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La nonviolenza e' in cammino. 1268



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1268 del 17 aprile 2006

Sommario di questo numero:
1. Su "L'harem e l'Occidente" di Fatema Mernissi
2. Stefania Astarita presenta "L'harem e l'occidente" di Fatema Mernissi
3. Grazia Casagrande e Giulia Mozzato presentano "L'harem e l'Occidente" di
Fatema Mernissi
4. Sonia Drioli presenta "L'harem e l'Occidente" di Fatema Mernissi
5. Giuliana Gentili presenta "L'harem e l'Occidente" di Fatema Mernissi
6. Paola Musarra presenta "L'harem e l'Occidente" di Fatema Mernissi
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. SU "L'HAREM E L'OCCIDENTE" DI FATEMA MERNISSI
[Fatema Mernissi (ma il nome puo' essere traslitterato anche in Fatima) e'
nata a Fez, in Marocco, nel 1940, acutissima intellettuale, docente
universitaria di sociologia a Rabat, studiosa del Corano, saggista e
narratrice; tra i suoi libri disponibili in italiano: Le donne del Profeta,
Ecig, 1992; Le sultane dimenticate, Marietti, 1992; Chahrazad non e'
marocchina, Sonda, 1993; La terrazza proibita, Giunti, 1996; L'harem e
l'Occidente, Giunti, 2000; Islam e democrazia, Giunti, 2002; Karawan. Dal
deserto al web, Giunti, 2004. Il sito internet di Fatema Mernissi e'
www.mernissi.net]

Dei libri di Fatema Mernissi L'harem e l'Occidente e' forse quello che ha
avuto piu' larga diffusione in questi ultimi anni nel nostro paese.
Una formula come quella della "taglia 42" e' quasi divenuta koine' e sigillo
di una chiarificazione e di una consapevolezza condivisa: come il regime
patriarcale eserciti la sua violenza in Occidente in forme diverse da quelle
piu' flagranti dominanti nei paesi che impongono esplicite e fin totalitarie
forme di segregazione di genere, ma anch'esse oppressive e fin distruttive -
sebbene appunto in forme piu' subdole e non sempre immediatamente
identificabili.
Ma tutte le tesi centrali del libro sono del resto di grande forza
ermeneutica, disvelatrice. Come l'analisi della figura-chiave di Shahrazad;
l'indagine delle radici ideologiche e psicologiche della cultura oppressiva
maschilista che nei paesi islamici si e' espressa nella creazione
dell'istituto carcerario dell'harem in cui segregare le donne; e
l'interpretazione della rappresentazione occidentale dell'harem,
interpretazione con cui Fatema Mernissi smaschera l'ideologia schiavistica
di genere dell'immaginario sessuale maschile europeo; ed appunto la denuncia
dell'oppressione misogina in Occidente nelle sue specifiche forme. Tutto
cio' espresso ed illustrato con una scrittura scintillante, ad un tempo
limpida e colta, ironica  ed incisiva, amabile e persuasiva.
Proponendo qui alcune letture del libro - altre ancora ne proporremo nel
notiziario di domani - rinnoviamo l'invito all'incontro personale con
l'opera - e con le altre dell'autrice.

2. LIBRI. STEFANIA ASTARITA PRESENTA "L'HAREM E L'OCCIDENTE" DI FATEMA
MERNISSI
[Riproponiamo il seguente articolo che abbiamo riprenso dalla rivista
on-line "Kainos", n. 3/2003 (sito: www.kainos.it). Stefania Astarita,
studiosa di estetica, fa parte della redazione della rivista on line di
critica filosofica "Kainos"]

Cosa pensano gli Occidentali dell'harem? Quale idea di donna e' comunemente
associata a quell'esotico luogo orientale? A queste domande, cariche di
valenze culturali e politiche, risponde la sociologa marocchina Fatema
Mernissi nel suo libro L'harem e l'Occidente, che smonta progressivamente il
sogno tutto occidentale di una comunita' di donne avvenenti, succubi e
devote, sempre a disposizione del loro uomo-padrone, che ha solo l'imbarazzo
della scelta per soddisfare tutti i suoi desideri. Nulla di piu' distante
dalla cultura musulmana, che riconosce invece al gentil sesso grandi doti di
intelligenza e coraggio, unite a un profondo senso di liberta'.
Il racconto della donna il cui vestito di piume le consente di volare e di
liberarsi quindi dei vincoli matrimoniali, con i quali il marito ha creduto
di legarla a se' per sempre, riprende l'immagine dell'originaria dea-madre
Ishtar, che sceglie i propri partners liberamente, distinguendo in tal modo
la maternita' dalla fedelta' coniugale. Sarebbe proprio l'incontrollabile e
minaccioso potere delle donne, libere di autodeterminarsi, a spiegare
l'origine di uno spazio delimitato da alte mura, quale appunto si configura
l'harem, a loro destinato esclusivamente al fine di circoscriverne il raggio
d'azione. Evidenti le implicazioni politiche di una simile segregazione, che
mette in scacco un possibile ruolo pubblico della donna, costretta al velo
fuori dell'harem.
Si istituisce cosi' un regime di ineguaglianza, all'interno del quale e'
difficile immaginare obbedienza e abnegazione. La poligamia
istituzionalizzata non fu accolta pacificamente dalle donne musulmane, e
infatti non poche furono le regine che uccisero il proprio marito, pur di
evitargli di unirsi ad un'altra consorte.
D'altra parte e' sufficiente interrogare la tradizione letteraria e
iconografica dell'Islam per verificare la presenza di modelli di
comportamento femminile ben lontani da quelli immaginati in Occidente.
Fatema Mernissi ci guida in questo viaggio alla scoperta del ruolo
riconosciuto alla donna nella cultura musulmana, attraverso la storia di due
eroine del mondo islamico, Shahrazad, protagonista delle Mille e una notte e
Shirin, vera e propria icona delle miniature orientali.
*
Shahrazad accetta, come e' noto, di sposare un re crudele, che per vendicare
il tradimento della prima moglie, dopo averla messa a morte, ha deciso di
iterare i suoi crimini per punire l'infido genere femminile: dopo la prima
notte di nozze, tutte le sue spose seguono il triste destino della prima.
Facendo ricorso alla sua sconfinata cultura, unica arma delle donne recluse
nell'harem, Shahrazad riesce ad opporre alla logica maschile della forza la
magia della parola, lucida e ammaliante a un tempo, con cui tesse nella
notte trame di racconti avvincenti, che inducono il re a differire di giorno
in giorno l'esecuzione. L'arte del narrare contiene in se' un'evidente
funzione civilizzatrice, che, notte dopo notte, cambiera' lentamente il re,
fino alla sospensione della crudele legge, scaturita dall'odio. E proprio
per aver sconfitto l'ordine della violenza, Shahrazad e' considerata il
"simbolo dei diritti umani nell'Oriente moderno" (p. 49). Tale definizione
e' altresi' sufficiente a comprendere la connotazione politica dell'eroina
che, mediante il dialogo e l'ascolto, sconfigge il regime cieco della forza
dispotica maschile.
La narrazione e' riconosciuta, quindi, come un'arte tutta femminile ("chi
narrava le storie nella famiglia era la nonna piuttosto che il nonno", p.
49) e propria della tradizione orale, la stessa che ha consentito la
trasmissione delle storie delle Mille e una notte al riparo dalle elite
maschili al potere, che controllavano piuttosto i testi scritti, attribuendo
poco significato a quanto le masse di illetterati continuavano a tramandarsi
oralmente. La legge come trascrizione della verita', fissata mediante la
scrittura nel Corano e tale da istituire le gerarchie di potere, si
contrappone quindi al racconto, frutto dell'immaginazione ogni volta
all'opera nella trasmissione orale, tipica delle fasce piu' deboli della
popolazione e, al loro interno, del mondo femminile. La carica eversiva di
quest'ultimo e' testimoniata dalla stessa nonna della Mernissi, la quale
stravolge, nella narrazione orale, proprio la storia della donna dal vestito
di piume, a favore della liberta' e dell'autodeterminazione della donna.
Nuovamente e' in gioco la dimensione politica e la giusta rivendicazione di
un ruolo pubblico, quello che Shahrazad ha inaugurato e che le donne del
mondo musulmano oggi si apprestano a riconquistare: basti pensare che in
Egitto la presenza femminile nel mondo accademico e' maggiore che in Francia
e in Canada.
*
Shirin e' l'equivalente di Shahrazad nella pittura musulmana. L'iconografia
tradizionale la ritrae a caccia, al bagno, e sempre comunque col suo
cavallo, che le consente di viaggiare, muovendosi liberamente verso terre
sconosciute, alla ricerca di un amore che si configura come superamento di
una linea di confine. "Nella psiche musulmana, amare e' imparare a superare
una linea di confine, per raccogliere la sfida della differenza" (p. 144).
Il cavallo di Shirin rappresenta metaforicamente la possibilita' di superare
i confini mediante l'intelligenza e la cultura, che consentono di viaggiare
con la mente, come fa Shahrazad.
*
La sfida della differenza e' sottesa anche alla lotta per il riconoscimento
del pluralismo negli stati musulmani, ed e' per tale motivo che Fatema
Mernissi giunge a collegare la questione politica, della trasformazione dei
regimi islamici in moderne democrazie, alla battaglia del femminismo.
"Qualsiasi riflessione sulla modernita' come chance di liberarsi dalla
violenza dispotica assunse la forma, nel mondo musulmano, di una necessaria
presa di posizione dei filosofi a favore delle donne" (p. 46). La dualita'
dei sessi costringe a confrontarsi con l'altro da se', ed e' solo a partire
dal riconoscimento e dall'ascolto della prima differenza che costituisce il
genere umano, quella tra i sessi, che sara' possibile aprirsi al pluralismo
e conseguire gli esiti piu' avanzati delle moderne democrazie occidentali.
Ne e' un esempio emblematico la Turchia, in cui Ataturk fu artefice di una
grande svolta innovativa, che prese le mosse proprio da importanti riforme
femministe, quali l'abolizione della poligamia, nel 1926, e il
riconoscimento alle donne del diritto al voto politico, nel 1934. Dunque il
tema dell'incontro tra i due sessi si intreccia alla questione politica, e
il mondo islamico offre elementi importanti di riflessione su questo snodo,
a partire dalla concezione della donna libera, intelligente, capace di
autodeterminazione e di ascolto dell'altro.
*
E tuttavia l'Occidente continua ad associare all'harem l'immagine di
odalische belle e lascive, dimenticando che, nella tradizione musulmana, ben
altre sono le caratteristiche del fascino femminile, sostanzialmente legato
al potere incontrollabile, alla forza di volonta', alla cultura. Niente e'
piu' intrigante nell'harem della sfida intellettuale tra uomo e donna.
"Essere intellettualmente sfidati dalle donne - sostiene l'autrice - dava
agli uomini un brivido sensuale" (p. 106). Perche' il solo tratto che invece
ossessiona gli occidentali e' quello della bellezza inevitabilmente legata
al sesso e alla passivita'? La Mernissi inizia, con questa domanda,
un'analisi originale dell'immaginario maschile occidentale, che viene
indagato a partire dalla filosofia di Kant, attraverso i quadri di Ingres e
Matisse, per poi approdare al mito contemporaneo della linea perfetta, o
meglio della taglia 42.
Secondo l'autrice, l'autorevole filosofo tedesco, nelle sue Osservazioni sul
sentimento del Bello e del Sublime, associando la bellezza al femminile e il
sublime alla razionalita' propria del maschile, realizzerebbe una cesura,
tale da rendere inconciliabili bellezza e intelligenza. "Se l'intelligenza
e' monopolio maschile, le donne che osano appropriarsene saranno private
della loro femminilita'" (p. 97). Ne deriva l'impossibilita' per la donna di
avere fascino grazie alla sua cultura e alle sue doti intellettive, e la
conseguente esaltazione della bellezza, ridotta a mera esteriorita'. "La
donna ideale di Kant e' senza parole" (p. 79): questo il filo rosso che
guida la Mernissi alla scoperta di celebri immagini di odalische, ritratte
da Ingres e Matisse secondo una mentalita' tutta occidentale, che traduce la
bellezza in nudita' silenziosa e passiva. Tuttavia, negli stessi anni in cui
Matisse dipingeva, i Giovani Turchi rivoluzionavano il mondo musulmano
mettendo al bando gli harem e riconoscendo alla donna diritti pari a quelli
che, fino ad allora, erano rimasti esclusivo appannaggio maschile. Ma se
tutto cio' non ha inciso minimante sull'idea occidentale dell'harem, ancor
oggi popolato di odalische seminude, allora si puo' concludere "che
l'immagine sia l'arma principale usata dagli occidentali per dominare le
donne" (p. 153). I quadri di Matisse, infatti, hanno potuto piu' dei dati
storici, e consentono agli occidentali di continuare a sognare donne che non
sono mai esistite, perpetrando modelli puramente fantastici.
*
L'attenzione spasmodica alla bellezza fisica rappresenta una vera e propria
trappola per la donna occidentale, che e' costretta a percepire l'eta' come
una svalutazione e a dedicare quindi le sue energie migliori alla cura della
propria immagine, senza poter mai vincere, naturalmente, la sfida contro il
tempo. "Gli atteggiamenti degli occidentali sono decisamente piu' pericolosi
e sottili di quelli musulmani perche' l'arma usata contro la donna e' il
tempo" (p. 173). La taglia 42 si rivela, in conclusione, come il confine di
un harem tutto occidentale, quello della bellezza, appunto, che finisce per
rendere schiave proprio le donne considerate piu' emancipate e moderne,
mentre, lontano dai riflettori maschili, le sorelle musulmane continuano
decise il loro cammino di liberazione.

3. LIBRI. GRAZIA CASAGRANDE E GIULIA MOZZATO PRESENTANO "L'HAREM E
L'OCCIDENTE" DI FATEMA MERNISSI
[Dal sito www.cafeletterario.it riprendiamo questo articolo dell'ottobre
2002.
Grazia Casagrande e' giornalista, scrittrice, redattrice di "alice.it",
portale dedicato alle segnalazioni librarie.
Giulia Mozzato, torinese, vive a Milano, dottoressa in lettere moderne,
giornalista culturale, dopo varie esperienze in ambito biblioteconomico e
nell'editoria (tra l'altro e' stata redattrice per l'Editrice Bibliografica
del Catalogo dei libri italiani dell'Ottocento - Clio, ha partecipato al
lavoro di informatizzazione di parte dell'archivio della Fondazione Arnoldo
e Alberto Mondadori e alla realizzazione dell'aggiornamento del Catalogo
storico Arnoldo Mondadori editore) e' attualmente condirettrice del sito di
segnalazioni librarie alice.it]

"Negli anni Trenta, mentre Matisse dipingeva le sue passive odalische, le
riviste turche riproducevano foto di studentesse universitarie armate di
pistola, in divisa militare".
Intorno a questo recente saggio di Fatema Mernissi si e' molto discusso, sui
giornali e nei dibattiti pubblici, cosi' come molto si dibatte in
quest'ultimo periodo sull'influenza della cultura islamica e sull'eventuale
"pericolo" che da essa puo' derivare al mondo occidentale.
Il punto di vista dell'autrice e' quello di una donna colta (e' docente
universitaria di sociologia), che ha molto viaggiato e visto, che e' nata a
Fez in un harem e che, da studiosa del Corano, rifiuta ogni forma di
integralismo e di fanatismo.
*
Fin dai suoi primi viaggi in Europa e' stata particolarmente colpita dalla
distorsione che qui veniva fatta del ruolo della donna nei paesi islamici,
ma in particolare ha approfondito lo studio dell'interpretazione dell'harem
nel mondo occidentale.
Da luogo di segregazione e di tensioni, luogo in cui una donna poteva
emergere grazie all'intelligenza e alla cultura (cosi' come si puo' anche
vedere nella tradizione delle Mille e una notte e nella figura di
Shahrazad), in Occidente l'harem viene invece immaginato come luogo di
lussuria: non a caso le raffigurazioni pittoriche di grandi artisti europei
mostrano donne coperte da veli, sdraiate in pose languide, in attesa di
essere scelte dal signore, cosi' nella letteratura occidentale e'
soprattutto l'elemento erotico e la sensualita' a dominare, non di meno
questo e' avvenuto nel cinema europeo o americano dove l'harem e'
perennemente rappresentato come sede emblematica del piacere maschile. Ma da
dove nasce questa concezione cosi' anomala? Forse, dice la Mernissi, dal
desiderio maschile occidentale che esista un luogo di questo genere, quasi
una rivalsa nei confronti di un universo femminile che ha ottenuto la
parita'.
*
Inoltre i dati statistici dimostrano che, al di la' delle indubbie
costrizioni, la donna nell'universo dell'Islam ha ottenuto alcuni importanti
risultati e occupa posizioni di prestigio all'interno della societa'. Alcuni
dati: piu' del trenta per cento dei docenti universitari nei paesi islamici
e' di sesso femminile, cosi' percentualmente il numero di laureate in
ingegneria e in altre materie scientifiche e' maggiore in queste nazioni che
in Francia o in Spagna; un terzo dei tecnici e' donna e, analogamente, le
donne occupate in professioni di tipo tecnico sono piu' numerose che in
Europa.
Tutto cio', naturalmente, laddove non ci sia una predominanza
dell'estremismo e del fanatismo religioso che la Mernissi condanna in modo
risoluto e senza appello.
*
Interessante e' l'ultima parte del saggio in cui viene fatto un parallelismo
sulle restrizioni riservate alle donne nei paesi islamici e in Occidente: il
velo, la limitazione al movimento possono far dire che a queste donne e'
stato rubato "lo spazio". Ma non esiste forse anche un'altra, e forse piu'
pericolosa, depauperazione nell'evoluto mondo occidentale? Dice l'autrice: a
nessuna donna e' possibile dimostrare piu' di quattordici anni, pena il
diventare "invisibile"; cosi' esiste una schiavitu' che i media affermano in
modo sempre piu' subdolo, quella, dice la Mernissi, della "taglia 42". Una
donna deve essere giovane e magra e, per rispondere a questa richiesta
sociale, molte sono cadute in vere e proprie patologie. Quindi alle donne
occidentali e' stato rubato "il tempo".
E lei, questa bella signora di sessant'anni, che si occupa di sociologia in
ambito internazionale, continua a battersi perche' le donne, tutte, senza
nessuna differenza di religione e cultura, possano riconquistare pienamente
tutto il tempo e lo spazio delle loro vite e cosi' possano esprimere
pienamente la loro ricchezza interiore e la loro intelligenza.

4. LIBRI. SONIA DRIOLI PRESENTA "L'HAREM E L'OCCIDENTE" DI FATEMA MERNISSI
[Dal sito www.ladifferenza.it (che ne detiene i diritti di copia)
riprendiamo il seguente articolo del dicembre 2005. Sonia Drioli, dottoressa
in scienze politiche, e' esperta di questioni della comunicazione]

Nell'ultimo capitolo de L'harem e l'occidente (1), Fatima Mernissi descrive
il suo impatto con la moda occidentale. Un impatto vivace, che fa sorridere
e riflettere. E' la degna chiusura ad un libro che indaga la differenza tra
la percezione del concetto di harem nei paesi arabi e in quelli occidentali.
La scrittrice descrive quale e', a suo avviso, la "prigione" (harem in arabo
significa "luogo proibito") nella quale le donne occidentali vivono ogni
giorno.
Sociologa di Rabat - capitale del Marocco - Fatima Mernissi insegna
all'Universita' "Mohammed V". E' autrice di numerose opere sulla condizione
della donna nell'Islam, sul suo ruolo, sul suo valore politico e sulle sue
"prigioni".
Il suo primo libro Reves des femmes (La terrazza proibita) (2) e' stato
tradotto in 19 lingue. Ne La terrazza proibita si racconta l'infanzia della
stessa Fatima, in una versione romanzata che ne accentua i tratti da
racconto delle Mille e una notte: la donna che nasce in un harem, rinchiusa,
parla della sua quotidianita', dei limiti e dei sogni, infine realizzati, di
uscire e scoprire il mondo. Il mondo sara' suo, perche' e' il 1950 e la
societa' cambia: sua madre non ha avuto la stessa fortuna e per anni ha
ripetuto inascoltata: "come sarebbe bello uscire e vedere l'alba". Ma l'alba
arriva solo per la piccola Fatima, che vive una generazione piu' avanti.
Quello in cui nasce Fatima e' un harem differente da come puo' immaginarlo
un europeo, perche' in realta' non e' un luogo di piacere, ma di famiglie e
donne insoddisfatte. Niente veli e profumi d'oriente, solo piu' famiglie che
dividono una grande casa con cortile centrale e hanno una ferrea regola: le
donne non varcano la porta d'uscita. Con tutte le gelosie, i malumori, la
tristezza che questa condizione comporta.
Ne L'harem e l'Occidente, l'atmosfera e il contesto sono diversi: Fatima
adulta, e a spasso per l'Europa, si interroga sulla visione occidentale
dell'harem arabo. Scopre, prima di tutto, che la versione esportata
dell'harem, quella marchiata a fuoco nella mente degli occidentali, e'
distorta, perche' parte da un'idea distorta: quella che la donna sia
soprattutto curve, sospiri sensuali, veli che scoprono e ammiccano. Cosi'
gli occidentali immaginano l'harem arabo, cosi' lo hanno trasportato nel
loro immaginario: un luogo di piacere, popolato di odalische procaci.
Dimenticando l'inquietudine che la reclusione genera, dimenticando il
cervello delle povere odalische. Ed ecco che noi, occidentali abituati a
considerare la donna araba, stereotipandola, come un essere silente e privo
di liberta', siamo portati dalla Mernissi a osservare le cose da altri punti
di vista. Recluse ma pensanti. Capaci di ribellarsi, prima o poi. E, per
certi versi, meno schiave di noi.
Sherazade, la principessa delle Mille e una notte, e' arrivata in Europa nei
panni di una bella ballerina cantastorie. Nei paesi arabi, invece, e'
un'eroina politica, capace di incantare il suo uomo con le sue parole, di
sedurlo senza nemmeno il tocco delle dita, e di veicolare messaggi di
emancipazione femminile tramite i suoi racconti.
Ma l'Occidente questo non lo ha percepito. Forse, conclude Fatima
nell'ultimo capitolo del libro, questo e' accaduto perche' la donna europea
vive un altro harem, non meno stringente e soffocante: quello che porta una
donna a sentirsi sbagliata e indesiderabile a causa di qualche chilo di
troppo. "Una donna matura e sicura di se' non si pesa ogni quarto d'ora"
dice Fatima. Come darle torto? Dal negozio di New York, grande cento volte
il bazar di Istanbul, Fatima esce senza la gonna che cercava, perche' la
commessa le spiega con pazienza che il suo posto e' tra le 48, le spaventose
taglie forti. Incredibile, per chi neppure conosce il concetto di "taglia":
i vestiti di Fatima li fa il sarto.
Cosi', tra il serio e il faceto, si chiude il libro: gli arabi manipolano lo
spazio di una donna, gli occidentali ne manipolano invece il tempo;
impongono modelli fisici ai quali adeguarsi, soffocando e costringendo a
preoccuparsi del proprio aspetto in maniera inverosimile. L'obiettivo sembra
essere lo stesso: far pesare sulla donna un senso di vergogna e di
incertezza. Annullarla, farla sentire inferiore. L'uomo occidentale manipola
tutta l'industria della moda e della cosmesi, che in Marocco e' un fatto
unicamente personale.
"Io ti ringrazio, Allah, per avermi risparmiato dalla tirannia della taglia
42...".
*
Note
1. Fatema Mernissi, L'harem e l'Occidente, Giunti, Firenze 2000.
2. Fatema Mernissi, La terrazza proibita, Giunti, Firenze 1996.

5. LIBRI. GIULIANA GENTILI PRESENTA "L'HAREM E L'OCCIDENTE" Di FATEMA
MERNISSI
[Ringraziamo Cristina Bay (per contatti: bamborsa at tiscali.it) per averci
fatto pervenire il seguente intervento di Giuliana Gentili, predisposto per
un incontro del gruppo di lettura del Centro Donna di Grosseto svoltosi nel
2002. Giuliana Gentili e' fra le fondatrici del Centro Donna di Grosseto,
lavora presso l'Amministrazione Provinciale di Grosseto nei settori delle
pari opportunita' e della formazione professionale]

"Sono nata in un harem" - sono le reazioni dei giornalisti a questa frase
con cui la Mernissi di solito esordisce, in un giro di promozione dei suoi
libri in Europa, che accendono la curiosita' e la voglia di capire
dell'autrice.
Inizia cosi' un viaggio affascinante tra interrogativi e ricerca delle
differenze tra cultura occidentale e cultura islamica che da' a questa opera
la tensione emotiva di un giallo.
I sorrisi e gli ammiccamenti suscitati dalla parola "harem" nei maschi
occidentali denunciano una concezione di questo luogo come ambito in cui
donne segregate, nude e vulnerabili soggiacciono completamente ai desideri
ed ai piaceri di un solo uomo. Tale concezione e' saldamente ancorata nella
nostra cultura e ne fanno fede le rappresentazioni letterarie, artistiche e
cinematografiche che se ne danno.
*
L'origine del termine arabo harem deriva da "haram" che significa tutto cio'
che e' proibito dalle leggi religiose, cio' che e' illecito, mentre
nell'occidente l'harem e' simbolo della liceita', del piacere senza limiti.
Essendo nata in questo luogo segregato, l'autrice sa quanta resistenza e
sabotaggio esercitino le donne riguardo ai voleri degli uomini e quanto
questi siano consapevoli di cio'. Le immagini che gli artisti islamici hanno
dato delle donne degli harem sono quella di donne che cavalcano, lottano con
tigri, armate di arco e frecce, donne cioe' incontrollabili. Tutta la
cultura islamica e' intrisa di questa paura degli uomini riguardo alle donne
come forza incontrollabile, come simbolo della diversita' irriducibile.
Essendo una cultura  profondamente egualitaria, in quanto il principio di
uguaglianza e' considerato divino, l'Islam per mantenere la finzione della
omogeneita' deve negare la visibilita' alle donne, relegarle nello spazio
chiuso della casa, condizionare il loro accesso agli spazi pubblici all'uso
del velo.(Khomeini dichiaro' l'Iran una repubblica ma rimise subito il velo
alle donne).
"Odalisca" e' di solito il nome dato alle donne dell'harem in occidente; il
termine viene dal turco "oda": stanza, quindi odalisca significa "donna
della stanza, serva". Il termine arabo per indicare le schiave dell'harem e'
"giariya", da " giari": correre, quindi, serva, donna che corre per esaudire
i desideri del padrone.
Le schiave per l'harem venivano comprate al mercato o erano bottino di
guerra. La loro unica possibilita' di essere notate tra molte altre dal
padrone, e quindi di averne i favori, era di emergere per abilita' varie:
istruzione, musica, canto, conversazione, danza... e non solo per la
bellezza. Per questo la loro figura si avvicina piu' a quella della geisha
che a quella della serva.
*
L'autice. inizia un percorso di analisi della rappresentazione occidentale
della donna dell'Islam, attraverso diverse forme rappresentative. Prima fra
tutte Shahrazad.
La Shahrazad rappresentata nei nostri balletti o dipinti e' una donna
sensuale, che usa il proprio corpo per conquistare il maschio, ma la
Shahrazad orientale e', invece, tutta tesa a penetrare il cervello di un
uomo con parole accuratamente selezionate, controllandone le reazioni
emotive ed agendo in base ad una strategia sofisticata. L'arma erotica di
Shahrazad e' il suo intelletto, non il suo corpo.
Shahrazad e' sopravvissuta perche' ha capito che suo marito associava lo
scambio sessuale al dolore e non al piacere, per dissociare questo connubio
doveva lavorare sulla sua mente, se avesse usato il corpo sarebbe stata
uccisa come le altre. Shahrazad e', infatti, una donna molto colta, che si
offre per liberare il suo popolo dall'incubo di dover sacrificare le sue
giovani donne, dotata di intuito e sangue freddo, che capovolge il rapporto
di potere iniziale ed induce un cambiamento radicale di visione del mondo
del marito.
Per questi motivi molti scrittori arabi del XX secolo hanno assunto
Shahrazad, e in genere le donne con lei, come elemento di pacificazione e di
civilizzazione.
Lo storico marocchino Cheddadi afferma che il messaggio piu' sovversivo de
"Le mille e una notte" e': "se si ammette che Shahryar e Shahrazad
rappresentino il conflitto cosmico tra il Giorno (il maschile come ordine
obiettivo, il reame della legge) e la Notte (il femminile come ordine
soggettivo, il reame del desiderio), il fatto che il re non uccida la regina
lascia gli uomini musulmani in una intollerabile insicurezza dato che la
battaglia finisce irrisolta senza ne' vinti ne' vincitori. Legge e desiderio
sono come immobilizzati, senza garanzia che ciascuno possa tornare a seguire
il proprio corso" (p 49). L'opposizione tra il Sultano e Shahrazad
rappresenta il conflitto nella cultura musulmana tra la Sharia - la verita'
sacra - e l'immaginazione, che sfida la legittimita' dei detentori della
verita'.
Questo messaggio di sfida alla verita', agito da una donna colta quanto una
autorita' religiosa, ha motivato il disprezzo delle elite conservatrici
orientali per "Le Mille e una notte", rafforzato dal fatto che l'opera fa
parte della tradizione orale, regno delle fabulatrici. Mentre la prima
edizione di questo corpo di favole in occidente e' del 1704, quella araba e'
del 1814 in India.
Nelle traduzioni occidentali, pero', le novelle di Shahrazad e la sua forza
intellettuale vengono mutilate (ed anche censurate) per rispondere ai due
soli interessi maschili: sesso (ridotto ad abbigliamento succinto e danza)
ed avventure. Va naturalmente perduto anche il messaggio politico che
traspare attraverso diverse novelle (ad esempio "Il facchino e le tre
dame"): e' assurdo per un uomo pretendere di dare un nome a qualcosa che
solo la donna puo' controllare - il suo sesso - e quindi e' assurdo voler
controllare cio' a cui non si puo' dare un nome (autodeterminazione delle
donne: per questo motivo i fondamentalisti egiziani bruciavano le copie di
questo libro).
La stessa danza del ventre, danza sensuale per eccellenza, sembra trarre la
sua origine dai riti in onore di Ishtar, la dea dell'amore dei semiti, che
separava maternita' e fedelta' coniugale (autodeterminazione), nei suoi
templi le donne la onoravano con danze e sesso. Caduto il tempo delle dee,
le donne nei suoi templi divennero prostitute sacre. Oggi le donne in Medio
Oriente e Nord Africa si tramandano questa danza come attivita'
fisico-spirituale di rafforzamento della propria autocoscienza.
*
Perche' l'illuminato Occidente, ossessionato dalla democrazia, non ha
conservato la sensualita' cerebrale ed il messaggio politico di Shahrazad?
Perche' in Occidente le donne intelligenti devono essere brutte?
La lettura delle "Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime" di
Immanuel Kant le da' la risposta. Per Kant Le donne devono lasciare agli
uomini le speculazioni astratte e le nozioni utili ma astratte, perche',
anche nel caso che le capissero a fondo, indebolirebbero le attrattive per
le quali esse esercitano un grande potere sull'altro sesso. Una donna
europea e' sempre davanti al bivio bellezza o intelligenza, una condizione
crudele come quella imposta dai fondamentalisti islamici: o vai velata e
sicura, o non velata ed aggredita. "La sola differenza tra un Imam e Kant e'
che la frontiera non concerne la divisione dello spazio in privato
(riservato alle donne) e pubblico (riservato agli uomini) ma opera una
divisione chirurgica nella matassa di qualita' umane come la bellezza
(riservata alle donne) e l'intelligenza (riservata agli uomini). Al
contrario dei califfi che per coniugare bellezza e cultura raffinata
spendevano cifre da capogiro per acquistare giariya brillanti, la donna
ideale di Kant e' senza parole" (p. 79).
"Si puo' ipotizzare che l'attuale violenza verso le donne, nel mondo
islamico, sia dovuto al fatto che si attribuisce loro un cervello
funzionante, e che in occidente le cose siano piu' tranquille perche' le
donne sono ritenute incapaci di pensare, o questo fingono di essere, se i
loro Imam hanno bisogno di ritualizzare questa illusione?" (p. 82).
*
L'immagine dell'harem e delle odalische e' stata cristallizzata in Occidente
da opere come quelle di Ingres (Il bagno turco, La grande odalisca...), da
Matisse (Odalisca con pantaloni rossi, Odalisca con pantaloni grigi...), da
Delacroix (Donne di Algeri nei loro appartamenti), da Picasso.
Colpisce l'attenzione dell'autrice che Matisse avesse dipinto una delle sue
odalische nel 1921, l'anno in cui, in Turchia, Kemal Ataturk aboli' gli
harem, libero' le schiave e promosse politiche di emancipazione delle donne.
Una data che e' cara a tutte le donne islamiche come affermazione del
necessario legame tra democrazia e femminismo.
Eppure le immagini di questi pittori hanno piu' potere della realta'
storica.
"Avevo percepito con chiarezza il nesso invisibile tra cose che fino ad
allora credevo indistinte: l'ideale di bellezza senza cervello di Kant, il
potere delle immagini dipinte, e piu' tardi quelle filmate, come arma per
dominare le donne in occidente... Se in Oriente gli uomini usano lo spazio
per dominare le donne, in Occidente gli uomini dominano le donne svelandone
la bellezza. Se non hai l'aspetto di quella figura che essi impongono come
la bellezza in persona, nelle pubblicita' e nei film, allora il tuo destino
e' segnato" (p. 94).
*
L'autrice passa a raccontare la sua immagine di harem, attraverso i racconti
e le testimonianze storiche; primo fra tutti la storia di Harun ar-Rashid,
califfo abbaside del IX sec, ispiratore di molte novelle de Le mille e una
notte. Principe colto, bello, intelligente, abile stratega vittorioso sui
nemici, non indugio' a cessare di combattere per coltivare una vita di pace
e di piaceri, circondandosi di duemila giariya coltissime, pur essendo
felicemente sposato. Dato che ai musulmani non e' lecito ridursi in
schiavitu' l'un l'altro le odalische erano tutte straniere; il fatto di
essere straniere era un elemento di privilegio per la curiosita' verso le
culture diverse che animava questi popoli arabi e rafforzava il carattere
cosmopolita di quella cultura. L'insegnamento di questo califfo  e' legato
soprattutto alla sua capacita' di pianificare il tempo del piacere,
"maglis", come faceva con le battaglie. Il conflitto tra i sessi e' gestito
come quello tra diverse culture. "Innamorarsi richiede due doti preziose:
una buona dose di tempo libero da investire nella relazione e il coraggio di
aprirsi e rendersi vulnerabili" (p. 114). " Un uomo doveva avere un certo
eroico coraggio per uscire dal proprio seminato, e buttarsi in un amore
passionale con il piu' imprevedibile degli stranieri: la donna. Una
straniera che e' per definizione anche nemica, perche' l'harem la blocca nel
ruolo di prigioniera" (p. 118).
*
Segue una breve analisi della vita e delle caratteristiche di Ingres:
"Occidentale emancipato, nutrito di idee democratiche come era, Ingres
fantasticava di donne schiave come emblema di bellezza. Per me questo e' un
rompicapo esistenziale: che razza di rivoluzione ci serve per far sognare
agli uomini, come emblema di bellezza, delle donne libere ed indipendenti?"
(p. 125).
*
Nonostante il divieto della rappresentazione umana osservato nei luoghi di
culto islamici, in tutto il mondo arabo e persiano vi e' una ricca
tradizione di miniature, attraverso le quali si ha testimonianza della
rappresentazione di donne attive, combattenti, coraggiose come la
principessa Shirin. E' una principessa armena reclusa che lascia l'harem per
trovare il suo amore, Khusraw, principe persiano; entrambi si erano
innamorati attraverso la visione dei rispettivi ritratti; il viaggio per il
loro ricongiungimento e', naturalmente, ricco di ostacoli e di pericoli che
la principessa supera coraggiosamente.
"Le donne nelle fantasie musulmane... non sono passivi oggetti sessuali:
sono le potenti Altre, portatrici di bisogni ed obiettivi diversi... L'amore
e' intrinsecamente legato alla scoperta della strabiliante ricchezza di
umanita', pluralismo e diversita' delle creature di Dio... Per comprendere
questa enfasi sull'apprendimento grazie alle differenze, va ricordato che
l'Islam ebbe origine in un deserto... E che la prosperita' della Mecca come
centro commerciale si doveva a quanto veniva appreso dai viaggiatori" (pp.
144-145).
*
"Esiste un legame tra il concetto filosofico di bellezza di Kant e il
passivo modello di bellezza di Ingres?" e' la domanda che l'autrice fa a
Cristiane, una amica francese. Questa ricorda come alle donne e' stato
negato l'accesso alla pittura fino al XVIII secolo; come nella pittura lo
sguardo sia maschile, ma esterno all'opera rappresentata: "L'erotismo nella
pittura occidentale e' sempre stata questa: un osservatore maschile che
guarda una donna nuda, che lui ha immobilizzato in una cornice" (p. 152).
L'Illuminismo ha poi stabilito i canoni della bellezza femminile in termini
di una vera e propria rinuncia all'istruzione (ricordiamo le feroci critiche
alle "femmes savantes"). "Ed ora che le donne sono emancipate?" chiede
ancora l'autrice: "Gli uomini guardano le donne; le donne osservano se
stesse essere guardate... Sicuramente le donne hanno il lavoro, ma dovunque
tu guardi, vedi uomini potenti che si circondano di donne piu' giovani per
destabilizzare quelle mature che hanno raggiunto piu' alte posizioni" (p.
153).
*
L'harem delle donne occidentali: la taglia 42.
Le risposte  alle domande che l'autrice si era fatta in quella occasione
arrivano dopo alcuni anni in una citta' americana. Qui l'autrice e' nella
necessita' di acquistare una gonna di cotone e scopre cosi' di non essere
"nella norma", e' troppo grossa, non ci sono abiti per lei in quel grande
magazzino per taglie "normali".
"Si', pensai, ho trovato la  risposta al mio enigma dell'harem. Mentre
l'uomo musulmano usa lo spazio per stabilire il dominio maschile... l'uomo
occidentale manipola il tempo e la luce. Egli dichiara che la bellezza, per
una donna, e' dimostrare 14 anni... Le donne devono apparire belle, ovvero
infantili e senza cervello... Tuttavia gli atteggiamenti degli occidentali
sono decisamente piu' pericolosi e sottili di quelli musulmani, perche'
l'arma usata contro la donna e' il tempo. Il tempo e' meno visibile, piu'
fluido, dello spazio... costringono la donna a percepire l'eta', ovvero il
normale trascorrere degli anni, come una vergognosa svalutazione... Questa
ida mi da' i brividi perche' trasforma l'invisibile frontiera in un marchio
impresso direttamente sulla mia pelle di donna... Nel suo ultimo libro 'Il
dominio maschile' Bourdieu parla di 'violenza simbolica' che e' una forma di
potere che viene direttamente inchiodata sul corpo, come per magia, senza
apparente costrizione fisica" (pp. 175-177). Il tutto accompagnato da un
mercato di prodotti cosmetici, diete, etc.
"Non appena compresi come funziona questa magica sottomissione fui molto
felice che gli ayatollah conservatori non ne siano ancora a conoscenza...
Sia Naomi Wolf che Pierre Bourdieu sono arrivati alla conclusione che i
codici del corpo paralizzano le capacita' delle donne occidentali a
competere per il potere... Le diete sono il sedativo piu' potente di tutta
la storia delle donne: una popolazione di pazzi tranquilli e' molto
manipolabile... l'ossessione del peso conduce ad un collasso di fatto
dell'autostima e del senso di efficienza... ricordare costantemente ad una
donna il suo aspetto fisico negli spazi publici la destabilizza
emotivamente... Io ti ringrazio Allah per avermi risparmiato dalla tirannia
della taglia 42!" (ibidem).

6. LIBRI. PAOLA MUSARRA PRESENTA L'HAREM E L'OCCIDENTE" DI FATEMA MERNISSI
[Dal sito www.provincia.venezia.it/Medea/pm1/pm1har1.htm riprendiamo questo
testo del febbraio 2001. Paola Musarra, docente di lingua francese,
saggista, esperta di scritture e comunicazione multimediale e
interculturale, fa parte della redazione del sito Internet non profit
"Medea"]

Nude e zitte
Avevo diciotto anni. Ad una festa conobbi Peppino, un ragazzo molto bello.
Volle riaccompagnarmi a casa in macchina. Ci fermammo a baciarci sotto la
luna davanti alla basilica dei Santi Giovanni e Paolo, una cosa dolcissima.
Ma poi io rovinai tutto. Che cosa dissi? Una piccola frase, una semplice
battuta, una riflessione personale? Non ricordo. So solo che si ritrasse, si
appoggio' al volante della sua macchina, mi guardo' profondamente deluso
come se lo avessi tradito e disse: "Ma allora sei intelligente!". Non lo
rividi piu'.
Capirete fra poco perche' questo ricordo agrodolce e' riemerso dopo
quarantasei anni proprio mentre leggevo il libro di Fatema Mernissi L'harem
e l'Occidente.
Fatema, che ha piu' o meno la mia eta' (lei e' nata a Fez in Marocco nel
1940, io nel 1937 a Roma), e' docente di sociologia presso l'Universita'
Mohammed V di Rabat, studiosa del Corano e scrittrice (i suoi libri sono
tradotti in piu' di venti lingue). Il risvolto di copertina ci informa che
"da molti anni e' impegnata in attivita' di ricerca e insegnamento in ambito
internazionale per sostenere una visione pluralistica della societa'
islamica, fondata sull'umanesimo e sul femminismo e opposta alle concezioni
e alle pratiche dell'estremismo integralista". Promettente, no?
Durante un viaggio in Francia per la presentazione del suo libro sull'harem
La terrazza proibita (Giunti 1996), Fatema si accorge che i giornalisti
occidentali, sentendo o pronunciando la parola "harem" non possono
trattenere un certo ambiguo sorrisetto, che davvero la sconcerta e la
disorienta: come si puo' sorridere evocando una crudele prigione?
Decide allora di affrontare il problema, seguendo gli insegnamenti di sua
nonna Jasmina, che era illetterata e aveva sempre vissuto reclusa in un
harem: il viaggio, questo meraviglioso privilegio a lei concesso sin da
quando a diciannove anni era andata da Fez a Rabat per iscriversi
all'universita', sarebbe stato utilizzato come un'occasione di conoscenza.
"Da principio non fu facile trasformare il mio sentimento negativo in uno
stato d'animo positivo, piu' propizio all'apprendimento. Cominciavo a
domandarmi se, data la mia eta', non stessi perdendo la capacita' di
adattarmi rapidamente a nuove situazioni, e mi terrorizzava l'idea di
diventare rigida e incapace di accogliere l'imprevisto. Ma nessuno fece caso
alla mia ansia, durante quel viaggio di promozione, grazie al pesante
bracciale berbero d'argento che sfoggiavo, e alla profusione di rossetto
Chanel sulle mie labbra" (p. 7).
Fatema scrive cosi', mie care lettrici, senza dimenticare il suo corpo (si
puo', si puo', anche se si e' docenti all'universita'...).
La nonna le ha tramandato, modificandole ereticamente e colorandole di
misticismo sufi, le antiche storie delle Mille e una notte. Il nucleo
centrale della sua storia preferita e' questo: "La donna dovrebbe vivere
come una nomade, sempre all'erta, pronta a migrare anche quando e' amata,
perche' - almeno, cosi' dice la fiaba - l'amore puo' fagocitarla e diventare
la sua prigione" (p. 9).
Cosi' armata, Fatema si muove intrepida nel mondo degli uomini (orientali e
occidentali) sul filo del tema dell'harem.
Il suo libro raccoglie le sue riflessioni su due culture dissimili,
divergenti: per noi occidentali e' una provocazione e una sfida.
*
Con le ali o senza?
Secondo Fatema gli orientali hanno costruito gli harem per rinchiudervi
dentro le donne ribelli, poiche' le consideravano temibili avversarie,
raffinate, mutevoli e battagliere amanti. Oggi obbligano le donne a portare
il velo per arginare (senza riuscirci, Fatema cita molte statistiche) il
loro pericoloso infiltrarsi nella gestione della vita pubblica, negli "spazi
esterni". In appoggio a questa tesi, il libro ci offre numerosi riferimenti
al patrimonio letterario orientale (Shahrazad, Shirin, Nur Giahan...) e
soprattutto alle arti figurative, in primo luogo alle miniature musulmane,
che ci propongono affascinanti immagini di donne intraprendenti, volitive,
agguerrite. In sostanza, da parte dei maschi orientali ci sarebbe stato da
sempre, alla base dei propri comportamenti, il riconoscimento della forza e
delle capacita' intellettuali delle donne e, conseguentemente, della propria
fragilita'.
Ascoltiamone uno, Kemal, il compagno di Fatema: "Solo degli uomini
disperatamente fragili, convinti che le donne hanno le ali [il riferimento
e' a una storia delle Mille e una notte], potevano pensare a una soluzione
cosi' drastica come l'harem, un vero carcere mascherato da palazzo" (p. 11).
E gli occidentali? "Io non so cosa passa per la testa degli occidentali.
Tutto quello che so e' che anche loro avrebbero costruito gli harem, se
avessero visto nelle donne una forza incontrollabile. Forse, nelle loro
fantasie, si figurano donne senza ali. Chi lo sa?" (ibidem).
Partiamo allora, dice Fatema, proprio da queste fantasie sull'harem degli
uomini occidentali.
I giornalisti da lei incontrati sembravano sempre riferirsi ad harem fatti
di immagini: le nude, sontuose odalische di Ingres, le stolide, imbambolate
odalische di Matisse, i grossolani film hollywoodiani, i balletti piu' o
meno lascivi...
"A qualunque immagine si riferissero, essi descrivevano sempre l'harem come
un voluttuoso paese delle meraviglie intriso di sesso sfrenato, entro cui le
donne, vulnerabilmente nude, erano felici di essere rinchiuse" (p. 17).
Aiutata da due amici giornalisti (uno dei due le fa leggere le Osservazioni
sul bello [= le donne] e sul Sublime [= gli uomini] di Immanuel Kant...) e
alla curatrice francese del suo libro (che si sente trasgressiva perche' si
trucca in pubblico in un ristorante chic), Fatema si addentra con un misto
di orrore e fascinazione in questo universo a lei completamente estraneo e
progressivamente scopre:
- che il tratto distintivo delle fantasie erotiche del maschio occidentale
e' l'ossequiosita' delle donne, la loro ottusa e silenziosa obbedienza;
- che lo scambio intellettuale alla pari con le donne, quella sensualita'
cerebrale cosi' importante in Oriente, in Occidente costituisce innanzitutto
un ostacolo al piacere erotico ("le donne intelligenti sono brutte!") e
comunque viene considerato come un grosso fastidio da evitare a tutti i
costi in ambito professionale;
- che per neutralizzare le donne che potrebbero minacciarli
intellettualmente in tutti i campi gli uomini occidentali le feriscono e le
offendono profondamente a livello simbolico agendo sul fattore "tempo",
cioe' imponendo un ideale di sciocca e muta bellezza adolescenziale che
esclude e destabilizza le donne mature ricche di esperienza: agendo,
aggiungo io, sulla parola, colpendo anche le giovani che non si rassegnano a
stare sempre zitte, a rivestire i panni della "bella ...";
- che le donne occidentali, ahime', nella stragrande maggioranza, si
adeguano, per evitare le ironie sulle Femmes savantes (Clitandro afferma che
la bellezza per le donne consiste nel fingere di non sapere cio' che
sanno...) o per non sentirsi escluse dai giochi della seduzione.
Come vedete, mie carissime lettrici, siamo uscite dall'harem e stiamo
parlando di noi e dei nostri ometti (con qualche salutare eccezione...).
La clausura imposta alle donne intelligenti dal maschio occidentale,
insicuro e impaurito al pari o peggio del suo fratello orientale, e' dunque
molto piu' subdola e astuta, perche' non ha un "luogo", uno "spazio" di
reclusione: agisce sul "tempo" e sulla parola attraverso modelli simbolici
imposti pervasivamente (i media, la moda...), come un invisibile chador.
Fin qui Fatema. Io pero'...
*
Considerazioni finali
E adesso lasciatemi fare qualche considerazione a proposito
dell'intelligenza e della capacita' di argomentare che l'Oriente, secondo
Fatema, ha da sempre riconosciuto alle donne come elemento di seduzione, e
che invece da' tanto fastidio agli uomini in Occidente.
Non a caso in gennaio vi ho proposto la lettura del Trattato
dell'argomentazione; ritengo infatti indispensabile oggi per una donna saper
affinare e affilare le proprie strategie argomentative.
Ma dopo aver letto il libro di Fatema mi rendo conto del fatto che lei e'
sostenuta nella sua ricerca da una spinta prepotente, che le viene dalla sua
cultura, da un desiderio sfrenato di porre domande e di incalzare gli
interlocutori per ottenere le risposte che vuole, superando tutti gli
ostacoli e trattando gli uomini alla pari.
Ora, a che serve imparare ad argomentare se questa spinta non c'e', se ci si
lascia ferire e destrutturare al primo ostacolo, se il timore di suscitare
fastidio, disprezzo e ironia negli uomini e' piu' forte del desiderio di
sostenere le proprie ragioni?
Possibile che noi, proprio noi, le evolute, le rivoluzionarie, siamo
condannate dalla nostra cultura a perdere questa subdola guerra?
Mi viene addosso la tristezza se penso a tutte quelle donne che subiscono il
mobbing limitandosi a piagnucolare o a stringere i denti invece di partire
all'assalto; a tutte quelle che ingaggiano battaglie generazionali con il
proprio sesso, disperdendo preziose energie, o a tutte quelle che si fanno
un vanto delle loro capacita' (preziose e irrinunciabili, intendiamoci) di
mediazione, di ricomposizione, di accomodamento, tralasciando di sviluppare
in parallelo tutti quegli strumenti intellettuali che potremmo definire "di
battaglia" ("polemologici", come sosteneva Carmen Dell'Aversano in un
recente convegno a Perugia, molto accademico, in cui l'unica presenza vitale
era rappresentata dalle donne).
E soprattutto mi deprimo se penso a tutte quelle donne che desessualizzano e
spersonalizzano la loro parola e la loro scrittura, sperando di rendersi ben
accette con i loro compassati compitini al mondo della cultura ufficiale
governato dai maschi accademici. Ma di questo abbiamo gia' parlato e
riparleremo.
Nel frattempo proviamo a dare uno strappo salutare ai nostri invisibili
"chador taglia 42", seguendo Fatema nelle sue peregrinazioni a Parigi e poi
a New York alla ricerca di un bar con i divanetti comodi, di un the alla
menta fatto bene, di una gonna della taglia giusta per lei, che non
esiste...

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1268 del 17 aprile 2006

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