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La nonviolenza e' in cammino. 1269



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1269 del 18 aprile 2006

Sommario di questo numero:
1. Ancora alcune letture di Fatema Mernissi
2. Laura Pigozzi presenta "L'harem e l'Occidente" di Fatema Mernissi
3. Lidia Verdoliva presenta "L'harem e l'Occidente" di Fatema Mernissi
4. Francesco Mazzetta presenta "Karawan. Dal deserto al web" di Fatema
Mernissi
5. Barbara Caputo: Un incontro con Fatema Mernissi (2000)
6. Un incontro con Fatema Mernissi (2002)
7. Marina Praturlon: Un incontro con Fatema Mernissi (2004)
8. Rossella Valdre': Un incontro su "L'harem e l'Occidente" di Fatema
Mernissi
9. Fatema Mernissi: L'incipit de "L'harem e l'Occidente"
10. Una bibliografia essenziale delle opere di Fatema Mernissi (in inglese)
11. La "Carta" del Movimento Nonviolento
12. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. ANCORA ALCUNE LETTURE DI FATEMA MERNISSI
[Fatema Mernissi (ma il nome puo' essere traslitterato anche in Fatima) e'
nata a Fez, in Marocco, nel 1940, acutissima intellettuale, docente
universitaria di sociologia a Rabat, studiosa del Corano, saggista e
narratrice; tra i suoi libri disponibili in italiano: Le donne del Profeta,
Ecig, 1992; Le sultane dimenticate, Marietti, 1992; Chahrazad non e'
marocchina, Sonda, 1993; La terrazza proibita, Giunti, 1996; L'harem e
l'Occidente, Giunti, 2000; Islam e democrazia, Giunti, 2002; Karawan. Dal
deserto al web, Giunti, 2004. Il sito internet di Fatema Mernissi e'
www.mernissi.net]

Proponiamo ancora alcuni materiali di e su Fatema Mernissi, ad arricchimento
di quelli pubblicati nel notiziario di ieri e ne "La domenica della
nonviolenza" n. 69.
La riflessione e l'opera di Fatema Mernissi e' un utilissimo contributo alla
nonviolenza in cammino, una testimonianza esemplare dell'impegno che le
donne dei paesi di cultura musulmana esprimono per i diritti umani di tutti
gli esseri umani, contro l'oppressione di genere e contro ogni oppressione,
per la comprensione e il dialogo tra le culture; una testimonianza della
vivacita', intensita', ampiezza e profondita' dell'azione morale e civile,
intellettuale ed artistica, culturale e sociale espressa dalle donne dei
paesi musulmani contro ogni violenza ovunque nel mondo.

2. LIBRI. LAURA PIGOZZI PRESENTA "L'HAREM E L'OCCIDENTE" DI FATEMA MERNISSI
[Dal sito www.pol-it.org riprendiamo questo intervento. Laura Pigozzi,
dottoressa in filosofia, psicoanalista, saggista, e' vicepresidente e
cofondatrice del "Forum Lou Salome' - donne psicoanaliste in rete"
(www.forumlousalome.org), socia di "Nodi freudiani", del circolo e della
rivista di cultura psicoanalitica "La ginestra", e di altre esperienze; vari
suoi saggi sono stati pubblicati in volume e in rivista]

La formazione di Fatema Mernissi avvenne in un harem, attraverso la nonna
Jasmina il cui insegnamento fondamentale era: "Devi concentrarti sugli
stranieri che incontri e cercare di comprenderli. Piu' riesci a capire uno
straniero, maggiore e' la tua conoscenza di te stessa".
Vediamo se questo insegnamento funziona anche per noi che leggiamo questo
libro, in un certo senso, `straniero'.
E' inutile negare che tra cio' che vi e' di piu' perturbante per la
coscienza occidentale, posta di fronte a questa cultura, un posto
d'attenzione merita la questione del velo.
Questo velo sulle donne ci disturba. Disturba le donne per le quali puo'
accennarsi un principio claustrofobico e di soffocamento. E probabilmente
crea una sorta di disagio anche agli uomini...
Domandiamoci: che cosa ha il corpo delle donne da dover essere velato? E'
forse portatore di una qualche "stonatura" da nascondere? Una cosa e' certa:
quando qualcosa viene velato, proprio per il fatto di essere velato, assume
un posizione d'oggetto molto importante e significativo.
Possiamo senz'altro dire che non si vela qualcosa senza valore. Questo e' un
punto centrale. Ora, pur senza voler qui introdurre la questione importante
del feticcio, vorrei citare brevemente Lacan quando dice "Il velo, il
sipario davanti a qualcosa, e' cio' che meglio permette di dare un'immagine
della situazione fondamentale dell'amore". Dell'amore dunque si tratterebbe.
Nel senso che amiamo dell'oggetto la sua distanza. E il velo non starebbe
che a dipingere questa assenza/distanza. Funziona un po' come il sipario a
teatro che crea l'attesa.
Seguendo ancora un momento Lacan, possiamo pensare ad un parallelo tra la
funzione del velo e il ricordo di copertura: entrambi indicano un al di la'.
Oltre il velo, oltre il ricordo di copertura c'e' l'essenziale. Che pero' e'
rimosso. Non si rimuove infatti che l'essenziale. E' la donna l'essenziale
che viene rimosso? Lasciamo un momento sospesa questa domanda.
*
La Mernissi nel suo libro entra in un viaggio, guidata da un amico francese,
tra le immagini di harem dipinte dagli artisti occidentali.
E nota la "sconcertante assenza di paura che si riscontra negli uomini
dell'harem europeo".
Spiega in effetti Mernissi che un sultano che puo' tenere tante donne da'
una prova di forza. "I musulmani si descrivono come insicuri nei loro harem"
(p. 18), "Califfi furono avvelenati e soffocati dalle loro favorite" (p.
30), "Negli harem musulmani gli uomini si aspettano dalle loro donne
schiavizzate una feroce resistenza e la volonta' di sabotare tutti i loro
progetti di piacere" (p. 16), "Non e' strano - scrive il califfo Harun
ar-Rashid - che l'intero pianeta mi obbedisca e che io obbedisca a queste
tre signore, determinate a disobbedirmi?" (p. 115).
*
La tesi della Mernissi e' che anche l'occidente ha il suo harem: esso sta
nella manipolazione dell'immagine femminile. Un capitolo del libro sin
intitola esplicitamente  "L'harem delle donne occidentali e' la taglia 42".
Potremmo dire, usando un gioco di parole, che se gli orientali hanno il
velo, noi abbiamo le veline. Potrebbe dunque esserci una equivalenza
simbolica tra le donne velate e le nostre veline: le donne - sotto il velo o
sotto il modello imposto - diventano tutte uguali e tutte fantasmaticamente
controllabili.
"Cosa accade alle emozioni di un uomo - si chiede la Mernissi - quando la
bellezza della donna e' un'immagine fabbricata dall'uomo stesso?". Potremmo
aggiungere noi: che ne e' della dimensione di rischio che ogni incontro
autentico inevitabilmente porta con se'? Lasciamo li' questa domanda.
Abbiamo visto che sotto il velo c'e' un valore. Dunque si potrebbe dire che
la velatura orientale significa una marcatura di un valore. Mentre la
"velatura" occidentale delle veline o della taglia 42 assumerebbe piu'
l'aspetto di un disvalore.
*
Ma torniamo alla funzione del velo e alla domanda lasciata in sospeso. E
chiediamoci dunque: perche' il corpo delle donne deve essere velato?
Il corpo delle donne ha una specificita'. Non rimane mai uguale. Dal bambino
all'uomo abbiamo un accrescimento. Ma dalla bambina alla donna il corpo
subisce svolte rivoluzionarie, vere e proprie traumatiche trasformazioni. Le
mestruazioni, il seno che cresce, la gravidanza, il parto e la menopausa.
Tempeste radicali talora fonte di angoscia e disagio. C'e' un divenire. Il
corpo femminile, piu' di quello maschile, ha capacita' di metamorfosi.
Ora, la femmina-velina, nel suo androginismo, e' come fermata nel suo
sviluppo a prima di queste modificazioni corporee. E, soprattutto, e'
arrestata allo stadio pre-materno. Perche' - probabilmente - il materno e'
il grande enigma, il grande tabu'. Si potrebbe dire che la velatura nasconde
il materno. Rappresentare la donna incinta nuda e' stato per molto tempo un
fortissimo tabu'.
C'e' come una insopportabile segretezza del corpo femminile: avra' raggiunto
l'orgasmo? E' davvero mio figlio? Si domanda l'uomo. Anche le ecografie, al
di la' del loro valore d'uso, possono apparire come pornografie.
Probabilmente sta qui il motivo per cui i delitti sessuali sono sempre
maschili: significherebbero l'assalto al mistero.
*
Insomma, per dirla tutta, c'e' come qualcosa dell'ordine del mostruoso che
pertiene al corpo femminile. Dunque qualcosa di essenziale, di rimosso e
velato. Ma il mostruoso partecipa sia della repulsione che della
fascinazione...
L'associazione delle donne ai mostri risale ad Aristotele: la femmina viene
alla luce quando qualcosa va storto (Generazione degli animali). La femmina
e' una anomalia del tipo maschile.
Sulla questione del mostruoso vorrei segnalarvi tre autrici che, sotto
diverse angolazioni, se ne sono in qualche modo occupate.
Prima di tutto la Kristeva, che nel suo saggio sull'abiezione sostiene che,
nell'abiezione appunto, c'e' una rivolta dell'essere contro cio' che lo
minaccia. L'abietto sembra non essere assimilabile ne' nella posizione del
soggetto, ne' in quella dell'oggetto. C'e' come un esorbitante, un
inassimilabile. "Qualcosa che solletica, inquieta, affascina il desiderio
che pure non si lascia sedurre. Ma impaurito si distoglie" (I poteri
dell'orrore, saggio sull'abiezione, p. 3).
Seconda autrice la Braidotti che in Madri, mostri e macchine (p. 29) scrive:
"La donna e' mostruosa per eccesso: trascende le norme stabilite, oltrepassa
i confini. E' mostruosa per mancanza: la donna-madre non possiede quella
sostanziale unitarieta' che e' propria del soggetto maschile... Donna e'
l'anomalia che conferma la positivita' della norma". Il mostro e'
l'incarnazione della differenza. Dell'assenza di normativita'.
Ed infine Camille Paglia, in Sexual Personae (p. 18): "La ripugnanza storica
per la donna ha una base razionale: il disgusto e' la risposta specifica
della ragione alla grossolanita' della natura procreante". Come dire che il
potere delle donne e' quello di dare la vita si', ma una vita mortale.
Piuttosto nota e' la frase di Celine, una frase che mi pare davvero
esemplare: "Queste femmine ci guastano l'infinito" (citato da Kristeva ). La
donna da' la vita ma senza l'infinito, appunto.
Ora l'infinito e' anche una categoria matematica, un'idea di perfezione. La
sublimazione per eccellenza. Come se la donna - nel suo "guastare
l'infinito" - ostacolasse il processo di sublimazione. Per questo occorre
velarla.
*
Eppure, ancora una volta, non dimentichiamo che cio' che e' sotto il velo e'
l'essenziale. Cio' che vale e' sotto il velo. E' questo che si tratta di
riconoscere. Ricordo una scena del film Viaggio a Kandahar di Mohsem
Makhmalbaf in cui le donne si mettono il rossetto sotto il burka. Oltre a
poter dire qualcosa sul vero motivo per cui le donne si truccano (che pero'
oggi non vi diciamo per mantenere - come dire? - un certo velo su questo),
se ne deduce qualcosa circa il concetto di valore che sta sotto il velo. Non
si vede ma c'e'. Significa proprio perche' e' velato.
C'e' una relazione piuttosto evidente tra il desiderio e il pudore. E
precisamente il pudore sostiene il desiderio, e' cio' che muove il
desiderio, cio' che lo sospinge in avanti (fallicismo del desiderio).
In questa dinamica l'oggetto diventa oggetto di prospettiva e  la relazione
si struttura come relazione d'ignoto. Ma perche' questo meccanismo d'ignoto
possa funzionare come motore del desiderio, esso (l'ignoto) deve avere una
qualita': e cioe' deve essere nel futuro conoscibile. Deve contenere la
promessa che qualcosa poi, un giorno, se ne sapra'. La promessa che il
sipario infine verra' levato. C'e' la promessa di un al di la'.
Il velo, nel suo poter essere anche svelamento, sostiene questa funzione di
promessa.

3. LIBRI. LIDIA VERDOLIVA PRESENTA "L'HAREM E L'OCCIDENTE" DI FATEMA
MERNISSI
[Dal sito "La Donna nel Mediterraneo" (Universita' degli studi di Napoli
"Federico II", Dipartimento di Filologia Classica), www.donnamed.unina.it,
riprendiamo il seguente articolo. Lidia Verdoliva collabora al sito "La
donna nel Mediterraneo"]

"Fu in un grande magazzino americano, nel corso di un fallimentare tentativo
di comprarmi una gonna di cotone, che mi sentii dire che i miei fianchi
erano troppo larghi per la taglia 42. Ebbi allora la penosa occasione di
sperimentare come l'immagine di bellezza dell'Occidente possa ferire
fisicamente una donna e umiliarla tanto quanto il velo imposto da una
polizia statale in regimi estremisti quali l'Iran, l'Afghanistan o l'Arabia
Saudita".
Nel capitolo finale del libro L'harem e l'Occidente (2000), considerato il
suo capolavoro, la sociologa Fatema Mernissi espone una sua idea molto
provocatoria secondo la quale se le donne musulmane hanno il dovere di
indossare il velo, quelle occidentali vivono oppresse dall'obbligo di
"entrare" nella taglia 42, imposto dai "profeti della moda".
Ecco il simpatico dialogo, riportato dalla Mernissi, che ha avuto luogo tra
lei e la commessa: "La commessa aggiunse un giudizio condiscendente che
suono' per me come la fatwa di un imam:
- Lei e' troppo grossa!
- Troppo grossa rispetto a cosa?
- Rispetto alla taglia 42. Le taglie 40 e 42 sono la norma. Le taglie
anomale come quella di cui lei ha bisogno si possono comprare in negozi
specializzati.
All'improvviso in quel tranquillo negozio americano in cui ero entrata cosi'
trionfalmente nel mio legittimo status di consumatrice sovrana, pronta a
spendere il proprio denaro, mi sentii ferocemente attaccata:
- E chi decide la norma? Chi lo dice che tutte devono avere la taglia 42?
- La norma e' dappertutto, mia cara, su tutte le riviste, in televisione,
nelle pubblicita'. Non puoi sfuggire. C'e' Calvin Klein, Ralph Laurent,
Gianni Versace, Giorgio Armani, Mario Valentino (...) Da che parte del mondo
viene lei?
- Vengo da un paese dove non c'e' una taglia per gli abiti delle donne. Io
compro la mia stoffa e la sarta o il sarto mi fanno la gonna di seta o di
pelle che voglio. Non devo fare altro che prendere le mie misure ogni volta
che ci vado. Ne' la sarta ne' io sappiamo esattamente la misura della gonna
nuova. Lo scopriamo insieme mentre la si fa. A nessuno interessa la mia
taglia in Marocco fintanto che pago le tasse per tempo. Attualmente non so
proprio quale sia la mia taglia, a dire il vero".
La Mernissi nota in questa occasione che "l'Occidente e' l'unica parte del
mondo dove la moda della donna e' affare dell'uomo".
*
Il problema sembra avere radici piu' profonde che affondano nella
preservazione dell'egemonia maschile, in una societa' essenzialmente
patriarcale. Ma mentre l'uomo musulmano ha limitato il raggio d'azione della
donna nello spazio, con la realizzazione dell'harem e dello hijab che
rappresenta una barriera tra lo spazio pubblico e il privato, l'uomo
occidentale ha imprigionato la donna in una dimensione temporale: quella
dell'eterna adolescenza. Una donna matura e' piu' pericolosa e meno
controllabile di una che abbia le sembianze di una quattordicenne, esile,
passiva, indifesa.
Secondo Naomi Wolf: "Una fissazione culturale sulla magrezza femminile non
e' un'ossessione sulla bellezza, bensi' un'ossessione sull'obbedienza
femminile... Le diete sono il sedativo piu' potente di tutta la storia delle
donne: una popolazione fatta di pazzi tranquilli e' molto manipolabile".
A questo proposito afferma ironocamente la Mernissi: " Noi donne musulmane
abbiamo un mese solo di digiuno, il Ramadan, ma le povere donne occidentali
sempre a dieta devono digiunare dodici mesi all'anno".
La donna occidentale sente di esistere solo quando sa di essere osservata;
solo attraverso lo sguardo dell'uomo il suo essere (esse) e' un essere
percepita (percepi). Questo stratagemma del tempo in cui viene imprigionata
e' ben piu' subdolo e pericoloso di quello dello spazio perche' e' impresso
nella sua stessa pelle.
"Imparando a diventare un bell'oggetto, la ragazza impara l'ansia - forse
persino il disgusto - verso la sua stessa carne. Scrutando ossessivamente
nei reali cosi' come nei metaforici specchi che la circondano, desidera
letteralmente 'ridurre' il proprio corpo. Nel diciottesimo secolo questo
desiderio di essere bella e fragile porto' all'uso di corpetti stretti e a
bere aceto. La nostra epoca, invece, ha prodotto innumerevoli diete e
digiuni 'controllati', cosi' come lo straordinario fenomeno dell'anoressia
adolescenziale" (Sandra Gilbert e Susan Giubar: Tha Madwoman in the Attic,
1979).
*
Conclude la Mernissi intuendo cio' che rende le donne occidentali
inconsapevoli e mute di fronte al loro problema: "Immagina i
fondamentalisti, se obbligassero le donne non solo a mettere il velo, ma un
velo di misura 42! Come si fa a organizzare una marcia politica credibile e
gridare nelle strade che i tuoi diritti umani sono stati violati perche' non
riesci a trovare una gonna che ti va bene?".

4. LIBRI. FRANCESCO MAZZETTA PRESENTA "KARAWAN. DAL DESERTO AL WEB" DI
FATEMA MERNISSI
[Dal sito www.motortravel.info riprendiamo il seguente articolo. Francesco
Mazzetta, dottore in pedagogia, e' assistente bibliotecario presso la
biblioteca comunale di Fiorenzuola d'Arda; collabora con varie riviste con
articoli di argomento culturale]

Karawan (Giunti, pp. 255, euro 12) e' una guida del Marocco. Ma allo stesso
tempo si differenzia in maniera sostanziale da tutte le altre "vere e
proprie" guide sul Marocco che potete trovare in commercio. Non si tratta
infatti di una guida al Marocco per turisti desiderosi di mare e tour
guidati a citta' imperiali, souk ed incantatori di serpenti.
Al contrario si tratta di una guida al Marocco civico, al Marocco che,
nonostante le statistiche ufficiali sull'analfabetismo vede connessi ad
internet una buona percentuale dei propri abitanti (sia delle zone cittadine
che di quelle rurali), in particolare i giovani che sopperiscono alla
mancanza di istruzione "ufficiale" con manuali di inglese "fai da te" e con
le riviste specializzate a loro dedicate.
Al Marocco che vede molte delle artigiane legate alla fabbricazione dei
tappeti passare alla produzione artistica vera e propria sostenute dalla
famiglia e dai concittadini, contrariamente alla vulgata che vuole la donna
islamica sottomessa e rinchiusa nell'alcova domestica.
Al Marocco che vede sempre piu' le inadempienze centrali affrontate
dall'associazionismo spontaneo, impegnato a migliorare il tenore e la
qualita' della vita delle popolazioni nelle zone rurali dell'Atlante,
favorendo l'utilizzo di fonti energetiche rinnovabili e la possibilita' di
costruire un lavoro nella propria terra d'origine piuttosto che essere
costretti a tentare un'improbabile fortuna all'estero.
Proprio questo elemento tra l'altro permette una maggiore sensibilizzazione
all'impatto ambientale anche del turismo (la Mernissi denuncia in
particolare il turismo arabo che caccia le specie a rischio d'estinzione) e
l'aggregazione di risorse ed intelligenze per trovare rimedi ai problemi
ecologici (desertificazione) della regione.
*
Fatema Mernissi ci racconta questo Marocco "alternativo" in qualche modo da
turista lei stessa: infatti la sua condizione di cittadina e "naturalmente"
emancipata per la propria condizione sociale di docente universitaria, la
fanno considerare estranea lei stessa, al pari degli stranieri, dagli
abitanti delle zone rurali. Ma cio' nonostante la sua ricerca del Marocco
civile la fa (e ci fa) venire in contatto con un Marocco assolutamente
distante dai pregiudizi e dai luoghi comuni. Un Marocco che la Mernissi ci
invita a visitare uscendo dai sentieri tracciati per i turisti, in cerca
delle attrattive vere del paese. E per farlo, oltre all'abbondante
iconografia, ci mette a disposizione indirizzi e-mail, url internet,
addirittura numeri di telefono dei protagonisti di questo nuovo Marocco
civico che avanza.

5. INCONTRI. BARBARA CAPUTO: UN INCONTRO CON FATEMA MERNISSI (2000)
[Dal quotidiano "Il mattino" del 6 ottobre 2000. Barbara Caputo,
antropologa, svolge attivita' di ricerca e insegnamento presso l'Istituto
per gli studi sulla multietnicita' di Milano e l'Universita' di Milano
Bicocca]

Globalizzazione: un fenomeno cui la seconda edizione di "Fondamenta", il
convegno veneziano ideato dallo scrittore Daniele Del Giudice, ha deciso di
volgere la sua attenzione, chiamando a dare sul tema del "Globo conteso"
punti di vista innovativi.
Per Fatema Mernissi, sociologa e scrittrice marocchina invitata a
"Fondamenta", proprio in questi giorni in libreria da Giunti con L'harem e
l'Occidente, la globalizzazione puo' significare possibilita' di viaggiare,
di conoscere meglio gli altri e se stessi. E le nuove tecnologie possono
tornare utili all'emancipazione delle donne islamiche.
*
La Mernissi lancia pero' un avvertimento alle occidentali, invitandole a
rendersi conto che anche la loro lotta e' ancora dura. Queste idee sono
frutto di tradizioni antiche. "I sufi coltivavano gia' in passato un
desiderio di 'globalizzazione', nella loro idea del viaggio come
illuminazione, apertura alle differenze. Gli occidentali pensano che l'harem
esista solo da noi. Ma le odalische di Ingres e di Matisse non sono donne
orientali. Ingres non ha mai viaggiato in Oriente. Il suo e' un harem
europeo".
Per Mernissi il viaggio alla scoperta degli altri deve essere come un gioco
di scacchi, uno scambio di sguardi e di posizioni. La chiusura all'altro
causa l'ignoranza.
E stavolta, invece di essere noi a giudicare le donne arabe, e' una donna
araba che giudica noi. "Giochiamo con le idee come fosse una partita a
scacchi, un'invenzione araba che gli europei hanno importato con le
Crociate. Se si gioca con le differenze, noi possiamo creare una cultura
della globalizzazione che non e' la violenza, le crociate, ma questo
meraviglioso movimento verso gli altri e se stessi".
L'odalisca come cortigiana passiva, asservita ai voleri degli uomini, non
esiste. E' solo una proiezione delle fantasie degli uomini occidentali, che,
Kant in testa, sognano femmine aggraziate quanto stupide, e associano
l'intelligenza femminile alla bruttezza. Mentre le vere donne dell'harem
erano belle e coltissime, gelose e combattive, furbe e potenti. "La prima
volta che ho sentito che bisogna essere stupide per essere belle, ero
studentessa in America, all'inizio degli anni Settanta. I miei amici mi
consigliarono di non indossare i miei gioielli e di non truccarmi, perche'
sarei stata giudicata stupida. Dovevo scegliere tra l'intelligenza e la
seduzione".
Mentre l'Occidente sogna donne belle, stupide, ossessionate dalle diete,
"chiuse in recinti invisibili", l'Oriente ha sempre ritenuto l'intelligenza
un'arma di seduzione. "Da noi una donna stupida non e' considerata bella. E
la bellezza e' una manifestazione d'intelligenza". E questo oggi, con
l'accesso all'istruzione, fa la differenza.
*
Se le donne musulmane sono state escluse dallo spazio politico, si stanno
prendendo la loro rivincita in campi dove serve l'intelligenza, servendosi
delle stesse armi della Sherazade de Le mille e una notte: la bellezza,
l'intelligenza, l'arte della parola. "Le televisioni arabe satellitari, che
sono viste da tutti e belle come la Cnn, sono occupate da donne belle e
intelligenti nei notiziari e nei talk-shows. I media servono a manipolare le
idee, a cambiarle. La tecnologia e' femminile, morbida, piccola e portatile
come i gioielli, non si ha bisogno di forza per usarla. Le donne oggi
comunicano con internet, giocano con le parole e la tecnologia come una
volta facevano con i tappeti. La cultura e' divenuta potere, fa concorrenza
al modo degli uomini di fare politica. E' cosi' che le donne musulmane
prendono il potere. In Iran sono velate, ma lavorano nei laboratori
scientifici, e hanno trasformato la scena politica nelle ultime elezioni. La
prima vicepresidente dell'Iran era velata, ma esperta di scienze
dell'ambiente. Il velo e' una maschera, ma ogni volta che si vede il velo,
bisogna chiedersi cosa c'e' dietro".

6. INCONTRI. UN INCONTRO CON FATEMA MERNISSI (2002)
[Dal sito www.ecologiasociale.org riprendiamo il seguente articolo apparso
sul "Corriere della sera" del 2 settembre 2002. Non siamo riusciti a
rintracciare il nome dell'autore o dell'autrice dell'articolo]

"L'elemento-chiave che caratterizza oggi il mondo arabo non e' la religione,
come affermano molti esperti americani, bensi' la tecnologia informatica.
Sono le tv satellitari indipendenti rispetto alle tv di regime dei vari
stati islamici, sono le reti internet a cui si rivolgono soprattutto i
giovani e le donne. Attraverso questi strumenti, che consentono il confronto
delle opinioni, si puo' arrivare alla conoscenza reciproca piuttosto che
alla violenza e alla guerra".
Bastano poche parole a Fatema Mernissi per illustrare la tesi provocatoria
del suo libro Islam e democrazia. La paura della modernita', in uscita tra
pochi giorni da Giunti.
Scrittrice marocchina tradotta in ventidue lingue, docente di sociologia
all'Universita' Mohammed V di Rabat, studiosa del Corano, Mernissi svolge da
molti anni attivita' di ricerca e d'insegnamento in ambito internazionale.
In Italia e' nota soprattutto per il successo de La terrazza proibita
(Giunti 1996) e L'harem e l'Occidente (Giunti 2000). Dove, con uno stile
particolarissimo che alterna citazioni colte e ironia, affonda il coltello
sui conflitti tra maschile e femminile. In un mondo dove "in Oriente le
donne sono prigioniere del velo e in Occidente lo sono della taglia 42". "Ha
riso leggendo i miei libri? Le hanno dato gioia? - domanda - Oggi bisogna
trasmettere ottimismo, praticare il senso dell'umorismo come arte di vivere.
Dopo l'attacco terroristico dell'11 settembre ero spaventata a morte, come
la maggior parte dei miei amici arabi. Abbiamo dovuto reagire, e capire che,
per proteggerci, dobbiamo abbattere le frontiere, comunicare. Usando la
tecnologia in primo luogo. Noi donne giochiamo un ruolo importante perche'
la paura e' il nostro business. Non fabbrichiamo armi ma ne siamo le prime
vittime. Con i nostri uomini, mariti o figli. Ecco perche' soprattutto le
donne e i giovani arabi imparano l'inglese su grammatiche fai-da-te da pochi
centesimi, cercano scuse per entrare in un internet-cafe' senza dover pagare
un dollaro all'ora per l'uso del computer o seguono le trasmissioni di
al-Jazira. Vogliono il dialogo. Contro i dogmi del fondamentalismo".
*
A Mantova, Fatema Mernissi porta la sua esperienza di sociologa che ha
ideato il programma "Sinergia civica" per diffondere la scrittura e
organizzato un workshop itinerante, "Carovana civica", che va nelle zone
rurali e nel deserto per incontrare la popolazione. "La conoscenza e'
davvero rivoluzionaria - dice la scrittrice - perche' puo' essere colta
anche dai piu' deboli e dai poveri. A Mantova, sabato prossimo, presento
quattro ex detenuti politici, tre uomini e una donna ora candidati nel nuovo
partito della sinistra alle elezioni politiche che si terranno a ottobre in
Marocco. I loro scritti testimoniano la protesta di tanti cittadini negli
anni tra il 1970 e il 1980. Alcuni hanno fatto anche dieci anni di carcere,
eppure sono cosi' gioiosi che, quando li guardo, mi viene il buonumore".
Intanto Mernissi lavora al suo prossimo libro, Cyber Islam. A cosmic mirror
. "Perche' - dice - siamo tutti in uno specchio e ciascuno di noi e' un
riflesso dell'altro. Solo specchiandomi nella tua diversita' posso capire
chi sono io. E' la favola del Simorgh, la creatura splendente cantata nove
secoli fa dal mio sufi preferito, Farid al-din 'Attar. Oggi la tecnologia ci
consente di creare quello specchio globale nel quale ogni cultura puo'
risplendere nella sua unicita'. Una sfida a cui tutti siamo chiamati. E solo
un poeta puo' farci da guida".

7. INCONTRI. MARINA PRATURLON: UN INCONTRO CON FATEMA MERNISSI (2004)
[Riproponiamo, ripresi dal sito de "Il foglio del paese delle donne"
(www.womenews.net), ampi stralci del resoconto di un incontro con Fatema
Mernissi all'Universita' di Roma nel novembre 2004. Marina Praturlon
collabora alla rivista "Dissensi.net"]

Nonostante le pessime condizioni del tempo, erano in molti, giovani e meno
giovani, ad accogliere martedi' 9 novembre [2004] l'appello ad incontrare
Fatema Mernissi, sociologa e scrittrice marocchina nota in Italia
soprattutto per il grande successo ottenuto dal suo romanzo La terrazza
proibita.
Ospite della facolta' di Scienze della formazione (Universita' Roma 3), alla
presenza di sociologi, filosofi e di un attento pubblico, la Mernissi ha
colto questa occasione per parlare soprattutto del dialogo fra l'Islam e
l'Occidente cristiano, facendo presente che e' improprio confondere termini
geografici (come Occidente) con termini religiosi-culturali come Islam, e
che dunque all'Occidente non si contrapppone l'Islam, ma semmai i paesi
islamici nelle loro diversita' culturali, anche molto evidenti (si pensi
alla differenza fra il Marocco e lo Yemen o l'Indonesia).
In effetti, oltre che come scrittrice, la Mernissi e' apprezzata in Europa
soprattutto per aver intessuto, in questi anni dominati dalla paura, una
rete di scambi interculturali con l'Islam democratico e per essersi fatta
portavoce di una societa' civile islamica vivace ed attiva, desiderosa di
dialogare con l'Occidente sui temi scottanti della giustizia globale e della
convivenza pacifica fra diversi.
Anche in questa occasione, come nel suo recente libro Karawan: dal deserto
al web, uno dei temi ricorrenti e' stato quello della comunicazione perche'
secondo la Mernissi questa societa' civile islamica a grande maggioranza
giovanile, che conosce la lingua e la cultura europea, che utilizza con
disinvoltura tv satellitari e internet, non vive nella chiusura e nella
paura come noi spesso la immaginiamo, ma al contrario e' aperta e desiderosa
di rompere questo muro di silenzio che ci divide, con gli strumenti pacifici
della parola, del viaggio e della conoscenza reciproca.
In Marocco e' possibile trovare donne e ragazzi che navigano negli
internet-cafe' fino alle undici di sera a dispetto delle statistiche che
danno i paesi islamici a bassa alfabetizzazione informatica (perche' vengono
contati i computer comprati individualmente e non quelli condivisi nei
luoghi pubblici), e questa rete di comunicazione con il mondo e' un'altra
faccia dell'Islam, ben diversa da quella retrograda e violenta che riempie i
nostri schermi televisivi.
Quello che Fatema Mernissi ci ha regalato e' la buona notizia che questo
mondo pacifico e aperto nei Paesi islamici esiste, e' in crescita, lavora
per combattere gli integralismi religiosi, culturali e politici nel mondo, e
che l'Islam come religione non ha in se stesso il germe della violenza e
dell'intolleranza.
Piuttosto il problema dei paesi islamici oggi e' il gap generazionale fra i
cittadini e la dirigenza politica, i primi giovanissimi e la seconda anziana
e largamente minoritaria e non rappresentativa.
Quello che sta accadendo nei paesi islamici e' un movimento di emancipazione
che si basa sull'insofferenza dei ragazzi che appartengono al mondo
globalizzato del web e usano la tecnologia per uscire dall'isolamento
culturale in cui vivono da quando e' scoppiato il conflitto con l'Iraq.
Questa generazione, come ha fatto acutamente notare la storica Bonacchi
della Fondazione Basso, conosce la cultura occidentale assai piu' di quanto
noi conosciamo l'Islam, perche' rispetto al periodo coloniale in cui
l'Occidente aveva una discreta conoscenza della cultura che andava a
dominare, oggi la situazione si e' rovesciata: noi non conosciamo le culture
"altre", compreso l'Islam, ma i cittadini islamici conoscono benissimo la
nostra cultura, la nostra scienza, le nostre lingue, la nostra tecnologia.
Ci siamo resi conto di questo solo quando il terrorismo islamico ci ha
sorpreso con il suo uso disinvolto ed esperto di ogni aspetto del nostro
sapere. Su questo punto Fatema Mernissi ci ha comunicato tutto il suo
stupefacente ottimismo, che ci ha tenuto a distinguere dalla stupidita',
riguardo alla possibilita' che si crei una grande rete di contatti pacifici
e fecondi che restituisca all'Islam la sua antica vocazione di dialogo e di
tolleranza, quell'universalismo che ha permesso, nei secoli del suo
splendore, una cosi' grande diffusione nel mondo e il fiorire di una cultura
raffinata che si nutriva delle diversita'.
Questo orgoglio islamico, per noi ascoltatori piuttosto sorprendente, ha
provocato alcune osservazioni e domande fra il pubblico e fra i docenti
presenti, soprattutto riguardo alla possibilita' di interpretare i testi
sacri islamici nella direzione del dialogo e della tolleranza.
A questo proposito la Mernissi ha ricordato un dato essenziale che
caratterizza l'Islam religioso: la mancanza di un'autorita' centrale
indiscussa e depositaria dell'esegesi del Corano...
Il mondo islamico e' molto di piu' di quello che in Occidente si crede, e'
una vasta societa' civile che ha bisogno del dialogo con le altre societa'
civili per rompere questo isolamento, che in realta' e' reciproco; anche
noi, infatti, abbiamo bisogno di rompere il nostro isolamento dal mondo
islamico, perche' questo isolamento favorisce il pregiudizio e
l'integralismo sia da una parte che dall'altra, a danno della societa'
civile e della pace.

8. INCONTRI. ROSSELLA VALDRE': UN INCONTRO SU "L'HAREM E L'OCCIDENTE" DI
FATEMA MERNISSI
[Dal sito www.pol-it.org riprendiamo il seguente articolo dell'aprile 2002.
Rossella Valdre' e' psichiatra e psicoterapeuta ad orientamento
psicodinamico; esercita in ambito istituzionale in una comunita' terapeutica
per pazienti psicotici; saggista, collabora a varie pubblicazioni]

Si e' tenuta ieri, sabato 13 aprile [2002], alla Libreria Feltrinelli di Via
Manzoni a Milano, la presentazione-dibattito sul bel libro di Fatema
Mernissi, "L'harem e l'Occidente".
Benche' gia' presentato in varie occasioni - il tema dell'Islam sappiamo
essere tornato piu' che mai alla ribalta - valeva la pena, a parer mio, di
essere presenti anche a questa occasione.
Maria Pia Bobbioni, Laura Pigozzi e Giulia Lami (le prime due psicoanaliste
dell'associazione Nodi freudiani, la terza ricercatrice di storia orientale
presso L'universita' di Milano) hanno avuto il merito di offrire un
dibattito vivace, direi persino in alcuni tratti divertito, intelligente ed
insieme serio sullo spinoso tema delle donne e l'harem, ovvero le donne e la
cultura musulmana, delle donne e le restrizioni... infine, delle donne e la
societa', qualunque societa'.
*
Vengo subito quindi ad introdurre lo spunto che mi e' parso piu'
interessante e che propongo alle riflessioni e alle opinioni dei lettori e
delle lettrici.
Fatema, originaria di Fez in Marocco, riceve la propria "formazione" (si
puo' a ragione chiamarla cosi') all'interno di un harem, come molte altre
ragazze della sua generazione e della sua cultura. Successivamente, si
rechera' in Occidente, da noi, ne trarra' le considerazioni che sono oggetto
di questo libro, e tornera' poi al suo paese, dove oggi insegna sociologia
presso l'Universita' di Rabat. Fatema, col suo occhio critico e
intelligente, ha dunque conosciuto i due mondi, l'Oriente e l'Occidente.
Si domanda, dunque: la condizione femminile e' cosi' diversa? Che cosa la
distingue, se qualcosa esiste che crei la differenza?
No, si risponde Fatema, la condizione femminile non e' cosi' diversa. Al di
la' delle situazioni e dei contesti apparenti, che possono qui sembrare
persino fuorvianti, anche l'Occidente ha il proprio harem: l'harem della
taglia 42, del corpo femminile costretto a rimanere per sempre adolescente e
magro, diafano quasi, acerbo e privo di maturita' e di tempo, segregato in
un limite di anni che si chiude tragicamente con la menopausa, soggiogato ai
dettami maschili dello stilista e del mercato.
La tirannia della "taglia 42" e' un altro velo, un altro burqua, se
intendiamo per velo - come ha suggerito Laura Pigozzi - qualcosa che isola e
che separa, ma che nasconde non cio' che non ha valore e significato, ma
cio' che ne ha moltissimo e puo' rappresentare un pericolo, qualcosa che
mette la donna "al di fuori", all'esterno, e che mantenendo questa distanza
lascia anche intatto il desiderio e l'appetito verso di lei. L'oggetto amato
non si caratterizza forse per la sua distanza?
Le eterne adolescenti della "taglia 42", icone della pubblicita', della
scena della moda e dello spettacolo, vengono cosi' a trovarsi alla stessa
distanza dal mondo reale della donna coperta da un velo e collocata in un
harem a servire il suo sultano; ugualmente uniformate, e ugualmente private
di soggettivita'. Allo stesso tempo, ugualmente incitate a ribellarsi
(sembra che non pochi signori degli harem siano stati ferocemente attaccati
e persino uccisi dalle loro schiave); la ribellione e' nella storia delle
donne, cosi' come l'impossibilita' - che l'uomo profondamente sente dentro
di se' - a governare veramente una donna. Fatema e' infatti tornata
indietro, e ha saputo trovare in quel contesto sociale una posizione di
rilevo (a questo proposito, sembrano sussistere dei pregiudizi, in quanto
dati del '91 indicano come le donne dei paesi arabi occupino posti di
responsabilita' in percentuale uguale se non maggiore, in alcuni casi, delle
donne dei paesi occidentali).
*
L'autrice si interroga anche sull'immaginario che l'harem suscita nel
maschio occidentale, per come lei stessa ha personalmente notato negli
uomini incontrati in Occidente. Un luogo di delizie e piaceri, dove il
femminile e' intento solo ad accontentare l'uomo e che soprattutto si priva
dello strumento contrattuale umano per eccellenza: la parola. Nell'harem
vige il silenzio, le donne non parlano, non chiedono, non commentano: danno
solo il loro corpo, un corpo estraniato dalla contrattualita' del consenso
tra pari, dal dialogo e dalla storicita'.
Nell'immaginario dell'uomo occidentale alberga dunque lo stesso piacere che
l'uomo orientale, per ragioni storiche, religiose e di politiche, e'
riuscito a realizzare. Anche lui, il nostro concittadino che vive accanto a
noi, ha cercato di creare il proprio harem, andando cioe' a ferire a livello
simbolico i punti salienti dell'essere femminile: il corpo e il passare del
tempo.
Le modelle della "taglia 42" non hanno corpo e non hanno tempo, e
soprattutto non hanno parola: qualcuno ha mai sentito parlare le
innumerevoli vallette dei minestroni televisivi? Qualcuno ricorda la loro
voce, un loro commento?
*
Su questo tema cosi' suggestivo si e' incentrata la discussione e dunque il
libro che qui vengo a proporre, che getta uno sguardo su Oriente ed
Occidente, maschile e femminile in chiave anche ironica e non solo
disperata. Soprattutto - e questo mi pare un gran merito - uno sguardo privo
di pregiudizi. Noi occidentali, e' vero, tendiamo a giudicare l'Islam come
barbaro ed arretrato, portatore di una cultura arcaica molto lontana dal
nostro mondo. Ci e' piu' difficile, diciamo, "guardare in casa propria", e
abbiamo la benevola tendenza ad assolverci sempre.
Ho scelto questo spunto, tra i diversi sollevati ieri, perche' mi pare un
problema aperto, su cui spesso personalmente mi ritrovo a ragionare e non di
rado ad indignarmi: perche' le donne (molte) sono ancora cosi' gregarie,
perche' abdicano cosi' spesso all'uso della parola in favore di un successo
effimero o di una protezione apparente, perche' si sottopongono alle
tirannidi, che con varie declinazioni abbiamo gia' visitato in questa
rubrica e che ne rappresentano infine l'oggetto di analisi?
Credo che il quadro presentato dalla Mernissi, che pure trovo
sostanzialmente vicino alla realta', tuttavia offra oggi diversi margini di
fuga.
L'autonomia culturale e della propria sussistenza, unite alla coscienza di
se' che si inserisca come uno scheletro pensante nell'anima e nel corpo
femminile, rappresentano l'unica garanzia contro l'harem e i veli, o l'unica
speranza di affrancarsene. In assenza di questo, mi sento di condividere la
desolante lettura secondo cui la donna e' destinata a vivere in una sorta di
cattivita', adeguandosi via via al modello predominante, e meritandosi cosi'
il desiderio dell'uomo. Finche' dura.
Va ancora ricordato, come ha sottolineato la Lami, che siamo vittime di un
altro pregiudizio: non e' tanto una costruzione religiosa quella che impone
questo regime di asservimento femminile. Almeno, non solo. E' una decisione
politica: in assenza di politiche statali che provvedano al welfare, ad
assistere vecchi e bambini, a curare, a farsi carico dei bisogni della
persona, e' piu' conveniente che tutto cio' ricada sulla donna, la cui gran
mole di lavoro silenzioso e sommerso consente ad amministrazioni pubbliche
che altrimenti andrebbero allo sfascio una pur magra sopravvivenza. Il
fanatismo religioso, che pure esiste, funge da copertura a scelte politiche
che impediscono il cambiamento e mantengono invece lo status quo, che puo'
mantenersi all'interno di una societa' solamente negando la paritarieta' tra
i sessi.
*
Un testo dunque ricco e suggestivo, che passa agevolmente attraverso il
sociale, l'immaginativo, il rituale, il religioso, fin dentro le oscurita'
dell'incontro tra uomo e donna, dalla cui natura piu' o meno egualitaria
dipende tuttora il grado di civilta' a cui l'individuo umano puo' ambire.

9. TESTI. FATEMA MERNISSI: L'INCIPIT DE "L'HAREM E L'OCCIDENTE"
[Da Fatema Mernissi, L'harem e l'Occidente, Giunti, Firenze 2000, p. 7]

Se per caso vi capitasse di incontrarmi all'aeroporto di Casablanca, o su
una nave in partenza da Tangeri, vi apparirei disinvolta e sicura di me, ma
la realta' e' ben diversa. Ancora oggi, alla mia eta', l'idea di varcare una
frontiera mi rende nervosa, temo di non comprendere gli stranieri.
"Viaggiare e' il modo migliore per conoscere e accrescere la tua forza",
diceva Jasmina, mia nonna, che era illetterata e viveva in un harem, una
tradizionale abitazione familiare dalle porte sbarrate che le donne non
erano autorizzate ad aprire. "Devi focalizzarti sugli stranieri che incontri
e cercare di comprenderli. Piu' riesci a capire uno straniero, maggiore e'
la tua conoscenza di te stessa, e piu' conoscerai te stessa, piu' sarai
forte". Jasmina viveva la sua vita nell'harem come una vera e propria
prigionia. Aveva percio' un'idea grandiosa del viaggiare e vedeva
nell'opportunita' di varcare dei confini un sacro privilegio: la migliore
occasione per lasciarsi dietro la propria debolezza. A Fez, la citta'
medievale della mia infanzia, giravano voci affascinanti su abili maestri
sufi che esperivano straordinari lampi di illuminazione (lawami') ed
estendevano rapidamente la loro conoscenza, tanto erano tesi ad apprendere
dagli stranieri che incrociavano nella vita.
Qualche anno fa, ho dovuto recarmi in Occidente e visitare una decina di
citta', per la promozione del mio libro La terrazza proibita, uscito nel
1994 e tradotto in ventidue lingue. Sono stata intervistata da piu' di cento
giornalisti occidentali, e in quelle occasioni ho potuto notare che la
maggioranza degli uomini pronunciava la parola "harem" con un sorriso. Quei
sorrisi mi sconcertavano. Come si fa a sorridere evocando un sinonimo di
prigione?

10. MATERIALI. UNA BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE DELLE OPERE DI FATEMA MERNISSI
(IN INGLESE)
[Dal sito personale di Fatima Mernissi (www.mernissi.net) riprendiamo la
seguente bibliografia essenziale (in inglese) delle sue opere pubblicate in
volume]

- Beyond The Veil. Male-Female Dynamics in Modern Muslim Society, 1975,
English original, translated into 5 languages.
- As-Suluk Al-Jinsiy Fi Mujtama'in Islamiyin Taba'iy, 1982, This Arabic
edition published in Lebanon by "Dar Al Hadatha" (P. O. Box 113/5335 Beirut)
is the translation of a collection of articles I published in the Moroccan
magazine "Lamalif".
- Doing Daily Battle. Interviews With Moroccan Women, 1983, French original,
translated into 4 languages.
- Al Hubb fi hadaratina al-Islamiya, 1983, Arabic original ("Love in our
Muslim Civilisation"), published in Lebanon (Ad-Dar Al Alamiya, Beirut,
1983 - out of print).
- L'amour dans les pays musulmans, 1984, French original, published as a
100-page special issue of the monthly magazine "Jeune Afrique Plus" (Issue
n. 4, January 1984 - out of print). A paperback edition for Morocco was
published by Editions Maghrebines, Casablanca, 1986 - out of print.
- Nissa' al' Gharb, 1985, A fieldwork report I carried out as an Ilo
consultant in the early 1980s, originally written in French "Femmes du
Gharb". Arabic translation by Fatema Zriouil (Editions Smer, Rabat, 1985 -
out of print).
- The Veil and the Male Elite. A Feminist Interpretation of Women's Rights
in Islam, 1988, French original, translated into 8 languages.
- Scheherazade is not a Moroccan, otherwise she would be a salaried worker!,
Shahrazad n'est pas marocaine, autrement elle serait salariee!, 1988, French
original, Arabic translation.
- Forgotten Queens of Islam, 1990, French original, translated into 9
languages.
- Islam and Democracy. Fear of the Modern World,1992, French original,
translated into 7 languages.
- Women's Rebellion and Islamic Memory. Articles. 1993, French and English
originals, translated into 3 languages.
- Dreams of Trespass. Tales of a Harem Girlhood, 1994, English original,
translated into more than 20 languages.
- Les Ait-Debrouille. ONng rurales du Haut Atlas, 1997, French original.
- Are you inoculated against the Harem? Etes-vous vaccine' contre le Harem?
Texte-Test pour les messieurs qui adorent les dames, 1998, French original,
Arabic translation.
- Scheherazade Goes West. Different Cultures, Different Harems, 2001,
English original, translated into 10 languages.
- Les Sindbads marocains. Voyage dans le Maroc civique, 2004, French
original, Italian translation.

11. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

12. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1269 del 18 aprile 2006

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