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La nonviolenza e' in cammino. 1275



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1275 del 24 aprile 2006

Sommario di questo numero:
1. Una Presidente della Repubblica partigiana, femminista, amica della
nonviolenza
2. Cindy Sheehan: Nonne furiose contro la guerra
3. Paola Azzolini: Un incontro con Fatema Mernissi
4. Grazia Casagrande intervista Assia Djebar (1999)
5. Daniela Pizzagalli intervista Assia Djebar (2004)
6. Marco Deriu presenta "Il corpo del nemico ucciso" di Giovanni De Luna
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. UNA PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA PARTIGIANA, FEMMINISTA, AMICA
DELLA NONVIOLENZA
[Lidia Menapace (per contatti: lidiamenapace at aliceposta.it) e' nata a Novara
nel 1924, partecipa alla Resistenza, e' poi impegnata nel movimento
cattolico, pubblica amministratrice, docente universitaria, fondatrice del
"Manifesto"; e' tra le voci piu' alte e significative della cultura delle
donne, dei movimenti della societa' civile, della nonviolenza in cammino.
Nelle elezioni politiche del 9-10 aprile 2006 e' stata eletta senatrice. La
maggior parte degli scritti e degli interventi di Lidia Menapace e' dispersa
in quotidiani e riviste, atti di convegni, volumi di autori vari; tra i suoi
libri cfr. Il futurismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968;
L'ermetismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; (a cura di), Per un
movimento politico di liberazione della donna, Bertani, Verona 1973; La
Democrazia Cristiana, Mazzotta, Milano 1974; Economia politica della
differenza sessuale, Felina, Roma 1987; (a cura di, ed in collaborazione con
Chiara Ingrao), Ne' indifesa ne' in divisa, Sinistra indipendente, Roma
1988; Il papa chiede perdono: le donne glielo accorderanno?, Il dito e la
luna, Milano 2000; Resiste', Il dito e la luna, Milano 2001; (con Fausto
Bertinotti e Marco Revelli), Nonviolenza, Fazi, Roma 2004]

Cosa potremmo desiderare di meglio di una Presidente della Repubblica
partigiana, femminista, amica della nonviolenza?
Per la sua ntida e preziosa storia personale, e per le storie collettive di
cui, intensamente partecipe, e' profondamente rappresentativa, Lidia
Menapace, oggi senatrice, ci pare possa essere la migliore candidata
possibile alla Presidenza della Repubblica Italiana.

2. TESTIMONIANZE. CINDY SHEEHAN: NONNE FURIOSE CONTRO LA GUERRA
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente intervento di
Cindy Sheehan. Cindy Sheehan ha perso il figlio Casey nella guerra in Iraq;
per tutto il mese di agosto e' stata accampata a Crawford, fuori dal ranch
in cui George Bush stava trascorrendo le vacanze, con l'intenzione di
parlargli per chiedergli conto della morte di suo figlio; intorno alla sua
figura e alla sua testimonianza si e' risvegliato negli Stati Uniti un ampio
movimento contro la guerra; e' stato recentemente pubblicato il suo libro
Not One More Mother's Child (Non un altro figlio di madre), disponibile nel
sito www.koabooks.com]

Sono qui seduta a guardare il servizio televisivo sul Congresso, che sta
tenendo una speciale udienza riguardante le violazioni dei diritti umani in
Cina: il che, ovviamente, e' una cosa importante e va affrontata. Un
rapporto di Amnesty International, appena uscito, indica come fra tutti i
paesi del mondo gli Usa siano il quarto per numero di esecuzioni capitali,
dietro alla Cina, all'Iran e all'Arabia Saudita. In Cina la maggior parte
delle persone vengono giustiziate con quello che sembra un ritorno alla
barbarie.
Ma chiunque abbia un cervello, e un'idea sulla direzione che il nostro paese
sta prendendo, dovrebbe chiedere al Congresso di investigare sul nostro
governo e su se stesso per le violazioni dei diritti umani.
Signori del Congresso, il nostro governo sta commettendo crimini contro
l'umanita', crimini di guerra e crimini contro la nostra Costituzione e
contro la legge.
Invece di investigare sulla Cina, dovrebbero investigare su se stessi e su
George Bush e i suoi amici, che stanno violando tutto cio' che abbiamo caro
come americani, e stanno uccidendo e torturando migliaia di persone come
ciliegina sulla torta.
Ogni americano che abbia orecchie e senta il "decisore" mentire, e chiunque
abbia occhi e lo veda calpestare i nostri diritti civili, dovrebbe usare la
propria voce per urlare contro la crudelta' di Bush e compagnia, e dovrebbe
usare i suoi piedi per sfilare in solidarieta' con gli altri americani che
rigettano la crudelta', e dovrebbe usare il suo didietro per sedersi davanti
ai luoghi del potere, a chiedere che i nostri leader smettano di usare i
nostri nomi per imprigionare persone indefinitamente e senza processo, e
torturarle mentre accusano ipocritamente altri governi di violare i diritti
umani.
*
Gli americani devono capire una volta per tutte che il nostro governo ha
accusato falsamente Saddam Hussein di possedere armi di distruzione di
massa; che il nostro governo sta usando armi di distruzione di massa sulla
gente dell'Iraq; che il nostro governo non sta affatto tentando di evitare
l'uso di armi nucleari contro l'Iran.
Dio non voglia che l'Iran abbia il nucleare, e se l'Iran ci sta solo
pensando, il nucleare glielo daremo noi, e uccideremo migliaia di persone
innocenti che non hanno tecnologia nucleare, e che tutto quello che vogliono
e' vivere in pace ed essere lasciati stare dagli Usa.
Gli Stati Uniti hanno gia' usato armi nucleari, e' un dato di fatto; e siamo
i soli che hanno usato e stanno usando l'uranio impoverito in Iraq, adesso,
mentre ne stiamo parlando.
Non si puo' avere fiducia negli Usa, rispetto a questa tecnologia. Perche'
barattiamo i nostri segreti nucleari con l'India in cambio di qualche mango
e proibiamo ad altri paesi di cercare la medesima tecnologia? Puo' essere
che la vera ragione sia controllare le riserve naturali iraniane di gas e
petrolio? Forse la Esso non e' stata abbastanza soddisfatta del dividendo di
400 milioni di dollari dell'anno scorso.
George Bush vuole costruire 125 bombe nucleari in piu' all'anno: penso che
debba avere qualche amico nel settore da favorire. Il discorso dovrebbe
vertere sul disarmare le nazioni che gia' hanno armi nucleari e garantire un
futuro migliore alle prossime generazioni. Peccato che sia troppo tardi per
la gente del Medio Oriente, che ha avuto la propria regione contaminata da
radiazioni cancerogene che dureranno per moltissimi anni.
*
Stamattina ho presenziato all"inizio del processo alle "Nonne Furiose" di
New York, che hanno provocatoriamente tentato di arruolarsi lo scorso
ottobre, e che sono state arrestate per aver bloccato l'ingresso del centro
di reclutamento dell'esercito a Times Square. La loro eta' media e' oltre i
60 anni, e la piu' anziana ne ha 90. Diciotto di loro sono arrivate al
processo, oggi, sfilando lente ed orgogliose (molte aiutandosi con i
bastoni) sino alle panche degli imputati, a difendere il vostro diritto a
riunirsi pacificamente per dissentire da un governo che non ha piu' alcun
controllo, e per esprimere il proprio disgusto rispetto alla guerra in Iraq,
e per poter dire: "Non state commettendo questi crimini in nostro nome!".
Noi dobbiamo prendere le distanze da leader che sono criminali di guerra, se
non vogliamo essere accusati dello stesso crimine noi stessi. Chiunque in
questo paese non abbia tentato di chiudere un centro di reclutamento, o non
sia andato a sedersi davanti all'ufficio del suo rappresentante al Congresso
per chiedere la fine della guerra, chiunque non sia andato ad una
manifestazione, non abbia scritto centinaia di lettere o sia venuto a
Crawford, chiunque non sia in qualche modo uscito dalla propria "zona
sicura" per ripudiare il regime di Bush, dovrebbe profondamente vergognarsi
di se stesso.
Se le care nonne, che dovrebbero poter stare a casa a cucinare biscotti se
ne avessero voglia, o poter fare ginnastica, leggere libri, dipingere, o
fare qualsiasi altra cosa le renda felici, se queste nonne mettono i loro
corpi in gioco per la pace, affinche' vostro figlio non debba andare a
combattere una guerra basata sulle bugie, e non debba morire o uccidere
gente innocente, se queste nonne possono farlo, perche' voi non potete?
*
Oggi, io e le mie coimputate, arrestate davanti alla missione Usa dell'Onu,
abbiamo consegnato i mandati di comparizione a Peggy Kerry (sorella di John
Kerry e rappresentante di Ong all'Onu, che ci aveva combinato l'appuntamento
per consegnare la petizione), alla missione Usa ed alla compagnia
commerciale che ha la proprieta' dell'edificio e che vi gestisce bar,
ristoranti ed il servizio di sicurezza.
Il nostro processo si svolgera' la prossima settimana, il 26 aprile, e noi
vogliamo sapere chi si e' rifiutato di ricevere la nostra petizione benche'
avessimo un appuntamento, e vogliamo sapere chi ha dato l'ordine di
arrestarci invece di prendere quella petizione che e' stata firmata da
decine di migliaia di donne in tutto il mondo.
Le Nonne Furiose e noi, Americane Furiose, siamo disposte ad andare in
prigione per proteggere voi, i vostri diritti e la vita dei vostri figli.
Chi puo' voler vivere libero in una societa' che ha un disprezzo totale per
i diritti umani, e l'umanita' intera, e pratica crudelta' degne
dell'Inquisizione? Chi puo' voler vivere libero in una societa' che arresta
e processa le nonne e cittadine comuni che stanno solo esercitando i diritti
che tutti abbiamo dalla nascita? I diritti che mio figlio e molti altri si
sono visti sottrarre assieme alle loro vite.
*
Il Congresso ha gia' permesso all'esecutivo di portarsi via un bel po' dei
nostri diritti e delle nostre liberta'. Se voi non siete indignati,
significa che non ve ne siete accorti. Allora sappiate che c'e' gente che
sta bruciando dall'indignazione per la soppressione del dissenso e il furto
dei nostri diritti. Sappiate che ci sono molte persone che stanno lavorando
per rimettere a posto il nostro paese. Fate la vostra parte. La democrazia
richiede partecipazione attiva, non attiva e complice apatia.

3. INCONTRI. PAOLA AZZOLINI: UN INCONTRO CON FATEMA MERNISSI
[Dal sito www.ecologiasociale.org riprendiamo il seguente articolo apparso
su "Il Giornale di Vicenza" del 28 aprile 2004.
Paola Azzolini e' scrittrice, giornalista, critica letteraria; collabora con
"L'Arena di Verona" ed altre testate, ha curato edizioni di opere di Manzoni
e Capuana, pubblicato studi su vari temi di letteratura italiana
otto-novecentesca, svolto ricerche sulle scrittrici italiane del Novecento,
contribuito a varie pubblicazioni. Tra le opere di Paola Azzolini: Il cielo
vuoto dell'eroina, Bulzoni, Roma 2002.
Fatema Mernissi (ma il nome puo' essere traslitterato anche in Fatima) e'
nata a Fez, in Marocco, nel 1940, acutissima intellettuale di forte impegno
civile, impegnata per i diritti delle donne, per la democrazia e i diritti
umani di tutti gli esseri umani, docente universitaria di sociologia a
Rabat, studiosa del Corano, saggista e narratrice; tra i suoi libri
disponibili in italiano: Le donne del Profeta, Ecig, 1992; Le sultane
dimenticate, Marietti, 1992; Chahrazad non e' marocchina, Sonda, 1993; La
terrazza proibita, Giunti, 1996; L'harem e l'Occidente, Giunti, 2000; Islam
e democrazia, Giunti, 2002; Karawan. Dal deserto al web, Giunti, 2004. Il
sito internet di Fatema Mernissi e' www.mernissi.net]

Una sultana, la mitica Sheherazad, che con la forza della parola vince la
crudelta' del sultano: cosi' e' apparsa Fatima Mernissi alle socie e
simpatizzanti della Societa' italiana delle letterate, riunite nel loro
quinto convegno internazionale nelle sale della facolta' di lettere
dell'universita' di Ferrara. Alta, con un viso regolare, sorridente, gli
occhi neri e vivacissimi, il profilo deciso, Mernissi, che e' di
nazionalita' marocchina e insegna sociologia all'universita' di Rabat, e'
diventata famosa anche in Italia con la sua autobiografia, La terrazza
proibita, che inizia con una frase che fa scalpore in Occidente: "Sono nata
in un harem".
Ma cos'e' un harem? Gli europei sorridono imbarazzati e pensano ad un
paradiso di lascivie, con donne giovani, numerose, disponibili e sempre piu'
o meno nude. In realta', chiarisce Mernissi, un harem e' una prigione, le
donne sono assolutamente vestite, non sono affatto disponibili, perche'
prigioniere e quindi irritabili e disposte alla vendetta. E del mito tutto
occidentale dell'harem ha scritto in un altro libro di successo, L'harem e
l'Occidente.
Ma Fatima Mernissi vede con assoluta lucidita' anche i limiti di cui e'
prigioniera la donna occidentale, che dovrebbe essere libera, ma di fatto e'
sottomessa ad un costume assurdo, ad una mentalita' ancora troppo legata ad
alcuni stereotipi. Per esempio l'ossessione della bellezza e della
giovinezza: le donne dovrebbero sempre avere 18 anni, portare la taglia 42 e
sembrare assolutamente inferiori come intelligenza al loro partner maschile.
Ma Sheherazad era colta, intelligente, con una capacita' politica
eccezionale e per questo ha avuto la meglio sulla violenza misogina del
sultano. E Sheherazad e' il modello della donna orientale che, anche
nell'harem, cerca di usare la sua intelligenza.
*
L'altro argomento, strettamente connesso al precedente, che Mernissi ha
affrontato nel suo discorso al convegno, e' stato quello della
globalizzazione. Un argomento niente affatto lontano dal problema della
liberta' e autonomia delle donne. Perche' alla base di ambedue, la prigionia
delle donne dietro il velo e il rifiuto degli occidentali per gli arabi e
degli arabi verso gli occidentali, sta un unico sentimento: la paura del
diverso.
"Abbiamo paura dello straniero - dice Mernissi -. Ma perche'? Bisogna
studiare il passato per avere forza per il futuro. Occidente e Oriente hanno
due modelli che si affrontano: il cow-boy che spara allo straniero e Sindbad
che va per i mari e conosce lo straniero, parla con lui, affronta la
diversita' che e' un arricchimento, non un pericolo". A proposito: in
ottobre esce la traduzione italiana di Sindbad il marocchino, ultimo libro
della Mernissi.
Mernissi e' ottimista: nel mondo moderno c'e' un potere che lavora contro la
guerra ed e' la comunicazione: "Ci sono ben 140 tv arabe e non esiste nei
paesi islamici differenza tra tv pubblica o privata, ma ci sono almeno 40
proprietari di tv che si fanno concorrenza con un unico fine: perche' il
pubblico guardi la tv bisogna rispettarlo, e il pubblico e' per il 50%
femminile".
E ancora: "Il satellite sta realizzando la profezia di Alvin Toffler, che
scriveva nel 1990: il potere si sposta dalla violenza, la spada, alla
comunicazione, la penna, la parola, la conoscenza. Per questo io sono
ottimista: Sindbad, l'uomo che usa la comunicazione, sara' il vincitore
nella sfida della globalizzazione".
Ma la questione delle donne non e' estranea a questo percorso verso un mondo
in cui le differenze diventano una ricchezza per tutti: "Gli sceicchi del
petrolio hanno bisogno di speakers competitivi per attirare l'audience:
cosi' non cercano soltanto competenti Sindbad, ma anche delle Sheherazad,
perche' il satellite ha distrutto le tradizionali barriere tra pubblico e
privato, cioe' le barriere dell'harem. Le donne hanno invaso le tv. In
Egitto le notizie sono lette per l'85% da donne. E da noi lo spettatore, ma
ancora di piu' le spettatrici che sono piu' numerose, governano il mondo con
lo zapping".
*
Poi il discorso torna alla donna musulmana, sui limiti imposti dal costume,
piu' che dal Corano, sul velo. Ma Mernissi ha una profonda fiducia
nell'intelligenza di Sheherazad, nella capacita' della parola di vincere la
violenza, e le donne arabe si sono impadronite del potere rappresentato
dalla cultura, dalla conoscenza e del suo veicolo principale, nel mondo
moderno, la rete telematica. In fondo pero' anche l'harem ha favorito lo
scambio di idee e talvolta non la rivalita', ma l'alleanza tra le donne. Le
donne arabe infatti indicano la cerimonia che le vede, a certe ore del
giorno, radunate intorno alla teiera di peltro lucido che contiene il the di
menta, come "il the mentale". Parlare, conversare, pensare: il primo modo
per cambiare il mondo.

4. RIFLESSIONE. GRAZIA CASAGRANDE INTERVISTA ASSIA DJEBAR (1999)
[Dal sito www.cafeletterario.it riprendiamo la seguente intervista del 24
dicembre 1999.
Grazia Casagrande e' giornalista, scrittrice, redattrice di "alice.it",
portale dedicato alle segnalazioni librarie.
Assia Djebar e' una illustre intellettuale algerina impegnata per i diritti
umani, scrittrice, storica, antropologa, docente universitaria, cineasta.
Opere di Assia Djebar: cfr. almeno Donne d'Algeri nei loro appartamenti,
Giunti, Firenze 1988; Lontano da Medina. Figlie d'Ismaele, Giunti, Firenze
1993, 2001; L'amore, la guerra, Ibis, 1995; Vaste est la prison, Albin
Michel, Paris 1995; Bianco d'Algeria, Il Saggiatore, Milano 1998; Nel cuore
della notte algerina, Giunti, Firenze 1998; Ombra sultana, Baldini &
Castoldi, Milano 1999; Le notti di Strasburgo, Il Saggiatore, Milano 2000;
Figlie d'Ismaele nel vento e nella tempesta, Giunti, Firenze 2000; La donna
senza sepoltura, Il Saggiatore, Milano 2002. Opere su Assia Djebar: cfr. il
libro-intervista di Renate Siebert, Andare ancora al cuore delle ferite, La
Tartaruga, Milano 1997. Dal sito www.rainews24.it riprendiamo anche la
seguente scheda: Nata in Algeria, Assia Djebar e' stata, nel 1955, la prima
donna algerina ammessa all'Ecole normale superieure francese. Sostenitrice
dell'emancipazione femminile nel mondo islamico, dopo aver partecipato al
movimento di liberazione dell'Algeria, si e' imposta come narratrice di
lingua francese, raccontando i temi propri del suo mondo d'origine.
All'impegno narrativo (i suoi libri sono tradotti in molte lingue), ha
affiancato la poesia, la saggistica, la drammaturgia, la scrittura e la
regia di opere documentaristiche e cinematografiche. Nel corso della sua
carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali tra cui, nel
2000, il prestigioso Premio per la pace. Attualmente insegna alla New York
University e vive tra Parigi e gli Stati Uniti... Per tutte le donne del
Terzo Mondo, scrivere riconduce a una doppia proibizione, allo stesso tempo
dello sguardo e del sapere. Scrivere, per la maggior parte delle mie
sorelle, e' scontrarsi inevitabilmente con il muro del silenzio e
dell'invisibilita'. Nello stesso tempo, nasce un'urgenza per via della quale
il fatto di scrivere puo' diventare "scrivere per", cioe' un impegno del
verbo, una scrittura appassionata e combattiva. Assia Djebar e' sicuramente
una di queste figure, un'artista mossa - come lei stessa dice -
"dall'urgenza della scrittura, l'urgenza della parola dinanzi al disastro".
L'urgenza della denuncia, del recupero della memoria. La volonta' di
togliere il velo del silenzio alle donne islamiche. Tutta la sua produzione
artistica affronta temi come l'identita', la condizione femminile
nell'Islam, il fanatismo religioso, il senso della scrittura e il ruolo
dell'intellettuale nella societa' civile. Un impegno che proprio la
condizione di donna rende piu' gravoso ma che, per contro, vede sempre piu'
donne in prima linea come testimonia anche il recente premio Nobel assegnato
alla iraniana Shirin Ebadi. Bibliografia: Queste voci che mi assediano, Il
Saggiatore; Andare ancora al cuore delle ferite, La Tartaruga; Lontano da
Medina. Figlie d'Ismaele, Giunti, 1993, 2002; L'amore, la guerra, Ibis,
1995; Bianco d'Algeria, Il Saggiatore, 1998; Nel cuore della notte algerina,
Giunti, 1998; Ombra sultana, Baldini e Castoldi, 1999; Donne d'Algeri nei
loro appartamenti, Giunti, 2000; Figlie d'Ismaele nel vento e nella
tempesta. Dramma musicale in 5 atti e 21 quadri, Giunti, 2000; Le notti di
Strasburgo, Il Saggiatore, 2000; Vasta e' la prigione, Bompiani, 2001; La
donna senza sepoltura, Il Saggiatore, 2002"]

Un'intellettuale, una signora elegante e raffinata, eppure ha sfidato la
morte, ha saputo dichiarare il dissenso e la voglia di liberta', la radicale
opposizione all'integralismo violento che domina nel suo paese. Incontriamo
Assia Djebar e, con grande rispetto e ammirazione, ascoltiamo le sue
opinioni sulla letteratura e la vita.
*
- Grazia Casagrande: Quando ha pensato di presentare, attraverso i suoi
romanzi, la condizione femminile algerina in Occidente, e perche'?
- Assia Djebar: Io non ho pensato, mostrato, presentato: quello che descrivo
e' la realta' della mia infanzia. Non ho neppure pensato ad un pubblico. Se
qualcuno comincia a scrivere lo fa per una esigenza interiore, per rendere
piu' stabile, piu' chiaro quello che inizia a pensare, a cercare. Non ho
un'idea del pubblico, del lettore.
*
- Grazia Casagrande: Nelle donne che presenta, nelle loro vite, c'e' la
testimonianza di una situazione, di una condizione.
- Assia Djebar: Si', certo. Dopo i quarant'anni, e dopo dieci anni di
silenzio, ho cominciato a scrivere. All'inizio era il piacere a spingermi:
era come montare un film, come rendere vivi dei personaggi che avevo in
mente. Un piacere quasi gratuito. Ma e' evidente che quando si comincia a
scrivere si parte dall'esperienza dell'infanzia, dalla propria formazione,
se fossi nata in Irlanda il mio mondo letterario sarebbe stato diverso. Non
ho nemmeno pensato alle differenze tra Occidente e Oriente. Lasciata
l'Algeria ho viaggiato molto, sono stata negli Stati Uniti, e quindi in
Francia. Ho scritto in francese perche' e' una lingua piu' traducibile
dell'arabo, la lingua stessa infatti e la sua traducibilita' rendono piu'
aperto l'Occidente. Mi ha spinto a scrivere l'urgenza di rappresentare la
vita, una vita tragica, appassionata. Il bisogno di scrivere e' l'illusione
di lottare contro l'oblio, forse e' proprio solo un'illusione. Gli eventi
vengono raccontati da una persona all'altra, passano di bocca in bocca, ma
un giorno si dimenticano, si cancellano: da qui il desiderio di fissarli. Ma
e' un sogno perche' tutto si cancella.
*
- Grazia Casagrande: Non tutto.
- Assia Djebar: Si' invece, qualcosa per sparire puo' metterci anche piu' di
duemila anni, ma alla fine tutto si cancella. Presso certe dinastie di
faraoni c'era chi scriveva ogni fatto accaduto, eppure oggi tutto cio' e'
scomparso... Evidentemente nel corso di una vita, per trenta, quarant'anni
un libro puo' restare, puo', a volte, anche sopravvivere al suo autore, puo'
durare altri cinquanta, cento anni, ma tutto alla fine si cancella. Io ho
l'esigenza di credere che la narrazione possa lottare, possa almeno cercare
di lottare, contro l'oblio.
*
- Grazia Casagrande: Puo' lottare anche contro l'arroganza del potere?
- Assia Djebar: Si', ma il potere, e chi lo detiene, non e' mai scalfito
dalla letteratura. Quando a uno scrittore fanno domande in una trasmissione,
quando vengono fatti commenti alle otto di sera da uno schermo televisivo,
allora c'e' qualche potente che si scandalizza e dice: "Ha osato dire
questo, ha nominato e colpito quello", ma non va poi a leggere i libri, non
sa davvero quello che lo scrittore denuncia.
*
- Grazia Casagrande: Lei pero' ha avuto dei problemi in Algeria per quello
che ha scritto e detto.
- Assia Djebar: Non credo che i miei problemi siano stati piu' importanti di
quelli di molte altre persone in Algeria. Non bisogna esagerare nel
dipingermi come un'eroina. Ho incontrato moltissime donne che solo per aver
detto buongiorno a qualcuno, per aver parlato con il vicino per la strada
hanno subito pesanti persecuzioni o sono state uccise. Ho un'amica giudice
(e non un giudice di cause politiche), molto conosciuta e importante, che
per andare in tribunale doveva far controllare dalla sua porta di casa se ci
fosse qualcuno che la seguisse, eppure andava senza paura a svolgere la sua
professione. C'e' un destino per ognuno. Certo c'e' una minaccia contro la
liberta' di pensiero, ma c'e' anche il destino individuale. Io resisto, so
che i miei lettori insorgerebbero se mi fosse fatto qualcosa, e mi sento
protetta. I miei libri si vendono e in molti paesi: questa e' la mia
sicurezza. Certo ho anche maggiori responsabilita'. Ma la responsabilita' e'
nel sapere che quello che viene detto, se si e' noti, diventa molto
importante. Sono un essere umano e posso sbagliare, per cui faccio molta
attenzione a quello che affermo. So se un mio libro e' ben scritto, ma non
ho la certezza che quello che dico in un dibattito sia la verita'. Le
televisioni mi chiedono commenti su fatti politici o di cronaca e io
rispondo che quello non e' il mio lavoro, non sono ne' una giornalista, ne'
una specialista. E non perche' non abbia il coraggio delle mie idee, ma
perche' non vorrei, sbagliandomi, indurre in errore altre persone. Ho
diritto anche di sbagliarmi, vivo lontana dal mio paese...
*
- Grazia Casagrande: Ma lo scrittore sa spesso vedere piu' lontano.
- Assia Djebar: Non e' questione di intuizione. Per quanto riguarda me, in
Bianco d'Algeria, romanzo che ha forti caratteri politici (ma anche in
Lontano da Medina), ho usato un metodo di lavoro che si risolve nel porre
domande al passato (il passato piu' lontano), e cercare di vedere la
struttura politica del Paese, la struttura delle abitudini psicologiche
collettive, e nel vedere se ora, nella violenza e nell'intolleranza, queste
sono cambiate. A partire da quanto il passato porta, come chiarimenti o
spiegazioni, si puo' dire che la guerra civile non e' inerente al fatto di
essere musulmani. Il mio prossimo libro tratta del periodo in cui
Sant'Agostino e' stato in Algeria e si puo' vedere che i Donatisti erano
integralisti come oggi lo sono gli islamisti algerini, cosi' sicuri di
possedere la verita' da diventare violenti per affermarla. In questo modo
scrivendo utilizzo la competenza storica e assolvo al bisogno di narrare, di
andare in profondita', rivolgendomi piu' al passato che al presente. Non
credo molto all'intuizione...
*
- Grazia Casagrande: Pensa che ci sara' una cultura sincretica, che accolga
elementi occidentali e orientali, laici e religiosi?
- Assia Djebar: La cultura francese non e' poi cosi' laica. Esiste un
integralismo laico, esempio ne sia l'espulsione di studentesse musulmane con
il chador dalle scuole pubbliche francesi. Non si devono allontanare dalla
scuola le ragazze che provengono da famiglie integraliste, perche' a poco a
poco, inserendole e integrandole, pue' esser fatto loro capire che esistono
altri spazi, altre realta'. Anche in Italia la Chiesa continua ad avere una
forte influenza sulla stessa Costituzione. In Algeria l'Islam e' la
religione della maggioranza della popolazione, ma non ci deve essere nessuno
che obblighi a rispettarla. Dal 1962 maschi e femmine vanno a scuola insieme
e questa e' stata la prima cosa che gli integralisti volevano cambiare e per
questo maestri e maestre sono stati uccisi ma, grazie a Dio, la scuola
rimane mista. Non abbiamo una Costituzione davvero laica, ma rivendichiamo
un Islam tollerante in cui sia possibile la coesistenza con le minoranze
cristiana ed ebraica, come e' avvenuto in passato.
*
- Grazia Casagrande: In Europa oggi c'e' una forte immigrazione islamica.
Secondo lei, questo rappresentera' un problema?
- Assia Djebar: No, in Francia ci sono tre milioni di musulmani, e' la
seconda religione. Penso che invece potra' essere un'opportunita', perche' i
musulmani che vivono in Europa, uomini e donne, e sono una minoranza, se
continuano ad approfondire la loro cultura, a leggere i loro testi, hanno la
possibilita' di acquisire una concezione moderna di Islam.
*
- Grazia Casagrande: Che cos'e' per lei la liberta' per una donna?
- Assia Djebar: E' molto semplice. E' poter uscire liberamente dall'interno
all'esterno. Ci sono ragazze a cui il padre o il fratello, a partire dai
dieci anni, proibiscono di uscire: questo avveniva ai tempi di mia madre che
non e' piu' uscita di casa se non con il marito e sempre coperta da un velo.
E' la realta' dell'Afghanistan, dell'Arabia Saudita, non dell'Iran in cui le
donne sono velate, ma possono svolgere tutte le attivita', anche quelle
maschili. L'obbligo per le donne di restare in casa significa renderle
prigioniere: e' quello che racconto nel mio ultimo romanzo. Come si impara a
camminare per le strade se fino a trent'anni si e' costrette a rimanere
recluse? Questa e' la prima liberta'. E per questo ho deciso, tre anni dopo
l'indipendenza, di non sopportare piu' l'idea di non potermene andare dal
mio Paese senza l'autorizzazione dell'amministrazione: mi sembrava un
attentato alla nostra indipendenza. Cosi' ho lasciato l'Universita', la mia
casa confortevole (avevo gia' trent'anni) e sono andata a Parigi a
completare i miei studi. Ho mantenuto la nazionalita' algerina e la
residenza nella mia citta', ma avevo un indirizzo a Parigi: per me la
liberta' e' liberta' di movimento. Di certo pero' non e' l'unica. Un'altra
e' l'imparare a ragionare con la propria testa, senza essere condizionati
dalla televisione o dalla societa' dei consumi. Continuo a lavorare nelle
universita' e credo che il mio contributo consista proprio nell'insegnare a
ragionare con la propria testa.

5. RIFLESSIONE. DANIELA PIZZAGALLI INTERVISTA ASSIA DJEBAR (2004)
[Dal sito de "Il porto ritrovato" (www.ilportoritrovato.net) riprendiamo la
seguente intervista apparsa sul "Secolo XIX" del 6 marzo 2004. Daniela
Pizzagalli e' nata a Milano dove vive e lavora; psicologa e giornalista,
svolge attivita' di critica letteraria e storica su quotidiani e periodici.
Opere di Daniela Pizzagalli: Tra due dinastie, Camunia, 1988; Bernabo'
Visconti, Rusconi, 1994; L'amica. Clara Maffei e il suo salotto nel
Risorgimento, Mondadori, 1996; La dama con l'ermellino. Vita e passioni di
Cecilia Gallerani nella Milano di Ludovico, Rizzoli, 1999; La signora di
Milano. Vita e passioni di Bianca Maria Visconti, Rizzoli, 2000; La signora
del Rinascimento. Vita e splendori di Isabella d'Este alla corte di Mantova,
Rizzoli, 2001; La regina di Roma. Vita e misteri di Cristina di Svezia
nell'Italia barocca, Rizzoli, 2002; La signora della pittura. Vita di
Sofonisba di Anguissola, gentildonna e artista nel Rinascimento, Rizzoli,
2003; La signora della poesia. Vita e passioni di Veronica Gambara, artista
del Rinascimento, Rizzoli, 2004]

La sua bellezza berbera e' intatta, nonostante il trascorrere del tempo e i
luoghi sempre piu' lontani dove la conduce la vita. Assia Djebar infatti
lascia spesso la sua casa di Parigi per trascorrere lunghi mesi negli Stati
Uniti, dove insegna letteratura francese in un'Universita' di New York e in
Louisiana, e non torna in Algeria da molti anni. Eppure portera' tutta la
luce e il calore della sua terra a Pordenone, dove la manifestazione e'
quest'anno in suo onore.
Politica e cultura s'intrecciano nei suoi romanzi e nei suoi film, e anche
nella raccolta di saggi appena uscita, Queste voci che mi assediano (Il
Saggiatore, pp. 246, euro 18), anche se il libro sembra imperniato
essenzialmente sul rapporto tra linguaggio e scrittura.
*
- Daniela Pizzagalli: Quali sono queste voci che l'assediano, e hanno dato
il titolo al suo libro?
- Assia Djebar: Sono le voci di donne che giungono dalla mia infanzia, dalla
mia famiglia, e che hanno plasmato la mia visionarieta'. Parlano in dialetto
arabo e berbero, sono voci dell'oralita', che per fare mie nella scrittura
ho dovuto tradurre in francese. E'.stata un'operazione che ha reso il mio
stile narrativo come un coacervo di esperienze: i critici francesi trovano
nella mia scrittura un ritmo, una circolarita', una modulazione poetica che
deroga dall'uso letterario francese, e riflette invece la fantasia femminile
araba della tradizione orale.
*
- Daniela Pizzagalli: La scolarizzazione in lingua francese in Algeria era
portata del dominio coloniale; si puo' dire che, se con la colonizzazione
molti paesi africani sono stati sottoposti a un'occidentalizzazione forzata,
oggi e' in atto un'islamizzazione forzata?
- Assia Djebar: Bisogna tener conto che l'Islam nei paesi del Maghreb ha una
tradizione antichissima, quindi anche nel periodo coloniale era l'Islam a
indirizzare lo stile di vita quotidiano, soprattutto nelle classi piu'
basse. La differenza e' che, finito il dominio politico straniero, l'Islam
non e' piu' stato soltanto un modello religioso che influiva sui costumi, ma
e' diventato uno strumento di potere. Non parlerei quindi di islamizzazione,
ma piuttosto di politicizzazione dell'Islam.
*
- Daniela Pizzagalli: Nel nostro mondo interculturale e multimediale, qual
e' l'impatto dello stile di vita occidentale sulle popolazioni musulmane?
- Assia Djebar: Rispondo ricordando le mie stesse reazioni quando da
ragazzina, in Algeria, vedevo le donne francesi aggirarsi da sole in citta'
con vestiti succinti: non c'era ammirazione o invidia, dentro di me, ma
disapprovazione per la loro mancanza di pudore, che andava contro tutti i
valori insegnati in famiglia, dove le donne uscivano solo una volta alla
settimana, per andare a lavarsi e purificarsi all'hammam, preferibilmente di
sera per esporsi il meno possibile agli occhi altrui. Pensate che scandalo
possono provocare i programmi televisivi occidentali che ormai entrano in
tutte le case. Il rispetto del corpo femminile fa parte integrante della
cultura araba, mentre in occidente lo sfruttamento del corpo non e' un dato
culturale, ma economico, perche' si espone l'anatomia della donna per
vendere piu' prodotti.
*
- Daniela Pizzagalli: In questi giorni si e' acceso un dibattito sullo spot
elettorale di Bush, che sfrutta le immagini dell'esplosione delle torri di
New York. Lei che ha vissuto da vicino quel momento, che cosa pensa
dell'espediente del presidente americano?
- Assia Djebar: Lo disapprovo. Io l'11 settembre del 2001 ero a casa mia a
New York, vicinissima alle torri, quindi ho vissuto questa tragedia in prima
persona, e non penso che le emozioni legate a quell'evento debbano essere
monopolizzate a scopo elettorale. Pero' devo aggiungere che quell'episodio
ha significato per gli americani il primo vero contatto con la realta' della
guerra, del terrorismo, della violenza, che prima avevano visto soltanto
alla tv, e che sembrava non riguardarli da vicino. Prima erano un po' fuori
dal mondo. Soltanto quella che ci e' prossima e' davvero realta': ci sono da
trarre importanti insegnamenti da questo.

6. LIBRI. MARCO DERIU PRESENTA "IL CORPO DEL NEMICO UCCISO" DI GIOVANNI DE
LUNA
[Dal quotidiano "Liberazione" del 19 aprile 2006.
Marco Deriu, sociologo e saggista, docente universitario, e' stato direttore
della rivista "Alfazeta" dal 1996 al 1999; consulente culturale per diversi
enti pubblici e privati, segue in particolare la progettazione e le
attivita' del "Laboratorio per la cultura della pace" dell'assessorato ai
servizi sociali della Provincia di Parma. Tra le opere di Marco Deriu: (a
cura di), Gregory Bateson, Bruno Mondadori, Milano 2000; (a cura di),
L'illusione umanitaria. La trappola degli aiuti e le prospettive della
solidarieta' internazionale, Emi, Bologna 2001; (a cura di, con Pietro
Montanari e Claudio Bazzocchi), Guerre private, Il ponte, Bologna 2004; La
fragilita' dei padri. Il disordine simbolico paterno e il confronto con i
figli adolescenti, Unicopli, Milano 2004; Dizionario critico delle nuove
guerre, Emi, Bologna 2005.
Giovanni De Luna e' storico e docente universitario. Tra le opere di
Giovanni De Luna: Storia del Partito d'Azione 1942-1947, nuova edizione
Editori Riuniti, Roma 1997; (con Marco Revelli), Fascismo antifascismo, La
Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1995; Il corpo del nemico ucciso, Einaudi,
Torino 2006]

Il recente libro dello storico Giovanni De Luna, Il corpo del nemico ucciso.
Violenza e morte nella guerra contemporanea (Einaudi, pp. 302, euro 25) si
presenta a tutti gli effetti come un'opera singolare e notevole. Singolare
perche' si presenta come una storia delle guerre del Novecento che prende
come oggetti privilegiati di analisi - al tempo stesso come documenti e come
testimoni - i corpi dei morti. Notevole perche' proprio attraverso questa
prospettiva riesce a dare profondita' e spessore ad una critica dei
fondamenti della guerra. L'opera mostra la sua forza ed efficacia proprio
nell'obbiettivo perseguito di riaffermare il nesso indissolubile tra guerra
e morte in un'epoca dove la retorica militare ma anche il linguaggio
corrente - si pensi alle formule "guerra a zero morti", "guerra chirurgica",
"operazione di polizia internazionale", "peace-keeping", "danni
collaterali" - tendono piuttosto a rimuovere la consapevolezza della portata
di violenza, morte, distruzione, efferatezza che la guerra esprime. A questo
tentativo De Luna oppone la volonta' opposta di ricordare la "magia del
corpo" e l'annientamento o la trasformazione radicale che esso subisce nella
guerra.
"I morti scalfiscono la monumentalita' della guerra - afferma De Luna - la
rendono piu' accessibile, la assottigliano, la frantumano lungo tante linee
di faglia; rifiutandosi di essere tutti uguali, consentono di ripristinare
la cronologia come categoria interpretativa, di percepire le continuita' e
le rotture lungo la linea del tempo". Parlare dei corpi, metterli al centro
del nostro sguardo significa provare a raccontare la guerra non a partire
dalle sue dimensioni strategiche, politiche e militari ma anzitutto a
partire dalla sua inevitabile conclusione, da quei morti che rappresentano i
suoi "prodotti finali": "E' come guardare l'erba dalla parte delle radici;
cambia la prospettiva metodologica, ma cambiano anche le priorita'
contenutistiche e concettuali".
I risultati del lavoro di De Luna sono principalmente due.
Il primo e' quello di storicizzare la guerra ovvero di sottrarla alla sua
dimensione mitica e universale, di immutabilita' e inconoscibilita', per
riportare l'attenzione sulle questioni fondamentali e comprendere ed
evidenziare le caratteristiche specifiche di ciascun tipo di guerra. A
partire dallo studio delle forme della violenza e del trattamento riservato
ai corpi dei nemici uccisi, De Luna mostra le differenze e le peculiarita'
di guerre diverse, dislocate ognuna nello spazio e nel tempo - dalle guerre
coloniali a quelle civili, dalle guerre dei totalitarismi a quelle della
resistenza, dai genocidi alle guerre postnovecentesche, da quelle
simmetriche a quelle asimmetriche -, riuscendo allo stesso tempo a smontare
e demistificare le artificiali e rassicuranti opposizioni tra arcaismo e
modernita', tra civilta' e barbarie.
Il secondo risultato e' quello di far parlare i morti, di togliere i loro
corpi dal silenzio estremo in cui gli uccisori li avevano relegati e farli
addirittura testimoniare contro i propri carnefici, aiutandoci a
smascherarne le visioni ideologiche, gli obiettivi coscienti e le intenzioni
piu' recondite, sia quando esibiscono il corpo della vittima sia quando lo
nascondono o cercano di cancellarne le tracce. In effetti lo stesso
tentativo di rimuovere il nesso tra guerra e morte, ovvero di cancellare le
tracce della violenza puo' essere a sua volta storicizzato e interpretato,
per esempio in relazione alla difficolta' di far fronte ad una situazione
storica in cui il numero di vittime di eventi bellici ha raggiunto numeri e
proporzioni mai incontrate prima nella storia dell'umanita'.
*
Certo la lettura di un'opera come questa non puo' lasciare indifferenti. Non
puo' che nascere un disagio profondo - lo stesso che ha vissuto l'autore nel
suo lavoro di composizione - nel ripercorrere una storia novecentesca
costellata di cadaveri e di ogni genere di crudelta' ed efferatezza. Eppure
la sensibilita' umana e civile dell'autore si rivela proprio nella sua
capacita' di attraversare la storia dell'orrore senza mai normalizzarlo e
soprattutto senza estetizzarlo. Le foto selezionate per raccontare sono
poche e scelte con cura. Il racconto e' asciutto e composto e non concede
nulla - come sarebbe stato facile visto l'argomento - al gusto della
spettacolarizzazione e del voyeurismo. L'autore mostra di aver compreso
dalla storia del Novecento che la riproduzione fotografica della morte,
soprattutto nella sua sovrabbondanza quantitativa tipica della societa'
dello spettacolo, non solo non aiuta a comprendere ma al contrario
anestetizza, crea assuefazione e rimozione: "L''uomo dei consumi', plasmato
dal mercato, che abita il mondo postnovecentesco, divora voracemente anche
la morte messa in scena".
L'atteggiamento di De Luna e' il contrario della reiterazione superficiale e
passiva del consumatore moderno della violenza e della morte. Con la sua
ricerca lo storico ha scelto, si puo' dire, di immergersi in questo universo
di orrore, non per adagiarvisi, ma al contrario per ritrovare un senso
differente, per scoprire le modalita' adeguate per far fronte a questa
banalizzazione e normalizzazione della violenza e della morte; soprattutto
per tornare poi a ricordare e a ricordarci che "l''umano' e' un costrutto
culturale, un recinto costruito intorno a valori condivisi e riconoscibili"
e che la violenza nelle sue forme eccessive "sradica" e demolisce questi
fragili confini. Tale riflessione diventa assolutamente cruciale in un
momento in cui il monopolio statale della violenza e' travolto da
un'incalzante privatizzazione della guerra e soprattutto nel momento in cui
le forme della violenza bellica mirano non piu' solo ad uccidere il nemico e
ad infierire sul corpo, ma anche a "minare le fondamenta culturali e
religiose stesse delle societa' nemiche, destabilizzandole nelle loro
strutture piu' profonde".
Si tratta dunque di ritrovare la necessita' della politica non tanto nel
senso di una Costituzione legale dello Stato ma ancor piu' - per riprendere
il termine di Wolfgang Sofsky - nel senso di una "costituzione corporea" o
se si vuole di una cittadinanza corporea capace di ricordare la comune
vulnerabilita' e la necessita' di stringersi l'uno all'altro per difendersi
e proteggersi.
*
La riflessione di De Luna potrebbe comunque essere approfondita e
problematizzata. In particolare un aspetto che purtroppo e' stato trascurato
nella sua analisi e' l'attenzione alla differenza dei corpi. Non conta nulla
per la comprensione della guerra la diversa natura sessuata dei corpi? Non
conta il fatto che la stragrande maggioranza dei corpi autori delle violenze
siano uomini? E non conta del resto il fatto che il corpo femminile sia uno
dei bersagli specifici e caratteristici di questa violenza?
In effetti questo lavoro si fonda su una contrapposizione che pur essendo
pertinente e analiticamente fondamentale non e' tuttavia esaustiva. A
partire dal titolo del libro, De Luna distingue tra corpo amico e corpo
nemico: "Il 'corpo amico' viene rispettato sempre, onorato spesso", nota,
mentre "il 'corpo nemico' e' talvolta rispettato, quasi sempre profanato".
Tuttavia se si tenesse conto della differenza sessuale la prospettiva
cambierebbe non di poco. Non solo per la specificita' delle violenze sulle
donne che in guerra non sono solo uccise, imprigionate o seviziate ma anche
rapite, stuprate, inseminate, sfigurate, mutilate degli organi sessuali, o
anche costrette a sposarsi, a servire o a prostituirsi. Ma soprattutto
perche' tali crimini attraversano trasversalmente entrambi gli schieramenti,
senza rispettare la distinzione amico/nemico. In altre parole le violenze
non riguardano solamente le donne della popolazione avversaria, ma anche le
donne delle popolazioni amiche, le donne del proprio stesso paese, le donne
del proprio esercito e da ultimo anche le proprie compagne poiche' le
ricerche rivelano anche una maggior percentuale di violenza intrafamiliare
tra i reduci di guerra. Quello che voglio dire e' che le violenze sul corpo
delle donne vanno oltre il dualismo amico-nemico, e forse per questo
rivelano qualcosa in piu' sul significato della guerra.
*
Questa attenzione alla differenza tra i corpi forse ci aiuterebbe a mettere
ulteriormente a fuoco una questione che percorre in filigrana tutto il libro
di De Luna e che riguarda il rapporto degli esseri umani con il corpo. O
meglio l'essere propriamente corpi degli esseri umani. Come se ci fosse una
questione non compiutamente risolta degli esseri umani rispetto alla propria
natura corporea. Molte delle pratiche repertoriate e descritte da De Luna di
penetrazione, apertura, mutilazione, escissione, estrazione, rivelano io
credo una curiosita' e una pulsione che sembrano nascere da un vissuto di
disagio anzitutto verso il proprio corpo. Un disagio sentito piu' fortemente
dagli uomini che non dalle donne. Tant'e' che le forme sociali che stanno
dietro la guerra - la dimensione di unita' integrata tra diversi uomini che
si sperimenta in un plotone o in un esercito che attraverso le fattezze di
una comune divisa e la sincronizzazione marziale dei movimenti, assume
l'immagine di un unico corpo collettivo maschile (si pensi del resto alle
espressioni "il corpo militare", "il corpo di spedizione", "i corpi
speciali") - hanno sempre avuto fra l'altro la funzione di rafforzare
un'identita' maschile costantemente sentita come precaria.
Da questo punto di vista, io credo che la lezione piu' profonda che emerge
da una storia del rapporto guerra/corpo/morte e' quella che l'essere umano
e' l'unico essere vivente che non puo' dare per scontata la sua natura
corporea. L'evoluzione del pensiero, della ragione e della cultura lo
espongono piu' degli animali a forme di scissione e scomposizione traumatica
nelle rappresentazioni di se' e degli altri. La massima privazione cui puo'
essere oggetto un essere umano e' forse proprio la rottura tra queste due
dimensioni: quella biologica-corporea e quella simbolico-sociale.
E spetta proprio alla cultura, dunque, ritrovare e riaffermare questa
necessaria unita' per scongiurare il diffondersi della violenza.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1275 del 24 aprile 2006

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