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La nonviolenza e' in cammino. 1341



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1341 del 29 giugno 2006

Sommario di questo numero:
1. Giobbe Santabarbara: Quelli che...
2. Ida Dominijanni: Una vittoria
3. "Statunitensi per la pace e la giustizia" di Roma: Una lettera aperta al
governo italiano
4. Marina Forti: Donne in Iran
5. Itala Vivan: Nuovo Sudafrica, corpi liberati in cerca di storie
6. Franco Melandri presenta "Camillo Berneri. Tra anarchismo e liberalismo"
di Carlo De Maria
7. Saverio Aversa presenta "Non chiedere, non dire? Vite di gay in divisa"
di Giulio Russo
8. Ristampe: Marco Polo, Milione
9. La "Carta" del Movimento Nonviolento
10. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE GIOBBE SANTABARBARA: QUELLI CHE...

"ceux qui donnent a' boire aux chevaux
ceux qui regardent leur chien mourir"
(Jacques Prevert, Tentative etc., 1931)

Quelli che ti schiacciano sotto lo scarpone chiodato e quando urli dal
dolore dicono che sei troppo ribelle per meritare di vivere.
Quelli che sono per la pace e votano i crediti di guerra.
Quelli che non e' successo niente, non e' mai successo niente, e nel
frattempo Auschwitz e Hiroshima.

2. RIFLESSIONE. IDA DOMINIJANNI: UNA VITTORIA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 27 giugno 2006. Ida Dominijanni,
giornalista e saggista, docente a contratto di filosofia sociale
all'Universita' di Roma Tre, e' una prestigiosa intellettuale femminista.
Tra le opere di Ida Dominijanni: (a cura di), Motivi di liberta', Angeli,
Milano 2001; (a cura di, con Simona Bonsignori, Stefania Giorgi), Si puo',
Manifestolibri, Roma 2005]

La partita piu' bella l'Italia non l'ha vinta in Germania con un rigore
all'ultimo minuto, l'ha vinta in casa, con un punteggio straordinario, dopo
svariati ed estenuanti anni di gioco. Quel perentorio 61,7% di No alla
controriforma costituzionale che avrebbe dovuto suggellare l'era
berlusconiana acquista tanto piu' valore con quell'inatteso 53,6% di
partecipanti al voto, che dopo dieci anni di quorum mancato riabilita,
proprio sulla Carta fondamentale, l'istituto referendario e la vigilanza
popolare sulle scelte politiche.
Il No c'era il rischio che perdesse, ma c'era anche il rischio che vincesse
di misura, con una partecipazione svogliata che avrebbe indirettamente
autorizzato il ceto politico, di destra e di sinistra, a continuare a
trattare la Costituzione come cosa propria, disponibile allo scambio
politico. Cosi' non e' stato e i numeri parlano chiaro: la Costituzione e'
di tutti, e nel momento di massimo rischio i suoi titolari se la sono presa
in mano per presidiarla e confermarla.
L'inatteso e non necessario quorum raggiunto oggi riporta alla mente il
mancato quorum, altrettanto inatteso ma necessario, del referendum del '99
sull'abolizione della quota proporzionale dal "Mattarellum". Quel quorum
mancato di allora pose fine alla favola bella del maggioritario come panacea
di tutti i mali che aveva accompagnato i primi dieci anni della transizione
italiana. Il quorum raggiunto di oggi mette fine alla favola bella della
riforma costituzionale come protesi indispensabile di una modernizzazione
senza qualita' che ha accompagnato anche gli anni successivi. Allora come
oggi ne viene travolto e sepolto lo schema semplificato vecchio-nuovo di cui
si accontenta una politica immiserita negli obiettivi e nelle pratiche.
Posto di fronte a un quesito fondamentale sulla legge fondamentale, il paese
"spaccato in due" della retorica postelettorale di poche settimane fa ha
ritrovato una sua fondamentale unita', irrispettosa del bipolarismo coatto.
Ha detto No all'egoismo sociale, al mito del Capo e alla servitu' volontaria
che nelle intenzioni dei riformatori avrebbero dovuto sostituire i principi
della solidarieta', dell'uguaglianza, della rappresentanza scritti in
Costituzione.
Anche la divisione territoriale artatamente costruita fra un'Italia moderna
e produttiva e un'Italia passatista e dipendente ne esce ridimensionata:
trionfante al Sud il No alla devolution vince anche al Nord, e il 51,8% che
conquista a Milano parla chiaro quanto e piu' del 68,4% che incassa a
Palermo o dell'82,5% in Calabria. Spiace per Bossi e per Speroni, ma se
andranno in Svizzera pochi li seguiranno. Spiace per Berlusconi e Fini, ma
tre sconfitte in tre mesi, e quest'ultima piu' di tutte, dicono che il vento
del '94 ha smesso di soffiare.
Sulla posta in gioco cruciale e ultimativa, quella del sovversivismo
costituzionale della destra estranea al patto del '48, il paese ha messo
l'alt. Ma l'ha messo anche sul vizio di giocare col fuoco della revisione
che incanta al centro e a sinistra anche gli eredi di quel patto. Che i loro
leader provassero a incassare la vittoria del No come un'autorizzazione a
procedere sulla strada delle riforme perseguita in passato era del tutto
scontato; e tuttavia suona oggi del tutto stonato. Quel No ha un altro
suono. Rilegittima una Costituzione che anche loro hanno colpevolmente
contribuito a delegittimare. E obbliga anche loro a sottostare alla sua
autorita'.
Come tutte le leggi umane, la Carta del '48 non e' intoccabile, ma
nell'ambito dei suoi principi e delle sue procedure. Dopo il voto di ieri,
fantomatiche commissioni, convenzioni e assemblee costituenti sono diventate
improponibili, come pure ipotetiche riscritture complessive. La revisione
costituzionale possibile torna a essere puntuale, affidata al parlamento,
sottratta al capriccio delle maggioranze e, si spera, assicurata a un art.
138 al piu' presto riformulato.

3. APPELLI. "STATUNITENSI PER LA PACE E LA GIUSTIZIA" DI ROMA: UNA LETTERA
APERTA AL GOVERNO ITALIANO
[Dall'associazione "Statunitensi per la pace e la giustizia - U.S. Citizens
for Peace & Justice" di Roma (per contatti: info at peaceandjustice.it)
riceviamo e volentieri diffondiamo]

Noi del gruppo romano "Statunitensi per la pace e la giustizia" scriviamo
questa lettera per chiedere che il governo italiano ripensi alcuni "aiuti"
che da' al nostro paese. Riteniamo questi "aiuti" contro gli interessi sia
del popolo italiano sia di quello statunitense. Alcuni di questi "aiuti"
sono il frutto di passate scelte di altri governi. Ci preme invitare il
nuovo governo a un cambio di rotta.
*
Cominciamo con il chiedere di ripensare la presenza in Italia [secondo fonti
ritenute attendibili - ndr] di un certo numero di bombe nucleari di
proprieta' degli Stati Uniti, al momento sembrerebbe 90, depositate nelle
basi di Aviano (Pordenone) e Ghedi Torre (Brescia). Tale presenza comporta
che sia gli Stati Uniti, "stato nucleare", sia l'Italia, "stato
non-nucleare", finiscano per violare lo spirito del Trattato di non
proliferazione nucleare del quale sono entrambi firmatari. A causa di questa
flagrante violazione lo stesso trattato diventa meno efficace. Per non
parlare del grave pericolo a cui l'Italia si espone. Lo stoccaggio di queste
bombe non garantisce la sicurezza, anzi, pone il territorio italiano a
rischio di gravi incidenti con conseguenti danni ambientali nonche' aggiunge
un potenziale obiettivo terroristico. In un sondaggio negli Stati Uniti
dell'anno scorso, il 66% degli interpellati ha risposto che nessun paese, il
proprio incluso, dovrebbe avere armi nucleari. Chiediamo al governo italiano
di esigere il ritiro e lo smantellamento delle bombe nucleari presenti sul
proprio territorio.
*
Anche l'ospitalita' data alle basi militari statunitensi non ci sembra un
"aiuto" nel migliore interesse dei due popoli, ne' del mondo intero. La
dislocazione in Italia di piu' di 20 installazioni militari statunitensi con
piu' di 16.000 suoi soldati rende l'Italia uno strumento indiretto nella
guerra preventiva, che molti esperti e l'opinione pubblica mondiale
ritengono la causa di un mondo piu' pericoloso. Anche recenti sondaggi negli
Stati Uniti, confermano che l'opinione pubblica statunitense ritiene il
proprio paese sulla strada sbagliata (dal 60% al 69%), e su questo giudizio
pesa fortemente la guerra globale.
Chiediamo, quindi, che il governo italiano non dia appoggio a queste
politiche statunitensi, e che si impegni per la chiusura e la riconversione
a usi civili di queste basi.
Ma non e' solo l'ospitalita' presso le basi che l'Italia regala agli Stati
Uniti. Il 37% dei costi operativi di queste basi viene sostenuto dai
contribuenti italiani, per non parlare dei numerosi sconti e agevolazioni di
cui godono i soldati statunitensi. E' spesso frutto di accordi segreti di
vecchia data di cui non si conoscono i dettagli. Chiediamo al governo
italiano di rendere pubblici i testi di questi accordi in vista di un
dibattito aperto per valutarne l'utilita'.
*
Come rivelato dal rapporto del Consiglio d'Europa sui voli segreti e sulle
detenzioni illegali da parte degli Stati Uniti, la base statunitense di
Aviano e' servita anche per il trasferimento del sigonr Abu Omar in Egitto
dove e' stato incarcerato e torturato dopo il suo sequestro a Milano. Il
caso di "extraordinary rendition" di Abu Omar, secondo il rapporto, e'
quello meglio documentato grazie al lavoro dei magistrati italiani, i quali
hanno richiesto la estradizione dei 22 agenti della Cia implicati nel caso.
Chiediamo al nuovo governo italiano di fare quello che il precedente aveva
rifiutato, cioe' di inoltrare la richiesta di estradizione al governo
statunitense.
Chiediamo inoltre che ci siano indagini interne e collaborazione con le
indagini internazionali affinche' non ci sia piu' complicita' dell'Italia
nelle detenzioni illegali e nella tortura, risultandone un forte esempio per
gli altri paesi europei.
*
Infine, il piu' noto "aiuto" e' stato quello di mandare truppe in
Afghanistan e in Iraq. In entrambi i paesi innumerevoli civili innocenti
sono morti, tanti soldati statunitensi e italiani sono morti e ancora di
piu' sono stati feriti, i due paesi sono stati distrutti, e centinaia di
miliardi di dollari sono stati spesi senza migliorare la vita della gente,
anzi. In entrambi i paesi ci sono stati gravi casi di tortura (Abu Ghraib in
Iraq e Bagram in Afghanistan). In entrambi i paesi la vita quotidiana e'
resa impossibile dalla mancanza di sicurezza e dalla violenza. Almeno in
Italia, si parla di missioni di pace in entrambi i paesi, che con la pace
tuttavia non hanno niente a che fare.
E' ora di ritirare tutte le truppe. Chiediamo al governo italiano di portare
i suoi soldati a casa. Chiediamo di non sostenere le guerre statunitensi in
alcun modo, e invece di sostenere i popoli dell'Iraq e dell'Afghanistan con
programmi di cooperazione affidati alle Ong che operano da tempo in questi
paesi.
*
Ovviamente non e' solo l'Italia che "aiuta" il nostro paese. Con piu' di 700
installazioni militari fuori dagli Stati Uniti, in piu' di 130 paesi nel
mondo, con piu' di 400 bombe nucleari in Europa, con piu' di 1.000 voli
segreti che coinvolgono 14 paesi europei, e' chiaro che il nostro paese gode
della complicita' di molte nazioni e governi.
Cambiando rotta, l'Italia potrebbe contribuire a riorientare l'ingente spesa
militare verso obiettivi di pace, stabilendo cosi' un importante precedente
e recando un aiuto vero al nostro paese e al mondo.
*
Statunitensi per la pace e la giustizia, Roma - U.S. Citizens for Peace &
Justice - Rome
Per contatti: e-mail: info at peaceandjustice.it, sito: www.peaceandjustice.it

4. MONDO. MARINA FORTI: DONNE IN IRAN
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 25 giugno 2006. Marina Forti, giornalista
particolarmente attenta ai temi dell'ambiente, dei diritti umani, del sud
del mondo, della globalizzazione, scrive per il quotidiano "Il manifesto"
sempre acuti articoli e reportages sui temi dell'ecologia globale e delle
lotte delle persone e dei popoli del sud del mondo per sopravvivere e far
sopravvivere il mondo e l'umanita' intera. Opere di Marina Forti: La signora
di Narmada. Le lotte degli sfollati ambientali nel Sud del mondo,
Feltrinelli, Milano 2004]

L'accusa e' classica: "attivita' contro la sicurezza nazionale". Noushin
Ahmadi Khorasani e Parvin Ardalan, due attiviste molto impegnate nel
movimento per i diritti delle donne, sono state incriminate per aver
organizzato una manifestazione (definita "illegale") contro le
discriminazioni verso le donne, il 12 giugno scorso a Tehran.
La manifestazione ha avuto molta meno copertura mediatica internazionale
della decisione (poi rimangiata) di lasciar entrare le donne negli stadi.
Eppure e' stata dispersa in modo molto violento dalla polizia - su internet
circolano foto e racconti di persone presenti, che parlano di un intervento
"di violenza senza precedenti" benche' la manifestazione fosse assolutamente
pacifica. In effetti era un semplice sit-in, convocato per rivendicare
eguaglianza nelle leggi, ad esempio per cio' che riguarda il divorzio e
l'affidamento dei figli o l'eredita', o il bando della poligamia, cioe'
riforme del codice di famiglia. Sono le rivendicazioni su cui da diversi
anni ormai da' battaglia un agguerrito movimento di donne iraniane. Qualche
giorni prima dell'annunciata manifestazione molte delle promotrici erano
state convocate in tribunale e ammonite a revocare la manifestazione.
Dunque il 12 giugno qualche decina di donne si e' raccolta in una piazza
centrale di Tehran - per la verita' molte non sono riuscite ad arrivarci
perche' gli accessi alla piazza erabno stati bloccati. Alla manifestazione
hanno preso parte anche molti uomini, in particolare molti visi noti del
movimento riformista. Ben piu' numerosa era la polizia, che ha disperso la
piccola folla con manganelli e arrestato una settantina di persone. Tutti
sono stati rimessi in liberta' negli ultimi giorni, comprese le due
attiviste ora incriminate; resta agli arresti solo Ali Akbar Moussavi
Khoeini, ex deputato riformista nella passata legislatura, e impegnato
nell'Associazione indipendente dei giornalisti, che e' stato anche
violentemente picchiato.
Le incriminazioni fanno il paio con un'altra notizia circolata in questi
giorni, i "pensionamenti" forzati di decine di professori dell'Universita'
di Tehran e la chiusura di un certo numero di "societa' islamiche"
universitarie, che sono in effetti diventati centri di attivismo degli
studenti critici verso il regime.

5. RIFLESSIONE. ITALA VIVAN: NUOVO SUDAFRICA, CORPI LIBERATI IN CERCA DI
STORIE
[Dal quotidiano "Liberazione" del 24 giugno 2006 riprendiamo il seguente
articolo tratto dall'ultimo numero della rivista "Leggendaria" dedicato
all'Africa a ridosso della prima fiera internazionale del libro di Cape
Town. Itala Vivan, studiosa e docente universitaria di letteratura
comparata; ha svolto ricerche sulle societa' coloniali anglofone e sulla
transizione al postcolonialismo, analizzandone le espressioni letterarie e
le forme culturali; e' stata osservatrice internazionale durante le elezioni
del 1994 in Sudafrica; ha dedicato particolare attenzione alle letturature
africane e all'impegno contro il pregiudizio e le persecuzioni razziste. Tra
le opere di Itala Vivan: Caccia alle streghe nell'America puritana, Rizzoli,
Milano 1972; Interpreti rituali, Dedalo, Bari 1978; (a cura di), Il nuovo
Sudafrica, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1996; (a cura di), Corpi liberati
in cerca di storia, di storie. Il Nuovo Sudafrica dieci anni dopo
l'apartheid, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005]

Data la sua lunga e tormentata vicenda coloniale e postcoloniale iniziata
nel 1652, sino al recente e terribile periodo dell'apartheid dal 1948 al
1990, il Sudafrica, terra percorsa da stirpi diverse e abitata oggi da genti
di provenienza la piu' varia - africani, asiatici, europei - ha una storia
letteraria di grande complessita' ma anche di straordinaria ricchezza. La
complessita' nasce dall'intrecciarsi delle lingue e delle culture non di
rado disparate l'una rispetto all'altra; la ricchezza e' frutto dell'apporto
di sontuose e antiche tradizioni africane orali, dal sovrapporsi, nei
secoli, della scrittura coloniale di lingua afrikaans e inglese, dai
contributi delle popolazioni venute dall'Asia - indiani, malesi e altri - e
infine dal processo di contatto, ibridazione e reciproche influenze che
tutto cio' ha provocato e che offre oggi un panorama vario, un autentico
arcobaleno di scritture e di lingue.
Ma se tante e cosi' profonde sono le differenze, che cosa unisce i mille
rivoli delle letterature di questo paese?
Oggi il processo di ricostruzione del se' culturale, oltre che istituzionale
e sociale, in atto in Sudafrica rivela la forte tenuta di un tessuto di
fondo che unisce le genti e le stirpi, come i loro prodotti letterari, in
una trama ben piu' stretta di quanto non si sarebbe potuto supporre anche
fino a vent'anni fa, quando l'apartheid imperversava e i discorsi
discriminatori e divisivi avevano di fatto il sopravvento. Nella intensa
diversita' che caratterizza le forme e le modalita' di espressione
letteraria orale e scritta e' tuttavia sempre presente la consapevolezza
implicita, magari anche inespressa o taciuta, di un discorso comune che si
riallaccia alla storia, al passato che appartiene a tutti anche se e' stato
giocato con ruoli assai differenziati e se trova radici in memorie non
sempre condivise. L'osservatore e' colpito dallo sforzo, visibile in tutti i
settori del paese, in tutti i protagonisti del discorso letterario, volto a
far emergere le storie individuali e di gruppo per restituire ai corpi
liberati dal peso e dalle strettoie della perversa frammentazione
dell'apartheid, nonche' della secolare oppressione del colonialismo
antecedente, una molteplicita' di immaginari che contribuiscano a un
immaginario comune, anche se non collettivo.
*
Una volta smantellato l'ordine geopolitico di segregazione spaziale che
frantumava il territorio in una dozzina di luoghi "etnici", le homelands,
con i bianchi al centro - collocati in quel che si definiva Repubblica
Sudafricana - e i neri alla periferia nelle aree riservate, e tutti, secondo
una folle classificazione, rinchiusi nei loro recinti, ecco che le schegge e
i brandelli lacerati del territorio sudafricano si ricomposero in un tutto
unico aperto a cittadini eguali di un solo Stato basato su principi di
eguaglianza. Con quella stessa ricomposizione, siglata con le prime elezioni
democratiche del 1994 e con la Costituzione varata nel 1996, le varie lingue
del Paese ripresero anch'esse dignita' e divennero lingue ufficiali: le
lingue xhosa, zulu, sotho, tsonga, tswana, ndebele, venda, swazi e pedi,
insieme all'afrikaans e all'inglese, acquisirono un medesimo status e una
eguale dignita' accanto alle molte altre lingue parlate in Sudafrica, come
khoi, san, ebraico, gujarati, tamil, hindi, arabo, portoghese, tedesco,
francese, greco e italiano. Anch'esse, le lingue, furono corpi viventi
liberati dal nuovo ordine e immessi in una consapevolezza egualitaria che
dichiarava rispetto e prometteva protezione e sviluppo.
Il processo di democratizzazione tocco' anche le scritture letterarie,
liberandole dalla costrizioni e dagli imperativi che sino al 1990 avevano
impresso il loro marchio sulla produzione sudafricana e anche sciogliendole
dall'incubo etnico. La resistenza culturale e politica, che aveva legato a
se' gli scrittori sino al 1990, dominando il discorso letterario non solo
per un imperativo morale, ma anche per un profondo bisogno di sopravvivenza
e di giustizia, perse la propria ragione d'essere. Se dagli anni Sessanta in
poi v'era stata la scrittura dal carcere e dall'esilio, se negli anni
Settanta era fiorita la letteratura di protesta e negli anni Ottanta la
letteratura popolare e proletaria, ora si smarri' l'impegno politico
totalizzante e ci si rivolse alla contemporaneita' travolgente del Nuovo
Sudafrica, all'urgenza del cambiamento.
I temi dell'attualita' coinvolgono ora tutti gli scrittori e ne suggeriscono
le scelte, non in modo compulsivo ma lasciandoli liberi di orientarsi in
modalita', linguaggi e invenzioni strutturali e tematiche. Ma come nel paese
intero si rileva una tendenza a incorporare il passato abbracciandolo tutto
come proprio, cosi' nella scrittura il filone della storia affiora dovunque
prepotentemente, offrendosi alla coscienza del paese per poterne diventare
completamente parte. Si tratta di riconoscere dignita' di esistere alle
molte storie cancellate e disperse nei secoli o anche solo nei decenni
trascorsi, e di raccontarle insieme alle storie coloniali rivisitate e
assunte come elementi costitutivi di un passato comune. Come i monumenti e i
simboli di ieri non sono stati distrutti con ira, ma anzi, vengono
conservati e immessi nel panorama nazionale - si pensi al Voortrekker
Monument, o al sacrario dedicato alla lingua afrikaans, entrambi rimasti
intatti, o anche a citta', piazze e vie che si chiamano ancora con i nomi
coloniali o addirittura ricordano gli artefici dell'apartheid - cosi' le
frammentate tradizioni di ieri vengono abbracciate in un solo sguardo che
proietta sul presente la propria attenzione. Gli scrittori africani escono
dall'ombra, nascono nuovi autori anche in lingue africane, senza piu'
sentirsi o doversi mostrare "etnici", senza dover nascondere nulla di se',
anzi, esaltando le caratterizzazioni e le diversita', gli orientamenti e le
specificita' visti come elemento unificante e non di divisione.
E' una travolgente esperienza di liberta', questa, che si rivela benefica
per la creativita' degli artisti e che nel tempo dara' frutti cospicui. Ma
gia' ora, a soli dieci anni dalla fine dell'apartheid, si individuano
novita' interessanti e si profilano situazioni impreviste, mentre un
abbondante flusso di scritture in varie lingue scorre in un Sudafrica che
vanta una lunga e importante tradizione letteraria. Se la politica della
Repubblica del Sudafrica si immerge profondamente nel continente cui
appartiene, impegnandosi nelle emergenze e nelle situazioni di crisi, ma
anche suggerendo tematiche di rinnovamento e rinascimento, la letteratura
accetta complessivamente di chiamarsi ed essere africana, inglobando in
questa sua africanita' le componenti postcoloniali di stampo europeo e gli
apporti asiatici. Nel divenire veramente africana, questa nuova letteratura
sa anche aprirsi a sollecitazioni internazionali e magari offrirsi con un
profilo cosmopolita, come spesso accade oggi, in un'epoca in cui coesistono
i globalismi e i regionalismi, le internazionalizzazioni e i localismi piu'
spinti.
*
Il mondo ha riconosciuto l'eccellenza della letteratura sudafricana
conferendole nel giro di pochi anni ben due premi Nobel, che sono andati a
Nadine Gordimer e John Coetzee, maestri indiscussi, noti e apprezzati a
livello mondiale. Ma oltre a questi, molti altri sono gli scrittori
sudafricani che vengono letti e tradotti anche in Italia, ove si e' acceso
un vivissimo interesse unito ad ammirazione per la cultura di un paese che
e' stato artefice di un esemplare cambiamento pacifico grazie anche alla
forza delle sue tradizioni, al radicato senso di unita' e di giustizia che
la letteratura della resistenza aveva testimoniato in passato e che
l'indagine sulla storia e la ricerca delle storie conferma ancora oggi.
Oggi, nel 2006, volgiamo lo sguardo indietro a ricordare la splendida poesia
della stagione di Soweto, fiorita dopo la rivolta giovanile che trent'anni
fa a partire dal 16 giugno 1976 scosse le township sudafricane e impresse
una svolta alle politiche della lotta contro l'apartheid, rivelando la
presenza di una nuova generazione di resistenti, di combattenti. Era una
poesia rapida e vibrante, fatta per essere recitata in pubblico, nell'arena
di comunita' riunite intorno a uno sciopero o a una bara, dopo una retata o
un massacro della polizia di allora. Poesia che riprendeva gli antichi ritmi
orali e risuonava dell'eco bellicosa della tradizione africana, e che
infiammo' gli animi di coloro che riuscirono a udirne il battito rapido e
pulsante, gli accenti di accesa rivolta, i singhiozzi di angoscia.
Oggi questa poesia sembra lontana, e i suoi autori sono trascurati, anche
quando sono ancora in vita, come quel Sipho Sepamla che cantava Ti amo,
Soweto, e affermava orgogliosamente, ´Questa terra e' mia / Perche' io sono
la terra / La terra si chiama come me". La guerra e' finita, si sono deposte
le armi, anche le armi della poesia.

6. LIBRI. FRANCO MELANDRI PRESENTA "CAMILLO BERNERI. TRA ANARCHISMO E
LIBERALISMO" DI CARLO DE MARIA
[Da "A. rivista anarchica", anno 36 n. 315, marzo 2006 (disponibile anche
nel sito www.arivista.org).
Franco Melandri, studioso del pensiero e del movimento anarchico, saggista,
collabora con varie riviste.
Camillo Berneri (1897-1937), pensatore e militante anarchico, antifascista,
esule, accorso volontario in Spagna in difesa della repubblica, fu
assassinato dagli stalinisti; dal sito del Comune di Reggio Emilia
riprendiamo la seguente scheda: "Nato a Lodi nel 1897, Camilo Berneri
trascorre l'infanzia seguendo la madre maestra elementare, nei suoi
incarichi a Palermo, Milano, Cesena, Forli' e Reggio Emilia. Qui entra nel
partito socialista, dove inizia la sua attivita' politica. Alla fine del
1915 passa tra le fila anarchiche. Nel 1916 si trasferisce con la madre ad
Arezzo. L'anno successivo sposa Giovanna Caleffi di Gualtieri e viene
richiamato alle armi. Congedato nel 1919, comincia a collaborare
assiduamente alla stampa anarchica partecipando poi alla costituzione
dell'Unione anarchica italiana. Nel 1922 si laurea in filosofia a Firenze
con Gaetano Salvemini, entra in contatto con Carlo Rosselli ed Ernesto
Rossi, e' vicino a "Italia libera" e collabora con il "Non mollare!". I suoi
studi spaziano da argomenti di carattere filosofico ad altri di contenuto
sociale e politico. Nel 1926 abbandona l'Italia, per recarsi a Parigi dove
inizia la sua collaborazione con la stampa libertaria e dove verra'
arrestato assieme ad altri fuoriusciti italiani, tra cui Carlo Rosselli.
Scarcerato nel maggio del 1930, inizia a peregrinare tra Francia, Belgio,
Olanda, Lussemburgo e Germania. Allo scoppio della guerra civile in Spagna,
e' tra gli organizzatori del primo contingente di volontari italiani. Nel
corso degli scontri del maggio 1937 tra comunisti e anarchici e poumisti,
sara' assassinato il 5 maggio da una pattuglia di polizia comandata da
agenti staliniani". Opere su Camillo Berneri: per un avvio cfr. Carlo De
Maria, Camillo Berneri. Tra anarchismo e liberalismo, Franco Angeli, Milano
2004.
Carlo De Maria, storico, e' autore del volume: Camillo Berneri. Tra
anarchismo e liberalismo, Franco Angeli, Milano 2004]

Fa sempre piacere quando, al di la' dei circuiti ristretti della (meritoria)
editoria militante, qualcuno, seguendo percorsi di ricerca scientifica,
giunge ad occuparsi di pensatori e militanti di minoranza; soprattutto, poi,
se questa minoranza e' quella libertaria e anarchica. E' questo il caso del
recente Camillo Berneri. Tra anarchismo e liberalismo di Carlo De Maria
(Franco Angeli, 2004, pp. 205, euro 20) che, grazie anche ad un grandissimo
lavoro negli archivi, ripercorre sia la tormentata biografia di Camillo da
Lodi, come a volte Berneri si firmava, che la sua evoluzione intellettuale,
rimarcando, nella parte conclusiva, i nodi teorico-politici piu'
problematici e stimolanti del suo pensiero.
Negli ultimi anni, va notato, l'attenzione su Berneri e' sicuramente
aumentata (da ricordare il capitolo a lui dedicato da Nico Berti ne Il
pensiero anarchico dal Settecento al Novecento, Lacaita, 1998; l'antologia
Anarchia e societa' aperta. Scritti editi e inediti, M&B, 2001, curata e
introdotta da Pietro Adamo; la giornata di studi, in collaborazione tra
Centro Studi Libertari e "Il manifesto", a Roma nell'ottobre 1996; la
giornata di studi tenutasi a Reggio Emilia nel maggio 2005), ma questo non
toglie che egli sia comunque rimasto un pensatore-militante di nicchia, la
cui figura e' stata riproposta - spesso senza studiarla - dagli anarchici, e
tenuta ai margini delle ricerche - senza, in genere, preoccuparsi di
conoscerne il pensiero - dai non anarchici. Il libro di De Maria, quindi,
giunge a colmare almeno in parte queste mancanze ed anche per questo la sua
lettura si rivela notevolmente stimolante. Sicuramente interessante e'
l'accuratissima ricostruzione biografica, che mette in luce la formazione
intellettuale di Berneri - maturata soprattutto all'Universita' di Firenze,
dove ebbe Gaetano Salvemini come maestro e Carlo e Nello Rosselli ed Ernesto
Rossi come compagni di studio e sodali -, cosi' come la sua instancabile
attivita' antifascista, svolta soprattutto nell'esilio (dove, vittima di una
macchinazione della polizia fascista, fini' sia in carcere che espulso da
vari paesi), fino alla sua tragica uccisione, avvenuta nel '37, per mano dei
comunisti, durante la guerra di Spagna, dove egli era accorso fra i primi.
Un aspetto che De Maria sottolinea di tutto il percorso biografico
berneriano e' il rapporto che questi, passato giovanissimo all'anarchismo
dal socialismo prampoliniano, mantenne sempre con vari esponenti della
sinistra non comunista, in particolare con liberali, come Gobetti, con
socialisti-liberali, come Carlo Rosselli, con libertari "senza partito",
come Silvio Trentin, con repubblicani federalisti, come Fernando Schiavetti,
con socialisti dissidenti, come Alberto Jacometti. L'attivita' pubblicistica
di Berneri fu instancabile (cosa che, come egli stesso lamentava, unitamente
ai problemi economici ed ai guai legali, gli impedi' di affrontare molte
questioni in modo organico) e rivolta non solo ai giornali anarchici, ma
anche, appunto, alle pubblicazioni di "Giustizia e liberta'", dei
repubblicani federalisti, dei socialisti "anticoncentrazionistî", e proprio
in questa massa enorme di articoli, cosi' come nella grande quantita' di
lettere e note inedite (oggi in gran parte conservate all'Archivio Famiglia
Berneri domiciliato a Reggio Emilia), ebbe modo di porre in modo abbastanza
chiaro i termini della sua ricerca intellettuale. Questa, come bene illustra
De Maria nei capitoli ad essa dedicati, partiva dalla considerazione che "La
crisi dell'anarchismo e' evidente", e quindi si incentro' progressivamente
sulla ricerca di un "anarchismo attualista", il quale, sulla scorta del
"problemismo" salveminiano e del "fenomismo" postulato da Berneri stesso,
poneva al suo centro la ricerca della "citta' possibile", contrapposta alla
"citta' attuale", dominata dalla dittatura fascista e dai totalitarismi
nazista e comunista, ma anche alla "citta' utopica" postulata dalla
maggioranza degli anarchici suoi contemporanei. Rispetto a questa "citta'
utopica" - che egli vedeva, al massimo, come punto d'orientamento - Berneri
non risparmio' le critiche, appuntandosi non solo sulla sua difficile, se
non impossibile, realizzabilita', ma soprattutto sulla concezione di fatto
totalizzante che essa tradiva.
*
Come hanno messo in luce anche i gia' citati Berti ed Adamo, e come De Maria
sottolinea piu' volte, Berneri fu molto sensibile agli aspetti totalitari
presenti, ed inconsapevolmente assunti, anche nel pensiero anarchico e
proprio per reagire ad essi egli continuamente tento' di elaborare una
teoria politica libertaria che, nella sua attuabilita' immediata,
salvaguardasse sia le liberta' individuali e sociali che la possibilita'
stessa della ricerca sociale, continuamente trasformando, per usare termini
berneriani, il fatto della societa' nella scelta dell'associazione. In
questo percorso gli scogli che egli non poteva evitare furono quelli della
politica e della statualita', rispetto ai quali egli cerco' (a fronte del
rifiuto radicale, da parte dell'anarchismo, di ogni forma politica e di ogni
istituzionalizzazione, un rifiuto che egli giudicava cieco e superficiale)
di individuare delle ipotesi libertarie che traducessero sul piano della
politica operativa la sua ispirazione; una ispirazione che, per usare ancora
le sue parole, ebbe modo di compendiare nella formula: "Cattaneo completato
da Salvemini e dal Soviettismo".
L'impostazione di Berneri, in altre parole e come bene illustra De Maria, si
basava sulla convinzione che la "politica libertaria", cioe' la "pratica
dell'anarchismo", fosse non tanto rifiuto dell'esistente e richiamo ad una
rivoluzione palingenetica, ma soprattutto ricerca e pratica dell'"altro"
nell'esistente stesso, quindi continua costruzione dal basso di nuove forme
politiche ed istituzionali. Come sottolinea fin dal titolo il libro di De
Maria, uno degli influssi che in questo cammino si rivelarono determinanti
per Berneri fu il confronto col liberalismo (non a caso una famosa frase
berneriana fu "Nell'Internazionale gli anarchici furono i liberali del
socialismo"), in particolare quello "rivoluzionario" di Gobetti e quello
"socialista" di Rosselli, rispetto al quale la sua posizione - come, del
resto quelle di Gobetti e Rosselli - fu particolare.
Da un lato, infatti, Berneri non ebbe dubbi nell'indicare nelle forme
storiche assunte dal liberalismo classico - cioe' nello stato-nazione, nella
politica fatta coincidere solo col parlamentarismo, nella logica economica
basata sull'accentramento capitalista e sullo sfruttamento delle masse
operaie, nel colonialismo e nell'imperialismo a livello dei rapporti
internazionali - i principali responsabili della catastrofe del '15-'18 e
della nascita dei totalitarismi nell'eta' postbellica. Dall'altro lato,
pero', Berneri conservo', ponendoli non raramente al centro delle sue
riflessioni, alcuni elementi fondanti dell'eredita' della tradizione
liberale, quali la difesa radicale della liberta' individuale, il liberismo
in economia (dalle quali derivavano le sue critiche feroci al comunismo,
fosse questo quello marxista o quello degli anarchici stessi), la
consapevolezza che "ubi societas ibi jus", cioe' che non e' realmente
possibile costruire una societa' libera e giusta se non costruendo anche
norme, diritti, istituzioni che tale liberta' siano deputati a difendere.
*
Purtroppo, la sua prematura morte non ci permette di sapere a quali
conclusioni Berneri sarebbe giunto, ammesso che la sua instancabile ricerca
avesse potuto accontentarsi di un qualche risultato raggiunto, mentre,
dall'altra parte, gli esiti della "rivoluzione italiana" - che nelle
speranze di Berneri, Rosselli, Jacometti, Schiavetti avrebbe dovuto non solo
spazzare via il fascismo, ma anche costruire una nuova Italia ed una nuova
Europa federale, basata sulle autonomie comunali - si sono rivelati ben
diversi, quando non opposti, a quanto essi postulavano. Una questione,
comunque, rimane aperta e va indagata: essi, e Berneri in particolare, hanno
indicato alcuni dei nodi filosofico-teorici ed operativi con cui chi voglia
una trasformazione libertaria non puo' non confrontarsi, soprattutto se
animato dal loro stesso spirito critico e dalla loro stessa volonta' di
ricerca e realizzazione.
Proprio su tale questione, ed in particolare sulla questione del
liberalismo, tuttavia, un appunto a De Maria (ma anche, almeno in parte, a
Berti ed Adamo) e' forse necessario. Liberalismo, infatti, e' categoria
teorico-politica dai significati assai vasti, che non a caso, e solo per
fare qualche esempio, copre tanto il peggior operare del capitalismo
monopolista quanto la critica di questo in nome del diritto di chi lavora a
godere del frutto della sua fatica, tanto le leggi antioperaie e la
repressione dei movimenti popolari quanto la difesa delle organizzazioni dal
basso e le rivendicazioni di una maggior giustizia sociale, e cosi' via,
cosicche', oggi, in particolare in clima di "liberalismo berlusconiano", non
e' ben chiaro capire a quale liberalismo si faccia riferimento usando tale
espressione.
Berneri (e prima di lui un altro grande "eretico" dell'anarchismo, Francesco
Saverio Merlino), inoltre, proprio perche' consapevole di questa
contraddittorieta' della tradizione liberale, che certo non rifiutava in
toto, uso' sempre il termine libertario, in cio' certo marcando la sua
differenza da anarchico, per qualificare il senso della sua ricerca, e cosi'
facendo pose in luce, come del resto fecero anche Gobetti e Rosselli, un
altro nodo problematico. Il liberalismo, infatti, e' storicamente stato una
delle declinazioni della ricerca della liberta', una ricerca che ad esso
preesisteva e che si e' nutrita di molteplici influenze. In tale
declinazione il liberalismo storico ha certo messo in luce e formalizzato
alcuni punti ineludibili (quali quelli prima accennati) della "liberta'
possibile", tuttavia non e' ne' giusto ne' legittimo attribuire al
liberalismo stesso il monopolio della sensibilita' e dell'attenzione al
problema della liberta' in quanto tale. Per questo se da un lato non e'
possibile tralasciare il portato del liberalismo alla individuazione di
possibilita' di liberta', dall'altro non e' possibile - come dimostrano, fra
l'altro, teorizzazioni quali il proudhonismo, l'anarchismo americano dei
Benjamin Tucker e delle Voltairine De Cleyre, il cooperativismo di Osvaldo
Gnocchi-Viani - definire col termine liberalismo, o far risalire ad esso,
ogni spinta libertaria.
*
Detto tutto questo, tuttavia, rimane certo vero che l'anarchismo attualista
di Berneri e' stato un grande, seppur monco, tentativo di correzione e
reinvenzione libertaria dell'anarchismo, un tentativo che, come appunto
anche De Maria dimostra, si poneva al passo coi tempi non per un
superficiale bisogno di essere alla moda, ma per l'acuta comprensione del
fatto che la ricerca della liberta' e della giustizia, proprio perche' tale,
non puo' mai essere ritenuta esclusivo patrimonio di qualche movimento o
teoria, oppure conclusa anche nei suoi aspetti fondanti. Di tale ricerca, il
Berneri che emerge dalle pagine di De Maria e' stato - quasi come un eroe
tragico nella sua profonda consapevolezza della drammaticita' della
situazione e dei problemi - tanto un attore quanto uno snodo, ed e' per
questo che il merito maggiore del libro - oltre, ovviamente, a quelli
specificamente storici e scientifici - e' quello di mostrare che questa
stessa ricerca deve essere ripresa, continuata, approfondita. Anche oggi, e
piu' che mai, infatti, come appunto Berneri scriveva: "il verbo dei Maestri
e' da conoscersi e da intendersi, ma troppo i nostri maggiori rispettiamo
per porre costoro a Cerberi ringhiosi delle proprie teorie, quasi come ad
arche sante, quasi come a dogmi", ed e' anche per questo che: "Bisogna
ripensare originalmente tutti i problemi del nostro tempo, restare aperti
sull'avvenire".

7. LIBRI. SAVERIO AVERSA PRESENTA "NON CHIEDERE, NON DIRE? VITE DI GAY IN
DIVISA" DI GIULIO RUSSO
[Dal quotidiano "Liberazione" del 24 giugno 2006.
Saverio Aversa vive a Roma dove lavora come educatore in un centro per
disabili, attivista del movimento glbt e per i diritti umani, giornalista
culturale, si occupa di culture delle differenze.
Giulio Russo si occupa da anni della condizione dei gay e delle
discriminazioni che subiscono; ha organizzato sportelli d'aiuto, seminari e
incontri; con il Circolo Pink di Verona ha realizzato il volume Le ragioni
di un silenzio. La persecuzione degli omosessuali durante il nazismo e il
fascismo (Ombre corte, 2002), che organizza i materiali di una dei
primissimi convegni sul tema. Opere di Giulio Russo: Non chiedere, non dire?
Vite di gay in divisa, Ombre corte, 2006]

Come da programma del Roma Pride, presso il circolo Mario Mieli si e' tenuto
l'altra sera un interessante incontro pubblico per la presentazione del
libro di Giulio Russo Non chiedere, non dire? Vite di gay in divisa, edito
da Ombre Corte (pp.213, euro 18). Ospiti due dei cinque segretari del
sindacato di polizia Siulp, Giuseppe De Matteis e Luigi Notari.
*
Il libro di Russo racconta le vicende di quindici omosessuali che sono
poliziotti, carabinieri, soldati, vigili urbani; quindici uomini che dietro
la divisa e il ruolo pubblico svolto nascondono sentimenti e attrazione
verso altri uomini. Il giornalista Andrea Pini, introducendo la
presentazione, ha proprio sottolineato la clandestinita' nella quale vivono
i gay che indossano una divisa anche se ha ricordato l'apertura mentale e la
disponibilita' di molti dirigenti e tra questi il compianto Nicola Calipari.
Molti omosessuali debbono, tutti i giorni, far fronte all'ostilita', piu' o
meno evidente, dei colleghi. Capita anche, fortunatamente, che amicizia e
solidarieta' prendano il posto del dileggio, del disprezzo o soltanto dei
comuni pettegolezzi.
L'autore si e' chiesto: chi sono, come vivono, ma soprattutto dove sono i
gay in divisa in Italia? Franco, maresciallo dei carabinieri, ha 46 anni e
si definisce bisessuale/versatile, e' sposato, non ha mai fatto coming out
sul posto di lavoro ma con qualche collega, dopo la scoperta reciproca della
stessa condizione, ha intrattenuto relazioni e frequentazioni. Mario,
capitano di marina, ha 55 anni e si e' congedato da qualche anno perche' non
riteneva piu' conciliabile la vita militare con la necessita' di vivere in
liberta' la propria omosessualita'. Carmine, finanziere, 35 anni, ha preso
coscienza come gay qualche mese dopo aver indossato la divisa per la prima
volta. Ha fondato il gruppo tematico "Militarigay", accessibile in internet,
che modera e dirige. Vincenzo, carabiniere, 26 anni: "Mi sono arruolato
quando il nostro amore era appena finito. Non andavamo piu' d'accordo e
ciascuno ha preso la sua strada. Lui si e' sposato. I colleghi sanno di me,
al massimo fanno le battutine, mai velenose pero'". Davide, poliziotto, 35
anni, dopo la denuncia di un tentativo di rapina subito in un luogo di
ritrovo all'aperto frequentato da gay, i colleghi hanno saputo di lui e
l'hanno bersagliato con un mobbing trasversale. Luca e' alpino, ha 29 anni e
al momento e' in missione all'estero. A qualche collega ha rivelato di
essere fidanzato con un ragazzo: "La mia gerarchia condannerebbe un
omosessuale allo stesso modo di un eterosessuale che infanga l'onore della
divisa". Renato, poliziotto, 35 anni: "Sento la compressione e l'oppressione
di essere gay in Polizia, di essere attento a come ti comporti".
*
Significativa la partecipazione all'incontro dei due esponenti sindacali
della polizia, un fatto piu' unico che raro che rappresenta un elemento
nuovo nei confronti di un tabu' molto radicato basato sul luogo comune che
la virilita', considerata indispensabile per le forze dell'ordine, e'
strettamente correlata all'eterosessualita', mentre l'omosessualita' e'
sinonimo di debolezza e di effeminatezza. De Matteis, confermando i numerosi
episodi di mobbing verticale (attuato da un superiore) e orizzontale
(attuato da colleghi di pari grado) ha affermato che quello che succede nel
corpo di polizia e' comune a molti altri posti di lavoro anche se, di fatto,
i lavoratori discriminati rimangono clandestini. Notari ha ricordato come
anche per le donne lavoratrici si registrano episodi discriminatori legati
alla sfera sessuale e ai permessi concessi per maternita'. Il forte
cambiamento registrato con l'ingresso delle donne nel tempo e' stato
ridimensionato: attualmente sempre meno donne si arruolano perche' e'
richiesto un periodo di addestramento nell'esercito di almeno tre anni.
*
Russo mette inoltre in evidenza come da sempre i rapporti che i cittadini
glbt hanno con le forze dell'ordine siano conflittuali. Il pregiudizio che
ritiene l'omosessualita' una devianza e' ancora presente nella societa' e
maggiormente in coloro che hanno la funzione istituzionale della sicurezza.
Gli abusi da parte di rappresentanti delle forze dell'ordine continuano a
ripetersi e sono il segno che l'evoluzione dei costumi incide piu'
lentamente nei riguardi di chi gestisce il potere. Un altro aspetto del
rapporto omosessuali-divise e' la difesa dei cittadini glbt dalle
aggressioni che possono subire per esempio nei luoghi di cruising all'aperto
oppure fuori dai locali gay. Chi viene aggredito, picchiato, rapinato o
abusato ha, ancora oggi, difficolta' a sporgere denuncia. La paura di essere
scoperto, di non avere un interlocutore adatto nelle forze dell'ordine, di
ammettere di aver subito violenza inducono la vittima a tacere. Al momento
non si hanno notizie di caserme o questure che hanno un referente per le
violenze subite da gay, lesbiche, transgender o per i crimini basati
sull'odio e l'intolleranza.
Qualcosa comincia a cambiare e l'associazione di gay in divisa Polis Aperta
fa giusto riferimento alla direttiva europea 2000/'78 che tutela dalle
discriminazioni sul posto di lavoro basate su motivazioni religiose,
convinzioni personali, disabilita' fisica e mentale, eta', orientamento
sessuale e identita' di genere. La stessa direttiva e' stata paradossalmente
stravolta dal governo Berlusconi che ne ha fatto una norma che discrimina a
sua volta invece di tutelare, stabilendo casi di incompatibilita' tra
mansioni lavorative e omosessualita' o transgenderismo. Polis Aperta e' nata
nel 2005 con l'intento di sviluppare una rete di solidarieta' fra i soci e
per assistere con le adeguate forme legali i soggetti discriminati. I gay in
divisa hanno partecipato per la prima volta al Pride di Milano nel giugno
dello stesso anno mentre nel novembre scorso a Firenze si e' tenuta una
riunione dell'European gay police network ma con una partecipazione scarsa
da parte dei rappresentanti italiani.

8. RISTAMPE. MARCO POLO: MILIONE
Marco Polo, Milione, Mondadori, Milano 1982, 2006, pp. XXXII + 712, euro
12,90 (in suppl. a vari periodici Mondadori). Nelle redazioni toscana e
franco-italiana per le egregie cure di Gabriella Ronchi e con introduzione
di Cesare Segre. Infinitamente si vorrebbe tornare a questa infinita vicenda
in cui trovi gli archetipi di ogni narrare, ogni viaggiare, ogni scoprire,
ogni sperare, e la statura dell'essere umano misura di tutte le cose, e il
mistero che tutto avvolge.

9. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

10. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1341 del 29 giugno 2006

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