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La nonviolenza e' in cammino. 1273



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1273 del 22 aprile 2006

Sommario di questo numero:
1. Luciano Bonfrate: Picciola un'orazione per Mario Tommasini
2. Toni Maraini colloquia con Assia Djebar (1998)
3. Maria De Falco Marotta intervista Fatema Mernissi (2001)
4. Elena Loewenthal presenta "Il pensiero islamico contemporaneo" di Massimo
Campanini
5. Dror Feiler: Una lettera al presidente della Commissione Europea
6. Antonino Drago: Per la Difesa popolare nonviolenta
7. Il 5 per mille al Movimento Nonviolento
8. Letture. AA. VV., Nel cuore della politica
9. Letture: Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia
10. Letture. Renzo Segre, Venti mesi
11. Ristampe: Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto
12. Riedizioni: Giuseppe Mazzini, Opere
13. La "Carta" del Movimento Nonviolento
14. Per saperne di piu'

1. LUTTI. LUCIANO BONFRATE: PICCIOLA UN'ORAZIONE PER MARIO TOMMASINI
[Mario Tommasini e' nato il 15 luglio 1928 in borgo Gazzola, nel cuore di
Parma; Il suo lungo percorso politico inizia nel 1965, quando viene eletto
consigliere provinciale nelle liste del Pci e nominato assessore
all'ospedale psichiatrico ed ai trasporti: inizia la lotta che portera' alla
chiusura del manicomio di Colorno, alla creazione di strutture territoriali,
appartamenti protetti e comunita' come la fattoria di Vigheffio, in
collaborazione con Franco Basaglia. E' anche grazie a queste eesperienze che
si giungera' alla legge 180/1978. Nel 1970, come membro del consiglio
d'amministrazione degli Ospedale Riuniti di Parma, promuove la chiusura del
brefotrofio sostenendo le madri naturali o affidando i bambini abbandonati
ad altre famiglie. 980 bambini e giovani sparsi negli istituti di tutta
Italia tornano in citta'. Nello stesso periodo si batte per l'abolizione
delle classi differenziali e delle scuole speciali: l'esperienza pilota di
Parma viene poi estesa a tutto il paese. Tra il 1971 e il 1974 si adopera
per vuotare il carcere minorile della Certosa di Parma e per inserire al
lavoro 225 giovani portatori di handicap; istituisce a Parma il primo
servizio di medicina del lavoro. Nel 1978 e' insignito del Premio
Schweitzer, destinato a chi si distingue nel sociale. Dal 1980 e' assessore
ai servizi sociali e alla sanita' del Comune di Parma, dove promuove gli
orti per gli anziani e istituisce il servizio di assistenza domiciliare.
Neli anni '80 si impegna a favore dei detenuti, col movimento "Liberarsi
dalla necessita' del carcere" e la cooperativa Sirio, che da' lavoro esterno
a centinaia di detenuti in semiliberta'. Viene insignito del premio
Sant'Ilario. Nel 1990 e' consigliere regionale. In questi anni inizia la sua
attivita' per il superamento delle case di riposo, e per mantenere gli
anziani nelle proprie abitazioni. Rieletto in consiglio comunale nel 2002,
dal 2003 e' direttore del Laboratorio provinciale sulle politiche per gli
anziani. E' scomparso, dopo una lunga malattia, il 18 aprile 2006,
all'Ospedale Maggiore di Parma]

"Comincio' a piovere. Accesi la mia candela"
(Jose' Maria Arguedas, El Sexto)

Compagni,
avendo tutta la sua vita dedicato all'impegno solidale per affermare la
dignita' di ogni essere umano, contro ogni forma di oppressione, sempre
accorrendo ovunque una persona soffrisse e vi fosse da lottare per la
liberazione di tutti, ci ha ora lasciato Mario Tommasini.
E qui, compagni, di tutto cio' che ha fatto lo ringraziamo ancora.
Dell'esempio che ci ha donato, e che non muore, cerchiamo di essere degni,
compagni.

2. RIFLESSIONE. TONI MARAINI COLLOQUIA CON ASSIA DJEBAR (1998)
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 24 novembre 1998.
Toni Maraini, scrittrice, poetessa, storica dell'arte, promotrice
dell'incontro tra le culture e costruttrice di pace, e' autrice di molte
opere e dirige gli eccellenti "Quaderni" del Fondo Moravia. Tra le opere di
Toni Maraini: La murata, La Luna, Palermo 1991; Ultimo te' a Marrakesh,
Edizioni Lavoro, Roma 1994; Poema d'Oriente, Semar, 1999; Ultimo te' a
Marrakesh e nuovi racconti, Edizioni Lavoro, Roma 2000; Ricordi d'arte e
prigionia di Topazia Alliata, Sellerio, Palermo 2003; Le porte del vento.
Poesie 1995-2002, Manni, Lecce 2003; Diario di viaggio in America. Tra
fondamentalismo e guerra, La mongolfiera, Cassano Jonio (Cs) 2003.
Assia Djebar e' una illustre intellettuale algerina impegnata per i diritti
umani, scrittrice, storica, antropologa, docente universitaria, cineasta.
Opere di Assia Djebar: cfr. almeno Donne d'Algeri nei loro appartamenti,
Giunti, Firenze 1988; Lontano da Medina. Figlie d'Ismaele, Giunti, Firenze
1993, 2001; L'amore, la guerra, Ibis, 1995; Vaste est la prison, Albin
Michel, Paris 1995; Bianco d'Algeria, Il Saggiatore, Milano 1998; Nel cuore
della notte algerina, Giunti, Firenze 1998; Ombra sultana, Baldini &
Castoldi, Milano 1999; Le notti di Strasburgo, Il Saggiatore, Milano 2000;
Figlie d'Ismaele nel vento e nella tempesta, Giunti, Firenze 2000; La donna
senza sepoltura, Il Saggiatore, Milano 2002. Opere su Assia Djebar: cfr. il
libro-intervista di Renate Siebert, Andare ancora al cuore delle ferite, La
Tartaruga, Milano 1997. Dal sito www.rainews24.it riprendiamo anche la
seguente scheda: Nata in Algeria, Assia Djebar e' stata, nel 1955, la prima
donna algerina ammessa all'Ecole normale superieure francese. Sostenitrice
dell'emancipazione femminile nel mondo islamico, dopo aver partecipato al
movimento di liberazione dell'Algeria, si e' imposta come narratrice di
lingua francese, raccontando i temi propri del suo mondo d'origine.
All'impegno narrativo (i suoi libri sono tradotti in molte lingue), ha
affiancato la poesia, la saggistica, la drammaturgia, la scrittura e la
regia di opere documentaristiche e cinematografiche. Nel corso della sua
carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali tra cui, nel
2000, il prestigioso Premio per la pace. Attualmente insegna alla New York
University e vive tra Parigi e gli Stati Uniti... Per tutte le donne del
Terzo Mondo, scrivere riconduce a una doppia proibizione, allo stesso tempo
dello sguardo e del sapere. Scrivere, per la maggior parte delle mie
sorelle, e' scontrarsi inevitabilmente con il muro del silenzio e
dell'invisibilita'. Nello stesso tempo, nasce un'urgenza per via della quale
il fatto di scrivere puo' diventare "scrivere per", cioe' un impegno del
verbo, una scrittura appassionata e combattiva. Assia Djebar e' sicuramente
una di queste figure, un'artista mossa - come lei stessa dice -
"dall'urgenza della scrittura, l'urgenza della parola dinanzi al disastro".
L'urgenza della denuncia, del recupero della memoria. La volonta' di
togliere il velo del silenzio alle donne islamiche. Tutta la sua produzione
artistica affronta temi come l'identita', la condizione femminile
nell'Islam, il fanatismo religioso, il senso della scrittura e il ruolo
dell'intellettuale nella societa' civile. Un impegno che proprio la
condizione di donna rende piu' gravoso ma che, per contro, vede sempre piu'
donne in prima linea come testimonia anche il recente premio Nobel assegnato
alla iraniana Shirin Ebadi. Bibliografia: Queste voci che mi assediano, Il
Saggiatore; Andare ancora al cuore delle ferite, La Tartaruga; Lontano da
Medina. Figlie d'Ismaele, Giunti, 1993, 2002; L'amore, la guerra, Ibis,
1995; Bianco d'Algeria, Il Saggiatore, 1998; Nel cuore della notte algerina,
Giunti, 1998; Ombra sultana, Baldini e Castoldi, 1999; Donne d'Algeri nei
loro appartamenti, Giunti, 2000; Figlie d'Ismaele nel vento e nella
tempesta. Dramma musicale in 5 atti e 21 quadri, Giunti, 2000; Le notti di
Strasburgo, Il Saggiatore, 2000; Vasta e' la prigione, Bompiani, 2001; La
donna senza sepoltura, Il Saggiatore, 2002"]

Sollecitata a pronunciarsi sul dramma della crisi algerina, Assia Djebar era
a lungo rimasta nel silenzio. Un frammento poetico (Il sangue della
scrittura) inserito a conclusione del libro Vaste est la prison (Parigi '95)
ne dava le ragioni: "Oggi, nelle tenebre delle lotte fratricide (...) / Come
nominarti, ormai, Algeria! /(...) col sangue, come scrivere?/ Al centro
della scena, sopratutto non piangere, non improvvisare un poema funebre, non
scomporsi nello stridore (...)". Ma quel testo finale - preceduto dal breve
frammento Yasmina, su una giovane giornalista assassinata nel giugno 1994 -
rompeva il suo silenzio sul sangue e sulla morte. Assia Djebar scrisse
allora Le Blanc de l'Algerie (traduzione italiana Bianco d'Algeria, il
Saggiatore 1998) e Oran, langue morte (1997, traduzione italiana Nel cuore
della notte algerina, Giunti 1998), due libri che escono oggi
contemporaneamente in Italia.
Assia Djebar non e' propensa alle dichiarazioni ed e' nella sua scrittura
che deve essere cercata l'espressione della sua partecipazione alla storia e
alla crisi dell'Algeria. Lo fa con la sua alchimia narrante, una struttura
elaborata a frammenti, in cui si intrecciano riferimenti storici e
narrazione a piu' voci. Scrittura oscillante tra confessione autobiografica
e affresco storico, nel contempo sobria e preziosa, con moti d'animo in
arabesco. Nel lontano 1958 Assia Djebar (gia' giovanissima autrice di due
romanzi) si era laureata in storia; tra il '79 e l'82 ha poi realizzato due
lungometraggi (il primo, La Nuba des femmes du Mont Chenoua, ricevera' a
Venezia nel '79 il Premio della critica internazionale). Il connubio
storia-scrittura-cinema modella la struttura "visiva" e documentaria di una
narrazione attenta a captare le immagini, assemblare gli eventi, ricollegare
molteplici scene e diversi livelli cronologici, voci narranti, monologhi,
flash-back.
I due libri oggi editi in Italia, Bianco d'Algeria e Nel cuore della notte
algerina, diversi per struttura, genere e pathos, si cimentano entrambi "col
sangue della scrittura". Ma come narrare il sangue d'Algeria? Impresa
difficile che Djebar affronta da due diverse angolature. Bianco d'Algeria
apre le pagine di una storia algerina dalle numerose "morti sacrificali".
Rievocando gli assassinii di Abbane Ramdane (capo della resistenza fatto
eliminare da altri membri del Fln nel '57) e di Mouloud Feraoun (scrittore
assassinato da un commando dell'Oas nel '62) e, poi, quelli di Senac e Sebti
(poeti), Alloula (drammaturgo), Djaout (scrittore), Boucebci (psichiatra),
Boukhobza (sociologo), Mekbel (giornalista) e di una giovane preside di
scuola media, giustiziati da sicari o gruppi armati integralisti - e
soffermandosi sui tragici destini di alcuni noti scrittori e poeti (da
Camus, Anna Greki e Bashir Hadj Ali a Mouloud Mammeri e altri ancora) -,
Djebar traccia una drammaturgia della morte. Ombre che oscurano l'"utopia
algerina". Accorata riflessione sull'intellettuale "capro espiatorio".
Ma cos'e' che spinge la follia integralista a credere che una persona che
scrive sia di per se' un nemico? si chiede Assia Djebar nel recente
libro-intervista di Renate Siebert (Andare ancora al cuore delle ferite, La
Tartaruga 1997). L'interrogativo la conduce a riflettere su vicende e
personaggi di una storia politico-culturale tormentata gia' sin dagli inizi,
o prima ancora dell'indipendenza. Una storia anche di grandi ideali portati
avanti con coraggio da figure "sacrificali" mai integratesi nel sistema
monopartitico ne' tantomeno complici di un'ideologia del fanatismo politico
e religioso di cui saranno il bersaglio. Nel cuore della notte algerina,
mosaico di ricordi e di narrazioni (il libro include cinque "novelle", una
"narrazione" e una storia liberamente ispirata alle Mille e una notte),
racconta la violenza che scuote la vita di tante donne d'Algeria. Racconta
anche storie d'amore, confessioni, effusioni e tormenti. In queste storie
contese "tra desiderio e morte, tra Algeria e Francia" il corpo di Felicie
(dal racconto omonimo) e' al centro di una tragicomica parabola: dove
seppellirlo? Quale liturgia per un'identita' del meticciato? Infine, verso
dove la fuga, la partenza di quante, minacciate o esaperate, cercano
rifugio, fosse anche nella parola "dove nascondere, deporre, covare la loro
forza di ribellione e vita quando tutto attorno a loro vacilla"?
Dell'Algeria da cui vive ormai da molto in esilio, lei stessa "fuggiasca"
(come scrive nel poema il sangue della scrttura), Assia Djebar ascolta una
polifonia di voci, un vissuto quotidiano da riscattare dall'oblio. Da noi
intervistata, racconta perche' ha scritto questi due libri.
*
- Toni Maraini: Come e' nato "Bianco d'Algeria"?
- Assia Djebar: Nel febbraio 1995 mi trovavo per un seminario in California;
per sormontare lo sconforto pensando ai miei amici assassinati (Abdelkader
Alloula, Mahfoud Boucebci, M'Hamed Boukhobza) rievocavo tra me e me la
nostra amicizia, l'amicizia di una vita. Riaffiorarono vividi alla mia
memoria momenti vissuti insieme; talvolta - come succede coi ricordi -
dettagli quasi futili. Quando danzavo con Boucebci, o quando avevo tanto
riso al Teatro di Algeri per il Diario di un pazzo di Gogol messo in scena
da Abdelkader (Alloula). Mi accorsi che parlavo e dialogavo con loro, amici
fraterni ai quali volevo esprimere il mio affetto, sgridarli - perfino - per
non avere preso i dovuti accorgimenti. Alloula per esempio, era stato
avvertito che era il primo sulla lista delle persone da abbattere, ma non
aveva detto nulla alla moglie e alla madre ed era rimasto a vivere nella sua
casa ad Orano. Sentii allora il bisogno di scrivere. Se la casa brucia e
tutto prende fuoco e sparisce, e se non posso descrivere il fuoco, posso
almeno parlare di coloro che abitavano la casa, un'Algeria che esisteva e
non c'e' piu'. Volevo scrivere e dare vita a dei momenti di amicizia
condivisa. Ho tentato di raccontare sobriamente la morte dei miei amici. Nel
rituale funebre che accompagna la morte individuavo dettagli significativi.
Mi chiesi allora perche' la scrittura conduce alla morte, in Algeria? Nella
storia d'Algeria lo scrittore e' stato un capro espiatorio, vittima di un
contenzioso politico. La cultura non ha svolto il suo ruolo, e' rimasta come
imprigionata in una zona intermedia, contesa, sospetta. Ho evocato la
tragica morte di una ventina, tra uomini e donne, protagonisti della vita
culturale algerina, ho ricostruito fatti, dati, dettagli, eventi, descritto
liturgie e sepolture, diverse secondo i clan; e pur parlando di morte e' la
storia dei vivi che e' emersa. Qualcosa non ha funzionato nella nostra
storia sin dal momento della lotta per l'indipendenza; qualcosa si e'
inceppato. Mi sono chiesta, per esempio, quando il ricorso alla tortura e'
passato dal campo della repressione coloniale a quello dell'Algeria
indipendente; quando e' stata introiettata la violenza...
*
- Toni Maraini: "Orano, lingua morta", il primo racconto di Nel cuore della
notte algerina, narra l'assassinio di una coppia di militanti da parte
dell'Oas (inizi anni '60) e si conclude con il recente assassinio, da parte
di alcuni giovani armati, di un professore universitario...
- Assia Djebar: Il primo racconto che ho scritto per questo libro e',
veramente, Ritorni senza ritorno. Dopo Bianco d'Algeria, e dopo la morte di
mio padre, avevo deciso di non scrivere piu' sulla morte. Mi era stato
chiesto ancora una volta un racconto sull'Algeria, ma non mi risolvevo a
scriverlo. Poi, passai qualche giorno a Venezia e qualcosa nelle sue
stradine, nei suoi rumori e odori, mi ricordo' una medina araba; riemersero
dei ricordi; scrissi di getto Ritorni senza ritorno. Tornata a Parigi mi
misi al lavoro; ogni persona che veniva d'Algeria, l'ascoltavo febbrile;
assorbivo come una spugna, storie dimenticate, destini singolari, ricordi di
parenti di persone amiche o conoscenti su eventi del passato. Scrissi dei
testi "di ascolto". Volevo ricostruire, attraverso i ricordi, un percorso
che raccontasse ancora una volta la violenza e le sue vittime; e anche
l'amore, gli affetti, i percorsi tra Francia e Algeria. Nel racconto Il
corpo di Felicie, per esempio, ho voluto rendere omaggio a vittime che erano
donne ed europee; vittime per le loro idee, per avere amato l'Algeria, per
avere scelto di vivervi. Lo straniero e' un'immagine fondante nella
letteratura maghrebina. Poi vi sono gli altri percorsi, destini di donne in
vari modi coinvolte nel dramma odierno dell'Algeria. Ogni volta che finisco
un libro dico "non scrivero' piu' sull'Algeria", e poi...
*
- Toni Maraini: Dopo i suoi primi quattro romanzi (1956-1967) lei era
rimasta un decennio senza pubblicare.
- Assia Djebar: Per molti anni non pubblicai nulla, ma continuavo a fare
ricerche di storia e sociologia, e a scrivere testi che saranno poi inclusi
in Donne d'Algeri nei loro appartamenti (Giunti 1988); girai anche due film
per la tv algerina. Ma ero bloccata sulla questione della lingua francese;
volevo capire per chi scrivevo, per quale lettore... Oggi tuttavia non mi
pongo piu' il problema della lingua, ma delle lingue; delle mie lingue
perdute - e dell'alfabeto perduto (quello berbero) -; mi interessa cio' che
avviene nell'inter/lingua (l'entre deux langues) e tra le lingue... La
lingua come perdita dovrebbe essere vissuta dagli scrittori maghrebini come
ricerca delle tracce in zone oscure della storia, zone su cui ci spetta di
gettare luce.
*
- Toni Maraini: La Quadrilogia - quello che lei chiama "Le Quatuor" (il
Quartetto algerino) - e' questa ricerca delle tracce?
- Assia Djebar: In Vaste est la prison, terzo volume del Quartetto
algerino - i primi due sono L'Amour, la Fantasia (1985; traduzione italiana
L'Amore, la guerra, Ibis '95) e Ombre sultane (Lattes '86) - ho interrogato
la memoria delle donne della mia famiglia materna; ho cercato di ricostruire
una genealogia di ricordi e silenzi. Mia zia mi ha raccontato di mia nonna,
che parlava berbero; era scesa dalla campagna in citta' in seguito a una
situazione di conflitto familiare; da allora, parlava in berbero soltanto in
particolari occasioni. Che nesso hanno con la lingua i rapporti
conflittuali? E' allora che mi sono interessata a cio' che avviene "tra le
lingue". Partendo dalla cancellazione (effacement) dei sentimenti
(all'inizio la protagonista racconta la passione per un uomo a partire dal
momento in cui la passione e' svanita), interrogo anche la "cancellazione
sulla pietra" dell'antico alfabeto berbero e ripercorro il processo storico
del suo deciframento. Con questo libro mi sono messa alla ricerca delle sue
tracce storiche. L'ho iniziato dopo l'assassinio di Alloula, quando mi
sembro' che tutto vacillava e che anche la storia rischiava di essere
cancellata. Nel libro sul quale lavoro attualmente, che dovrebbe completare
il Quartetto, mi soffermo invece sulla genealogia paterna. Ma anch'essa
riconduce a un passato berbero (il mio cognome reale e' Imalayen, forse
forma berberizzata dalla radice araba melh). Risalendo indietro alle vicende
di mio nonno, contadino di un villaggio berbero del Dahra, e' ancora una
volta dell'"alfabeto perduto" e della storia e cultura berbere che cerco le
tracce.

3. RIFLESSIONE. MARIA DE FALCO MAROTTA INTERVISTA FATEMA MERNISSI (2001)
[Dal sito www.cestim.org riprendiamo questa intervista apparsa sul
quotidiano "Avvenire" del 20 aprile 2001.
Maria De Falco Marotta e' giornalista e saggista, collaboratrice di
"Dimensioni Nuove" e della Elledici per i testi di cultura religiosa per le
scuole italiane; si occupa particolarmente del dialogo interreligioso,
l'interculturalita', i nuovi media, la globalizzazione etica. Opere di Maria
De Falco Marotta: Verso una globalizzazione etica?, Elledici 2002; Religioni
culture dialogo. Edizioni Universita' della Santa Croce, Roma, 2003.
Fatema Mernissi (ma il nome puo' essere traslitterato anche in Fatima) e'
nata a Fez, in Marocco, nel 1940, acutissima intellettuale di forte impegno
civile, impegnata per i diritti delle donne, per la democrazia e i diritti
umani di tutti gli esseri umani, docente universitaria di sociologia a
Rabat, studiosa del Corano, saggista e narratrice; tra i suoi libri
disponibili in italiano: Le donne del Profeta, Ecig, 1992; Le sultane
dimenticate, Marietti, 1992; Chahrazad non e' marocchina, Sonda, 1993; La
terrazza proibita, Giunti, 1996; L'harem e l'Occidente, Giunti, 2000; Islam
e democrazia, Giunti, 2002; Karawan. Dal deserto al web, Giunti, 2004. Il
sito internet di Fatema Mernissi e' www.mernissi.net]

Si intitola "Mondi vicini, Mondi lontani" il bel dossier che la rivista
"Dimensioni nuove" (mensile per giovani dei salesiani torinesi della
Elledici) dedica in un recente numero alle donne del Sud del globo. Tre
lunghi colloqui con la scrittrice marocchina Fatema Mernissi (ne
riproponiamo l'intervista in questa pagina), con la storica francese Anne
Chayet, esperta di Tibet, e con la scrittrice algerina Assia Djebar danno il
tono del cambiamento dell'"altra meta' del mondo" nell'"altra meta' del
pianeta", documentando il difficile cammino delle donne contro
l'emarginazione e il ruolo (di ostacolo oppure di promozione) che anche le
religioni di fatto svolgono nella discriminazione tra i sessi. Fatema
Mernissi insegna sociologia all'universita' Mohamed V di Rabat (Marocco) ed
e' una delle maggiori scrittrici arabe contemporanee. Con i suoi libri e il
suo impegno presso organizzazioni internazionali, promuove da anni lo
sviluppo nell'islam di una societa' pluralista. Tra i suoi volumi tradotti
in italiano: La terrazza proibita (Giunti), Le donne del Profeta (Egig),
L'Harem e l'Occidente (Giunti).
*
- Maria De Falco Marotta: Fatema, come mai parla di "cyber islam" quando la
donna islamica deve ancora compiere molti passi verso la liberta'?
- Fatema Mernissi: La nuova cybertecnologia aiuta la democratizzazione
dell'informazione, producendo la politicizzazione rivoluzionaria della
cultura. I suoi effetti sono dirompenti anche sulla cultura femminile,
specie su quella islamica che finora ha subito un contesto di millenaria
emarginazione sociale. Proprio qui si profila un nuovo ruolo della donna.
Oggi le donne iraniane, per esempio, sono diventate bravissime nell'usare
internet. Sicuramente diventeranno la forza crescente della societa' civile.
E' un'occasione storica che non possono perdere: ne' loro, ne' altre. Per
fortuna, la loro consapevolezza sta crescendo dovunque nel mondo arabo, che
conta il 30% di donne fra tutti i laureati. Esse aumentano nelle professioni
e nei posti di lavoro, tradizionalmente assegnati agli uomini.
*
- Maria De Falco Marotta: Che cosa pensa di internet e delle nuove
tecnologie?
- Fatema Mernissi: La rete e' una realta' controversa e una metafora
feconda. C'e' chi la interpreta come una trappola, e indica le vie di fuga,
c'e' chi invece vede in essa fitte trame di relazioni, e indica i modi per
riempirle di contenuti. Il mondo cablato, per ora, coincide semplicemente
col mondo delle linee telefoniche. E' il luogo che da' voce alla new
economy, ma anche a forme alternative di informazione. Il web per le donne,
specie quelle musulmane, e' un'occasione di emancipazione culturale, e le
donne maghrebine non se la lasceranno sfuggire.
*
- Maria De Falco Marotta: Tutti parlano piu' o meno male della
globalizzazione-mondializzazione. Come la giudica?
- Fatema Mernissi: Internet nell'orizzonte musulmano potra' essere una forma
di emancipazione per le donne. Ma globalizzazione indica qualcosa di
diverso, qualcosa che accade sopra le nostre teste senza la possibilita' di
intervenire. Globalizzare assume allora il significato di trovarsi avvolti
in un reticolo di reciproche dipendenze. A essere sincera, io mi ritengo
assolutamente soddisfatta degli effetti della mondializzazione.
*
- Maria De Falco Marotta: Anche della televisione?
- Fatema Mernissi: Sono arrabbiatissima contro la televisione occidentale
che mostra sempre la donna, in Pakistan o in altri Paesi islamici, vittima
reiterata di violenze continue da parte dell'uomo. Vi si fonde l'interesse
politico alla marginalizzazione culturale di questi Paesi, al loro
screditamento. Con questo non voglio certo dire che non c'e' violenza:
semplicemente, che il modello di osservazione, con la sua
strumentalizzazione politica, non e' affidabile, e alla fine persegue
esattamente gli stessi scopi che intende denunciare.
*
- Maria De Falco Marotta: E lo chador?
- Fatema Mernissi: E' ancora il simbolo di un autoritarismo, del rifiuto di
una qualunque forma di democrazia e di pluralismo. Si impone alle donne di
velarsi, come si imponeva agli ebrei di portare una stella o come succedeva
nell'antica Roma che l'imperatore comandava di uccidere i gladiatori
nell'arena per dimostrare che aveva il diritto di vita e di morte su di
loro. Il diritto di uccidere impunemente, come allora, attualmente esiste in
certi Paesi islamici solo contro le donne. Per questo, invoco un tribunale
internazionale che punisca i crimini contro le donne, come sono stati puniti
quelli contro gli ebrei.
*
- Maria De Falco Marotta: Lei pero' non nutre molti sentimenti di simpatia
sul modo come gli uomini occidentali considerano le donne.
- Fatema Mernissi: L'islam ha un'idea della bellezza diversa dal modello
occidentale. Quando era in America negli anni '70 una mia amica mi disse:
"Stai attenta, qui o sei bella o sei intelligente, non puoi esser le due
cose insieme". Nell'islam questa divisione non esiste, l'intelligenza stessa
e' bellezza. Nessun uomo vorrebbe mai sposare una donna stupida. I musulmani
hanno una concezione della donna completamente diversa: in qualsiasi
miniatura le donne riprodotte sono vestite. La scena ideale e' quella
dell'uomo e della donna mentre cacciano assieme, oppure che parlano
dolcemente al chiaro di luna. Il samar (cioe' il parlare tra uomo e donna)
e' un piacere sensuale intrigante e vero. In Occidente, una donna che osi
essere intelligente e' subito punita. Il suo sapere diventa l'arma che
uccide completamente la sua femminilita'.
*
- Maria De Falco Marotta: Non mi pare che le donne occidentali uccidano
troppo la loro femminilita', anzi!
- Fatema Mernissi: Verissimo! E' incredibile l'ossessione della bellezza,
del fitness. E' assurdo che donne intelligenti, professionali, assolutamente
adorabili per il loro savoir faire, si preoccupino di qualche centimetro in
piu' o in meno. Non dico che non ci si debba curare, ma non finalizzandolo
alla seduzione, ma al sentirsi meglio per questa meravigliosa opportunita'
che e' la vita.
*
- Maria De Falco Marotta: Non le pare di esagerare nel proporre un
femminismo tipo "Shahrazad"?
- Fatema Mernissi: Pongo un'altra domanda: che razza di rivoluzione deve
fare ancora la donna in Occidente, per far sognare gli uomini? E' bello che
una donna taglia 42 sia l'emblema della femminilita' e non la sua capacita'
di sapersi gestire, di essere libera e indipendente? Non sarebbe ora che la
filosofia kantiana in cui il femminile e' il Bello e il maschile il Sublime
venga accantonata e non vi sia piu' scissione tra cervello e bellezza? In
quanto a Shahrazad, era una donna arguta, saggia, con una capacita' politica
eccezionale. Aveva letto libri di letteratura, filosofia, medicina.
Conosceva a memoria la poesia, aveva studiato i resoconti storici ed era
ferrata nei proverbi degli uomini e nelle massime di saggi e re. E se questo
e' poco... Inoltre desidero precisare che il musulmano usa lo spazio per
stabilire il dominio maschile escludendo le donne dalla pubblica arena,
mentre l'occidentale manipola il tempo e la luce, e dichiara che la
bellezza, per una donna, e' dimostrare quattordici anni. Le donne devono
apparire belle, ovvero infantili. Beh, basta che vi guardiate attorno: gli
uomini di successo, da voi, raramente rimangono con la stessa compagna. O
no?

4. LIBRI. ELENA LOEWENTHAL PRESENTA "IL PENSIERO ISLAMICO CONTEMPORANEO" DI
MASSIMO CAMPANINI
[Dal sito www.lastampa.it riprendiamo il seguente articolo apparso sul
quotidiano "La stampa" del 14 ottobre 2005.
Elena Loewenthal, limpida saggista e fine narratrice, acuta studiosa; nata a
Torino nel 1960, lavora da anni sui testi della tradizione ebraica e traduce
letteratura d'Israele, attivita' che le sono valse nel 1999 un premio
speciale da parte del Ministero dei beni culturali; collabora a "La stampa"
e a "Tuttolibri"; sovente i suoi scritti ti commuovono per il nitore e il
rigore, ma anche la tenerezza e l'amista' di cui sono impastati, e fragranti
e nutrienti ti vengono incontro. Nel 1997 e' stata insignita altresi' del
premio Andersen per un suo libro per ragazzi. Tra le opere di Elena
Loewenthal: segnaliamo particolarmente Gli ebrei questi sconosciuti, Baldini
& Castoldi, Milano 1996, 2002; L'Ebraismo spiegato ai miei figli, Bompiani,
Milano 2002; Lettera agli amici non ebrei, Bompiani, Milano 2003; Eva e le
altre. Letture bibliche al femminile, Bompiani, Milano 2005; con Giulio Busi
ha curato Mistica ebraica. Testi della tradizione segreta del giudaismo dal
III al XVIII secolo, Einaudi, Torino 1995, 1999; per Adelphi sta curando
l'edizione italiana dei sette volumi de Le leggende degli ebrei, di Louis
Ginzberg.
Massimo Campanini insegna nelle Universita' di Milano e Urbino, ha curato
fondamentali edizioni italiane di opere di alcuni dei piu' grandi pensatori
islamici. Tra le opere di Massimo Campanini: La Surah della Caverna.
Meditazione filosofica sull'Unicita' di Dio, La Nuova Italia, Firenze 1986;
La teoria del socialismo in Egitto, Centro Alfarabi, Palermo 1987;
L'Intelligenza della fede. Filosofia e religione in Averroe' e
nell'Averroismo, Lubrina, Bergamo 1989; introduzione, traduzione e note a
Averroe', Il Trattato Decisivo, Rizzoli, Milano 1994; introduzione,
traduzione e note a al-Farabi, La citta' virtuosa, Rizzoli, Milano, 1996;
introduzione, traduzione e note a Averroe', L'Incoerenza dell'incoerenza dei
filosofi, Utet, Torino 1997; Islam e politica, Il Mulino, Bologna 1999,
2003; introduzione, traduzione e note a al-Ghazali, Le perle del Corano,
Rizzoli, Milano 2000; introduzione, traduzione e note a Avempace, Il regime
del solitario, Rizzoli, Milano 2002 (in collaborazione con A. Illuminati);
Introduzione alla filosofia islamica, Laterza, Roma-Bari 2004; Il Corano e
la sua interpretazione, Laterza, Roma-Bari 2004; introduzione, traduzione e
note ad al-Ghazali, La bilancia dell'azione ed altri scritti, Utet, Torino
2005; (a cura di), Dizionario dell'Islam, Rizzoli, Milano 2005; Il pensiero
islamico contemporaneo, Il Mulino, Bologna 2005; Storia dell'Egitto
contemporaneo, Edizioni Lavoro, Roma 2005]

Il presente e', in fondo, null'altro che un costante confronto con il
passato: vuoi per rinnegarlo vuoi per assorbirlo. E se la modernita' e'
comunemente concepita come un affrancamento da questo legame con cio' che e'
stato prima, a ben guardare e' anch'essa ancorata al tempo e ai suoi
processi. Mentre di solito e' la religione, con la sua variabile dose di
conservatorismo, a rappresentare nella mentalita' comune il nesso con cio'
che e' stato e non piu'.
"Vi e' una natura ideologica della filosofia e del pensiero islamici",
spiega Massimo Campanini nella premessa al suo saggio Il pensiero islamico
contemporaneo appena pubblicato nell'Universale Paperbacks del Mulino. Nel
senso cioe' che non si puo' parlare in senso stretto di filosofia, entro i
confini di questa confessione, ma piu' ampiamente di un pensiero in stretto
contatto con la fede. Di una sorta, cioe', di "introspezione religiosa" che,
tenendo presenti i dettami della rivelazione, cerca attraverso di essi di
comprendere il mondo e l'umanita'.
Questo libro, dedicato per l'appunto al pensiero islamico contemporaneo,
offre al lettore comune molte sorprese. Egli trovera' qui innanzitutto un
quadro di questo universo religioso e intellettuale molto piu' ampio di
quello che siamo portati a immaginare, nel confronto con l'attualita'. E
soprattutto, ricco di sfumature, di dissensi (magari costati esilii ed
emarginazioni sociali), di creativita' in senso lato. Quella che Fatima
Mernissi invoca come sfida per l'Islam contemporaneo, nell'incontro con la
diversita' - femminile prima di tutto. Il velo, ad esempio, e' stato ed e'
lo strumento per rendere invisibile la differenza, per creare "l'illusione
che la umma fosse unita perche' omogenea", oltre che per occultare la natura
inafferrabile della sessualita'. L'ultimo capitolo del libro e' dedicato
infatti al pensiero delle donne nell'Islam contemporaneo.
Prima di esso, Campanini ci offre un interessante excursus sull'Islam e la
politica, la storia, sulla dimensione tradizionale, sul pensiero radicale,
sull'epoca del rinnovamento. A tale proposito, i due poli geografici da cui
parti', nel corso del XIX secolo, l'istanza di rinnovamento ideologico,
furono l'India e l'Egitto. Ma certamente il ventaglio di questa esperienza
filosofica e' molto ampio, nello spazio: dall'Iran all'Algeria. Scopriamo,
ad esempio, di un confronto esplicito e sofferto con il laicismo, a volte
spietato come nel caso del siriano al-Azm, secondo cui "tutte le religioni
principali della storia dell'umanita', e l'Islam tra di esse, sono state
nemiche del laicismo soprattutto perche' autoreferenziali, perche' hanno
costruito un sistema chiuso in se stesso".
Di capitolo in capitolo, Campanini presenta i profili biografici ed
ideologici che hanno cambiato il pensiero islamico contemporaneo: vuoi
attraverso la "contaminazione" con altre tradizioni - come era avvenuto, con
grande fioritura, nel lungo Medioevo islamico - vuoi tramite un'ermeneutica
capace di attingere il nuovo dentro la rivelazione attraverso l'analisi
della parola sacra. In questo senso, il potere "salvifico" dell'esegesi - o
piu' semplicemente la sua potenzialita' creativa - non e' soltanto
metaforico: e' infatti proprio attraverso un'interpretazione che prenda le
distanze dal significato letterale e dal contesto storico originario, che la
fede riesce a coniugare il proprio assoluto con quello degli altri.

5. APPELLI. DROR FEILER: UNA LETTERA AL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE EUROPEA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 15 aprile 2006 riprendiamo la lettera che
il presidente della rete "Ebrei europei per la giustizia e la pace" (in
sigla: Ejjp) ha indirizzato al presidente della Commissione europea Jose'
Manuel Barroso]

Consideriamo con grande preoccupazione e sgomento la proposta di tagliare
gli aiuti dell'Unione Europea alla popolazione palestinese: questo equivale
ad infliggere una punizione collettiva a circa 3.500.000 abitanti.
Costringere la popolazione alla fame non e' uno strumento accettabile della
diplomazia internazionale - ma e' esattamente cio' a cui porta questa
politica.
Il posto di blocco di Karni e' stato chiuso alle merci, lasciando la
popolazione di Gaza senza gli alimenti di prima necessita'; intanto la
marina israeliana, vietando ai pescatori di Gaza di accedere alle zone
pescose, impedisce loro la pesca in aree definite come palestinesi dagli
accordi internazionali. I ripetuti bombardamenti effettuati dall'esercito
israeliano sulla Striscia di Gaza hanno ucciso anche bambini: il piu'
piccolo aveva cinque anni.
In aggiunta, una banca israeliana, la Bank Hapoalim, ha ora bloccato il
trasferimento di denaro ai territori palestinesi. Se altre la seguono, non
si potra' in alcun modo trasferire fondi dall'estero ad organizzazioni, o
persino ai familiari: tutto il denaro deve passare tramite le corrispondenti
banche israeliane.
Queste sono misure messe in atto contro una popolazione in cui molti sono
gia' costretti a vivere di carita' dall'estero a causa dell'occupazione
israeliana. Si affama e si umilia un popolo, che perde cio' che e' suo ed e'
rinchiuso in ghetti costruiti dallo stato di Israele, con il Muro e le
colonie. Queste misure sono illegali. Inoltre, azioni punitive come quelle
ora proposte contro i palestinesi non sono mai state prese in considerazione
nei confronti di Israele. Ogni appello a disinvestire e a boicottare - o
persino per un'adesione alle stesse regole dell'accordo di associazione
commerciale dell'Unuione Europea - sono state respinte come "non
costruttive". Dobbiamo quindi domandarci come possa essere costruttiva
questa decisione di tagliare gli aiuti.
L'Unione europea, tra l'altro, non puo' richiedere elezioni democratiche e
poi procedere a punire la popolazione perche' non ne apprezza il risultato.
Hamas non solo non ha messo in atto alcuna azione contro Israele da quando
ha vinto le elezioni: non ne ha messo in atto alcuna da oltre un anno.
Questa politica rischia di portare alla catastrofe, in primis e soprattutto
i palestinesi, ma anche ad un aumento della violenza contro gli israeliani.
Un popolo - non un governo - frustrato e umiliato come quello palestinese
reagira' con ira. E' possibile che l'Unione Europea non vi ponga mente?
Come ebrei e come cittadini europei - verso i quali l'Unione Europea in
ultima analisi e' responsabile - riteniamo indispensabile che si ripensi a
questa decisione, onde prevenire ulteriori violenze. Questa politica puo'
solo aggravare la tragedia per i due popoli che vivono in Israele e nei
Territori Occupati.
Cordialmente,
Dror Feiler (presidente del Comitato esecutivo della rete "Ebrei europei per
la giustizia e la pace" (in sigla: Ejjp)
Amsterdam, 10 aprile 2006

6. PROPOSTE. ANTONINO DRAGO: PER LA DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA
[Ringraziamo Antonino Drago (per contatti: drago at unina.it) per questo
intervento. Antonino (Tonino) Drago, nato a Rimini nel 1938, e' stato il
primo presidente del Comitato ministeriale per la difesa civile non armata e
nonviolenta; gia' docente universitario di Storia della fisica
all'Universita' di Napoli, attualmente insegna Storia e tecniche della
nonviolenza all'Universita' di Firenze, e Strategie della difesa popolare
nonviolenta all'Universita' di Pisa; da sempre impegnato nei movimenti
nonviolenti, e' uno dei piu' prestigiosi peace-researcher italiani e uno dei
piu' autorevoli amici della nonviolenza. Tra le molte opere di Antonino
Drago: Scuola e sistema di potere: Napoli, Feltrinelli, Milano 1968; Scienza
e guerra (con Giovani Salio), Edizioni Gruppo Abele, Torino 1983;
L'obiezione fiscale alle spese militari (con G. Mattai), Edizioni Gruppo
Abele, Torino 1986; Le due opzioni, La Meridiana, Molfetta; La difesa e la
costruzione della pace con mezzi civili, Qualevita, Torre dei Nolfi (Aq)
1997; Atti di vita interiore, Qualevita Torre dei Nolfi (Aq) 1997]

Del 5 per mille si puo' fare un uso non privatistico, rinnovando l'obiettivo
pubblico della obiezione alle spese militari per la Difesa popolare
nonviolenta: si puo' versare una quota anche simbolica delle tasse (almeno
25 euro) alla voce Difesa civile non armata e nonviolenta dell'Ufficio
nazionale del servizio civle (versamento sul bollettino postale intestato a
Tesoreria prov. dello Stato di Roma, c/c n. 871012 con imputazione di
versamento al Capo X Capitolo 3694 art. 17) e magari mandare copia
all'Ufficio via S. Martino della Battaglia 6, 00185 Roma, e alla Campagna
per l'obiezione alle spese militari per la Difesa popolare nonviolenta, via
M. Pichi 1, Milano.
Il versamento e' al di fuori delle opzioni previste dalla legge, nonostante
esso sia allo Stato (ma non e' al Ministero del Tesoro). Ma il mio ricorso
alla commissione tributaria (per il versamento 2001) ha molte probabilita'
di salire ad eccezione di incostituzionalita' della legge su questo punto. E
in questo momento una maggiore partecipazione a questo tipo di versamento
avrebbe un forte significato politico.
E' bene tenere presente che il rischio che corre un contribuente che compie
questo atto e' quello di pagare circa tre volte la somma stornata.

7. PROPOSTE. IL 5 PER MILLE AL MOVIMENTO NONVIOLENTO
[Dagli amici del Movimento Nonviolento (per contatti: Movimento Nonviolento,
sede nazionale, via Spagna 8, 37123 Verona, tel. 0458009803, fax:
0458009212, e-mail: azionenonviolenta at sis.it o anche: an at nonviolenti.org,
sito: www.nonviolenti.org) riceviamo e diffondiamo]

Cari tutti,
con la prossima dichiarazione dei redditi sara' possibile sottoscrivere un
versamento al Movimento Nonviolento. Non si tratta di versare soldi in piu',
ma solo di utilizzare diversamente soldi gia' destinati allo Stato.
Per poter destinare il 5 per mille delle proprie tasse al Movimento
Nonviolento, e' sufficiente appore la propria firma nell'apposito spazio e
scrivere il numero di codice fiscale dell'associazione.
Il codice fiscale e': 93100500235.
Sostenete un'associazione che da oltre quarant'anni, con coerenza, lavora
per la crescita e la diffusione della nonviolenza.
Grazie.
Il Movimento Nonviolento
sede nazionale, via Spagna 8, 37123 Verona

8. LETTURE. AA. VV.: NEL CUORE DELLA POLITICA
AA. VV., Nel cuore della politica. Dal silenzio del femminismo alla
manifestazione di Milano, suppl. al quotidiano "Liberazione", Roma 2006, pp.
192, euro 4. A cura di Angela Azzaro e Carla Cotti, con la collaborazione di
Laura Ferretti, una utile raccolta di articoli apparsi sul quotidiano
"Liberazione" tra il 2004 e il 2006: il pensiero e le prassi del movimento
plurale delle donne irrompe su un quotidiano ed interroga tutte e tutti.
Molti interventi sono di notevole interesse (non pochi di essi abbiamo a suo
tempo riproposto nel nostro notiziario), altri piu' banali, alcuni infine
decisamente, sintomaticamente e fin penosamente peggio che discutibili (e ci
sembra non sia un caso che quei pochi flagrantemente squallidi per sorda
tracotanza, palese ipocrisia e tronfia volgarita' siano a firma di uomini).

9. LETTURE. GIUSEPPE CASARRUBEA: STORIA SEGRETA DELLA SICILIA
Giuseppe Casarrubea, Storia segreta della Sicilia. Dallo sbarco alleato a
Portella della Ginestra, Bompiani, Milano 2005, pp. 368, euro 9. Un nuovo
cospicuo lavoro di uno degli studiosi e dei testimoni piu' autorevoli e
coraggiosi del movimento antimafia. Con introduzione di Nicola Tranfaglia.

10. LETTURE. RENZO SEGRE: VENTI MESI
Renzo Segre, Venti mesi, Sellerio, Palermo 1995, 2002, pp. 188, euro 8. Con
una prefazione di Nicola Tranfaglia e una premessa di Anna Segre (l'illustre
studiosa scomparsa nel 2004, figlia dell'autore, che ha curato la
pubblicazione), il diario degli anni 1943-1945 - restato inedito per mezzo
secolo - di Renzo Segre, scampato alla Shoah rifugiandosi sotto mentite
spoglie nella clinica psichiatrica diretta dal professor Carlo Angela,
giusto tra le nazioni. Una testimonianza la cui lettura vivamente
consigliamo.

11. RISTAMPE. MARCEL PROUST: ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO
Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, Mondadori, Milano 1983, 2006,
4 voll. per complessive pp. LXXIV + 5096, euro 12,90 a volume (in suppl. a
vari periodici Mondadori). Come e' noto, questa edizione si raccomanda non
solo per la bella traduzione di Giovanni Raboni, ma anche per il vasto,
accuratissimo apparato critico, esemplare (e monumentale). Prefazione di
Carlo Bo, direzione di Luciano De Maria, commenti e apparati di Alberto
Beretta Anguissola e Daria Galateria, Daniela De Agostini. A chi non si e'
ancora cimentato nell'impresa suggeriremmo vivamente di dedicare qualche
settimana o mese della propria vita all'incontro con l'opera di Proust:
nella lentezza della lettura, nel riprendere respiro, affinare l'udito ed
esercitare la virtu' dell'attenzione - poiche' questo leggere e intelligere
significa -, celasi magno un tesoro; ci si perdoni il banalissimo calembour:
non tempo perduto sarebbe, ma ritrovato.

12. RIEDIZIONI. GIUSEPPE MAZZINI: OPERE
Giuseppe Mazzini, Opere, Biblioteca Treccani - Il Sole 24 ore, Milano 2006,
pp. LXXXVI + 582, euro 12,90. Dalla classica Letteratura Italiana Ricciardi
una selezione degli scritti mazziniani a cura (eccellente cura) di Franco
della Peruta. Superata la fatica per una prosa turgida e non di rado
sovraeccitata e per un argomentare che incede sempiternamente solenne e
ridondante, e per quel senso di chiuso e stantio delle stanze ove si cospira
e delle stamberghe ove ci si rifugia, e' sempre l'ora di rileggere Mazzini
(come Bakunin, e tanto piu' Marx, del resto). E questa raccolta ripropone
alcuni dei migliori testi politici mazziniani, quelli in cui la febbre
dell'azione spezza la retorica che sovente gonfia e affloscia le pagine
dell'apostolo dell'ideale, e ci restituiscono un rivoluzionario che oltre
cent'anni di ipocrite celebrazioni da parte dei suoi nemici non sono
riusciti a sfigurare. Con i suoi limiti non lievi, i suoi fin tragici
errori, nella dispersione di una pubblicistica sempre affannata, ridondante
e non di rado confusa, pur splende qui un'anima grande: ancora ci convoca
alla lotta Mazzini.

13. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

14. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1273 del 22 aprile 2006

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