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La nonviolenza e' in cammino. 1356



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1356 del 14 luglio 2006

Sommario di questo numero:
1. L'oppressione, la paura
2. Severino Vardacampi: Fermare la guerra
3. Dal 6 al 9 agosto nell'anniversario delle atomiche su Hiroshima e
Nagasaki
4. Mariagrazia Bonollo: L'impegno della societa' civile italiana per il
Congo verso la pace
5. Peppe Sini: Due domande
6. Amitav Ghosh: Ricordare Abu Ghraib
7. Lidia Menapace: Frecce, calci e un'altra Italia possibile
8. Giancarla Codrignani: Morale vaticana ed etica femminile, note di una
donna credente
9. Julia Kristeva: L'invito di Hannah
10. La "Carta" del Movimento Nonviolento
11. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. L'OPPRESSIONE, LA PAURA

Il popolo palestinese oppresso dall'occupazione israeliana, nella solitudine
e nella disperazione.
Il popolo israeliano circondato quasi solo da regimi fascisti che non fanno
mistero di intenzioni genocide, e segnato dalla bimillenaria persecuzione e
dal genocidio subito da parte dei regimi fascisti europei una generazione
fa.
I popoli arabi e musulmani del Medio Oriente oppressi da regimi fascisti,
dall'imperialismo americano, dal colonialismo e neocolonialismo europeo.
L'Europa ricca che sa di quanto sangue e quanto orrore grondi il suo passato
(qui sono nati gli imperialismi e i totalitarismi, dall'impero romano a
quelli del XX secolo; qui sono state incubate e sono poi divampate le prime
due guerre mondiali - le prime due -), che sa che il suo benessere attuale
si regge sulla secolare e mai cessata rapina delle risorse altrui, sulla
secolare e mai cessata schiavitu' altrui.
Gli Stati Uniti che hanno una folle paura della vendetta delle vittime del
loro sanguinario dominio imperiale.
E tutte le diaspore, e tutti i sud del mondo, derubati di ogni bene e ogni
diritto, vessati con sistematica, scientifica ferocia, scarificati fino
all'osso nudo, nude vittime e nudi testimoni dell'orrore dell'ora presente
che l'umanita' intera attanaglia.
Oppressione, terrore, paura. E la guerra - la guerra terrorista, il
terrorismo assassino - che distrugge tutto.
*
Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.

2. EDITORIALE. SEVERINO VARDACAMPI: FERMARE LA GUERRA

Per fermare la guerra occorre opporsi alla guerra.
Per fermare una guerra occore opporsi a tutte le guerre.
Il pacifismo generico e astratto non basta.
Occorre la nonviolenza che inveri solidarieta', realizzi giustizia e
promuova riconciliazione.
Occorre la nonviolenza che e' la lotta la piu' nitida e la piu'
intransigente contro tutte le oppressioni.
Occorre la nonviolenza che e' la convivenza tra gli esseri umani che si
riconoscono come esseri umani.
Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.

3. INIZIATIVE DAL 6 AL 9 AGOSTO NELL'ANNIVERSARIO DELLE ATOMICHE SU
HIROSHIMA E NAGASAKI
[Da Tiziano Tissino (per contatti: t.tissino at itaca.coopsoc.it) riceviamo e
volentieri diffondiamo. Nei prossimi giorni diffonderemo ulteriori dettagli
delle iniziative e relativi materiali di approfondimento. Il programma
completo ed ulteriori materiali sono consultabili anche nel sito del
Comitato "Via le bombe" (www.vialebombe.org). Tiziano Tissino e' impegnato
nel movimento nonviolento dei "Beati i costruttori di pace" ed in numerose
altre esperienze ed iniziative nonviolente; e' tra i promotori dell'azione
legale contro la presenza delle bombe atomiche americane ad Aviano e del
Comitato "Via le bombe" (sito: www.vialebombe.org)]

6-9 agosto 2006: LXI anniversario delle atomiche su Hiroshima e Nagasakiò
l'associazione "Beati i costruttori di pace" invita la cittadinanza a
partecipare alle seguenti iniziative.
Sabato 5 agosto, Gorizia, Piazzale della Transalpina, ore 21: incontro di
riflessione, a cura della Comunita' Arcobaleno di Gorizia, per ricordare
Hiroshima e Nagasaki e per dire no alle bombe atomiche. A Pordenone, ritrovo
e partenza per Gorizia alle 19,30, presso l'oratorio di Vallenoncello.
*
Domenica 6 agosto, Aviano, di fronte alla Base Usaf, ore 8: cerimonia in
ricordo di Hiroshima, nell'ora dello sgancio dell'atomica (8,12). E' stato
invitato il Presidente della Camera del deputati.
*
Lunedi' 7 agosto, Pordenone, ore 9,30-19, Bastia del Castello di Torre:
convegno "Fuori le atomiche dall'Italia, fuori le atomiche dalla storia", a
cura del comitato "Via le bombe", con il patrocinio del "Coordinamento
regionale enti locali per la pace".
*
Martedi' 8 agosto, Citizens' Weapons Inspection alla Base Usaf di Aviano.
*
Mercoledi' 9 agosto, Aviano, di fronte alla Base Usaf, ore 11, cerimonia
conclusiva nell'ora dell'atomica su Nagasaki. Gli enti locali per la pace e
gli aderenti alla rete "Mayors for Peace" sono stati invitati ad essere
presenti con il proprio gonfalone.

4. INIZIATIVE. MARIAGRAZIA BONOLLO: L'IMPEGNO DELLA SOCIETA' CIVILE ITALIANA
PER IL CONGO VERSO LA PACE
[Da Mariagrazia Bonollo, dell'ufficio stampa dei "Beati i costruttori di
pace" (per contatti: tel. 0445812321, cell. 3482202662, e-mail:
salbega at interfree.it, sito: www.beati.org) riceviamo e volentieri
diffondiamo]

63 volontari provenienti da tutta Italia partiranno il 24 luglio alla volta
della Repubblica Democratica del Congo per una missione lanciata da "Beati i
costruttori di pace" e "Chiama l'Africa" per sostenere il percorso verso la
democrazia della popolazione congolese, martoriata dalla "prima guerra
mondiale africana" che dal 1998 al 2003 ha causato quattro milioni di morti
e che da allora si e' avviata sulla strada di una difficile transizione
verso la pace. Quest'ultima dovra' consolidarsi proprio attraverso le
elezioni che si terranno il 30 luglio (le prime democratiche e
multipartitiche da quarant'anni) e alle quali i volontari italiani
parteciperanno in qualita' di osservatori elettorali della societa' civile,
parificati a tutti gli effetti con quelli ufficiali dell'Unione Europea e
della Fondazione Carter. Quelle che si terranno in Congo sono le prime
elezioni democratiche da oltre 40 anni.
"In solidarieta' con il popolo congolese che costruisce la democrazia e la
pace - scrivono gli organizzatori - vorremmo offrire la nostra presenza per
sottolineare quanto crediamo sia importante la costruzione di istituzioni
democratiche nell'impegno per la pace. La nostra missione sara' composta da
rappresentanti di associazioni e comitati, enti locali, gruppi religiosi,
sindacati e singoli amici dell'Africa. Ci coordineremo con le missioni
istituzionali, in particolare dell'Unione Europea, e collaboreremo con la
Commissione elettorale indipendente, espressione della societa' civile
congolese, dalla quale abbiamo ottenuto il riconoscimento che ci parifica a
tutti gli effetti con gli osservatori elettorali internazionali".
Per ultieriori informazioni: tel 0498070522, sito: www.beati.org

5. RIFLESSIONE. PEPPE SINI: DUE DOMANDE

La prima: la Costituzione della Repubblica Italiana va rispettata come legge
fondamentale del nostro ordinamento giuridico (tale che se una legge
confligge con essa decade in quanto incostituzionale), si' o no?
E l'articolo 11 della Costituzione della Repubblica Italiana recita
testualmente che "L'italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla
liberta' di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie
internazionali", si' o no?
E la guerra in corso in Afghanistan e' una guerra, si' o no?
E la partecipazione militare italiana alla guerra afgana confligge con il
dettato costituzionale, si' o no?
E i ministri della Repubblica hanno dovuto giurare fedelta' alla
Costituzione all'atto dell'assunzione del loro incarico, si' o no?
E la violazione della Costituzione e' un atto criminale, si' o no?
E la criminale violazione della Costituzione da parte del governo e' un atto
eversivo, si' o no?
E noi dovremmo favoreggiare il crimine di un governo golpista che in totale
continuita' col governo golpista precedente viola la Costituzione?
*
La seconda: la guerra - vietata dalla Costituzione - consiste nella
commissione di omicidi di massa, si' o no?
E coloro che in parlamento voteranno per la guerra - vietata dalla
Costituzione - voteranno per la commissione di omcidi di massa, si' o no?
E commettere omicidi di massa e' un crimine, si' o no?
E noi dovremmo consentire la commissione di omicidi di massa?
*
Chi elude queste domande e' un triste e un tristo sofista.

6. RIFLESSIONE. AMITAV GHOSH: RICORDARE ABU GHRAIB
[Dalla bella rivista diretta da Goffredo Fofi "Lo straniero", n. 73, luglio
2006 (disponibile anche nel sito www.lostraniero.net) riprendiamo il
seguente saggio di Amitav Ghosh, nella traduzione di Anna Nadotti, ivi
pubblicato per gentile concessione dell'autore.
Amitav Ghosh, scrittore e antropologo, e' nato a Calcutta nel 1956, e'
cresciuto tra Bangladesh, Sri Lanka, Iran e India, ha studiato antropologia
a Oxford, poi si e' trasferito in Egitto, in Cambogia, e' tornato a Delhi e
ora vive tra New York (dove insegna alla Columbia University) e l'India. Tra
le opere di Amitav Ghosh disponibili in traduzione italiana: Il paese delle
maree; Il palazzo degli specchi; Il cromosoma Calcutta; Le linee d'ombra; I
fantasmi della signora Gandhi; Il cerchio della ragione, Circostanze
incendiarie.
Anna Nadotti e' traduttrice, saggista, operatrice culturale. Su Anna Nadotti
da "Rai news 24", riprendiamo anche la seguente scheda: "Anna Nadotti si
definisce lettrice, traduttrice e consulente editoriale. Ma queste tre
funzioni, o passioni, non bastano a dire chi e'. Nella sua vita e nella sua
formazione hanno inciso il cinema, il jazz, la poesia e le arti figurative,
soprattutto la pittura, e contribuiscono non poco alla sua attivita' di
traduttrice. La sua passione per l'India l'ha portata a scandagliare con
attenzione la letteratura contemporanea per proporre agli editori italiani
autori e testi. Tra le sue traduzioni, tutte dall'inglese, quelle dei libri
di Amitav Ghosh, di Anita Desai, di Satyajit Ray, Nayantara Sahgal e Vikram
Chandra. Ha curato la scelta e la traduzione dei racconti di Mahasweta Devi.
Sue anche le traduzioni dei testi della scrittrice inglese Antonia S. Byatt,
delle introduzioni ai libri della Bibbia della Piccola Biblioteca Einaudi e
di alcuni testi per ragazzi. Fa parte della redazione del mensile 'L'Indice'
e collabora con il quotidiano 'Il manifesto', la Scuola Holden e l'Aiace di
Torino, la Libera Universita' delle Donne di Milano e la rivista letteraria
indiana 'Biblio'. Opere di Anna Nadotti: Oltre alle traduzioni Anna Nadotti
e' autrice di: "Andate e ritorni dall'India (traduttrice per caso)", in S.
Bassi, S. Bertacco, R. Bonicelli (a cura di), In That Village of Open Doors.
Le nuove letterature crocevia della cultura moderna, Cafoscarina, Venezia
2002; "Fuori canone. Letterature, cinema, video nell'India contemporanea:
una mappa impossibile", in Emanuela Casti e Mario Corona (a cura di), Luoghi
e identita'. Geografie e letterature a confronto, Bergamo University Press -
Edizioni Sestante, Bergamo 2004; "Sognando Beckham", in AA. VV., Donne sullo
schermo, Aiace-Celid, Torino 2003; "Il punto di vista di Jo: uno sguardo
sbieco su se stesse e il mondo", in AA. VV., Ragazze e ragazzi nel cinema
contemporaneo, Aiace, Torino 2004".
Goffredo Fofi, nato a Gubbio nel 1937, ha lavorato in campo pedagogico e
sociale collaborando a rilevanti esperienze. Si e' occupato anche di critica
letteraria e cinematografica. Tra le sue intraprese anche riviste come
"Linea d'ombra", "La terra vista dalla luna" e "Lo straniero". Per sua
iniziativa o ispirazione le Edizioni Linea d'ombra, la collana Piccola
Biblioteca Morale delle Edizioni e/o, L'ancora del Mediterraneo, hanno
rimesso in circolazione testi fondamentali della riflessione morale e della
ricerca e testimonianza nonviolenta purtroppo sepolti dall'editoria -
diciamo cosi' - maggiore. Opere di Goffredo Fofi: tra i molti suoi volumi
segnaliamo particolarmente almeno L'immigrazione meridionale a Torino
(1964), e Pasqua di maggio (1989). Tra le pubblicazioni degli ultimi decenni
segnaliamo ad esempio: con Tony Thomas, Marlon Brando, Gremese, 1982; con
Franca Faldini, Toto', Pironti, Napoli 1987; Pasqua di maggio. Un diario
pessimista, Marietti, Casale Monferrato 1988; con P. Polito, L'utopia
concreta di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1988; Prima il pane, e/o, Roma
1990; Storie di treno, L'Obliquo, 1990; Benche' giovani. Crescere alla fine
del secolo, e/o, Roma 1993; Strana gente. 1960: un diario tra Sud e Nord,
Donzelli, Roma 1993; La vera storia di Peter Pan  e altre storie per film
(1968-1977), e/o, Roma 1994; Piu' stelle che in cielo. Il libro degli attori
e delle attrici, e/o, Roma 1995; Come in uno specchio. I grandi registi del
cinema, Donzelli, Roma 1995; Strade maestre. Ritratti di scrittori italiani,
Donzelli, Roma 1996; con Gad Lerner e Michele Serra, Maledetti giornalisti,
e/o, Roma 1997; Sotto l'Ulivo. Politica e cultura negli anni '90, Minimum
Fax, 1998; Un secolo con Toto', Dante & Descartes, Napoli 1998; Le nozze coi
fichi secchi, L'ancora del Mediterraneo, Napoli 1999; con Gianni Volpi,
Vittorio De Seta. Il mondo perduto, Lindau, 1999; con Stefano Benni,
Leggere, scrivere, disobbedire. Conversazione, Minimum Fax, 1999; con Franca
Faldini, Toto'. L'uomo e la maschera, L'ancora del Mediterraneo, Napoli
2000; con Stefano Cardone, Intoccabili, Silvana, 2003; Paolo Benvenuti,
Falsopiano, 2003; con Ferruccio Giromini, Santosuosso, Cooper e
Castelvecchi, 2003; Alberto Sordi, Mondadori, Milano 2004; con Giovanni Da
Campo e Claudio G. Fava., Simenon, l'uomo nudo, L'ancora del Mediterraneo,
Napoli 2004;  con Franca Faldini, Toto'. Storia di un buffone serissimo,
Mondadori, Milano 2004; Circo equestre za-bum. Dizionario di stranezze,
Cargo, 2005. Opere su Goffredo Fofi: non conosciamo volumi a lui dedicati,
ma si veda almeno il ritratto che ne ha fatto Grazia Cherchi, ora alle pp.
252-255 di Eadem, Scompartimento per lettori e taciturni, Feltrinelli)]

Nella generale indifferenza dell'opinione pubblica per l'esito dei processi
di Abu Ghraib, si puo' leggere la tacita ammissione che il fatto ha poco a
che vedere con i singoli perpetratori; nonche' l'ammissione che il
significato dello scandalo va ricercato in circostanze e trascorsi personali
ancora da chiarire.
Quando scoppio' lo scandalo furono in molti a stupirsi che le forze armate
degli Stati Uniti avessero deciso di assumere il controllo di uno
stabilimento carcerario in un momento in cui le biblioteche, i musei, gli
ospedali e i depositi di armi erano incustoditi. Ma questo concentrarsi
sull'incarcerazione ha un lungo pedigree nella storia dell'espansione
militare europea, soprattutto inglese. Risale al XVII e XVIII secolo, quando
si registro', come oggi, un enorme aumento della popolazione carceraria;
nella Gran Bretagna di allora, come negli Stati Uniti di oggi, un gran
numero di soldati e marinai vivevano all'ombra delle nuove istituzioni
penali. Per molti di loro tra carcere e servizio militare c'era poca
differenza. "Nessun uomo dotato di sufficiente capacita' inventiva per
entrare in un carcere", disse il dottor Johnson, "fara' il marinaio". Ma
l'aumento della popolazione carceraria era vitale per il processo
espansionistico. I detenuti inglesi, per esempio, furono essenziali per la
colonizzazione dell'Australia e di alcune zone dell'America, come il
Maryland.
Anche in India, la conquista inglese del XVIII secolo determino' un rapido
sviluppo del sistema carcerario. Nella seconda meta' del secolo gli inglesi
esportarono i detenuti indiani in una serie di colonie penali costruite
nelle isole del Golfo del Bengala e dell'Oceano Indiano: Penang, l'isola di
Ramree vicino alla Birmania, le isole Andamane, Mauritius e Bencoolen, al
largo di Sumatra. Sono questi gli antenati della Baia di Guantanamo.
*
Un primo e non secondario elemento di continuita' tra Abu Ghraib e le
prigioni inglesi in India e' l'ossessiva fascinazione per i corpi: quello
scrutare e marchiare e denudare, come se si volessero ri-fare i prigionieri.
Alcune immagini di Abu Ghraib mostrano un'incredibile parentela con le
fotografie scattate dagli ufficiali inglesi nelle carceri asiatiche del
XVIII secolo. Nelle une come nelle altre i detenuti, uomini e donne, sono
nudi e in piedi, con i genitali esposti davanti alla macchina fotografica; e
sebbene siano stati spogliati, molti sono in ceppi, in catene e con un
braccio sollevato. La differenza e' che queste immagini venivano scattate
per progetti ufficialmente sanciti e i carcerieri non venivano mai
inquadrati.
Nell'India d'inizio Ottocento, i reclusi destinati al confino spesso
venivano tatuati. Oltre che essere uno strumento di identificazione dei
detenuti, i tatuaggi avevano anche un altro scopo. Nell'India pre-coloniale,
in nord Africa e in alcune regioni del mondo arabo, i tatuaggi erano un
ornamento soprattutto femminile: tatuare i prigionieri equivaleva dunque a
un'evirazione simbolica, non solo dei prigionieri, ma dell'intera societa'
che li produceva. E' improbabile che gli agenti di Abu Ghraib fossero
consapevoli di questo particolare retaggio delle loro azioni, eppure in esse
si riscontra un analogo intento.
*
Un secondo elemento di continuita' sta nel binomio carcerazione e teoria
culturale. A quanto si sa, idee antropologiche come quelle di Raphael Patai,
relative alla sessualita', l'onore e la mascolinita' degli arabi, hanno
avuto un ruolo importante nel definire i metodi di Abu Ghraib e Guantanamo.
I funzionari delle carceri inglesi in India erano attenti a colpire anche
altre paure e tabu' che ritenevano profondamente radicati nel paese.
Pensavano, ad esempio, che gli indiani temessero i viaggi per mare piu'
della morte stessa: da cio', ai loro occhi, uno dei grandi vantaggi dei
penitenziari sulle isole.
C'era un aspetto della cultura indiana che poneva qualche problema ai
funzionari inglesi. Era difficile trasformare le carceri in luoghi dove la
lotta per la sopravvivenza individuale spezzasse i legami vigenti
all'esterno: invece di schierarsi l'uno contro l'altro, i reclusi
ripristinavano reti informali di rapporti familiari e di villaggio, di casta
e di comunita'. Le immagini di Abu Ghraib fanno pensare a dinamiche simili.
In alcune foto sembra quasi che i prigionieri si protendano l'uno verso
l'altro, come per darsi sostegno. Non e' difficile immaginare che cio' sia
stato fonte di notevoli fastidi per le guardie carcerarie che si sono
laureate nel sistema carcerario statunitense. Nel suo precedente impiego, il
sergente Graner avrebbe senza difficolta' ricoperto un ruolo importante nel
brutalizzare i prigionieri: i detenuti avrebbero fatto il lavoro per lui. Ad
Abu Ghraib invece si e' trovato davanti una popolazione carceraria non
addestrata. Ecco perche' nelle fotografie le guardie hanno talora
un'espressione esasperata, come se fossero stufe di dover insegnare ai
prigionieri qualcosa che dovrebbero gia' sapere. "Guarda", dicono le loro
facce, "e' cosi' che si fa".
*
Malgrado i precedenti e le indubbie continuita', nelle immagini uscite da
Abu Ghraib c'e' qualcosa di totalmente inedito.
Una novita' che non sta negli atti mostrati (si puo' essere certi che a Abu
Ghraib e altrove sono successe cose assai peggiori, prima e dopo la caduta
di Saddam Hussein), bensi' nello scopo delle fotografie. Molti osservatori
hanno sostenuto che cio' che vediamo non e' tortura bensi' abuso.
Tecnicamente credo che sia vero. La tortura implica il ricorso a mezzi
estremi per ottenere un dato fine. Nelle foto di Abu Ghraib appare evidente
che chi esercita l'abuso non ha uno scopo specifico. E' come se
costringessero i prigionieri a mettere in scena una concezione della
tortura, non come un mezzo bensi' come un fine. E' come se i carcerieri
stessero dicendo ai prigionieri: non abbiamo nessuno scopo preciso nel farvi
questo, se non insegnarvi chi siete e qual e' il vostro posto rispetto a
noi.
La guerra in Iraq e' stata spesso descritta in termini scolastici, si e'
detto che doveva essere una lezione di democrazia, insegnare le strade della
liberta', e cosi' via. Il significato delle fotografie va situato anche in
questo contesto pedagogico: e' come se fossero state fatte per illustrare, a
beneficio dei cittadini del Terzo Mondo, la concreta realta' del legame non
detto tra prigioni e parlamenti. Ed esattamente qui sta l'orrore: non nelle
azioni documentate, bensi' nel fatto che tali performance sono atti
comunicativi, chiaramente intesi a istruire, addestrare. Anche per questo,
probabilmente, i soldati non hanno avuto alcuna esitazione a scattare le
fotografie e farle circolare; anche loro erano certi che la purezza dei fini
giustificava i mezzi prescelti.
*
Se da tutto cio' possiamo trarre un'utile lezione, e' che, oggi come non
mai, e' impossibile separare i mezzi dai fini: sono la stessa cosa, e ogni
tentativo di distinguere gli uni dagli altri non fara' che confermarne
l'inseparabilita'. Nell'era di Clinton ci furono molti interventisti
liberali convinti che la nobilta' dei fini giustificasse qualunque mezzo
(l'unilateralismo, farsi beffe del diritto internazionale e cosi' via). Oggi
il tono e' cambiato e alcuni di loro hanno cominciato a parlare dei pericoli
di una politica estera eccessivamente moralistica. Ma cio' significa
disconoscere le responsabilita' di tutto cio' che e' andato storto.
Affrontare la questione del miglioramento della vita umana non e' mai stato
un problema. Il problema e' sorto quando si sono privilegiati i fini sui
mezzi. Proprio per questa ragione gli interventisti liberali si sono trovati
stretti in un nodo inestricabile con i neoconservatori: essendo incapaci di
affrontare la questione dei mezzi appropriati, sono stati incapaci di
contrastare l'appropriazione dei loro fini. Basterebbe questo a spiegare
l'estrema importanza di figure come Howard Zinn e Noam Chomsky, con la loro
insistenza sulla necessita' di analizzare tanto i mezzi quanto i fini.
L'anniversario di Abu Ghraib dovrebbe servire come "memento" di cio' che
accade quando tra il fine dichiarato di un progetto e i mezzi per
raggiungerlo c'e' un'immane sproporzione: i mezzi diventano allora essi
stessi il fine, e devono essere impiegati piu' e piu' volte.

7. RIFLESSIONE. LIDIA MENAPACE: FRECCE, CALCI E UN'ALTRA ITALIA POSSIBILE
[Dal quotidiano "Liberazione" dell'11 luglio 2006. Lidia Menapace (per
contatti: lidiamenapace at aliceposta.it) e' nata a Novara nel 1924, partecipa
alla Resistenza, e' poi impegnata nel movimento cattolico, pubblica
amministratrice, docente universitaria, fondatrice del "Manifesto"; e' tra
le voci piu' alte e significative della cultura delle donne, dei movimenti
della societa' civile, della nonviolenza in cammino. Nelle elezioni
politiche del 9-10 aprile 2006 e' stata eletta senatrice. La maggior parte
degli scritti e degli interventi di Lidia Menapace e' dispersa in quotidiani
e riviste, atti di convegni, volumi di autori vari; tra i suoi libri cfr. Il
futurismo. Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; L'ermetismo.
Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; (a cura di), Per un movimento
politico di liberazione della donna, Bertani, Verona 1973; La Democrazia
Cristiana, Mazzotta, Milano 1974; Economia politica della differenza
sessuale, Felina, Roma 1987; (a cura di, ed in collaborazione con Chiara
Ingrao), Ne' indifesa ne' in divisa, Sinistra indipendente, Roma 1988; Il
papa chiede perdono: le donne glielo accorderanno?, Il dito e la luna,
Milano 2000; Resiste', Il dito e la luna, Milano 2001; (con Fausto
Bertinotti e Marco Revelli), Nonviolenza, Fazi, Roma 2004]

Avessi mai pensato che per diventare stabilmente famosa sarebbe bastato dire
una frase sulle Frecce tricolori! Di tutto cio' di cui mi sono occupata
nella mia vita politica vengo interpellata quasi solo su quelle.
Allora: dichiaro che ho visto la finale dei mondiali di calcio, e anche la
partita contro la Germania e mi sono molto divertita; che ero da sempre
tifosa della Juve, del che invece ora mi vergogno un po'. Se mi si chiede
che cosa penso dell'esibizione delle Frecce tricolori al rientro della
nazionale dico che vorrei sapere chi paga, dato che il ministro Ferrero non
firma la manovra economica, giustamente, tutti e tutte dobbiamo risparmiare,
sono favorevole a una riduzione dei nostri emolumenti ecc. ecc. Le Frecce
tricolori le paga la Nazionale? Oppure i club, magari come ammenda dei guai
nel processo cui sottostanno? Vorrei solo sapere di piu'. E vorrei che di
questo argomento si potesse discutere semplicemente.
La Germania perde la partita e arriva solo terza. Ma riduce le spese
militari, e cosi' quasi tutti i paesi europei; so che a Rivolto non tutti
sono contenti di avere sulla testa un'ora e mezza al giorno le Frecce che si
esercitano, che i bambini e le bambine hanno continue crisi di panico, che
gli abitanti debbono cambiare le tegole sui tetti di frequente (e sono
almeno indennizzati? no), che molti vigneti sono ormai vigneti al cherosene:
non si puo' dire? E bisogna sentirsi ripetere la storiella della gloria
nazionale eccetera? ho un altro concetto di nazione: sarei contenta che
l'Italia fosse il paese che spende di piu' nella ricerca, che ha il piu'
basso tasso di evasione fiscale, di disoccupazione, la miglior legge per i
migranti, la minore criminalita' organizzata e cosi' via.
Insomma per quanto mi riguarda non ho di cui pentirmi, anzi sono convinta
che questa ubriacatura patriottarda calera' appena si sara' capito che la
destra ci inzuppa il pane: appena si e' visto un eccesso di intromissione
parafascista nelle vicende delle vittorie della Nazionale, le bandiere sono
drasticamente calate, cosi' come i tassisti non si sono giovati della non
richiesta alleanza dell'ultradestra. Il popolo e' meno scemo di quanto certi
credono: lo si e' visto al referendum.

8. RIFLESSIONE. GIANCARLA CODRIGNANI: MORALE VATICANA ED ETICA FEMMINILE,
NOTE DI UNA DONNA CREDENTE
[Dal sito della rivista "Noi donne" (www.noidonne.org) riprendiamo il
seguente intervento. Giancarla Codrignani (per contatti:
giancodri at libero.it), presidente della Loc (Lega degli obiettori di
coscienza al servizio militare), gia' parlamentare, saggista, impegnata nei
movimenti di liberazione, di solidarieta' e per la pace, e' tra le figure
piu' rappresentative della cultura e dell'impegno per la pace e la
nonviolenza. Tra le opere di Giancarla Codrignani: L'odissea intorno ai
telai, Thema, Bologna 1989; Amerindiana, Terra Nuova, Roma 1992; Ecuba e le
altre, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1994;
L'amore ordinato, Edizioni Com nuovi tempi, Roma 2005]

Chi e' credente e' in difficolta': il fatto religioso, anche se non e'
individualistico, e' certamente privato. Ne deriva che per una persona di
fede uno dei primi requisiti e' la laicita'.
L'autorita' del magistero, infatti, vale per l'ambito religioso e ha diritto
di rendersi conosciuta; ma non puo' interferire con la politica dei governi,
perche', per quello che riguarda i rapporti tra poteri diversi, e'
espressione di uno Stato estero [il riferimento e', ovviamente, alla
religione cattolica e al Vaticano - ndr].
Anche nel mondo laico domina la confusione e si e' venuta perdendo la
pluralita' delle concezioni etiche: gli antichi conoscevano la morale
platonica, la stoica, l'epicurea e cosi' via, mentre oggi sembra che esista
solo, genericamente, "la morale" sullo sfondo ambiguo, per il mondo
occidentale, della morale cattolica. Cosi' i laici arrivano ad avere "voglia
di credere", senza capire che cosa significhi l'espressione, e cedono ai
"superiori valori" del cattolicesimo (e non del cristianesimo che ha piu'
larga accezione e, al suo interno, diverse confessionalita') negoziando
mediazioni con un pensiero non mediabile. Accade cosi' che i politici non
vogliono scontentare il potere religioso e sono, nel nostro paese in
particolare, attenti a non proporre leggi sgradite al Vaticano.
Su questo, come donna, avrei molto da dire, perche' sia i papi, sia i
partiti, dimostrano che il patriarcato non e' per nulla morto: infatti, come
potere, anche elettoralmente, le donne valgono meno delle chiese.
Ma io volevo, una volta ogni tanto, farvi partecipi di un ragionamento
interno al cattolicesimo. Mi ha sorpreso, infatti, che Benedetto XVI - che
pure ha scritto un'enciclica per ricordare che "Dio e' amore" - per
questioni come pacs e aborto parli di "eclissi di Dio". Se per la
fecondazione assistita dice che "se l'uomo si arroga il potere di fabbricare
l'uomo, si arroga anche il potere di distruggerlo", ci si domanda non solo
se c'e' conoscenza corretta di una tecnica che non "crea" ne' ovuli ne'
spermatozoi, ma rende possibili maternita' fino a ieri non possibili, ma
dove dovrebbe andare Dio davanti a una societa' che continua a distruggere
nelle guerre esseri che si sono riprodotti secondo la tradizione nuziale. La
chiesa non ha potere di fermare le guerre? Allora perche' deve interferire
con le decisioni del governo che concede diritti agli omosessuali, senza
congratularsi se si ritira da una situazione di guerra. Non siamo piu' ai
tempi di Pio XII che condannava l'aborto e non l'Olocausto.
Mi sono venuti dei brutti pensieri: che il papa abbia paura. Benedetto XVI
non assomiglia a Urbano VIII, che quando era cardinal Barberini poteva
capire Galileo senza troppi turbamenti, ma condanno' una teoria dannosa
all'autorita' di una Chiesa che non voleva ammettere errori. Oggi sembra che
il papa nasconda a se stesso la paura per la poca fede dei cristiani
parlando di "eclissi" di Dio, che, per definizione, non puo' esserci e non
esserci contemporaneamente: era meglio il parroco che raccomandava ai bimbi
di non far piangere Gesu'.
Il presente e' certamente un tempo "epocale": la storia sta correndo rapida
e fra dieci anni - se non ci saranno guerre o cataclismi a frenarla - avremo
un mondo completamente diverso. Pensiamo ai progressi della medicina e della
chirurgia: se rinsaldiamo femori con la plastica e prolunghiamo la durata
della vita, perche' non consentire alla conoscenza piu' profonda dei tessuti
e delle cellule la sperimentazione delle staminali? Dio era forse in eclissi
quando Jenner, uno scienziato, innesto' il vaiolo sul figlio per
sperimentare la cura della terribile malattia?
C'e' paura che la gente perda la fede. Ma di quale fede si parla? Anche il
papa cita poco il Vangelo, che e' la pietra di paragone su cui saggiare se
una societa' puo' dirsi cristiana e che conferma che nessun tempo finora
puo' esser definito tale. Oggi la sfida e' grande, non solo per il papa o
per i cattolici o per i credenti di tutte le fedi: per tutti, infatti, o si
realizza un mondo piu' avanzato perche' piu' civile e piu' umano o e'
difficile pensare a qualunque "salvezza".
Perche' allora cercare di ridurci al meno quando e' il piu' che ci
interpella e richiede sforzi congiunti di tutti gli uomini di buona
volonta', che non sono solo quelli che vanno a messa. O di tutti quelli che
non sono solo "uomini" che parlano da uomini e non possono permettersi di
esaurire i contenuti dell'amore di Dio.
*
Occorre che le donne alzino la voce: con lo sconquasso che agita il mondo,
ne' il papa ne' i governanti debbono parlare di sessualita', famiglia,
matrimonio, aborto, pacs, fecondazione assistita e altro senza ascoltare le
donne.
Le donne non sono permissive o immorali: non accettano piu' che la morale
sia unica, definita solo dai maschi. E' forse morale che in un unico
articolo del "nuovo" catechismo siano indicati ai cattolici come peccati
l'adulterio, l'omosessualita', la prostituzione, la masturbazione insieme
allo stupro, vale a dire il crimine piu' grave dopo l'omicidio? Se Dio e'
amore (e il bisogno di ribadirlo in un'enciclica c'era solo perche' il mondo
ha bisogno di piu' amore), perche' non siamo noi, a partire dal papa,
amorevoli? Possiamo definire errore della Provvidenza l'esistenza di
omosessuali e lesbiche ed escluderli dalla vita? se il papa dice che debbono
praticare la castita' lo dira', forse, ai soli cattolici; ma gli altri come
possono rinunciare a vivere?
Perche' non si ascolta la voce delle donne che ne sanno di piu' - perche'
pagano il disamore e il malamore sulla loro pelle - dell'amore, quello di
Dio compreso? Che l'aborto sia un male, per piacere, lasciatelo dire alle
donne: le statistiche dicono che la maggioranza di quelle che ancora
abortiscono (dopo una legge che ha ridotto il numero degli aborti e della
mortalita' femminile per le pratiche della clandestinita') sono le
coniugate, a cui il marito non chiede se sono disposte ad un atto sessuale
fecondo. Dio stesso indicava la via di una cultura superiore, quando invio'
a Maria un messaggero per chiederne la disponibilita' e Maria ebbe la
possibilita' di dire di no. La prostituzione non e' la donna o il travestito
che disturba la viabilita' della gente perbene: ha la sua causa nel
disordine mentale di uomini che desiderano prestazioni banali per esercitare
un dominio. Che la famiglia sia un bene e' concetto universale: ma non
l'hanno istituita le religioni, perche' l'umanita' si e' affinata proprio
creando gli affetti delle relazioni. Tracce delle eta' primitive restano
nelle tradizioni e nelle mentalita'; ma le donne, anche cattolicamente
ortodosse, capiscono bene che una coppia che conviva nell'amore rinnovato
quotidianamente senza ricorso a sindaci o a chiese crea dei bimbi che hanno
lo stesso diritto di tutti al nido. E per proteggere la famiglia sarebbe
bene che anche la chiesa cattolica condannasse i maltrattamenti che
l'abitano senza distinzione di ceti e culture: le donne vengono violentate e
picchiate, cosi' come i minori, in numero molto superiore alle denunce dei
giornali. Il papa non lo puo' ignorare, quando parla di amore.
Dio certamente non si eclissa; forse si indigna. Con chi? Certamente non con
le donne.

9. MAESTRE. JULIA KRISTEVA: L'INVITO DI HANNAH
[Da Julia Kristeva, Hannah Arendt, Donzelli, Roma 2005, p. 278 (sono le
parole conclusive del libro).
Julia Kristeva e' nata a Sofia in Bulgaria nel 1941, si trasferisce a Parigi
nel 1965; studi di linguistica con Benveniste; intensa collaborazione con
Sollers e la rivista "Tel Quel"; impegnata nel movimento delle donne,
psicoanalista, ha dedicato una particolare attenzione alla pratica della
scrittura ed alla figura della madre; e' docente all'Universita'  di Paris
VII. Opere di Julia Kristeva: tra quelle tradotte in italiano segnaliamo
particolarmente: Semeiotike', Feltrinelli, Milano; Donne cinesi,
Feltrinelli, Milano; La rivoluzione del linguaggio poetico, Marsilio,
Venezia; In principio era l'amore, Il Mulino, Bologna; Sole nero,
Feltrinelli, Milano; Stranieri a se stessi, Feltrinelli, Milano; I samurai,
Einaudi, Torino; Colette, Donzelli, Roma; Hannah Arendt. La vita, le parole,
Donzelli, Roma. In francese: presso Seuil: Semeiotike', 1969, 1978; La
revolution du langage poetique, 1974, 1985; (AA. VV.), La traversee des
signes, 1975; Polylogue, 1977; (AA. VV.), Folle verite', 1979; Pouvoirs de
l'horreur, 1980, 1983; Le langage, cet inconnu, 1969, 1981; presso Fayard:
Etrangers a nous-memes, 1988; Les samourais, 1990; Le vieil homme et les
loups, 1991; Les nouvelles maladies de l'ame, 1993; Possessions, 1996; Sens
et non-sens de la revolte, 1996; La revolte intime, 1997; presso Gallimard,
Soleil noir, 1987; Le temps sensible, 1994; presso Denoel: Histoires
d'amour, 1983; presso Mouton, Le texte du roman, 1970; presso le Editions
des femmes, Des Chinoises, 1974; presso Hachette: Au commencement etait
l'amour, 1985. Dal sito dell'Enciclopedia multimediale delle scienze
filosofiche (www.emsf.rai.it) riprendiamo la seguente scheda: "Julia
Kristeva e' nata il 24 giugno 1941 a Silven, Bulgaria. Nel 1963 si diploma
in filologia romanza all'Universita' di Sofia, Bulgaria. Nel 1964 prepara un
dottorato in letteratura comparata all'Accademia delle Scienze di Sofia; nel
1965 ottiene una borsa di studio nel quadro di accordi franco-bulgari e dopo
il 1965 prosegue gli studi e il lavoro di ricerca in Francia all'Ecole
Pratique des Hautes Etudes. Nel 1968 consegue il dottorato sotto la
direzione di Lucien Goldmann (con Roland Barthes e J. Dubois). Sempre nel
1968 e' eletta segretario generale dell'Association internationale de
semiologie ed entra nel comitato di redazione del suo organo, la rivista
'Semiotica'. Nel 1973 consegue il dottorato di stato in lettere sotto la
direzione di J. C. Chevalier. Dal 1967 al 1973 e' ricercatrice al Cnrs di
linguistica e letteratura francese, al Laboratoire d'anthropologie sociale,
al College de France e all'Ecole des Hautes Etudes en sciences sociales. Nel
1972 tiene un corso di linguistica e semiologia all'Ufr di Letteratura,
scienze dei testi e documenti dell'Universita' Paris VII 'Denis Diderot'. E'
nominata direttore del Dea di Etudes Litteraires. Nel 1974 viene eletta
Permanent visiting professor al Dipartimento di letteratura francese della
Columbia University, New York. Nel 1988 e' responsabile del Draps (Diplome
de recherches approfondies en psycopathologie et semiologie). Nel 1992 e'
nominata direttore della Scuola di dottorato "Langues, litteratures et
civilisations, recherches transculturelles: monde anglophone - monde
francophone", all'Universita' di Paris VII 'Denis Diderot' e Permanent
Visiting Professor al Dipartimento di Letteratura comparata dell'Universita'
di Toronto, Canada. Nel 1993 e' nominata membro del comitato scientifico,
che affianca il ministro dell'educazione nazionale. Attualmente e'
professoressa all'Universita' Paris VII 'Denis Diderot'. Dal 1978 dopo una
psicoanalisi personale e una analisi didattica presso l'Institut de
psychanalyse, esercita come psicoanalista. Gli interessi scientifici di
Julia Kristeva vanno dalla linguistica alla semiologia, alla psicoanalisi,
alla letteratura del XIX secolo. Esponente di spicco della corrente
strutturalista francese e in particolare del gruppo di 'Tel Quel', che ha
sviluppato in Francia le ricerche iniziate dai formalisti russi negli anni
Venti e continuate dal Circolo linguistico di Praga e da Jakobson, Julia
Kristeva ritiene che la semiotica sia la scienza pilota nel campo delle
cosiddette 'scienze umane'. Pervenuta oggi a un'estrema formalizzazione, in
cui la nozione stessa di segno si dissolve, la semiotica si deve rivolgere
alla psicoanalisi per rimettere in questione il soggetto senza di cui la
lingua come sistema formale non si realizza nell'atto di parola, indagare la
diversita' dei modi della significazione e le loro trasformazioni storiche,
e costituirsi infine come teoria generale della significazione, intesa non
come semplice estensione del modello linguistico allo studio di ogni oggetto
fornito di senso, ma come una critica del concetto stesso di semiosi. Opere
di Julia Kristeva: Semeiotike'. Recherches pour une semanalyse, Seuil, Paris
1969; Le texte du roman, Mouton, La Haye 197l; La revolution du language
poetique. L'avant-garde a' la fin du XIX siecle: Lautreamont et Mallarme',
Seuil, Paris 1974; Des chinoises, Editions des femmes, Paris l974;
Polylogue, Seuil, Paris 1977; Pouvoirs de l'horreur. Essai sur l'abjection,
Seuil, Paris 1980; Le language, cet inconnu. Une initiation a' la
linguistique, Seuil, Paris 198l; Soleil noir. Depression et melancolie,
Gallimard, Paris 1987; Les Samourais, Fayard, Paris 1990; Le temps sensible.
Proust et l'experience litteraire, Gallimard, Paris l994. Numerosi articoli
di Julia Kristeva sono apparsi sulle riviste 'Tel Quel', 'Languages',
'Critique', 'L'Infini', 'Revue francaise de psychanalyse', 'Partisan
Review', 'Critical Inquiry' e molte altre. Tra le opere della Kristeva
tradotte in italiano, ricordiamo: Semeiotike'. Ricerche per una semanalisi,
Feltrinelli, Milano 1978; La rivoluzione del linguaggio poetico, Marsilio,
Venezia 1979; Storia d'amore, Editori Riuniti, Roma 1985; Sole nero.
Depressione e melanconia, Feltrinelli, Milano 1986; In principio era
l'amore. Psicoanalisi e fede, Il Mulino, Bologna 1987; Stranieri a se
stessi, Feltrinelli, Milano; Poteri dell'orrore, Spirali/Vel, Venezia; I
samurai, Einaudi, Torino 1991; La donna decapitata, Sellerio, Palermo 1997".
Hannah Arendt e' nata ad Hannover da famiglia ebraica nel 1906, fu allieva
di Husserl, Heidegger e Jaspers; l'ascesa del nazismo la costringe
all'esilio, dapprima e' profuga in Francia, poi esule in America; e' tra le
massime pensatrici politiche del Novecento; docente, scrittrice, intervenne
ripetutamente sulle questioni di attualita' da un punto di vista
rigorosamente libertario e in difesa dei diritti umani; mori' a New York nel
1975. Opere di Hannah Arendt: tra i suoi lavori fondamentali (quasi tutti
tradotti in italiano e spesso ristampati, per cui qui di seguito non diamo l
'anno di pubblicazione dell'edizione italiana, ma solo l'anno dell'edizione
originale) ci sono Le origini del totalitarismo (prima edizione 1951),
Comunita', Milano; Vita Activa (1958), Bompiani, Milano; Rahel Varnhagen
(1959), Il Saggiatore, Milano; Tra passato e futuro (1961), Garzanti,
Milano; La banalita' del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli,
Milano; Sulla rivoluzione (1963), Comunita', Milano; postumo e incompiuto e'
apparso La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna. Una raccolta di
brevi saggi di intervento politico e' Politica e menzogna, Sugarco, Milano,
1985. Molto interessanti i carteggi con Karl Jaspers (Carteggio 1926-1969.
Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989) e con Mary McCarthy (Tra
amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975,
Sellerio, Palermo 1999). Una recente raccolta di scritti vari e' Archivio
Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001; Archivio Arendt 2.
1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003; cfr. anche la raccolta Responsabilita'
e giudizio, Einaudi, Torino 2004. Opere su Hannah Arendt: fondamentale e' la
biografia di Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt, Bollati Boringhieri,
Torino 1994; tra gli studi critici: Laura Boella, Hannah Arendt,
Feltrinelli, Milano 1995; Roberto Esposito, L'origine della politica: Hannah
Arendt o Simone Weil?, Donzelli, Roma 1996; Paolo Flores d'Arcais, Hannah
Arendt, Donzelli, Roma 1995; Simona Forti, Vita della mente e tempo della
polis, Franco Angeli, Milano 1996; Simona Forti (a cura di), Hannah Arendt,
Milano 1999; Augusto Illuminati, Esercizi politici: quattro sguardi su
Hannah Arendt, Manifestolibri, Roma 1994; Friedrich G. Friedmann, Hannah
Arendt, Giuntina, Firenze 2001; Julia Kristeva, Hannah Arendt, Donzelli,
Roma 2005. Per chi legge il tedesco due piacevoli monografie
divulgative-introduttive (con ricco apparato iconografico) sono: Wolfgang
Heuer, Hannah Arendt, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1987, 1999; Ingeborg
Gleichauf, Hannah Arendt, Dtv, Muenchen 2000]

Quanto a una azione politica che equivalga a una nascita e offra un riparo
all'estraneita', Hannah Arendt, senza troppe illusioni, ci invita a pensarla
e a viverla al presente, certo, ma sempre sotto il doppio regime del perdono
e della promessa.

10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

11. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1356 del 14 luglio 2006

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