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La domenica della nonviolenza. 79



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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 79 del 25 giugno 2006

In questo numero:
1. Peppe Sini: Ora o mai piu'
2. Gustavo Zagrebelsky: Le pulsioni profonde
3. Ida Dominijanni intervista Stefano Rodota'
4. Domenico Gallo: Costituzione o barbarie
5. "Quattro ragioni per un no". Un appello
6. Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato": No

1. EDITORIALE. PEPPE SINI: ORA O MAI PIU'

Se tra oggi e domani la maggioranza degli elettori che si recheranno alle
urne per il referendum sul colpo di stato (e gia' scrivere questa verita'
rivela l'assurdta' e la tragedia del momento presente) non voteranno per
difendere la Costituzione della Repubblica italiana dall'assalto dei
fascisti, dei razzisti e dei mafiosi, tutto sara' perduto.
Nuovamente Giacomo Matteotti sara' massacrato, nuovamente Carlo e Nello
Rosselli periranno sotto i colpi dei sicari, nuovamente.
*
Il referendum e' l'ultimo baluardo: se vincessero i golpisti la Costituzione
della Repubblica Italiana nata dalla Resistenza sarebbe infranta per sempre.
Di nuovo la barbarie dilagherebbe nel nostro paese.
Oggi e domani occorre recarsi tutte e tutti alle urne per votare no al colpo
di stato, no al fascismo, no al razzismo, no alla mafia e ai suoi
manutengoli.
*
E chi ancora non lo avesse fatto, tra quanti hanno chiara nozione della
posta in gioco, del compito dell'ora, del dovere non eludibile e non
procrastinabile, ebbene, cerchi oggi i parenti e gli amici, cerchi oggi i
colleghi e i vicini, cerchi oggi i conoscenti e i compagni di un giorno o di
una vita, cerchi oggi le persone per le quali la sua parola e' autorevole e
amata, e tutte le preghi di interrompere ogni altra cosa, e di recarsi alle
urne.
Alle urne, a votare no al colpo di stato, no al fascismo, no al razzismo, no
alla mafia e ai suoi manutengoli.
*
A votare no. O adesso o mai piu'.

2. REFERENDUM. GUSTAVO ZAGREBELSKY: LE PULSIONI PROFONDE
[Da varie persone amiche riceviamo e volentieri ridiffondiamo il seguente
intervento apparso sul quotidiano "La Repubblica" del 23 giugno 2006.
Gustavo Zagrebelsky, nato nel 1943 a San Germano Chisone (To), illustre
costituzionalista, docente universitario, giudice della Corte Costituzionale
(e suo presidente, quindi presidente emerito); componente dei comitati
scientifici delle riviste "Giurisprudenza costituzionale", "Quaderni
costituzionali", "Il diritto dell'informazione", "L'Indice dei libri", e
della Fondazione Roberto Ruffilli; socio corrispondente dell'Accademia delle
Scienze di Torino, gia' collaboratore del quotidiano "La Stampa"; per la
casa editrice Einaudi dirige la collana "Lessico civile"; autore di vari
volumi e saggi, ha collaborato al commentario alla Costituzione italiana
diretto da Giuseppe Branca. Tra i suoi numerosi lavori segnaliamo
particolarmente Amnistia, indulto e grazia. Problemi costituzionali,1972;
Manuale di diritto costituzionale. Il sistema costituzionale delle fonti del
diritto, 1974, 1978; La giustizia costituzionale,1978, 1988; Societa',
Stato, Costituzione. Lezioni di dottrina dello Stato, 1979; Le immunita'
parlamentari, Einaudi, Torino 1979; Il diritto mite, Einaudi, Torino 1992;
Questa Repubblica, Le Monnier, Firenze 1993; Il "crucifige" e la democrazia,
Einaudi, Torino 1995; (con Pier Paolo Portinaro e Joerg Luther, a cura di),
Il futuro della costituzione, Einaudi, Torino 1996; La giustizia
costituzionale, Il Mulino, Bologna 1996; (con Carlo Maria Martini), La
domanda di giustizia, Einaudi, Torino 2003; (a cura di), Diritti e
Costituzione nell'Unione europea, Laterza, Roma-Bari 2003, 2005; (con M. L.
Salvadori, R. Guastini, M. Bovero, P. P. Portinaro, L. Bonanate), Norberto
Bobbio tra diritto e politica, Laterza, Roma-Bari 2005; Imparare la
democrazia, Gruppo editoriale L'Espresso, Roma 2005; Principi e voti,
Einaudi, Torino 2005]

Le costituzioni sono costruzioni, ma queste costruzioni, come anche quella
cui tanto volonterosamente e a lungo si e' dedicata la nostra ingegneria
costituzionale, presentano sempre un aspetto, per cosi' dire, naturalistico
che non risulta aver attirato l'attenzione che merita. Eppure, proprio su
questo, in ultima analisi, ci pronunceremo tra breve e sara' un
pronunciamento che conterra' un giudizio, oltre che sulla costituzione che
ci viene proposta, anche su noi stessi.
L'espressione "aspetto naturalistico" si riferisce a quella che i classici
denominavano l'indole costituzionale dei popoli. Le costituzioni dei popoli
intuitivi e sentimentali non possono essere quelle dei popoli ragionatori e
speculativi; le costituzioni dei popoli molli e pigri, non quelle dei forti
e laboriosi; dei pessimisti e fatalisti, non quelle degli ottimisti e fieri;
degli attivi e coraggiosi, non quelle dei passivi e paurosi; dei
dissipatori, non quelle dei parsimoniosi. Un despota, per esempio, e'
necessario per coloro che, dovendo cogliere una banana, pensano, invece di
arrampicarsi, di tagliare il banano alla radice. La democrazia non e' adatta
ai popoli che cercano favori piuttosto che diritti, che scansano le
responsabilita' invece che cercarle. Accogliere nei Paesi freddi il lusso e
i molli costumi degli Orientali, si e' anche detto, significa darsi le loro
catene.
Non lasciamoci fuorviare dall'apparente ingenuita' di queste
contrapposizioni settecentesche. Esse contengono una profonda verita': la
piu' perfetta opera di ingegneria costituzionale potrebbe non valere nulla
se ignora o contraddice i caratteri naturali del popolo che si vuole
costituzionalizzare. "Le costituzioni sono simili alle vesti: e' necessario
che ogni individuo, che ogni eta' di ciascun individuo abbia la sua propria,
la quale se tu vorrai dare ad altri, stara' male. Non vi e' veste, per
quanto sia mancante di proporzioni nelle sue parti, la quale non possa
trovare un uomo difforme cui sieda bene; ma se vuoi fare una sola veste per
tutti gli uomini, ancorche' sia misurata sulla statua modellaria di
Policlete, troverai sempre che il maggior numero e' piu' alto, piu' basso,
piu' secco, piu' grasso, e non potra' fare uso della tua veste".
Parole di Vincenzo Cuoco contro il progetto di costituzione napoletana del
1799 che egli considerava un arbitrario tentativo di trasposizione di
astratte idee costituzionali dalla Francia dell'epoca (Saggio storico sulla
rivoluzione napoletana del 1799, Bari, 1913, p. 218).
I nostri ingegneri e sarti costituzionali probabilmente non si saranno
nemmeno posti il problema. Forse, non saranno neppure stati sfiorati dal
dubbio che questo sia un punto importante sul quale saranno giudicati. Piu'
probabilmente ancora, si saranno lasciati condizionare inconsapevolmente
dalla presunzione che la nostra indole sia come la loro. Ma noi, nel momento
in cui ci viene chiesto di pronunciarci per mezzo del referendum, e' proprio
questa la domanda che ci poniamo: se siamo o, meglio, se vogliamo essere
quello che essi presumono che siamo; se siamo o vogliamo essere come credono
loro.
*
Quali sono dunque le pulsioni profonde che la riforma costituzionale viene a
solleticare o lusingare?
a) Innanzitutto la servilita'. Un popolo e' servile se si rallegra di poter
scegliere, ogni cinque anni, un capo al quale conferire poteri illimitati.
Non sembri una sintesi esagerata. Questo nuovo capo e' denominato "primo
ministro", ma il potere personale che questo nome innocente indica e' tale
da far paura. Egli dispone dei ministri a suo piacimento, nominandoli quando
gli sono graditi e revocandoli quando gli diventano sgraditi. A suo
piacimento dispone anche dei rappresentanti del popolo perche' ogni dissenso
nei suoi confronti si puo' concludere con il loro licenziamento, lo
scioglimento della Camera e nuove elezioni: il diritto di critica e' dunque
ammesso, ma chi lo eserciterebbe, quando il prezzo e' il suicidio? Non puo'
invece accadere il contrario, cioe' che siano i rappresentanti del popolo a
licenziare il capo e a sostituirlo con un altro. Questa ipotesi e' bensi'
prevista, ma come pura ipotesi di fantasia: occorrerebbe un voto a
maggioranza assoluta dell'Assemblea, senza l'apporto dell'opposizione, cioe'
da parte della stessa compatta compagine che fino ad allora e' stata al
seguito del capo. Il che e' quanto dire che non potrebbe realizzarsi mai.
Si dira': prima di parlare di regime autoritario, si noti almeno che questo
capo e' pur sempre scelto con un'elezione, ogni cinque anni. Ma cio'
significa solo che quel popolo che se ne rallegrasse, lo farebbe perche'
trova gioia nel ripetersi, cioe' nell'insistere nella sua servilita'.
Varrebbero le parole che Rousseau indirizzava al popolo inglese del suo
tempo: "pensa di essere libero, ma si sbaglia di grosso. Non lo e' che
durante l'elezione dei membri dei Parlamento. Appena sono eletti, e'
schiavo, non e' nulla. Nei brevi momenti della sua liberta', per l'uso che
ne fa merita di perderla" (Contratto sociale, libro III, c. XV).
*
b) In secondo luogo, l'insicurezza e l'aggressivita', degli uni verso gli
altri. Ogni elezione di capo dai poteri illimitati tramite un'investitura
popolare trasformerebbe l'elezione in conflitto in cui ciascuno avrebbe
tutto da sperare ma anche tutto da temere, a seconda dell'esito. La propria
sopravvivenza sarebbe legata alla soccombenza degli avversari e cosi'
l'insicurezza si esprimerebbe in aggressione. L'ultima tornata elettorale
cui abbiamo assistito sgomenti gia' ci ammonisce come una sia pur parziale
primizia. Gli strumenti dello scontro sarebbero i piu' rozzi, irrazionali e
semplicistici: amore-odio, bene-male, amici-nemici. "Ecrasez l'infame!"
potrebbe diventare la parola d'ordine dei due schieramenti che si
demonizzano reciprocamente.
Ne' potrebbe farsi troppo conto sulle istituzioni di controllo, per mitigare
i poteri del vincitore e, con cio' stesso, l'asprezza del confronto. Questo
accade in effetti in diversi regimi, dove pure i cittadini eleggono il capo
del loro governo. Ma la' esistono pesi e contrappesi, tradizioni e cultura
politica che ne bilanciano il potere. E da noi? Il Presidente della
Repubblica e' reso dalla riforma una figura marginale. La Corte
costituzionale, con una modifica della sua composizione, viene allineata
alla maggioranza politica. La magistratura, al di la' delle riforme che la
riguardano, sarebbe intimorita da una concentrazione di potere politico,
collegata all'investitura popolare diretta, sconosciuta negli altri Paesi
che si dicono democratici. L'uguaglianza di fronte alla legge, che gia' non
e' propriamente il punto di forza delle nostre istituzioni, si ridurrebbe a
principio-beffa. Il Parlamento, infine, abbiamo gia' visto essere reso nullo
nella sua funzione, che e' sempre stata la sua essenziale, di garanzia
contro gli abusi del governo. Quando gli assurdi rapporti tra Camera e
Senato previsti dalla riforma glielo consentissero, legifererebbe, ma sempre
e solo agli ordini del capo del governo. Ogni appuntamento elettorale, data
l'enormita' della posta in gioco, si risolverebbe in dramma o in tragedia.
Piu' che la Gran Bretagna, la Francia o la Spagna, ci darebbero il benvenuto
taluni Paesi del Sud America o dell'ex-blocco sovietico.
*
c) Lo spirito cortigiano. La riforma promette un'alternanza tra lo scontro
elettorale e il ruere in servitium, a cose fatte. Si potra' deplorare la
disposizione a cambiare casacca a seconda del momento ma, d'altra parte, che
cosa si puo' pretendere quando il vincitore puo' tutto, da lui dipendono la
fortuna o la rovina della tua azienda, della tua banca, del tuo giornale,
della tua casa editrice, della tua carriera? Se e fino a quando sei nelle
sue mani, cercherai di ingraziartelo, almeno fino al momento in cui,
pensando che stia per cadere in disgrazia, non hai piu' nulla da ottenere o
da temere da lui. Quando nuovi capi sono all'orizzonte, i cortigiani che ti
hanno adulato diventano serpenti velenosi.
*
d) L'atteggiamento impolitico e qualunquista. Nessun Parlamento al mondo e'
tanto umiliato quanto quello che deriverebbe dalla riforma. Non controlla ma
e' controllato; se legifera, lo fa per conto altrui; se si permette di
dissentire, e' sciolto. Data la sua marginalita', potrebbe anche essere
soppresso o sostituito da un'astratta attribuzione di millesimi, come nei
condomini, a ciascuna delle parti in campo. Se non lo e', forse e' perche'
esso rappresenta ancora un'immagine potente e carica di storia della
liberta' politica ed eliminarlo sarebbe stato un po' troppo forte; o, forse,
e' anche perche', ridotto in questa umiliazione, simboleggia come un trofeo
la vittoria delle forze e delle mentalita' antiparlamentari: quella vittoria
gia' iscritta nell'attuale, recente legge elettorale, che ha trasformato in
molti casi i rappresentanti del popolo in ignote propaggini di dosaggi di
potere, clientele e familismi di partito. Non sono pochi, del resto, coloro
che intendono l'annunciata diminuzione del numero dei parlamentari,
operativa - se mai lo sara' = solo tra molti anni, come un ammiccamento
all'eterno qualunquismo latente nel nostro Paese.
*
e) Il provincialismo pessimista e ripiegato su se stesso. "A casa mia": e'
il motto di chi crede a quella cosa che la riforma definisce federalismo (il
federalismo e' l'apertura della piccola patria a una patria piu' grande) ed
e' invece ripiegamento su se stessi, timore per l'ignoto, aggressivita'
verso chi viene creduto diverso, comunitarismo organico: l'esatto contrario
del federalismo. I giuristi hanno ripetutamente spiegato che nelle norme
della cosiddetta devolution c'e' molto piu' centralismo che non federalismo.
Diverse competenze sono state ritrasferite al centro e il "federalismo
fiscale" e' reso una beffa dalla norma che vieta "in tutti i casi"
all'autonomia impositiva delle Regioni (e degli enti locali) di determinare
incrementi della pressione fiscale complessiva. Anche le competenze
regionali "esclusive" - assistenza e organizzazione sanitaria,
organizzazione scolastica, gestione degli istituti scolastici e di
formazione, definizione dei programmi scolastici e formativi di interesse
specifico della Regione e polizia amministrativa regionale e locale - devono
pur sempre coesistere con le competenze statali, anch'esse "esclusive",
circa i livelli essenziali delle prestazioni in campo sanitario, le norme
generali sull'istruzione e la tutela della salute, nonche' l'ordine pubblico
e la sicurezza.
Ma, evidentemente, quello che conta, in questo caso, non e' la realta'
giuridica ma e' il messaggio "culturale" di chiusura e ostilita' verso il
diverso. Della nostra salute, della istruzione dei nostri figli, della
nostra sicurezza ci occupiamo noi perche', per l'appunto, sono cose di casa
nostra. La violenza concreta di questo atteggiamento, tuttavia, non
tarderebbe poi a farsi sentire, ben al di la' di quel che le norme
costituzionali (per ora) contengono.
*
Riassumiamo. L'indole costituzionale che la riforma solletica, lusinga,
blandisce e' questa: servilita', insicurezza e aggressivita', spirito
cortigiano, antipolitica e qualunquismo, provincialismo ripiegato su se
stesso. Occorrerebbero troppe parole, ma sarebbero del tutto superflue, per
mostrare come questi spiriti, politicamente molto ben definiti, siano agli
antipodi rispetto a quelli su cui si fonda la Costituzione che viene
dall'Assemblea costituente del 1946-1947. Ma riprendiamo la domanda
iniziale: siamo disposti a riconoscerci in questa nuova, o forse antica
indole che vogliono attribuirci? Il referendum ci interpella su questo,
dunque su noi stessi, molto prima che sui contenuti giuridici. Posta cosi'
la questione, si puo' sperare che in molti si avverta la necessita' di una
reazione a una proposta che e' un tentativo di seduzione dei lati peggiori
del nostro carattere e di oltraggio ai suoi lati migliori.
I cittadini hanno il diritto di esprimersi su questa domanda e la nostra
classe politica ha il dovere di non alterare la loro risposta. Da piu' parti
si insiste invece sul fatto che, quale che sia il risultato del referendum,
le due parti dovranno subito dopo trovare l'accordo "per una riforma
condivisa", per esempio in una Assemblea o una Convenzione costituenti. Il
si' e il no conterrebbero entrambi una clausola sottintesa: poi ci si
mettera' d'accordo. Ma su che cosa? Questo e' un parlare ambiguo. Su quale
terreno ci si vorra' muovere? in base a quale spirito? Una cosa e' lavorare
per la Costituzione che abbiamo; una cosa opposta e' lavorare per la
Costituzione che non vogliamo avere. Si tratta di promuovere due spiriti
pubblici, due indoli costituzionali del tutto incompatibili. La
condivisione, in questa situazione, nasconderebbe inganni. Anche i tentativi
di puro miglioramento tecnico cadono davanti a questa alternativa.

3. REFERENDUM. IDA DOMINIJANNI INTERVISTA STEFANO RODOTA'
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 24 giugno 2006.
Ida Dominijanni, giornalista e saggista, docente a contratto di filosofia
sociale all'Universita' di Roma Tre, e' una prestigiosa intellettuale
femminista. Tra le opere di Ida Dominijanni: (a cura di), Motivi di
liberta', Angeli, Milano 2001; (a cura di, con Simona Bonsignori, Stefania
Giorgi), Si puo', Manifestolibri, Roma 2005.
Stefano Rodota' e' nato a Cosenza nel 1933, giurista, docente
all'Universita' degli Studi di Roma "La Sapienza" (ha inoltre tenuto corsi e
seminari nelle Universita' di Parigi, Francoforte, Strasburgo, Edimburgo,
Barcellona, Lima, Caracas, Rio de Janeiro, Citta' del Messico, ed e'
Visiting fellow, presso l'All Souls College dell'Universita' di Oxford e
Professor alla Stanford School of Law, California), direttore dele riviste
"Politica del diritto" e "Rivista critica del diritto privato", deputato al
Parlamento dal 1979 al 1994, autorevole membro di prestigiosi comitati
internazionali sulla bioetica e la societa' dell'informazione, dal 1997 al
2005 e' stato presidente dell'Autorita' garante per la protezione dei dati
personali. Tra le opere di Stefano Rodota': Il problema della
responsabilita' civile, Giuffre', Milano 1964; Il diritto privato nella
societa' moderna, Il Mulino, Bologna 1971; Elaboratori elettronici e
controllo sociale, Il Mulino, Bologna 1973; (a cura di), Il controllo
sociale delle attivita' private, Il Mulino, Bologna 1977; Il terribile
diritto. Studi sulla proprieta' privata, Il Mulino, Bologna 1981; Repertorio
di fine secolo, Laterza, Roma-Bari, 1992; (a cura di), Questioni di
Bioetica, Laterza, Roma-Bari, 1993, 1997; Quale Stato, Sisifo, Roma 1994;
Tecnologie e diritti, Il Mulino, Bologna 1995; Tecnopolitica. La democrazia
e le nuove tecnologie della comunicazione, Laterza, Roma-Bari, 1997;
Liberta' e diritti in Italia, Donzelli, Roma 1997. Alle origini della
Costituzione, Il Mulino, Bologna, Il Mulino, 1998; Intervista su privacy e
liberta', Laterza, Roma-Bari 2005; La vita e le regole, Feltrinelli, Milano
2006]

Con Stefano Rodota' non c'e' bisogno di tornare sul giudizio negativo sulla
controriforma costituzionale della Cdl [sigla per "casa delle liberta'", il
grottesco e fraudolento pseudonimo autoattribuitosi dalla coalizione
berlusconiana - ndr], pubblicamente espresso da lui piu' e piu' volte.
Ragioniamo invece sull'alternativa conservazione-innovazione che da anni
monopolizza il dibattito sulla riforma costituzionale, schiacciando sul polo
negativo della conservazione chi difende la Carta del '48 e sul polo
positivo dell'innovazione chi vuole riformarla e in qualsiasi modo. Una
semplificazione irritante che riflette sulla materia costituzionale la
logica altrettanto semplificante vecchio/nuovo che dall'89 in poi pervade il
dibattito politico italiano.
*
- Ida Dominijanni: Ti iscrivi al partito dei conservatori?
- Stefano Rodota': Senz'altro si'. Se essere conservatori significa
presidiare i fondamenti della nostra democrazia che oggi sono in gioco, i
valori e i principi ispiratori del patto fra i cittadini, le garanzie di
liberta', sono un conservatore. Se essere conservatori significa opporsi al
"pensiero debolissimo" degli ultimi anni, un pensiero dimissionario di ogni
elaborazione autonoma e pronto a lasciarsi attraversare e a farsi dettare
l'agenda da tutto quello che viene dal campo opposto, sono un conservatore.
Un "nobile conservatore", come si dice ora a mo' di insulto.
*
- Ida Dominijanni: Ma su questo tutti, a sinistra e a destra, sarebbero
pronti a dirsi d'accordo. Da anni si dice: i valori e i principi, cioe' la
prima parte della Costituzione, non si toccano, pero' bisogna cambiare la
seconda parte, cioe' l'ordinamento. E infatti formalmente la riforma della
Cdl riscrive la seconda parte, ma non tocca la prima...
- Stefano Rodota': Formalmente no, in realta' la tocca eccome: la devolution
fa a pezzi il principio di uguaglianza. Ma non e' solo questo il punto.
Prima e seconda parte della Costituzione non si possono separare con un
taglio netto. La prima parte, quella dei valori, dei diritti e delle
liberta', e' una tavola di riferimento, un progetto da realizzare, serve a
dare il tono ai programmi politici: e' questo il lascito del
costituzionalismo novecentesco. Dire formalmente che non la si tocca per poi
tradirla nella legislazione ordinaria e' il modo migliore e piu' strisciante
per passarci sopra coi cingoli. Ed e' precisamente quello che sta avvenendo.
Quando con la legge 40 si vieta l'accesso alle tecnologie riproduttive alla
"donna sola", si legifera contro l'articolo 3 della Costituzione. Quando si
attacca l'autonomia della magistratura, si legifera contro il sistema dei
diritti e le garanzie della loro applicazione. E' sulla legislazione
ordinaria,non meno che sulla riforma costituzionale, che si sta giocando la
partita sui principi fondamentali.
*
- Ida Dominijanni: Tuttavia l'innovazione continua a essere sbandierata come
un valore in se' positivo. Di che tipo e' stata l'innovazione costituzionale
proposta in questi anni?
- Stefano Rodota': E' stata un'innovazione che invece di incidere sui punti
deboli della Costituzione ha puntato a modificare il profilo della nostra
democrazia. Che e' una democrazia rappresentataiva, con pesi, contrappesi e
garanzie che la immunizzano da derive plebiscitarie, e tale deve rimanere.
Invece l'innovazione costituzionale che va per la maggiore considera la
decisione il bene supremo, a scapito della rappresentanza. Non va
dimenticato il ruolo che ha giocato in questa deriva il cambiamento della
legge elettorale e l'introduzione del maggioritario col referendum del '93.
All'epoca mi schierai contro - ero per il modello tedesco - e oggi penso che
i tempi siano maturi per un ripensamento critico anche in chi fu a favore.
Continuare a sostenere che ci abbiamo guadagnato il bipolarismo significa
ignorare il fatto che con il maggioritario il sistema istituzionale ha
funzionato in modo da avvantaggiare Berlusconi. E' col maggioritario che si
diffonde, anche a sinistra, l'idea che le elezioni hanno una funzione di
investitura del capo, il quale puo' fare quello che vuole, dopodiche' al
turno elettorale successivo gli elettori possono mandarlo a casa. In pochi
anni siamo diventati quello che Rousseau temeva, "liberi il giorno delle
elezioni e schiavi tutti gli altri giorni".
*
- Ida Dominijanni: E' cattiva innovazione dunque quella basata sulla
governabilita', la decisione, la verticalizzazione del potere a scapito
della rappresentanza. C'e' invece una innovazione buona?
- Stefano Rodota': E' buona innovazione quella coerente con la prima parte
della Costituzione, volta a sviluppare la partecipazione - ad esempio con il
diritto di petizione e di iniziativa popolare -, e scevra dalla pretesa di
sfigurare o deprimere il carattere parlamentare della Repubblica.
*
- Ida Dominijanni: Ammesso che al referendum vinca il No, quante
possibilita' vedi che il centrosinistra segua una pista di questo tipo?
- Stefano Rodota': Prima che alle forze politiche, bisogna prestare ascolto
a quello che dicono i garanti della Costituzione, a cominciare dal
presidente della Repubblica. E Napolitiano di recente ha detto una cosa
importante: che sulla riforma costituzionale il confronto va ripreso in
parlamento. Il che esclude l'assemblea costituente e anche un'ennesima
bicamerale, e restituisce alla sua sede propria il compito di manutenzione
della Costituzione. Anche il percorso delineato dal ministro per le riforme,
Vannino Chiti, mi pare corretto: per prima cosa si riformi il 138,
aumentando il quorum necessario in parlamento per riformare la Costituzione.
Poi si dovrebbero individuare le materie indisponibili alla revisione,
seguendo le indicazioni di una importante sentenza della corte
costituzionale. Dopodiche' si puo' passare a ripulire la riforma del titolo
V fatta dal centrosinistra, che e' stata anch'essa sbagliata nel metodo e
nel merito, e a riformare il bicameralismo, che ne ha bisogno. E a rifare la
legge elettorale, materia extracostituzionale ma rilevantissima per le
conseguenze sulla forma di governo e sul sistema dei poteri nel suo insieme.
*
- Ida Dominijanni: Sostieni giustamente che bisogna riportare il processo di
manutenzione costituzionale al parlamento. Pero' non possiamo nasconderci
che da svariate legislature il parlamento non brilla per competenza e
tecnica giuridica. Anche questo e' un problema, o no?
- Stefano Rodota': Si', ma non lo si puo' risolvere spostando altrove una
funzione che deve restare sua. Non mi piace l'idea della "convenzione" di
politici ed esperti che e' venuta fuori di recente. Sarebbe un'ennesima
commissione con poteri redigenti, che elabora un progetto di riforma
complessiva di fronte al quale il parlamento alla fine deve prendere o
lasciare. Basta con la logica del "pacchetto" di riforme: la Costituzione si
modifica in parlamento, con interventi puntuali e puntiformi. In un
parlamento, mi auguro, aperto all'ascolto di competenze e contributi
esterni, che certo saranno piu' vivaci ora che col referendum l'opinione
pubblica sembra essersi un po' risvegliata.
*
- Ida Dominijanni: Tu hai partecipato da protagonista alla stesura della
Carta dei diritti europea. Non pensi che una revisione della Costituzione
sia necessaria anche per raccordarla al processo costituente europeo?
- Stefano Rodota': No.E non vorrei che accadesse su scala europea quello che
e' gia' accaduto su scala nazionale, e cioe' che il discorso sulla riforma
della Costituzione servisse a supplire una mancanza di iniziativa politica o
a coprire problemi politici. Quello che e' importante e' che il processo
politico di costruzione dell'Unione europea riparta, e che la Carta dei
diritti acquisti valore vincolante per tutti gli stati membri: l'Italia ne
trarrebbe giovamento.
*
- Ida Dominijanni: Tu sei anche il giurista italiano piu' sensibile alle
questioni di bioetica. Non pensi che in materia alcuni principi andrebbero
inseriti in Costituzione?
- Stefano Rodota': No, non credo che sia necessario e mi parrebbe anche
politicamente inopportuno. Su molte questioni di bioetica - il consenso
informato ad esempio - l'articolo 2 della Costituzione, relativo allo
sviluppo della personalita', ci da' una bussola sufficiente. Su altre - ad
esempio la clonazione - basta la Carta europea dei diritti, su altre
soccorre la convenzione europea sulla biomedicina. C'e' materia giuridica
quanto basta.

4. REFERENDUM. DOMENICO GALLO: COSTITUZIONE O BARBARIE
[Dal sito www.salviamolacostituzione.net riprendiamo il seguente intervento
del 22 giugno 2006. Domenico Gallo (per contatti:
domenico.gallo at tiscali.it), illustre giurista, e' nato ad Avellino nel 1952,
magistrato ed acuto saggista, gia' parlamentare, tra gli animatore
dell'Associazione nazionale giuristi democratici; tra i suoi scritti
segnaliamo particolarmente: Dal dovere di obbedienza al diritto di
resistenza, Edizioni del Movimento Nonviolento, Perugia 1985;
Millenovecentonovantacinque, Edizioni Associate, Roma 1999; (a cura di, con
Corrado Veneziano), Se dici guerra umanitaria. Guerra e informazione. Guerra
all'informazione, Besa, 2005; (a cura di, con Franco Ippolito), Salviamo la
Costituzione, Chimienti, Taranto 2006. Vari suoi scritti sono disponibili
nel sito www.domenicogallo.it]

A pochi giorni dal voto, senza timore di semplificazioni, ma per amore di
verita' occorre che sia chiaro che quello che rende veramente diverso e
straordinario il referendum del 25-26 giugno da tutti gli altri e' il valore
straordinario della posta in gioco: la Costituzione.
Infatti la legge costituzionale che saremo chiamati a giudicare con il
referendum, alla quale e' stato impropriamente attribuito l'appellativo di
"devolution", non si limita a correggere o modificare qualche aspetto della
Costituzione vigente, ma riscrive completamente la seconda parte della
Costituzione, sostituendo l'ordinamento democratico della Repubblica con un
nuovo ordinamento, che si pone profondamente in contraddizione con i
principi democratici e di liberta', affermati nella Costituzione italiana.
In realta' la cosiddetta "devolution" sostituisce la Costituzione italiana,
scritta dall'Assemblea Costituente eletta il 2 giugno 1946, con una nuova
costituzione scritta dall'ex Ministro Calderoli per conto di Bossi, Fini e
Berlusconi.
Ma la Costituzione italiana non e' stata scritta sulla sabbia e non puo'
essere cancellata come se si trattasse di una normale opzione politica. Essa
e' stata scritta con il concorso di tutte le forze democratiche del nostro
paese, mettendo a frutto le dure lezioni della storia. Nasce da una trama di
sofferenze e dalla passione per la liberta' di tutti coloro che attraverso
la Resistenza si sono battuti per la pace, la liberta' e la democrazia nel
nostro paese.
*
Con la Costituzione e' stato costituito un patrimonio di beni pubblici
repubblicani, destinato anche alle generazioni future, di cui tutti gli
italiani sono titolari. In virtu' della Costituzione, anche il piu' povero
degli italiani nasce ricco. Perche', fin dalla nascita, e' titolare di un
patrimonio di beni pubblici, che non sono assicurati sempre a tutti, ed in
ogni ordinamento.
La Costituzione ci fa nascere liberi, con il diritto al godimento delle
liberta' civili ed alla tutela dei diritti fondamentali della persona. Ci
protegge da ogni forma di dispotismo e da ogni attentato alla nostra
liberta', grazie all'esistenza di raffinati strumenti di garanzia (giudici
indipendenti e Corte Costituzionale, pluralismo istituzionale e divisione
dei poteri).
La Costituzione ci assicura l'eguaglianza. Ci protegge da ogni
discriminazione, ed impegna i pubblici poteri a rimuovere gli ostacoli di
ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona.
La Costituzione ci garantisce il diritto alla vita, proteggendoci dal
flagello della guerra ed assicurandoci una intensa tutela della salute,
attraverso un Servizio sanitario nazionale, di cui siamo tutti titolari.
La Costituzione garantisce a tutti il diritto all'istruzione, e assicura ai
capaci e meritevoli il diritto di raggiungere i gradi piu' alti degli studi.
La Costituzione ci rende cittadini e non sudditi, chiamando tutti i
cittadini ad associarsi per concorrere a determinare la politica nazionale,
consentendoci di partecipare alle scelte fondamentali che riguardano i
nostri bisogni ed i nostri interessi attraverso gli istituti della
democrazia rappresentativa.
La Costituzione ci protegge dal ritorno al passato, istituendo un
ordinamento democratico, fondato sulla divisione e distribuzione dei poteri,
che rende impossibile ogni forma di dittatura.
*
Per superare timori diffusi nel corpo elettorale, i sostenitori della
controriforma della Costituzione si sono sbracciati ad assicurarci che le
nuove regole costituzionali non modificano la prima parte della Costituzione
e non pregiudicano i diritti e le liberta' che la Costituzione italiana
garantisce a tutti i cittadini. Questo non e' assolutamente vero! I diritti
e le liberta' non esistono in natura: sono creature artificiali. Possono
essere attuati, riconosciuti, garantiti e sviluppati soltanto attraverso il
funzionamento delle istituzioni e dei pubblici poteri. Per esistere,
pertanto, hanno bisogno di un ordinamento democratico, di un assetto dei
pubblici poteri che, attraverso meccanismi istituzionali adeguati, dia loro
concretezza, protezione e tutela adeguata.
Orbene la controriforma, attraverso la "devolution", pregiudica due diritti
sociali fondamentali, come il diritto alla salute ed il diritto
all'istruzione, mettendo a repentaglio la stessa unita' sociale e politica
del paese. Attraverso la modifica della forma di governo pregiudica ed
indebolisce sia i diritti a contenuto sociale, sia i diritti di liberta'.
Nel momento in cui cambia il ruolo e le funzioni della Camere e la Camera
dei Deputati viene posta sotto la tutela di un Capo politico onnipotente, le
garanzie che presidiano i diritti dei cittadini italiani risultano
notevolmente affievolite. La loro sorte, infatti, dipendera' dagli umori e
dall'orientamento politico di un solo uomo, il Primo Ministro, e non sara'
piu' affidata alla garanzia di un Parlamento effettivamente rappresentativo
del pluralismo delle domande e dei bisogni sociali, di un Presidente della
Repubblica autorevole, di una Corte Costituzionale intransigente e di una
magistratura realmente indipendente dal potere.
Di conseguenza la riforma costituzionale voluta dalla destra ci deruba del
patrimonio di beni pubblici repubblicani che i costituenti ci hanno lasciato
in eredita' a garanzia della liberta', della dignita', della felicita' e
della vita stessa di ciascuno di noi.
*
La Costituzione e' frutto della nostra storia ed in essa c'e' dentro la
nostra identita'.
Anzi, essa ha contribuito a formare l'identita' nazionale, per cui oggi non
e' possibile pensare al popolo italiano separato dai suoi istituti di
liberta', dal grande pluralismo dei corpi sociali, dalla distribuzione dei
poteri, dalla partecipazione popolare, dalla passione per il bene pubblico.
La riforma della Costituzione colpisce l'identita' stessa del popolo
italiano come comunita' politica, distruggendo quell'ordinamento attraverso
il quale si sostanzia la democrazia e si garantisce il rispetto della
dignita' umana alle generazioni future.
In questo modo, demolendo le istituzioni della democrazia, si disfa
l'Italia, trasformando il popolo italiano in un aggregato di individui in
perenne competizione tra loro.
*
Il referendum e' l'ultima occasione per salvare i beni pubblici che i
costituenti hanno donato al popolo italiano, facendo tesoro delle dure
lezioni della storia.
Non ci sara' una prova d'appello per la democrazia italiana!
Se la riforma dovesse passare, la Costituzione italiana sarebbe cancellata
ed il suo patrimonio di liberta' e di diritti disperso per sempre.
La scelta che siamo chiamati a compiere con il referendum e' cruciale per il
destino del nostro Paese, com'e' stata a suo tempo la Resistenza. Oggi, come
allora, e' necessario ritrovare lo stesso spirito, la stessa coscienza di un
dovere civile da adempiere: sconfiggere il progetto di demolizione della
Costituzione, votando "no" al referendum  per ricostruire il primato della
convivenza civile orientata al perseguimento del bene comune, fondamento
morale senza il quale non puo' vivere una democrazia.

5. REFERENDUM. "QUATTRO RAGIONI PER UN NO". UN APPELLO
[Da varie persone amiche riceviamo e volentieri diffondiamo]

Il 25 e il 26 giugno gli italiani sono chiamati a votare per approvare
definitivamente o respingere la riforma costituzionale varata nella scorsa
legislatura dal centrodestra. Noi siamo a favore del no. E lo siamo per
quattro ragioni fondamentali.
La prima: la riforma e' tecnicamente sgangherata e malscritta, getta lo
scompiglio tra i poteri dello stato, configura un bicameralismo asimmetrico
che rischia di creare un pericoloso contenzioso tra le due camere, disegna
non un meccanismo di "checks and balances", ma un sistema di ricatti
reciproci, prevede un federalismo centrifugo che metterebbe a repentaglio
l'unita' della Repubblica e i vincoli di solidarieta' tra le sue parti.
La seconda ragione e' che si tratta di una riforma sbagliata politicamente.
E' saggio che le norme fondamentali che regolano la vita collettiva siano
condivise da larghe maggioranze, non imposte dall'una all'altra parte.
Bocciare questa riforma significa rimettere in discussione anche lo strappo
costituzionale perpetrato a suo tempo dal centrosinistra con la cosiddetta
riforma federalista.
La terza ragione e' che la riforma ripropone quella preminenza personale del
capo dell'esecutivo che l'Italia ha gia' conosciuto al tempo del fascismo e
che i costituenti avrebbero voluto scongiurare per sempre. Questa riforma
dunque segna la rivincita sulla tradizione e sulle forze antifasciste che
scrissero la Carta del '48 degli epigoni del fascismo, che tali rimangono
pur dissimulati sotto spoglie diverse.
La quarta ragione e' che la riforma e' democraticamente rischiosa: figlia di
una cultura agli antipodi di quella da cui scaturi' la Costituzione, essa
predispone una minacciosa concentrazione di potere nelle mani del capo
dell'esecutivo, zittisce definitivamente il parlamento, rende il capo dello
stato una figura decorativa, indebolisce le istituzioni di garanzia.
Ecco le ragioni per cui riteniamo che questa riforma vada bocciata: senza se
e senza ma.
Senonche', ammesso che cio' avvenga, tutto lascia presumere che una nuova
riforma verra' subito dopo messa in cantiere al suo posto. Gia' si avverte
un intenso tramestio in questo senso e i primi segnali di cambiamento di
metodo sono stati lanciati: non una riforma imposta dalla maggioranza alla
minoranza, bensi' una riforma concordata. C'e' da rallegrarsene, pur con
l'avvertenza che l'adozione di un metodo politicamente meno discutibile
costituisce una rassicurazione molto debole. Specie in presenza di
interventi dalle parti del centrosinistra che hanno ravvisato nella riforma
pecche piu' estetiche, e metodologiche, che non di sostanza: la riforma del
centrodestra sarebbe brutta, e delegittimata dal metodo con cui la si e'
introdotta, ma la direzione che indica sarebbe quella giusta.
Questa linea di pensiero non stupisce affatto. Trova conferma nelle riforme
introdotte nell'ultimo quindicennio, con maggioranze molto larghe, negli
assetti del governo locale, ove al capo dell'esecutivo e' stata assicurata
una preminenza assoluta, emarginando le assemblee rappresentative,
incentivando l'involuzione dei partiti a mere agenzie elettorali e
abbattendo il sistema dei controlli, tra l'altro con la conseguenza di
favorire una crescita incontrollata della spesa pubblica. Tra il riformismo
costituzionale del centrodestra e quello di una parte del centrosinistra
c'e' un'inquietante contiguita' culturale, che promette frutti avvelenati
qualora, bocciata questa riforma, subito si avviasse quella successiva.
Nel sottoscrivere questo appello noi vorremmo invitare le forze politiche
repubblicane ad una pausa e uno sforzo di ripensamento. Le costituzioni, e
le regole in genere, si possono benissimo aggiornare. Vanno tuttavia
riscritte non solo tutti insieme, ma anche con consapevolezza e prudenza. A
partire dalla riforma elettorale del 1993, l'Italia ha conosciuto una lunga
e tormentata stagione di riforme d'ogni sorta, che hanno ridisegnato il
volto delle istituzioni, a livello nazionale e locale, trasformandola in
democrazia maggioritaria. Il fatto stesso che si chiedano riforme ulteriori
per perfezionare la cosiddetta transizione dovrebbe tuttavia dimostrare non
solo quanto insoddisfacente sia il percorso compiuto, ma come non
necessariamente le riforme conseguano gli esiti promessi. Prima di accanirsi
in interventi ulteriori, in nuove leggi elettorali e nuovi aggiustamenti,
magari incisivi, del testo costituzionale, occorrerebbe dunque ben sapere
quali esiti si vogliano conseguire, anzitutto ragionando sull'attuale stato
della democrazia italiana. Una legislatura e' un tempo sufficientemente
lungo per concedersi una pausa di riflessione e avviare un dibattito
costruttivo, che eluda i luoghi comuni accumulatisi nell'ultimo
quindicennio.
Non e' fra l'altro eccessivo sostenere che al momento poco meno di meta'
degli elettori si sono pronunciati a favore di partiti che disconoscono la
democrazia repubblicana: secessionisti, eredi del fascismo e neopopulisti
hanno piu' volte manifestato il loro profondo disprezzo per regole e
principi democratici, per le minoranze, per i diritti fondamentali della
persona. Cio' non significa che gli elettori condividano gesti e sentimenti
di coloro per cui hanno deciso di votare. Ma sono fatti democraticamente
devastanti sia la furibonda contestazione dell'esito delle elezioni del 9-10
aprile scorso, sia il comportamento incivile tenuto in parlamento in
occasione dell'elezione del nuovo capo dello stato, sia la minaccia di
mobilitare le piazze e di farle marciare verso Roma, sia quella di ricorrere
a mezzi non democratici se il referendum bocciasse la riforma. Qualora
ulteriormente ripetuti, tali gesti rischiano di inquinare irreversibilmente
la cultura democratica e, per intanto, stanno a indicare un problema che
prima ancora di essere istituzionale e' politico e democratico.
Come si fa a ricondurre entro la legalita' repubblicana una parte cosi'
cospicua del sistema politico? Ed e' immaginabile di sancire
istituzionalmente la preminenza del capo dell'esecutivo con la prospettiva
di consegnare tale preminenza a forze politiche la cui affidabilita'
democratica e' a dir poco dubbia? Prima ancora che la stabilita' e
l'efficacia dell'esecutivo e la compattezza delle maggioranze di governo, il
problema italiano e' l'agibilita' della democrazia. Non sara' il caso di
ragionare approfonditamente della bonifica democratica della politica
italiana, prima d'immaginare nuove manomissioni della Costituzione?
*
Umberto Allegretti, Stefano Anastasia, Gaetano Azzariti, Pietro Barrera,
Francesco Bilancia, Gabriella Bonacchi, Claudio De Fiores, Alfonso Di
Giovine, Mattia Diletti, Mario Dogliani, Angelo D'Orsi, Luigi Ferrajoli,
Gianni Ferrara, Maurizio Franzini, Giovanna Indiretto, Laura Lanzillo,
Salvatore Lupo, Giacomo Marramao, Paola Masi, Alfio Mastropaolo, Enrico
Melchionda, Maria Serena Piretti, Tamar Pitch, Eligio Resta, Claudio Riolo,
Gianpasquale Santomassimo, Mario Tronti, Danilo Zolo, Grazia Zuffa

6. REFERENDUM. CENTRO SICILIANO DI DOCUMENTAZIONE "GIUSEPPE IMPASTATO": NO
[Dal sito del Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" (per
contatti: via Villa Sperlinga 15, 90144 Palermo, tel. 0916259789, fax:
091348997, e-mail: csdgi at tin.it, sito: www.centroimpastato.it riprendiamo il
seguente appello. Il Centro Impastato, diretto da Umberto Santino, e' a
livello internazionale una delle piu' prestigiose esperienze di studio e di
iniziativa contro la mafia.
Umberto Santino ha fondato e dirige il Centro siciliano di documentazione
"Giuseppe Impastato" di Palermo. Da decenni e' uno dei militanti democratici
piu' impegnati contro la mafia ed i suoi complici. E' uno dei massimi
studiosi a livello internazionale di questioni concernenti i poteri
criminali, i mercati illegali, i rapporti tra economia, politica e
criminalita'. Tra le opere di Umberto Santino: (a cura di), L'antimafia
difficile,  Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1989; Giorgio Chinnici, Umberto Santino, La violenza programmata. Omicidi e
guerre di mafia a Palermo dagli anni '60 ad oggi, Franco Angeli, Milano
1989; Umberto Santino, Giovanni La Fiura, L'impresa mafiosa. Dall'Italia
agli Stati Uniti, Franco Angeli, Milano 1990; Giorgio Chinnici, Umberto
Santino, Giovanni La Fiura, Ugo Adragna, Gabbie vuote. Processi per omicidio
a Palermo dal 1983 al maxiprocesso, Franco Angeli, Milano 1992 (seconda
edizione); Umberto Santino e Giovanni La Fiura, Dietro la droga. Economie di
sopravvivenza, imprese criminali, azioni di guerra, progetti di sviluppo,
Edizioni Gruppo Abele, Torino 1993; La borghesia mafiosa, Centro siciliano
di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1994; La mafia come soggetto
politico, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1994; Casa Europa. Contro le mafie, per l'ambiente, per lo sviluppo, Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1994; La mafia
interpretata. Dilemmi, stereotipi, paradigmi, Rubbettino Editore, Soveria
Mannelli 1995; Sicilia 102. Caduti nella lotta contro la mafia e per la
democrazia dal 1893 al 1994, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe
Impastato", Palermo 1995; La democrazia bloccata. La strage di Portella
della Ginestra e l'emarginazione delle sinistre, Rubbettino Editore, Soveria
Mannelli 1997; Oltre la legalita'. Appunti per un programma di lavoro in
terra di mafie, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato",
Palermo 1997; L'alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di
Lima e Andreotti ai giorni nostri, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli
1997; Storia del movimento antimafia, Editori Riuniti, Roma 2000; La cosa e
il nome. Materiali per lo studio dei fenomeni premafiosi, Rubbettino,
Soveria Mannelli 2000. Su Umberto Santino cfr. la bibliografia ragionata
"Contro la mafia. Una breve rassegna di alcuni lavori di Umberto Santino"
apparsa su questo stesso foglio nei nn. 931-934.
Giuseppe Impastato nato nel 1948, militante della nuova sinistra di Cinisi
(Pa), straordinaria figura della lotta contro la mafia, di quel nitido e
rigoroso impegno antimafia che Umberto Santino defini' "l'antimafia
difficile", fu assassinato dalla mafia il 9 maggio 1978. Scritti di Peppino
Impastato: Lunga e' la notte. Poesie, scritti, documenti, Centro siciliano
di documentazione Giuseppe Impastato, seconda edizione Palermo 2003. Opere
su Peppino Impastato: Umberto Santino (a cura di), L'assassinio e il
depistaggio, Centro Impastato, Palermo 1998; Salvo Vitale, Nel cuore dei
coralli, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995; Felicia Bartolotta Impastato, La
mafia in casa mia, La Luna, Palermo 1986; Claudio Fava, Cinque delitti
imperfetti, Mondadori, Milano 1994. Tra le pubblicazioni recenti: AA. VV.,
Peppino Impastato: anatomia di un depistaggio, Editori Riuniti, Roma 2001
(pubblicazione della relazione della commissione parlamentare antimafia
presentata da Giovanni Russo Spena; con contributi di Giuseppe Lumia, Nichi
Vendola, Michele Figurelli, Gianfranco Donadio, Enzo Ciconte, Antonio
Maruccia, Umberto Santino); Marco Tullio Giordana, Claudio Fava, Monica
Zapelli, I cento passi, Feltrinelli, Milano 2001 (sceneggiatura del film
omonimo). Ma cfr. anche le molte altre ottime pubblicazioni del Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato"]

Al referendum costituzionale del 25 e 26 giugno votiamo "no": a difesa dei
principi fondamentali della Costituzione, travolti dal progetto approvato a
maggioranza dal centrodestra.
Votiamo "no": per rimandare ai mittenti una controriforma che sposa il
razzismo della Lega con la vocazione autoritaria di Berlusconi e di Alleanza
Nazionale.

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LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA
==============================
Supplemento domenicale de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 79 del 25 giugno 2006

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