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La nonviolenza e' in cammino. 1328



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1328 del 16 giugno 2006

Sommario di questo numero:
1. L'inverosimile
2. Giuseppe Ugo Rescigno: Il duce elettivo e l'ancella del duce
3. Luciano Violante: Dodici tesi sulle mafie italiane (1994)
4. Giancarlo Caselli: Due sistemi
5. Domenico Gallo presenta "Scelgo la Costituzione" di autori vari
6. Riletture: Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo
7. La "Carta" del Movimento Nonviolento
8. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. L'INVEROSIMILE

"Non mi veniva lontanamente nel pensiero che l'Italia potesse farsi togliere
dalle mani la liberta' che le era costata tanti sforzi e tanto sangue e si
teneva dalla mia generazione un acquisto per sempre. Ma l'inverosimile
accadde e il fascismo, anziche' essere un fatto transitorio, getto' radici e
rassodo' il suo dominio". Cosi' ebbe a scrivere Benedetto Croce (nella
postilla del 1950 al Contributo alla critica di me stesso del '15, ora nella
bella, preziosa riedizione della sua antologia personale Filosofia poesia
storia, Ricciardi '51, poi Adelphi '96 e adesso Biblioteca Treccani 2006, a
p. 1172 del secondo volume).
*
Il referendum del 25-26 giugno costituisce l'evento politico piu' importante
per il nostro paese dal 1948 ad oggi: e' imperativo che sia respinto il
colpo di stato; e' imperativo che vinca il "no" al progetto eversivo
costituito dalla cosiddetta "riforma" berlusconiana.
"Ciascuno umilmente s'informi", ed ogni persona faccia la sua parte per
difendere la Costituzione democratica, per difendere lo stato di diritto,
per difendere le liberta' di tutti, per opporsi al fascismo che torna.

2. REFERENDUM. GIUSEPPE UGO RESCIGNO: IL DUCE ELETTIVO E L'ANCELLA DEL DUCE
[Dal sito dell'Associazione nazionale dei giuristi democratici
(www.giuristidemocratici.it) riprendiamo il seguente intervento di Giuseppe
Ugo Rescigno alla conferenza su "Le ragioni del 'no' nel referendum
costituzionale del 25-26 giugno 2006" svoltasi a Roma il 31 maggio 2006,
intervento dal titolo originale completo "Il Primo ministro come duce
elettivo e la Camera dei deputati come ancella del duce (a proposito della
riforma costituzionale oggetto di referendum approvativo)". Giuseppe Ugo
Rescigno, illustre giurista, docente di diritto pubblico e di diritto
costituzionale presso la facolta' di giurisprudenza dell'Universita "La
Sapienza" di Roma, e' autore di numerose pubblicazioni]

Data la divisione dei compiti tra Azzariti, Stammati e me, trattero'
soltanto del rapporto tra Primo ministro e Camera dei deputati.
Prima di entrare nel merito del tema conviene riscoprire l'ombrello (o
l'acqua calda, come piu' piace).
E' del tutto evidente, senza bisogno di dimostrazione, che, dati due
soggetti A e B, titolari ciascuno di una carica pubblica, se la permanenza
nella carica di uno dipende dalla volonta' dell'altro, il primo dipende dal
secondo.
Infatti e' pacifico che nella forma di governo chiamata parlamentare il
fatto che l'assemblea rappresentativa, togliendo la fiducia, abbia il potere
di rimuovere il governo costituisce l'arma decisiva e la prova definitiva
che il governo dipende dalla assemblea rappresentativa, e, mediante tale
dipendenza, dipende in ultima istanza dal corpo elettorale che ha eletto
l'assemblea.
Che poi tale dipendenza, essendo legata alla responsabilita' politica, si
traduca nel suo inverso, e cioe' nel potere di direzione del governo nei
confronti della assemblea, e' a sua volta determinato dal fatto che il
governo e' espressione della maggioranza politica della assemblea, e' cioe'
quel collegio che comprende coloro che la maggioranza ritiene piu' adatti a
formulare e guidare la politica generale del Paese, ma non toglie la
dipendenza: in ogni momento quella stessa maggioranza, o una nuova
maggioranza, puo', se vuole, far cadere il governo.
E' un meccanismo complesso, apparentemente contraddittorio, perche' tiene
insieme dipendenza e direzione del dipendente, ma razionale dati gli scopi
per i quali e' stato forgiato dalla esperienza, e proprio per questo
presente anche in altri contesti: si pensi all'amministratore delegato di
una grande o piccola impresa, che viene eletto e revocato dagli azionisti e
quindi dipende da questi, ma viene eletto proprio per dirigere l'impresa (e
quindi anche gli azionisti).
Tornando al rapporto tra l'organo governo e l'organo parlamentare, si
istituisce e si garantisce in tal modo una effettiva dialettica tra le due
istituzioni, dialettica che in Europa ha oltre due secoli di storia, ha dato
complessivamente, nonostante i molti inconvenienti e le sempre possibili
degenerazioni, prove senza paragone migliori di altre forme di governo
sperimentate, ritorna anche in quella forma di governo che viene dai piu'
distinta da quella parlamentare, e cioe' quella semipresidenziale francese,
come si vede con piena evidenza nei periodi cosiddetti di coabitazione.
Si tratta di un meccanismo che da un lato stabilisce la dipendenza del
governo nei confronti del parlamento, perche' il parlamento puo' scacciare
il governo in carica e costituirne uno nuovo, dall'altro pero' stabilisce la
dipendenza del parlamento nei confronti del governo, perche' e' il governo
che, grazie alla sua responsabilita' politica, fino a che resta in carica,
guida ed orienta anche il parlamento.
Parallelamente, in modo diverso, il gioco dei pesi e contrappesi si
manifesta negli Usa. In questo Paese, e cioe' nella forma paradigmatica di
governo presidenziale, a garanzia e riprova della totale indipendenza di
ordine costituzionale tra Congresso e Presidente degli Usa, ne' il Congresso
puo' determinare la fine anticipata del mandato presidenziale (l'impeachment
e' uno strumento di ordine penale e non politico), ne' il Presidente puo'
determinare lo scioglimento anticipato di una delle due Camere.
*
Il progetto di riforma costituzionale sul quale siamo chiamati a votare, con
un unicum nella storia costituzionale di Paesi comparabili al nostro,
costruisce in modo ossessivo e sistematico un rapporto nel quale l'assemblea
rappresentativa del popolo dipende totalmente dal Primo ministro eletto
direttamente anch'esso dal corpo elettorale.
Comincio con l'unico caso nel quale sembra, e qualcuno sostiene, che si
abbia ancora una dipendenza del Primo ministro, e con lui dell'organo
Governo, dalla assemblea. Si tratta del caso previsto dal quinto comma
dell'art. 94 (seguo la numerazione finale del testo proposto).
E' previsto che la Camera determini la decadenza del Primo ministro e non
venga contestualmente sciolta se si danno tutte le seguenti condizioni: 1)
la mozione di sfiducia deve essere approvata col voto determinante (e cioe'
non integrabile da altri deputati della minoranza) dei soli deputati facenti
parte della originaria maggioranza; 2) la mozione deve essere approvata con
la maggioranza assoluta calcolata sui componenti della Camera.
E' evidente che si tratta di una foglia di fico per nascondere la portata,
questa si' effettiva e dirompente, delle altre regole in materia: immaginare
un primo ministro eletto direttamente dal corpo elettorale che ha perso
durante la sua carica tutti i suoi deputati, cosicche' diventa necessario
per la sua originaria maggioranza designare compatta un nuovo capo,
significa prendere per i fondelli qualunque persona di buon senso.
L'ipotesi descritta nella disposizione sopra esaminata si applichera' solo
nel caso, improbabile per non dire impossibile, di un primo ministro
divenuto pazzo e irresponsabile: essa non disciplina un meccanismo
costituzionale normale, ma si preoccupa di un caso assolutamente anormale,
improbabile, talmente eccezionale da rimanere sullo sfondo come ipotesi di
scuola.
Vediamo allora come funziona il meccanismo normale: il Presidente della
Repubblica deve sciogliere la Camera (e' un atto dovuto) nei casi seguenti:
1) se lo chiede il Primo ministro, "che ne assume la esclusiva
responsabilita'", come dice il testo, per ribadire, oltre ogni dubbio, che
la decisione spetta solo a lui; 2) nel caso di morte o impedimento
permanente del Primo ministro; 3) nel caso di dimissioni del Primo ministro,
quali che siano le ragioni che lo hanno indotto a dimettersi; 4) nel caso in
cui il Primo ministro abbia posto la questione di fiducia, e la maggioranza
originaria della Camera (si noti bene) abbia votato in senso negativo
(questa ipotesi e' una variante della precedente, perche' un tale voto
negativo della maggioranza originaria determina di diritto l'obbligo di
dimissioni del Primo ministro e il conseguente scioglimento della Camera).
Anche in questi quattro casi si applica, stando alla lettera del testo, il
meccanismo prima esaminato a proposito della mozione di sfiducia che
eventualmente la Camera volesse approvare contro il Primo ministro.
Se il Primo ministro chiede lo scioglimento, oppure muore, oppure e'
impedito permanentemente, oppure si e' dimesso (o spontaneamente o perche'
e' obbligato a dimettersi in caso di sconfitta sulla questione di fiducia),
la maggioranza originaria della Camera puo' evitare, entro venti giorni, lo
scioglimento della Camera purche' si diano le stesse condizioni prima
esaminate, e cioe': 1) la designazione di un nuovo primo ministro; 2) il
voto favorevole dei soli deputati della originaria maggioranza, con appello
nominale; 3) il raggiungimento della maggioranza assoluta.
Un meccanismo, come gia' detto, talmente improbabile da essere di fatto
impossibile e dunque una foglia di fico per nascondere le altre ipotesi
nelle quali il potere del Primo ministro nei confronti della Camera, ed
anzitutto della originaria maggioranza, e' effettivo, garantito, totale.
*
La dipendenza della Camera dalla volonta' politica del Primo ministro e' nei
fatti assoluta, senza alcun controllo o contrappeso degno di questo nome. Si
noti bene: e' assoluta non per ragioni politiche reali, e cioe' perche'
effettivamente il primo ministro gode di tanta autorevolezza da ottenere
spontaneamente il consenso dei deputati della maggioranza, ma perche'
garantita da regole costituzionali rigide, quali che siano le intenzioni e
le propensioni politiche dei deputati.
C'e' da chiedersi a questo punto che senso ha spendere tanti milioni di euro
per un apparato costoso e complesso come quello della Camera se qualunque
decisione significativa e' e resta quella del solo Primo ministro, alla
quale o la maggioranza originaria da' l'assenso o viene mandata a casa; come
e' possibile immaginare una qualche dialettica tra Primo ministro e Camera
se le minoranze non contano letteralmente nulla (il loro voto nelle
questioni decisive prima descritte e' come se non esistesse, e dunque nei
fatti non conta mai ogni qual volta c'e' un qualche dissenso con la
maggioranza, e cioe' quasi sempre), e la maggioranza sa che in ogni momento
il Primo ministro puo' determinare la fine della assemblea, cosicche' la sua
presunta liberta' di decisione esiste solo nei limiti e nei casi nei quali
il Primo ministro benevolmente la permette.
Date queste regole, a che serve un parlamento? A spendere tanti soldi per
vedere i presunti rappresentati del popolo che, se maggioranza, dicono
servilmente sempre si' alle decisioni del capo, oppure, se perpetuamente e
sempre minoranze, dicono inutilmente no e spendono pateticamente i loro
discorsi inutili? Tutto si riduce ogni cinque anni, o quando piacera' al
capo, a scegliere un nuovo capo oppure a riconfermare il sostegno
plebiscitario al vecchio capo? A questo si riduce la democrazia?
*
Io non conosco mostri costituzionali simili a questo, e non li conosco e
credo che nessuno possa conoscerli perche' con questa scandalosa proposta
vengono negati due secoli e passa di costituzionalismo. Da Locke e
Montesqiueu in poi c'e' un filo rosso costante che segna il
costituzionalismo moderno, liberale o democratico o liberaldemocratico che
sia: la divisione dei poteri, e cioe' un principio in base al quale i poteri
hanno da essere piu' di uno e nessuno deve prevalere sugli altri, affinche'
il potere arresti il potere quando questo deborda, e vi siano pesi e
contrappesi, e venga impedita la concentrazione del potere politico in un
solo organo.
Questo e' stato e resta il compito di tutte le costituzioni (e qui possiamo
anche tralasciare l'aggettivo moderne, perche' non per caso le costituzioni
scritte cominciano con la divisione dei poteri, e quindi sono moderne per
definizione).
Invece il testo che ci viene proposto, per quanto riguarda l'indirizzo
politico nazionale e la conseguente attivita' legislativa e amministrativa,
conosce un solo potere senza alcun contrappeso: quello del Primo ministro,
che comanda a suo piacimento sulla assemblea rappresentativa.
*
Per raggiungere questo risultato e blindarlo contro ogni possibile limite (e
cioe' contro un qualunque potere di controllo di qualcuno sul Primo
ministro) viene inventata ed introdotta una disposizione che, per quanto
pensata, scritta e difesa dai redattori e dalla maggioranza parlamentare
trascorsa, appare incredibile e ancora oggi mi stropiccio gli occhi per
convincermi che esiste effettivamente: i parlamentari non sono piu' eguali,
e cioe' egualmente rappresentativi della Nazione (come pure continua
ipocritamente a proclamare l'art. 67, con una contraddizione evidente
all'interno del medesimo testo), ma si dividono in parlamentari di serie A e
parlamentari di serie B: vi sono quelli che hanno il potere, alle condizioni
previste, di sfiduciare il Primo ministro e sostituirlo con un altro (fermo
restando che si tratta di un meccanismo apparente, ed apparente proprio
perche' limita questa possibilita' solo ad alcuni parlamentari e la nega
agli altri), e tutti gli altri che invece non hanno questo potere, qualunque
cosa decidano, perche' i loro voti non contano nulla, e' come se non
esistessero.
Ma anche i partiti, le formazioni sociali, i cittadini si dividono in forze
di serie A e forze di serie B: stanno nella serie A quelle che hanno
indovinato il capo vittorioso, vengono condannate alla serie B quelli che
hanno sbagliato cavallo. Ne viene sconvolta ogni possibile dinamica
democratica: per cinque anni (o per il periodo minore che il Primo ministro
decidera' sovranamente) una maggioranza coatta, che deve votare compatta
dietro il suo capo, puo' fare quello che vuole, senza alcun contrappeso
delle minoranze, e puo' acquisire nei cinque anni, con tutti quegli infiniti
modi di cui sono piene le cronache (a cominciare dall'uso partigiano delle
risorse pubbliche), tanto di potere da rendere illusorio ogni ricambio.
Se poi comunque ricambio ci sara' ugualmente, si trattera' di passare da un
dittatore eletto ad un altro dittatore eletto: la vita politica resta quella
di prima, e cioe' ingessata e bloccata.
*
Il colpo mortale maggiormente distruttivo viene portato alla partecipazione
politica di massa. Che la Costituzione originaria avesse (e continui ad
avere in alcuni articoli della prima parte, a cominciare dal fondamentale
art. 49, sulla partecipazione di tutti i cittadini, mediante i partiti, alla
determinazione della politica nazionale) come valore fondamentale quello
della partecipazione e' troppo noto per avere bisogno qui di una ulteriore
illustrazione.
Che la partecipazione attiva, consapevole, organizzata, capillare, continua,
sia un risultato difficile, che molteplici fattori tendono a distruggere, e'
altrettanto noto. Che il diritto, e le costituzioni in particolare, possano
assecondare e favorire (e mai garantire) la partecipazione, o viceversa
avversarla, renderla difficile, ostacolarla, e' altrettanto noto.
La riforma che ci viene proposta e' la piu' distruttiva che io conosca
rispetto al valore della partecipazione: esaltando l'uomo della provvidenza,
e cioe' il duce elettivo, riduce il popolo ad una massa amorfa che ogni
cinque anni, con i suoi applausi, conferma il vecchio duce o ne elegge uno
nuovo.
*
Strettamente legata alla elezione diretta di un tale Primo ministro, ed
altrettanto nemica della partecipazione, e' la legislazione elettorale che
implicitamente, ma necessariamente, il nuovo testo richiede. Non bisogna
farsi ingannare dalle apparenze: nella riforma non viene detto
esplicitamente a quali principi si deve attenere la legge elettorale, ma
tutte le disposizioni sul Primo ministro e sulla individuazione della
maggioranza nelle elezioni comportano che solo un tipo di sistema elettorale
e' possibile, e tutti gli altri sono vietati.
Deve essere un sistema elettorale che lega strettamente la elezione del
Primo ministro alla elezione della sua maggioranza, sia nel senso che
debbono essere contestuali, sia nel senso che deve essere esplicito e
vincolante il legame tra candidato a Primo ministro e coalizioni che lo
sostengono, sia nel senso che il voto al Primo ministro non e' scindibile da
quello alla coalizione che lo sostiene, sia infine (e non va sottovalutato)
che la legge elettorale deve prevedere la possibilita' di coalizioni, e
cioe' di alleanze preventive e formalizzate tra piu' partiti (non potremmo
avere ad esempio il sistema tedesco, ma presente in quasi tutti i sistemi
elettorali degni di questo nome, che prevede invece solo liste di partito).
Questo significa, contro false rappresentazioni, che il nuovo testo codifica
il bipolarismo contro sia il bipartitismo sia il multipartitismo: rende in
pratica impossibile il bipartitismo, perche', come e' ovvio, nessun partito
tentera' mai di correre da solo contro una coalizione, e tutti saranno
costretti, come sta accadendo, in due coalizioni (con un totale
stravolgimento della dialettica politica, nella quale col sistema delle
coalizioni politicamente necessarie prevalgono ricatti e veti incrociati tra
forze politiche, anche minime, che sono costrette a rimanere insieme se non
vogliono perdere).
Per la stessa ragione rende impraticabile un gioco reale e produttivo del
multipartitismo, perche' i molti partiti sono costretti a chiudersi in non
piu' di due coalizioni.
Il nuovo testo costituzionale rende, nella sostanza, immodificabile
l'attuale legge elettorale, e questo legame tra una Costituzione, che deve
durare nel tempo, ed una legge elettorale che e' stata pensata in funzione
di una situazione politica contingente, e' uno tra non gli ultimi motivi per
respingere decisamente questa riforma costituzionale, o meglio questa nuova
costituzione contraria non solo a tutti i valori costituzionali della
Costituzione del 1947, ma anche a qualunque valore del costituzionalismo
degli ultimi due secoli e mezzo.

3. RIFLESSIONE. LUCIANO VIOLANTE: DODICI TESI SULLE MAFIE ITALIANE (1994)
[Riproponiamo questo utile testo. Le "dodici tesi" seguenti sono estratte da
Luciano Violante, Non e' la piovra. Dodici tesi sulle mafie italiane,
Einaudi, Torino 1994. Un libro di notevole qualita' didattica per chiarezza
e precisione espositiva, la cui lettura caldamente raccomandiamo ancor oggi,
dodici anni dopo. In esso Violante sintetizzava efficacemente alcune
basilari cognizioni ed alcune proposte interpretative e d'intervento,
mettendo a frutto le sue esperienze ed i suoi studi, e particolarmente
l'esperienza fatta come presidente della Commissione parlamentare antimafia
(come e' noto, e' stato sotto la sua presidenza e per suo decisivo impegno
che la Commissione produsse tra l'altro la fondamentale relazione su "mafia
e politica" approvata il 6 aprile 1993, e quella su "camorra e politica"
approvata il 21 dicembre 1993). Luciano Violante magistrato, parlamentare,
gia' presidente della Commissione parlamentare antimafia (che sotto la sua
presidenza diede un contributo notevole alla lotta contro i poteri
criminali), e gia' presidente della Camera dei Deputati. Tra le opere di
Luciano Violante segnaliamo particolarmente: La mafia dell'eroina, Editori
Riuniti, Roma; sua e' la relazione della Commissione parlamentare antimafia
su Mafia e politica, Laterza, Roma-Bari; I corleonesi, L'Unita', Roma; Non
e' la piovra, Einaudi, Torino (un testo sintetico e di grandissima
utilita'); ha curato (e pubblicato presso Laterza) i tre rapporti annuali
sulla mafia: Mafia e antimafia. Rapporto '96; Mafia e societa' italiana.
Rapporto '97; I soldi della mafia. Rapporto '98; sua la cura del ponderoso
volume su La criminalita', volume 12 degli Annali della Storia d'Italia,
Einaudi, Torino; segnaliamo inoltre Il ciclo mafioso, Laterza, Roma-Bari
2002; Un mondo asimmetrico, Einaudi, Torino 2003. Dal sito
www.lucianoviolante.it riportiamo alcuni stralci di un'ampia notizia
biografica: "Luciano Violante e' professore ordinario di istituzioni di
diritto e procedura penale presso l'Universita' di Camerino. Deputato dei
Ds-l'Ulivo di Torino, e' nato il 25 settembre 1941 a Dire Daua in Etiopia
dove il padre, giornalista e comunista, dovette emigrare. La famiglia fu poi
internata dagli inglesi in un campo di concentramento, dove Luciano Violante
nacque e rimase sino a tutto il 1943. Laureato in giurisprudenza a Bari nel
1963, entra in magistratura nel 1966. Nel 1970 diviene libero docente di
diritto penale presso l'Universita' di Torino dove dal 1974 al 1981 e'
professore incaricato di istituzioni di diritto pubblico. E' giudice
istruttore a Torino sino al 1977. Dal 1977 al 1979 lavora presso l'ufficio
legislativo del Ministero della Giustizia, occupandosi prevalentemente della
lotta contro il terrorismo. E' deputato dal 1979, prima nelle liste del Pci,
partito al quale si iscrive nello stesso anno, poi in quelle del Pds e
quindi dei Ds-l'Ulivo. Nel 1983 vince la cattedra di istituzioni di diritto
e procedura penale e si dimette dalla magistratura. Dal 1980 al 1987 e'
responsabile per le politiche della giustizia del Pci, di cui diviene poi
vicepresidente del gruppo parlamentare. Ha fatto parte della Commissione
d'inchiesta sul caso Moro, della Commissione antimafia, del Comitato
parlamentare per i servizi di sicurezza, della Commissione per la riforma
del codice di procedura penale, della Commissione Giustizia e della Giunta
per il Regolamento della Camera dei Deputati. E' presidente della
Commissione Antimafia dal settembre 1992 al marzo 1994. Dal 1994 al 1996 e'
vicepresidente della Camera dei Deputati. Il 10 maggio 1996 viene eletto
presidente della Camera dei Deputati per la XIII Legislatura. Nella XIII
Legislatura la Presidenza della Camera dei Deputati e' impegnata nella
trasparenza, nella modernizzazione, nell'apertura alla societa' e nella
proiezione internazionale di Montecitorio. (...) Il 31 maggio 2001 viene
eletto presidente del gruppo Ds-l'Ulivo della Camera dei Deputati. Ha
pubblicato, nel 1994 con Einaudi Non e' la piovra. Nel 1995 con Bollati e
Borighieri la Cantata per i bambini morti di mafia. Ha curato i volumi
Dizionario delle istituzioni e dei diritti del cittadino, Editori Riuniti,
1996; Mafie e antimafia - Rapporto 1996, Mafia e societa' italiana -
Rapporto 1997, I soldi della mafia - Rapporto 1998, Laterza. Per Einaudi ha
curato inoltre il volume degli Annali della Storia d'Italia La criminalita',
1997, e il volume Legge Diritto Giustizia, 1998, della stessa collana. Per
Mondadori ha pubblicato il libro L'Italia dopo il 1999, la sfida per la
stabilita', 1998. Nei Saggi di Laterza il volume Le due liberta'. Contributo
per l'identita' della sinistra, 1999. E' autore del saggio L'evoluzione
delle Istituzioni Parlamentari, pubblicato ne Il Caso Italiano 2 - 2001,
Garzanti (traduzione dei volumi 'Italy: resilient and vulnerable' della
rivista 'Daedalus' dell'American Academy of Arts and Sciences). Ha curato
per Einaudi il volume degli Annali della Storia d'Italia Il Parlamento,
pubblicato nell'ottobre 2001. Per Laterza ha pubblicato, nel maggio 2002, Il
ciclo mafioso. Per Garzanti, nel giugno 2002, ha pubblicato, in
collaborazione con i professori Carlo Federico Grosso e Guido Neppi Modona,
il manuale di diritto e procedura penale Giustizia penale e poteri dello
Stato. Nel 2003 ha pubblicato per Einaudi Un mondo asimmetrico"]

Tesi 1. La mafia non e' una piovra, ne' un cancro. Non e' ne' misteriosa ne'
invincibile. Per combatterla efficacemente e per vincerla occorrono analisi
razionali. E' fatta di uomini, danaro, armi, relazioni politiche e relazioni
finanziarie. E' costituita essenzialmente da tre grandi organizzazioni
criminali, Cosa Nostra, 'ndrangheta e camorra, e da un'organizzazione
minore, la Sacra Corona Unita, che e' radicata in Puglia. Queste
organizzazioni hanno in comune il controllo del territorio, i rapporti con
la politica e l'internazionalizzazione. Questo le differenzia dalle comuni
forme di criminalità organizzata.
*
Tesi 2. La principale organizzazione mafiosa e' Cosa Nostra, con circa 5.000
affiliati. Ha un esteso radicamento sociale, un'organizzazione paramilitare,
illimitate disponibilita' finanziarie. Controlla minuziosamente il
territorio sul quale opera. La sua forza e' determinata dal rapporto con la
politica. La regola fondamentale e' l'utilitarismo. La strategia e'
costituita dall'espansione illimitata. Cosa Nostra e' uno Stato nello Stato
e agisce come una componente eversiva armata.
*
Tesi 3. La camorra agisce prevalentemente in Campania; e' costituita da
centinaia di bande, con quasi 7.000 affiliati, che si compongono e si
scompongono con grande facilita', a volte pacificamente, altre volte con
scontri sanguinosi. La camorra ha una storia antichissima e un carattere
prevalentemente mercenario. Ha manifestato una grande capacita' di
condizionamento dell'economia e delle amministrazioni locali.
*
Tesi 4. La mafia calabrese si chiama 'ndrangheta. Essa ha caratteristiche
proprie che la fanno apparire anomala tanto rispetto a Cosa Nostra quanto
rispetto alla camorra. Mantiene aspetti arcaici insieme a innovazioni di
straordinaria modernita'. Ha il quasi monopolio del traffico d'armi, conta
circa 5.600 affiliati, sul proprio territorio riesce a mantenere livelli di
impunita' elevatissimi, superiori a quelli di Cosa Nostra. E'
l'organizzazione mafiosa piu' presente nel nord del Paese.
*
Tesi 5. La Puglia e' il "cortile di casa" delle tre mafie principali. Vi
operano diverse forme di criminalita' organizzata di tipo mafioso; la piu'
importante e' la Sacra Corona Unita. Essa trae origine dal mutamento
strutturale di organizzazioni malavitose locali venute a contatto, agli
inizi degli anni Ottanta, con la Nuova Camorra Organizzata di Cutolo e,
grazie al soggiorno obbligato, con esponenti di Cosa Nostra. E' un tipico
esempio di crescita incontrastata di un'organizzazione mafiosa che avrebbe
potuto essere bloccata con una ordinaria e tempestiva azione giudiziaria e
di polizia. Il fenomeno, nonostante le reiterate denunce della Commissione
antimafia, a partire dalla prima meta' degli anni Ottanta, ha potuto
espandersi senza ostacoli sino a raggiungere una pericolosita'
considerevole.
*
Tesi 6. Il carcere costituisce per le organizzazioni mafiose il
prolungamento del loro territorio. Non c'e' alcuna possibilita' di sconfitta
della mafia se non si attua una rigida separazione tra mafiosi detenuti e
mafiosi in liberta'. Percio' e' necessario mantenere l'efficacia
dell'articolo 41 bis dell'ordinamento penitenziario, che stabilisce
particolari controlli sui detenuti pericolosi.
*
Tesi 7. Il potere delle mafie moderne nasce essenzialmente da alcune grandi
decisioni pubbliche. Ci sono, al di la' della storia specifica di Cosa
Nostra e del suo ruolo ai tempi dello sbarco alleato in Sicilia, scelte
pubbliche di natura politica o economica, che hanno schiacciato il
Mezzogiorno, hanno premiato classi politiche dirigenti locali fragili e
delegittimate e sono state attuate con la tolleranza dei ceti
imprenditoriali.
Questo fenomeno ha prodotto l'integrazione della mafia nel sistema economico
e politico e ha dato luogo ad estese pratiche corruttive. La corruzione, nel
processo espansivo della mafia, si e' rivelata piu' importante del ricorso
alla violenza.
*
Tesi 8. Logge massoniche "deviate" costituiscono il tramite piu' frequente e
piu' sicuro nei rapporti tra mafia e istituzioni. Per mezzo di queste logge,
in particolare, la mafia cerca di "aggiustare" i processi che la riguardano.
Esponenti delle logge massoniche, a loro volta, hanno chiesto in diverse
occasioni la partecipazione di Cosa Nostra a vicende criminali ed eversive.
Il terreno d'incontro tra la mafia e queste logge e' costituito dai comuni
interessi antidemocratici.
*
Tesi 9. Le leggi contro la mafia ci sono. E' necessario apportare alcune
correzioni; ma in questa fase non servono altre leggi. Serve invece un forte
indirizzo politico per ottenerne dagli apparati dello Stato la piu' puntuale
osservanza. E' grave piuttosto che le leggi contro la mafia siano state
approvate solo dopo grandi omicidi, come se la classe politica dirigente
dovesse essere costretta dagli avvenimenti a fare queste leggi e non avesse
mai avuto una propria autonoma strategia antimafia. Tra le diverse leggi,
una delle piu' efficaci e' quella che stabilisce forti riduzioni di pena per
i cosiddetti "pentiti" inducendo i mafiosi a rompere l'omerta' e a
collaborare con lo Stato contro le organizzazioni di appartenenza.
*
Tesi 10. La Federazione Russa costituisce oggi, per la crisi economica, per
la fragilita' politica e per la difficolta' a darsi regole e farle
osservare, un nuovo terreno di insediamento delle grandi mafie dei diversi
Paesi, comprese le mafie italiane. Questi insediamenti possono arrecare
danni particolarmente gravi e inediti perche' la Russia e' una potenza
nucleare e perche' senza una radicale azione di contrasto, concertata tra
tutti i Paesi interessati, quel territorio potrebbe diventare una sorta di
colossale "citta' aperta" alle mafie di tutto il mondo.
*
Tesi 11. La mafia, grazie ad un volume di affari che si aggira attorno ai
69.000 miliardi l'anno, puo' distruggere il mercato sostituendo con i propri
imprenditori gli imprenditori onesti, rapinando le ricchezze nazionali,
inquinando irrimediabilmente il sistema bancario e finanziario. La difesa
del mercato dalle organizzazioni mafiose ha per la democrazia un valore
analogo alla difesa delle istituzioni dello Stato.
*
Tesi 12. Risultati definitivi nella lotta contro la mafia possono ottenersi
soltanto se all'azione repressiva contro le organizzazioni mafiose si
accompagnano interventi sociali per garantire i diritti fondamentali dei
cittadini. Sinora la lotta contro la mafia ha avuto un andamento pendolare
proprio perche' la repressione non e' stata affiancata da un'azione di
risanamento. I nostri successi saranno definitivi se sapremo rompere tutti i
rapporti tra mafia e politica e realizzare le riforme sociali. Accanto
all'antimafia dei delitti deve affermarsi l'antimafia dei diritti, fondata
sulla costruzione di condizioni economiche e sociali dignitose per tutti. La
mafia e' il nostro principale fattore di arretratezza.

4. REFERENDUM. GIANCARLO CASELLI: DUE SISTEMI
[Dal quotidiano "L'Unita'" dell'11 giugno 2006. Ci sia consentita minima una
glossa, l'incipit favolistico e marionettistico ha le sue regole iconiche e
narrative, ma naturalmente non sara' inutile ricordare ancora che il
fascismo comincio' con gli omicidi e fini' nell'ecatombe, e nulla di buono
vi fu e mai vi sara' di ascrivibile a un regime che s'impose coi pugnali ed
ebbe come esito la piu' tragica orgia di sangue della storia europea (p.
s.). Gian Carlo Caselli (Alessandria 1939), prestigioso magistrato impegnato
contro terrorismo e mafia, e' attualmente procuratore generale presso la
Corte d'appello di Torino; dal 1964 e' assistente volontario di Storia del
diritto italiano presso l'Universita' di Torino; entrato in magistratura nel
1967 ha cominciato sua carriera in magistratura a Torino come giudice
istruttore impegnato in indagini sul terrorismo, in particolare sulle
Brigate rosse; nel 1984 fa parte della Comissione per l'analisi del testo di
delega del nuovo codice di procedura penale, dal 1986 al 1990 e' stato
membro del Consiglio superiore della magistratura, nel 1991 e' consulente
della Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo e sulle cause
della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, ha diretto la
Procura di Palermo dal 1993 al 1999, dal 1999 al 2001 ha diretto il
Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, nel 2001 e' stato nominato
rappresentante a Bruxelles nell'organizzazione comunitaria contro la
criminalita' organizzata Eurojust; svolge anche un'intensa attivita'
pubblicistica su quotidiani e periodici. Opere di Gian Carlo Caselli: (con
Antonio Ingroia), L'eredita' scomoda, Feltrinelli, Milano 2001; Un
magistrato fuori legge, Melampo 2005; (con Raoul Muhm), Il ruolo del
Pubblico Ministero. Esperienze in Europa, Vecchiarelli, Manziana (Roma)
2005; (con Livio Pepino), A un cittadino che non crede nella giustizia,
Laterza, Roma-Bari 2005. Opere su Gian Carlo Caselli: Vincenzo Tessandori,
Ettore Boffano, Il procuratore, Baldini & Castoldi, Milano 1995; Riccardo
Castagneri, "I miei anni a Palermo". La verita' di Gian Carlo Caselli, Nuova
iniziativa editoriale, Roma 2006]

C'era una volta un signore che amava indossare (e far indossare) una divisa
confezionata in orbace nero. Ogni tanto si affacciava ad un balcone o
trebbiava il grano. E ogni volta gonfiava i muscoli e induriva le mascelle.
Voleva comandare tutto da solo.
Duro' circa vent'anni, durante i quali combino' anche qualcosa di buono
(difficile sbagliarle tutte in un cosi' lungo periodo...). Ma alla fine
porto' alla rovina il suo Paese: l'Italia.
Dopo i disastri del fascismo, gli italiani si dissero che bisognava
evitare - in futuro - che potesse ancora esserci un uomo solo al comando. Fu
cosi' che 556 eletti dal popolo, uomini e donne di diversi orientamenti
(democristiani e comunisti, socialisti e liberali, repubblicani e azionisti,
credenti e non...), si riunirono in un'assemblea costituente, lavorarono
sodo per 18 mesi e alla fine elaborarono insieme - raggiungendo un accordo
di altissimo livello - una legge-base: la Costituzione repubblicana del
1948.
Obiettivo della Costituzione e' tenere insieme liberta' ed eguaglianza,
mediante un progetto di stato condiviso da tutti, fondato su regole eguali
per tutti, senza che a prevalere siano rapporti di forza a vantaggio di
qualcuno. Il progetto e' quello di una democrazia emancipante, dove lo
status del cittadino comprende non solo il diritto di voto, ma pure il
diritto a condizioni di vita decorose: anche per i disoccupati, gli anziani,
i malati, i meno protetti. I principi di giustizia distributiva sono cosi'
principi codificati, consacrati nella carta fondamentale. Percio' le
politiche per realizzarli sono dovute, non piu' negoziabili.
Questa la novita' "rivoluzionaria" del costituzionalismo moderno. Una
novita' oggi in pericolo. Perche' si profilano diffusi tentativi di chiudere
questa stagione e di ritornare ad un vecchio modello: in forza del quale lo
status e le liberta' dei cittadini (e degli immigrati) tendono a dipendere
non tanto dalle regole, quanto piuttosto dai rapporti di forza. In questo
quadro va inscritta anche la tendenza, ormai diffusa, ad operare perche' la
Costituzione sia riformata.
In realta', la Costituzione vigente gode ancora di ottima salute. Essa
disegna un sistema in cui c'e' sempre qualcuno che controlla qualcun altro.
Pesi e contrappesi, per evitare - nel cupo ricordo delle tragedie causate
dalla dittatura fascista - la "primazia" (o supremazia) di un potere sugli
altri. Questo sistema democratico ha funzionato e chi ha avuto volta a volta
la maggioranza ha potuto governare come voleva. *
Eppure, e' di moda dire che la Costituzione e' un ferrovecchio, da cambiare.
Nella legislatura appena conclusa ci hanno pensato cinque "saggi". Riuniti
per pochi giorni in una baita di montagna, fra polenta e buon vino, hanno
escogitato varie novita, poi rapidamente approvate dalla maggioranza di
centrodestra. Il Capo dello Stato perde il potere di sciogliere le Camere.
Le Camere - alla fin fine - di fatto possono "licenziare" (sfiduciare) il
Presidente del Consiglio soltanto se lui e'... d'accordo. La Corte
costituzionale (pilastro a difesa dei diritti fondamentali di tutti gli
italiani) perde indipendenza rispetto al potere politico, perche' aumenta in
modo decisivo il numero dei componenti di nomina partitica. La camera dei
Deputati ed il Senato (regionale) sono organizzati, quanto a competenze e
funzionamento, in maniera piuttosto confusa, se non reciprocamente
paralizzante. Qualcuno ha sintetizzato con la parola "vattelapesca" quel che
potra' succedere in concreto.
In sostanza, e' la rivincita della politica - di una certa concezione della
politica - sulle regole e sul diritto. I controlli si riducono ed i poteri
si concentrano in poche mani. Torna a profilarsi l'ombra del governo di uno
solo. Un "ducetto", se vorra' esserlo. Ovviamente, che governi Romano Prodi
o Silvio Berlusconi o chiunque altro non cambia un bel niente: i pericoli,
per l'equilibrio costituzionale fra i poteri dello stato, rimangono gli
stessi.
C'e' poi il nocciolo duro della "devolution" italiana, cioe' la
ridefinizione del rapporto fra potesta' legislativa dello Stato e delle
Regioni, con attribuzione a queste ultime di competenza esclusiva in materia
di sanita', scuola e polizia amministrativa locale. Tale competenza potrebbe
essere attuata (sotto la spinta di fattori economici o volonta' politiche
contingenti) nel senso di una frantumazione dei sistemi sanitari e
scolastici, con forti differenze di prestazioni nelle varie regioni. Persino
con possibili discriminazioni tra residenti e non, a prescindere dalla
oggettiva gravita' delle patologie lamentate. La prospettiva e' quella di un
federalismo nemico dell'eguaglianza.
*
Il 25 giugno, andando a votare per il referendum che decidera' se confermare
o meno la riforma, si trattera' dunque di scegliere fra due sistemi: quello
della Costituzione vigente, che prevede una democrazia pluralista, e quello
della "nuova" Costituzione, che delinea - come si e' visto - uno scenario
diverso, con possibili ripercussioni sulla stessa idea di eguaglianza dei
cittadini. Due sistemi assai lontani, come assai lontani sono stati i metodi
praticati per arrivarci. Quale dei due sistemi e' meglio?

5. LIBRI. DOMENICO GALLO PRESENTA "SCELGO LA COSTITUZIONE" DI AUTORI VARI
[Dal quotidiano "Il manifesto" dell'11 giugno 2006. Domenico Gallo (per
contatti: domenico.gallo at tiscali.it), illustre giurista, e' nato ad Avellino
nel 1952, magistrato ed acuto saggista, gia' parlamentare, tra gli animatore
dell'Associazione nazionale giuristi democratici; tra i suoi scritti
segnaliamo particolarmente: Dal dovere di obbedienza al diritto di
resistenza, Edizioni del Movimento Nonviolento, Perugia 1985;
Millenovecentonovantacinque, Edizioni Associate, Roma 1999; (a cura di, con
Corrado Veneziano), Se dici guerra umanitaria. Guerra e informazione. Guerra
all'informazione, Besa, 2005; (a cura di, con Franco Ippolito), Salviamo la
Costituzione, Chimienti, Taranto 2006. Vari suoi scritti sono disponibili
nel sito www.domenicogallo.it]

"Il venticinque e ventisei giugno, sessanta anni dopo il glorioso 2 giugno
1946, il popolo italiano dovra' decidere di nuovo sul suo avvenire, sul suo
destino di nazione. La posta in gioco attiene alla qualita' della vita delle
donne e degli uomini che lo compongono, alle istituzioni che dovranno
regolare la sua esistenza. Le elettrici e gli elettori italiani dovranno
pronunziarsi sulla salvaguardia delle conquiste di civilta' sancite nella
Costituzione del 1948, sulle promesse che vi sono contenute, mantenute
finora solo in parte ma mai rinnegate, o, invece, sul rovesciamento dello
spirito e della lettera di quella che e' stata finora la legge fondamentale
della nostra Repubblica, sulla rottura sostanziale dell'unita' nazionale,
sulla liquidazione della solidarieta' economica, sociale e politica fra gli
italiani, sulla manipolazione fraudolenta della sovranita' popolare, sulla
mistificazione della rappresentanza e conseguente svuotamento del
Parlamento, sulla compressione dei diritti, specie se sociali, sulla
riduzione dell'eguaglianza alla mera soggezione alla legge, sulla mostruosa
concentrazione del potere politico in una persona sola". Inizia cosi'
l'introduzione di Gianni Ferrara al volume Scelgo la Costituzione - No alla
controriforma, edito congiuntamente dal "Manifesto e "Liberazione", in
edicola dallo scorso 2 giugno.
Con la chiarezza e la severita' che lo contraddistingue, Gianni Ferrara
getta sul piatto della bilancia, fin dalla prima pagina, la dimensione di
senso della straordinaria scelta a cui il popolo italiano e' chiamato con il
referendum del 25 giugno.
Una dimensione di senso che e' stata accuratamente occultata, durante il
corso dei lavori parlamentari, attraverso il ricorso, bipartisan, ad una
espressione (la "devolution") idonea a corrompere la comunicazione politica,
nascondendo la dimensione, l'oggetto ed il contenuto della riforma e che -
ancora adesso - a pochi giorni dal voto, fa fatica ad emergere nel dibattito
politico. Basti pensare che il portavoce del governo, riunito in conclave a
San Martino in Campo, il 5 giugno, si e' limitato ad auspicare che il popolo
italiano premi il "no" perche' la valutazione sulla legge e' politicamente e
tecnicamente negativa: "E' una riforma che potrebbe portare molti problemi
all'efficienza del sistema". "Lavoriamo per il no - ha ribadito il portavoce
di Prodi - e poi cerchiamo una soluzione, o piu' soluzioni condivise anche
con l'opposizione".
Orbene, perche' nessun comunicatore politico si prende la briga di spiegare
al popolo italiano qual e' il vero oggetto della posta in gioco con il
referendum: che si tratta di un referendum veramente eccezionale in cui i
cittadini, divenuti essi stessi costituenti, devono decidere di nuovo
dell'identita' e del futuro della Repubblica?
Quanti cittadini italiani sono coscienti che il venticinque e ventisei
giugno 2006 dovranno fare una scelta istituzionale, come fu quella del 2
giugno 1946, sul futuro della democrazia nel nostro paese?
Per diventare coscienti del contenuto e del valore della scelta che siamo
chiamati a fare il 25-26 giugno, bisogna assumere - con urgenza - dei
farmaci che ci aiutino a sviluppare un valido processo di conoscenza.
Il libro Scelgo la Costituzione e' uno dei farmaci piu' potenti che siano
stati immessi sul mercato politico. E' un farmaco a basso costo, facile da
trovare ed alla portata di tutti. Basta andare in edicola ed acquistare "Il
manifesto" o "Liberazion", e con un piccolo sovrapprezzo (4,50 euro) ci
portiamo il farmaco a casa.
Questo farmaco e' confezionato con scritti di valenti costituzionalisti
(Azzariti, Bilancia, De Fiores, Di Giovine, Marsocci, Oliviti, Ronchetti,
Valastro, Villamena), che ci portano con mano nei labirinti mefitici della
riforma, sviscerando con esemplare chiarezza gli svariati argomenti oggetto
della controriforma.
Questi scritti analizzano la figura del Primo Ministro, mettono a fuoco i
suoi poteri, la mortificazione del Parlamento, la perversione del
procedimento legislativo, la manomissione dei poteri e del ruolo di garanzia
del Presidente della Repubblica italiana, la manipolazione degli istituti di
garanzia, del Consiglio Superiore della Magistratura e della Corte
Costituzionale, e le aberrazioni del nuovo riparto delle competenze
Stato-Regioni.
Infine le considerazioni finali sulla democrazia costituzionale di Maurizio
Oliviero e Franco Russo, ci riportano alla dimensione di senso dell'insieme:
"la Costituzione e' la via per tenere aperta la societa', per consentire lo
sviluppo e l'autogoverno delle persone, offrendo procedure e strutture
giuridiche al riparo dall'arbitrio del potere e della forza".
Anche questo libro, come tutti i farmaci, deve essere assunto con urgenza.
Dobbiamo leggerlo e diffonderlo prima che sia troppo tardi, in modo che
nessuno - dopo il 26 giugno - possa dire: "Che peccato... se solo lo avessi
letto prima".

6. RILETTURE. HANNAH ARENDT: LE ORIGINI DEL TOTALITARISMO
Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunita', Milano
1967, 1996, pp. LIV + 712, lire 36.000. Un'opera classica di una delle
nostre maestre maggiori.

7. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

8. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1328 del 16 giugno 2006

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