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La nonviolenza e' in cammino. 1271



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1271 del 20 aprile 2006

Sommario di questo numero:
1. Lidia Menapace: Cominciamo a farci sentire
2. Peppe Sini: Le amministrative e il referendum
3. Ida Dominijanni: Paradossi
4. Giancarla Codrignani: Oltre la "rappresentanza"
5. Enrico Peyretti: Vita che da' vita
6. Marco Deriu: Il cuore oscuro degli uomini
7. Giulio Vittorangeli: La morte di Primo Levi
8. Giobbe Santabarbara: Una postilla
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. LIDIA MENAPACE: COMINCIAMO A FARCI SENTIRE
[Dalla mailing list Lisistrata (per contatti: lisistrata at yahoogroups.com)
riprendiamo il seguente intervento di Lidia Menapace (per contatti:
lidiamenapace at aliceposta.it) scritto su richiesta di Ines Valenzuolo della
redazione de "Il paese delle donne", testata nel cui sito
(www.womenews.net/spip) e' gia' stato pubblicato e nella cui edizione
cartacea apparira' prossimamente. Lidia Menapace e' nata a Novara nel 1924,
partecipa alla Resistenza, e' poi impegnata nel movimento cattolico,
pubblica amministratrice, docente universitaria, fondatrice del "Manifesto";
e' tra le voci piu' alte e significative della cultura delle donne, dei
movimenti della societa' civile, della nonviolenza in cammino. Nelle
elezioni politiche del 9-10 aprile 2006 e' stata eletta senatrice. La
maggior parte degli scritti e degli interventi di Lidia Menapace e' dispersa
in quotidiani e riviste, atti di convegni, volumi di autori vari; tra i suoi
libri cfr. Il futurismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968;
L'ermetismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; (a cura di), Per un
movimento politico di liberazione della donna, Bertani, Verona 1973; La
Democrazia Cristiana, Mazzotta, Milano 1974; Economia politica della
differenza sessuale, Felina, Roma 1987; (a cura di, ed in collaborazione con
Chiara Ingrao), Ne' indifesa ne' in divisa, Sinistra indipendente, Roma
1988; Il papa chiede perdono: le donne glielo accorderanno?, Il dito e la
luna, Milano 2000; Resiste', Il dito e la luna, Milano 2001; (con Fausto
Bertinotti e Marco Revelli), Nonviolenza, Fazi, Roma 2004]

Si parla molto di "governabilita'", termine che non uso volentieri sia
perche' di invenzione (in Italia) craxiana, sia perche' preferisco discutere
di insediamento delle Camere, procedure per le elezioni dei presidenti,
apertura di trattative pubbliche nelle sedi ad hoc (che non sono ne' gli
articoli sui quotidiani, ne' un programma televisivo) per la presidenza
della Repubblica; incarico a Prodi di fare il governo e formazione dello
stesso sulla base del programma firmato da tutte le forze dell'Unione, e
composto col metodo del consenso (come si usa nelle formazioni nonviolente)
e non a maggioranza. E' cominciato invece uno stile di  comunicazione
politica che a me fa venire in mente i famosi "pizzini" di  Provenzano.
Perche' - da parte mia - tanto puntigliosa richiesta di precisione? un po'
sara' perche' essendo di origine piemontese e di adozione sudtirolese sono
alquanto pedante precisa e testarda. Ma soprattutto perche' nelle situazioni
di rischio, di inizi, di svolta, di difficolta', attenersi alle regole
prestabilite e' la strada giusta per cavarsi bene d'impaccio, cosi' come
definire le  forme dell'agire che diventano precedenti ecc. ecc.
*
Ma i precedenti che si vogliono avanzare in questa pericolosa area della "no
man's land", non mi piacciono per niente: chi ha autorizzato chiunque a fare
trattative avances suggerimenti sul governo? Se Prodi e' il candidato
presidente del consiglio per l'Unione e ha vinto le elezioni e' autorizzato
a parlare, nessun altro, se non avendo concordato con Prodi, ahime', fino
alle sfumature degli aggettivi e alle virgole dei periodi; i Ds  poi
farebbero bene a mettersi d'accordo tra segretario e presidente prima di
esternare.
Non chiedo censure o limitazioni della liberta' di parola, non sia mai, so
bene che cosa tremenda e' non avere diritto di parlare (a noi e' stato
negato sia da Paolo di Tarso che da Aristotele e ripreso a fatica e non
ancora del tutto con lotte continue e tenaci, so bene di che cosa parlo!):
chiedo solo che quelli che addirittura hanno licenza di parlare e sembra che
gli scappi sempre, provino ad essere per qualche settimana discreti e
imparino l'arte  tutta anglosassone (non e' Blair o persino Bush il loro
piu' ammirato uomo al potere?) di dire con rigore: "no comment".
E chi puo' arrogarsi di interpretare l'elettorato, se nelle analisi del voto
nessuno si e' finora sognato (tranne Valeria Ajovalasit di Arcidonna) di
dirci che cosa hanno fatto le elettrici? Nel programma ci sono delle
priorita' ben chiare e un metodo prescritto, ed e' anche affermata la
volonta' di costruire una democrazia partecipata: tra chi? tra i 25-30
uomini che hanno accesso ai telegiornali? tra i 4-5 direttori di giornali
che sparano le loro elucubrazioni, espressione di "pensiero desiderante"
piuttosto che di razionalita'? Ma la dea Ragione non era appannaggio delle
teste maschili?
*
Cominciamo subito a farci sentire, inviando messaggini, e-mail, fax,
telefonate alle segreterie per dire che non abbiamo nessuna intenzione di
stare zitte/i e che d'ora in avanti democrazia partecipata vorra' dire
almeno rigoroso rispetto delle regole e dei programmi che ci siamo dati e
abbiamo sottoscritto, e consultazione frequentissima della societa'.
Con i mezzi elettronici e' possibile a tutti i segmenti piu' o meno
organizzati della societa' politica, dei sindacati, e civile avere domande e
risposte in tempo reale: come mai dopo l'orgia di finti sondaggi, non si
vuole usare la velocita' della comunicazione  elettronica per avere
consultazioni frequenti?
Non tutto Zapatero mi convince, ma che abbia vinto le elezioni con le e-mail
che denunciavano le bugie di Aznar, non puo' essere negato. E sulla base del
consenso avuto e' andato dritto per la sua strada anche su argomenti
difficili come il ritiro delle truppe dall'Iraq (una priorita' assoluta
anche del programma dell'Unione), la difesa della laicita' dello stato, la
trattativa coi Baschi; non e' stato a chiedersi se la Spagna e' governabile:
governa.
Anche perche' un paese riconosciuto ingovernabile deve andare subito di
nuovo alle urne (come chiedeva con strana urgenza l'"Avvenire") o diventare
protettorato di qualcuno (si giocherebbero la posta un Vaticano neoguelfo o
degli Usa teocons, orrore!).
A proposito di ritiro delle truppe, qualcuno comincia a dire che si deve
sentire il governo iracheno: ma da chi e' stato riconosciuto il governo
iracheno, che non e' nemmeno in carica dopo mesi? si sarebbe detto un tempo
che e' un governo fantoccio. Inoltre "tempi tecnici" a casa mia non
significa "consultazione del governo": o no? ma "tempi tecnici" e' l'unica
condizione scritta nel programma in proposito.
*
Adesso aspettiamo che il risultato delle elezioni sia proclamato e
prepariamoci soprattutto ad ottenere buoni risultati nelle amministrative,
che sono il primo test politico dopo le elezioni del  9-10 aprile.
Succederanno ancora stranezze: gia' hanno risbagliato i conteggi delle
schede contestate, secondo l'esempio del primo paese al mondo. E ci sono
anche bizzarri episodi: ad esempio volantini del candidato alla presidenza
della Regione Sicilia Cuffaro nel casolare di Provenzano e pubblicita'
dell'Unione nel plico di una scheda di un votante all'estero. Certo che,
quando nella campagna elettorale si evocano Napoleone, Mose' e persino Gesu'
Cristo, non bisogna poi stupirsi che capitino cose addirittura
soprannaturali: peraltro rigorosamente par condicio.

2. EDITORIALE. PEPPE SINI: LE AMMINISTRATIVE E IL REFERENDUM

E' necessario e urgente confermare e consolidare la recente risicatissima
vittoria del fronte democratico alle elezioni politiche con la vittoria -
che sia larga ed inequivoca - del fronte democratico alle elezioni
amministrative, e con la difesa della Costituzione antifascista al
referendum che verra' subito dopo.
In particolare decisive saranno le elezioni regionali in Sicilia: in cui con
la massima nettezza si scontrano il fronte antimafioso guidato da Rita
Borsellino e il blocco che si oppone al fronte antimafioso.
La vittoria antimafiosa in Sicilia avrebbe un valore nazionale, e
contribuirebbe in misura decisiva ad orientare tutta la politica italiana
nella direzione della conferma del significato profondo della sconfitta
della coalizione berlusconiana alle politiche: verso un impegno di
legalita', di democrazia, di affermazione dei diritti umani di tutti gli
esseri umani; verso un impegno di lotta contro tutti i totalitarismi, tutti
i terrorismi, tutte le complicita' col crimine.
Cosi' come la vittoriosa difesa della Costituzione antifascista nel
referendum sarebbe la prova che ci darebbe la certezza che il progetto
golpista e' stato finalmente ed almeno per ora sconfitto, e che si riaprono
in Italia le condizioni per una dialettica della lotta politica all'interno
di un quadro di valori legittimi e condivisi: quelli appunto della legalita'
costituzionale, dello stato di diritto, della democrazia progressiva.
Ma ne' l'esito delle amministrative, ne' quello del referendum sono
scontati. L'esiguita' della vittoria del fronte antigolpista alla elezioni
politiche ci avverte di quanto grande sia il pericolo che in Sicilia possa
vincere il blocco che si oppone al fronte antimafioso, di quanto grande sia
il pericolo che al referendum possano vincere i golpisti che fino a ieri
erano al governo.
E dunque stringere i denti occorre, e chiunque puo' dare una mano la dia
affinche' le amministrative siano vinte dall'area democratica, affinche' in
Sicilia vinca il fronte antimafia guidato da Rita Borsellino, affinche' al
referendum sia salvata la Costituzione della Repubblica Italiana che un
laido governo di golpisti - ormai fortunatamente abbattuto dal voto
popolare - aveva cercato di cancellare per tutti ridurci a nuovo servaggio.
Allo studio e al lavoro.

3. RIFLESSIONE. IDA DOMINIJANNI: PARADOSSI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 18 aprile 2006. Ida Dominijanni,
giornalista e saggista, docente a contratto di filosofia sociale
all'Universita' di Roma Tre, e' una prestigiosa intellettuale femminista.
Tra le opere di Ida Dominijanni: (a cura di), Motivi di liberta', Angeli,
Milano 2001; (a cura di, con Simona Bonsignori, Stefania Giorgi), Si puo',
Manifestolibri, Roma 2005]

Primo paradosso, il pianto sulle due Italie e sul paese spaccato a meta' in
quegli stessi cantori del maggioritario che questa spaccatura l'hanno voluta
e costruita. Che la societa' italiana sia una societa' divisa - per
interessi, valori, ideologie - e' sempre stato vero (quale societa' non lo
e'?) ed e' sempre stato il sale del conflitto politico. Che questa divisione
andasse rappresentata e forzata, politicamente e mediaticamente, nello
schema bipolare "o di qua o di la'", invece non era detto e non era neanche
vero: e' stato un risultato, tenacemente perseguito, della religione
bipolar-maggioritaria nata sulle ceneri di Tangentopoli. Rappresentazione
appunto schematica, che (l'ha notato pochi giorni fa Rossanda) occulta o
semplifica molte divisioni trasversali ai due schieramenti. Ma che a sua
volta, come ogni rappresentazione, produce realta', o effetti di realta'.
Alla fine, insomma, lo schema bipolare ha bipolarizzato la societa', con
l'aiuto determinante delle forzature ideologiche (altro che modernita'
disincantata) che Berlusconi ci ha messo: sulla proprieta' (niente tasse),
sull'identita' (niente immigrati), sull'anticomunismo, puntando come sempre
alle viscere dell'Italia profonda (come il Berlusconi di sempre, e come Bush
del secondo mandato, solo che Bush all'anticomunismo sostituisce
l'antiterrorismo). Perche' meravigliarsi se l'Italia e' spaccata? E perche'
meravigliarsi se si puo' "vincere tutto" con un solo voto di scarto? La
religione bipolar-maggioritaria questo promette e questo mantiene. Se spacca
in due il paese bisognerebbe casomai - e finalmente - interrogarsi sulla sua
validita'.
*
Con un voto di scarto infatti si vince, ma non e' detto che si convinca (e
tantomeno che si governi). Da cui il secondo paradosso, la sensazione di una
vittoria (ai punti) che in realta' e' una mezza sconfitta (politica).
Sensazione diffusa nell'elettorato di centrosinistra, al di la' dell'opera
di delegittimazione del risultato perseguita da Berlusconi. Qui pero'
bisogna distinguere: l'opera di Berlusconi va bloccata, ma quella sensazione
va ascoltata e analizzata. Berlusconi fa il suo gioco di sempre, come sempre
puntando piu' uno. Il gioco di sempre e': le regole non contano niente; il
piu' uno di oggi e': le regole elettorali non contano niente, basta negare
l'evidenza del risultato.
Anche in questo caso le parole, a lungo andare, producono effetti di realta'
(e' il meccanismo dello spot pubblicitario), si' che nessuno, neanche dalle
piu' alte cariche dello stato, fa presente al Cavaliere che delira; e il suo
gioco di sempre stavolta puo' diventare molto piu' pericoloso che in passato
(chi invita alla vigilanza democratica non esagera). Ma in quel senso di
vittoria dimezzata non c'e' solo la paura che le istituzioni non reggano
all'assalto di Berlusconi e l'amara constatazione che meta' del paese
continua a premiarlo (e non premia le sue promesse come nel '94 e nel 2001
ma il suo governo).
Ci sono molte altre cose che riguardano il campo nostro e non il gioco suo.
C'e' la delusione per un risultato che si sperava piu' solido. C'e' un senso
di debolezza, non rassicurato dal poco credibile tono trionfale delle prime
dichiarazioni di Prodi. C'e' una scarsa identificazione in uno schieramento
che ha condotto la piu' grigia campagna elettorale della storia
repubblicana, senz'altri argomenti dai soldi e dalle tasse, senza mondo
(guerra, Europa, politica estera) e senza passioni. Prodi conta sul fatto
che l'esiguita' del vantaggio compattera' la coalizione: puo' darsi che
funzioni in parlamento, ma nell'elettorato?
*
Nell'elettorato, puo' darsi invece che la malinconica distanza dalla
politica cresca. Il terzo paradosso della situazione e' che arrivati a
quella che tutti definiscono "una democrazia matura" (cioe' bipolare), si
scopre che si tratta in realta' di una democrazia svuotata. In cui tutte le
attese di cambiamento si concentrano sull'attimo del voto, e il voto in un
attimo le delude. E in cui la societa' e' ormai la grande assente e la
grande sconosciuta: compulsata (male) dai sondaggi, ignota alle sedi della
rappresentanza (la classe politica) e della rappresentazione (i media).
Siamo alla quarta elezione, senza contare il referendum sulla procreazione
assistita, in cui il risultato spiazza le aspettative: forse dovremmo trarne
qualche conseguenza, nella classe politica e nei media.
*
Per ultimo il paradosso piu' paradossale di tutti. Stando le cose come
stanno, il referendum sulla Costituzione riacquista il rilievo che la
campagna elettorale gli ha tolto cancellandolo dal discorso. Il
centrosinistra non ha mai avuto dubbi sulla possibilita' di vincerlo. Si
impone ora una maggiore circospezione. Sia pure di misura, le elezioni le ha
vinte la coalizione degli eredi del patto del '48. Se questa vittoria fosse
capovolta dal referendum, allora si' che la crisi, non piu' politica ne'
istituzionale ma costituzionale, diventerebbe catastrofe.

4. RIFLESSIONE. GIANCARLA CODRIGNANI: OLTRE LA"RAPPRESENTANZA"
[Da "Noi donne" di aprile 2006 (disponibile anche nel sito:
www.noidonne.org) riprendiamo il seguente articolo, scritto prima delle
elezioni del 9 aprile. Giancarla Codrignani (per contatti:
giancodri at libero.it), presidente della Loc (Lega degli obiettori di
coscienza al servizio militare), gia' parlamentare, saggista, impegnata nei
movimenti di liberazione, di solidarieta' e per la pace, e' tra le figure
piu' rappresentative della cultura e dell'impegno per la pace e la
nonviolenza. Tra le opere di Giancarla Codrignani: L'odissea intorno ai
telai, Thema, Bologna 1989; Amerindiana, Terra Nuova, Roma 1992; Ecuba e le
altre, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1994;
L'amore ordinato, Edizioni Com nuovi tempi, Roma 2005]

Alzi la mano la donna che, occupandosi di politica e attivandosi per far
votare il maggior numero di persone per il prossimo inquietante 9 aprile, si
illude di lavorare per prospettive e programmi propri del genere di cui fa
parte.
I nostri diritti stanno ancora una volta dentro la cittadinanza comune: li
salveremo solo se riusciremo a mandare a casa Berlusconi e a far vincere con
Prodi tutto il centrosinistra. Probabilmente avremo qualche ministra nel
nuovo governo: anche se non fifthy/fifthy, sara' la prima volta che non ce
ne saranno solo una o due.
Ma non illudiamoci: se le donne non saranno unite e ricominceranno a far
politica nella visibilita', il genere femminile naufraghera', come sempre,
nel concetto neutro di "rappresentanza".
La legge elettorale che il governo ha calato sul collo degli italiani
sottrae a ciascuno (e a ciascuna) la funzione fondamentale della democrazia
di votare i delegati che ci rappresentano in Parlamento e attraverso i quali
esercitiamo la sovranita' prevista dalla Costituzione. Indicazioni
nominative e graduatorie sono tutte in mano ai partiti e i giochi sono gia'
fatti, tranne l'alea di avere un numero piu' alto di eletti, che e' la
ragione principale del lavoro elettorale di questa campagna. Anche se i Ds e
l'Ulivo si sono dichiarati per indicazioni eque, in casa altrui la
situazione non e' rosea e il nuovo Parlamento rischia di essere ancora piu'
maschile del solito. Berlusconi ha sostenuto che e' colpa delle donne che
non si staccano dalla famiglia e non vogliono fare politica. Naturalmente,
parlava uno che nel suo governo non ha fatto leggi per conciliare lavoro e
domesticita' o responsabilita' comuni di uomini e donne: ha perfino fatto
versare lacrime in Parlamento alla ministra chiamata impropriamente delle
pari opportunita' a proposito delle cosiddette quote rosa.
E' una bella mortificazione dover riconoscere che in Italia non c'e' altra
via per dare alle istituzioni un volto femminile che un negoziato sulle
"quote" e definire questo patteggiamento politico "quote rosa". Eppure,
sembra che non ci sia altra via se non obbligare per legge i partiti e il
diritto.
Quindi, impariamo una buona volta. Lavoriamo allo spasimo per far votare il
maggior numero di persone subito e anche per il referendum di giugno. Ma
impegniamoci a fare davvero politica di genere. Le ragazze ritengono che la
stagione del femminismo e' finita? Non importa questionare sulle
terminologie: la societa' non potra' cambiare se le donne non puntano i
piedi tutte quante. Se abbiamo sempre detto che non siamo un pezzo del
sociale a cui vanno singoli benefici di legge (se ci sono), dimostriamo con
i fatti che intendiamo occuparci di quella meta' del tutto che ci spetta.
Ovviamente senza nevrotizzarci in competenze che non abbiamo: ognuna, nel
settore che le e' proprio, cominci a pensare come la macchina puo'
funzionare a nostra misura e renderemo palese a tutti che puo' funzionare
meglio anche per gli altri.
Naturalmente c'e' una condizione, di non andare sbandando dietro il nostro
particulare e non cedere alle tentazioni in cui incorrono i poveri, che e'
quella di competere fra di loro. Abbiamo di fronte una crisi di
trasformazione globale che di rado le generazioni sperimentano; abbiamo una
crisi di sistema che intacca la sicurezza non solo dell'Italia; i criteri
stessi del vivere democratico (e' un segnale l'aumento della violenza contro
le donne) possono franare. Per dare un contributo forte e specifico occorre
l'unita' degli intenti: un gruppo solo e' un frammento, mentre la coesione
delle differenze, anche forti, che stabilisca delle priorita' puo'
contribuire costruttivamente agli interessi di tutte.
I mesi che verranno saranno essenziali. Forse si potra' capire l'errore
dello scioglimento di un'associazione come l'Udi nel "movimento" femminista:
si e' perduta la sola forza associata che aveva carattere nazionale e sedi
importanti, anche se non erano cattedre filosofiche, in tutte le citta'.
C'e' un contributo da ricomporre e ricostruire, comunque lo si voglia intend
ere. Ma le donne elette non possono da sole fare in modo che l'istituzione
non sia piu' "neutra"; e cosi' le donne di partito, che hanno a cuore prima
gli interessi generali che i propri e comunque non ce la farebbero mai a far
capire che quelli delle donne andranno a beneficio degli interessi di tutti
e non viceversa.
Per schiodare le stesse donne di governo, occorre la "piazza", anche solo
metaforica (o informatica), la reazione viva delle donne che "ci stanno".
Possono essere tante, desiderose di dare una mano e smentire Berlusconi.
Intanto andiamo a votare "disinteressatamente". Confortiamo quelle che sono
arrabbiate e giurano che non voteranno piu' finche' "tutti sono uguali".
Ogni giorno di piu', infatti, si e' dimostrato che le differenze ci sono e
sono enormi. Per questo abbiamo pazienza; ma riprendendo l'ostinato coraggio
dei decenni passati e rendendolo entro pochi mesi azione unitaria.

5. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: VITA CHE DA' VITA
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questo
intervento diffuso iin occasione della festivita' pasquale. Enrico Peyretti
(1935) e' uno dei principali collaboratori di questo foglio, ed uno dei
maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno di pace e di nonviolenza;
ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con altri, nel 1971, e
diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio", che esce tuttora
regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi "Domenico Sereno
Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research Institute); e'
membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi per la Pace
delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della rivista
"Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro
Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e
del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie
prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'. Saggezza e
politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e' disponibile
nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza
guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di
cui una recente edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie
Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico
Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu' volte
riproposta anche su questo foglio, da ultimo nei fascicoli 1093-1094; vari
suoi interventi sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e
alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu'
ampia bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731
del 15 novembre 2003 di questo notiziario]

Gesu' di Nazareth, affrontando il rifiuto e la violenza con la forza della
fedelta' alla verita' che aveva da vivere, accettando di essere fatto
vittima innocente, insieme a banditi, perche' non ci fossero piu' vittime,
neppure colpevoli, e' diventato, anche fuori dalla religione che a lui si
ispira, un esempio massimo di vita che da' vita, uno spirito maternamente
fecondo per l'umanita' che cerca di vivere.

6. RIFLESSIONE. MARCO DERIU: IL CUORE OSCURO DEGLI UOMINI
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo il seguente intervento di Marco Deriu di presentazione della
rassegna cinematografica "Il cuore oscuro degli uomini. Un ciclo di film per
riflettere sulle trasformazioni del maschile e le relazioni tra i sessi"
promossa dall'assessorato alle pari opportunita' della Provincia di Parma in
collaborazione con l'associazione Centro antiviolenza, Banca Monte Parma,
Fondazione Solares. Marco Deriu, sociologo e saggista, docente
universitario, e' stato direttore della rivista "Alfazeta" dal 1996 al 1999;
consulente culturale per diversi enti pubblici e privati, segue in
particolare la progettazione e le attivita' del "Laboratorio per la cultura
della pace" dell'assessorato ai servizi sociali della Provincia di Parma.
Tra le opere di Marco Deriu: (a cura di), Gregory Bateson, Bruno Mondadori,
Milano 2000; (a cura di), L'illusione umanitaria. La trappola degli aiuti e
le prospettive della solidarieta' internazionale, Emi, Bologna 2001; (a cura
di, con Pietro Montanari e Claudio Bazzocchi), Guerre private, Il ponte,
Bologna 2004; La fragilita' dei padri. Il disordine simbolico paterno e il
confronto con i figli adolescenti, Unicopli, Milano 2004; Dizionario critico
delle nuove guerre, Emi, Bologna 2005]

La rassegna "Il cuore oscuro degli uomini" rappresenta il terzo momento di
un progetto dal titolo "Per amore della differenza" promosso
dall'assessorato alle pari opportunita' della Provincia di Parma e
organizzato assieme al Centro antiviolenza di Parma. I primi due momenti di
questo progetto sono stati un importante convegno tenutosi nel giugno del
2005 sui percorsi di uomini e donne per un altro rapporto tra i sessi e un
corso di formazione sugli uomini dopo il patriarcato, sulle trasformazioni
del maschile e le relazioni tra uomini e donne svoltosi tra ottobre e
dicembre 2005.
Perche' dunque questo terzo momento? Perche' un ciclo di film sugli uomini?
Perche' una rassegna specificamente dedicata all'universo maschile quando in
fondo la maggior parte dei registi sono proprio uomini? E tenendo conto che
gli stessi protagonisti ed eroi dei film allo stesso modo sono in gran parte
maschi?
Certo le cose stanno proprio cosi', eppure, paradossalmente, e' molto raro
trovare un film in qualche modo consapevole della differenza sessuale, che
metta a tema il maschio nella parzialita' della sua esperienza sessuata e
non come rappresentante dell'umanita' intera. Un film che parli dunque delle
specifiche esperienze, emozioni, prospettive di un uomo in modo tale da
poterle differenziare e mettere a confronto con quelle di altri uomini e
quelle delle donne. La questione e' evidente anche nel fatto che quando si
parla di cinema maschile si rischia di venir fraintesi in riferimento al
cinema pornografico.
La questione d'altra parte e' ancora piu' interessante se si pensa che molte
donne si sono nutrite del cinema maschile e dello sguardo maschile, spesso
addirittura identificandosi nei personaggi e negli eroi maschili. E non c'e'
da stupirsi allora se molte registe donne hanno fatto a loro volta film che
ricalcano l'immaginario maschile, talvolta riconfermando i medesimi
stereotipi sessuali. In realta' solo nel momento in cui generazioni di
registe, autrici e attrici hanno messo a tema la differenza e hanno imposto
il proprio sguardo autonomo, il proprio linguaggio, la propria sensibilita'
e' stato possibile differenziare lo sguardo e cominciare a riconoscere e
interrogarsi anche sulla parzialita' ed originalita' dello sguardo maschile.
In piu' c'e' il fatto che negli ultimi decenni gli uomini sono cambiati, o
meglio stanno cambiando. Era inevitabile che questo avvenisse. Dopo decenni
di movimenti femminili, di politiche delle donne, la cultura, la societa',
le sensibilita' si sono modificate. Le stesse relazioni tra uomini e donne
hanno attraversato importanti cambiamenti. Se cosi' e', si tratta quindi di
mettere a fuoco il cambiamento, il movimento culturale, lo spostamento
simbolico, le trasformazioni psicologiche e sociali.
Tuttavia non si tratta solamente di comprendere come il cinema contemporaneo
racconti questi uomini, i loro percorsi, la condizione in cui si trovano. Si
tratta anche di comprendere come si sviluppa l'immaginario cinematografico
rispetto all'uomo contemporaneo. E' chiaro infatti che la produzione di un
nuovo immaginario e' un aspetto centrale della crisi dell'identita' maschile
tradizionale e della creazione di nuove icone o modelli di riferimento.
Tutto cio' che riguarda la produzione d'immagini, rappresentazioni, storie,
narrazioni, segni, simboli, linguaggi, forme, fornisce una cornice o un
riferimento nella costruzione di identita' maschili e di rapporti sociali
tra gli uomini e tra gli uomini e le donne. Molto di quello che siamo come
uomini e molto di quello che siamo portati a pensare o a desiderare dipende
dall'immaginario nel quale siamo immersi. Dunque il cinema come spia ma
anche come laboratorio attivo rispetto alle trasformazioni del maschile.
Negli ultimi anni mi e' capitato sempre piu' spesso di osservare come sia
difficile trovare storie e personaggi maschili nei quali sia possibile
riconoscersi e immedesimarsi positivamente.
Da una parte abbiamo le figure maschili eroiche, virili, ginniche di una
volta, addirittura potenziate nelle loro performance dagli effetti virtuali
offerti dalle tecnologie di animazione. Verrebbe da chiedersi a questo
proposito se il sempre piu' grande corredo di armi o l'amplificazione delle
loro prestazioni atletiche e corporee non celino una sempre minore sicurezza
di se', nelle semplici virtu' maschili d'un tempo. Un segno di questa
incertezza che sarebbe in parte confermato dall'emergere anche tra gli eroi
virili di un tempo di caratterizzazioni e dimensioni che sembrerebbero
ammorbidire un'immagine monolitica per lasciar emergere una maggior
complessita', ambiguita', fragilita' e dunque uno spazio maggiore per
conflitti interiori.
Ma l'aspetto piu' notevole e' che, fuori da queste tipizzazioni e
dall'immaginario sempre piu' decadente dell'eroe virile, si registrano
invece sempre piu' figure maschili estremamente problematiche e talvolta
inquietanti sia da un punto di vista psicologico che relazionale. Personaggi
maschili che assomigliano sempre di piu' a maschere incapaci di uscire dalla
propria condizione. E' il caso dei due yuppies avvelenati e risentiti nel
film Nella societa' degli uomini, di Neil Labute; degli uomini schiacciati
dalle pressioni sociali e dalla crisi di identita' connessa alla perdita del
lavoro, come nei protagonisti di A tempo pieno, di Laurent Cantet, e di
L'avversario, di Nicole Garcia; degli uomini prigionieri dei doveri di
casata, come ne L'eredita' di Per Fly; degli uomini in fuga dalle relazioni
che cercano rifugio in una sessualita' impersonale come in Intimacy di
Patric Chereau; degli uomini a confronto con il tema della violenza alle
donne come in Ti do i miei occhi di Iciar Bollain e in Non ti muovere di
Sergio Castellitto; degli uomini autori di violenza sui bambini come in Una
storia americana, di Andrei Jarecki e in The Woodsman - Il segreto, di
Nicole Kassel; degli uomini imprigionati nella logica della negazione e
della violenza come in 36, Quai des Orfevres di Olivier Marchal e in Mystic
River di Clint Eastwood.
Anche in altri film, piu' leggeri e scanzonati, come per esempio in Broken
Flowers, di Jim Jarmusch, in Sideways - In viaggio con Jack, di Alexander
Payne e in Il cuore degli uomini di Marc Esposito, gli uomini sono comunque
disillusi o falliti, in definitiva incerti, disorientati e in crisi di
prospettive.
In mezzo a questi due estremi dell'immaginario maschile - il supereroe
virile che si fa carico delle sorti del mondo e il maschio di mezza eta' in
crisi depressiva - non c'e' quasi nulla.
Viene quasi il dubbio che ci si trovi di fronte ad un fenomeno di
enantiodromia, ovvero di passaggio da un estremo al suo opposto nella forma
di una successione temporale. Come ha suggerito C. G. Jung tale fenomeno si
verifica laddove una direttiva completamente unilaterale domina la vita
cosciente, cosi' che col tempo si forma una contrapposizione inconscia
altrettanto forte, che prima inibisce le prestazioni coscienti e poi si
manifesta con un'interruzione di queste prestazioni e con un passaggio
all'estremo opposto. Cosi' nell'immaginario collettivo cinematografico (ma
non e' forse anche quello che sta accadendo nella realta' nelle forme piu'
diverse?) si assisterebbe al passaggio dall'imperativo virile della forza,
del potere e della performance alla realta' umana della stanchezza,
dell'incertezza e della depressione.
E' molto difficile nella produzione cinematografica occidentale
contemporanea trovare esempi convincenti di una figura maschile nuova,
autorevole e positiva, fuori dagli schemi e dalle oscillazioni solite tra
delirio di onnipotenza e frustrazione aggressiva.
Cosa puo' significare questo? Secondo me questo ci ricorda che, da un punto
di vista culturale e collettivo, stiamo tentando con molte difficolta' e
molte nostalgie, di prendere le distanze da modelli maschili tradizionali di
cui, in particolare nell'ultimo secolo, abbiamo sperimentato - in termini
politici, sociali, psicologici, e relazionali - tutta la negativita' e la
distruttivita'. Ma in questo percorso, che per ora e' fondamentalmente
decostruttivo, non abbiamo ancora raggiunto un momento positivo di
ricostruzione di un'immagine maschile differente. E questa ricostruzione non
e' poi cosi' facile, anzi e' irta di pericoli e di trappole fin troppo
facili da immaginare. Al narcisismo esuberante del maschio virile
tradizionale, rischia di succedere un narcisismo depressivo, ripetitivo,
noioso e compiaciuto.
Sempre Jung avvertiva del fatto che alla legge crudele dell'enantiodromia
puo' sfuggire solamente chi sa differenziarsi dall'inconscio senza
rimuoverlo. In altre parole non si tratta semplicemente di prendere le
distanze unilateralmente da un estremo con il rischio di rovesciarsi
nell'altro, quanto di affrontare le proprie dimensioni inconsce e di
comprendere come performance virile e depressione siano in realta' due
polarita' collegate che si richiamano l'un l'altra, anziche' respingersi.
La ricerca di nuove sensibilita' ed espressioni maschili piu' complesse ed
equilibrate e' dunque piu' aperta che mai. Questo in effetti e' il primo
momento, da un punto di vista sociale, in cui gli uomini cominciano a non
sentirsi scontati, a non sentirsi la norma cui tutto deve essere uniformato.
Gli uomini oggi cominciano a osservarsi riflessivamente ad accettare di
essere messi in discussione e a interrogarsi nella ricerca di un nuovo modo
di essere uomini, padri, mariti, compagni, amici.
Nei film che proponiamo nella rassegna emergono comunque due strade
possibili nei percorsi di cambiamento e trasformazione degli uomini.
La prima e' quella che emerge in film come Il cuore degli uomini di Marc
Esposito, ovvero quella dell'accettazione di un confronto reale con le
donne, con la loro liberta', la loro autonomia, i loro desideri che non sono
piu' controllabili o subordinabili alla volonta' o al potere maschile. La
seconda strada, che emerge in film come Dietro l'angolo di Jordan Roberts,
e' quella di fare i conti con la propria storia, con le proprie genealogie
maschili, con i padri o gli adulti significativi che ci hanno cresciuto e
allevati e influenzato nel bene e nel male.
Le due possibilita' non sono alternative, anzi nel migliore dei casi possono
incrociarsi e rafforzarsi a vicenda.
In entrambi i casi si tratta di fare i conti con la trama di relazioni
fondamentali - di amore, amicizia, genitorialita' - da cui proveniamo, per
comprendere la nostra storia, i legami di cui siamo fatti, le dinamiche
psicologiche e sociali che ci attraversano. Solo diventando buoni narratori
della nostra storia e delle nostre relazioni potremo forse scoprirci piu'
liberi di divenire gli uomini che desideriamo essere.

7. MEMORIA. GIULIO VITTORANGELI: LA MORTE DI PRIMO LEVI
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento.
Giulio Vittorangeli e' uno dei fondamentali collaboratori di questo
notiziario; nato a Tuscania (Vt) il 18 dicembre 1953, impegnato da sempre
nei movimenti della sinistra di base e alternativa, ecopacifisti e di
solidarieta' internazionale, con una lucidita' di pensiero e un rigore di
condotta impareggiabili; e' il responsabile dell'Associazione
Italia-Nicaragua di Viterbo, ha promosso numerosi convegni ed occasioni di
studio e confronto, ed e' impegnato in rilevanti progetti di solidarieta'
concreta; ha costantemente svolto anche un'alacre attivita' di costruzione
di occasioni di incontro, coordinamento, riflessione e lavoro comune tra
soggetti diversi impegnati per la pace, la solidarieta', i diritti umani. Ha
svolto altresi' un'intensa attivita' pubblicistica di documentazione e
riflessione, dispersa in riviste ed atti di convegni; suoi rilevanti
interventi sono negli atti di diversi convegni; tra i convegni da lui
promossi ed introdotti di cui sono stati pubblicati gli atti segnaliamo, tra
altri di non minor rilevanza: Silvia, Gabriella e le altre, Viterbo, ottobre
1995; Innamorati della liberta', liberi di innamorarsi. Ernesto Che Guevara,
la storia e la memoria, Viterbo, gennaio 1996; Oscar Romero e il suo popolo,
Viterbo, marzo 1996; Il Centroamerica desaparecido, Celleno, luglio 1996;
Primo Levi, testimone della dignita' umana, Bolsena, maggio 1998; La
solidarieta' nell'era della globalizzazione, Celleno, luglio 1998; I
movimenti ecopacifisti e della solidarieta' da soggetto culturale a soggetto
politico, Viterbo, ottobre 1998; Rosa Luxemburg, una donna straordinaria,
una grande personalita' politica, Viterbo, maggio 1999; Nicaragua: tra
neoliberismo e catastrofi naturali, Celleno, luglio 1999; La sfida della
solidarieta' internazionale nell'epoca della globalizzazione, Celleno,
luglio 2000; Ripensiamo la solidarieta' internazionale, Celleno, luglio
2001; America Latina: il continente insubordinato, Viterbo, marzo 2003. Per
anni ha curato una rubrica di politica internazionale e sui temi della
solidarieta' sul settimanale viterbese "Sotto Voce" (periodico che ha
cessato le pubblicazioni nel 1997). Cura il notiziario "Quelli che
solidarieta'".
Primo Levi e' nato a Torino nel 1919, e qui e' tragicamente scomparso nel
1987. Chimico, partigiano, deportato nel lager di Auschwitz, sopravvissuto,
fu per il resto della sua vita uno dei piu' grandi testimoni della dignita'
umana ed un costante ammonitore a non dimenticare l'orrore dei campi di
sterminio. Le sue opere e la sua lezione costituiscono uno dei punti piu'
alti dell'impegno civile in difesa dell'umanita'. Opere di Primo Levi:
fondamentali sono Se questo e' un uomo, La tregua, Il sistema periodico, La
ricerca delle radici, L'altrui mestiere, I sommersi e i salvati, tutti
presso Einaudi; presso Garzanti sono state pubblicate le poesie di Ad ora
incerta; sempre presso Einaudi nel 1997 e' apparso un volume di
Conversazioni e interviste. Altri libri: Storie naturali, Vizio di forma, La
chiave a stella, Lilit, Se non ora, quando?, tutti presso Einaudi; ed Il
fabbricante di specchi, edito da "La Stampa". Ora l'intera opera di Primo
Levi (e una vastissima selezione di pagine sparse) e' raccolta nei due
volumi delle Opere, Einaudi, Torino 1997, a cura di Marco Belpoliti. Opere
su Primo Levi: AA. VV., Primo Levi: il presente del passato, Angeli, Milano
1991; AA. VV., Primo Levi: la dignita' dell'uomo, Cittadella, Assisi 1994;
Marco Belpoliti, Primo Levi, Bruno Mondadori, Milano 1998; Massimo Dini,
Stefano Jesurum, Primo Levi: le opere e i giorni, Rizzoli, Milano 1992;
Ernesto Ferrero (a cura di), Primo Levi: un'antologia della critica,
Einaudi, Torino 1997; Giuseppe Grassano, Primo Levi, La Nuova Italia,
Firenze 1981; Gabriella Poli, Giorgio Calcagno, Echi di una voce perduta,
Mursia, Milano 1992; Claudio Toscani, Come leggere "Se questo e' un uomo" di
Primo Levi, Mursia, Milano 1990; Fiora Vincenti, Invito alla lettura di
Primo Levi, Mursia, Milano 1976]

L'11 aprile 1987, Primo Levi decide di togliersi la vita. "Come mai la
parola dello scrittore - che proprio nel valore etico della testimonianza,
nell'imperativa necessita' di raccontare 'cio' che e' stato' aveva trovato
il senso ultimo dell'intera propria esistenza - si interruppe in modo
drammatico? Spezzando la sua vita, Levi intese anche spezzare la sua
testimonianza? Quel suicidio va letto come un'aporia, una contraddizione del
messaggio di Levi, o ne costituisce parte integrante e ineludibile? Va
collegato alla depressione di cui lo scrittore soffriva, o al riemergere dei
fantasmi di Auschwitz? E' anch'esso una 'parola', che chiede di essere
ascoltata e interpretata?" (Francesco Lucrezi, La parola di Hurbinek. Morte
di Primo Levi, Editrice La Giuntina).
Ricordo nitidamente quell'11 aprile, la drammatica notizia: Primo Levi si e'
suicidato gettandosi nella tromba delle scale della sua casa di Torino. La
prima reazione, piu' forte che il dolore, e' stata l'incredulita': "Non e'
possibile!". L'incubo mostruoso che da quarant'anni girava nella sua memoria
era riuscito a schiacciare l'uomo schivo, mite, cortese, affabile, il
compagno di tutta l'umanita'.
Oggi, a mente fredda, sappiamo che ha pagato con la testa e con il corpo il
prezzo altissimo della sua scelta di vita. Mentre altri hanno scelto il
silenzio, o la parola privata, Levi non ha mai lasciato affievolirsi la
volonta' di dire. Solo che ogni volta che riprendeva a parlare si rendeva
vulnerabile; ogni volta il dolore, invece di diminuire cresceva. A conferma
che testimoniare la Shoah e' cosa difficile; tra quelli che l'hanno fatto
alcuni dei migliori hanno scelto di darsi la morte da soli. Prima di Levi
c'erano stati Paul Celan, Jean Amery, Tadeusz Borowski.
*
E' possibile che queste persone si siano suicidate perche' si sentivano
incapaci di esprimere anche una minima parte di quanto era accaduto, mentre
la voce bugiarda degli scellerati che sostengono che sia stato tutto un
trucco, un mito, una bugia, una truffa, risuona sempre piu' alta, proterva,
cinica e infame. Cosi' i testimoni diretti si fanno sempre meno numerosi,
piu' deboli e vecchi, e le loro voci sempre piu' fioche, tanto che talora
sembra che la menzogna sia sul punto di prevalere sulla verita'.
Ma sia chiaro, tutto questo non nasce oggi con le farneticanti uscite del
presidente iraniano Ahmadinejad su Israele e sulla Shoah. Negazionismo e
revisionismo sono nati nella nostra democratica Europa, tanto che la
polemica ebbe il suo piu' ampio rilievo in Germania nel 1987. Primo Levi
interviene immediatamente con un articolo, Buco nero ad Aschwitz, pubblicato
su "La Stampa" del 22 gennaio. La sua posizione e' notissima: dobbiamo
sempre rimanere svegli, sempre all'erta perche' l'Olocausto "e' avvenuto,
contro ogni previsione, e' avvenuto in Europa, incredibilmente, quindi puo'
avvenire di nuovo".
Devono pertanto essere respinte fermamente sia le tesi degli storici
cosiddetti "revisionisti" (l'ala moderata dell'implicita legittimizzazione
nazifascista), sia le infami aberrazioni dei "negazionisti" (l'ala
estremista della esplicita legittimazione nazifascista), che banalizzano,
falsificano e addirittura negano un fatto storico eccezionale ed inaudito:
lo sterminio meticolosamente pianificato, il genocidio scientificamente
organizzato, l'orrore della Shoah.
Ma sono bastati appena una cinquantina d'anni perche' la memoria di
Auschwitz si annebbiasse. Oggi non fanno paura tanto i deliri dei
"negazionisti" e le subdole operaizoni dei "revisionisti", quanto i giovani
che sono portati a creder loro, non avendo udito l'eco delle altre voci. A
tutti noi spetta il compito di trasformare Auschwitz da monumento a
strumento di interrogazioni sul presente. E questo significa affrontare le
radici individuali e collettive del razzismo, del conformismo e della
xenofobia, dell'ossequio passivo e amorale alle gerarchie. Ecco perche'
quando parliamo della Shoah non basta prendersela con i nazisti. E' troppo
facile, e' troppo autoassolutorio. La barbarie nazifascista e' la
conseguenza del naufragio della ragione: l'ideologia totalitaria aveva
potuto prosperare e svilupparsi perche' gli uomini avevano rinunciato allo
spirito critico e al giudizio razionale ed avevano seguito ciecamente i
capi.
*
Sappiano che in tutti questi anni, da quel lontano 1987, la voce di Primo
Levi e il suo sguardo sono stati per noi una mancanza dolorosa. Ma esistono
cose, secondo il nostro modestissimo parere, di cui si deve tacere anche se
se ne potrebbe parlare. Di un suicidio si puo' soltanto dire che e' un
gesto. Un suicidio non e' rivolta ne' rassegnazione ne' testimonianza.
Trascende ogni intenzione dichiarata e ogni spiegazione postuma. E' una
questione privata. Nessuno puo' adoperarlo per insegnare o dimostrare
alcunche'. Ecco perche' crediamo non si debba conferire al modo della morte
di Levi alcun potere interpretativo su quegli ormai nostri limpidissimi
libri. Ecco perche' - come altri hanno scritto - quella scelta impone a chi
resta, a chi permane, di arrestarsi su quella soglia. Nel piu' grande
rispetto.

8. MEMORIA. GIOBBE SANTABARBARA: UNA POSTILLA

Molte interpretazioni sono state date dalla vita e della morte di Primo
Levi.
Spesso gli studenti delle scuole in cui insegno, o in cui vengo invitato a
ragionare sull'opera e sul messaggio del grande testimone della dignita'
umana, chiedono anche a me una parola sulla scomparsa di Primo Levi, e io
certo riferisco loro quello che al riguardo ascoltai dalla viva voce di
Ernesto Balducci e di Vittorio Emanuele Giuntella, o che lessi in altre
autrici ed altri autori che stimo e che amo; e ripeto anche il saggio
consiglio qui sopra espresso da Giulio Vittorangeli di restare in silenzio
dinanzi all'enigma della morte, nel piu' grande rispetto; ed aggiungo infine
la conseguenza che la morte di Primo Levi ha avuto per la mia vita: che come
e' accaduto anche ad altre persone essa mi ha persuaso che quel dovere di
testimoniare Primo Levi ce lo ha lasciato in eredita' a tutte e tutti; piu'
non essendoci la viva sua voce, ora tocca a noi tutte e tutti farci
portatori di cio' che da quella voce abbiamo appreso, a quella lezione
restare fedeli, trasmetterla ad altre persone.
Il male non sconfisse Primo Levi, Primo Levi sconfisse il male, e restera'
vittorioso esempio della grandezza dell'umanita' finche' ancora vi saranno
persone che ne ricorderanno il messaggio, si metteranno alla sua scuola, ne
proseguiranno la lotta.

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1271 del 20 aprile 2006

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