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La nonviolenza e' in cammino. 1305



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1305 del 24 maggio 2006

Sommario di questo numero:
1. Giuliano Pontara: Con Rita Borsellino
2. Per un 2 giugno di pace e legalita' costituzionale
3. "La politica prenda il posto delle armi. Basta con la parata militare,
basta con le missioni militari"
4. Umberto Santino: Voci per un dizionario antimafia: Cosa nostra
5. Luciano Benini: Un impegno comune contro la minaccia nucleare
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. GIULIANO PONTARA: CON RITA BORSELLINO
[Ringraziamo Giuliano Pontara (per contatti:
giuliano.pontara at philosophy.su.se) per questo intervento.
Giuliano Pontara e' uno dei massimi studiosi della nonviolenza a livello
internazionale, riproduciamo di seguito una breve notizia biografica gia'
apparsa in passato sul nostro notiziario (e nuovamente ringraziamo di tutto
cuore Giuliano Pontara per avercela messa a disposizione): "Giuliano Pontara
e' nato a Cles (Trento) il 7 settembre 1932. In seguito a forti dubbi sulla
eticita' del servizio militare, alla fine del 1952 lascia l'Italia per la
Svezia dove poi ha sempre vissuto. Ha insegnato Filosofia pratica per oltre
trent'anni all'Istituto di filosofia dell'Universita' di Stoccolma. E' in
pensione dal 1997. Negli ultimi quindici anni Pontara ha anche insegnato
come professore a contratto in varie universita' italiane tra cui Torino,
Siena, Cagliari, Padova, Bologna, Imperia, Trento. Pontara e' uno dei
fondatori della International University of Peoples' Institutions for Peace
(Iupip) - Universita' Internazionale delle Istituzioni dei Popoli per la
Pace (Unip), con sede a Rovereto (Tn), e dal 1994 al 2004 e' stato
coordinatore del Comitato scientifico della stessa e direttore dei corsi.
Dirige per le Edizioni Gruppo Abele la collana "Alternative", una serie di
agili libri sui grandi temi della pace. E' membro del Tribunale permanente
dei popoli fondato da Lelio Basso e in tale qualita' e' stato membro della
giuria nelle sessioni del Tribunale sulla violazione dei diritti in Tibet
(Strasburgo 1992), sul diritto di asilo in Europa (Berlino 1994), e sui
crimini di guerra nella ex Jugoslavia (sessioni di Berna 1995, come
presidente della giuria, e sessione di  Barcellona 1996). Pontara ha
pubblicato libri e saggi su una molteplicita' di temi di etica pratica e
teorica, metaetica  e filosofia politica. E' stato uno dei primi ad
introdurre in Italia la "Peace Research" e la conoscenza sistematica del
pensiero etico-politico del Mahatma Gandhi. Ha pubblicato in italiano,
inglese e svedese, ed alcuni dei suoi lavori sono stati tradotti in spagnolo
e francese. Tra i suoi lavori figurano: Etik, politik, revolution: en
inledning och ett stallningstagande (Etica, politica, rivoluzione: una
introduzione e una presa di posizione), in G. Pontara (a cura di), Etik,
Politik, Revolution, Bo Cavefors Forlag,  Staffanstorp  1971, 2 voll., vol.
I, pp. 11-70; Se il fine giustifichi i mezzi, Il Mulino, Bologna 1974; The
Concept of Violence, Journal of Peace Research , XV, 1, 1978, pp. 19-32;
Neocontrattualismo, socialismo e giustizia internazionale, in N. Bobbio, G.
Pontara, S. Veca, Crisi della democrazia e neocontrattualismo, Editori
Riuniti, Roma 1984, pp. 55-102; tr. spagnola, Crisis de la democracia,
Ariel, Barcelona 1985; Utilitaristerna, in Samhallsvetenskapens klassiker, a
cura di M. Bertilsson, B. Hansson, Studentlitteratur, Lund 1988, pp.
100-144; International Charity or International Justice?, in Democracy State
and Justice, ed. by. D. Sainsbury, Almqvist & Wiksell International,
Stockholm 1988, pp. 179-93; Filosofia pratica, Il Saggiatore, Milano 1988;
Antigone o Creonte. Etica e politica nell'era atomica, Editori Riuniti, Roma
1990; Etica e generazioni future, Laterza, Bari 1995; tr. spagnola, Etica y
generationes futuras, Ariel, Barcelona 1996; La personalita' nonviolenta,
Edizioni Gruppo Abele, Torino 1996; Guerre, disobbedienza civile,
nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele,  Torino 1996; Breviario per un'etica
quotidiana, Pratiche, Milano 1998; Il pragmatico e il persuaso, Il Ponte,
LIV, n. 10, ottobre 1998, pp. 35-49. E' autore delle voci Gandhismo,
Nonviolenza, Pace (ricerca scientifica sulla), Utilitarismo, in Dizionario
di politica, seconda edizione, Utet, Torino 1983, 1990 (poi anche Tea,
Milano 1990, 1992). E' pure autore delle voci Gandhi, Non-violence,
Violence, in Dictionnaire de philosophie morale, Presses Universitaires de
France, Paris 1996, seconda edizione 1998. Per Einaudi Pontara ha curato una
vasta silloge di scritti di Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza,
Einaudi, nuova edizione, Torino 1996, cui ha premesso un ampio studio su Il
pensiero etico-politico di Gandhi, pp. IX-CLXI". Una piu' ampia bibliografia
degli scritti di Giuliano Pontara (che comprende circa cento titoli) puo'
essere letta nel n. 380 de "La nonviolenza e' in cammino".
Rita Borsellino, sorella del magistrato Paolo Borsellino assassinato dalla
mafia, e' da molti anni insieme a don Luigi Ciotti la principale animatrice
dell'associazione "Libera", la principale rete dei movimenti della societa'
civile impegnati contro la mafia. Per coordinare e diffondere le
informazioni sulla campagna a sostegno della candidatura di Rita Borsellino
a presidente della Regione Sicilia e' attivo il sito: www.ritapresidente.it]

Ho conosciuto un po' piu' da vicino la Sicilia quando, negli anni
Sessanta-Settanta, in qualita' di membro del comitato che si era creato in
Svezia a sostegno di Danilo Dolci, andai piu' volte a trovarlo e seguire per
brevi periodi il lavoro sociale e educativo che, assieme ad alcuni
bravissimi giovani collaboratori, da anni svolgeva a Trappeto, Roccamema,
Partinico, Palermo e le inchieste che andava conducendo sulle misere
condizioni sociali dei ceti piu' poveri della popolazione locale. Si parlava
molto con la gente dei forti connubi tra mafia e politica, sia a livello
locale sia a livello nazionale, dell'alto tasso di violenza, armata e
strutturale, nell'isola, della grande corruzione che viziava il sistema
politico locale, della piaga del clientelismo, della compravendita dei voti,
delle costruzioni di strade e altre opere pubbliche iniziate in tempi di
elezioni e poi lasciate li' a meta', in attesa di essere eventualmente
riprese al prossimo turno elettorale, ma anche delle lotte contadine per la
terra contro il latifondismo assenteista, della lunga schiera di
sindacalisti uccisi negli anni precedenti dalla mafia, della necessita' di
sovvertire il sistema di omerta', non soltanto come momento essenziale di
lotta civile contro la mafia, ma anche come presupposto necessario per il
buon funzionamento delle istituzioni democratiche.
Oggi, come allora, sono piu' che mai essenziali quelle esigenze di
"ricostruzione partecipata della democrazia", di potenziamento di una "trama
non corrotta della vita civile e politica ", di "chiudere una storia di
dipendenza, di clientelismo, di mafia, di mancanza di autonomia e
legalita'", di coinvolgimento delle  giovani generazioni, di intesa tra
uomini e donne delle piu' diverse tendenze ma accomunati dall'impegno su
alcuni  essenziali valori, di "politiche di pace nel Mediterraneo" -  tutte
esigenze  messe in primo piano nel nutrito, ambizioso e molto impegnativo
"Programma partecipato" con cui Rita Borsellino si presenta come candidata
alla Presidenza della Regione Sicilia.
Sostengo con convinzione la candidatura di Rita Borsellino e le auguro di
venire eletta con l'ampio appoggio popolare che ben si merita.

2. APPELLI. PER UN 2 GIUGNO DI PACE E LEGALITA' COSTITUZIONALE
[Presentiamo ancora l'appello per il 2 giugno festa della Costituzione,
senza l'abusiva parata militare, scritto da Enrico Peyretti (per contatti:
e.pey at libero.it) e sottoscritto gia' da numerose persone. Per esigenze di
spazio non riportiamo oggi le adesioni pervenute]

Signor Presidente della Repubblica,
insieme ai nostri vivi auguri per il Suo alto compito, Le rivolgiamo una
calda richiesta, che viene dal popolo della pace, di festeggiare il prossimo
2 giugno come vera festa della Costituzione, come festa del voto popolare
che ha voluto la Repubblica e eletto la Costituente, e niente affatto come
festa militare.
Ammessa, per amore di dialogo, e non concessa la necessita' dell'esercito -
che noi come tale discutiamo (tra esercito e polizia democratica la
differenza e' essenziale, come tra la violenza e la forza, la forza omicida
e la forza non omicida) - esso non e' assolutamente il simbolo piu' bello e
vero della patria, non e' l'esibizione giusta per il giorno della festa
della Repubblica: nell'ipotesi piu' benevola, e' soltanto una triste
necessita'.
La parata militare e' brutta tristezza e non e' festa. La parata delle armi
non festeggia la vita e le istituzioni civili del popolo, non dimostra
amicizia verso gli altri popoli, non e' saggezza politica. Non e' neppure un
vero rispetto per chi, sotto le armi, ha perso la vita.
Rispettando le diverse opinioni, e' un fatto inoppugnabile che l'esercito
non ha avuto alcuna parte nell'evento storico del 2 giugno 1946, quando
unico protagonista e' stato il popolo sovrano e l'azione democratica
disarmata: il voto.
Nella festa del 2 giugno l'esercito e' fuori luogo, occupa un posto che non
e' suo.
*
Per aderire all'iniziativa: scrivere lettere recanti il testo dell'appello
al Presidente della Repubblica (all'indirizzo di posta elettronica:
presidenza.repubblica at quirinale.it, ricordando che si deve firmare con il
proprio nome, cognome e indirizzo completo, altrimenti le lettere non
vengono prese in considerazione), e comunicare a "La nonviolenza e' in
cammino" (e-mail: nbawac at tin.it) di avere scritto al Presidente.

3. DOCUMENTAZIONE. "LA POLITICA PRENDA IL POSTO DELLE ARMI. BASTA CON LA
PARATA MILITARE, BASTA CON LE MISSIONI MILITARI"
[Da varie persone amiche riceviamo il seguente appello sottoscritto
dall'Arci e da decine e decine di associazioni di varia natura e da varie
personalita'. Appello in cui  non compare mai la parola nonviolenza - forse
per stoltamente compiacere alcune strutture che ad esso hanno aderito e che
in passato piu' volte hanno dimostrato la loro subalternita' a una
scellerata tradizione militarista, violentista e totalitaria: e basta questo
per rendere ambiguo e vano tutto il resto. Se non si fa la scelta della
nonviolenza non solo non si contrasta la guerra, ma si resta complici della
sua logica (peppe sini)]

Associazioni, movimenti, reti, sindacati, singole cittadine e cittadini
hanno lanciato un appello per chiedere al nuovo Governo un netto segnale di
discontinuita' con il passato. Il rispetto dell'articolo 11 della
Costituzione, il ripudio della guerra, l'affermazione di una cultura di
pace, di giustizia e convivenza, devono diventare il cuore dell'azione del
governo in politica estera.
Di seguito il testo dell'appello, con le richieste avanzate al Governo e
l'elenco delle prime adesioni.
*
La politica prenda il posto delle armi. Basta con la parata militare, basta
con le missioni militari.
Il 2 giugno l'Italia celebra la Repubblica, nata dalla Resistenza e fondata
sulla Costituzione. Entro il 30 giugno il nuovo Parlamento dovra' votare sul
rifinanziamento delle missioni militari all'estero.
La Costituzione Italiana e i diritti sociali che garantisce a tutti i
cittadini e le cittadine sono sotto attacco. Il ripudio della guerra da essa
sancito e' stato stracciato dai precedenti governi, che hanno trascinato il
paese in guerre e occupazioni.
Siamo tutti impegnati a respingere gli attacchi alla Costituzione votando no
al referendum costituzionale del 25-26 giugno, e a difendere l'articolo 11.
Noi chiediamo al Presidente della Repubblica e al Governo che sta per
insediarsi di sospendere la parata militare prevista per il 2 giugno.
Il pianeta e' attraversato da guerre, violenze, barbarie inaudite che ci
impongono ogni giorno vittime e sofferenza. Enormi risorse sono sperperate
in armamenti, mentre la poverta' aumenta ovunque. Il diritto a vivere in
pace e dignita' spetta a tutti gli esseri umani.
Non vogliamo l'esaltazione degli eserciti, ma la fine di qualsiasi logica
militare e militarista; la diffusione di una cultura di pace, di giustizia e
di convivenza.
Chiediamo al nuovo Governo e al nuovo Parlamento di iniziare la legislatura
dando un segnale forte di inversione culturale rispetto alla
militarizzazione della societa' e della politica: si smetta di coprire il
ruolo delle forze armate impegnate in operazioni di guerra e in occupazioni
con la maschera degli interventi umanitari e di peace-keeping.
Il lavoro umanitario e per la pace condotto quotidianamente da migliaia e
migliaia di civili impegnati in operazioni di soccorso e di prevenzione dei
conflitti non ha nulla a che fare con le armi e con gli eserciti.
E' urgente che l'Italia separi le proprie responsabilita' dall'occupazione
illegale dell'Iraq e dalla guerra permanente e si impegni con una forte
iniziativa diplomatica per ristabilire sovranita', pace e convivenza
nell'area.
E' urgente che si pronunci contro qualsiasi intervento militare contro
l'Iran, si impegni per un piano generale di disarmo nucleare, per la fine
dell'occupazione in Palestina e una pace giusta in Medio Oriente.
Chiediamo che non siano rifinanziate le missioni in Iraq e in Afghanistan,
che si ritirino immediatamente i soldati italiani, ridiscutendo tutte le
missioni militari italiane all'estero.
La politica prenda il posto delle armi. L'Italia costruisca la pace con la
pace.
Per questo ci impegniamo a mobilitazioni diffuse il 2 giugno, che verranno
decise citta' per citta', e prepariamo da subito la mobilitazione sotto il
Parlamento, con delegazioni nazionali, in occasione del voto sul
rifinanziamento delle missioni militari che si terra' prima della fine di
giugno.
*
Per adesioni: Raffaella Bolini, e-mail: bolini at arci.it

4. RIFLESSIONE. UMBERTO SANTINO: VOCI PER UN DIZIONARIO ANTIMAFIA: COSA
NOSTRA
[Dal sito del Centro Impastato (per contatti: via Villa Sperlinga 15, 90144
Palermo, tel. 0916259789, fax: 091348997, e-mail: csdgi at tin.it, sito:
www.centroimpastato.it) riprendiamo il seguente testo pubblicato su
"Narcomafie", n. 3, marzo 2004. Umberto Santino ha fondato e dirige il
Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo. Da
decenni e' uno dei militanti democratici piu' impegnati contro la mafia ed i
suoi complici. E' uno dei massimi studiosi a livello internazionale di
questioni concernenti i poteri criminali, i mercati illegali, i rapporti tra
economia, politica e criminalita'. Tra le opere di Umberto Santino: (a cura
di), L'antimafia difficile,  Centro siciliano di documentazione "Giuseppe
Impastato", Palermo 1989; Giorgio Chinnici, Umberto Santino, La violenza
programmata. Omicidi e guerre di mafia a Palermo dagli anni '60 ad oggi,
Franco Angeli, Milano 1989; Umberto Santino, Giovanni La Fiura, L'impresa
mafiosa. Dall'Italia agli Stati Uniti, Franco Angeli, Milano 1990; Giorgio
Chinnici, Umberto Santino, Giovanni La Fiura, Ugo Adragna, Gabbie vuote.
Processi per omicidio a Palermo dal 1983 al maxiprocesso, Franco Angeli,
Milano 1992 (seconda edizione); Umberto Santino e Giovanni La Fiura, Dietro
la droga. Economie di sopravvivenza, imprese criminali, azioni di guerra,
progetti di sviluppo, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1993; La borghesia
mafiosa, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1994; La mafia come soggetto politico, Centro siciliano di documentazione
"Giuseppe Impastato", Palermo 1994; Casa Europa. Contro le mafie, per
l'ambiente, per lo sviluppo, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe
Impastato", Palermo 1994; La mafia interpretata. Dilemmi, stereotipi,
paradigmi, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1995; Sicilia 102. Caduti
nella lotta contro la mafia e per la democrazia dal 1893 al 1994, Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1995; La
democrazia bloccata. La strage di Portella della Ginestra e l'emarginazione
delle sinistre, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1997; Oltre la
legalita'. Appunti per un programma di lavoro in terra di mafie, Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1997; L'alleanza e
il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti ai giorni
nostri, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1997; Storia del movimento
antimafia, Editori Riuniti, Roma 2000; La cosa e il nome. Materiali per lo
studio dei fenomeni premafiosi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000. Su
Umberto Santino cfr. la bibliografia ragionata "Contro la mafia. Una breve
rassegna di alcuni lavori di Umberto Santino" apparsa su questo stesso
foglio nei nn. 931-934]

Che i mafiosi usino denominare l'associazione segreta di cui fanno parte
"Cosa Nostra" e' un'acquisizione recente, derivante dalle dichiarazioni di
mafiosi collaboratori di giustizia, e in particolare di Tommaso Buscetta.
Deponendo davanti a Giovanni Falcone Buscetta cosi' delineava la struttura
portante dell'organizzazione:
"La denominazione 'Mafia' e' una creazione letteraria, mentre i veri mafiosi
sono semplicemente chiamati 'uomini d'onore', ognuno di essi fa parte di una
'borgata' (questo nella citta' di Palermo perche' nei piccoli centri
l'organizzazione mafiosa prende nome dal centro stesso) ed e' membro di una
"'famiglia'.
"In seno alla famiglia vi sono: 'il capo', eletto dagli uomini d'onore.
Egli, a sua volta, nomina 'il sottocapo', uno o piu' consiglieri (se, pero'
la famiglia e' vasta, anche i consiglieri sono eletti, in numero non
superiore a tre), e 'i capidecina'. Il capo della famiglia viene chiamato
'rappresentante' della famiglia stessa.
"Al di sopra delle famiglie e con funzioni di coordinamento, esiste una
struttura collegiale, chiamata 'commissione', composta da membri, ciascuno
dei quali rappresenta tre famiglie territorialmente contigue. Trattasi di
uno dei capi delle tre famiglie, designato dai capi delle stesse. I membri
dalla commissione, ai miei tempi, duravano nella carica per tre anni, ma non
so se tuttora vengono rispettate queste regole. Attualmente, la profonda
degenerazione dei principi ispiratori della mafia, ha portato come
conseguenza che queste regole vengono rispettate solo formalmente, perche'
nella realta' la 'commissione' e' lo strumento attraverso cui colui o coloro
che dominano impongono la loro volonta'.
"Nel suo insieme, questa organizzazione si chiama 'Cosa Nostra', cosi' come
negli U.S.A." (Tribunale di Palermo 1984, pp. 4-5).
Le rivelazioni di Buscetta per un verso costituiscono una sorta di depositum
fidei della tradizione di Cosa Nostra, per un altro sono un atto di accusa
delle degenerazioni che avrebbero prodotto i corleonesi con la loro
inesauribile sete di potere e di sangue.
A prescindere dal nome, che costituisce una novita', tutti gli aspetti che
concorrono a formare l'immagine compiuta di Cosa Nostra com'e' stata
ricostruita attraverso le dichiarazioni di vari mafiosi collaboratori di
giustizia si ritrovano quasi identici risalendo indietro nel tempo.
La cerimonia iniziatica presenta varianti secondarie (il dito da cui viene
fatto sgorgare un po' di sangue, a volte e' il pollice destro, a volte
l'indice o il medio di una mano imprecisata, l'indice della destra, un dito
qualsiasi, o quello con cui si spara), ma c'e' sempre la punciuta, come pure
l'immagine sacra che viene bruciata. Anche il giuramento ha qualche variante
ma sostanzialmente la formula, quando e' riportata, ribadisce
l'irrevocabilita' del vincolo contratto con il patto di sangue. Cosi'
giurano i neofiti della Fratellanza di Girgenti nel 1884: "Giuro sul mio
onore di essere fedele alla fratellanza, come la fratellanza e' fedele con
me, e come si brucia questa santa e questi pochi gocci del mio sangue, cosi'
versero' tutto il mio sangue per la fratellanza, e come non puo' tornare
questa cenere nel proprio stato e questo sangue un'altra volta nel proprio
stato, cosi' non posso rilasciare la fratellanza". Cosi' giura il medico
Melchiorre Allegra nel 1916: "Giuro di essere fedele ai miei fratelli, di
non tradirli mai, di aiutarli sempre, e se cosi' non fosse, io possa
bruciare e disperdermi, come si disperde questa immagine che si consuma in
cenere". E questo e' sinteticamente il giuramento di Buscetta nel 1948: "Le
mie carni devono bruciare come questa 'santina' se non manterro' fede al
giuramento" (in Gambetta 1992, pp. 367-369).
La cerimonia di iniziazione che prevede alcuni passaggi obbligati (il
candidato dev'essere presentato da parte di un membro anziano
dell'associazione, al nuovo arrivato vengono rivelate l'esistenza
dell'organizzazione e le sue regole, il novizio deve scegliersi un padrino
che pratichera' il taglietto sul dito, la pronuncia della formula del
giuramento) vuole avere la pregnanza simbolica di un battesimo, con precisi
riferimenti alla liturgia cattolica, con l'uso di un'immagine sacra, prima
cosparsa del sangue sprizzato dal dito del novizio e poi bruciata tra le sue
mani.
Evidente poi la valenza simbolica del sangue: e' una sorta di rinascita
rituale, da' vita a una nuova parentela tra i consociati e contiene un
preciso riferimento alla punizione che spetta a chi tradisce il patto
consociativo (Paoli 2000, p. 81). Dice il "pentito" Antonino Calderone,
ricordando la sua cerimonia di iniziazione: "Col sangue si entra e col
sangue si esce da Cosa Nostra! Lo vedrete da voi, tra poco, com'e' che si
entra col sangue. E se uscite, uscite col sangue perche' vi ammazzano" (in
Arlacchi 1992, pp. 57-58).
Con l'iniziazione il novizio acquista lo status di "uomo d'onore" che dura
tutta la vita: l'ammissione a Cosa Nostra "impegna quell'individuo per tutta
la vita. Entrare a far parte della mafia equivale a convertirsi a una
religione. Non si cessa mai di essere preti. Ne' mafiosi" (Falcone e
Padovani 1991, p. 97).
L'enfasi posta su questi aspetti sacrali non puo' far dimenticare che si
tratta di una associazione criminale, il cui scopo e' la commissione di
delitti, dall'estorsione all'omicidio, mentre l'immagine di se' che danno i
mafiosi, almeno i vecchi mafiosi, e' ben diversa. Dice Buscetta, ricordando
quel che dicevano i suoi antichi maestri che lo hanno iniziato ai segreti di
Cosa Nostra: "Mi hanno detto che essa era nata per difendere i deboli dai
soprusi dei potenti e per affermare i valori dell'amicizia, della famiglia,
del rispetto della parola data, della solidarieta' e dell'omerta'. In una
parola, il senso dell'onore" (in Arlacchi 1994, p. 11). Da qui ai Beati
Paoli, i mitici vendicatori di torti, il passo e' breve. Cosa Nostra sarebbe
nata perche' mancava la giustizia pubblica, per difendere la Sicilia vessata
in mille modi: "Perche' noi siciliani ci siamo sentiti trascurati,
abbandonati dai governi stranieri e anche da quello di Roma. Cosa Nostra,
per questo, faceva la legge nell'isola al posto dello Stato. L'ha fatto in
diverse epoche storiche, anche quando non si chiamava Cosa Nostra. Io so che
una volta essa si chiamava 'I Carbonari', poi si e' chiamata 'I Beati Paoli'
e solo in un terzo momento 'Cosa Nostra'" (ibidem, pp. 15-16).
Siamo nel pieno del mito apologetico, condito di leggende e di stereotipi.
Non e' da escludere che la nascita delle associazioni mafiose sia stata
stimolata da un contesto in cui l'associazionismo segreto era abbastanza
diffuso, con la presenza di soggetti come la Carboneria e la Massoneria, e
le sollevazioni popolari in Sicilia durante l'Ottocento vedono fianco a
fianco vari attori, tra cui le nascenti o gia' consolidate associazioni
mafiose. Come pure le squadre popolari che agiscono nelle rivolte del XVIII
e del XIX secolo hanno una doppia anima: uno spirito di ribellione che
portera' alla nascita dei movimenti popolari in lotta per il cambiamento e
un'esigenza di mobilita' sociale che portera' anche all'arruolamento nei
gruppi mafiosi (Santino 2000, p. 136). Ma da questo a dire che c'e' una
linea diretta tra Carbonari e Cosa Nostra, tramite i Beati Paoli, ci corre.
Come abbiamo visto un motivo ricorrente e' quello dell'onore. In cosa
consiste l'onore dei mafiosi? Per Franchetti il mafioso e' "un uomo che sa
far rispettare i suoi diritti, astrazion fatta dai mezzi che adopera a
questo fine" (Franchetti 1993, p. 97) e "il modo piu' efficace per farsi
rispettare in buona parte di Sicilia e' l'esser in fama di aver commesso
qualche omicidio" (ibidem, p. 36).
Piu' recentemente Vincenzo Marsala, figlio del capomafia di Vicari in
provincia di Palermo, ha dichiarato che "il prestigio all'interno della
famiglia si raggiunge soprattutto con la consumazione di omicidi, nel senso
che questo e' il banco di prova nel quale si dimostra la valentia dell'uomo
d'onore. In tal caso si dice che trattasi di una persona che 'vale'. E piu'
importante e' l'omicidio che viene commesso, piu' si innalza il prestigio
del mafioso" (in Paoli, 2000, p. 91).
L'abilita' nell'uso della violenza ha un ruolo decisivo nello status di
"uomo d'onore". Che poi nel codice onorifico mafioso abbiano un peso altri
fattori, per esempio la capacita' di preservare la verginita' e la castita'
delle donne, questo piu' che essere una specificita' dell'organizzazione
mafiosa rientra nel codice comportamentale su cui si fonda la societa'
agro-pastorale mediterranea (Schneider 1987).
C'e' da chiedersi come e perche' questi "valori" entrino a far parte del
bagaglio del mafioso. Si potrebbe rispondere che i membri dell'associazione
criminale per coprire i loro misfatti introiettano, o manipolano, regole
comportamentali delle societa' in cui agiscono, al solo scopo di darsi
un'immagine di rispettabilita'. Ma una spiegazione in termini solo
utilitaristici e strumentali e' insoddisfacente non tenendo conto che si e'
formato un codice culturale mafioso, in cui convivono aspetti diversi e
contraddittori.
Buscetta e' stato discriminato per le sue frequentazioni femminili ed esempi
recenti dimostrano che ci sono ancora mafiosi che hanno dell'onore una
concezione del tipo di quella descritta precedentemente, intesa
all'osservanza della morale sessuale delle donne. Nel gennaio del 2003
l'anziano capomafia dell'Acquasanta di Palermo Antonino Pipitone e' stato
accusato, in seguito alla rivelazioni di alcuni "pentiti", di aver fatto
uccidere nel 1983 la figlia Rosalia per punirla di una relazione
extraconiugale, fingendo che si trattasse di una rapina. Questa visione
legata alla tradizione etica cristiano-cattolica in materia di comportamenti
sessuali convive con una pratica che considera l'omicidio un diritto-dovere
dell'affiliato e ne fa il pilastro portante del codice onorifico. E va
sottolineato che l'omicidio e' sempre in agguato, anche quando si tratta di
uccidere donne o bambini.
*
Dal questore Sangiorgi a Cosa Nostra
Anche l'esistenza della struttura organizzativa risalirebbe lontano nel
tempo.
Scriveva nel novembre del 1898 il questore di Palermo Ermanno Sangiorgi:
"L'agro palermitano di cui particolarmente mi occupo con la presente
relazione, e' purtroppo funestato, come altre parti di questa e delle
finitime provincie, da una vasta associazione di malfattori, organizzati in
sezioni, divisi in gruppi: ogni gruppo e' regolato da un capo, che chiamasi
capo-rione, e, secondo il numero dei componenti e la estensione
territoriale, su cui debba svolgersi la propria azione, a questo capo-rione
viene aggiunto un sottocapo, incaricato di sostituirlo nei casi di assenza o
di altro impedimento. E a questa compagnia di malviventi e' preposto un capo
supremo. La scelta dei capi-rione e' fatta dagli affiliati, quella del capo
supremo, dai capi-rione riuniti in assemblea, riunioni che sono
ordinariamente tenute in campagna. Scopo dell'associazione e' quello di
prepotere, e quindi di imporre ai proprietari dei fondi, i castaldi, i
guardiani, la mano d'opera, le gabelle, i prezzi per la vendita degli agrumi
e degli altri prodotti del suolo" (Sangiorgi 1898, pp. 9-10).
L'associazione era divisa in otto gruppi insediati nelle borgate a ovest
della citta': Piana dei Colli, Acquasanta, Falde, Malaspina, Uditore, Passo
di Rigano, Perpignano, Olivuzza. Le altre cosche disseminate dalla zona
sud-est fino al mare (Pagliarelli, S. Maria di Gesu', Ciaculli, Villabate)
non pare facessero parte del coordinamento, come pure non sembra
sufficientemente documentata l'estensione dell'associazione su scala
provinciale (Lupo 1988, pp. 466-467).
La tesi di Sangiorgi era decisamente controcorrente. Se si toglie un testo
di Augusto Schneegans, console dell'impero tedesco in Sicilia, che nel 1890
pubblica un libro in cui sostiene che la mafia e' una "societa' segreta",
"uno Stato nello Stato" (Schneegans 1890, 1990), la convinzione piu' diffusa
era che possono esserci cosche, sodalizi criminali in vari luoghi, ma non ci
sono ne' "regole fisse" ne' "gerarchia prestabilita" (Alongi 1977, p. 49).
La visione della mafia delineata nei rapporti del questore palermitano, che
pero' non ha retto al vaglio giudiziario (il processo del 1901 si concluse
con molte assoluzioni e lievi condanne), e' la piu' vicina a quella
ricostruita attraverso le dichiarazioni dei pentiti dagli anni '80 in poi.
Come abbiamo visto nella mafia palermitana degli ultimi anni dell'Ottocento
e nei primi del Novecento le cariche sono elettive e questa tradizione
avrebbe resistito al passare degli anni e sarebbe stata archiviata
dall'avvento al potere dei corleonesi.
"La mafia e' un organismo democratico, uno dei piu' importanti organismi
democratici" dichiara il "pentito" Leonardo Messina che esalta il ruolo
della famiglia mafiosa e ridimensiona il ruolo del capo: "Il capo viene
eletto dalla base e non e' vero che abbia un'immagine cosi' rilevante:
l'epicentro di tutto e' la famiglia, il capo ne e' solo il rappresentante.
E' sempre la famiglia che decide, il capo viene votato dalla base, dagli
uomini d'onore" (in Paoli 2000, p. 43) ed elettivi sono pure i membri della
commissione provinciale.
Ci troveremmo di fronte a una struttura fondata sulla democrazia diretta, in
cui almeno sulla carta preoccupazione costante sarebbe stata quella di
evitare la concentrazione dei poteri.
Fino agli anni '50 del XX secolo il coordinamento tra i gruppi della
provincia di Palermo sarebbe stato assicurato da rapporti informali e solo
nel 1957 si sarebbe istituzionalizzata la cosiddetta "commissione
provinciale". Buscetta riferisce che sarebbe stato il boss siculo-americano
Joe Bonanno a suggerire di creare un organo di coordinamento simile a quello
adottato da La Cosa Nostra americana negli anni '30, come strumento di
moderazione e di pace interna (in Arlacchi 1994, pp. 65-66). Rispetto alla
proposta di Bonanno furono apportati dei cambiamenti: invece di una sola
commissione come negli Stati Uniti, furono costituite piu' commissioni, una
per ogni provincia in cui era presente Cosa Nostra, e venne costituita una
struttura intermedia, il mandamento, una circoscrizione che comprendeva il
territorio di tre famiglie contigue, con un capo che, almeno fino a un certo
punto, non fosse capo di una delle famiglie, per evitare che favorisse la
famiglia di appartenenza.
Sempre a dire di Buscetta, alla commissione di Palermo si decise di nominare
semplici "soldati" e non capifamiglia o consiglieri: "Volevamo evitare che
troppo potere si concentrasse nelle mani delle stesse persone. Consideravamo
inoltre il fatto che la distanza tra un uomo d'onore soldato e uno
consigliere, rappresentante o vicerappresentante, in Sicilia non era mai
stata molto grande. Appartenere a Cosa Nostra implicava l'essere uomini
d'onore: questa era la base di tutto. Si potevano poi inventare gerarchie,
cariche, commissioni, ma all'interno di una famiglia si respirava un'aria di
uguaglianza perche' tutti sentivamo di far parte di una elite molto
speciale" (ibidem, pp. 69-70). La proposta non piace a tutti e si arriva a
un compromesso; della commissione palermitana faranno parte dodici soldati e
quattro capifamiglia (ibidem, p. 71).
Solo a meta' degli anni '70 si sarebbe formata una "commissione
interprovinciale" formata dai rappresentanti di sei provincie, ad esclusione
di Messina, Siracusa e Ragusa, dove non c'erano uomini di Cosa Nostra. Anche
qui, nel progetto originario presentato dal capomafia di Catania Pippo
Calderone, si voleva evitare la concentrazione dei poteri, con un
caporegione, chiamato segretario, che doveva essere, solo un primus inter
pares.
L'irruzione dei corleonesi, ben presto sboccata nella guerra aperta, avrebbe
travolto questi principi e imposto un regime dittatoriale, monocratico, a
una sorta di repubblica confederale fondata sull'uguaglianza dei membri e
sulla rappresentanza democratica.
In effetti con la guerra di mafia dei primi anni '80 la vecchia commissione
viene decimata e si forma un nuovo organismo composto da rappresentanti
schierati con i vincitori. La dittatura dei corleonesi tiene in piedi
l'organismo collegiale ma esso e' totalmente egemonizzato da Riina e dai
suoi alleati.
Gia' prima dell'esplosione della guerra di mafia, la struttura di Cosa
Nostra aveva subito delle modifiche in gran parte legate alla gestione del
traffico di stupefacenti: la divisione in famiglie non operava piu', ognuno
poteva associarsi con chi voleva e si rendeva necessario il ricorso ad
esterni. A dire di Buscetta, il denaro avrebbe corrotto tutto e tutti e i
principi ispiratori di Cosa Nostra sarebbero stati travolti.
Se la radice di questa "degenerazione" va ricercata nel traffico di droga,
addossare le responsabilita' ai corleonesi non corrisponde alla realta',
dato che essi avevano un ruolo secondario rispetto ai Bontate e ai
Badalamenti. Quest'ultimo mantiene il suo ruolo anche dopo essere stato
"posato", cioe' espulso dall'organizzazione (Santino 1992, p. 122).
I corleonesi piu' che di un processo di modernizzazione, per adeguare
l'organizzazione ai nuovi compiti criminali, sono portatori di un surplus di
violenza che all'interno mira all'occupazione delle posizioni di potere
mentre all'esterno vuole abbattere gli ostacoli che il processo di
espansione delle attivita' incontra e condizionare le dinamiche
socio-politiche. Il ricorso massiccio alla violenza e i piu' eclatanti
delitti esterni (dall'assassinio di Dalla Chiesa alle stragi del '92 e del
'93) produrranno effetti boomerang, innescando la reazione delle istituzioni
che infliggera' gravi colpi all'organizzazione Cosa Nostra, con l'arresto e
la condanna di centinaia di affiliati.
*
Il segreto: confidenti e collaboratori
Cosa Nostra e' un'associazione segreta e i suoi affiliati sono tenuti a
rispettare la legge del silenzio (omerta') ma negli ultimi vent'anni
l'omerta' e' stata platealmente violata da centinaia di mafiosi
collaboratori di giustizia.
Negli anni '80 ha cominciato ad assumere sempre maggiore consistenza il
fenomeno del pentitismo: i primi collaboratori della giustizia sono stati
soggetti esterni a Cosa Nostra, legati soprattutto al traffico di droghe,
poi con Buscetta e Contorno si e' aperta la stagione dei capi e gregari che
facevano ricorso alla giustizia rivelando i segreti dell'organizzazione.
Piu' che di un vero e proprio pentimento, fondato su ragioni etiche (il caso
di Leonardo Vitale, che nel 1973 si presento' spontaneamente alla squadra
mobile di Palermo per fare una serie di rivelazioni e doveva finire
rinchiuso in manicomio criminale e cadere ucciso nel dicembre del 1984,
rimane almeno per lungo tempo un caso unico), si e' trattato di una crisi
della cultura mafiosa indotta dallo straripare della violenza interna.
La collaborazione con la giustizia nei termini in cui si e' configurata
negli ultimi decenni e' una novita' ma in passato non era rara la pratica di
passare informazioni confidenziali alla polizia. Spesso ci troviamo di
fronte a rapporti cosi' circostanziati (e' il caso dei rapporti del questore
Sangiorgi) che non possono non farci pensare all'uso di indicazioni
provenienti dall'interno del mondo mafioso. Solo che, a differenza di quanto
e' avvenuto con le dichiarazioni dei collaboratori, le fonti confidenziali
non potevano essere citate in dibattimento e cio' spiega il fallimento di
inchieste antiche e recenti.
Per fare fronte all'emorragia dei "pentiti" Cosa Nostra ha fatto ricorso per
lunghi anni alla violenza, colpendo parenti esterni al mondo mafioso; piu'
recentemente si e' avviata una pratica di recupero all'interno di un
mutamento strategico fondato sull'attenuazione della violenza.
*
Il quadro attuale
Per la mafia degli ultimi anni si parla di mafia "sommersa" o "invisibile",
la cui caratteristica piu' evidente e' la rinuncia ai delitti eclatanti. La
struttura organizzativa ha subito una significativa torsione per
ammortizzare i colpi ricevuti, procedere alle sostituzioni con la cautela
necessaria per evitare defezioni e mantenere un alto livello di segretezza.
Il capo dei capi sarebbe Bernardo Provenzano, la cui latitanza ha superato i
quarant'anni, che sarebbe affiancato da un direttorio ristretto. Provenzano
mirerebbe a una pacificazione tra l'ala "stragista" e quella "moderata" e a
una ricostruzione della struttura organizzativa attraverso un reclutamento
piu' rigoroso, limitato a soggetti appartenenti a famiglie di tradizione
mafiosa, e una rigida compartimentazione. La strategia di rilancio fa perno
sul controllo del territorio, con il ricorso massiccio al prelievo estorsivo
riducendo l'ammontare delle somme richieste (pagare meno, pagare tutti).
Nel frattempo i capi detenuti hanno piu' volte fatto sentire la loro voce
ricorrendo anche a forme inedite. Nel marzo 2002 il boss Pietro Aglieri
indirizza una lettera al procuratore generale antimafia e al procuratore di
Palermo, di cui la stampa ha pubblicato ampi stralci, in cui esclude che
possano essere "strade percorribili" la collaborazione e la dissociazione e
propone l'apertura di un "confronto aperto e leale" con lo Stato per
"trovare soluzioni intelligenti e concrete che producano veramente dei
frutti positivi" ("La Repubblica" 18 aprile 2002; Dino 2002, p. 281). Nel
luglio dello stesso anno Leoluca Bagarella durante un'udienza legge una
"petizione" a nome anche di altri detenuti in cui dichiarano di essere
"stanchi di essere strumentalizzati... dalle varie forze politiche" e di
avere iniziato una "protesta civile e pacifica" contro le proroghe del 41
bis. Seguono due lettere di detenuti sottoposti al carcere duro, tra cui il
capomafia Giuseppe Graviano, in cui si dichiara che dalla protesta "pacifica
e civile" dello sciopero della fame, se non sara' abolito il 41 bis,
passeranno "a forme piu' drastiche". Accusano gli "avvocati meridionali"
eletti al Parlamento che prima deprecavano il 41 bis ma ora non dicono una
parola contro di esso. Il 22 dicembre allo stadio di Palermo compare uno
striscione con la scritta: "Uniti contro il 41 bis. Berlusconi dimentica la
Sicilia" ("Narcomafie" 2002, 2003). Con la legge 23 dicembre 2002, n. 279,
il 41 bis e' entrato definitivamente nel nostro ordinamento e i mafiosi
detenuti non ci stanno a rassegnarsi al carcere a vita e alle restrizioni
del carcere duro, richiamano esplicitamente o implicitamente patti non
onorati e promesse non mantenute (dall'abolizione dell'ergastolo alla
revisione dei processi), ma le minacce non hanno avuto seguito. Un decennio
di pax mafiosa non vuol dire che Cosa Nostra abbia deposto definitivamente
le armi. I segnali inviati dagli stragisti detenuti potrebbero essere le
avvisaglie di una ripresa della conflittualita' interna e di una nuova
offensiva rivolta contro uomini delle istituzioni.
*
Riferimenti bibliografici
- Alongi Giuseppe, La maffia, Sellerio, Palermo 1977.
- Arlacchi Pino, Gli uomini del disonore. La mafia siciliana nella vita del
grande pentito Antonino Calderone, Mondadori, Milano 1992; Addio Cosa
Nostra. La vita di Tommaso Buscetta, Rizzoli, Milano 1994.
- Dino Alessandra, Mutazioni. Etnografia del mondo di Cosa Nostra, La Zisa,
Palermo 2002.
- Falcone Giovanni in collaborazione con Padovani Marcelle, Cose di Cosa
Nostra, Rizzoli, Milano 1991.
- Franchetti Leopoldo, Condizioni politiche e amministrative della Sicilia,
Donzelli, Roma 1993.
- Gambetta Diego, La mafia siciliana. Un'industria della protezione privata,
Einaudi, Torino 1992.
- Lupo Salvatore, Il tenebroso sodalizio. Un rapporto sulla mafia
palermitana di fine Ottocento, in "Studi storici", 1988, n. 2, pp. 463-489.
- "Narcomafie", n. 10, ottobre 2002, Cronologia luglio 2002, pp. 60-61; n.
3, marzo 2003, Cronologia dicembre 2002, p. 67.
- Paoli Letizia, Fratelli di mafia. Cosa Nostra e 'Ndrangheta, il Mulino,
Bologna 2000.
- Sangiorgi Ermanno, Rapporto dell'8 novembre 1898, in Archivio centrale
dello Stato, fondo Ministero degli Interni, Direzione generale di Ps, atti
speciali (1898-1940), busta 1, fasc. 1, pp. 9-10.
- Santino Umberto, La cosa e il nome. Materiali per lo studio dei fenomeni
premafiosi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2000; Mafia e maxiprocesso: dalla
"supplenza" alla "crisi della giustizia", in AA. VV., Gabbie vuote. Processi
per omicidio a Palermo dal 1983 al maxiprocesso, F. Angeli, Milano 1992, pp.
97-178.
- Schneegans Augusto, La Sicilia nella natura, nella storia e nella vita,
Barbera, Firenze 1890, ristampato da Edizioni Giada, Palermo 1990.
- Schneider Jane, La vigilanza delle vergini, La Luna, Palermo 1987.
- Tribunale di Palermo, Ufficio istruzione processi penali, giudice
istruttore Giovanni Falcone, Processo verbale di interrogatorio
dell'imputato Buscetta Tommaso, Palermo 1984.

5. RIFLESSIONE. LUCIANO BENINI: UN IMPEGNO COMUNE CONTRO LA MINACCIA
NUCLEARE
[Ringraziamo Luciano Benini (per contatti: luciano.benini at tin.it) per questo
intervento.
Luciano Benini, gia' presidente del Movimento Internazionale della
Riconciliazione (Mir-Ifor), da sempre impegnato in molte attivita' e
iniziative di pace e di solidarieta', e' una delle persone piu' prestigiose
dei movimenti nonviolenti in Italia.
Alessandro Zanotelli (per contatti: alex.zanotelli at peacelink.it),
missionario comboniano, ha diretto per anni la rivista "Nigrizia" conducendo
inchieste sugli aiuti e sulla vendita delle armi del governo italiano ai
paesi del Sud del mondo, scontrandosi con il potere politico, economico e
militare italiano: rimosso dall'incarico e' tornato in Africa a condividere
per molti anni vita e speranze dei poveri, solo recentemente e' tornato in
Italia; e' direttore responsabile della rivista "Mosaico di pace" promossa
da Pax Christi; e' tra i promotori della "rete di Lilliput" ed e' una delle
voci piu' prestigiose della nonviolenza nel nostro paese. Tra le opere di
Alessandro Zanotelli: La morte promessa. Armi, droga e fame nel terzo mondo,
Publiprint, Trento 1987; Il coraggio dell'utopia, Publiprint, Trento 1988; I
poveri non ci lasceranno dormire, Monti, Saronno 1996; Leggere l'impero. Il
potere tra l'Apocalisse e l'Esodo, La meridiana, Molfetta 1996; Sulle strade
di Pasqua, Emi, Bologna 1998; Inno alla vita, Emi, Bologna 1998; Ti no ses
mia nat par noi, Cum, Verona 1998; La solidarieta' di Dio, Emi, Bologna
2000; R...esistenza e dialogo, Emi, Bologna 2001; (con Pietro Ingrao), Non
ci sto!, Piero Manni, Lecce 2003; (con Mario Lancisi), Fa' strada ai poveri
senza farti strada. Don Milani, il Vangelo e la poverta' nel mondo d'oggi,
Emi, Bologna 2003; Nel cuore del sistema: quale missione? Emi, Bologna 2003;
Korogocho, Feltrinelli, Milano 2003. Opere su Alessandro Zanotelli: Mario
Lancisi, Alex Zanotelli. Sfida alla globalizzazione, Piemme, Casale
Monferrato (Al) 2003]

Va preso molto sul serio l'appello di Alex Zanotelli sul pericolo di una
guerra nucleare in Iran. Alex si rivolge direttamente ai movimenti di cui
faccio parte da decenni (Mir, Movimento Nonviolento, Pax Christi...):
proprio la storia di questi movimenti sta li' a dire che non si puo' entrare
nel sottile gioco della "guerra no, ma ...". Il no alla guerra, e alla sua
preparazione, o e' senza se e senza ma o diventa sempre possibile trovare
una giustificazione plausibile.
Quanto all'allarme atomico, il bollettino degli scienziati atomici americani
riporta in copertina, ormai dagli anni '50, le lancette dell'orologio che
con la loro distanza dalla mezzanotte ci indicano quanto siamo vicini o
lontani dal pericolo della guerra nucleare. Non so che ora indichi l'ultimo
numero della rivista, ma certo ormai da molto tempo il rischio che corriamo
e' grande.
Noi, movimenti nonviolenti, tutti i giorni lavoriamo, parliamo, scriviamo,
facciamo scelte contro la guerra e la sua preparazione, gli eserciti e le
spese militari. Certo, sono importanti anche i gesti simbolici, le scelte
forti (penso al carissimo amico Turi Vaccaro), ma credo occorra scavare in
profondita' tutti i giorni per estirpare, dal cuore dell'essere umano e
dalle scelte politiche, ogni idea che la violenza possa servire a risolvere
qualcosa.
Quando negli anni '70 dicevamo che c'era una profonda connessione fra
nucelare civile e nucleare militare, e che imboccare la strada dell'"atomo
pacifico" avrebbe aperto le porte alle armi nucleari, non venivamo
ascoltati. Oggi l'Iran, che naviga nel petrolio e che potrebbe impostare il
proprio futuro sul sole, sceglie il nucleare. E gli Stati Uniti, che hanno
decine di centrali nucleari e centinaia di migliaia di bombe nucleari, si
ergono a paladini della non proliferazione.
Ciascuno di noi continui e rafforzi il suo impegno nonviolento. Lo faccia
Alex, e facciamolo tutti noi cristiani, nei confronti di una Chiesa che
sembra preoccupata di tante cose ma non di cio' che veramente, come diceva
l'indimenticabile teologo Bernhard Haering, puo' insidiare il seme dell'uomo
sulla terra, la guerra. Facciamolo tutti nei confronti del nuovo governo,
che riesca a capire che il futuro e' nella pace e nella cooperazione fra i
popoli, non nella continua lotta, armata e non, per prevalere sugli altri.

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1305 del 24 maggio 2006

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