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La nonviolenza e' in cammino. 1274



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1274 del 23 aprile 2006

Sommario di questo numero:
1. Un'analisi femminista della militarizzazione delle coscienze. Una lezione
di Cynthia Enloe
2. "Usciamo dal silenzio": Per un'equa rappresentanza di genere in tutti i
luoghi del governare
3. Annamaria Rivera: Oltre il voto, la cultura
4. Giobbe Santabarbara: Minima una postilla al testo che precede
5. Elena Loewenthal: Due libri su Rashi e Averroe'. Radici ebraiche ed
islamiche della cultura europea
6. "La liberta' delle donne e' civilta'". Un incontro a Genova
7. Laconio Magnaserpi: Non esiste piu'
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. RIFLESSIONE. UN'ANALISI FEMMINISTA DELLA MILITARIZZAZIONE DELLE
COSCIENZE. UNA LEZIONE DI CYNTHIA ENLOE
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente resoconto a
cura dello staff dl "Whr.net" di una lezione tenuta da Cynthia Enloe
all'Universita' di Toronto il 29 marzo 2006 sul tema "Come sai se ti stanno
militarizzando? Alcuni indizi femministi". Cynthia Enloe, prestigiosa
pensatrice, ricercatrice, docente e saggista femminista statunitense, e'
docente di Women's Studies alla Clark University ed autrice tra l'altro di
rilevanti studi sui temi della militarizzazione, dello sviluppo e della
globalizzazione analizzati da una prospettiva di genere.; negli ultimi anni
ha tenuto corsi, lezioni e seminari oltre che negli Usa in Giappone, Corea,
Turchia, Canada, Gran Bretagna; collabora a varie riviste ed ha preso parte
a trasmissioni radiofoniche e televisive. Tra le opere di Cynthia Enloe:
Multi-Ethnic Politics: The Case-of Malaysia, Berkeley Center for South and
Southeast Asian Studies, University of California, Berkeley, 1970; The
Comparative Politics of Pollution, New York: Longman's, 1975; (a cura di,
con Ursula Semin-Panzer), The Military, The Police and Domestic Order:
British and Third World Experiences, London: Richardson Institute for
Conflict and Peace Research, 1976; (a cura di, con Guy Pauker e Frank
Golay), Diversity and Development in Southeast Asia: The Coming Decade, New
York: McGraw-Hill and Council of Foreign Relations, 1977; (a cura di, con
Dewitt Ellinwood), Ethnicity and the Military in Asia, New Brunswick:
Transition Books, 1980; Police, Military, Ethnicity: Foundations of State
Power, New Brunswick: Transaction Books, 1980; Ethnic Soldiers: State
Security in Divided Societies, London: Penguin Books, 1980, Athens:
University of Georgia Press, 1980; (a cura di, con Wendy Chapkis) Of Common
Cloth: Women in the Global Textile Industry, Amsterdam: Transnational
Institute; Washington: Institute for Policy Studies, 1983; Ethnic Conflict
and Political Development, Boston: Little, Brown and Co., 1973, University
Press of America, 1986; Does Khaki Become You? The Militarization of Women's
Lives, London, Pandora Press; San Francisco, Harper Collins, 1988; Bananas,
Beaches and Bases: Making Feminist Sense of International Politics, London:
Pandora Press, Harper/Collins, 1989, Berkeley: University of California
Press, 1990 (nuova edizione con una nuova prefazione, Berkeley & London,
University of California Press, 2000 (published in Turkish, 2003); The
Morning After: Sexual Politics at the End of the Cold War, Berkeley and
London: University of California Press, 1993; Maneuvers: The International
Politics of Militarizing Women's Lives, Berkeley and London, University of
California Press, 2000; The Curious Feminist: Searching for Women in The New
Age of Empire, Berkeley and London, University of California Press, 2004]

Come si puo' modellare cio' che le donne fanno "naturalmente"? Come si puo'
mantenere bassi i salari basandosi sull'ideologia della "figlia obbediente"?
E tu, come puoi dire se ti stanno militarizzando?
Queste sono le domande che la scienziata Cynthia Enloe si e' posta durante
la sua lezione all'Universita' di Toronto. Attraverso le sue ricerche, la
professoressa Enloe ha mostrato che non sono solo i governi ad avere un
ruolo nel modellare la "naturalita'" rispetto a cio' che le donne possono
fare, ma che in questo campo agiscono le scuole, le compagnie commerciali,
le chiese e le famiglie. Enloe ha anche apprezzato molto, durante le sue
ricerche, la resistenza che donne e ragazze oppongono agli interessi delle
istituzioni citate: e' molto piu' difficile di quanto sembri indurle a fare
cio' che esse istituzioni vogliono. Questa difficolta', dice, parla del
potere sottostimato delle donne, potere che si rivela quando si pongono
domande femministe.
Un esempio che la professoressa ha fornito della manipolazione del
comportamento femminile e' la creazione del mito della "figlia obbediente"
nella Corea del Sud durante gli anni '50. Questo mito fu creato per
persuadere le madri e i padri che le ragazze avrebbero mantenuto la propria
rispettabilita' solo se si fossero recate a Seul per lavorare nelle
fabbriche di indumenti e di elementi elettronici: tale era infatti il loro
dovere come figlie. L'idea era stata creata e propagandata dal governo
sudcoreano, percio' non vi era nulla di naturale nella "figlia obbediente"
che lavora in fabbrica, si trattava di una semplice manipolazione per fini
economici. Ad ogni modo, ci volle molta persuasione ideologica per far
passare la nozione della "figlia obbediente" come pilastro di quello che
sarebbe divenuto il "miracolo economico" della Corea del Sud.
Enloe ha detto di essere rimasta colpita da quanto pervasiva sia la
militarizzazione, non limitandosi agli ovvi campi dell'industria, della
mascolinita' o della politica estera: secondo lei e' possibile militarizzare
cose che a prima vista non sembrano avere con il militarismo una connessione
ovvia, come la moda, o l'idea di una "buona moglie", la tua citta' natale,
la narrativa, o una persona.
Il processo di militarizzazione puo' svolgersi per passi cosi' piccoli ed
insidiosi che dapprima non riusciamo a riconoscerlo. Quando qualcosa viene
militarizzato, esso diventa sempre piu' dipendente dall'esercito o da idee
militariste, da senso di stretta appartenenza o di "normalita'" nella
cultura popolare, e dall'insicurezza. Si puo' militarizzare qualunque cosa
incoraggiando la dipendenza, nelle persone, ad aspirazioni che in se stesse
non appaiono militarizzate. Tu puoi voler essere elegante, fare un buon
matrimonio, essere accettata dalla tua comunita', o essere presa sul serio
sul lavoro: tutte queste aspirazioni possono essere autenticamente tue, ma
la loro realizzazione puo' dipendere da quanto hai acquisito delle idee
militariste.
La militarizzazione avviene su livelli molteplici. Uno di essi e'
l'ideologia, che Enloe ha definito come composta da credenze e valori.
L'ideologia imbeve la coscienza di una societa' e quando si tratta di
un'ideologia militarizzata i pericoli che crea sono molti. Cio' che serve
per resistere alla militarizzazione e fermarla e' un cambiamento nelle idee
e nei comportamenti.
La maggioranza delle persone che vengono "militarizzate" non fanno parte di
eserciti, e possono aver attraversato un processo di militarizzazione assai
lento, per cui non sono in grado di riconoscerlo o di pensare a se stesse in
questo modo. Si definiranno invece razionali, "terra terra" o realistiche.
*
Il militarismo e' un sistema di idee, la militarizzazione e' un processo
sottile, che lavora in crescendo ed include l'accettazione dei seguenti
assunti:
1. Il mondo e' un posto pericoloso, a priori. A seconda dell'estensione di
tale pensiero, la persona apre piu' o meno la propria porta per essere
militarizzata. Questa idea e la paura che ne risulta sono propagandate dai
militaristi. Ad ogni modo, molte persone possono legittimamente pensare che
il proprio mondo sia un posto pericoloso (ad esempio se vivono in una casa
in cui vengono abusate) e questo non le espone automaticamente alla
militarizzazione.
2. E' naturale o logico avere nemici.
3. C'e' un modo gerarchico di organizzarsi che ha piu' senso di tutti gli
altri, ed e' il modo piu' efficiente di fare le cose.
4. E' "naturale" dividere il mondo fra "protettori" e "protetti", il che si
basa pesantemente sulle idee di mascolinita' e di femminilita'. Se si pensa
che sia naturale dividere il mondo in questo modo, e' molto difficile che la
divisione non avvenga per linee di genere.
5. Avere un esercito e' un segno di maturita' per uno stato, non averlo
induce seri dubbi su tale maturita'.
Un esempio di quest'ultimo punto e' la storia di come Aristide prese il
potere ad Haiti, con l'ingente aiuto dell'esercito statunitense. Aristide
considerava il Costa Rica come un modello per la riorganizzazione della
struttura sociale del suo paese. Il Costa Rica aveva sciolto il suo
esercito, in parte come strategia per gestire le dispute con il paese
confinante, El Salvador. Ma gli Usa si opposero all'idea, e convinsero
Aristide che Haiti non sarebbe stato preso sul serio nella comunita'
internazionale se non avesse avuto un esercito. La nozione che ci sia
bisogno di un esercito credibile (ben finanziato, moderno, eccetera) per
avere una rilevanza nelle relazioni internazionali, e che il governo e la
popolazione debbano sostenere tale esercito ed essere pronti ad usarlo, e'
quella che prevale nel mondo odierno. Un altro esempio e' il linguaggio
usato per incoraggiare i giapponesi a sbarazzarsi dell'art. 9 della loro
Costituzione, che non permetteva loro di formare un esercito. Il Giappone si
e' trovato sotto pressione da parte degli Usa e di altri paesi, i quali
sostengono che se il Giappone vuole far parte del Consiglio di Sicurezza
dell'Onu deve ricostruire il proprio esercito.
La professoressa Enloe ha fatto notare che avere una o due delle credenze
suddette e' abbastanza comune, e che non necessariamente cio' conduce alla
militarizzazione della persona: il pericolo arriva quando si crede
all'intero "pacchetto".
Il passo successivo per Enloe e' stato aggiungere una curiosita' femminista
alla ricerca e chiedersi cosa un'analisi femminista avrebbe aggiunto e cosa
altrimenti avremmo omesso di vedere. Il lavoro piu' interessante in questo
senso e' stato fatto dalle femministe di Belgrado, Tel Aviv, Istanbul,
Sudafrica, Congo e Cile.
*
La prima domanda femminista della professoressa riguardava i gruppi di donne
sposate a militari di professione. La ricerca rivelo' che i governi ed i
ministeri della difesa provavano molta ansia rispetto a queste donne.
Costoro non facevano "naturalmente" le cose di cui i mariti militari avevano
bisogno, e non diventavano automaticamente militarizzate, percio' i governi
investivano notevoli energie per assicurarsi che lo fossero.
Un esempio di resistenza e sfida alla militarizzazione viene dalle mogli di
militari di stanza alla base di "Red Deer", Alberta. Negli anni '80 esse si
organizzarono al fine di ottenere miglior assistenza sanitaria per le
famiglie dei militari di professione. La richiesta incontro' la resistenza
delle autorita' che fecero pressione sugli uomini affinche' "controllassero
le loro mogli". Le donne capirono subito che l'esercito non prevedeva uno
spazio per loro come attiviste civili, ed il chiaro messaggio che
ricevettero diceva loro di ritenersi parte della "famiglia dell'esercito"
dove ci si aspettava che esse si conformassero agli ideali militari. Guidate
da Lucie Laliberte', esse fondarono l'Organizzazione delle mogli di membri
dell'esercito, che denuncio' le ideologie militariste e le pratiche dannose
di cui le mogli facevano le spese. Lucie Laliberte' fu anche la co-autrice
del libro "Nessuna vita cosi'", che esponeva il modo in cui le forze armate
dipendono dagli invisibili e non retribuiti sforzi delle mogli dei soldati
per il buon funzionamento delle loro operazioni.
Le prostitute sono un altro gruppo di donne di cui l'esercito ha bisogno.
Ogni operazione militare ha una diversa relazione con l'economia della
prostituzione. Anche se non sappiamo ancora abbastanza delle relazioni fra
gli insediamenti militari in Iraq o Afghanistan e la prostituzione, abbiamo
invece una gran quantita' di informazioni sul rapporto fra l'esercito e le
"donne di conforto" ovvero le prostitute in luoghi come Corea del Sud, Guam,
Okanogan e Filippine. Il termine usato nel linguaggio militare per la
prostituzione e' "fraternizzazione", il che include tutte le relazioni che
il personale in uniforme ha con i civili locali. Gli insediamenti militari
in Iraq ed Afghanistan sono al momento sotto la regola della
non-fraternizzazione, mentre in Bosnia vi sono alcuni contingenti che
fraternizzano, ed altri no. Le regole riguardanti la fraternizzazione sono
state sessualizzate sulla base del presupposto di una sessualita' maschile
soggetta ad impulsi che devono essere soddisfatti, e se non possono esserlo
in maniera legale verranno comunque soddisfatti in maniera illegale. Questo
tipo di logica postula che al fine di prevenire lo stupro di donne
"innocenti" e "buone", dovuto alla sproporzionata percentuale di uomini
rispetto alle donne negli eserciti, bisogna provvedere servizi sessuali alle
forze maschili.
Un terzo gruppo significativo sono le madri del personale militare, e qui
gli sforzi sono tesi a modellare queste donne nella perfetta "madre del
soldato". Si tratta di una madre che incorpora le nozioni di orgoglio
patriottico e di sacrificio patriottico, che fa la sua parte per il suo
paese, che da' alto valore alla gerarchia ed alla disciplina, eccetera.
L'esercito fa anche appello agli incentivi economici, che le madri possono
valutare come positivi per il proprio figlio o figlia. Ma in realta' le
madri resistono alla seduzione economica di per se stessa, e percio' gli
eserciti tendono a lanciare campagne pubblicitarie mirate a militarizzare le
loro attitudini.
Un esempio di questa tendenza e' lo spot pubblicitario diretto alle donne
della comunita' afroamericana negli Usa, uno spot che andando in onda alle
due del pomeriggio e' ovviamente pensato per le casalinghe. Il filmino, che
dura trenta secondi, mostra come prima immagine quella di una donna di
colore, di mezza eta', in una cucina. Suo figlio entra nella stanza e
annuncia: "Mamma, penso di aver trovato il modo in cui possiamo avere i
soldi per farmi frequentare la scuola di medicina. Oggi a scuola sono venuti
i reclutatori dell"esercito...". La donna non reagisce positivamente alla
notizia, e sembra anzi preoccupata, ma il giovane continua: "E' ora che io
diventi un uomo". Lo spot gioca chiaramente sull'aspirazione all'istruzione,
e risponde allo scetticismo materno con la nozione di una mascolinita'
militarizzata, tentando di modellare le aspirazioni delle madri rispetto ai
propri figli.
La professoressa Enloe dice che esempi come questo mostrano quanti sforzi ci
vogliano per riuscire a militarizzare le donne e che in nessun modo si
tratta di un compito facile. La militarizzazione puo' fornire alle persone
senso di appartenenza, orgoglio e credibilita', ma e' sempre oppressiva e si
collega direttamente alla cooptazione ed alla complicita'.

2. APPELLI. "USCIAMO DAL SILENZIO": PER UN'EQUA RAPPRESENTANZA DI GENERE IN
TUTTI I LUOGHI DEL GOVERNARE
[Dalla mailing list "Lisistrata" (per contatti: lisistrata at yahoogroups.com)
riprendiamo e diffondiamo la seguente lettera aperta dalle donne promotrici
dell'appello e della manifestazione del 14 gennaio scorso "Usciamo dal
silenzio", indirizzata alla persona proposta per la carica di primo ministro
della coalizione vincitrice delle elezioni, "con l'obiettivo, naturalmente,
di parlare a tutto lo schieramento di centrosinistra che governera' il
Paese"]

Presidente,
siamo le donne che hanno dato vita alla grande manifestazione del 14 gennaio
a Milano per la difesa della legge 194 nel nome della liberta' femminile,
che hanno incontrato l'8 marzo le candidate e i candidati dell'Unione per
aprire un confronto tra il movimento e la politica organizzata.
Ci rivolgiamo a Lei, nei primi giorni del suo lavoro, per dirle che le donne
aspettano dall'Unione un forte segnale di discontinuita' politica proprio a
partire dalla formazione dell'esecutivo.
Nella lettera inviata all'Unione durante la campagna elettorale, avevamo
sollecitato un'effettiva eguaglianza di statuto tra uomini e donne nella
sfera politica, istituzionale e sociale e misure immediate per il
conseguimento della pari presenza in tutti i campi decisionali a partire dal
governo del Paese.
E' la richiesta che le donne italiane hanno molto a cuore e che ribadiamo:
un'equa rappresentanza in tutti i luoghi del governare.
E pensiamo anche che l'idea di una donna candidata alla presidenza della
Repubblica sarebbe un'occasione straordinaria per il nostro Paese per uscire
dalla condizione miserevole della presenza femminile nelle istituzioni, per
dirsi europeo, per assumere il tema del potere maschile disegnato
sull'esclusione delle donne dallo spazio pubblico.
Il 14 gennaio avevamo detto che la liberta' femminile e' misura della
liberta' di tutti e della democrazia.
Questo e' cio' che pensiamo, questa e' la ragione per la quale le scriviamo.
Con i piu' cordiali auguri di buon lavoro,
Usciamo dal silenzio
Milano 21 aprile 2006

3. RIFLESSIONE. ANNAMARIA RIVERA: OLTRE IL VOTO, LA CULTURA
[Dal quotidiano "liberazione" del 14 aprile 2006. Annamaria Rivera (per
contatti: annamariarivera at libero.it), antropologa, fortemente impegnata
nella difesa dei diritti umani di tutti gli esseri umani, docente di
etnologia all'Universita' di Bari, e' impegnata nella "Rete antirazzista".
Opere di Annamaria Rivera: con Gallissot e Kilani, L'imbroglio etnico,
Dedalo, Bari 2001; (a cura di), L'inquietudine dell'Islam, Dedalo, Bari
2002; Estranei e nemici, DeriveApprodi, Roma 2003; La guerra dei simboli,
Dedalo, Bari 2005]

Ora che la destra e' stata sconfitta elettoralmente, sia pure di stretta
misura, come liberarci dal suo lascito piu' radicato e pernicioso, vale a
dire il berlusconismo? Il dibattito e la domanda che ne e' alla base sono
tutt'altro che nuovi.
Tentare di rispondere presuppone anzitutto una condizione e una speranza:
che vi sia una sinistra pensosa, oltre che radicale, che consideri una
questione di vita o di morte soffermarsi a riflettere sulle mutazioni che
hanno investito la cultura e l'anima del nostro paese; e che abbia la
volonta' di fare, dell'esito di questa riflessione, una bussola per il suo
orientamento politico. Il che non e' del tutto scontato, se e' vero che cio'
che chiamiamo "berlusconismo" e' stato anche una pedagogia, un'educazione
delle masse, che ha finito per contaminare, in qualche misura, lo stile di
pensiero e il costume dello stesso centrosinistra.
Sul piano dell'analisi, conviene, per cominciare, chiarire alcune questioni
concettuali. Quella cultura - intesa in senso antropologico - che
sommariamente e polemicamente definiamo berlusconismo si e' potuta
diffondere e radicare perche' ha saputo interpretare, dar voce, far emergere
una delle tendenze che connotano profondamente la storia nazionale, il suo
immaginario, il suo sentire e agire collettivi: vale a dire quel melange
d'individualismo, cinismo, debolezza del senso civico, assenza di rigore
etico e intellettuale, sul quale si sono versati fiumi d'inchiostro. Se lo
ha potuto fare, e' perche' la globalizzazione, le trasformazioni e i
processi della surmodernita' (per riprendere una nozione dell'antropologo
Marc Auge') hanno reso piu' agevole il suo compito. Il berlusconismo,
infatti, puo' essere letto come un'espressione fra le altre della "societa'
dello spettacolo", descritta con impressionante lucidita' profetica, nel
lontano 1967, da Guy Debord, il quale racchiudeva in quella formula le
trasformazioni del costume, dell'ambiente umano e sociale determinatesi nel
passaggio epocale dall'avere all'apparire, cioe' al non-essere (seguito al
passaggio, altrettanto epocale, dall'essere all'avere).
La televisione berlusconiana ha di sicuro contribuito potentemente a far
emergere ed esaltare quelle trasformazioni, in buona misura gia' venute a
maturazione grazie a processi strutturali di portata globale e che hanno
prodotto effetti visibili soprattutto nel Nord del paese. Un pubblico
involgarito e deculturato da migliaia di ore di tivu'-spazzatura non e'
facilmente propenso ad occuparsi dell'essere, vale a dire di temi quali il
futuro del paese, la guerra permanente, l'ingiustizia sociale e il razzismo,
la disoccupazione e la precarizzazione del lavoro, l'ingerenza e il potere
clericali, la discriminazione delle donne, la disgregazione sociale... In un
paese in cui il tasso di analfabetismo e' pari a quello di alcuni paesi del
Terzo mondo, in cui il settanta per cento dei cittadini non legge quotidiani
a causa di difficolta' linguistiche e cognitive, cio' si traduce
nell'indebolimento della capacita' collettiva di pensiero e di
comunicazione. Un fenomeno, questo, che puo' essere colto in tutta la sua
pregnanza da chi (fra gli altri, colei che scrive) non veda la tivu' da un
decennio: di cosa conversare con gli amici, perfino i piu' colti, se ogni
conversazione, anche politica, trae spunto da questa o quella trasmissione
televisiva? Come comprendere fino in fondo questo o quell'articolo di un
certo quotidiano, se pretende di far cronaca politica basandosi solo su
fonti televisive che tu non conosci?
*
Ma il berlusconismo non e' riducibile al potere mediatico ed ai suoi
effetti. Come e' stato piu' volte detto (da Marco Revelli, fra gli altri) ne
sono elementi decisivi l'imperativo dell'"arricchitevi!", l'ideologia
dell'individualismo possessivo, il mito del "capitalismo di massa", la
politica-affare elevata a sistema di governo, la volgarita' e il disprezzo
per la cultura (e quindi per la lingua italiana), il conformismo e il
"moderatismo" (un termine, quest'ultimo, che meriterebbe d'essere
decostruito e forse abbandonato). Alcuni sintetizzano tutto cio' nella
nozione di "antipolitica". Un termine inappropriato, a parere di chi scrive,
poiche' l'ex capo del governo e' in realta' una sorta di Giano bifronte: un
uomo politico, sia pure sui generis, che, secondo le convenienze, si butta a
testa bassa contro la politica.
Tuttavia, per analizzare il berlusconismo non e' sufficiente una descrizione
di tipo enumerativo. Si avrebbe bisogno, invece, di ricorrere a categorie
attestate, per ridefinirle alla luce delle trasformazioni del presente. Ci
chiediamo, allora, se non possa soccorrerci la categoria di qualunquismo; se
il berlusconismo non possa essere definito come il qualunquismo nell'epoca
della globalizzazione, della speculazione finanziaria, della societa' dello
spettacolo.
Se avete una buona enciclopedia, andate alla voce "qualunquismo": troverete
che questo termine designa non tanto l'atteggiamento d'indifferenza verso la
politica, i partiti, i risultati elettorali - come i piu' pensano - quanto,
piu' precisamente, l'esaltazione dell'individuo, del suo lavoro e dei suoi
interessi, la difesa della famiglia e della proprieta', il conformismo e il
perbenismo nonche' un'esaltazione, tutta retorica, dell'ordine e della
legge. Di contro, il qualunquista detesta la politica attiva, il conflitto
sociale, il ruolo dei partiti e delle istituzioni, e considera ogni
atteggiamento di dissenso nei confronti del sistema come qualcosa che turba
l'ordinata convivenza sociale cosi' com'e' definita dalla maggioranza. Il
qualunquismo - inteso come quel fenomeno storico che in Italia si manifesto'
con il movimento fondato nel 1944 da Guglielmo Giannini - ha il suo
corrispettivo francese nel poujadismo, che nei primi anni Cinquanta si
caratterizzo' per la rivendicazione della riduzione delle tasse "contro lo
Stato-vampiro", per il perbenismo, l'antiparlamentarismo, le venature
xenofobiche e antisemite. Sicuramente i lettori avranno trovato in questa
definizione qualcosa che ha loro evocato lo stile di pensiero e d'azione, i
discorsi e le imprese del finalmente ex capo del governo e di buona parte
della coalizione che lo ha sostenuto. Tuttavia, almeno alcuni dei tratti che
fanno il qualunquismo nell'epoca della societa' dello spettacolo possono
agevolmente ritrovarsi nei discorsi, nel costume e nelle pratiche del ceto
politico della coalizione avversa. Non e' forse il conformismo coniugato con
il perbenismo che spinge verso quella forma di mimetismo autolesionistico,
che a sua volta induce a fingersi o a farsi simili agli avversari, per
conquistare i mitici ceti medi? E non e' forse una certa antipatia, aperta o
dissimulata, per il conflitto sociale e per la critica del sistema a
connotare le scelte politiche di una parte del centrosinistra? Per non
parlare del fatto che, nel corso della campagna elettorale, su binomi quali
tassazione-stato sociale, laicita'-pluralismo religioso e culturale, critica
del liberismo-difesa del lavoro, si e' finito per accettare, per una pretesa
furbizia tattica, il codice e la lingua imposti dall'avversario. Certo, non
va sottaciuto che cio' e' l'esito anche di quella peculiare espressione
della societa' dello spettacolo che e' il "sondaggismo": quanto esso sia
fallace ed ingannevole, il balletto dei risultati elettorali ha contribuito
a palesarlo. Il ricatto dei sondaggi e il potere dell'immagine incrementano
quella forma di vanita' politica per cui si vuole piacere ad ogni costo,
anche al costo di titillare le paure, le pulsioni, i sentimenti collettivi
piu' meschini, i quali finiscono per diventare la "verita'" dell'elettorato
e dunque per condizionare i programmi politici.
*
Un tempo i partiti di sinistra, segnatamente i comunisti, ritenevano che uno
dei loro compiti piu' importanti fosse "educare le masse": per dirlo con una
formula meno datata, meno marcata da presunzione e da paternalismo,
contribuire ad elevare il livello di consapevolezza e di capacita' critica
collettive. Oggi, al contrario, la seduzione e il ricatto dei sondaggi e dei
mass media - misero surrogato di cio' che un tempo era "stare fra le masse
come i pesci nel mare" - spingono anche alcuni ceti dirigenti di sinistra a
forme di mimetismo, di metamorfosi, oppure di proiezione del proprio
conformismo, oltre tutto inutili e controproducenti.
Certo, rimpiangere il bel tempo passato e' ingenuo e vano. Meno ingenuo e'
domandarsi se "le masse" e perfino i troppo evocati ceti medi non abbiano
bisogno di modelli alternativi che suggeriscano modi di stare nel mondo,
nella societa', con gli altri viventi all'insegna del rispetto, della
compassione, della solidarieta', della giustizia sociale. Assumere umilmente
quanto seriamente questo interrogativo e' uno dei gravi compiti che spettano
alla sinistra radicale. Speriamo non ci deluda.

4. RIFLESSIONE. GIOBBE SANTABARBARA: MINIMA UNA POSTILLA AL TESTO CHE
PRECEDE

La cosiddetta sinistra radicale non e' meno, ma palesemente ancor piu'
berlusconiana della cosiddetta "sinistra moderata" (che e' poi null'altro
che un ossimoro).
Il punto e' che occorre una rottura epistemologica ed assiologica nella
sinistra tutta, che la faccia finita con i residui sia di totalitarismo, sia
di corruttela, sia di irresponsabilita' che ancora la asfissiano e inducono
alle piu' sordide complicita' con l'oppressione, la menzogna, la violenza
del sistema di potere e dell'ideologia dominanti; una rottura epistemologica
ed assiologica che convochi a quella riforma morale e intellettuale che deve
cominciare in te prima che negli altri, che torni alle ragioni forti della
storia e della coscienza del movimento dei lavoratori, delle lotte di
liberazione da ogni colonialismo, alle radici libertarie e solidali,
egualitarie e cooperative delle lotte contro lo sfruttamento e
l'alienazione, che assuma fino in fondo il portato dei femminismi - la
maggiore esperienza di liberazione dell'eta' contemporanea.
Chiamiamo questa rottura epistemologica ed assiologica: la scelta della
nonviolenza.
Non si puo' dare oggi una politica coerentemente orientata alla liberazione
dell'umanita', scilicet: all'affermazione di tutti i diritti umani per tutti
gli esseri umani, alla salvaguardia della natura e alla promozione della
convivenza tra le persone, i popoli e le culture - e tra gli umani e il
resto del mondo vivente -, se non si fa questa scelta, ad un tempo rottura e
ricomposizione: rottura delle complicita' con le storiche concrezioni di
male, ricomposizione di cio' che e' infinito valore ed incontro, e che
l'oppressione, la menzogna, la violenza frantumano e alienano ed
annichiliscono infine.
Una nuova sinistra e' possibile. E necessaria. La nonviolenza e' in cammino.

5. LIBRI. ELENA LOEWENTHAL: DUE LIBRI SU RASHI E AVERROE'. RADICI EBRAICHE
ED ISLAMICHE DELLA CULTURA EUROPEA
[Dal sito www.lastampa.it riprendiamo il seguente articolo apparso sul
quotidiano "La stampa" del 16 agosto 2005. Elena Loewenthal, limpida
saggista e fine narratrice, acuta studiosa; nata a Torino nel 1960, lavora
da anni sui testi della tradizione ebraica e traduce letteratura d'Israele,
attivita' che le sono valse nel 1999 un premio speciale da parte del
Ministero dei beni culturali; collabora a "La stampa" e a "Tuttolibri";
sovente i suoi scritti ti commuovono per il nitore e il rigore, ma anche la
tenerezza e l'amista' di cui sono impastati, e fragranti e nutrienti ti
vengono incontro. Nel 1997 e' stata insignita altresi' del premio Andersen
per un suo libro per ragazzi. Tra le opere di Elena Loewenthal: segnaliamo
particolarmente Gli ebrei questi sconosciuti, Baldini & Castoldi, Milano
1996, 2002; L'Ebraismo spiegato ai miei figli, Bompiani, Milano 2002;
Lettera agli amici non ebrei, Bompiani, Milano 2003; Eva e le altre. Letture
bibliche al femminile, Bompiani, Milano 2005; con Giulio Busi ha curato
Mistica ebraica. Testi della tradizione segreta del giudaismo dal III al
XVIII secolo, Einaudi, Torino 1995, 1999; per Adelphi sta curando l'edizione
italiana dei sette volumi de Le leggende degli ebrei, di Louis Ginzberg]

Un conto e' parlare di storia, un conto e' parlare di coloro che l'hanno
fatta: uomini, voci. Allora, tutto diventa in fondo piu' concreto, tangibile
se non con le mani almeno con gli occhi e la memoria. Se non fosse che piu'
si torna indietro nel passato e piu' le vite di coloro che l'hanno costruito
diventano sfuggenti, inafferrabili.
Di Rashi, ad esempio, si sa non molto. Certo molto meno di quello che
vorremmo, per una figura come questa: non solo un grande erudito, un
commentatore illustre, un appassionato e geniale conoscitore del testo
biblico. Egli e' in qualche modo l'emblema stesso della tradizione ebraica,
dal Medioevo in poi. Le sue glosse al testo talmudico, i suoi responsi, i
suoi commenti alla parola sacra, sono quanto di piu' "normativo" conosca una
tradizione sostanzialmente anarchica come quella d'Israele: sempre disposta,
cioe', a rimettere in gioco i propri presupposti. A tornare sul gia' detto,
un po' per ricredersi un po' per approfondire.
Di Rashi si e' celebrato nel 1990 il novecentocinquantesimo anniversario
della nascita. Venne infatti al mondo a Troyes, nella regione francese dello
Champagne, nel 1040. Qui moi', sessantaquattro anni dopo. Si chiamava
Gershom ben Yehudah, ma divenne famoso con l'acronimo di Rabbenu ("nostro
maestro") Gershom. Che ha persino dato il nome a un tipo di grafia ebraica,
una sorta di corsivo che compare nei commenti a margine.
A Rashi, alla sua vita di cui poco sappiamo, al suo ruolo fondamentale nella
cultura ebraica - ma non solo: alcune sue glosse, ad esempio, sono preziose
per conoscere l'antico francese - e' dedicata una sintetica ma esauriente
biografia di Simon Schwarzfuchs, professore emerito all'Universita' Bar Ilan
di Tel Aviv: Rashi. Il maestro del Talmud (presentazione di Patrizio
Alborghetti, traduzione di Antonio Tombolini, Jaca Book, pp. 123, euro 14).
Da Rashi ad Averroe' il passo e' davvero breve. Prima di tutto perche' in
contemporanea esce nella stessa collana anche una biografia di questo grande
dell'Islam, scritta da Maurice Ruben Hayoun (scrittore, filosofo, esperto di
ebraismo) e Alain de Libera (storico di teologia): Averroe' e l'averroismo
(Jaca Book, pp. 126, euro 13).
Ma non sono solo ragioni strettamente editoriali. Averroe' nasce infatti a
Cordova nel 1126. Non e' un esegeta, piuttosto un filosofo nel senso piu'
ampio che si possa dare alla parola. E' soprattutto, una figura emblematica,
al pari di Rashi. E' uno dei "padri spirituali dell'Europa" con la sua
fondamentale funzione di mediatore culturale nel tempo e nello spazio: fra
il pensiero classico e quello medioevale (e moderno). Fra civilta' diverse
che in lui s'incontrano e generano cultura. Perche' Averroe' non fu soltanto
il traghettatore di Aristotele dall'antichita' al futuro. Fu anche e
soprattutto l'inventore di una certa modernita' fatta di incontri e non di
conflitti, di scambi e non di esclusioni.
Questa biografia a quattro mani ci svela che Averroe', cioe' Ibn Rushd, "e'
stato letto, studiato e tradotto in tre lingue: in arabo, in ebraico e in
latino; il suo pensiero ha affondato le sue radici in tre comunita'
religiose: islamica, ebraica e cristiana". Esplora l'uomo e la sua opera, ma
anche l'influenza che egli ha esercitato in piu' direzioni: l'averroismo,
cioe', in ambiente cristiano, ebraico. Nella cultura latina e nella
scolastica, fino al Rinascimento. Anche di questo, eccome, e' fatta la
nostra Europa.

6. INCONTRI. "LA LIBERTA' DELLE DONNE E' CIVILTA'". UN INCONTRO A GENOVA
[Da Monica Lanfranco (per contatti: mochena at village.it) riceviamo e
volentieri diffondiamo il programma definitivo del convegno genovese di cui
abbiamo gia' dato notizia nel n. 1260 di questo foglio. Monica Lanfranco,
giornalista professionista, nata a Genova il 19 marzo 1959, vive a Genova;
collabora con le testate delle donne "DWpress" e "Il paese delle donne"; ha
fondato il trimestrale "Marea"; dirige il semestrale di formazione e cultura
"IT - Interpretazioni tendenziose"; dal 1988 al 1994 ha curato
l'Agendaottomarzo, libro/agenda che veniva accluso in edicola con il
quotidiano "l'Unita'"; collabora con il quotidiano "Liberazione", i mensili
"Il Gambero Rosso" e "Cucina e Salute"; e'' socia fondatrice della societa'
di formazione Chance. Nel 1988 ha scritto per l'editore PromoA Donne di
sport; nel 1994 ha scritto per l'editore Solfanelli Parole per giovani
donne - 18 femministe parlano alle ragazze d'oggi, ristampato in due
edizioni. Per Solfanelli cura una collana di autrici di fantasy e
fantascienza. Ha curato dal 1990 al 1996 l'ufficio stampa per il network
europeo di donne "Women in decision making". Nel 1995 ha curato il libro
Valvarenna: nonne madri figlie: un matriarcato imperfetto nelle foto di fine
secolo (Microarts). Nel 1996 ha scritto con Silvia Neonato, Lotte da orbi:
1970 una rivolta (Erga): si tratta del primo testo di storia sociale e
politica scritto anche in braille e disponibile in floppy disk utilizzabile
anche dai non vedenti e rintracciabile anche in Internet. Nel 1996 ha
scritto Storie di nascita: il segreto della partoriente (La Clessidra).
Recentemente ha pubblicato due importanti volumi curati in collaborazione
con Maria G. Di Rienzo: Donne disarmanti, Edizioni Intra Moenia, Napoli
2003; Senza velo. Donne nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra
Moenia, Napoli 2005. Cura e conduce corsi di formazione per gruppi di donne
strutturati (politici, sindacali, scolastici) sulla storia del movimento
delle donne e sulla comunicazione]

Il 26 e 27 maggio 2006 a Genova si svolgera' un incontro internazionale sul
tema "La liberta' delle donne e' civilta'" promosso dalla rivista femminista
"Marea" con donne e uomini impegnati contro i fondamentalismi religiosi, per
l'autodeterminazione delle donne e la cittadinanza.
*
Dall'Algeria, dall'Iran, dalla Francia, dall'Inghilterra e da vari altri
paesi europei: studiose, femministe, laiche, insieme a uomini e donne che
professano varie fedi, persone impegnate a partire dal proprio ruolo nella
societa', reti e associazioni per i diritti umani e femminili.
Tra le reti che parteciperanno all'incontro segnaliamo: Wluml (Women living
under muslim laws); Africa 93; Iranian Women against fundamentalism; Uomini
in cammino; Maschileplurale; Donne in nero.
Oltre venti relazioni in due intense giornate di dibattito, seminari, tavole
rotonde sulla laicita' dello stato e la necessita' di riprendere a parlare
di valori laici e trovare parole condivise per un mondo di pace, equita' e
giustizia per tutte e tutti.
*
Non a caso a Genova, citta' ormai simbolica di eventi carichi di significato
per la vita collettiva e per il cambiamento che i movimenti da Seattle in
poi hanno offerto alla politica, si svolgera' l'incontro internazionale "La
liberta' delle donne e' civilta' - donne e uomini impegnati contro i
fondamentalismi religiosi per l'autodeterminazione delle donne e la
cittadinanza" organizzato dal trimestrale di cultura di genere "Marea", che
festeggia cosi' anche il suo decennale, il 26 e 27 maggio a Palazzo Rosso,
nel cuore del centro storico di Genova.
Fu la stessa "Marea", nel giugno 2001, un mese prima degli eventi di
dibattito e di manifestazioni organizzate dal Genova social forum a Genova,
a pensare due giorni di dibattito e seminari dal titolo "punto G - genere e
globalizzazione", al quale presero parte in qualita' di relatrici e
conduttrici donne provenienti da tutto il mondo. Proprio partendo da
quell'evento, che nel 2001 segno' una svolta e una ripresa dell'elaborazione
femminista italiana, l'incontro internazionale a Genova di fine maggio si
propone come un'occasione per riflettere oggi su un argomento difficile e
attualissimo come i fondamentalismi religiosi e l'emergente violenza e
restrizione dei diritti delle donne nel mondo.
Sullo sfondo di oggi ci sono temi che gia' nel 2001 si e' iniziato ad
indagare: la crisi economica internazionale, l'impoverimento di settori
sempre piu' ampi di popolazione sia nel sud che nel nord del mondo, la
guerra come fenomeno permanente che regola le relazioni tra stati, il
terrorismo, le migrazioni, la crescita esponenziale dell'emergenza
fondamentalismi nel mondo.
Inoltre in occidente sembra emergere una tendenza pericolosa: in nome del
rispetto per le altre culture e religioni, o per paura di essere accusati di
razzismo, o per l'interiorizzazione del concetto di tradimento dei valori
della patria/comunita', esiste una reticenza non giustificata a nominare e
condannare le violazioni dei diritti umani in generale, e piu' in
particolare le violazioni dei diritti delle donne.
*
Ecco cio' che scrive in una sua analisi Marieme Helie Lukas, attivista
dell'associazione internazionale Wluml (Women living under muslim laws):
"Alla fine di un secolo che ha visto risorgere vecchie religioni e nuove
sette nelle societa' che hanno perso la fede nella trasformazione verso la
giustizia sociale, la gente delusa e disperata si rivolge verso valori che
pensavamo ormai tramontati. Alla fine di un secolo che ha visto la
globalizzazione economica e politica minacciare le nostre vite, siamo
testimoni di una conseguenza imprevista di questa globalizzazione: individui
atomizzati, intercambiabili, timorosi per la propria vita, che si
raggruppano istintivamente con le loro famiglie per sostenersi
reciprocamente. Un proverbio nordafricano riassume bene questa reazione: 'io
contro mio fratello; io e mio fratello contro mio cugino; io, mio fratello e
mio cugino contro la mia tribu'; io, mio fratello, mio cugino, la mia tribu'
contro la tribu' del villaggio vicino...'. L'altra faccia della
globalizzazione e' la frammentazione delle comunita' secondo i binari della
religione, dell'etnicita' o della cultura".
Questa la situazione sfruttata dai fondamentalismi. Ma non e' la stessa su
cui si sono appoggiati tutti i fascismi?
I diritti umani, con il loro obiettivo dell'universalismo, dovrebbero
identificare nei fondamentalismi la peggiore minaccia attuale.
*
Il Wluml (Women living under muslim laws) ha scritto per commentare lo
sviluppo dell'estrema destra religiosa: "noi temiamo, se rinunciassimo ad
agire, di trovarci in una situazione che non sara' necessariamente la
peggiore, ma che sara' peggio della situazione attuale, dove per esempio: la
dichiarazione unilaterale e verbale di talaq (ripudio) sara' legale, come
attualmente e' il caso dell'India; il diritto di voto delle donne sara'
delegato agli uomini, come in Algeria negli ultimi due anni; la zina
(adulterio, fornicazione e tutte le relazioni sessuali extraconiugali) sara'
passibile di lapidazione a morte e/o di flagellazione in pubblico, e/o
d'ammenda, e/o di carcerazione, com'e' attualmente il caso in Pakistan.
Inoltre, le donne il cui marito divorzi con dichiarazione verbale (quindi
senza atto scritto di divorzio) potranno, in caso di nuovo matrimonio,
essere condannate per zina; la zina bel jabr (stupro) rendera' necessario
"che quattro testimoni oculari, uomini, adulti e musulmani di buona
reputazione, facciano una deposizione" affinche' il violentatore riceva il
massimo della pena, come oggi avviene in Pakistan; le donne potranno essere
giudicate e giustiziate per comportamento non islamico, per esempio ridere
per strada e/o lasciar sfuggire una ciocca di capelli dal velo, come succede
in Iran; il furto sara' punito con l'amputazione delle membra come in Sudan
e in Arabia Saudita; le donne saranno costrette alla contraccezione forzata,
all'aborto ed alla sterilizzazione, come in Bangladesh; non avranno diritto
di guidare, come in Arabia Saudita; non potranno uscire dal paese senza il
permesso del loro padre/marito, come in Iran e in Arabia Saudita; non
avranno il diritto di voto, come in Kuwait [fino a un mese fa - ndr];
subiranno mutilazioni genitali come in Egitto, Somalia e Sudan; subiranno
matrimoni forzati da parte del loro tutore maschio wali, come nelle
comunita' governate dalle scuole Maliki e Shafi".
*
Al convegno di Genova si confronteranno e si potranno conoscere anche il
lavoro e gli obiettivi delle reti di donne che lavorano da tempo contro i
fondamentalismi per l'affermazione dei diritti e della laicita' in paesi
dove ancora vigono dittature teocratiche.
*
Programma
Genova, 26 e 27 maggio 2006, Palazzo Rosso, sala Auditorium, via Garibaldi
18. Incontro internazionale: "La liberta' delle donne e' civilta'. Donne e
uomini impegnati contro i fondamentalismi religiosi, per
l'autodeterminazione delle donne e la cittadinanza".
*
Venerdi' 26 maggio
- ore 10-12: incontro con studenti delle scuole superiori e
dell'Universita'. Partecipano Lucy Ladikoff (Universita' di Genova) e alcune
delle ospiti del convegno.
- ore 14,30: accoglienza.
- ore 15,30-19,30. Donne e fondamentalismi. Religioni e politiche
identitarie negano i diritti fondamentali delle donne. Indagine attorno ad
alcune esperienze di fondamentalismo religioso o politico ma anche su quanto
possa essere presente la complicita' del sesso femminile. Intervengono:
Marieme Helie Lucas (Women living under muslim laws), Mimouna Hadjam
(associazione Africa), Cherifa Bouatta (Algeria), Imma Barbarossa(El_fem
network), Stefano Ciccone (associazione MaschilePlurale), Ruba Salih
(antropologa palestinese), Gita Sahgal (Gender Unit Amnesty International)
- ore 21-23: training: "Pratiche di nonviolenza per interagire con i
fondamentalismi" condotto da Antonella Sapio (formatrice) presso la Casa
delle Donne in Salita del Prione 26.
*
Sabato 27 maggio
- ore 9,30-13: seminari di approfondimento, Palazzo Tursi, ia Garibaldi 9:
1) Il corpo dei fondamentalismi. Si intende ragionare attorno a parole
chiave come potere, patriarcato, chiusure identitarie, relativismi
culturali, tenendo presente che i fondamentalismi prediligono come terreno
proficuo il corpo delle donne (velo, biotecnologie, sessualita' ecc.).
Facilitatrici: Maria Grazia Ruggerini (Istituto per il Mediterraneo), Imma
Barbarossa (El_fem network);
2) Cittadinanza e identita' multiple. Si intende mettere al centro della
discussione gli aspetti positivi: i valori e le alternative che una cultura
laica - e di sinistra - puo' e deve trasmettere e proporre per combattere i
fondamentalismi. Parole chiave saranno quelle che parlano di diritti di
cittadinanza e riconoscimento delle differenze. Facilitatrici: Corinna
Vicenzi (Donne in nero - Italia), Gita Sahgal (Gender Unit Amnesty
International), Vera Pegna (vicepresidente Federazione umanista europea);
3) Pratiche di convivenza. Esperienze e progetti a confronto, cosa funziona
e cosa no. Multiculturalismo, integrazione, tolleranza? La parola a chi
lavora per tradurre le teorie in prassi condivise e partecipate.
Facilitatrici: Tiziana Dal Pra (Trama di terre), Pragna Patel (Southall
Black Sisters), Ana Cicako (presidente Alma Terra).
- ore 15 -17: Responsabilita' e democrazia. In che modo i diritti delle
donne misurano la civilta' e quali gli strumenti per raggiungerli. Limiti e
risorse della rappresentanza. Intervengono: Sarvi Chitsaz (Iranian Women
against fundamentalism), Yael Meroz (pacifista israeliana), Debby Lerman
(Donne in nero - Israele), Lidia Menapace (parlamentare), Silvana Pisa
(parlamentare), Stasa Zajovic (Donne in nero - Belgrado), Vladimir Luxuria
(parlamentare), Beppe Pavan (Uomini in cammino), Pragna Patel (Southall
Black Sister)
- ore 17,15 -19,30: tavola rotonda: Comunicare la laicita'. Partecipano:
Samir Khalil Samir (gesuita, professore all'Universita' di Beirut), Soheib
Bencheikh (imam di Marsiglia), Letizia Tomassone (pastora valdese), Luisa
Morgantini (parlamentare europea) Farian Sabahi (giornalista e scrittrice),
Piero Sansonetti (direttore "Liberazione") Gigi Sullo (direttore "Carta");
conduce Monica Lanfranco (giornalista, "Marea").
- ore 21: Santa Maria di Castello, cena a cura di "Mani tese" (con
prenotazione entro il 23 maggio).
*
Per informazioni: Monica Lanfranco, tel. 3470883011, e-mail:
mochena at village.it; Laura Guidetti, tel. 3333444869, e-mail:
lauraguidetti at aliceposta.it

7. MEMORANDUM. LACONIO MAGNASERPI: NON ESISTE PIU'
[Ringraziamo il nostro buon amico Laconio Magnaserpi per questo distillato
intervento]

Non esiste piu' la politica estera, esiste solo la politica internazionale.
Una e' l'umanita', ciascuno e' responsabile di tutto.

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1274 del 23 aprile 2006

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