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La nonviolenza e' in cammino. 1337



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1337 del 25 giugno 2006

Sommario di questo numero:
1. No
2. Teresa Mattei: Difendiamo la Costituzione
3. Rosa M. Amorevole intervista Giuditta Brunelli
4. Italo Calvino: La coscienza a posto (apologo sull'onesta' nel paese dei
corrotti)
5. Enrico Peyretti: Il governo e le missioni militari
6. Peppe Sini: Votare no alla guerra
7. Nuovo sito della campagna di obiezione di coscienza alle spese militari
per la difesa popolare nonviolenta
8. "Beati i costruttori di pace": Una delegazione di osservatori elettorali
nella Repubblica democratica del Congo
9. Un viaggio a Tuzla e Srebrenica
10. Unione femminile nazionale: Premio per tesi di laurea su "Il voto alle
donne"
11. Agnes Heller: Possiamo
12. La "Carta" del Movimento Nonviolento
13. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. NO

Tre precise finalita' ha la cosiddetta riforma costituzionale berlusconiana:
a) la demolizione della democrazia parlamentare, per imporre al suo posto la
dittatura del primo ministro;
b) la distruzione della separazione dei poteri, dei controlli di legalita',
delle garanzie democratiche, per imporre al loro posto un regime autoritario
e irresponsabile, criminale e criminogeno;
c) la negazione dei principi di eguaglianza e solidarieta', per imporre al
loro posto l'egoismo dei ricchi, la violenza dei potenti, il razzismo dei
barbari.
Oggi e domani si vota per avallare o respingere questo scellerato progetto
eversivo.
I neofascisti votano si'.
I razzisti votano si'.
I manutengoli dei poteri occulti e criminali votano si'.
Noi votiamo no.

2. TESTIMONIANZE. TERESA MATTEI: DIFENDIAMO LA COSTITUZIONE
[Dal sito de "Il paese delle donne" (www.womenews.net/spip) riprendiamo
alcuni brani da una testimonianza di Teresa Mattei. Dallo stesso sito
riprendiamo anche la seguente breve notizia biografica: "Teresa Mattei,
laureata in filosofia, e' una delle ventuno donne dell'Assemblea
Costituente, la piu' giovane delle deputate (25 anni). Fece parte del
Comitato dei 18 che, il 27 dicembre 1947, consegno' nelle mani del capo
dello Stato - Enrico De Nicola - il testo della Carta Costituzionale. Gia'
dal 1942 si iscrisse al Partito Comunista con il fratello Gianfranco
(Gianfranco, dopo essere stato arrestato e torturato in via Tasso a Roma, si
suicido' per non parlare). Partigiana, con il nome di battaglia 'Chicchi',
fu nominata comandante della compagnia 'Gianfranco Mattei' del Fronte della
Gioventu'. Fu una delle fondatrici dei Gruppi di difesa della donna e tra le
prime iscritte all'Udi (Unione Donne Italiane). Fu la donna che scelse per
tutte noi il simbolo della mimosa per la ricorrenza dell'8 marzo, Giornata
internazionale della donna. Fondatrice della Lega di Ponsacco per il diritto
dei bambini alla comunicazione. Teresa, nonostante l'eta' e i problemi di
salute, e' sempre attiva e impegnata a ricordare, soprattutto ai giovani, i
valori della Resistenza e della nostra Carta Costituzionale"]

Le Costituzioni le fa il popolo, le fa un popolo che ha imparato dalla
storia come si devono fondare le leggi nuove.
Non si puo' fare una Costituzione se non attraverso una elezione
proporzionale e non maggioritaria, perche' ognuno deve avere la sicurezza
che il suo voto vale come tutti gli altri; e non si puo' fare una
Costituzione a colpi di maggioranza.
Quando noi eravamo alla Costituente abbiamo cercato con una grandissima
attenzione di avere il consenso maggiore possibile in tutte le cose, ed
eravamo uno schieramento ampio, dai vecchi liberali ai comunisti; eravamo
tutti i partiti del Comitato di liberazione nazionale, ed era stata la
concordia che ci aveva portato alla vittoria contro il fascismo e contro il
nazismo. Cercavamo sempre di avere il massimo consenso, ci contavamo solo
per avere la sicurezza di avere dalla nostra parte la maggior parte dei
consensi.
La nostra Costituzione e' stata realizzata solo in parte, bisogna
concretizzarla, non cambiarla.
Bisogna far si' che viva nel popolo, che sia conosciuta da tutti, ed io qui
mi appello a tutti: bisogna che dai giovani la storia sia conosciuta bene,
bisogna che i ragazzi conoscano le leggi, bisogna che la Costituzione sia
ancora studiata, conosciuta e vissuta da ognuno di noi.
L'articolo 1 della Costituzione dice: "la sovranita' appartiene al popolo".
E' la cosa piu' importante che noi dobbiamo difendere: la sovranita' e'
nelle mani nostre, nelle mani del popolo e paritariamente in ogni cittadino;
per questo la Repubblica ci ha fatto diventare cittadini e non sudditi. Oggi
si vorrebbe farci ridiventare sudditi e non piu' cittadini, noi ci opponiamo
a questo!
La democrazia e' anche l'impegno di ognuno di noi di sentirci portatori di
un pezzetto della sovranita' che appartiene a tutto il popolo.
Ognuno di noi non deve mai dimenticare, ogni giorno, di essere un cittadino
portatore di sovranita', di custodirla e di realizzarla.
La democrazia non e' solo un impegno ogni cinque anni per le elezioni
politiche. E' ogni giorno l'impegno ad essere il meglio che possiamo essere,
e soprattutto a capire anche gli altri, anche quelli che non la pensano come
noi, ma sono cittadini italiani come noi.
Dobbiamo riuscire a trovare il massimo del consenso sulle cose essenziali;
sono poche le cose essenziali: giustizia, liberta', solidarieta'...
Ognuno che sia un cittadino deve avere un progetto, piccolo o grande, piu'
ambizioso o piu' modesto, ma un progetto che ci porti ad essere tutti
migliori, un progetto non di sopraffazione degli altri, ma di collaborazione
con gli altri. Cerchiamo di avere un progetto comune per preparare tutti gli
strumenti in modo che ognuno abbia quella parte di giustizia, di lavoro, di
liberta' che oggi gli viene negata...
Voi sapete quanto oggi il nostro popolo sia in parte addormentato da una
televisione male condotta, una televisione che istupidisce grandi e piccoli,
una televisione che ci fa credere di essere vivi, mentre siamo ridotti ad
essere solo degli spettatori.
Dobbiamo riuscire a fare noi l'informazione, e che i mezzi di informazione
siano a disposizione di tutti, perche' tutti possano dire la loro, tutti
possano essere compartecipi della costruzione della cultura e della vita...
*
Le donne hanno una mentalita' orizzontale: guardano intorno a se',
praticamente, si tirano su' le maniche per fare le cose. Non guardano al
potere: e' piu' un modo degli uomini questo, verticistico. Le donne guardano
lontano ma sempre al loro livello, e questo vuol dire democrazia, vuol dire
pace, vuol dire concretezza nella vita. La politica delle donne e' la vera
politica.
Se voi ci pensate bene, le donne dicono delle cose semplici, chiare. Non ho
mai visto uno scandalo politico commesso da donne qui in Italia, come mai?
Ma quante poche donne ci sono nel nostro Parlamento, quante poche donne
vengono ascoltate, quante poche donne sono dirigenti!
E noi pensiamo di valere qualcosa, soprattutto perche' siamo portatrici di
vita, soprattutto perche' vogliamo un mondo diverso: vogliamo un mondo di
pace, vogliamo costruire nella pace, affinche' la pace regni nelle nostre
case, nelle nostre famiglie, nel nostro paese, ovunque. Ascoltate le donne
che danno la vita, che non hanno mai cercato il potere, ma il sapere, la
conoscenza.
Abbiamo uno sguardo orizzontale che e' lo sguardo della pace. Lo sguardo
verticale ce l'ha il potere maschile che vuole dirigere le cose, che vuole,
comanda.
Noi non vogliamo comandare, vogliamo stare insieme e insieme decidere delle
nostre sorti, decidere insieme della vita nostra e dei nostri figli, e di
quello che loro potranno fare meglio di noi...
Questo e' l'augurio che mi faccio e che faccio a tutte e tutti voi, che da
questo ricordo della Resistenza, da questa certezza del potere straordinario
che hanno le donne, che si esprime anche con il voto, che non cerca il
potere, ecco, da tutto questo venga la rinascita del nostro paese e venga la
pace per il mondo intero.

3. REFERENDUM. ROSA M. AMOREVOLE INTERVISTA GIUDITTA BRUNELLI
[Dal sito di "Noi donne" (www.noidonne.org).
Rosa M.Amorevole, consigliera di parita' della Provincia di Bologna, si
occupa di formazione e ricerca; negli ultimi anni e' stata responsabile
dell'insegnamento su Mercato del lavoro e pari opportunita' all'interno del
master in Studi di genere e politiche di pari opportunita' promosso
dall'Universita' di Bologna; si occupo di "banche del tempo" fin dall'avvio
dell'esperenza; e' autrice di varie pubblicazioni
Giuditta Brunelli e' docente di Istituzioni di diritto pubblico
all'Universita' di Ferrara ed e' autrice di numerosi studi di diritto
costituzionale. Ha recentemente pubblicato Donne e politica, Il Mulino,
Bologna 2006]

Docente di Istituzioni di diritto pubblico all'Universita' di Ferrara, la
professoressa Giuditta Brunelli spiega le motivazioni che la spingono a
suggerire un rifiuto alla riforma costituzionale per la quale e' stato
indetto il referendum il 25 e 26 giugno 2006.
*
- Rosa M. Amorevole: Quali i motivi fondanti del "no" al referendum?
- Giuditta Brunelli: La Costituzione stabilisce le regole del gioco della
politica. A nessuna forza politica deve essere consentito di cambiarle da
sola altrimenti ne vanno di mezzo le garanzie della nostra democrazia e dei
nostri diritti. La prima contestazione e' di ordine metodologico perche'
l'articolo 138 della Costituzione permette di revisionare la stessa in
alcuni punti, non di riscriverne intere parti. In questo caso e' stato
effettuato un uso improprio di tale articolo, riscrivendo l'intera parte
seconda della Costituzione stessa. Inoltre le modifiche sono state
interamente gestite dall'allora maggioranza parlamentare. Quando si affronta
una revisione e' necessaria una larga condivisione delle regole generali che
garantiscano sia la maggioranza sia la minoranza.
*
- Rosa M. Amorevole: I sostenitori della riforma costituzionale sostengono
che e' stata toccata solo la parte seconda (quella dei poteri) e non la
parte prima (quella dei diritti fondamentali). Cosa risponde a questa
osservazione?
- Giuditta Brunelli: Non condivido questa opinione, perche' la Costituzione
e' un tutt'uno e la parte organizzativa e' finalizzata a mettere in pratica
la parte prima dei diritti. Riscrivere l'intera parte seconda porta
inevitabilmente ad incidere anche sulla prima. Inoltre la revisione della
parte seconda ha portato ad uno svuotamento dei poteri del Capo dello Stato
e della Corte Costituzionale e ad un rafforzamento del potere del Primo
Ministro. Di fatto si assiste ad un rafforzamento dei poteri governativi
senza che vengano salvaguardati i contrappesi garantisti, e questo potrebbe
incidere su quelle liberta' di cui si parlava.
*
- Rosa M. Amorevole: Come lei, molti sono gli esperti che ne rilevano
l'incoerenza con i principi del costituzionalismo moderno, la singolarita'
di una "forma di governo unica al mondo basata sulla dittatura elettiva di
un uomo solo", e ne denunciano i rischi per i diritti costituzionali (si
veda nel sito www.referendumcostituzionale.org). Che ne pensa?
- Giuditta Brunelli: La riforma, per la quale siamo chiamate e chiamati ad
esprimerci con il referendum del 25 e 26 giugno non pone le basi per la
costruzione di un moderno Stato federale. Al contrario, apre una grande
questione democratica e minaccia l'unita' del Paese. Mescola
contraddittoriamente derive secessioniste e rivincite centraliste. In questo
referendum non e' previsto il quorum, pertanto la maggioranza di chi avra'
votato decidera' le sorti della consultazione ed e' importante che il "no"
sia sonoro. Mi auguro che siano in tante e tanti a rifiutare questa riforma.

4. CLASSICI. ITALO CALVINO: LA COSCIENZA A POSTO (APOLOGO SULL'ONESTA' NEL
PAESE DEI CORROTTI)
[Dalla bella rivista diretta da Goffredo Fofi "Lo straniero", n. 72 del
giugno 2006 (sito: www.lostraniero.net) riprendiamo il seguente
indimenticabile articolo di Italo Calvino. Nella rivista il testo e'
accompagnato dalla seguente nota redazionale: "Questo testo e' apparso per
la prima volta su 'la Repubblica' il 15 marzo 1980, ma appare negli appunti
dell'archivio Calvino con il titolo 'La coscienza a posto'. E' stato
ripubblicato in Romanzi e racconti (Meridiani Mondadori, 1994, vol. 3, pp.
290-293) come 'La coscienza a posto (Apologo sull'onesta' nel paese dei
corrotti)'. Ringraziamo Ester Singer Calvino per averci permesso di
riproporlo". Italo Calvino (Santiago de Las Vegas, Cuba, 1923 - Siena 1985),
scrittore italiano, prese parte alla Resistenza. Sua e' la prosa italiana
forse piu' bella di questo secolo, limpida, nitida, correlativo stilistico
di un'attitudine alla precisione, alla chiarezza, alla razionalita', ed
anche alla levita', al garbo, alla squisita ironia, habitus mentale di un
illuminista che nell'impegno politico come nell'azione culturale, come
nell'opera letteraria, ha affermato i valori della civilta', della
tolleranza, della convivenza. Opere di Italo Calvino: pressoche' tutta la
narrativa e la saggistica di Calvino e' ora disponibile nei volumi a lui
dedicati dei Meridiani Mondadori]

C'era un paese che si reggeva sull'illecito. Non che mancassero le leggi,
ne' che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti piu' o
meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran
numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne
aveva bisogno perche' quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si
e' piu' capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si
potevano avere solo illecitamente, cioe' chiedendoli a chi li aveva in
cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori,
in genere gia' aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in
precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo
circolare e non privo di una sua autonomia.
Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da
alcun senso di colpa, perche' per la propria morale interna, cio' che era
fatto nell'interesse del gruppo era lecito, anzi benemerito, in quanto ogni
gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l'illegalita'
formale, quindi, non escludeva una superiore legalita' sostanziale.
Vero e' che in ogni transazione illecita a favore di entita' collettive e'
usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa
ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione:
quindi l'illecito che, per la morale interna del gruppo era lecito, portava
con se' una frangia di illecito anche per quella morale.
Ma a guardar bene, il privato che si trovava ad intascare la sua tangente
individuale sulla tangente collettiva, era sicuro di aver fatto agire il
proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioe'
poteva, senza ipocrisia, convincersi che la sua condotta era non solo lecita
ma benemerita.
Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale,
alimentato dalle imposte su ogni attivita' lecita e finanziava lecitamente
tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare.
Poiche' in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta, ma
neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe
potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse), la finanza pubblica serviva
ad integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attivita'
che sempre in nome del bene comune si erano distinte per via illecita.
La riscossione delle tasse, che in altre epoche e civilta' poteva ambire di
far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza di atto
di forza (cosi' come in certe localita' all'esazione da parte dello Stato si
aggiungeva quella di organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di
forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori, pur provando
anziche' il sollievo del dovere compiuto, la sensazione sgradevole di una
complicita' passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con
il privilegio delle attivita' illecite, normalmente esentate da ogni
imposta.
*
Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva di
applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere
e anche arresti di persone che avevano avuto fino ad allora le loro ragioni
per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziche'
di soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si
trattasse di un regolamento di conti di un centro di potere contro un altro
centro di potere. Cosi' che era difficile stabilire se le leggi fossero
usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle guerre tra
interessi illeciti oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti
istituzionali dovessero accreditare l'idea che anche loro erano dei centri
di potere e di interessi illeciti come tutti gli altri.
Naturalmente, una tale situazione era propizia anche per le associazioni a
delinquere di tipo tradizionale, che coi sequestri di persona e gli
svaligiamenti di banche si inserivano come un elemento di imprevedibilita'
nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi
sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme
inaspettate di finanza lecita o illecita.
In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore
che usavano quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione
fuorilegge e con un ben dosato stillicidio d'ammazzamenti distribuiti tra
tutte le categorie di cittadini illustri e oscuri si proponevano come
l'unica alternativa globale del sistema. Ma il loro effetto sul sistema era
quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile e ne
confermavano la convinzione di essere il migliore sistema possibile e di non
dover cambiare in nulla.
Cosi' tutte le forme di illecito, da quelle piu' sornione a quelle piu'
feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilita' e
compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il
loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la
coscienza a posto. Avrebbero potuto, dunque, dirsi unanimemente felici gli
abitanti di quel paese se non fosse stato per una pur sempre numerosa
categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.
*
Erano, costoro, onesti, non per qualche speciale ragione (non potevano
richiamarsi a grandi principi, ne' patriottici, ne' sociali, ne' religiosi,
che non avevano piu' corso); erano onesti per abitudine mentale,
condizionamento caratteriale, tic nervoso, insomma non potevano farci niente
se erano cosi', se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente
valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei
vieti meccanismi che collegano il guadagno al lavoro, la stima al merito, la
soddisfazione propria alla soddisfazione di altra persone.
In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto, gli
onesti erano i soli a farsi sempre gli scrupoli, a chiedersi ogni momento
che cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri,
indignarsi, predicare la virtu' sono cose che riscuotono troppo facilmente
l'approvazione di tutti, in buona o in mala fede. Il potere non lo trovavano
abbastanza interessante per sognarlo per se' (o almeno quel potere che
interessava agli altri), non si facevano illusioni che in altri paesi non ci
fossero le stesse magagne, anche se tenute piu' nascoste; in una societa'
migliore non speravano perche' sapevano che il peggio e' sempre piu'
probabile.
Dovevano rassegnarsi all'estinzione? No, la loro consolazione era pensare
che, cosi' come in margine a tutte le societa' durate millenni s'era
perpetuata una controsocieta' di malandrini, tagliaborse, ladruncoli e
gabbamondo, una controsocieta' che non aveva mai avuto nessuna pretesa di
diventare "la" societa', ma solo di sopravvivere nelle pieghe della societa'
dominante ed affermare il proprio modo di esistere a dispetto dei principi
consacrati, e per questo aveva dato di se' (almeno se vista non troppo da
vicino) un'immagine libera, allegra e vitale, cosi' la controsocieta' degli
onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al
costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversita',
di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe
finito per significare qualcosa di essenziale per tutti, per essere immagine
di qualcosa che le parole non sanno piu' dire, di qualcosa che non e' stato
ancora detto e ancora non sappiamo cos'e'.

5. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: IL GOVERNO E LE MISSIONI MILITARI
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questo
intervento. Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di
questo foglio, ed uno dei maestri piu' nitidi della cultura e dell'impegno
di pace e di nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha
fondato con altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il
foglio", che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel
Centro Studi "Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian
Peace Research Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro
Interatenei Studi per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo
comitato della rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione
col Centro Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento
Nonviolento e del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora
a varie prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del
"non uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto
il Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'. Saggezza e
politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e' disponibile
nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza
guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di
cui una recente edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie
Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico
Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu' volte
riproposta anche su questo foglio, da ultimo nei fascicoli 1093-1094; vari
suoi interventi sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e
alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu'
ampia bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731
del 15 novembre 2003 di questo notiziario]

Il rifinanziamento delle missioni militari, in scadenza il prossimo 30
giugno (come l'Ici...) e' un bel problema per il governo di centrosinistra.
Provo a proporre qualche semplice riflessione personale.
1. La questione pace-guerra, cioe' il ripudio dello strumento bellico per
risolvere le controversie internazionali (art. 11 della Costituzione),
qualifica in modo essenziale la qualita' umana di una politica, piu' ancora
dell'economia.
2. La nostra presenza militare in Afghanistan e' diversa dalla presenza in
Iraq? Non conta tanto il mandato dell'Onu, preventivo o successivo, ma la
natura dell'azione militare: e' azione di polizia o di guerra? La prima e'
lecita, nel quadro e nelle forme della Carta dell'Onu, la seconda e'
illecita, per lo stesso diritto internazionale delle Nazioni Unite e per la
Costituzione italiana. La differenza tra polizia internazionale e guerra e'
di sostanza, non di parole. All'azione di polizia e' legittimata solo la
comunita' internazionale, nell'interesse planetario di pace, non singole
potenze attive per i loro interessi. Non e' azione di polizia ma di guerra
l'occupazione e l'uso di armi pesanti che colpiscono anche civili innocenti.
L'Onu puo' autorizzare solo azioni di polizia, mai azioni di guerra, che
contraddicono la ratio essenziale della sua istituzione ed esistenza. E'
dovere degli stati fare che l'Onu possa organizzare tali azioni di polizia,
sotto comando veramente internazionale. L'Italia non puo' lecitamente
collaborare ad azioni di guerra. Chi giudica fondatamente tali le nostre
missioni militari in Iraq come in Afghanistan non puo' approvarne il rinnovo
e la continuazione.
3. Le componenti di sinistra del governo dell'Unione devono rifiutare
compromessi su tale questione fino a provocare una crisi di governo? No. Se
il rischio fosse riconsegnare il paese agli avversari non solo della pace,
ma (come dimostra l'aggressione della destra alla Costituzione) dello stesso
vincolo costituzionale allo stato di diritto e alla democrazia pacifica,
allora il principio della tutela massima del bene maggiore imporrebbe
un'altra scelta: criticare con forti ragioni le altre forze di maggioranza
che volessero proseguire in quelle missioni, eventualmente dare al governo
il solo appoggio esterno per garantirne l'esistenza astenendosi dal voto sul
rifinanziamento delle missioni militari. Il governo non deve porre la
fiducia su questo rifinanziamento.
4. Non e' in questione la lealta' verso gli alleati europei e gli Stati
Uniti. Negli Usa cresce la condanna popolare della guerra. La quale si
dimostra platealmente non solo una risposta sbagliata e inefficace al
terrorismo, ma un'azione che lo favorisce, ne e' complice, e' crimine pari e
contrario.
5. Il terrorismo si combatte togliendo motivi di rabbia, offesa,
disperazione storica, dando ai popoli prospettive di vita e dignita' con la
giustizia economica internazionale, con la  globalizzazione dei diritti
umani delle persone e dei popoli, con il rispetto di tutte le culture e
religioni e col favorire comprensione e dialogo tra di esse, con l'attiva
riduzione delle minacce nucleari e ambientali, con una ricca comunicazione
umana e civile tra i popoli, con un ampio aiuto economico e civile ai popoli
martoriati dalle guerre di origine interna o esterna, affinche' possano
riprendere fiducia ed energie per organizzarsi politicamente e
giuridicamente secondo le proprie libere tradizioni.
6. Missioni civili consistenti, preparate, generose e fiduciose,
infinitamente meno costose di quelle militari in termini sia economici che
umani, sono il contributo che la comunita' internazionale e l'Italia hanno
da offrire ai popoli offesi, invece delle missioni militari, che portano, se
non sempre il fatto, certamente sempre l'immagine offensiva del dominio,
della guerra, dello sfruttamento.

6. RIFLESSIONE. PEPPE SINI: VOTARE NO ALLA GUERRA

Poiche' sono di quelli che hanno votato per il centrosinistra alle elezioni
politiche non perche' ne condividessi il programma o mi facessi illusioni
sul suo personale politico, ma solo perche' era indispensabile far cessare
il governo della coalizione berlusconiana e la sua azione eversiva, sono
ugualmente persuaso sia della necessita' che l'attuale governo non cada, sia
del fatto che a parte non piccola della sua azione sara' necessario opporsi.
E cosi', per quel che vale la mia opinione, ritengo che in riferimento
all'imminente passaggio parlamentare del rifinanziamento o meno delle
missioni militari italiane all'estero, con specifico riguardo alla presenza
delle forze armate italiane in teatri di guerra guerreggiata come l'Iraq e
l'Afghanistan, ovvero: alla partecipazione militare italiana a guerre
effettualmente in corso, pecchino di sesquipedale ipocrisia e di criminale
complicita' con le uccisioni coloro che pensano di potersi dire per la pace
mentre approvano la guerra, la sua esecuzione, il suo finanziamento, i suoi
strumenti e i suoi apparati.
Credo che se vi sono - e vi sono, so bene - parlamentari che siano
sinceramente rispettosi dell'art. 11 della Costituzione, ebbene, al
rifinanziamento della partecipazione italiana alle guerre debbono votare no.
Credo anche che a questo voto di pace e per la legalita' costituzionale non
possa essere attribuito il significato di voler provocare una crisi della
coalizione di centrosinistra e quindi di una volonta' di far cadere
l'esecutivo. Tutte e tutti quelli che nel corso della propria vita hanno
preso parte alla lotta politica ed hanno condotto esperienze istituzionali
sanno che solo in una logica totalitaria tutti i membri di un'assise sono
vincolati a portare il cervello all'ammasso e a votare "come un sol uomo"
(locuzione che sempre mi e' parsa straordinariamente disvelatrice della
strettissima parentela tra militarismo, autoritarismo, maschilismo,
irresponsabilita' e disumanizzazione), e che invece e' cosa buona e giusta
che ogni voto sia espresso con piena contezza del suo significato e dei suoi
effetti: ad esempio nel caso specifico del rifinanziamento della
partecipazione militare italiana alla guerra afghana, votare si' significa
contribuire alla prosecuzione della guerra, significa continuare nella
violazione della legge fondamentale del nostro ordinamento giuridico,
significa essere complici di un crimine. Votare no e' quindi doveroso e
necessario.
Se poi l'esito fosse la bocciatura del rifinanziamento e la conseguente fine
della partecipazione italiana alla guerra afghana, credo che non solo noi
persone amiche della nonviolenza dovremmo rallegrarci, ma tutte le persone
di retto sentire, e che il governo dovrebbe accogliere quell'esito e sulla
base di esso ridefinire la propria politica internazionale finalmente
rientrando nell'alveo della legalita' costituzionale e scegliendo la pace e
la cooperazione internazionale con mezzi di pace. Il bene fa bene a tutti.

7. INIZIATIVE. NUOVO SITO DELLA CAMPAGNA DI OBIEZIONE DI COSCIENZA ALLE
SPESE MILITARI PER LA DIFESA POPOLARE NONVIOLENTA
[Dalla Lega obiettori di coscienza (per contatti: locosm at tin.it) riceviamo e
volentieri diffondiamo]

Tutti i materiali della campagna di obiezione di coscienza alle spese
militari per la difesa popolare nonviolenta sono disponibili nel nuovo sito:
www.osmdpn.it
La guida pratica 2006 della campagna di obiezione di coscienza alle spese
militari per la difesa popolare nonviolenta puo' essere richiesta a:
locosm at tin.it
Per ulteriori informazioni: Coordinamento nazionale della campagna di
obiezione di coscienza alle spese militari per la difesa popolare
nonviolenta, c/o Lega Obiettori di Coscienza (Loc), via M. Pichi 1, 20143
Milano, tel. e fax: 0258101226, e-mail: locosm at tin.it, sito: www.osmdpn.it

8. INIZIATIVE. "BEATI I COSTRUTTORI DI PACE": UNA DELEGAZIONE DI OSSERVATORI
ELETTORALI NELLA REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO
[Da Mariagrazia Bonollo, dell'Ufficio stampa dei "Beati i costruttori di
pace" (per contatti: tel. 0445812321, cell. 3482202662, e-mail:
salbega at interfree.it), riceviamo e volentieri diffondiamo]

Il 30 luglio nella Repubblica Democratica del Congo si svolgeranno, per la
prima volta dal 1962, elezioni libere. La societa' civile, i congolesi,
attendono con trepidazione questo momento a cui si preparano da tre anni, da
quando cioe' funziona un governo di transizione dopo una tragica guerra che,
per lunghi tratti, ha assunto le caratteristiche di un conflitto
continentale, causando ben quattro milioni di morti.
L'associazione italiana "Beati i costruttori di pace" (in sigla: Bcp),
invitata dalla Societe' civile congolese, sta organizzando una missione di
osservazione elettorale nella zona piu' turbolenta del Paese, il Kivu, nella
regione dei Grandi Laghi. "La nostra volonta' e' di essere accompagnatori
cordiali e non semplici ispettori" dicono i 60 volontari che, provenienti da
tutta Italia, lo scorso fine settimana si sono ritrovati a Padova per il
loro quarto appuntamento di preparazione.
Non sono professionisti delle elezioni ma persone qualunque (molti gli
studenti universitari) che da mesi si preparano a questa missione: hanno
seguito corsi di formazione e saranno parificati a tutti gli effetti -
tranne che per la paga, essendo volontari - agli incaricati dell'Unione
Europea o della Fondazione Carter, che abitualmente vigilano sulle urne. Un
compito importante, non esente da difficolta' e qualche rischio, soprattutto
nelle zone "calde" dove pero' i "Beati i costruttori di pace" sono presenti
da anni e nelle quali la loro presenza e' stata espressamente richiesta
dalla societa' civile e delle ong locali.
Nel lungo cammino nonviolento dei "Beati i costruttori di pace" (in Italia
ma anche nei martoriati Balcani e in Palestina) la svolta africana avviene
nel 2000, quando da Bukavu (Sud Kivu) arriva un grido disperato: "Di quanti
milioni di morti avete ancora bisogno perche' i vostri giornalisti si
accorgano del dramma del Congo?". Nel febbraio-marzo 2001, si verifica
"l'impossibile": una grande assemblea di pace in zone di guerra, con
centinaia di migliaia di donne e uomini congolesi a cui si aggiungono 300
persone di pace provenienti dall'Italia e da altri paesi europei: 300
bianchi, ne' soldati, ne' missionari, ne' capi-progetto, con la sola voglia
di aiutare il dialogo inter-congolese che faticosamente cercava di
decollare.
"Abbiamo continuato ad appoggiare il processo di transizione e ora vogliamo
dare il nostro piccolo contributo a questa nuova fase" spiegano Lisa Clark e
Albino Bizzotto, portavoce dei "Beati i costruttori di pace", appena tornati
da un viaggio di ricognizione in Congo: "Osservatori elettorali nelle zone
turbolente dell'Est possono essere importanti per prevenire brogli e
intimidazioni. Gli uomini e donne del Congo sono consapevoli che il voto e'
solo il primo passo verso una pace duratura, ma hanno aspettato da tanto e
con pazienza questa occasione e sanno che essa, seppur fra tante
difficolta', non va sprecata".
Per ulteriori informazioni: tel 0498070522, sito: www.beati.org
*
L'attuale Repubblica Democratica del Congo (Zaire sino a qualche anno fa) e'
un paese estremamente ricco, eppure la sua popolazione e' poverissima.
Mentre traballa la lunga dittatura di Mobutu, i massacri del '94 in Rwanda
innescano un'ondata apocalittica di profughi (forse due milioni) e stragi
anche in Congo. Dopo una breve pausa riprendono gli scontri fra ribelli,
milizie locali ed eserciti stranieri. Non e' un mistero che molti mirano al
controllo delle zone minerarie piu' ricche.
Fra il '94 e il 2000 si contano quattro milioni di morti mentre i rapporti
di Amnesty International calcolano in sedici milioni i congolesi vittime di
violazioni dei diritti umani, privati di alimenti e farmaci. Nel novembre
'99 inizia la missione di pace dei caschi blu delle Nazioni Unite, che oggi
sono 17.000 e rendono la Monuc la missione Onu piu' grande al mondo.
Come e perche' i "signori della guerra" (e chi finora li ha armati) oggi
siano costretti ad accettare una transizione democratica e' forse materia da
esperti. Chi non si abbandona al cinismo - come la societa' civile congolese
e i "Beati i costruttori di pace" - e' convinto che almeno qualche merito
vada alla mobilitazione dal basso delle popolazioni e all'impegno
dell'opinione pubblica internazionale.
Ed e' per questo che dopo le trattative, i vari accordi di pace, i numerosi
rinvii e finalmente il referendum sulla Costituzione (lo scorso dicembre),
la tornata elettorale che si apre il 30 luglio puo' significare che un
cammino di speranza e' stato definitivamente imboccato.
*
Pace, nonviolenza, diritti umani: sta in questi tre concetti l'impegno di
"Beati i costruttori di pace", realta' attiva come movimento fin dal 1985, e
diventata associazione - la sede e' a Padova - nel 1992. Fra i fondatori,
padre Alex Zanotelli e don Albino Bizzotto.
Il movimento nasce come risposta a un appello che esprime la convinzione che
la pace sia un obiettivo di fondamentale importanza e va perseguita da
ciascuno nella vita di tutti i giorni, con un costante impegno in favore
della giustizia, del disarmo e della salvaguardia del creato. Di ispirazione
cattolica, il movimento fin dall'inizio si e' caratterizzato anche per la
sua trasversalita' rispetto alla societa' e raggruppa credenti e non
credenti.
Il primo  impegno e' stato nella sensibilizzazione e testimonianza per
superare gli squilibri fra Nord e Sud del mondo, nel promuovere uno stile di
vita sobrio e con campagne contro la produzione e il commercio delle armi.
Nell'anfiteatro romano dell'Arena di Verona a partire dal 1986 si sono per
questo tenuti meeting su tematiche di rilievo, ai quali hanno partecipato
anche 25.000 persone e testimoni di fama mondiale, come Rigoberta Menchu',
Susan George, David Maria Turoldo. Fra i temi: disarmo, aparthaid, la
riscoperta dell'America, ricerca di un modello economico piu' giusto.
L'ultimo incontro si e' svolto a Treviso nell'anno del Giubileo.
E' la nonviolenza come scelta e stile nei rapporti a caratterizzare i
progetti di "Beati i costruttori di pace", a partire dalla consapevolezza
della necessita' di "abitare i conflitti".
Cosi' nel '92 inizia l'attivita' in zone di conflitto (Bosnia, Kosovo,
Congo, Palestina, Iraq) con azioni di diplomazia popolare e interposizione
nonviolenta. Fra queste, le marce della pace in Bosnia nel dicembre 1992 e
nell'agosto 1993, in Kosovo nel dicembre 1998 e l'azione di pace per
l'Africa "Anch'io a Bukavu", che ha portato a Butembo (Nord Kivu, nella
Repubblicana Democratica del Congo) a fine febbraio 2001 circa 300 europei:
piu' di 200.000 persone hanno accolto i partecipanti all'azione di pace, in
un incontro fra popolo e popolo, grazie al quale e' stato possibile lanciare
un grido di pace dall'interno di una guerra che ha provocato quattro milioni
di morti.
L'associazione ha realizzato inoltre, grazie all'impegno dei numerosi
volontari, attivita' di animazione per i bambini in Bosnia e Kosovo,
monitoraggio sui diritti umani, anche in collaborazione con organizzazioni
internazionali.
Sul versante umanitario, i volontari di "Beati i costruttori di pace" sono
stati presenti a Sarajevo durante l'assedio e hanno garantito il servizio
postale da e per la capitale bosniaca dall'estate del 1993 al gennaio del
1996, consegnando complessivamente 800.000 lettere.
Nella primavera del 2003 e' stata in prima fila nella campagna "Pace da
tutti i balconi!", distribuendo in poche settimane in Italia e all'estero
buona parte del milione di bandiere della pace che hanno sventolano dalle
case di tanti cittadini per dire "no" alla guerra in Iraq.
E' inoltre coinvolta, in Italia, in campagne sul disarmo nucleare, la
riconversione dell'industria bellica e iniziative di sensibilizzazione sulla
sobrieta' negli stili di vita e la riduzione dei consumi.
"Beati i costruttori di pace" e' infine impegnata nell'educazione alla pace
nelle scuole, nelle parrocchie e piu' in generale sul territorio.
Per informazioni: via Antonio da Tempo 2, 35131 Padova, tel. e fax:
0498070699, e-mail: beati at libero.it, sito: www.beati.org

9. INIZIATIVE. UN VIAGGIO A TUZLA E SREBRENICA
[Dalla Fondazione Alexander Langer (per contatti: info at alexanderlanger.org)
riceviamo e volentieri diffondiamo]

L'11 luglio 2005, nel decennale della strage, su Srebrenica si era
concentrata l'attenzione della parte piu' sensibile dell'opinione pubblica
internazionale. Con il premio Alexander Langer, consegnato ad Irfanka
Pasagic, e il viaggio di studio di quarantuno giovani a Tuzla, Srebrenica e
Sarajevo, anche per la Fondazione Alexander Langer e' stato un momento di
apprendimento intenso e formativo.
E' nata li' la decisione della Fondazione di lavorare, con altre
associazioni e istituzioni, alla rivitalizzazione intellettuale e sociale
della citta' sostenendo la nascita di una rete di giovani interessati a
ricreare un clima di convivenza e di cooperazione.
Per questo la Fondazione promuove un viaggio organizzato a Tuzla e
Srebrenica nei giorni della solenne cerimonia, che vedra' anche quest'anno
il seppellimento collettivo di cinquecento ulteriori corpi identificati e
pietosamente ricomposti durante l'anno.
*
Programma del viaggio
- 8 luglio, ore 21: partenza in autobus da Bolzano, piazzale antistante la
Stazione Ferroviaria. Arrivo la mattina a Tuzla.
- 9 e 10 luglio: partecipazione alle manifestazioni di riflessione e alla
proiezione del film di Roberta Biaggiarelli e Luca Rosini, "Souvenir
Srebrenica".
- 11 luglio: partecipazioone alla cerimonia di sepellimento a Srebrenica.
- 12 luglio, ore 21: partenza da Tuzla e arrivo verso le ore 7 della mattina
a Bolzano.
Sono previsti incontri di informazione e di riflessione con persone
qualificate.
*
Costi e iscrizioni
Il costo di viaggio, pernottamento e prima colazione e' di 150 euro; per
studenti e non lavoratori 90 euro.
Il viaggio verra' organizzato in autobus solo se si raggiungera' il numero
di almeno 30 partecipanti.
Iscrizioni entro e non oltre il prossimo 2 luglio.
Per informazioni, adesioni: Fondazione Alexander Langer, via Latemar 3,
39100 Bolzano (ore 9-12), tel. e fax: 0471977691, e-mail:
info at alexanderlanger.it, sito: www.alexanderlanger.org

10. INIZIATIVE. UNIONE FEMMINILE NAZIONALE: PREMIO PER TESI DI LAUREA SU "IL
VOTO ALLE DONNE"
[Da varie persone amiche riceviamo e volentieri diffondiamo. l'Unione
femminile nazionale (per contatti: e-mail:
documentazione at unionefemminile.it, sito: www.unionefemminile.it) e' una
storica esperienza del movimento delle donne in Italia]

L'Unione Femminile Nazionale bandisce un concorso per l'assegnazione di due
premi di laurea che, nella ricorrenza dei 60 anni del riconoscimento del
diritto di voto alle donne italiane, decide di denominare "Il voto alle
donne", dell'importo di 3.000 euro (tremila) ciascuno.
Le tesi devono essere comparative tra situazioni culturali, politiche o
sociali antecedenti e quelle attuali sul ruolo della donna nelle varie
societa'.
Le domande in carta semplice devono essere presentate entro e non oltre il
20 dicembre 2006 accompagnate da:
- copia della tesi in cartaceo e in CD;
- copia del certificato di laurea, con l'indicazione dell'anno di
immatricolazione, degli esami superati e relative votazioni, in carta
libera;
- dichiarazione del relatore della tesi, contenente il giudizio espresso
sulla tesi stessa.
Per ulteriori informazioni e per il testo del bando: sito:
www.unionefemminile.it, e-mail: documentazione at unionefemminile.it

11. MAESTRE. AGNES HELLER: POSSIAMO
[Da Agnes Heller, Teoria della storia, Editori Riuniti, Roma 1982, p. 339.
Agnes Heller, illustre filosofa ungherese, nata a Budapest nel 1929,
sopravvissuta alla Shoah, allieva e collaboratrice di Lukacs, allontanata
dall'Ungheria, ha poi insegnato in Australia e in America. In Italia e'
particolarmente nota per la "teoria dei bisogni" su cui si ebbe nel nostro
paese un notevole dibattito anche con riferimento ai movimenti degli anni
'70. Su posizioni democratiche radicali, e' una interlocutrice preziosa
anche laddove non se ne condividessero alcuni impianti ed esiti teorici. Dal
sito della New school for social research di New York (www.newschool.edu)
presso cui attualmente insegna traduciamo questa breve notizia biografica
essenziale aggiornata al 2000: "Nata nel 1929 a Budapest. Sopravvissuta alla
Shoah, in cui ha perso la maggior parte dei suoi familiari morti in diversi
campi di concentramento. Allieva di Gyorgy Lukacs dal 1947 e successivamente
professoressa associata nel suo dipartimento. Prima curatrice della 'Rivista
ungherese di filosofia' nel dopoguerra (1955-'56). Destituita dai suoi
incarichi accademici insieme con Lukacs per motivi politici dopo la
rivoluzione ungherese. Trascorse molti anni ad insegnare in scuole
secondarie e le fu proibita ogni pubblicazione. Nel 1968 protesto' contro
l'invasione sovietica della Cecoslovacchia, e subi' una nuova persecuzione
politica e poliziesca. Nel 1973, sulla base di un provvedimento ad personam
delle autorita' del partito, perse di nuovo tutti gli incarichi accademici.
'Disoccupata per motivi politici', tra il 1973 e il 1977 lavoro' come
traduttrice. Nel 1977 emigro' in Australia. A partire dall'enorme
cambiamento del 1989, attualmente trascorre parte dell'anno nella nativa
Ungheria dove e' stata designata membro dell'Accademia ungherese delle
scienze. Nel 1995 le sono stati conferiti il 'Szechenyi National Prize' in
Ungheria e l''Hannah Arendt Prize' a Brema; ha ricevuto la laurea ad honorem
dalla 'La Trobe University' di Melbourne nel 1996 e dall'Universita di
Buenos Aires nel 1997". Opere di Agnes Heller: nella sua vastissima ed
articolata produzione segnaliamo almeno: Per una teoria marxista del valore,
Editori Riuniti, Roma 1974; La teoria dei bisogni in Marx, Feltrinelli,
Milano 1974, 1978; Sociologia della vita quotidiana, Editori Riuniti, Roma
1975; L'uomo del Rinascimento, La Nuova Italia, Firenze 1977; La teoria, la
prassi e i bisogni, Savelli, Roma 1978; Istinto e aggressivita'.
Introduzione a un'antropologia sociale marxista, Feltrinelli, Milano 1978;
(con Ferenc Feher), Le forme dell'uguaglianza, Edizioni aut aut, Milano
1978; Morale e rivoluzione, Savelli, Roma 1979; La filosofia radicale, il
Saggiatore, Milano 1979; Per cambiare la vita, Editori Riuniti, Roma 1980;
Teoria dei sentimenti, Editori Riuniti, Roma 1980, 1981; Teoria della
storia, Editori Riuniti, Roma 1982; (con F. Feher, G. Markus), La dittatura
sui bisogni. Analisi socio-politica della realta' est-europea, SugarCo,
Milano 1982; (con Ferenc Feher), Ungheria 1956, Sugarco, Milano 1983; Il
potere della vergogna. Saggi sulla razionalita', Editori Riuniti, Roma 1985;
Le condizioni della morale, Editori Riuniti, Roma, 1985; (con Ferenc Feher),
Apocalisse atomica. Il movimento antinucleare e il destino dell'Occidente,
Milano 1985; Oltre la giustizia, Il Mulino, Bologna, 1990; (con Ferenc
Feher), La condizione politica postmoderna, Marietti, Genova 1992; Etica
generale, Il Mulino, Bologna 1994; Filosofia morale, Il Mulino, Bologna,
1997; Dove siamo a casa. Pisan Lectures 1993-1998, Angeli, Milano 1999.
Opere su Agnes Heller: Nino Molinu, Heller e Lukacs. Amicus Plato sed magis
amica veritas: topica della moderna utopia, Montagnoli, Roma 1984; Giampiero
Stabile, Soggetti e bisogni. Saggi su Agnes Heller e la teoria dei bisogni,
La Nuova Italia, Firenze 1979; la rivista filosofica italiana "aut aut" ha
spesso ospitato e discusso la riflessione della Heller; cfr. in particolare
gli studi di Laura Boella]

Possiamo vivere una vita onesta, perche' non dobbiamo tentare?

12. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

13. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1337 del 25 giugno 2006

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