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Voci e volti della nonviolenza. 15



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 15 del 28 marzo 2006

In questo numero:
1. Tzvetan Todorov
2. Tzvetan Todorov: Prologo a "Memoria del male, tentazione del bene"
3. Tzvetan Todorov: Dopo l'11 settembre
4. Fabio Gambaro intervista Tzvetan Todorov
5. Renato Minore intervista Tzvetan Todorov
6. Cesare Marinetti intervista Tzvetan Todorov
7. Graziella Durante intervista Tzvetan Todorov
8. Et coetera

1. TZVETAN TODOROV
Tzvetan Todorov e' uno degli autori la cui riflessione ci appare
imprescindibile. Libri come La conquista dell'America, Di fronte
all'estremo, Una tragedia vissuta, L'uomo spaesato, Memoria del male,
tentazione del bene, costituiscono letture - e testimonianze - che
raccomandiamo a chiunque.

2. TZVETAN TODOROV: PROLOGO A "MEMORIA DEL MALE, TENTAZIONE DEL BENE"
[Da Tzvetan Todorov, Memoria del male, tentazione del bene. Inchiesta su un
secolo tragico, Garzanti, Milano 2001, pp. 7-11, riprendiamo il prologo del
libro]

Mi ricordo del primo gennaio 1950: avevo undici anni, e poiche' la data
rappresentava gia' una cifra abbastanza tonda, mi domandavo con qualche
inquietudine, seduto ai piedi di un albero di Natale che allora si chiamava
albero di Capodanno, se avrei raggiunto quella data altrimenti piu' tonda
che e' il primo gennaio 2000. Era talmente lontano, mezzo secolo ancora da
attendere! Sarei sicuramente morto prima. Ora ecco che un batter d'occhio
piu' tardi quest'altra data e' arrivata, e mi incita, come tutti, a pormi la
domanda: che cosa bisogna conservare di questo secolo? Dico proprio secolo,
anche se si cambia contemporaneamente di millennio: quest'ultimo non si
lascia afferrare, l'altro si'. Il "Times Literary Supplement", periodico
letterario londinese, ci sollecita ogni anno a scegliere il "libro
dell'anno"; alla fine del 1999 chiedevano anche il "libro del millennio". Ho
giudicato la questione cosi' futile che non ho mandato alcuna risposta. Il
secolo, invece, produce senso: e' la nostra vita piu' quella dei nostri
genitori, tutt'al piu' dei nostri nonni. Un secolo e' il tempo accessibile
alla memoria degli individui.
Non sono uno "specialista" del XX secolo, come puo' esserlo uno storico, un
sociologo, un politologo, ne' voglio diventarlo adesso. I fatti, almeno
nelle loro grandi linee, sono noti; oggi, come si dice, li si trova in tutti
i buoni manuali. Ma i fatti in se' non rivelano il loro senso, che e' cio'
che m'interessa. Non vorrei sostituirmi agli storici, che gia' fanno bene il
loro lavoro, ma riflettere sulla storia che essi stanno scrivendo. Il mio
sguardo sul secolo e' quello non di uno "specialista", ma del testimone
interessato, dello scrittore che cerca di capire il proprio tempo. Il mio
destino personale determina in parte il punto d'approccio che scelgo, e cio'
in duplice modo: per le peripezie della mia esistenza e per la mia
professione. In due parole: sono nato in Bulgaria e ho vissuto in questo
paese fino al 1963, mentre era sottomesso al regime comunista; da allora
abito in Francia. Per un altro lato, il mio lavoro professionale concerne i
fatti della cultura, della morale, della politica, e pratico, piu'
particolarmente, la storia delle idee.
La scelta di cio' che vi e' stato di piu' importante nel secolo, di cio' che
quindi permette di costruirne il senso, dipende dalla vostra identita'. Per
un africano, per esempio, l'avvenimento politico decisivo e' sicuramente il
colonialismo, e poi la decolonizzazione. Anche per un europeo - e qui mi
occupero' essenzialmente del XX secolo europeo, facendo solo brevi
incursioni negli altri continenti - la scelta e' ampiamente aperta. Alcuni
direbbero che l'avvenimento maggiore, sulla lunga durata, e' cio' che e'
chiamato la "liberazione delle donne": la loro entrata nella vita pubblica,
la loro presa di controllo della fecondita' (la pillola) e, al tempo stesso,
l'estensione dei valori tradizionalmente "femminili", quelli del mondo
privato, sulla vita dei due sessi. Altri privilegeranno la diminuzione
drastica della mortalita' infantile, l'allungamento della vita nei paesi
occidentali, gli sconvolgimenti demografici. Altri ancora potrebbero pensare
che il senso del secolo e' deciso dalle grandi conquiste della tecnica:
dominio dell'energia atomica, decifrazione del codice genetico, circolazione
elettronica dell'informazione, televisione.
Sono d'accordo con gli uni e con gli altri, ma la mia esperienza personale
non mi da' nessun chiarimento supplementare su questi temi; essa mi orienta
piuttosto verso una scelta diversa. L'avvenimento centrale, per me, e' la
comparsa di un nuovo male, di un regime politico inedito, il totalitarismo,
che, al suo apogeo, ha dominato buona parte del mondo; che oggi e' scomparso
in Europa, ma per nulla in altri continenti; e i cui strascichi restano
presenti fra noi. Vorrei quindi interrogare qui, innanzi tutto, le lezioni
dello scontro fra il totalitarismo e il suo nemico, la democrazia.
*
Presentare il secolo come dominato dalla lotta fra queste due forze implica
gia' una distinzione di valori che non tutti condividono. Il problema deriva
dal fatto che l'Europa non ha conosciuto un totalitarismo ma due, il
comunismo e il fascismo; che questi due movimenti si sono violentemente
opposti, sul terreno dell'ideologia e poi sui campi di battaglia; che ora
l'uno ora l'altro si sono visti avvicinare agli stati democratici. I tre
raggruppamenti possibili fra questi regimi sono stati tutti praticati una
volta o l'altra. In un primo tempo, i comunisti considerano insieme i loro
nemici (tutti dei capitalisti!), le democrazie liberali e il fascismo
distinguendosi come forma moderata e forma estrema del medesimo male. A
meta' degli anni Trenta, e piu' ancora durante la seconda guerra mondiale,
la distinzione cambia: democratici e comunisti formano allora un'alleanza
antifascista. Infine, qualche anno prima dello scoppio della guerra, e
soprattutto dopo la sua fine, e' stato proposto di considerare fascismo e
comunismo come due sottospecie del medesimo genere, il totalitarismo, parola
rivendicata all'inizio dai fascisti italiani. Tornero' piu' avanti sulle
definizioni e sulle delimitazioni; ma e' gia' chiaro, dall'articolazione
globale che scelgo, che questa terza distinzione ai miei occhi e' la piu'
illuminante.
La scelta dell'avvenimento maggiore restringe sensibilmente il mio tema. Non
solo mi limitero' per l'essenziale a un unico continente, il mio, ma il
secolo stesso si abbrevia un po': il suo periodo centrale va dal 1917 al
1991, anche se bisognera' risalire indietro e, per altro verso, interrogarsi
sul suo ultimissimo decennio. Fatto piu' importante, mi limito a un solo
avvenimento della vita pubblica, lasciando nell'ombra tutti gli altri, come
vita privata, arti, scienze o tecniche. Ma la ricerca del senso ha sempre un
prezzo: essa procede per scelta e messa in relazione - che avrebbero potuto
essere altre. Il senso che credo di intravedere non esclude quello degli
altri - vi si aggiunge, nel migliore dei casi.
Il mio punto di partenza, la duplice affermazione secondo cui il
totalitarismo e' la grande innovazione politica del secolo e che esso e'
anche un male estremo, comporta gia' una prima conseguenza: bisogna
rinunciare all'idea di un progresso continuo, al quale credevano alcuni
grandi spiriti dei secoli passati. Il totalitarismo e' una novita', ed e'
peggio di cio' che lo precedeva. Cio' non prova affatto che l'umanita' segua
inesorabilmente una china discendente, ma solo che la direzione della storia
non e' sottomessa ad alcuna legge semplice ne', forse, ad alcuna legge tout
court.
Lo scontro fra totalitarismo e democrazia, come quello fra le due varianti
totalitarie, comunismo e nazismo, costituisce il primo tema della mia
inchiesta. Il secondo ne deriva per il fatto stesso che questi avvenimenti
appartengono per l'essenziale al passato e sopravvivono fra noi solo grazie
alla memoria. Ora, quest'ultima non e' affatto assimilabile a una
registrazione meccanica di cio' che accade; essa ha forme e funzioni fra cui
e' obbligatorio scegliere, la sua istituzione conosce fasi che possono
subire perturbazioni specifiche, essa puo' essere assunta da attori
differenti e condurre ad atteggiamenti morali opposti. La memoria e' sempre
e necessariamente una buona cosa, e l'oblio una maledizione assoluta? Il
passato permette di capire meglio il presente o serve il piu' delle volte a
nasconderlo? Le memorie del secolo saranno dunque, a loro volta, sottoposte
a esame.
Infine, anche se si tratta innanzitutto di riflettere sul senso di questo
avvenimento centrale, mi vedo obbligato a prendere conoscenza anche del
passato piu' immediato, quello posteriore alla caduta del Muro di Berlino,
per interrogarlo alla luce degli insegnamenti scaturiti dall'analisi
precedente. Una volta vinto il totalitarismo, sarebbe sopravvenuto il regno
del bene? O nuovi pericoli incombono sulle nostre democrazie liberali?
L'esempio che scelgo qui e' tratto dall'attualita' recente, poiche' si
tratta della guerra in Jugoslavia e, piu' specificamente, degli avvenimenti
nel Kosovo. Il passato totalitario, il modo in cui si perpetua nella
memoria, infine le luci che getta sul presente formeranno dunque i tre tempi
dell'inchiesta che segue.
*
Ho scelto di mescolare a questa riflessione sul bene e sul male politici del
secolo un richiamo di alcuni destini individuali fortemente segnati dal
totalitarismo, che tuttavia hanno saputo resistergli. Gli uomini e le donne
di cui parlero' non sono del tutto diversi dagli altri. Non sono ne' eroi
ne' santi, e neppure dei "giusti"; sono individui fallibili, come voi e me.
Tuttavia hanno seguito tutti un itinerario drammatico; hanno tutti sofferto
nella loro carne, e al tempo stesso hanno cercato di far passare il frutto
della loro esperienza nei loro scritti. Costretti a vedere da vicino il male
totalitario, si sono mostrati piu' lucidi della media e, grazie al loro
talento come alla loro eloquenza, hanno saputo trasmetterci cio' che avevano
imparato, senza tuttavia mai diventare dei perentori distributori di
lezioni. Queste persone provengono da paesi diversi, Russia, Germania,
Francia, Italia, e tuttavia qualcosa li accomuna. Da un autore all'altro
(anche se ci sono sfumature) si ritrova lo stesso sentimento, quello di uno
spavento che non conduce alla paralisi; e anche uno stesso pensiero, per il
quale trovo una sola etichetta appropriata, quella di umanesimo critico. I
ritratti di Vasilij Grossman e di Margarete Buber-Neumann, di David Rousset
e di Primo Levi, di Romain Gary e di Germaine Tillion sono li' per aiutarci
a non disperare.
Come ci si ricordera' un giorno di questo secolo? Sara' chiamato il secolo
di Stalin e di Hitler? Sarebbe accordare ai tiranni un onore che non
meritano: e' inutile glorificare i malfattori. Gli si dara' il nome degli
scrittori e dei pensatori che erano da vivi i piu' influenti, che
suscitavano piu' entusiasmo e controversia, quando a cose fatte ci si
accorge che si sono quasi sempre ingannati nelle loro scelte e che hanno
indotto in errore i milioni di lettori che li ammiravano? Sarebbe un peccato
riprodurre nel presente gli errori del passato. Per parte mia preferirei che
si ricordassero, di questo cupo secolo, le figure luminose di alcuni
individui dal destino drammatico, dalla lucidita' impietosa, che hanno
continuato malgrado tutto a credere che l'uomo merita di rimanere lo scopo
dell'uomo.

3. TZVETAN TODOROV: DOPO L'11 SETTEMBRE
[Dal sito www.bulgaria-italia.com riprendiamo il seguente estratto del
discorso di Tzvetan Todorov in occasione della cerimonia di accettazione del
Premio Nonino il 25 gennaio 2002]

Per noi, europei del XX secolo, il vecchio ordine mondiale, quello del
secolo scorso, si basava sulla rivalita' tra due superpotenze, gli Stati
Uniti e l'Unione Sovietica, una rivalita' fondata a sua volta sulla
contrapposizione tra due sistemi politici e ideologici, la democrazia e il
comunismo totalitario. A seguito della cosiddetta caduta del Muro, e dunque
della fine di questa spartizione, forse un nuovo ordine sta per instaurarsi.
Gli attentati terroristici alle Torri Gemelle di New York e a Washington,
l'11 settembre 2001, hanno apparentemente introdotto un elemento inedito e
confuso a loro volta le carte. Ma, in cosa consiste esattamente la novita'?
*
Si potrebbe innanzitutto vedere in quali aspetti questa azione terroristica
non costituisce una novita' assoluta. Si avrebbe torto a volerci vedere
l'inizio di una nuova era, dove lo scontro di civilta' andrebbe a
sostituirsi alla lotta ideologica che ha dominato il XX secolo. I
protagonisti del conflitto in corso possono essere interessati a presentarlo
sotto questa veste per garantirsi l'adesione dei loro popoli: guerra santa
islamica per gli uni, crociata cristiana per gli altri. Ma non bisogna
prendere le loro dichiarazioni per oro colato. Non tutto l'Islam e'
guerriero, non piu' di ogni cristianesimo e, chiaramente, non tutte le cause
delle guerre sono di natura religiosa. Gli attentati non rappresentano in
primo luogo un nuovo attacco della barbarie alla civilta', o
dell'oppressione contro la liberta', o del male contro il bene: questi
termini con una forte valenza mobilitatrice hanno allo stesso tempo una
scarsa valenza descrittiva. Le guerre sono sempre state condotte in nome di
ideali nobili e lo stesso fanatismo appartiene a tutti i tempi. Il
terrorista dell'uno, lo sappiamo fin troppo bene, e' il combattente per la
liberta' dell'altro, un potenziale capo di Stato. Prima di prendere il
potere, le milizie sioniste in Palestina erano terroristi, come anche il Fln
in Algeria, l'Anc in Sudafrica, i mujaheddin in Afghanistan o l'Uck in
Jugoslavia.
E non si puo' considerare una novita' il fatto che degli esseri innocenti -
la popolazione civile - siano state le vittime dell'attacco come "danni
collaterali": non soltanto e' questo il caso di tutti gli attacchi
terroristici, basti pensare all'Algeria o al Paese Basco spagnolo; ma anche
attacchi americani hanno colpito la popolazione di piu' di un paese in
diverse occasioni. Qui basti ricordare Belgrado e Baghdad, Panama e
Guatemala, Hanoi e Phnom Penh, Hiroshima e Nagasaki... La novita', qui, e'
ben definita. Consiste nel fatto che la popolazione degli Stati Uniti si e'
unita allo stesso destino degli altri Stati del mondo: puo' diventare, da un
giorno all'altro, oggetto di un attacco esterno.
*
La principale novita' evidenziata dagli attentati dell'11 settembre sta, a
mio avviso, nell'aumento della potenza di singoli individui o di gruppi di
individui. Prima d'ora, soltanto uno Stato, uno tra quelli piu' potenti, era
in grado di organizzare un'azione tanto complessa; questa volta, essa e'
stata opera di una quindicina di persone. Questa situazione lascia
intravedere la possibilita' di sviluppi ancora piu' drammatici. Questi
stessi individui potrebbero procurarsi armi di distruzione di massa
(chimiche, biologiche o, perche' no, nucleari). Al giorno d'oggi, il
progresso della tecnologia rende la loro fabbricazione accessibile a gruppi
privati. Allo stesso tempo, queste armi costano sempre meno e la
miniaturizzazione permette di trasportarle con piu' facilita'.
E' come se il mondo immaginato non tanto tempo fa da George Orwell, quello
in cui si scontravano immensi imperi totalitari, avesse lasciato il posto
allo scenario in cui si muovono i nemici di James Bond nei romanzi di Ian
Fleming: l'impero trema questa volta davanti alle imprese di un miliardario
megalomane che, dalle sue grotte sotterranee, spedisce aerei suicidi contro
le grandi citta' americane. I malfattori non sono Stati; possono dunque
nascondersi senza troppa fatica e sfuggire alla risposta militare: un
singolo individuo non ha un territorio. Cio' che sappiamo di questi
terroristi antiamericani lo conferma: sono originari di paesi diversi, ma
non s'identificano con alcuno di questi. Fortunatamente per il governo
americano, uno Stato, l'Afghanistan, aveva scelto di difendere i terroristi,
soltanto grazie a cio' e' stata possibile una azione militare. Se non fosse
stato questo il caso, i terroristi sarebbero sfuggiti a ogni persecuzione
nell'immediato.
*
A dire il vero, questo accrescersi della potenza dei singoli non e' del
tutto nuovo: e' stato gia' evidenziato nel processo chiamato globalizzazione
economica. Il nome non e' stato usurpato: i contatti tra le diverse parti
del globo si sono effettivamente moltiplicati nel corso di questi ultimi
anni. Ma il cambiamento piu' importante per il destino delle popolazioni
coinvolte, e' che ora queste operazioni sfuggono al controllo politico degli
Stati. Questi possono si' difendere le loro frontiere, ma il denaro non si
ferma alle frontiere. Un singolo individuo o un gruppo di individui, che non
godono pertanto di alcuna legittimita' politica, possono scegliere,
cliccando sul computer, di tenere i loro capitali sul posto o di trasferirli
altrove, e, come conseguenza, di far sprofondare un paese nella
disoccupazione o, al contrario, di condurlo verso la prosperita'. Possono
creare problemi sociali o contribuire ad evitarli. Sono dunque, a loro
volta, singoli individui detentori di un grande potere, e metterli di fronte
alle loro responsabilita' non e' tanto piu' semplice di fermare gli autori
di attentati.
Arriviamo, dunque, a una conclusione sorprendente: il pericolo che minaccia
le nostre societa' non e' conseguenza esclusiva di attacchi che vengono
dall'esterno, ma e' condizionato dagli stessi tratti che caratterizzano le
nostre societa', vale a dire, dai tratti di cui siamo orgogliosi.
Cio' non e' una sorpresa assoluta: nel XX secolo abbiamo capito che l'uomo
e' divenuto una minaccia per la sua stessa sopravvivenza. Grazie ai
progressi folgoranti della scienza, ha svelato il segreto della materia ed
e' diventato capace di trasformarla, ma questo vuol dire anche che siamo
minacciati tanto da esplosioni nucleari quanto dal surriscaldamento del
pianeta, tanto dall'effetto serra quanto dalle mutazioni della specie,
effetto delle manipolazioni genetiche...
*
Siamo fieri della liberta' di cui godono le persone nei nostri paesi,
dell'assenza di controlli assillanti, della possibilita' di viaggiare senza
renderne conto a chicchessia, della permeabilita' delle frontiere. Oggi
scopriamo che questa liberta', che ci e' tanto cara, facilita enormemente
l'azione dei terroristi... Di fronte alla sfida rappresentata dal nuovo
terrorismo, individuale e globalizzato allo stesso tempo, taluni sono
tentati a dare una risposta altrettanto globale, una evoluzione che
permetterebbe di instaurare un governo planetario. Tutte le grandi potenze e
tutti gli Stati sono ostili al terrorismo in quanto esso minaccia l'ordine
stabilito, perche' non mettersi d'accordo per stroncare insieme questo
nemico? Avrebbero a disposizione una forza armata comune, la legge e
l'ordine sarebbero garantiti ovunque e l'umanita' potrebbe finalmente
dormire sonni tranquilli.
E' sufficiente, tuttavia, dare uno sguardo agli embrioni di Stato mondiale
cosi' come esistono oggi, per vedere svanire ogni ottimismo a questo
proposito. La ragione e' semplice: la forza resta nelle mani di singoli
paesi ed essa e' sempre impiegata, innanzitutto, per il loro proprio
interesse. Gli Stati Uniti, la prima potenza militare del pianeta,
sospendono il pagamento della loro quota alle Nazioni Unite quando rischiano
di doversi piegare ai suoi dettami, ma li regolano il giorno in cui hanno
bisogno del suo mandato per punire l'Afghanistan: si puo' vedere qui un
segno del rafforzamento dell'organizzazione mondiale? E chi puo' considerare
seriamente l'annuncio del Tribunale penale de L'Aja di una giustizia
planetaria quando si vede, da un lato, che i suoi interventi ubbidiscono
strettamente agli interessi dei loro finanziatori, come gli Stati Uniti,
mentre, dall'altro lato, nessuna ingerenza internazionale e' prevista
laddove la giustizia e' tradita quotidianamente, come nel caso della
popolazione palestinese in Israele? Gli organismi internazionali non sono, e
non possono essere dunque, nel mondo reale, che un riflesso dei rapporti di
forza tra i paesi, ogni altra pretesa rivela ingenuita' o ipocrisia.
Se questo rimedio e' inefficace, come fare per proteggerci contro le nuove
minacce, in cosa deve consistere il nuovo ordine mondiale? Si potrebbe
constatare che dovremmo avere tutto l'interesse a preservare e rafforzare le
nostre istituzioni politiche e prima di tutto lo Stato, o un gruppo di
Stati, come l'Unione Europea. Non lo Stato-Nazione, etnia, razza o
religione, ma lo Stato-entita' politica. Esso soltanto ci puo' proteggere.
Da una parte, dalla potenza smisurata degli individui, dall'altra, dalla
tutela prevaricatrice del gendarme universale, dell'impero unico: un mondo
policentrico, plurale e fondato sull'equilibrio e la reciprocita' e'
preferibile a un pianeta unificato. Entita' intermedia tra l'universale e
l'individuale, il corpo politico resta il miglior garante delle fragili
acquisizioni della nostra civilta'. Ma teniamo a mente, soprattutto, che
l'esistenza umana e' destinata a restare, per sempre, per dirla con
Montaigne, un "giardino imperfetto" e che il rimedio miracoloso non esiste:
ogni vittoria ha un prezzo.

4. FABIO GAMBARO INTERVISTA TZVETAN TODOROV
[Dal quotidiano "La repubblica" dell'8 settembre 2001]

Un originalissimo percorso intellettuale caratterizza il lavoro di Tzvetan
Todorov, lo studioso francese di origine bulgara che, partendo dallo
strutturalismo e dalla teoria della letteratura, si e' in seguito occupato
di storia della cultura e delle idee, di filosofia morale e politica,
rivendicando sempre il diritto di "infrangere le barriere che separano le
discipline nell'ambito delle scienze umane". Numerosi saggi - tra cui La
conquista dell'America, Critica della critica, Noi e gli altri e Le morali
della storia - testimoniano di questo variegato e appassionante percorso
"centrato sull'essere umano e le sue societa'".
A queste opere sta ora per aggiungersi Memoria del male, tentazione del bene
(in uscita da Garzanti in ottobre), un'approfondita e personale indagine sul
secolo appena concluso, un secolo "tragico" caratterizzato dalla nascita del
totalitarismo. Muovendosi tra storia e filosofia politica, Todorov offre un
contributo originale al vasto dibattito in corso sull'eredita' e
l'interpretazione del Novecento. "Il dato piu' importante della storia
europea del XX secolo e' la nascita, lo sviluppo e la fine del
totalitarismo", spiega lo studioso che parlera' oggi al Festivaletteratura
di Mantova. "Certo, nei secoli passati abbiamo avuto molti regimi autoritari
e dispotici. Il totalitarismo novecentesco presenta pero' alcuni aspetti del
tutto particolari. Innanzitutto, nasce da utopie che aspirano a realizzare
il paradiso in terra, qui e ora, sfruttando un'ideologia scientista, per la
quale il mondo e' conoscibile in toto e la tecnica una garanzia di un
miglioramento continuo. Per questa ideologia, gli ideali derivano dalla
conoscenza e quindi i fini della societa' ne sono il prodotto. Il comunismo
e il nazismo promettevano entrambi una societa' perfetta appoggiandosi a una
conoscenza scientifica".
*
- Fabio Gambaro: Negli ultimi anni il parallelo tra comunismo e nazismo e'
stato all'origine di molte polemiche. Qual e' la sua posizione?
- Tzvetan Todorov: Questo parallelo era corrente negli anni Trenta, ma e'
diventato un tabu' dopo la seconda guerra mondiale, per via del ruolo
giocato dall'Unione Sovietica durante il conflitto e per il carattere
eccezionale dello sterminio degli ebrei. Oggi questo tabu' e' caduto, e
secondo me cio' e' un bene, perche' solo paragonando i due totalitarismi e'
possibile vederne le differenze. Sul piano strutturale le somiglianze sono
evidenti, mentre sono diversi i rispettivi atteggiamenti nei confronti dello
sterminio dei prigionieri. Per i nazisti coloro che devono morire sono dei
sottouomini e la loro morte diventa un fine. Nei gulag dello stalinismo,
invece, i prigionieri sono degli schiavi da spremere fino all'ultima forza.
La loro morte, quindi, non e' un fine in se'. Questa differenza tra i due
totalitarismi mi sembra essenziale.
*
- Fabio Gambaro: Analizzando il male presente nel secolo passato, a piu'
riprese lei denuncia la "tentazione del bene". Perche'?
- Tzvetan Todorov: I pensatori cristiani si sono sbagliati mettendoci in
guardia contro la tentazione del male, perche' in realta' sono molto pochi
gli individui tentati dal male. In compenso tutte le grandi sofferenze
dell'umanita' nascono dalla tentazione del bene, che ci si ostina a cercare
con tutti i mezzi disponibili, e perfino con la violenza e la morte degli
altri. I totalitarismi hanno sterminato con la scusa di imporre un mondo
perfetto. Ma la realta' umana, come diceva Montaigne, e' un giardino
imperfetto, destinato a restare tale. Il male in nome del bene pero' non e'
una specialita' esclusiva dei regimi totalitari. Anche le democrazie cadono
a volte in questa tentazione, come e' accaduto a Hiroshima o anche di
recente con la controversa guerra del Kossovo.
*
- Fabio Gambaro: L'eredita' del Novecento da lei indagato e' tutta negativa?
- Tzvetan Todorov: Nel secolo delle tenebre, per fortuna, esiste anche un
versante luminoso dell'umanita', che spesso si manifesta nei singoli
individui. Vasilij Grossman, Primo Levi, David Rousset ne sono un esempio,
come pure Germaine Tillion o Margarete Buber Neumann, la quale ha conosciuto
sia i gulag di Stalin che i campi di concentramento nazisti. Tutti costoro
hanno saputo affrontare il male senza considerarsi un'incarnazione del bene.
Si sono battuti, hanno resistito, hanno rifiutato la passivita' di chi si
volta dall'altra parte e non vuole vedere, non dimenticando pero' che noi
uomini saremo sempre un giardino imperfetto.
*
- Fabio Gambaro: Erano animati da quello che lei chiama "l'umanesimo
critico"?
- Tzvetan Todorov: L'umanesimo e' il pensiero che soggiace alla democrazia,
perche', affermando l'universalita' del genere umano, rifiuta ogni
discriminazione e sancisce l'eguaglianza degli uomini di fronte alla legge.
L'umanesimo difende anche la liberta' di pensiero e la responsabilita' del
soggetto, come pure la sovranita' popolare, non dimenticando che il
benessere dell'uomo e' il solo fine dell'uomo, senza altri fini superiori.
L'umanesimo pero' deve essere critico, per evitare le derive del passato,
quando e' stato utilizzato in maniera distorta e al servizio di altre
finalita'. E' ad esempio con l'universalismo che furono giustificati il
colonialismo e l'imperialismo. Come pure non bisogna cadere in un ingenuo
culto dell'uomo, ma occorre sempre avere coscienza del male che gli uomini
sono capaci di fare.

5. RENATO MINORE INTERVISTA TZVETAN TODOROV
[Dal quotidiano "Il messaggero" del 23 gennaio 2002]

La teoria della letteratura, la linguistica strutturale, le diversita' delle
culture, l'esilio dello straniero, il funzionamento delle democrazie,
l'analisi dei totalitarismi... Il cammino su cui si e' mosso Tzvetan Todorov
dal 1963, quando e' venuto da Sofia a Parigi, fino a oggi, e' davvero
singolare. Con apparenti fratture, dal rigore degli studi nella prospettiva
della teoria del linguaggio e della storia del fantastico ai rapporti tra
pluralita' e identita', totalitarismo e democrazia.
Ma il sessantatreenne critico, storico e filosofo che attualmente e'
direttore di ricerca del Cnrs e che sabato ricevera' a Percoto il premio
Nonnino per l'opera omnia, difende il filo di una sostanziale continuita':
"Ho voluto utilizzare il mio sapere nell'analisi dei testi, orientandolo
verso argomenti che mi riguardavano non superficialmente".
Una continuita' nel cambiamento, per infrangere le barriere che separano le
discipline, nell'ambito delle scienze umane e sociali, in questioni per cui
esiste "affinita' esistenziale". Todorov aggiunge: "Nella conoscenza
dell'uomo, non e' possibile mettere insieme informazioni raccolte su
internet. In questo caso non si aggiunge niente di nuovo a quanto non si
conosca gia'. Quello che affronti deve toccare in profondita', cercare la
verita' dentro di noi, non fuori".
Cosi', nel suo ultimo Memoria del male e tentazione del bene (Garzanti, 398
pagine, 19,63 euro), ecco un'analisi appassionata e personale del secolo
appena concluso, "tragico" perche' segnato dalla nascita del totalitarismo.
Un saggio contro il manicheismo, "contro l'idea che il bene e il male
possano essere divisi in maniera netta e definitiva. Contro l'idea che tende
ad identificare se stesso nel bene, relegando il male all'esterno, qualcosa
di definitivo".
Un esempio che deriva da grandi testimoni del secolo passato come Primo
Levi. "Ne' eroi ne' santi" che ricordano le virtu', la pratica a favore del
prossimo, niente di spettacolare, cose d'ogni giorno... "Levi parla con
grande equilibrio e misura dell'esperienza del male, la piu' violenta che si
conosca. E' in grado di cogliere la differenza tra bene e male. Possiede una
straordinaria lucidita', una fiducia nell'uomo non ingenua, una
consapevolezza che la decadenza non e' mai completa, che l'uomo continua ad
avere la possibilita' di scegliere e che puo' agire in un modo buono. Siamo
abituati a liquidare il mondo tra generosi ingenui e cinici lucidi:
scrittori come lui dimostrano possibile una lucida generosita'.
*
- Renato Minore: Possiamo ancora essere minacciati, in un futuro
prevedibile, dal ritorno del mondo totalitario?
- Tzvetan Todorov: Le esperienze totalitarie hanno lasciato segni profondi e
dolorosi. Nella generazione dei nostri figli e nipoti non si avra' il
ritorno di un'ideologia basata su uno stato di polizia, con l'obiettivo di
controllare la vita di ogni individuo. Non per questo prevedo un avvenire
roseo: il totalitarismo puo' prendere altre forme, puo' assumere altre idee.
*
- Renato Minore: Vinto il totalitarismo, non tutti i pericoli sono scartati.
Lei individua tre "derive" per la democrazia: l'identitaria, la
moralizzatrice, la strumentale. Le sembrano piu' vive e attuali dopo
l'undici settembre?
- Tzvetan Todorov: Bush si e' presentato come l'incarnazione del bene
dinnanzi a una divisione tra bene e male divenuta assoluta. E' la deriva
moralizzatrice. Quella strumentale? C'e' stata: si e' preferito delegare la
soluzione dei problemi all'esercito, ai militari che devono servirsi dei
mezzi che hanno a disposizione. E la deriva identitaria? E' arrivata
puntualmente nel momento in cui si e' voluto far passare come universali -
qualcosa di piu' nobile di un semplice patriottismo posto a difesa della
nostra identita' - le ragioni che difendono la nostra "tribu'". Si': i
pericoli per il funzionamento delle democrazie si sono accentuati.
*
- Renato Minore: Ma dall'analisi del totalitarismo e dei rischi della
democrazia lei ora passa alla bellezza? In che senso?
- Tzvetan Todorov: Nel libro che sto scrivendo lavoro su qualcosa di meno
tragico. Sulle persone che hanno creduto nella bellezza come guida della
vita. Ognuno ha un germe di questa idea in se'. Vorremmo che la nostra vita
fosse bella come gli oggetti che ci circondano. In questo momento il mio
libro preferito e' l'opera di Wilde. Ha creduto nella bellezza, ma non ha
funzionato, un destino drammatico che vorrei capire meglio. Non mi trovo a
mio agio con le questioni astratte, interrogo in maniera filosofica i
racconti che affronto.
*
- Renato Minore: Non la tenta una piu' esplicita invenzione? Uno dei suoi
ultimi libri, "Una tragedia vissuta", si trasforma quasi in romanzo.
- Tzvetan Todorov: La lascio a Eco, cosi' bravo. E, poi, ho una moglie che
scrive, due romanzieri sotto lo stesso tetto sono troppi, si finirebbe per
litigare. La divisione dei ruoli e' ferrea: io saggi, lei storie. Per
l'armonia casalinga".
*
- Renato Minore: Lei crede che la coppia possa ancora sopravvivere?
- Tzvetan Todorov: L'individuo si realizza solo in rapporto agli altri, la
relazione piu' forte che si conosce e' l'amore. La coppia non e' in crisi,
e' semmai in crisi il matrimonio, forse la fedelta', la durata del rapporto.
Noi trasformiamo qualcosa in se' assai fragile - il legame di coppia
appunto - in qualcosa di assoluto, che non puo' essere scalfito, una sorta
di creazione. E' una sorta di miracolo che ogni essere umano e' in grado di
compiere, una delle cose che riescono meglio. Dice Descartes: "Non esiste
nessun essere umano tanto imperfetto da non poter essere amato in maniera
perfetta". Ovvero: siamo pieni di debolezze e di difetti, ma la relazione
diventa perfetta.
*
- Renato Minore: Penso in questo momento ai "Frammenti di un discorso
amoroso". E' un libro che ha contato per lei che si e' formato con Barthes?
- Tzvetan Todorov: Il rapporto con Barthes non riguarda il dettaglio o il
contenuto di un singolo libro. E' stato quello con un essere umano di grande
qualita', di grande acutezza, di grande valore, che ha molto contribuito a
fare di me quello che ora sono.

6. CESARE MARINETTI INTERVISTA TZVETAN TODOROV
[Dal quotidiano "La stampa" del 24 gennaio 2002]

Attenti al bene, non fatevi tentare, ha fatto piu' vittime del male. Cosi'
dice Tzvetan Todorov, storico e filosofo, ragionando su quest'inizio di
secolo dopo aver chiuso quell'altro con una sentenza che sapeva di
definitivo: il totalitarismo e' morto.
*
- Cesare Marinetti: E invece, l'11 settembre l'annuncio di un nuovo
totalitarismo e' apparso nei cieli di New York: professor Todorov, non
l'aveva sepolto un po' troppo in fretta?
- Tzvetan Todorov: Il totalitarismo del XX secolo in Europa e' morto e non
c'e' rischio che torni, ne' nella nostra generazione, ne' in quella dei
nostri figli e nemmeno dei nostri nipoti. Questo non significa che non ci
siano nuovi pericoli, anche peggiori. Io non credo nella fine della storia.
*
- Cesare Marinetti: Secondo lei Bin Laden e i suoi kamikaze non si portano
dentro un'idea totalitaria?
- Tzvetan Todorov: Non sono convinto. Non e' l'azione di uno stato, ma di un
gruppo di individui senza stato che attaccano con successo lo stato piu'
potente del mondo. Piuttosto che agli scenari di Orwell in 1984, mi sembra
una realta' piu' simile a quella di Ian Fleming nella serie di James Bond in
cui miliardari megalomani attaccavano il mondo per diventarne padroni.
*
- Cesare Marinetti: Usando i mezzi e le armi piu' sofisticate.
- Tzvetan Todorov: Direi di piu'. E' grazie alle caratteristiche della
nostra societa' di cui siamo piu' fieri che questi attacchi sono tanto
pericolosi e i terroristi imprendibili: la possibilita' di una liberta'
totale, la facilita' di viaggiare, l'accesso alle informazioni anche segrete
per fabbricare armi batteriologiche e forse nucleari.
*
- Cesare Marinetti: Ma tutto questo non risponde a un progetto totalitario?
- Tzvetan Todorov: Mentre il totalitarismo si realizza in uno stato che
sottomette i cittadini, fisicamente e moralmente, il terrorismo di oggi si
esercita contro nemici lontani. Il fanatismo religioso e' importante, ma non
ha la stessa forza che ha l'ideologia nei regimi totalitari, di destra e di
sinistra. Il passaggio del secolo e' veramente significativo.
*
- Cesare Marinetti: Professor Todorov, nel suo ultimo libro lei condanna
anche la "tentazione del bene". Che significa?
- Tzvetan Todorov: E' la tentazione di considerarsi l'incarnazione del bene
e di agire con la certezza di avere un diritto morale da imporre agli altri.
E' accaduto con Iraq e Jugoslavia. E anche l'11 settembre. Non a caso il
presidente Bush ha subito parlato di lotta del bene contro il male usando
gli stessi termini dei terroristi islamici. Stesso manicheismo e la stessa
tentazione del bene. Io penso che le democrazie dovrebbero evitare di
imporre il bene: nella storia le vittime di coloro che hanno pensato di
incarnare il bene sono molto piu' numerose di quelle dei malvagi.
*
- Cesare Marinetti: Cio' significa che lei condanna la risposta armata
contro i terroristi di Al Qaida?
- Tzvetan Todorov: L'attacco terroristico necessitava di una risposta per
tentare di sradicare questo pericolo, non in nome del bene ma della difesa
della nostra esistenza: gli europei hanno avuto ragione nel sostenere gli
americani perche' gli attacchi erano diretti anche contro di loro.
*
- Cesare Marinetti: Allora in questo caso la "tentazione del bene" era
legittima?
- Tzvetan Todorov: Bisognava difendersi e colpire i veri autori degli
attentati e non un popolo. Ma nella misura in cui gli attacchi sono stati
limitati e ci sono state poche vittime civili - per quel che ne sappiamo, ma
puo' darsi che siamo male informati - direi che questo intervento e' stato
relativamente giustificato.
*
- Cesare Marinetti: Lei e' stato molto critico con l'intervento armato della
Nato nei Balcani. Alla luce di quanto e' successo dopo, con la caduta di
Milosevic, non pensa che quell'intervento sia stato necessario?
- Tzvetan Todorov: Nell'immediato, il regime di Milosevic si e' rafforzato
perche' il popolo serbo si e' sentito solidale un po' come e' accaduto agli
americani con il presidente Bush subito dopo l'11 settembre e se c'erano
critiche esse sono state messe nel cassetto come accade quando l'unita'
nazionale e' in pericolo. Ma penso che c'erano altri mezzi per far cadere
Milosevic e sono stati trovati un anno dopo, quando l'Unione Europea e gli
Stati Uniti hanno aiutato l'opposizione jugoslava a mostrarsi unita e
vincere le elezioni.
*
- Cesare Marinetti: Vuol dire che l'intervento armato e' stato inutile?
- Tzvetan Todorov: Di piu': l'intervento e' stato fatto contro la pulizia
etnica. Il risultato finale e' stato invece quello di rafforzare la pulizia
etnica: si e' creato un Kosovo etnicamente omogeneo dal quale sono stati
espulsi serbi, turchi, tzigani. E dall'altra parte c'e' un Serbia che non e'
piu' una Jugoslavia dove ora vivono soltanto serbi. Non c'e' da esserne
fieri.
*
- Cesare Marinetti: Lei non pensa che gli stati democratici abbiano un
diritto di ingerenza contro gli stati totalitari?
- Tzvetan Todorov: Io penso che sia un diritto ingiustamente rivendicato
perche' implica l'intervento militare e consiste nell'imporre il "bene" agli
altri. Noi europei ne abbiamo una lunga tradizione con le Crociate o le
guerre coloniali. In nome del nostro regime politico superiore - e penso
effettivamente che la nostra democrazia sia superiore - saremmo in diritto
di imporre il bene agli altri. E' un diritto che nessuno ci ha dato.
*
- Cesare Marinetti: Pero' riconosce che Unione Europea e Stati Uniti hanno
avuto un ruolo positivo, per esempio in Serbia, aiutando l'opposizione?
- Tzvetan Todorov: L'idea di influenzare la politica degli altri non mi
scadalizza, ma senza bombardamenti "umanitari". Per esempio l'Unione Europea
ha avuto ragione con l'Austria di Haider: non si e' mandato un esercito, la
scelta degli austriaci e' stata rispettata, ma si e' considerato che
qualcosa fosse contraria ai principi dell'Unione e che pertanto l'Austria
dovesse soffrire per un po'. Cosi' si e' evitata una deriva xenofoba.
*
- Cesare Marinetti: Le democrazie sono regimi deboli?
- Tzvetan Todorov: E' un problema che non sara' mai risolto e sul quale
bisogna vigilare. Le democrazie non danno forte identita' e i cittadini sono
tentati, per esempio, dalla xenofobia. C'e' poi il rischio di una deriva
strumentale che consiste nello scambiare per fine cio' che e' mezzo
inseguendo lo sviluppo economico e dimenticandosi dell'uomo. C'e' una deriva
moralizzatrice che consiste nell'imporre agli altri il nostro modello, anche
con le armi. Ecco: non bisogna lasciare che i militari guidino la politica,
la politica deve guidare i militari.

7. GRAZIELLA DURANTE INTERVISTA TZVETAN TODOROV
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 2 giugno 2004]

Il nome di Tzvetan Todorov e' noto per i suoi fondamentali studi sui
formalisti russi. Docente dell'Ecole pratique des hautes etudes e della Yale
University e direttore del Centre de recherche sur les arts et le language
di Parigi, da alcuni anni ha affiancato alla sua ricerca di critico
letterario un ripensamento filosofico sul ruolo del soggetto nel costituirsi
della Storia. Significativi su questo versante sono i suoi recenti
contributi riguardo all'attuale scenario geopolitico e al conflitto in Iraq
(ricordiamo Il nuovo disordine mondiale. Le riflessioni di un cittadino
europeo, Garzanti). In Italia su invito dell'Universita' di Cosenza e del
Teatro Parenti di Milano per partecipare a un seminario su "l'Utopia e
l'Eresia", il teorico di origine bulgare si definisce, nella nostra breve
conversazione, "un europeo del XX secolo" abituato al vecchio ordine
mondiale che si basava sulla rivalita' tra due superpotenze e due sistemi
politici e ideologici ben individuabili, ma che non puo' che constatare che
quel mondo non esiste piu' e che sono altri le tensioni e i conflitti che
caratterizzano il cosiddetto "nuovo ordine mondiale".
*
- Graziella Durante: Qual e' la maggiore novita' di questo nuovo ordine?
- Tzvetan Todorov: Dopo l'11 settembre la principale novita', a mio avviso,
sta nell'aumento della potenza di singoli individui o di gruppi di
individui. Prima solo uno Stato, uno tra i piu' potenti anche, era in grado
di organizzare un'azione tanto complessa come quella a cui abbiamo
assistito. Questa volta e' stata opera di una quindicina di persone. Credo
che gli sviluppi di questa situazione potranno essere ancora piu' drammatici
di quelli che caratterizzano attualmente le relazioni tra gli stati e tra
gli esseri umani. Questi uomini e donne, associati tra loro per il
conseguimento di un obiettivo, potrebbero infatti procurarsi armi di
distruzione di massa (chimiche, biologiche, nucleari) e attentare
all'esistenza di tutto il pianeta. Finora non e' accaduto, ma non e' ipotesi
cosi' lontana dalla possibilita' che si realizzi.
*
- Graziella Durante: Lei crede che questo tipo di terrorismo annunci la
tanto temuta epoca incentrata su uno scontro tra civilta'?
- Tzvetan Todorov: E' facile cadere nell'errore di credere che si tratti di
uno scontro tra civilta'. I protagonisti del conflitto in corso possono
essere interessati a presentarlo sotto questa veste per garantirsi
l'adesione e il consenso a livello mondiale: guerra santa islamica da una
parte e crociata cristiana dall'altra. Ma non tutto l'Islam e' guerriero,
non piu' di ogni cristianesimo e, soprattutto, non tutte le cause della
guerra sono religiose. Gli attentati non rappresentano un nuovo attacco
della barbarie alla civilta', o dell'oppressione contro la liberta', o del
male contro il bene. Le guerre sono sempre state condotte in nome di nobili
ideali e lo stesso fanatismo appartiene a tutti i tempi. Quello che e'
terrorismo per alcuni e' la lotta per la liberta' di altri. Le faccio un
esempio: prima di prendere il potere, le milizie sioniste in Palestina erano
considerate organizzazioni terroriste, come anche il Fln in Algeria, l'Anc
in Sudafrica, i mujaheddin nell'Afghanistan occupato dai sovietici o l'Uck
in Jugoslavia. Una volta conquistato il potere o liberato il paese
dall'occupazione non sono state piu' definite terroriste. Inoltre, non sono
d'accordo con chi parla dell'esistenza di un totalitarismo islamico. Il
totalitarismo implica l'unificazione di tutti i livelli della societa':
l'ideologia, l'economia, la politica, la vita privata. L'islam non dispone
del controllo della societa' intera alla maniera di Stalin o Hitler, solo
per fare il nome delle due persone che rappresentano nell'immaginario
collettivo i due modelli di societa' tipiche dei totalitarismi del
Novecento.
*
- Graziella Durante: Ma qual e', allora, un'immagine che restituisca questo
nuovo contesto geopolitico?
- Tzvetan Todorov: E' come se il vecchio mondo immaginato, non troppo tempo
fa, da George Orwell, quello in cui si contrapponevano immensi imperi
totalitari, avesse lasciato il posto ai nemici di James Bond nei romanzi di
Ian Fleming: l'Impero trema ma questa volta dinanzi alle imprese di un
megalomane miliardario che, dalle sue grotte segrete, spedisce aerei
kamikaze contro i grandi simboli dell'America. I terroristi hanno una rete
delocalizzata e vivono grazie agli effetti di quella globalizzazione
economica che ci hanno presentato con tanto entusiasmo. Le operazioni
economiche sfuggono al controllo politico degli stati: si possono difendere
frontiere e confini ma il denaro non si ferma alle frontiere. La cosa
importante da capire e' chi e come ha finanziato un attentato come quello
delle Torri Gemelle.
*
- Graziella Durante: Cosa pensa, invece, del nuovo messianismo americano? Il
progetto di G. W. Bush pare essere quello di distruggere il "male" e
instaurare la democrazia ovunque nel pianeta. Non crede che questa sia
un'affermazione fondamentalista, anche se si tratta di un fondamentalismo
democratico?
- Tzvetan Todorov: Si', certo. E' questa la principale ragione per cui mi
dichiaro contrario alla guerra in Iraq. Portare la democrazia con le bombe
mi pare una contraddizione troppo evidente. L'idea di democrazia e' l'idea
stessa di autonomia. Imporre la democrazia con la forza, la liberta' con la
sottomissione, l'uguaglianza con l'occupazione, e' un'azione che si annulla
nei suoi stessi risultati. Quest'idea americana che mi pare trionfare ci
portera' a nuovi conflitti e a nuovi orrori. La vera minaccia del XXI secolo
viene da qui.
*
- Graziella Durante: Ralf Dahrendorf ha scritto che la democrazia appare
costantemente sopraffatta dal marketing politico, da una diffusa apatia
elettorale e una galoppante anarchia di piazza, immobilizzata nei sistemi
elettorali. Lei cosa ne pensa?
- Tzvetan Todorov: Il concetto di totalitarismo ha un contenuto storico e
analitico molto preciso e la mia preoccupazione, oggi, e' che si scorgano
fondamentalismi ovunque. Sono certamente d'accordo pero' sul fatto che la
democrazia, cosi' come l'abbiamo vissuta fino ad oggi, e' minacciata da
molteplici fattori. Forse non si tratta di derive totalitaristiche in senso
stretto, ma cio' non toglie che ci siano preoccupanti segnali di violenza.
Nei miei ultimi lavori tendo a dimostrare che nonostante questo fosco
presente il pluralismo - culturale, politico, sociale - non e' scomparso: ma
la possibilita' di una sua scomparsa e' il primo, grosso pericolo della
nostra contemporaneita'. E per pliuralismo mi riferismo
all'imprescindibilita' di avere una netta separazione del potere economico
da quello politico e di questo dal potere mediatico.
*
- Graziella Durante: Ma quale politica e' immaginabile in uno scenario
segnato da una guerra che si vuole permanente e da una colonizzazione
mediatica dello spazio pubblico?
- Tzvetan Todorov: Per prima cosa, ritengo che anche in un mondo
globalizzato come il nostro, l'azione politica resti possibile. Per agire
oggi in vista della pace e della giustizia sociale l'unica possibilita'
concreta che ci e' data e' quella di agire attraverso gruppi di stati. Per
questo motivo sono un fervente sostenitore dell'idea di un'Europa unita.
L'Europa unita, come potenza politica mondiale, non l'Italia da sola, non la
Francia, ha una grande responsabilita' dinanzi a se'. Non parlo solo di
potenza militare: non e' indispensabile che l'Europa si confronti
militarmente con gli Stati Uniti. Un'Europa unita che pesa ben 450 milioni
di abitanti e che si prepara ad essere una delle piu' grosse economie
mondiali, puo' davvero influenzare il destino del mondo. L'unificazione
europea non e' l'effetto della globalizzazione. E' vero il contrario. Il
miglior modo per difendersi dagli effetti catastrofici della globalizzazione
e' tendere a sistemi di stati che si alleano e tentano una politica comune.
*
- Graziella Durante: Alcuni filosofi o sociologi dicono da alcuni anni che
e' in atto una trasformazione antropologica della specie umana causata dalla
pervasivita' e dalla potenza delle tecnologie digitali...
- Tzvetan Todorov: Non c'e' mutazione della specie. Pare esserci, ma non e'
cosi'. E' dal neolitico che l'uomo si confronta con la tecnologia. Certo
oggi siamo immersi in un mondo che ci fa vivere a strettissimo contatto con
i piu' sofisticati ritrovati della scienza, ma l'uomo preserva comunque la
sua caratteristica principale: la liberta' di scegliere. Puo' acconsentire o
desistere agli inviti che provengono dalla scienza. L'uomo non e'
programmato dalle circostanza o dalle situazioni, e' per questo che continuo
a ripetere che la tecnica e' neutra, non e' moralmente ne' buona ne'
cattiva, e l'uomo e' responsabile delle proprie azioni.
*
- Graziella Durante: Al Festival di filosofia di Cosenza in un contesto in
cui si e' discusso di "Utopia ed Eresia", lei ha tenuto una lezione sulla
"Potenza dell'Amore". Puo' spiegarci i motivi di questa scelta?
- Tzvetan Todorov: Parto dalla considerazione che l'utopia deve sempre
guidarci nella nostra esistenza di singoli e nei progetti politici che gli
stati pensano di realizzare. Ma non credo alla concretizzazione reale di
un'utopia. Non e' possibile realizzare il paradiso terrestre perche' la
specie umana e' imperfetta esattamente come il "giardino imperfetto" di
Montaigne. Montaigne spera che la morte lo raggiunga mentre lavora al suo
giardino. Cio' che voglio dire e' che l'amore e' certo la dimensione piu'
bella dell'esistenza umana. Oggi si puo' essere un po' scettici rispetto a
quest'idea. La vita pubblica, infatti, non e' organizzata secondo il
principio dell'amore ma della giustizia o dell'uguaglianza che non e'
esattamente la stessa cosa. Ecco perche' insisto sulla "potenza" dell'amore.
La "potenza" non e' banalmente la forza ma la possibilita'. Un costante
"tendere a" che non si puo' arrestare esattamente come non e' possibile
arrestare la forza che scaturisce dalla possibilita' utopica d'immaginare un
mondo altro da questo.

8. ET COETERA
Tzvetan Todorov, nato a Sofia nel 1939, a Parigi dal 1963. Muovendo da studi
linguistici e letterari e' andato sempre piu' lavorando su temi
antropologici e di storia della cultura e su decisive questioni morali.
Riportiamo anche il seguente brano dalla scheda dedicata a Todorov
nell'Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche: "Dopo i primi
lavori di critica letteraria dedicati alla poetica dei formalisti russi,
l'interesse di Todorov si allarga alla filosofia del linguaggio, disciplina
che egli concepisce come parte della semiotica o scienza del segno in
generale. In questo contesto Todorov cerca di cogliere la peculiarità del
'simbolo' che va interpretato facendo ricorso, accanto al senso materiale
dell'enunciazione, ad un secondo senso che si colloca nell'atto
interpretativo. Ne deriva l'inscindibile unita' di simbolismo ed
ermeneutica. Con La conquista dell'America, Todorov ha intrapreso una
ricerca sulla categoria dell'"alterita'" e sul rapporto tra individui
appartenenti a culture e gruppi sociali diversi. Questo tema, che ha la sua
lontana origine psicologica nella situazione di emigrato che Todorov si
trova a vivere in Francia, trova la sua compiuta espressione in un ideale
umanistico di razionalita', moderazione e tolleranza". Tra le opere di
Tzvetan Todorov: (a cura di), I formalisti russi. Teoria della letteratura e
del metodo critico, Einaudi, Torino 1968, 1977; (a cura di, con Oswald
Ducrot), Dizionario enciclopedico delle scienze del linguaggio, Isedi,
Milano 1972; La letteratura fantastica, Garzanti, Milano 1977, 1981; Teorie
del simbolo, Garzanti, Milano 1984; La conquista dell'America. Il problema
dell'"altro", Einaudi, Torino 1984, 1992; Critica della critica, Einaudi,
Torino 1986; Simbolismo e interpretazione, Guida, Napoli 1986; Una fragile
felicita'. Saggio su Rousseau, Il Mulino, Bologna 1987, Se, Milano 2002;
(con Georges Baudot), Racconti aztechi della conquista, Einaudi, Torino
1988; Poetica della prosa, Theoria, Roma-Napoli 1989, Bompiani, Milano 1995;
Michail Bachtin. Il principio dialogico, Einaudi, Torino 1990; La deviazione
dei lumi, Tempi moderni, Napoli 1990; Noi e gli altri. La riflessione
francese sulla diversita' umana, Einaudi, Torino 1991; Di fronte
all'estremo, Garzanti, Milano 1992 (ma cfr. la seconda edizione francese,
Seuil,  Paris 1994); I generi del discorso, La Nuova Italia, Scandicci
(Firenze) 1993; Una tragedia vissuta. Scene di guerra civile, Garzanti,
Milano 1995; Le morali della storia, Einaudi, Torino 1995; Gli abusi della
memoria, Ipermedium, Napoli 1996; L'uomo spaesato. I percorsi
dell'appartenenza, Donzelli, Roma 1997; La vita comune, Pratiche, Milano
1998; Le jardin imparfait, Grasset, 1998; Elogio del quotidiano. Saggio
sulla pittura olandese del Seicento, Apeiron, 2000; Elogio dell'individuo.
Saggio sulla pittura fiamminga del Rinascimento, Apeiron, 2001; Memoria del
male, tentazione del bene, Garzanti, Milano 2001; Il nuovo disordine
mondiale, Garzanti, Milano 2003; Benjamin Constant. La passione democratica,
Donzelli, Roma 2003 (tra esse segnaliamo particolarmente Memoria del male,
tentazione del bene, Garzanti, Milano 2001: un'opera che ci sembra
fondamentale).

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 15 del 28 marzo 2006

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