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La nonviolenza e' in cammino. 1303



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1303 del 22 maggio 2006

Sommario di questo numero:
1. Per la festa della Repubblica, della Costituzione, della pace
2. Umberto Santino: Voci per un dizionario antimafia: politica e mafia
3. Luciano Benini: I ponti di Atene
4. Le tristezze e le tristizie di Protervo Villanzoni: Sintomi necrotici
5. Letture: Francesca Tuscano, Daniela Margheriti, I diritti dei bambini
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. APPELLI. PER LA FESTA DELLA REPUBBLICA, DELLA COSTITUZIONE, DELLA PACE
[Presentiamo nuovamente - aggiungendo le piu' recenti adesioni pervenute -
l'appello per il 2 giugno festa della Costituzione, senza l'abusiva parata
militare, scritto da Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) e
sottoscritto gia' da numerose persone]

Signor Presidente della Repubblica,
insieme ai nostri vivi auguri per il Suo alto compito, Le rivolgiamo una
calda richiesta, che viene dal popolo della pace, di festeggiare il prossimo
2 giugno come vera festa della Costituzione, come festa del voto popolare
che ha voluto la Repubblica e eletto la Costituente, e niente affatto come
festa militare.
Ammessa, per amore di dialogo, e non concessa la necessita' dell'esercito -
che noi come tale discutiamo (tra esercito e polizia democratica la
differenza e' essenziale, come tra la violenza e la forza, la forza omicida
e la forza non omicida) - esso non e' assolutamente il simbolo piu' bello e
vero della patria, non e' l'esibizione giusta per il giorno della festa
della Repubblica: nell'ipotesi piu' benevola, e' soltanto una triste
necessita'.
La parata militare e' brutta tristezza e non e' festa. La parata delle armi
non festeggia la vita e le istituzioni civili del popolo, non dimostra
amicizia verso gli altri popoli, non e' saggezza politica. Non e' neppure un
vero rispetto per chi, sotto le armi, ha perso la vita.
Rispettando le diverse opinioni, e' un fatto inoppugnabile che l'esercito
non ha avuto alcuna parte nell'evento storico del 2 giugno 1946, quando
unico protagonista e' stato il popolo sovrano e l'azione democratica
disarmata: il voto.
Nella festa del 2 giugno l'esercito e' fuori luogo, occupa un posto che non
e' suo.
*
Primi firmatari: Enrico Peyretti, Lidia Menapace, Anna Bravo, Giancarla
Codrignani, Angela Dogliotti Marasso, Alberto L'Abate, Marco Revelli, Luigi
Sonnenfeld, Gianguido Crovetti, Michela Vitturi, Patrizia Rossi, Alessandra
Valle, Gennaro Varriale, Clara Reina, Enzo Arighi, Fabio Ragaini, Pasquale
Pugliese, Nella Ginatempo, Stefano Longagnani, Martina Pignatti Morano,
Ilaria Giglioli, Francesca Vidotto, Simone D'Alessandro, Carlo Corbellari,
Franca Maria Bagnoli, Mario Signorelli, Lucia Ceccato, Nandino Capovilla,
Maria G. Di Rienzo, Carlo Minnaja, Melo Franchina, Carmine Miccoli, Doriana
Goracci, Mariagrazia Campari, Stefano Dall'Agata, Enea Sansi, Alfredo Izeta,
Claudia Cernigoi, Michele de Pasquale, Antonio Sorrentino, Aldo e Brunella
Zanchetta, Roberto Fogagnoli, Franco Borghi, Enza Longo, Annalisa Frisina,
Alessandro Cicutto, Marcella Bravetti, Giuliana Beltrame, Giuliano Cora',
Mariangela Casalucci, Mao Valpiana, Margherita Del Bene, Sergio Giorni,
Claudia Marulo, Dario Cangelli, Carlo Ferraris, Danila Baldo, Gino Buratti,
Marco Tarantini, Elisabetta Donini, Francesco Cappello, Donato Zoppo,
Antonella Sapio, Franca Franchini, Franco Franchini, Francesco D'Antonio,
Maurizio Campisi, Letizia Lanza, Adriana Mascoli, Francesco Boriosi,
Agostino Regnicoli, Assunta Signorelli, Maria Edoarda Trillo', Giovanni
Sarubbi, Angela Lostia, Antonia Sani, Lidia Maggi, Renzo Craighero, Antonio
Campo, Franco Bardasi, Giancarlo Nonis, Maria Laura Massai, Piergiorgio
Acquistapace, Maria Teresa Pellegrini Raho, Tiziano Tissino, Antonio
Dargenio, Mirella Sartori, Pierpaolo Loi, Sergio Vergallito, Alessandra De
Michele, Luisa Gissi, Margherita Moles, Bortolo Domenighini, Norma
Bertullacelli, Giuseppe Pavan e Carla Galetto, Giorgio Grimaldi, Giovanni
Santoruvo, Paolo Rosa', Sashinka Gorguinpour, Alidina Marchettini, Luca
Bolognesi, Edoardo Daneo, Patrizia Parodi, Antonio Bianciardi, Francesco
Pavanello, Riccardo Borgioli, Leila d'Angelo, Alberto Procaccini, Giorgio
Gallo, Giuseppina Catalano, Pasquale Iannamorelli, Maria Rosaria Mariniello,
Luigi Pirelli, Osvaldo Ercoli, Rodolfo Carpigo, Pierluigi Ontanetti, Bruno
Fini, Marco A. Lion, Anna Maria Bruzzone, Massimo Dalla Giovanna, Bruno
(Alberto) Simoni, Fabio Corazzina, Sofia Del Curto, Sandra Cangemi, Giuseppe
Reitano, Katia Bouc, Lucilla Mancini, Giuliana Cupi, Tommaso Gamaleri,
Alberta Pongiglione, Alessandro Gamaleri, Daniele Dalmazzo, Daniela
Musumeci, Claudia Berton, Cristiano Rodighiero, Francesca Mele, Massimiliano
Carra, Luciano Ghirardello, Irene Campari, Gianluca Carmosino, Evelina
Savini, Maria Pia Simonetti, Giuliano Falco, Laura Picchi, Andrea Picchi,
Marcella Fasciolo, Carlo Olivieri, Gabriele Aquilina e Elena Dall'Acqua,
Carlo Schenone, Silvano Tartarini, Maria Stella Ruffini, Maurizio Berni,
Agnese Manca, Elisabetta Badessi, Francesco Fiordaliso, Vito Correddu,
Pierangelo Monti, Annamaria Rivera, Antonino Drago, Gianfranco Laccone,
Michele Stragapede, Giacomo Grasso, Floriana Lipparini, Chiara Cavallaro,
Albino Bizzotto, Marcello Storgato, Fabrizio Canaccini, Marta Giraudo,
Flavia Neri, Giusi Lauro, Paola Bientinesi, Andrea Maggi, Marco Giubbani,
Lucia Salemi, Marco Mamone Capria, Alberto Trevisan, Tiziana Bonora, Roberto
Varone, Maria Luisa Paroni, Chiara Pedersoli, Eugenio Lenardon, Paola
Vallatta, Davide Ballardini, Rosa Graziuso, Eleonora Parlanti, Antonio
Ariberti, Simone Mantia, Francesca Vecera, Osvaldo Dino del Savio, Barbara
Todaro, Costanza Vecera, Augusta De Piero, Renato Mirabile, Elena Malan,
Ronal Mirabile, Dina Losi, Michele Gramazio, Franco Verderi, Giuseppe
Gonella, Silvia Trombetta, Luca Giusti, Gigi Perrone, Silvia Vienni, Piero
Coltelli, Margherita Granero, Roberta Ronchi, Ezio Bertaina, Rosaria
Lombardi, Anna Culpo e Andrea Piazza, Andrea Montagner, Roberto Vignoli,
Marneo Serenelli, Giuliano Pontara, Sara Michieletto, Elvio Arancio, Luisa
Mondo, Carla Capella, Daniele Biagiotti, Attilio Aleotti, Gianpaolo
D'Errico, Silva Falaschi, Antonio Versari, Daniele Vasta, Cristina Ferrando,
Daniele Todesco, Renato Solmi, Alfredo Panerai, Giovanni Pellegrini Raho,
Tarcisio Alessandrini, Francesco Lo Cascio, Pio Russo Krauss, Alberto
Marcone, Tommasina Squadrito, Lucia Russo, Tiziano Cardosi, Maria Perino,
Stefano De Guido, Vincenzo Dipierro, Fabiola Campillo, Guy Fontanella,
Teresa Maria Sorrentino, Sante Gorini, Daniela Giammarco, Pina Garau,
Roberta Consilvio, Gaetano Pascoletti, Isabella Sardella Bergamini, Carla
Pellegrini Raho, Anna Maria Livierato, Franco Capelli, Beatrice Dolci,
Giovanni Zardi, Maurizio Peresani, Donatella Cortellini, Mauro Venturini,
Marisa Mantovani, Guido Cristini, Sergio Mandolesi, Cinzia Abramo, Simona
Venturoli, Francesca Ortali, Simona Morello, Silvia Munari, Paolo
Bertagnolli, Carla Guerra e Massimo Zesi, Carmine Ferrara, Maria Amalia
Girardi, Antonio Giuffre', Dario Scarpati, Claudia Tessaro, Illia
Martellini, Roberto Guelpa, Alessandro Pesci, Roberto Saba, Micol Dell'Oro,
Gisella Bordet, Stefano Montani, Maria Pia Cortellessa, Giuliano Spinelli,
Giovanni Mandorino, Antonio Peratoner, Susanna Neuhold, Alfredo Panerai,
Stefano Mazzucco, Alessio Di Florio, Caterina Lusuardi, Graciela De La Vega,
Giacomo Alessandroni, Mauro Migliazzi, Daniela Este, Davide Morano, Luca
Paseri, Roberto Benvenuti, Renato Moschetti, Romano Martinis, Francesco
Aroldi, Daniela Occelli, Modesta Colosso, Elena Cianci, Giorgio Beretta,
Alessandra Principini, Silvia Giamberini, Luca Agnelli e Samuela Bozzoni,
Claudio Dalla Mura, Elio Rindone, Giuliana Bertola Maero, Annamaria Pistoia,
Paolo Brentegani, Manuel Marabese, Norma Bertullacelli, Laura Caradonna,
Giovanni Russotto, Paolo Vitali, Tilde Giorgi, Andrea Maffei, Marino Renda,
Daniele Oian, Pino Ficarelli, Cosimo Magnelli, Antonio Mancini, Fiorella
Rambaudi, Cesira Lupo, Claudia Berlucchi, Fabrizio Bianchi, Lulu' Ortega
Madrigal, Roberto Gallo, Fulvio Cesare Manara, Salvino Franchina, Davide
Scaccianoce, Luca Kocci, Stefano Terzi e Stefania Vergnani, Giandomenico
Potestio; Sara Panzeri, Antonella Litta, Giovanni Fiorentini, Stefano
Barbacetto, Vittorio Di Munzio, Gabriella Grasso, Amedeo Tosi...
*
Per aderire all'iniziativa: scrivere lettere recanti il testo dell'appello
al Presidente della Repubblica (all'indirizzo di posta elettronica:
presidenza.repubblica at quirinale.it, ricordando che si deve firmare con il
proprio nome, cognome e indirizzo completo, altrimenti le lettere non
vengono prese in considerazione), e comunicare a "La nonviolenza e' in
cammino" (e-mail: nbawac at tin.it) di avere scritto al Presidente.

2. RIFLESSIONE. UMBERTO SANTINO: VOCI PER UN DIZIONARIO ANTIMAFIA: POLITICA
E MAFIA
[Dal sito del Centro Impastato (per contatti: via Villa Sperlinga 15, 90144
Palermo, tel. 0916259789, fax: 091348997, e-mail: csdgi at tin.it, sito:
www.centroimpastato.it) riprendiamo il seguente testo pubblicato su
"Narcomafie", n. 5, maggio 2005. Umberto Santino ha fondato e dirige il
Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo. Da
decenni e' uno dei militanti democratici piu' impegnati contro la mafia ed i
suoi complici. E' uno dei massimi studiosi a livello internazionale di
questioni concernenti i poteri criminali, i mercati illegali, i rapporti tra
economia, politica e criminalita'. Tra le opere di Umberto Santino: (a cura
di), L'antimafia difficile,  Centro siciliano di documentazione "Giuseppe
Impastato", Palermo 1989; Giorgio Chinnici, Umberto Santino, La violenza
programmata. Omicidi e guerre di mafia a Palermo dagli anni '60 ad oggi,
Franco Angeli, Milano 1989; Umberto Santino, Giovanni La Fiura, L'impresa
mafiosa. Dall'Italia agli Stati Uniti, Franco Angeli, Milano 1990; Giorgio
Chinnici, Umberto Santino, Giovanni La Fiura, Ugo Adragna, Gabbie vuote.
Processi per omicidio a Palermo dal 1983 al maxiprocesso, Franco Angeli,
Milano 1992 (seconda edizione); Umberto Santino e Giovanni La Fiura, Dietro
la droga. Economie di sopravvivenza, imprese criminali, azioni di guerra,
progetti di sviluppo, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1993; La borghesia
mafiosa, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1994; La mafia come soggetto politico, Centro siciliano di documentazione
"Giuseppe Impastato", Palermo 1994; Casa Europa. Contro le mafie, per
l'ambiente, per lo sviluppo, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe
Impastato", Palermo 1994; La mafia interpretata. Dilemmi, stereotipi,
paradigmi, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1995; Sicilia 102. Caduti
nella lotta contro la mafia e per la democrazia dal 1893 al 1994, Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1995; La
democrazia bloccata. La strage di Portella della Ginestra e l'emarginazione
delle sinistre, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1997; Oltre la
legalita'. Appunti per un programma di lavoro in terra di mafie, Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1997; L'alleanza e
il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti ai giorni
nostri, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1997; Storia del movimento
antimafia, Editori Riuniti, Roma 2000; La cosa e il nome. Materiali per lo
studio dei fenomeni premafiosi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000. Su
Umberto Santino cfr. la bibliografia ragionata "Contro la mafia. Una breve
rassegna di alcuni lavori di Umberto Santino" apparsa su questo stesso
foglio nei nn. 931-934]

Il rapporto tra politica e mafia e' certamente uno degli aspetti piu'
inquietanti e controversi del fenomeno mafioso e della storia delle forze
politiche e delle istituzioni del nostro Paese.
Nonostante l'abbondante produzione di materiali sull'argomento, sotto forma
di libri e servizi giornalistici di denuncia, di documenti politici, di
relazioni di organi ufficiali, non possiamo dire che finora il tema sia
stato adeguatamente affrontato in tutte le sue implicazioni. I concetti
impiegati per designare i rapporti tra politica e mafia e viceversa sono
spesso generici o inadeguati: si parla di contiguita' e di coabitazione,
mentre rimangono in secondo piano o restano irrisolti o neppure affrontati
problemi di fondo che riguardano la definizione di mafia e la configurazione
dei rapporti di dominio e subalternita' cosi' come si sono determinati nello
scenario politico-istituzionale italiano. Nel tentativo di contribuire a
chiarire questi temi di fondo propongo, per ragioni di ordine espositivo, un
rovesciamento dei due termini. Prima affronteremo il tema dalla parte della
mafia e dopo dalla parte della politica.
*
Dalla parte della mafia. La mafia come soggetto politico e la produzione
mafiosa della politica
Si e' discusso se la mafia abbia una strategia politica o se intrecciando
rapporti con soggetti dell'universo politico si limiti a stringere alleanze
tattiche. Secondo la relazione su mafia e politica della Commissione
antimafia, Cosa nostra, che rappresenta il gruppo piu' consistente della
mafia siciliana, "ha una propria strategia politica. L'occupazione e il
governo del territorio in concorrenza con le autorita' legittime, il
possesso di ingenti risorse finanziarie, la disponibilita' di un esercito
clandestino e ben armato, il programma di espansione illimitata, tutte
queste caratteristiche ne fanno un'organizzazione che si muove secondo
logiche di potere e di convenienza, senza regole che non siano quelle della
propria tutela e del proprio sviluppo. La strategia politica di Cosa nostra
non e' mutuata da altri, ma imposta agli altri con la corruzione e la
violenza" (Commissione antimafia 1993). Resta da vedere se questa strategia
non venga praticata anche in forza di convergenze di interessi e di accordi
stipulati senza bisogno di ricorrere alle armi e alle minacce. Per qualche
studioso si tratterebbe solo di alleanze tattiche (Lupo 1993, p. 229).
Per avere una visione piu' adeguata bisognerebbe in primo luogo interrogarsi
sulla natura dell'associazionismo mafioso. Ad avviso di chi scrive, anche
utilizzando la letteratura piu' avvertita, la mafia puo' considerarsi
soggetto politico, in duplice senso:
"1) in quanto associazione criminale la mafia e' un gruppo politico,
presentando tutte le caratteristiche individuate dalla sociologia classica
per la definizione di tale tipo di gruppo;
2) essa concorre come gruppo criminale e con il blocco sociale di cui fa
parte alla produzione della politica in senso complessivo, cioe' determina o
contribuisce a determinare le decisioni e le scelte riguardanti la gestione
del potere e la distribuzione delle risorse" (Santino 1994, pp. 12 s.).
Per la definizione di gruppo politico possiamo rifarci alla classificazione
di Max Weber che nel primo volume della sua Economia e societa', dedicato
alla Teoria delle categorie sociologiche, comincia con il definire il gruppo
sociale: "Una relazione sociale limitata o chiusa verso l'esterno mediante
regole deve essere chiamata gruppo sociale quando l'osservanza del suo
ordinamento e' garantita dall'atteggiamento di determinati uomini,
propriamente disposti a realizzarlo - cioe' di un capo e, eventualmente, di
un apparato amministrativo, che in dati casi ha anche potere di
rappresentanza".
Un gruppo sociale e' sempre un gruppo di potere quando esiste un apparato
amministrativo e per potere "si deve intendere la possibilita' di trovare
obbedienza, presso certe persone, ad un comando che abbia un determinato
contenuto". Segue la definizione di gruppo politico: "Un gruppo di potere
deve essere chiamato gruppo politico nella misura in cui la sua sussistenza
e la validita' dei suoi ordinamenti entro un dato territorio con determinati
limiti geografici vengono garantite continuativamente mediante l'impiego e
la minaccia di una coercizione fisica da parte dell'apparato
amministrativo". La riflessione viene perfezionata con la seguente
definizione di Stato: "Per Stato si deve intendere un'impresa istituzionale
di carattere politico nella quale - e nella misura in cui - l'apparato
amministrativo avanza con successo una pretesa di monopolio della
coercizione fisica legittima, in vista dell'attuazione degli ordinamenti"
(Weber 1981, pp. 47 ss.).
Come associazione criminale con caratteri specifici (si possono richiamare
gli elementi indicati dall'art. 416 bis della legge n. 646 del 13 settembre
1982, o legge antimafia: forza di intimidazione del vincolo associativo,
condizione di assoggettamento e di omerta' che ne deriva per commettere
delitti e per acquisire direttamente o indirettamente la gestione e il
controllo di attivita' economiche, concessioni, appalti ecc. o per
realizzare profitti o vantaggi ingiusti per se' o per altri) la mafia
presenta i caratteri fondamentali dei gruppi politici: un ordinamento, cioe'
un insieme di norme, una dimensione territoriale, la coercizione fisica, un
apparato amministrativo in grado di assicurare l'osservanza delle norme e
mettere in atto la coercizione fisica. Per designare sinteticamente questa
pluralita' di funzioni ho adoperato l'espressione signoria territoriale, una
forma totalitaria di controllo all'interno e all'esterno, che va dalle
attivita' economiche alla vita personale e relazionale.
La mafia concorre alla produzione della politica agendo all'interno del
blocco sociale o sistema relazionale egemonizzato da soggetti illegali e
legali (borghesia mafiosa), in vari modi: uso politico della violenza,
formazione delle rappresentanze nelle istituzioni, controllo sull'attivita'
politico-amministrativa.
L'uso politico della violenza si realizza attraverso l'ideazione e
l'esecuzione dei cosiddetti delitti politico-mafiosi e delle stragi. I
delitti politico-mafiosi mirano a colpire non solo uomini politici o membri
della magistratura e delle forze dell'ordine ma anche altri impegnati a
vario titolo contro la mafia e l'illegalita' e obbediscono a esigenze
complessive di salvaguardia degli interessi delle organizzazioni mafiose e
di altri soggetti ad esse collegati, interrompendo processi orientati in
senso sfavorevole o innescando e rafforzando dinamiche socio-politiche
favorevoli al perseguimento di determinati interessi. Si tratta il piu'
delle volte di atti di violenza mirata ma possono esserci anche atti di
violenza diffusa, come nel caso delle stragi che hanno colpito
indiscriminatamente militanti e partecipanti alle manifestazioni del
movimento contadino.
A innescare questa vera e propria politica della violenza possono concorrere
vari soggetti (gruppi criminali, gruppi terroristici, logge massoniche,
servizi segreti ecc.) in nome di una convergenza di interessi e con la
mobilitazione di una pluralita' di autori; ma la corresponsabilita' di piu'
soggetti, ipotizzabile nella ricostruzione delle dinamiche che portano
all'evento criminoso, e' difficilmente dimostrabile in sede giudiziaria, non
solo per difficolta' oggettive ma soprattutto per effetto di operazioni di
nascondimento e di depistaggio quasi sempre portate a buon fine. Non per
caso gran parte delle stragi consumate nel nostro Paese, con o senza la
partecipazione di soggetti mafiosi, e' rimasta impunita.
La formazione delle rappresentanze istituzionali puo' avvenire attraverso la
selezione dei quadri, il ruolo nelle campagne elettorali, il controllo del
voto o anche attraverso la partecipazione diretta di membri delle
organizzazioni mafiose o di soggetti ad essa legati alle competizioni
elettorali e alle assemblee elettive.
Il controllo sull'attivita' politico-amministrativa si realizza attraverso
rapporti con gruppi politici e apparati burocratici, dagli enti locali alle
istituzioni centrali, e da' vita a una tipologia variegata che va dallo
scambio, limitato o permanente, all'identificazione-compenetrazione,
all'affinita' culturale e alla condivisione degli interessi.
La produzione mafiosa della politica implica una visione della mafia che
rifugge da stereotipi diffusi come quelli dell'antistato o del vuoto di
Stato. Si e' parlato di mafia come antistato soprattutto in relazione ai
delitti che hanno colpito uomini delle istituzioni e il vuoto di Stato e' un
luogo comune che attraversa la storia della Sicilia e dell'intero
Mezzogiorno, segnata dalla costituzione di una forma-Stato che ha
istituzionalizzato i rapporti di forza esistenti. In realta' la mafia ha un
doppio volto. Per un verso ha un suo ordinamento e un sua giustizia
(l'omicidio per i mafiosi non e' un reato ma una sanzione applicata a chi
non si piega ai loro voleri o si contrappone ai loro interessi) e su questi
terreni non riconosce il monopolio statale della forza, quindi e' fuori e
contro lo Stato. Per un altro verso, per le sue attivita' legate al denaro
pubblico e la sua partecipazione attiva alla vita pubblica, la mafia e'
dentro e con lo Stato. A questa doppiezza della mafia corrisponde, come
vedremo, una doppiezza dello Stato, nel senso che esso rinuncia parzialmente
al monopolio della forza, legittimando la violenza mafiosa attraverso
l'impunita', tutte le volte che viene operata una delega di fatto alla mafia
di compiti repressivi.
Abbiamo parlato di una variegata tipologia di rapporti ed espressioni come
"contiguita'" (impiegata, ad esempio, nella requisitoria del maxiprocesso:
in Santino 1992, ma ampiamente diffusa) e "coabitazione" (impiegata nella
Relazione su mafia e politica del 1993), che colgono una parte di tali
rapporti, mentre per altri e' piu' adeguata l'espressione "compenetrazione
organica" (impiegata sempre nella requisitoria del maxiprocesso). L'Ufficio
Istruzione che ha preparato il maxiprocesso, nel commentare le affermazioni
della requisitoria, riprendeva l'espressione "contiguita'" ma a proposito
degli omicidi politici ne sottolineava l'inadeguatezza: "Nella requisitoria
del P.M. si fa riferimento alla 'contiguita'' di determinati ambienti
imprenditoriali e politici con Cosa nostra. Ed indubbiamente questa
contiguita' sussiste anche se e' stata scossa, ma non definitivamente
superata, dai tanti tragici eventi che hanno posto in luce il vero volto
della mafia. Ma qui si parla di omicidi politici, di omicidi cioe' in cui si
e' realizzata una singolare convergenza di interessi mafiosi ed oscuri
interessi attinenti alla gestione della cosa pubblica; fatti che non possono
non presupporre tutto un retroterra di segreti ed inquietanti collegamenti,
che vanno ben al di la' della mera contiguita' e che debbono essere
individuati e colpiti se si vuole veramente 'voltare pagina'" (in Santino
1992).
La sentenza di primo grado riprendeva le varie espressioni impiegate per
designare il rapporto tra mafia e politica e tracciava un profilo sintetico
della natura istituzionale di Cosa nostra, che sarebbe insieme:
contropotere, per la sua natura criminale; potere annidato nel contesto
sociale, capace di adattarsi ai mutamenti delle condizioni storiche;
ordinamento giuridico che ha in comune con la forma Stato i caratteri
essenziali: un territorio, un codice, affiliati che vi si attengono e altri
che vi si adattano; gruppo di pressione che programma e realizza piani di
estensione geografica e di rafforzamento del ruolo a livello nazionale e
internazionale (in Santino 1992,1994). Una rappresentazione che coglieva la
complessita' del fenomeno mafioso e l'articolazione dei ruoli che esso ha
esercitato nei suoi rapporti con la politica e l'assetto istituzionale.
*
Il cosiddetto terzo livello
Negli ultimi anni, a partire dagli anni Ottanta del XX secolo, l'idea piu'
diffusa e' stata che il rapporto mafia-politica si sia concretato con
l'operare del cosiddetto terzo livello. L'espressione veniva impiegata in
una relazione del 1982 presentata al Consiglio superiore della magistratura
da Giovanni Falcone e Giuliano Turone, dal titolo Tecniche di indagine in
materia di mafia, in cui si parlava di tre livelli dei reati di mafia. Reati
del primo livello sono i reati rientranti "in attivita' criminali
direttamente produttive di movimenti di denaro" (estorsioni, contrabbando di
tabacchi, traffico di droghe ecc.); reati del secondo livello sono quelli
"che si collegano comunque alla logica mafiosa del profitto ed alle relative
lotte fra le cosche per il controllo dei campi di attivita'" (omicidi
interni); reati del terzo livello sono i delitti "che mirano a salvaguardare
il perpetuarsi del sistema mafioso in genere (... si pensi ad esempio
all'omicidio di un uomo politico, o di altro rappresentante delle pubbliche
istituzioni, considerati pericolosi per l'assetto di potere mafioso)"
(Falcone 1994, pp. 221-255).
Successivamente, soprattutto ad opera dei mezzi di informazione,
l'espressione "terzo livello" e' stata usata non piu' con riferimento ai
reati di mafia ma all'organizzazione mafiosa nel suo complesso,
rappresentata come un edificio a tre piani o livelli: al primo livello sono
gli esecutori materiali dei delitti; il secondo livello e' formato dai
capimafia; il terzo livello da un vertice politico-finanziario, una sorta di
supercupola, formata da uomini politici, finanzieri, esponenti della
massoneria, uomini dei servizi segreti ecc., che sarebbe sovrapposta alla
commissione o cupola mafiosa, cioe' l'organo direttivo a livello provinciale
di Cosa nostra, organizzazione unitaria, piramidale e verticistica.
Le polemiche che per vari anni hanno segnato il dibattito sui rapporti tra
mafia e politica erano suscitate da due diverse visioni della mafia e della
sua relazione con il mondo politico-istituzionale. L'esistenza del terzo
livello era sostenuta da quanti ritenevano che il rapporto mafia-politica
fosse organico e pensavano che esso si materializzasse in un'entita'
sovraordinata all'organizzazione criminale; e' stata negata da quanti
ritenevano che il rapporto mafia-politica non andasse al di la' dei
collegamenti episodici fra qualche boss e qualche politico e consideravano
la mafia come un'organizzazione criminosa chiusa in se stessa. E siccome
Falcone aveva usato quell'espressione solo per i reati di mafia e non per
l'organizzazione mafiosa e sosteneva che non esisteva un terzo livello cosi'
come veniva rappresentato, qualcuno, piu' o meno interessatamente, gli ha
rimproverato di ignorare il rapporto mafia-politica e ha avanzato il
sospetto che tenesse nei cassetti le prove dell'esistenza di tale rapporto
(cfr. Santino 1997a, pp.102-116). Una pagina decisamente brutta nella storia
della lotta alla mafia e del nostro Paese, frettolosamente dimenticata dopo
la strage del 23 maggio 1992 in cui Giovanni Falcone cadeva assieme alla
moglie e agli uomini della scorta.
In una relazione del 1989 Giovanni Falcone ribadiva la sua convinzione: "...
al di sopra dei vertici organizzativi non esistono 'terzi livelli' di alcun
genere, che influenzino e determinino gli indirizzi di Cosa nostra".
L'organizzazione mafiosa stringe rapporti con organizzazioni similari, ci
sono convergenze di interessi fra mafia e altri centri di potere, ci sono
uomini politici adepti della mafia ma non in posizione di potere. "Insomma
Cosa nostra ha tale forza, compattezza ed autonomia che puo' dialogare e
stringere accordi con chicchessia mai pero' in posizioni di subalternita'".
In ogni caso non c'e' una "direzione strategica" occulta di Cosa nostra (in
Santino 1994).
Tale visione non esclude affatto il rapporto mafia-politica, nega soltanto
che esso sia configurabile come supercupola. Gia' nel 1987, in
un'ordinanza-sentenza contro 163 mafiosi, Falcone richiamava la criminalita'
dei colletti bianchi, le connivenze e le collusioni di rappresentanti delle
pubbliche istituzioni, la convergenza d'interessi di vari soggetti col
potere mafioso, per sottolineare l'esigenza di elaborare la fattispecie del
concorso in associazione mafiosa per persone esterne all'organizzazione ma
collegate con essa, nella convinzione che la convergenza di interessi
"costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa
nostra" (Tribunale di Palermo 1987). Su questa base l'elaborazione
giurisprudenziale portera' all'uso della fattispecie di concorso esterno in
associazione mafiosa per affrontare in sede giudiziaria il problema della
responsabilita' penale di uomini politici e di altri soggetti che fanno
parte del sistema relazionale entro cui agiscono i gruppi criminali.
*
Mafia e forze politiche
La mafia non ha ideologia ma ha una spiccata e scaltrita cultura del potere.
Nei rapporti con le forze politiche la mafia siciliana ha mostrato una
grande capacita' di elasticita' e di adattamento al mutare del quadro
politico e al succedersi dei detentori del potere. Cosi' essa e' stata,
esclusivamente o prevalentemente, liberale, democristiana e ora e' legata ai
soggetti politici affermatisi negli ultimi anni.
Significativo il comportamento dei mafiosi nelle fasi di transizione, quando
varie forze politiche sono in corsa per il potere. Limitandoci al secondo
dopoguerra, nei primi anni Quaranta del XX secolo, il ricorso al
separatismo, a ridosso dei grandi proprietari terrieri, ebbe soprattutto il
significato di un'operazione strumentale mirante ad ottenere un'autonomia
regionale che salvaguardasse gli interessi e il potere degli strati
dominanti. Alcuni capimafia, come Calogero Vizzini, costituivano insieme la
sezione del Partito separatista e quella della Democrazia cristiana,
puntavano contemporaneamente su due cavalli, attivandosi per assicurare
l'affermazione di quello che si presentava piu' favorito per vincere la
corsa.
La vittoria del Blocco del popolo alle elezioni regionali del 20 aprile 1947
stimola l'accentuazione della violenza, gia' messa in atto per fermare
l'avanzata del movimento contadino, e si avra' la strage di Portella del
primo maggio, che in concorso con altre scelte maturate a livello nazionale
e internazionale, avra' una immediata valenza strategica con l'espulsione
delle sinistre dal governo nazionale e con il divieto al loro ingresso in
quello regionale.
La fase dei governi centristi vede la mafia solidamente attestata con il
partito di maggioranza relativa e pronta a ricorrere ancora alla violenza,
garantendosi il ruolo di forza armata e di baluardo contro il comunismo,
fino alla sconfitta finale del movimento contadino (con una controriforma
agraria che stimola gran parte del mondo contadino a scegliere la via
dell'emigrazione) e all'assottigliamento della consistenza delle forze di
opposizione, emarginate dall'assetto di potere costituito.
In questa fase che va dagli anni '50 agli anni '60 la mafia si assicura un
canale privilegiato di accesso al denaro pubblico, estendendo e radicando il
suo sistema relazionale con i rapporti intessuti con professionisti,
imprenditori, amministratori e politici, configurandosi come una forma di
borghesia di Stato (Santino - La Fiura 1990, pp. 111 ss.).
Il rapporto pattizio si incrina per il lievitare dell'accumulazione illegale
e della richiesta di occasioni di investimento e di spazi di potere. I
delitti che colpiscono uomini del partito di maggioranza (Michele Reina nel
1979, Piersanti Mattarella nel 1980) hanno un preciso significato: la mafia
non tollera le aperture politiche verso l'opposizione e in particolare verso
il Partito comunista e considera un intralcio ai suoi interessi le azioni
moralizzatrici che toccano terreni scottanti come quello degli appalti di
opere pubbliche. Il messaggio arriva a segno: le aperture vengono archiviate
e al governo della regione vanno personaggi piu' affidabili (Santino 1989,
pp. 287 ss.).
Il patto viene definitivamente sciolto con l'uccisione di Salvo Lima (12
marzo 1992), a cui si rimprovera di non aver cancellato gli effetti del
maxiprocesso che si e' concluso con pesanti condanne per una serie
sterminata di omicidi, interni ed esterni, che hanno insanguinato gli anni
'80. Il delitto, che colpisce uno dei personaggi piu' emblematici del
rapporto mafia-politica per decenni, e' una sorta di lastra tombale su un
intero periodo storico. La mafia ora e' alla ricerca di nuovi interlocutori
all'interno di un quadro politico profondamente mutato, in cui figurano
forze politiche nate sulle ceneri di partiti storici, travolti dai processi
per corruzione (la cosiddetta Tangentopoli).
Nel 1989 e' caduto il muro di Berlino, il socialismo reale e' imploso e la
mafia ha perduto il suo ruolo storico di baluardo contro il comunismo, in un
contesto formalmente aperto ma in realta' sbarrato alle forze di sinistra
(quella che ho chiamato "democrazia bloccata": Santino 1997b). L'ondata di
stragi del 1992 e '93 e' il frutto del delirio di onnipotenza criminale dei
cosiddetti corleonesi o e' suscitata anche da altri soggetti che mirano a
condizionare le dinamiche in atto per determinare i nuovi assetti di potere?
La risposta giudiziaria, che ha colpito capi e gregari di Cosa nostra, ha
lasciato irrisolto questo interrogativo che rischia di aggiungere un altro
capitolo al libro dei cosiddetti misteri italiani.
Quel che e' certo e' che i mafiosi hanno capito che per stringere nuove
alleanze debbono controllare la violenza, soprattutto quella rivolta verso
l'alto, e per gli ultimi anni si parla di "mafia sommersa" o inabissata,
capace di controllare capillarmente il territorio, di inserirsi nella
spartizione del denaro pubblico destinato alle grandi opere, sorretta da una
borghesia mafiosa diffusa, forte di legami con personaggi del nuovo scenario
politico. Stando anche a inchieste giudiziarie in corso, le forze politiche
a cui si rivolgono le maggiori attenzioni sono Forza Italia e l'Udc, che
rappresenta nella realta' siciliana la linea di continuita' con il sistema
di potere democristiano.
*
Dalla parte della politica. La criminalita' del potere e la produzione
politica della mafia
Abbiamo gia' accennato al ruolo della Democrazia cristiana, per quasi mezzo
secolo partito di maggioranza relativo e architrave del sistema di potere.
Nella relazione di maggioranza che chiuse i lavori della Commissione
parlamentare antimafia (1976) si dice che la mafia e' un fenomeno di classi
dirigenti (affermazione che valeva soprattutto per le origini), che la sua
specificita' e' "costituita dall'incessante ricerca di un collegamento con i
pubblici poteri", che la DC presentava un indice di personalizzazione
(rapporto tra voti di lista e voti di preferenze) piu' elevato di altri
partiti e che il voto di preferenza favoriva l'infiltrazione mafiosa e si
puntava il dito sul ruolo di Vito Ciancimino, dirigente democristiano,
assessore comunale e per qualche tempo sindaco di Palermo. La relazione di
minoranza presentata dal PCI indicava nel gruppo dirigente democristiano
siciliano, che avrebbe imbarcato forze liberali e monarchico-qualunquiste
legate ai boss mafiosi, il referente politico di una mafia capace di
adattarsi ai mutamenti del contesto (Commissione antimafia 1976).
Successivamente nella riflessione su fenomeni come la loggia massonica P2, i
comportamenti dei servizi segreti cosiddetti "deviati", il ricorso alle
stragi per arrestare processi di rinnovamento del quadro politico che
mettevano in forse l'assetto internazionale, si e' utilizzato un concetto
elaborato per l'analisi dello Stato nazista (Fraenkel 1983). Mi riferisco
alla teoria del "doppio Stato", fondato su una duplice lealta' dei gruppi
dirigenti, verso il proprio Paese e verso lo schieramento internazionale (De
Felice 1989). Anche chi scrive ha parlato di una doppiezza dello Stato come
schema teorico utilizzabile per analizzare fenomeni come la legittimazione
della violenza mafiosa e l'uso illegale della violenza da parte di apparati
istituzionali o di soggetti ad essi legati, senza pero' farne una sorta di
dogma interpretativo multiuso (Santino 1994, 1997b).
In sintesi violenza e illegalita' sono state una risorsa a cui si e' fatto
ricorso quando la normale dialettica non riusciva a governare il conflitto
sociale o a controllare le dinamiche politiche. Si puo' parlare di
criminalita' del potere, con riferimento a tutti quegli eventi che
dimostrano che per salvaguardare un determinato assetto di potere,
perpetuare l'egemonia di determinate forze politiche, garantire il rispetto
dei limiti imposti dalla spartizione del mondo in grandi aree di influenza,
non si e' esitato ad ideare ed eseguire atti criminosi, come le stragi, o a
tollerane il compimento, depistando o insabbiando le indagini per accertare
le responsabilita'.
Con l'espressione produzione politica della mafia si possono intendere le
varie forme con cui forze politiche e istituzioni "contribuiscono a
sostenere e sviluppare la mafia, dall'assicurazione dell'impunita' per i
fatti delittuosi alle attivita' collegate con il funzionamento delle
istituzioni stesse e con l'uso del denaro pubblico. Tali forme possono
arrivare fino a configurare un'istituzionalizzazione formale o sostanziale
della mafia (criminocrazia) e/o la mafiosizzazione delle istituzioni"
(Santino 1994). Questo non significa che tutto e' mafia, ma che si sono
realizzate forme di privatizzazione-clandestinizzazione-criminalizzazione
delle attivita' politiche, configurabili come una sorta di forma-mafia, che
ha visto soggetti come i gruppi neofascisti, legati a uomini di potere, i
servizi segreti, le logge massoniche in cui figuravano vertici delle
istituzioni, mettere in atto eventi criminosi che niente avevano a vedere
con l'uso legittimo del monopolio della forza.
Per quanto riguarda piu' precisamente il rapporto con la mafia, la
legittimazione della violenza con la garanzia dell'impunita' ha comportato
una demonopolizzazione, cioe' una rinuncia al monopolio della forza,
elemento costitutivo della moderna forma-Stato (Bobbio 1976). Lo Stato ha
recuperato il monopolio della forza per tamponare un'escalation di violenza
che tracimava oltre i limiti consentiti, come nel caso della strage di
Ciaculli (1963), in cui caddero sette uomini delle forze dell'ordine, dei
delitti e delle stragi che hanno colpito personaggi come Dalla Chiesa,
Falcone e Borsellino (sono questi i delitti che hanno scatenato rilevanti
effetti boomerang). E questo recupero e' stato effettuato in una logica piu'
emergenziale che strategica. Questo e' stato il limite di fondo delle
politiche criminali del nostro Paese.
Anche per quanto riguarda piu' propriamente il terreno politico, cioe' delle
competizioni elettorali e della selezione delle rappresentanze, non si
andati al di la' dell'elaborazione di fattispecie inadeguate e parziali,
come quella che prevede lo scambio elettorale politico-mafioso, limitato
alla compravendita di voti, attraverso lo scambio tra somme di denaro e la
promessa di voti (legge 7 agosto 1992 n. 356, art. 11 ter). La formulazione
iniziale era piu' ampia e piu' rispondente alla realta', prevedendo
l'acquisizione di concessioni, autorizzazioni, appalti ecc., ma e' stata
ristretta tanto da ridurne, se non cancellarne, l'efficacia.
La responsabilita' politica, di cui parlava la relazione della Commissione
antimafia del 1993, approvata in pieno clima di emergenza, che dovrebbe
concretarsi in un giudizio di incompatibilita' con l'esercizio di una
funzione pubblica per le persone responsabili di fatti non necessariamente
definibili come reati ma pur sempre gravi, e' rimasta sulla carta e negli
ultimi anni si e' assistito a un fatto inedito nella storia dell'Italia
repubblicana: la candidatura e l'elezione di personaggi sotto processo per
mafia, accompagnate da attacchi di inusitata violenza alla magistratura,
responsabile di perseguire uomini di potere, in nome dell'eguaglianza di
tutti i cittadini di fronte alla legge. Un'altra forma di legalizzazione
dell'illegalita' che si aggiunge alle leggi a tutela di interessi personali
e a salvaguardia dell'impunita' di personaggi che si sono dati alla politica
per sfuggire ai loro problemi giudiziari e che un elettorato non molto
dotato di senso civico premia con valanghe di voti, anche come effetto di un
sistema maggioritario che cancella e mortifica le minoranze.
In questo clima i processi ai politici e ai rappresentanti delle istituzioni
incriminati per i loro legami con la mafia (da alcuni politici locali ad
Andreotti, il cui processo si e' concluso con un esito bifronte) hanno avuto
risultati impari rispetto a quelli che riguardano l'ala militare,
l'accertamento della verita' sulle stragi segna il passo e l'intreccio tra
il potere del crimine e la criminalita' del potere vive una stagione di cui
non si vede la conclusione.
*
Riferimenti bibliografici
- Bobbio Norberto, voce Politica, in Dizionario di Politica, diretto da N.
Bobbio e N. Matteucci, Utet, Torino 1976, pp. 728-737.
- Commissione parlamentare antimafia, Relazione conclusiva (Carraro),
Relazione di minoranza (La Torre e altri), VI legislatura, Doc. XXIII, n. 2,
Tipografia del Senato, Roma 1976.
- Commissione parlamentare antimafia, Relazione su mafia e politica, Roma
1993, in Mafia e politica, Laterza, Roma-Bari 1993.
- De Felice Franco, Doppia lealta' e doppio Stato, in "Studi storici", n. 3,
1989, pp. 493-563.
- Falcone Giovanni, Interventi e proposte (1982-1992), Sansoni, Milano 1994.
- Fraenkel Ernst, Il doppio Stato. Contributo alla teoria della dittatura,
Einaudi, Torino 1983.
- Lupo Salvatore, Storia della mafia dalle origini ai giorni nostri,
Donzelli, Roma 1993.
- Santino Umberto, L'omicidio mafioso, in G. Chinnici, U. Santino, La
violenza programmata. Omicidi e guerre di mafia a Palermo dagli anni '60 ad
oggi, F. Angeli, Milano 1989, pp. 189-410; Mafia e maxiprocesso: dalla
"supplenza" alla "crisi della giustizia", in AA. VV., Gabbie vuote. Processi
per omicidio a Palermo dal 1983 al maxiprocesso, F. Angeli, Milano 1992, pp.
97-178; La mafia come soggetto politico, Centro Impastato, Palermo 1994;
L'alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti
ai giorni nostri, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997a; La democrazia
bloccata. La strage di Portella della Ginestra e l'emarginazione delle
sinistre, Rubbettino, Soveria Mannelli 1997b.
- Santino Umberto, La Fiura Giovanni, L'impresa mafiosa. Dall'Italia agli
Stati Uniti, F. Angeli, Milano 1991.
- Tribunale di Palermo, Ufficio istruzione, giudice Giovanni Falcone,
Ordinanza-sentenza contro Abbate Giovanni + 162, Palermo 1987, vol. II, pp.
429 ss.
- Weber Max, Economia e societa', vol. I, Edizioni di Comunita', Milano
1981.

3. RIFLESSIONE. LUCIANO BENINI: I PONTI DI ATENE
[Ringraziamo Luciano Benini (per contatti: luciano.benini at tin.it) per questa
testimonianza sul Forum sociale europeo svoltosi recentemente ad Atene.
Luciano Benini, gia' presidente del Movimento Internazionale della
Riconciliazione (Mir-Ifor), da sempre impegnato in molte attivita' e
iniziative di pace e di solidarieta', e' una delle persone piu' prestigiose
dei movimenti nonviolenti in Italia]

L'impressione piu' forte, dopo tre giorni passati ad Atene al forum sociale
europeo, e' stata quella della costruzione di ponti. Nelle nostre societa'
c'e' quasi un muro di incomunicabilita' fra generazioni, i giovani stentano
a parlare e a capire gli anziani e viceversa. Al forum sociale 50.000
persone, dai 18 agli 80 anni, dialogavano, parlavano (in quasi tutte le
lingue europee), discutevano, riflettevano. Ho visto tantissimi giovani
prendere appunti nelle centinaia di seminari sull'energia o sulla guerra,
sull'economia solidale o sui diritti dei popoli oppressi, sull'immigrazione
o sui beni comuni dell'umanita', sulla globalizzazione o sul ruolo delle
religioni nei movimenti per la giustizia sociale.
Un altro ponte costruito e' stato quello fra i movimenti della sinistra
politica e i credenti delle varie religioni. Quando si discute dei grandi
problemi del nostro tempo non c'e' piu' quella separazione cosi' viva nella
societa' di tutti i giorni, separazione storica ed ideologica: quando
l'unica cosa che conta e' cercare piste credibili per il futuro
dell'umanita', se la ricerca e' sincera e disinteressata ed animata da un
comune sentire nei valori eterni dell'essere umano, allora cade ogni muro di
divisione.
Altro muro caduto e' quello fra le religioni. Altro che scontro di civilta'.
Ad Atene ho visto musulmani e rabbini ebrei abbracciarsi, discutere sul
futuro comune dell'umanita', condannare insieme guerre e terrorismi. In un
bellissimo incontro ho ascoltato un vescovo ortodosso greco, un sufi
musulmano, un rabbino ebreo.
Un altro mondo e' davvero possibile, se riusciremo a prendere le decisioni
che contano non subendo la volonta' di chi vuole lo scontro fra civilta', a
tutto vantaggio dei propri loschi interessi. Una nuova umanita' puo' sorgere
se le piste aperte a Seattle e a Porto Alegre, a Firenze e ad Atene,
prevarranno rispetto alle politiche di piccolo cabotaggio dei governi. Ha
ragione Susan Gorge, presente ad Atene assieme a tanti rappresentati del
migliore pensiero economico e sociale mondiale, quando dice che quello nato
a Seattle e sviluppatosi negli anni seguenti e' la piu' bella speranza che
e' sorta nel XX secolo. A noi di non farla morire.

4. LE TRISTEZZE E LE TRISTIZIE DI PROTERVO VILLANZONI: SINTOMI NECROTICI

Quando tutta la lotta politica si concentra sulle vicende parlamentari,
sull'occupazione delle cariche istituzionali, sull'accaparramento e lo
sfruttamento degli incarichi di governo, la democrazia e' gia' morta.

5. LETTURE. FRANCESCA TUSCANO, DANIELA MARGHERITI: I DIRITTI DEI BAMBINI
Francesca Tuscano, Daniela Margheriti, I diritti dei bambini, Rubbettino,
Soveria Mannelli 2005, pp. 100, euro 8. Muovendo dal testo della Convenzione
internazionale sui diritti dell'infanzia approvata dall'assemblea generale
delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 (integralmente riportata nel volume)
le due autrici propongono una piece teatrale e una suite di filastrocche che
ne illustrano i contenuti.

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1303 del 22 maggio 2006

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