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Voci e volti della nonviolenza. 28



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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 28 del 27 giugno 2006

In questo numero:
1. Per Franca Ongaro Basaglia (parte prima)
2. Franca Ongaro Basaglia, maestra
3. Maria Grazia Giannichedda ricorda Franca Ongaro Basaglia
4. Massimo Ammaniti ricorda Franca Ongaro Basaglia
5. Giovanni Berlinguer ricorda Franca Ongaro Basaglia
6. Franca Bimbi ricorda Franca Ongaro Basaglia
7. Luigi Cancrini ricorda Franca Ongaro Basaglia
8. Rocco Canosa ricorda Franca Ongaro Basaglia
9. Et coetera

1. PER FRANCA ONGARO BASAGLIA (PARTE PRIMA)
Riproponiamo di seguito alcuni ricordi di Franca Ongaro Basaglia gia'
apparsi su "La nonviolenza e' in cammino". Altri testi riproporremo nel
prossimo fascicolo di "Voci e volti della nonviolenza".

2. FRANCA ONGARO BASAGLIA, MAESTRA
[Da "Nonviolenza. Femminile plurale", n. 12, 2005]

E' stata una delle piu' grandi pensatrici del ventesimo secolo. Poche e
pochi se ne sono accorti.
Ma quando sara' vinta la lotta in cui si dono', insieme al marito Franco ed
a tante e tanti con loro, la lotta decisiva che ha restituito dignita' umana
e umana comprensibilita' e umano ascolto ad ogni essere umano, la lotta
decisiva che ha rivelato come la liberta' sia terapeutica, e come tutte le
gabbie e le catene con la loro mera presenza uccidano, allora, quando
potremo ragionarne in un sorriso - allora, perche' oggi la lotta di Franca e
di Franco e' ancora da continuare - verra' a giorno non solo che quella
lotta e' stata anche il contributo piu' grande che la cultura italiana ha
dato al pensiero umano e all'umana liberazione nel secolo che si e' chiuso,
ma che in essa Franca Ongaro Basaglia e' stata la pensatrice piu' acuta e
piu' profonda, piu' autentica e piu' creativa, piu' coraggiosa e piu' forte,
forte di quella forza che chiamiamo forza della verita', afferramento alla
verita', satyagraha.
E' stata una delle piu' grandi pensatrici del ventesimo secolo. Poche e
pochi se ne sono accorti.

3. MARIA GRAZIA GIANNICHEDDA RICORDA FRANCA ONGARO BASAGLIA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 15 gennaio 2005]

Con la morte di Franca Ongaro Basaglia, giovedi' a Venezia, se ne va una
figura di riferimento di tutte le battaglie civili e culturali che hanno
investito l'istituzione psichiatrica, cercando un nuovo senso comune su
follia e ragione, salute e malattia, eguaglianza e diversita', diritti e
bisogni.
*
Se la societa' italiana degli anni '60 ha cominciato a girare lo sguardo
verso le centomila persone recluse nei manicomi, se la democrazia italiana
ha potuto guardarsi e giudicarsi a partire dalla condizione dei malati di
mente e di quanti patiscono forme analoghe di esclusione e discriminazione,
se il processo di costruzione della cittadinanza ha potuto avanzare nel
nostro paese mediante il principio che un trattamento sanitario non puo'
sospendere ne' offendere diritti e dignita' delle persone, tutto questo lo
si deve in modo speciale all'impulso di un gruppo di intellettuali, e di
Franca Ongaro Basaglia tra questi, che hanno cominciato a pensare, studiare,
fare ricerca in modo nuovo e diverso rispetto alla cultura scientifica
dominante.
Intellettuali che si sono anche assunti la responsabilita' di mettere alla
prova dei fatti, cioe' della pratica sociale e dell'azione politica, le
proprie scoperte e le ipotesi che andavano formulando.
Quel gruppo iniziale ha poi "fatto scuola" e ha stimolato, nel rapporto con
i movimenti degli anni '70, la crescita di generazioni di intellettuali e di
operatori che hanno proseguito il lavoro di ricerca e di innovazione
sociale, di culture professionali, di un nuovo diverso senso comune su
follia e ragione, salute e malattia, eguaglianza e diversita', diritti e
bisogni, e infine anche di un modo diverso di concepire il rapporto tra il
lavorare, il vivere e il fare politica.
*
Ripensando oggi a tutto questo attraverso la vita di Franca Ongaro
Basaglia - il piccolo gruppo di Gorizia, il composito movimento che scosse
le istituzioni psichiatriche in tutta Europa e che in Italia provoco' la
riforma del 1978, la "legge 180", gli anni difficili in cui la riforma
psichiatrica nonostante tutto prendeva corpo e si radicava - si ha la
sensazione di una estrema lontananza e di una straordinaria attualita'.
Quel tempo in cui la distruzione del manicomio era parte della lotta per
rendere piu' sostanziale la democrazia e piu' reali i principi della
Costituzione puo' sembrare infatti lontanissimo, oggi che la politica
dominante pensa che la Costituzione sia un arnese obsoleto e che la
democrazia sia un rito fatto di deleghe e plebiscito. Ma se guardiamo a
Cos'e' la psichiatria (1967), sentiamo semmai profetiche le analisi sui
processi di "psichiatrizzazione della vita" promossi dalle multinazionali
del farmaco, cosi' come i Crimini di pace (1975) di oggi ripropongono il
problema degli "intellettuali e dei tecnici come addetti all'oppressione", e
carichi quindi di una responsabilita' politica che persone come Franca
Ongaro Basaglia ci hanno insegnato a riconoscere e agire.
*
Nelle prime pagine di un libro per ragazzi, Manicomio, perche'? (1982),
Franca Basaglia descrive le sue prime visite nell'ospedale psichiatrico di
Gorizia, dove era arrivata nel 1962, giovane moglie di uno psichiatra colto
e inquieto, Franco Basaglia, che dopo tredici anni passati in clinica
universitaria a Padova coltivando un eccentrico e impopolare orientamento
fenomenologico, aveva fatto la scelta rischiosa, e anche un po' polemica, di
andare a lavorare nel manicomio pubblico di una piccola citta' di periferia.
Quell'incontro con la realta' estrema del manicomio dirotto' la vita di
Franca Basaglia non lasciando piu' spazio alla vocazione letteraria che
anche tra gli impegni della famiglia aveva continuato a coltivare. Aveva
scritto infatti il testo di una bella edizione dell'Odissea, Le avventure di
Ulisse, con i disegni e i colori dell'amico Hugo Pratt, uscita a puntate sul
"Corriere dei Piccoli", per il quale aveva scritto anche alcune favole e una
riduzione del romanzo di Louise May Alcott, Piccole donne.
Le immagini con cui Franca Basaglia ricorda il suo impatto col manicomio
mostrano grande dimestichezza con i meccanismi istituzionali e grande
abilita' nel cogliere i giochi di potere, e decodificarli, attraverso i
dettagli e i riti della quotidianita', attraverso il linguaggio dei corpi,
degli oggetti, degli spazi. Questa particolare "cultura dell'istituzione"
era in un certo senso causa ed effetto del rapporto con la cultura
anglosassone della "Community Therapy".
Tra l'altro, Franca Basaglia era stata nel 1963 a Digleton, in Scozia, da
Maxwell Jones, dove aveva potuto osservare da vicino quel primo esperimento
di comunita' terapeutica.
Quasi subito pero' il gruppo di Gorizia aveva preso le distanze
dall'esperienza anglosassone, esplicitamente lo fece in un testo che usci'
nel 1967, con un titolo coraggioso e diretto: Che cos'e' la psichiatria? In
quel volume collettivo, che nella prima edizione portava in copertina un
autoritratto di Hugo Pratt in divisa da internato, destinato a diventare una
sorta di logo del movimento anti-istituzionale, Franca Basaglia commentava,
ma per meglio dire spiegava a uso degli psichiatri, il saggio "La carriera
morale del malato di mente" del sociologo americano Erving Goffman, in
realta' un capitolo del suo piu' vasto lavoro Asylums, che Franca Basaglia
stava traducendo per la prima volta in Italia e che usci' nel '68, seguito
nel '71, dalla traduzione del Comportamento in pubblico. Questi lavori su
Goffman fanno parte di un impegno di lavoro che in quegli anni tra il '66 e
il '70 comincio' a diventare vorticoso.
Franca Basaglia partecipo' al lavoro di Gorizia e contribui' a quel testo
straordinario che e' L'istituzione negata. Rapporto da un ospedale
psichiatrico (1968), libro ancora oggi coinvolgente perche' in quelle pagine
le parole hanno la potenza delle cose che accadono, di una trasformazione
che le parole descrivono e producono.
*
L'istituzione negata riusci' a conquistare, su un argomento cosi'
specialistico e fino ad allora marginale, un pubblico vasto e variegato,
anche se probabilmente all'epoca fu piu' amato che capito. La denuncia di
quelle che venivano definite "le istituzioni della violenza" e la scelta di
negare con l'istituzione manicomiale il ruolo oppressivo e il potere che
essa offriva, non ponevano in prospettiva relazioni finalmente liberate,
luoghi compattamente "anti", rivoluzioni risolutive. Nel suo contributo
intitolato "Rovesciamento istituzionale e finalita' comune", Franca Basaglia
anticipava temi che le furono sempre cari e su cui avrebbe lavorato negli
anni successivi: "Mettere in questione i ruoli istituzionali induce una
problematizzazione della situazione, una messa in crisi generale e
individuale insieme" nella quale si oscilla continuamente "tra il bisogno di
un'autorita' che elimini o diminuisca l'ansia prodotta dalla dimensione in
cui l'intera istituzione tende a muoversi, la responsabilizzazione, e il
bisogno di conquistare una liberta' che pero' passa inevitabilmente
attraverso la conquista della propria responsabilita'. Questo vale per i
malati e vale per i medici". La prospettiva non poteva (e non puo') essere
"una semplice democratizzazione di rapporti, che rischierebbe di riproporre
i ruoli e di simulare una fine della diversita'", ma una continua ricerca
che "non presume di risolvere i conflitti ma di affrontarli a un altro
livello".
*
Il conflitto come necessita', la diversita' come ricchezza: in questa ottica
Franca Basaglia avrebbe cominciato a lavorare anche su quella che avrebbe
costituito una trama della sua vita: il rapporto tra uomini e donne.
L'inizio, come lei racconta nel libro Una voce, era stato emblematico: aveva
scritto nel '67 un articolo "un po' sfasato rispetto alla politicita' del
momento, sulle difficolta' del rapporto privato uomo-donna". L'articolo
venne pubblicato su "Che fare?", una rivista importante degli intellettuali
critici milanesi con cui il gruppo goriziano collaborava; ma la redazione si
dissocio' con un titolo inequivocabile: Confessione sbagliata.
Per alcuni anni Franca Basaglia non scrisse piu' sulla questione femminile,
certamente a causa del grande impegno che le richiedevano i temi della
psichiatria e nel movimento crescente: Psichiatria Democratica esordi' nel
'74, nel frattempo c'erano state le dimissioni drammatiche da Gorizia per i
dissensi con l'amministrazione democristiana, la breve e difficile parentesi
di Parma, dove Basaglia era stato chiamato da un'amministrazione di sinistra
che, nonostante le mediazioni dell'assessore Mario Tommasini, entusiasta e
amico, non aveva retto l'impatto con un lavoro di deistituzionalizzazione il
cui stile era troppo "giacobino" per i comunisti emiliani. E c'era poi stato
l'avvio dell'esperienza di Trieste, dove Franco Basaglia avrebbe lavorato
fino al `79.
In quegli anni, la grande casa di Venezia dei Basaglia era continuamente
attraversata dalle persone e dalle occasioni piu' diverse: i figli Enrico e
Alberta crescevano tra discussioni fino a notte e riunioni nei fine
settimana, sempre intense, a volte conflittuali, spesso allegre, con poca
distinzione tra vita privata e pubblica, tra compagni di lavoro e amici di
tutte le eta'. Franca Basaglia era un punto di riferimento fondamentale di
tutto questo progettare e realizzare, con un suo stile insieme aristocratico
e affettuoso, anticonformista e accogliente.
*
Anche il suo rapporto con il marito era attraversato dalle trasformazioni
sociali che loro stessi stavano trainando. Nel 1980, quando Franco Basaglia
era morto da poco, lei scrisse in un breve testo che fa parte di Una voce:
"ora che la mia lunga lotta con e contro l'uomo che ho amato si e' conclusa,
so che ogni parola scritta in questi anni era una discussione senza fine con
lui, per far capire, per farmi capire. Talvolta era un dialogo. Talvolta
l'interlocutore svaniva, e io restavo sola, sotto il peso di una verita' che
si riduce a un'arida resa dei conti con il bilancio in pareggio, se l'altro
non la fa anche sua".
Nel '77 Franca Basaglia riprese a scrivere sulle donne, e tra i suoi molti
lavori si dedico' alla introduzione di un libro che avrebbe segnato un
momento importante della battaglia culturale nel nostro paese, Un processo
per stupro (Einaudi, 1979), resoconto di un processo che si era svolto a
Latina nel 1978 e che, registrato e mandato in onda, aveva mostrato il gioco
del dibattimento che trasforma la vittima in imputata, con le madri a
difendere i figli stupratori e quella che Franca Basaglia defini'
"l'atmosfera da caserma" che avvolge il tribunale in una complicita' tutta
maschile.
Poi, nel 1983, accetto' la candidatura al Senato, dove avrebbe lavorato per
due legislature, sino al 1992, nel gruppo della sinistra indipendente,
occupandosi di temi diversi (trapianti, bisogni e consumi sanitari,
tossicodipendenze, carcere, violenza sessuale) ma ricoprendo, com'era
logico, un ruolo leader nella battaglia parlamentare per l'applicazione
della legge di riforma psichiatrica. Il suo impegno, e certamente il suo
successo principale, sta nel disegno di legge di attuazione della 180, che
presento' per la prima volta nel 1987 con le firme di tutto il gruppo
parlamentare della sinistra indipendente, costruito e discusso - a lungo,
con pazienza, nei dettagli - con due interlocutori sociali: da un lato il
vasto e diversificato mondo degli operatori psichiatrici "riformisti",
ovvero quei gruppi e associazioni che, con diversi accenti e da diverse
provenienze, erano convinti che l'impasse e i drammi della psichiatria
italiana non fossero causati dalla riforma ma al contrario dalla sua non
applicazione; e dall'altro lato i gruppi di familiari che stavano sorgendo
numerosi, soprattutto donne, che l'assenza di servizi di salute mentale
consegnava, come in altri campi, al ruolo di servizio socio-sanitario
gratuito e non riconosciuto.
I buoni argomenti di questo disegno di legge sono stati le pratiche di
realizzazione della riforma che nonostante tutto in Italia si
moltiplicavano, basate su risorse, intelligenze e volonta' politiche locali.
Cosi', quella che familiarmente si chiamava "la 180 bis" non divento'
legge - cosa che del resto non si voleva affatto - ma riusci' a conseguire
l'obiettivo per cui era nata, quello di stimolare provvedimenti di
programmazione dei servizi di salute mentale a livello nazionale e
regionale.
Il primo Progetto Obiettivo Salute Mentale (1989) arrivo' due anni dopo il
disegno di legge di Franca Basaglia e in gran parte lo ricalco', e da quella
data si moltiplicarono i piani regionali, fino al provvedimento di
definitiva chiusura dei manicomi approvato nel 1994 e infine al Progetto
Obiettivo allegato al Piano Sanitario Nazionale approvato lo scorso anno, a
piu' di vent'anni dalla riforma sanitaria.
Oggi, accanto ai tentativi finora vani di cancellare la legge 180, vediamo
come si cerca di eliminarla nei fatti. Anche questa fase Franca Basaglia
l'ha vissuta e affrontata, continuando a sostenere quelle esperienze, grandi
e piccole, in Italia ma non solo, che continuano a produrre senso -
istituzioni, servizi, culture: segni, questi, del fatto che e' realistico,
oltre che necessario, realizzare quell'altro mondo possibile che persone
come Franca Basaglia hanno cominciato a indicare.

4. MASSIMO AMMANITI RICORDA FRANCA ONGARO BASAGLIA
[Dal quotidiano" La Repubblica" del 15 gennaio 2005]

La notizia della scomparsa di Franca Ongaro Basaglia non puo' non riportare
alla mente la stagione gloriosa in cui si lottava contro la violenza delle
istituzioni manicomiali, iniziata nel nostro paese alla fine degli anni
Sessanta, ma che rappresenta ancora oggi un modello di riferimento. Franca
Basaglia e' stata la memoria appassionata di quel movimento politico e
culturale che riprendendo le parole di denuncia di Primo Levi in Se questo
e' un uomo, sulla condizione di degradazione umana nei lager nazisti, punto'
l'indice sullo stato dei malati mentali rinchiusi nei manicomi, privati dei
diritti piu' elementari e mortificati nella loro identita' personale.
Ma non e' stata solo la testimone attenta del lungo percorso che prese
l'avvio dall'ospedale psichiatrico di Gorizia, diretto dal marito Franco
Basaglia, per poi investire non solo gli operatori psichiatrici ma la stessa
opinione pubblica, che aveva rimosso la vergogna della condizione dei malati
mentali. E' stata una protagonista tra le piu' lucide del movimento
antipsichiatrico, come si puo' leggere nel libro ormai storico,
L'istituzione negata, a cui avevano contribuito anche gli psichiatri che si
erano riuniti attorno alla figura di Franco Basaglia, leader indiscusso.
A questo gruppo che poi avrebbe avuto una forte influenza sul movimento
degli studenti e su tutta la sinistra, Franca Basaglia apporto' gli studi
della sociologia americana, ad esempio quelli di Goffman e Merton, che
avevano indagato i processi di emarginazione sociale e di etichettamento che
colpivano in primo luogo i malati mentali. Questa prospettiva veniva a
coniugarsi con la cultura europea storico-antropologica di Foucault e con la
fenomenologia tedesca. Mentre il movimento antipsichiatrico si e' sempre
piu' radicato nel mondo dell'assistenza psichiatrica che ha profondamente
trasformato, Franca Basaglia ha continuato la sua battaglia a favore delle
donne e delle persone meno garantite avvicinandosi alla politica
istituzionale.
Quello che ci manchera', e che purtroppo i piu' giovani non hanno potuto
apprezzare, e' la sua passione umana e la sua lucidita' concettuale con cui
ha continuato a combattere per i diritti umani delle persone piu'
sacrificate e piu' in difficolta'.

5. GIOVANNI BERLINGUER RICORDA FRANCA ONGARO BASAGLIA
[Dal quotidiano "Liberazione" del 15 gennaio 2005]

Franca Ongaro Basaglia e' stata tra i protagonisti, apportandovi il fresco
contributo della sua passione e della sua preparazione filosofica e
sociologica, di una delle esperienze culturali piu' originali vissute in
Italia (e poi trasferite in varie forme verso paesi vicini e lontani): il
rinnovamento profondo della teoria e della prassi psichiatrica.
Conobbi lei e Franco intorno al 1968, quando mi recai a Gorizia per capire
meglio come era stato trasformato il manicomio, abbattendo le sbarre e i
cancelli e liberando i ricoverati da quegli involucri coercitivi che
producevano sofferenze e ostacolavano perfino il riconoscimento delle
patologie. L'avvicinamento a questa esperienza, che suscitava anche a
sinistra dubbi e perplessita', fu reso piu' facile dall'immediata
cordialita' dei rapporti: nacque cosi' una stretta amicizia che duro' a
lungo, che oltrepasso' la tragedia della scomparsa prematura di Franco, e
che si consolido' in tante attivita' comuni e nell'esperienza vissuta
insieme al Senato (1984-1982): lei nella sinistra indipendente, io nel Pci,
impegnati con lo stesso entusiasmo. Questa lunga comunanza rende piu'
profondo il dolore per la sua scomparsa, il cordoglio per il lutto degli
straordinari figli e nipoti, la sensazione di un vuoto non colmabile, anche
se so che l'eredita' culturale e' in molte e ottime mani.
Questa eredita' comprende una forte coerenza morale e una notevole capacita'
di spaziare, partendo dall'esperienza vissuta, verso le molte connessioni
dell'esperienza psichiatrica e delle "istituzioni negate". Attraversando
questi percorsi, Franca e' giunta nei lavori comuni scritti con Franco, e
poi purtroppo senza di lui, a proiettare le sue riflessioni verso l'insieme
delle istituzioni repressive, verso i "crimini di pace", verso la medicina e
il diritto, verso la bioetica.
Una produzione di saggi e di libri ampia e differenziata, accompagnata da un
costante lavoro di aggregazione, di iniziative culturali e di lotte
politico-sociali che hanno meritato ampi riconoscimenti. Il piu' ufficiale
e' consistito nella laurea honoris causa in scienze politiche, che le e'
stata conferita dall'Universita' degli studi di Sassari nell'anno 2001. Il
piu' importante e' pero' la gratitudine di tutti coloro che l'hanno
conosciuta, e di quelli la cui vita e' divenuta migliore grazie a quel che
lei ha fatto per i suoi simili.

6. FRANCA BIMBI RICORDA FRANCA ONGARO BASAGLIA
[Dalla rivista delle politiche sociali del Comune di Venezia "Polis"]

Ci sono persone che attraversano quasi in silenzio la vita degli altri,
lasciando un segno forte come non si potrebbe pensare mai mentre sono in
vita: percio' quando vengono a mancare non resta il vuoto, bensi' la
nostalgia di quanto si sarebbe voluto chiedere e capire, di quanto ancora
restava da imparare da loro, o, meglio, con loro al nostro fianco. Questa
per molte e molti di noi e', e resta, la cifra di Franca Ongaro Basaglia.
Mi piace pensare a lei nel senso di una lezione di metodo. A discutere con
lei - di follia e salute mentale, di politica e di lavoro con le donne - ti
accorgevi che poteva essere per te - senza proporselo mai - la misura del
cammino fatto, il riferimento per uno stile morale che non predicava la
scelta tra il Bene e il Male, bensi', piu' leggermente e piu' profondamente,
il confronto del proprio essere per se stessi con l'essere con gli altri.
Non vorrei esser fraintesa: intendo per morale un metodo pratico attraverso
cui la nostra azione si conforma ad un giudizio di valore su cio' che ha
senso collettivamente. Si puo' intendere questo come conformarsi a regole
tramandate, a convenzioni istituzionalizzate, a tecniche consolidate; oppure
si puo' cercare di far si' che il giudizio, la scelta, la decisione provino
a navigare in mare aperto: tra la verita' della propria storia e il continuo
scombinamento dell'irruzione in essa della voce di altri.
Nella nostra epoca lo stile etico delle professioni appare molto esitante:
costretto da certezze tecniche parcellizzate non trova in se' il senso
complessivo di un discorso sulla propria competenza; affrontato da troppi
metadiscorsi (sul bene, sul male, sui fini ultimi, sulla "crisi dei valori")
finisce per chiedere che un regolatore esterno - la legge - parli al suo
posto. Proprio alle professioni della cura oggi vien meno un'etica
professionale riflessiva: tanto e' facile accordarsi esclusivamente con le
proprie tecniche (approcci, protocolli, sedimenti istituzionali non piu'
interrogati...), tanto si e' forti eludendo le domande senza risposta, tanto
ci si sente protetti dalla segmentazione del corpo e della mente dei nostri
pazienti/clienti piu' o meno consapevolmente operata indossando le maschere
dei ruoli istituzionali.
La ricomposizione tra se' e le varie identita' indossate, per ascrizione o
per attribuzione, non puo' avvenire se non per via riflessiva; e la
riflessione nasce nella relazione con una diversita', con una qualche forma
di dissonanza, chiede di portare a misura della propria esperienza
l'esperienza di un altro significativo, grande o piccolo che sia. Insomma
non si cresce senza maestri. I maestri, in particolare le maestre, si
trovano un po' per fortuna e un po' per ostinazione a non accontentarsi
delle proprie rappresentazioni in pubblico.
Anche loro, i maestri, sono diventati tali un po' per caso, un po' per
ostinazione, ma molto per aver avuto un di piu' di coraggio e di passione.
In Franca - e nella scuola che fondo' con Franco Basaglia- la passione ha
riguardato, probabilmente, il voler guardare oltre, il rovesciare il
discorso di senso comune nella pratica sociale della cura. Si e' parlato di
passione (in ogni senso) per la sofferenza e per la follia: ma a leggere le
biografie di molti operatori della cura, non solo della salute mentale, la
tensione desiderante verso l'altro sofferente, verso il dolore "innocente",
verso la "voce" incomprensibile e', in fondo, molto diffusa, anche quando
non ne sorte una rivoluzione copernicana.
In loro, nei Basaglia e in alcuni dei loro sodali, troviamo qualcosa di
differente: la tensione continua a rovesciare il discorso istituito, non per
manierismo dissacratore, ma per rincorrere l'Altro che si nasconde dietro
l'apparente non senso o dietro la comoda "etichetta" nosografica. In questo
percorso - di intellettuali anche ben riconosciuti - si trova una buona
misura d'anti-intellettualita' (perche' pratica e discorso diventano
indistinguibili), una misura grandissima d'ironia ed autoironia (perche'
cio' che rappresentiamo di noi viene contraddetto dalla relazione alla
nostra stessa follia), una tensione morale a riportare su di se' il giudizio
di coloro che dipendono da noi (chi non ha potere diviene la misura del
giudizio su chi ne ha, e non viceversa).
*
Dopo la legge 180, interpretata troppo spesso come punto d'arrivo (forse ad
arte, o forse per paura della follia che restava da affrontare nella
societa' tutta), lo stile del discorso a mezza voce e del silenzio pubblico
di Franca e' anche conseguenza della caduta in prescrizione di
quest'improbabile docenza di filosofia morale, condotta per quasi mezzo
secolo. Il molto ancora da dire e' restato tra le righe delle conversazioni
a due, o tra pochi: sulle proprie pratiche, sugli errori, sui fallimenti,
sulla passione di trasformare il mondo che ci rendeva ancora vive.
E' stato certo un privilegio, per chi ne ha avuto la ventura, passare anche
solo poco tempo con tale maestra. La traduzione di Asylum di Goffman apri'
un'epoca nel dibattito italiano sul potere istituzionale, dalla famiglia al
manicomio: senza demonizzazioni, ma fu come rovesciare un guanto. Franca non
si chiese (com'era d'obbligo allora) se Goffman fosse di sinistra (e non lo
era), ma mostro' quale fosse il rovesciamento delle pratiche che quel
discorso poteva suggerire nei conflitti sociali di crescita di un Paese di
provincia come l'Italia. Rieditare a fine secolo le opere di Franco Basaglia
mostra, a me pare, lo stesso segno: non memoria ma parola offerta
soprattutto ai piu' giovani, per sperimentare e sperimentarsi; non
celebrazione ma sfida nei confronti del frastuono di troppi esperti (quali
ci troviamo ad essere spesso nostro malgrado).
Accettiamo almeno di partire da una constatazione: disponiamo di moltissime
"ricette" supportate da bibliografie internazionali e da esperimenti
riusciti, eppure siamo senza risposte di fronte alla sofferenza suscitata da
una violenza che appare sempre piu' "gratuita" ai nostri occhi ciechi ed ai
nostri orecchi incerati.
Eppure, se guardiamo all'esperienza di Franca, il punto di partenza dovrebbe
esser proprio una riflessione comune, meglio collettiva (parola oggi in
disuso) sulla mancanza di risposte, cioe' a partire dalle voci che non
abbiamo ascoltate, quelle piu' fastidiose, quelle meno comprensibili.
Cercare il senso dove apparentemente il senso si nega alla nostra
comprensione, al nostro senso estetico, ai nostri parametri di giustizia e
di normalita'. E, dunque, si tratta sempre di abbandonare le certezze:
significa, ieri come oggi, sospendere e mettere a distanza il potere del
proprio sapere; non certo negare cio' che si sa o si crede di poter sapere a
vantaggio anche di altri.
Il percorso di metodo, e di maestria, e', sostanzialmente, decostruttivo ed
anti-ideologico. In questo la lezione di Franca Ongaro Basaglia vale
moltissimo anche per le politiche delle donne. Nel 1978, alla voce "Donna"
dell'Enciclopedia Einaudi ha scritto "la donna non e' stata corrotta
dall'ideologia": era un fatto (le pratiche corporee femminili contro il
discorso maschile disincarnato); era un auspicio (appropriandosi della
parola in pubblico avremmo potuto sovvertire l'ordine meramente retorico del
discorso sui diritti universali); era un suo errore (avevamo gia' appreso a
mascherare l'arrivo di poche nei luoghi delle decisioni come "pari
opportunita'" per tutte!). Ma si tratto' anche di una sfida che Franca ci
lanciava e che allora non siamo state capaci di raccogliere. Essere contro
per stare con, scomporre per potersi parlare, scompaginare per ridefinire
una relazione: queste indicazioni non implicavano ne' la complementarita'
che avevamo abbandonato, ne' la ricomposizione "dialettica" nel migliore dei
mondi possibili.
Semplicemente, Franca indicava la strada di una pratica in cui la relazione
donna-uomo, come ogni relazione, si mantiene nella duplicita'
dell'esperienza, ma in cui si evita di uccidersi con le reciproche
negazioni. Oggi si direbbe che e' la strada del riconoscimento tra
differenze, che non smettono di imparare a parlarsi pur senza rinunciare
alla propria diversita'.

7. LUIGI CANCRINI RICORDA FRANCA ONGARO BASAGLIA
[Dal quotidiano "Il messaggero" del 15 gennaio 2005]

Il rapporto che ha unito i destini di Franca Ongaro e di Franco Basaglia era
un rapporto fondato su un grande amore e su una grande, reciproca
ammirazione. La "pratica" antipsichiatrica di Franco e dei suoi allievi e
colleghi si basava sulla generosita' e sulla intuizione ma aveva dietro le
spalle lo spessore e il rigore delle idee cui si dedicava soprattutto
Franca. Scrittura dei testi e dei manifesti programmatici, ragionamenti
sulle cause sociali e politiche dell'esclusione, riflessioni sul significato
culturale del cambiamento da mettere in atto venivano soprattutto da lei,
all'interno di una collaborazione di cui tutti e due avvertivano nello
stesso modo, con la stessa forza, la necessita' e la ricchezza. Sicche' e'
difficile per chi li ha conosciuti, per chi li ha visti lavorare insieme,
per chi li ha sentiti discutere (l'ironia affettuosa e sempre un po'
sfuggente dai contrasti di lui, la serieta' facilmente polemica ma coerente
e sempre impegnata di lei), pensare alla riforma e al movimento di idee che
l'ha preceduta, accompagnata e seguita come al prodotto dell'attivita'
intellettuale di uno solo dei due. La legge Basaglia, per chi ha vissuto con
loro quel tempo straordinario, e' una legge che riguarda tutti e due, Franco
e sua moglie Franca.
Tutto era cominciato a Gorizia, all'inizio degli anni '60. Nominato
direttore di un ospedale psichiatrico che sorgeva sul confine dell'allora
Jugoslavia Franco Basaglia si era trasferito la' con sua moglie lasciando
l'universita' di Padova. L'incontro con i degenti dell'ospedale, un gruppo
estremamente disomogeneo di persone con gravi problemi psichiatrici, di
portatori di handicap e di emarginati di vario genere provenienti da una
parte e dall'altra di una linea di frontiera recente e incerta dal punto di
vista delle eredita' culturali, rese immediatamente evidente a tutti e due
l'assurdita' di una situazione in cui a venir tutelati non erano i poveretti
rinchiusi nell'ospedale ma quelli che ne erano fuori: l'assurdita' di una
situazione, voglio dire, in cui nulla si faceva, all'interno di un ospedale
psichiatrico, che fosse orientato su finalita' terapeutiche o riabilitative.
L'indignazione che scatto' nel giovane medico e nella sociologa che era la
sua compagna di vita e di lavoro segna con molta forza i loro primi scritti,
le loro prime scelte. Attorniati da un gruppo di colleghi appassionati ed
entusiasti, Franco e Franca cominciarono a trasformare l'ospedale in una
comunita' terapeutica alla Maxwell Jones. Proponendo, nella assemblea di
reparto, la possibilita', data tendenzialmente ad ogni utente, di raccontare
la sua storia. Di smettere l'abito del malato ripresentandosi come persona.
Dando luogo allo sviluppo di una esperienza straordinaria di cui
"L'istituzione negata", il libro manifesto del 1968, fornisce ancora oggi
una testimonianza di straordinaria ricchezza umana e scientifica.
Il passaggio successivo, legato soprattutto alla spinta di Franca, fu la
scelta del tipo di sbocco da dare alla esperienza sviluppata dentro
l'ospedale. Uno sbocco che non riguardo' in prima battuta gli ambienti
scientifici piu' tradizionali ma la societa' civile nel suo complesso.
All'interno di un ragionamento che spiegava anche i danni psichiatrici piu'
gravi come una conseguenza dell'internamento e dell'esclusione, la battaglia
da portare avanti per rinnovare la psichiatria fu sentita e presentata
all'esterno come una battaglia di significato immediatamente politico.
Centrata da subito sull'abbattimento fisico di un muro ma rappresentata, da
subito, come una battaglia simbolica per il riconoscimento del diritto di
tutti gli esclusi.
Il resto e' storia piu' difficile e piu' malinconica. La legge era appena
entrata in vigore quando Franco mori'. Da allora quello che e' andato avanti
e' lo smantellamento progressivo degli ospedali, lo spostamento degli
interventi psichiatrici sul territorio, il tentativo di offrire per la prima
volta una tutela vera al malato e alla sua famiglia sostituendo il concetto
di bisogno a quello di pericolosita'. Con una carenza grave di rispetto per
molti dei vecchi e dei nuovi utenti psichiatrici, pero', perche' quella che
resto' debolissima fu la capacita' di governare la riforma: programmando in
modo efficace su tutto il territorio nazionale la nascita di quelle
strutture intermedie che Franco e i suoi erano riusciti a mettere in piedi a
Trieste.
I risultati di questa debolezza di governo della riforma sono diventati,
successivamente, motivi di critica dei principi cui essa si era ispirata.
Utilizzando la difficolta' di quelli che non erano stati assistiti in modo
sufficiente, i sostenitori della vecchia psichiatria hanno rapidamente
dimenticato il valore delle conquiste che erano state fatte in termini di
rispetto del diverso e delle sue esigenze. Il fatto che la rivoluzione
istituzionale non sia stata seguita in modo coerente e sistematico da quella
rivoluzione della cultura dell'universita' e dei servizi che avrebbero
potuto e dovuto assicurarne la realizzazione ha gravemente ostacolato,
ancora, il cammino della riforma. Facilitando quel tipo di proposte sulla
psichiatria sostanzialmente basate su un ritorno al passato che sono state
il cruccio piu' pesante, il dolore piu' vivo negli ultimi anni della vita di
Franca.
Partirei da qui, da questo ragionamento, per ricordarla nel giorno in cui ci
ha lasciato.
Una persona come lei, una persona dotata del suo coraggio e della sua
coerenza va ricordata, secondo me, soprattutto con l'impegno a portare
avanti le idee in cui lei ha creduto, a cui ha dedicato la sua vita.
Portandoci nel cuore pero', quelli di noi che hanno avuto la fortuna di
conoscerla, anche la dolcezza del sorriso malinconico che segnalava, ogni
volta che parlava delle cose che si dovevano fare, la consapevolezza
profonda delle difficolta' che si sarebbero incontrate. La democrazia, una
democrazia capace di riguardare davvero tutti, mi sembra di sentirla dire,
si costruisce con un lavoro duro. Che puo' andare avanti per piu' di una
generazione. Cui ognuno di noi puo' dare solo un piccolo contributo.

8. ROCCO CANOSA RICORDA FRANCA ONGARO BASAGLIA
[Dal quotidiano "Liberazione" del 15 gennaio 2005]

"Bisogna capire che il valore dell'uomo sano e malato, va oltre il valore
della salute e della malattia; che la malattia come ogni altra
contraddizione umana puo' essere usata come occasione di appropriazione o di
alienazione di se', quindi come strumento di liberazione o di dominio; ...
che in base al diverso valore e uso dell'uomo, salute e malattia acquistano
o un valore assoluto (l'una positivo, l'altra negativo) come espressione
dell'inclusione del sano e dell'esclusione del malato dalla norma, o un
valore relativo in quanto avvenimenti, esperienze, contraddizioni della vita
che si svolge sempre fra salute e malattia". E' un brano tratto dal testo di
Franca Ongaro Basaglia, Salute/malattia, Einaudi, Torino 1982.
Franca ci ha sostenuto in questi duri anni di lotta contro le istituzioni
totali in tanti modi. Sempre presente quando la chiamavamo nelle nostre
iniziative politiche e culturali, sempre attiva nella difesa della legge
180, soprattutto durante il suo mandato al Senato, sempre rigorosa nelle
analisi delle trasformazioni istituzionali della psichiatria, ci ha
insegnato molto. I suoi scritti, molti in collaborazione con Franco
Basaglia, e i suoi interventi ci hanno aiutato a tener dritta la barra del
timone nel nostro lavoro pratico, a superare ogni trionfalismo o
autoreferenzialita'.
Franca ci ha spinto sempre a ragionare oltre i luoghi comuni del riformismo
assistenziale, a collegare i bisogni individuali con i fenomeni
macrosociali, a svelare continuamente i meccanismi di potere occultati dalle
"nuove scienze".
Nella voce "Follia/delirio" (op. cit.) scrive: "La storia della psichiatria
consiste essenzialmente in questo continuo dare la parola a qualcosa che non
puo' esprimersi in un linguaggio imposto: se il linguaggio della follia - il
delirio- e' l'espressione soggettiva di bisogni e desideri che non hanno la
possibilita' di esprimersi se non attraverso l'irrazionalita' e la sragione,
esso non potra' mai essere il linguaggio della razionalita' del potere... La
follia - accerchiata dalla ragione- dovra' esprimersi secondo questo schema
interpretativo che gli e' estraneo, cioe' nel linguaggio della malattia, che
e' il linguaggio della razionalita' del potere, dove la soggettivita' del
folle, espressa nel delirio, sara' definitivamente oggettivata".
La straordinaria attenzione "per l'uomo malato e non per la malattia"
(affermazione di Franco Basaglia che ritroviamo in un intervista per la Rai
di Sergio Zavoli) e' il leit-motiv di Franca nella sua critica alla medicina
in generale. "Dipendenza, oggettivazione e passivizzazione del malato sono
essenziali allo sviluppo di una medicina, che, pur fondandosi
sull'esperimento e sulla verifica del corpo, non si misura e non si verifica
mai con l'uomo nella complessita' dei suoi bisogni, cioe' con l'uomo come
entita' storico-sociale".
Questa riflessione, di grande attualita', e' una lancia acuminata contro le
pretese di chi vuol ridurre la persona che sta male a puro oggetto di
intervento e di studio, contro un approccio tecnologico e biologistico alla
sofferenza. Ci induce ad essere vigili e relativizzare costantemente il
sapere clinico, il quale, sganciato dalla storia e dalla societa', produce
solo sopraffazione.
Franca, anche dopo la scomparsa di Franco Basaglia, ha continuato con
tenacia sia il suo lavoro scientifico, sia il suo impegno per l'applicazione
della legge 180, opponendosi ai numerosi progetti di controriforma e
difendendo il servizio pubblico. Nel gennaio del 1993 ("Fogli di
Informazione" n. 158) scriveva: "La natura del ricovero privato e' estranea
alla ricerca di soluzioni alternative piu' adeguate alla persona, ai diversi
livelli di sofferenza, ai diversi bisogni di cura, ma anche di autonomia, di
rapporti e di vita... Un servizio pubblico funzionante puo' essere in grado
di metter in moto tutte le risorse possibili, necessarie ad una positiva
evoluzione del disturbo in famiglia, nella comunita', nelle istituzioni;
cosa che la struttura privata non puo' ne' vuole fare".
In un'intervista abbastanza recente sottolineava come chi soffre di disturbi
psichici raramente ha bisogno di un letto di ospedale, quindi non richiede
automaticamente forme di internamento e di degenza ospedaliera prolungata.
Poneva, dunque, ancora una volta l'accento sull'importanza di strutture
vicine alla gente, la' dove nasce e si sviluppa il disagio.
Di Franca Ongaro Basaglia ci ha sempre colpito la capacita' di coniugare il
rigore delle sue analisi teoriche con la lucidita' e l'essenzialita' delle
sue proposte pratiche. Invitata al trentennale di Psichiatria Democratica,
tenutosi a Matera nel novembre del 2003, non potendo partecipare per seri
motivi di salute, ci telefono' e con voce flebile ma decisa ci raccomando'
di continuare a batterci affinche' le nuove strutture della psichiatria non
diventassero dei nuovi manicomi, perche' le persone non subissero la
violenza dei legacci e dei farmaci, perche' i pazienti potessero praticare i
loro diritti.
Franca, dunque, per noi e' stato un faro di sapienza, di rigore, di continuo
stimolo a migliorarci e a migliorare il mondo.
Con l'affetto di sempre ricordiamo il suo cuore, la sua intelligenza e i
suoi sorridenti, profondi occhi azzurri.

9. ET COETERA
Franca Ongaro Basaglia, intellettuale italiana di straordinario impegno
civile, pensatrice di profondita', finezza e acutezza straordinarie, insieme
al marito Franco Basaglia e' stata tra i protagonisti del movimento di
psichiatria democratica; e' deceduta nel gennaio 2005. Tra i suoi libri
segnaliamo particolarmente: Salute/malattia, Einaudi, Torino 1982; Manicomio
perché?, Emme Edizioni, Milano 1982; Una voce: riflessioni sulla donna, Il
Saggiatore, Milano 1982; Vita e carriera di Mario Tommasini burocrate
scomodo narrate da lui medesimo, Editori Riuniti, Roma 1987; in
collaborazione con Franco Basaglia ha scritto La maggioranza deviante,
Crimini di pace, Morire di classe, tutti presso Einaudi; ha collaborato
anche a L'istituzione negata, Che cos'e' la psichiatria, e a molti altri
volumi collettivi. Ha curato l'edizione degli Scritti di Franco Basaglia.
Dalla recente antologia di scritti di Franco Basaglia, L'utopia della
realta', Einaudi, Torino 2005, da Franca Ongaro Basaglia curata, riprendiamo
la seguente notizia biobibliografica, redatta da Maria Grazia Giannichedda,
che di entrambi fu collaboratrice: "Franca Ongaro e' nata nel 1928 a Venezia
dove ha fatto studi classici. Comincia a scrivere letteratura infantile e i
suoi racconti escono sul "Corriere dei Piccoli" tra il 1959 e il 1963
insieme con una riduzione dell'Odissea, Le avventure di Ulisse, illustrata
da Hugo Pratt, e del romanzo Piccole donne di Louise May Alcott. Ma sono gli
anni di lavoro nell'ospedale psichiatrico di Gorizia, con il gruppo che si
sta raccogliendo attorno a suo marito Franco Basaglia, a determinare la
direzione dei suoi interessi e del suo impegno. Nella seconda meta' degli
anni '60 scrive diversi saggi con Franco Basaglia e con altri componenti del
gruppo goriziano e due suoi testi - "Commento a E. Goffman. La carriera
morale del malato di mente" e "Rovesciamento istituzionale e finalita'
comune" - fanno parte dei primi libri che documentano e analizzano il lavoro
di apertura dell'ospedale psichiatrico di Gorizia, Che cos'e' la psichiatria
(1967) e L'istituzione negata (1968). E' sua la traduzione italiana dei
testi di Erving Goffman Asylums e Il comportamento in pubblico, editi da
Einaudi rispettivamente nel 1969 e nel 1971 con saggi introduttivi di Franco
Basaglia e Franca Ongaro, che traduce e introduce anche il lavoro di
Gregorio Bermann La salute mentale in Cina (1972). Dagli anni '70 Franca
Ongaro e' coautrice di gran parte dei principali testi di Franco Basaglia,
da Morire di classe (1969) a La maggioranza deviante (1971), da Crimini di
pace (1975) fino alle Condotte perturbate. Nel 1981 e 1982 cura per Einaudi
la pubblicazione dei due volumi degli Scritti di Franco Basaglia. Franca
Ongaro e' anche autrice di volumi e saggi di carattere filosofico e
sociologico sulla medicina moderna e le istituzioni sanitarie, sulla
bioetica, la condizione della donna, le pratiche di trasformazione delle
istituzioni totali. Tra i suoi testi principali, i volumi Salute/malattia.
Le parole della medicina (Einaudi, Torino 1979), raccolta delle voci di
sociologia della medicina scritte per l'Enciclopedia Einaudi; Una voce.
Riflessioni sulla donna (Il Saggiatore, Milano 1982) che include la voce
"Donna" dell'Enciclopedia Einaudi; Manicomio perche'? (Emme Edizioni, Milano
1982); Vita e carriera di Mario Tommasini burocrate scomodo narrate da lui
medesimo (Editori Riuniti, Roma 1987). Tra i saggi, Eutanasia, in
"Democrazia e Diritto", nn. 4-5 (1988); Epidemiologia dell'istituzione
psichiatrica. Sul pensiero di Giulio Maccacaro, in Conoscenze scientifiche,
saperi popolari e societa' umana alle soglie del Duemila. Attualita' del
pensiero di Giulio Maccacaro, Cooperativa Medicina Democratica, Milano 1997;
Eutanasia. Liberta' di scelta e limiti del consenso, in Roberta Dameno e
Massimiliano Verga (a cura di), Finzioni e utopie. Diritto e diritti nella
societa' contemporanea, Angelo Guerrini, Milano 2001. Dal 1984 al 1991 e'
stata, per due legislature, senatrice della sinistra indipendente, e in
questa veste e' stata leader della battaglia parlamentare e culturale per
l'applicazione dei principi posti dalla riforma psichiatrica, tra l'altro
come autrice del disegno di legge di attuazione della "legge 180" che
diventera', negli anni successivi, testo base del primo Progetto obiettivo
salute mentale (1989) e di diverse disposizioni regionali. Nel luglio 2000
ha ricevuto il premio Ives Pelicier della International Academy of Law and
Mental Health, e nell'aprile 2001 l'Universita' di Sassari le ha conferito
la laurea honoris causa in Scienze politiche. E' morta nella sua casa di
Venezia il 13 gennaio 2005".

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VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
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Supplemento settimanale del martedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 28 del 27 giugno 2006

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