
quartier generale.
*
- Patricia Lombroso: Lei e' stato mai nelle camere della tortura durante gli
interrogatori.
- Aiden Delgado: Non potevo essere presente come traduttore. Non si
fidavano. Ma molti soldati del mio battaglione erano assegnati a quel
braccio speciale del carcere conosciuto come Hard site.
*
- Patricia Lombroso: Quante sono le foto non ancora rese pubbliche?
- Aiden Delgado: Sono migliaia. Quotidianamente sono state scattate immagini
dai soldati.
*
- Patricia Lombroso: Quali non ancora rese pubbliche?
- Aiden Delgado: Molti detenuti sono morti sotto tortura. Prima di portar
via i cadaveri, i soldati si facevano ritrarre da altri commilitoni con il
detenuto morto, oppure mentre effettuavano mutilazioni sui detenuti gia'
morti. Una foto che abbiamo tutti mostra un soldato che con un cucchiaio di
plastica estrae parti del cranio spaccato di un detenuto. Nessuno dei
comandanti e' stato processato. Sono rimasti al loro posto, in Iraq. Sono
solo due i soldati in carcere. Sono crimini al di la' dell'immaginabile.
*
- Patricia Lombroso: Perche' queste barbarie sono emerse soltanto ad aprile
del 2004?
- Aiden Delgado: Noi soldati eravamo al corrente delle atrocita' commesse
sin dall'inizio. Dal dicembre del 2003 cominciarono ad arrivare racconti di
abusi sessuali e sevizie fatte dagli addetti all'hard site. A gennaio il
comandante ci convoco' e si raccomando' di non far trapelare queste notizie
fuori da Abu Ghraib: "Se avete foto incriminanti, distruggetele. Non
parlatene ai familiari. I panni sporchi si lavano in casa. Siamo in guerra
contro terroristi pericolosi".
*
- Patricia Lombroso: Lei dichiara che c'e' un cover up ben piu' grave di
quanto emerso. Al suo ritorno in Usa stato e' minacciato dal Pentagono. Quel
che ci racconta e' pubblico?
- Aiden Delgado: E' trascorso un anno e piu' e i responsabili militari hanno
fatto indagini sommarie. I politici del Congresso non hanno interesse ad
andare a fondo. Il Pentagono ora trasferira' 4.500 detenuti e ha intenzione
di chiudere Abu Ghraib. Ma i crimini commessi dalle nostre truppe con il
consenso del Pentagono rimarranno segreti.

8. POESIA E VERITA'. VIOLETA PARRA: GRAZIE ALLA VITA
[In Meri Franco-Lao, Trovatori dell'America Latina, Borla, Roma 1977, pp.
110-111. Violeta Parra fu pittrice, poetessa, musicista, ricercatrice e
interprete di canzoni della cultura popolare cilena. Nata nel 1917 da padre
professore di musica e madre contadina, sorella di Nicanor, si suicida nel
1967. Ha scritto Eduardo Galeano in Memoria del fuoco: "... quella cantante
contadina, dalla voce flebile, che nelle sue canzoni provocatorie seppe
celebrare i misteri del Cile. Violeta era peccatrice e piccante, amava la
chitarra, le chiacchiere e l'innamoramento, e spesso, per ballare e fare la
buffona, le si bruciavano le empanadas. 'Grazie alla vita, che mi ha dato
tanto', canto' nella sua ultima canzone; e un sussulto d'amore la sbalzo'
nella morte". Una raccolta di testi delle sue canzoni e': Violeta Parra,
Canzoni, Newton Compton, Roma 1979]

Grazie alla vita, che mi ha dato tanto:
mi ha dato due stelle che, quando le apro,
io vedo e distinguo il nero dal bianco
e nell'alto cielo il fondo stellato,
e in mezzo alla folla l'uomo che amo.

Grazie alla vita, che mi ha dato tanto:
mi ha dato l'udito che in tutto il suo raggio
sente notte e giorno grilli e fringuelli,
martelli, turbine, latrati, tempeste
e la dolce voce di colui che amo.

Grazie alla vita, che mi ha dato tanto:
mi ha dato il suono e l'abecedario,
come le parole che penso e proclamo,
figlio, madre, amico e sentiero chiaro
che mi porta al cuore di chi sto amando.

Grazie alla vita, che mi ha dato tanto:
mi ha dato la marcia dei miei piedi stanchi;
con essi ho varcato pozzanghere e spiagge,
citta' e deserti, montagne e pianure,
e la strada tua, la casa, il cortile.

Grazie alla vita, che mi ha dato tanto:
mi ha dato il cuore che vuole fuggire
quando guardo i frutti del cervello umano,
quando vedo il bene lontano dal male,
quando vedo dentro il tuo sguardo chiaro.

Grazie alla vita, che mi ha dato tanto:
mi ha dato il riso e mi ha dato il pianto;
cosi' io distinguo la pena e la gioia,
i due elementi che fanno il mio canto,
che e' il vostro canto, il mio proprio canto,
e il canto di tutti, il mio stesso canto.

9. MAESTRI. MOHANDAS K. GANDHI: IL MESSAGGIO
[Da Mohandas K. Gandhi, La forza della verita'. Scritti etici e politici. I.
Civilta', politica e religione, Sonda, Torino-Milano 1991, p. 78 (e' un
estratto da una lettera dell'11 giugno 1937). Mohandas K. Gandhi e' stato
della nonviolenza il piu' grande e profondo pensatore e operatore, cercatore
e scopritore; e il fondatore della nonviolenza come proposta d'intervento
politico e sociale e principio d'organizzazione sociale e politica, come
progetto di liberazione e di convivenza. Nato a Portbandar in India nel
1869, studi legali a Londra, avvocato, nel 1893 in Sud Africa, qui divenne
il leader della lotta contro la discriminazione degli immigrati indiani ed
elaboro' le tecniche della nonviolenza. Nel 1915 torno' in India e divenne
uno dei leader del Partito del Congresso che si batteva per la liberazione
dal colonialismo britannico. Guido' grandi lotte politiche e sociali
affinando sempre piu' la teoria-prassi nonviolenta e sviluppando precise
proposte di organizzazione economica e sociale in direzione solidale ed
egualitaria. Fu assassinato il 30 gennaio del 1948. Sono tanti i meriti ed
e' tale la grandezza di quest'uomo che una volta di piu' occorre ricordare
che non va  mitizzato, e che quindi non vanno occultati limiti,
contraddizioni, ed alcuni aspetti discutibili - che pure vi sono - della sua
figura, della sua riflessione, della sua opera. Opere di Gandhi:  essendo
Gandhi un organizzatore, un giornalista, un politico, un avvocato, un uomo
d'azione, oltre che una natura profondamente religiosa, i suoi scritti
devono sempre essere contestualizzati per non fraintenderli; Gandhi
considerava la sua riflessione in continuo sviluppo, e alla sua
autobiografia diede significativamente il titolo Storia dei miei esperimenti
con la verita'. In italiano l'antologia migliore e' Teoria e pratica della
nonviolenza, Einaudi; si vedano anche: La forza della verita', vol. I,
Sonda; Villaggio e autonomia, Lef; l'autobiografia tradotta col titolo La
mia vita per la liberta', Newton Compton; La resistenza nonviolenta, Newton
Compton; Civilta' occidentale e rinascita dell'India, Movimento Nonviolento;
La cura della natura, Lef; Una guerra senza violenza, Lef (traduzione del
primo, e fondamentale, libro di Gandhi: Satyagraha in South Africa). Altri
volumi sono stati pubblicati da Comunita': la nota e discutibile raccolta di
frammenti Antiche come le montagne; da Sellerio: Tempio di verita'; da
Newton Compton: e tra essi segnaliamo particolarmente Il mio credo, il mio
pensiero, e La voce della verita'; Feltrinelli ha recentemente pubblicato
l'antologia Per la pace, curata e introdotta da Thomas Merton. Altri volumi
ancora sono stati pubblicati dagli stessi e da altri editori. I materiali
della drammatica polemica tra Gandhi, Martin Buber e Judah L. Magnes sono
stati pubblicati sotto il titolo complessivo Devono gli ebrei farsi
massacrare?, in "Micromega" n. 2 del 1991 (e per un acuto commento si veda
il saggio in proposito nel libro di Giuliano Pontara, Guerre, disobbedienza
civile, nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1996). Opere su Gandhi:
tra le biografie cfr. B. R. Nanda, Gandhi il mahatma, Mondadori; il recente
accurato lavoro di Judith M. Brown, Gandhi, Il Mulino; il recentissimo libro
di Yogesh Chadha, Gandhi, Mondadori. Tra gli studi cfr. Johan Galtung,
Gandhi oggi, Edizioni Gruppo Abele; Icilio Vecchiotti, Che cosa ha veramente
detto Gandhi, Ubaldini; ed i volumi di Gianni Sofri: Gandhi e Tolstoj, Il
Mulino (in collaborazione con Pier Cesare Bori); Gandhi in Italia, Il
Mulino; Gandhi e l'India, Giunti. Cfr. inoltre: Dennis Dalton, Gandhi, il
Mahatma. Il potere della nonviolenza, Ecig. Una importante testimonianza e'
quella di Vinoba, Gandhi, la via del maestro, Paoline. Per la bibliografia
cfr. anche Gabriele Rossi (a cura di), Mahatma Gandhi; materiali esistenti
nelle biblioteche di Bologna, Comune di Bologna. Altri libri particolarmente
utili disponibili in italiano sono quelli di Lanza del Vasto, William L.
Shirer, Ignatius Jesudasan, George Woodcock, Giorgio Borsa, Enrica Collotti
Pischel, Louis Fischer. Un'agile introduzione e' quella di Ernesto Balducci,
Gandhi, Edizioni cultura della pace. Una interessante sintesi e' quella di
Giulio Girardi, Riscoprire Gandhi, Anterem, Roma 1999; un'utilissima recente
pubblicazione, agile e puntuale, e' quella di Enrico Peyretti, Esperimenti
con la verita'. Saggezza e politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio
(Rimini) 2005]

Non ho nessun messaggio da dare tranne questo: non c'e' liberazione per
alcuno su questa terra, ne' per tutta la gente di questa terra, se non
attraverso la verita' e la nonviolenza, in ogni cammino della vita, senza
eccezione. Questa affermazione si basa su una esperienza continua che si
estende praticamente per oltre mezzo secolo.

10. POESIA E VERITA'. DANILO DOLCI: TALORA
[Da Danilo Dolci, Creatura di creature. Poesie 1949-1978, Feltrinelli,
Milano 1979, p. 86. Danilo Dolci e' nato a Sesana (Trieste) nel 1924,
arrestato a Genova nel '43 dai nazifascisti riesce a fuggire; nel '50
partecipa all'esperienza di Nomadelfia a Fossoli; dal '52 si trasferisce
nella Sicilia occidentale (Trappeto, Partinico) in cui promuove
indimenticabili lotte nonviolente contro la mafia e il sottosviluppo, per i
diritti, il lavoro e la dignita'. Subisce persecuzioni e processi.
Sociologo, educatore, e' tra le figure di massimo rilievo della nonviolenza
nel mondo. E' scomparso sul finire del 1997. Di seguito riportiamo una
sintetica ma accurata notizia biografica scritta da Giuseppe Barone
(comparsa col titolo "Costruire il cambiamento" ad apertura del libriccino
di scritti di Danilo, Girando per case e botteghe, Libreria Dante &
Descartes, Napoli 2002): "Danilo Dolci nasce il 28 giugno 1924 a Sesana, in
provincia di Trieste. Nel 1952, dopo aver lavorato per due anni nella
Nomadelfia di don Zeno Saltini, si trasferisce a Trappeto, a meta' strada
tra Palermo e Trapani, in una delle terre piu' povere e dimenticate del
paese. Il 14 ottobre dello stesso anno da' inizio al primo dei suoi numerosi
digiuni, sul letto di un bambino morto per la denutrizione. La protesta
viene interrotta solo quando le autorita' si impegnano pubblicamente a
eseguire alcuni interventi urgenti, come la costruzione di una fogna. Nel
1955 esce per i tipi di Laterza Banditi a Partinico, che fa conoscere
all'opinione pubblica italiana e mondiale le disperate condizioni di vita
nella Sicilia occidentale. Sono anni di lavoro intenso, talvolta frenetico:
le iniziative si susseguono incalzanti. Il 2 febbraio 1956 ha luogo lo
"sciopero alla rovescia", con centinaia di disoccupati - subito fermati
dalla polizia - impegnati a riattivare una strada comunale abbandonata. Con
i soldi del Premio Lenin per la Pace (1958) si costituisce il "Centro studi
e iniziative per la piena occupazione". Centinaia e centinaia di volontari
giungono in Sicilia per consolidare questo straordinario fronte civile,
"continuazione della Resistenza, senza sparare". Si intensifica, intanto,
l'attivita' di studio e di denuncia del fenomeno mafioso e dei suoi rapporti
col sistema politico, fino alle accuse - gravi e circostanziate - rivolte a
esponenti di primo piano della vita politica siciliana e nazionale, incluso
l'allora ministro Bernardo Mattarella (si veda la documentazione raccolta in
Spreco, Einaudi, Torino 1960 e Chi gioca solo, Einaudi, Torino 1966). Ma
mentre si moltiplicano gli attestati di stima e solidarieta', in Italia e
all'estero (da Norberto Bobbio a Aldo Capitini, da Italo Calvino a Carlo
Levi, da Aldous Huxley a Jean Piaget, da Bertrand Russell a Erich Fromm),
per tanti avversari Dolci e' solo un pericoloso sovversivo, da ostacolare,
denigrare, sottoporre a processo, incarcerare. Ma quello che e' davvero
rivoluzionario e' il suo metodo di lavoro: Dolci non si atteggia a guru, non
propina verita' preconfezionate, non pretende di insegnare come e cosa
pensare, fare. E' convinto che nessun vero cambiamento possa prescindere dal
coinvolgimento, dalla partecipazione diretta degli interessati. La sua idea
di progresso non nega, al contrario valorizza, la cultura e le competenze
locali. Diversi libri documentano le riunioni di quegli anni, in cui
ciascuno si interroga, impara a confrontarsi con gli altri, ad ascoltare e
ascoltarsi, a scegliere e pianificare. La maieutica cessa di essere una
parola dal sapore antico sepolta in polverosi tomi di filosofia e torna,
rinnovata, a concretarsi nell'estremo angolo occidentale della Sicilia. E'
proprio nel corso di alcune riunioni con contadini e pescatori che prende
corpo l'idea di costruire la diga sul fiume Jato, indispensabile per dare un
futuro economico alla zona e per sottrarre un'arma importante alla mafia,
che faceva del controllo delle modeste risorse idriche disponibili uno
strumento di dominio sui cittadini. Ancora una volta, pero', la richiesta di
acqua per tutti, di "acqua democratica", incontrera' ostacoli d'ogni tipo:
saranno necessarie lunghe battaglie, incisive mobilitazioni popolari, nuovi
digiuni, per veder realizzato il progetto. Oggi la diga esiste (e altre ne
sono sorte successivamente in tutta la Sicilia), e ha modificato la storia
di decine di migliaia di persone: una terra prima aridissima e' ora
coltivabile; l'irrigazione ha consentito la nascita e lo sviluppo di
numerose aziende e cooperative, divenendo occasione di cambiamento
economico, sociale, civile. Negli anni Settanta, naturale prosecuzione del
lavoro precedente, cresce l'attenzione alla qualita' dello sviluppo: il
Centro promuove iniziative per valorizzare l'artigianato e l'espressione
artistica locali. L'impegno educativo assume un ruolo centrale: viene
approfondito lo studio, sempre connesso all'effettiva sperimentazione, della
struttura maieutica, tentando di comprenderne appieno le potenzialita'. Col
contributo di esperti internazionali si avvia l'esperienza del Centro
Educativo di Mirto, frequentato da centinaia di bambini. Il lavoro di
ricerca, condotto con numerosi collaboratori, si fa sempre piu' intenso:
muovendo dalla distinzione tra trasmettere e comunicare e tra potere e
dominio, Dolci evidenzia i rischi di involuzione democratica delle nostre
societa' connessi al procedere della massificazione, all'emarginazione di
ogni area di effettivo dissenso, al controllo sociale esercitato attraverso
la diffusione capillare dei mass-media; attento al punto di vista della
"scienza della complessita'" e alle nuove scoperte in campo biologico,
propone "all'educatore che e' in ognuno al mondo" una rifondazione dei
rapporti, a tutti i livelli, basata sulla nonviolenza, sulla maieutica, sul
"reciproco adattamento creativo" (tra i tanti titoli che raccolgono gli
esiti piu' recenti del pensiero di Dolci, mi limito qui a segnalare Nessi
fra esperienza etica e politica, Lacaita, Manduria 1993; La struttura
maieutica e l'evolverci, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1996; e Comunicare,
legge della vita, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1997). Quando la mattina
del 30 dicembre 1997, al termine di una lunga e dolorosa malattia, un
infarto lo spegne, Danilo Dolci e' ancora impegnato, con tutte le energie
residue, nel portare avanti un lavoro al quale ha dedicato ogni giorno della
sua vita". Tra le molte opere di Danilo Dolci, per un percorso minimo di
accostamento segnaliamo almeno le seguenti: una antologia degli scritti di
intervento e di analisi e' Esperienze e riflessioni, Laterza, Bari 1974; tra
i libri di poesia: Creatura di creature, Feltrinelli, Milano 1979; tra i
libri di riflessione piu' recenti: Dal trasmettere al comunicare, Sonda,
Torino 1988; La struttura maieutica e l'evolverci, La Nuova Italia, Firenze
1996. Tra le opere su Danilo Dolci: Giuseppe Fontanelli, Dolci, La Nuova
Italia, Firenze 1984; Adriana Chemello, La parola maieutica, Vallecchi,
Firenze 1988 (sull'opera poetica di Dolci); Antonino Mangano, Danilo Dolci
educatore, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1992;
Giuseppe Barone, La forza della nonviolenza. Bibliografia e profilo critico
di Danilo Dolci, Libreria Dante & Descartes, Napoli 2000, 2004 (un lavoro
fondamentale); Lucio C. Giummo, Carlo Marchese (a cura di), Danilo Dolci e
la via della nonviolenza, Lacaita, Manduria-Bari-Roma 2005. Tra i materiali
audiovisivi su Danilo Dolci cfr. il dvd di Alberto Castiglione, Danilo
Dolci. Memoria e utopia, 2004. Tra i vari siti che contengono molti utili
materiali di e su Danilo Dolci segnaliamo almeno www.danilodolci.net,
www.danilodolci.toscana.it, danilo1970.interfree.it, www.nonviolenti.org]

Talora la visione dell'oceano
sconfinato oltre lo sguardo
ti e' impedita dall'assillo vago
- ne' la luna bianca ti attira -
di una nuova conchiglia tra la sabbia.

==============================
LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
==============================
Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 66 del 26 marzo 2006

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