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La nonviolenza e' in cammino. 1357



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1357 del 15 luglio 2006

Sommario di questo numero:
1. La guerra e' il terrorismo
2. Contando fino a tre
3. Peppe Sini: Un golpista
4. Albino Bizzotto: Un invito nell'anniversario di Hiroshima e Nagasaki
5. Silvia Vegetti Finzi: Alla domanda che fonda ogni cura
6. Franco Fortini: Della verita' di Capitini
7. Vittorio Giacopini presenta "Circostanze incendiarie" di Amitav Ghosh
8. Benedetto Vecchi presenta "Vita liquida" di Zygmunt Bauman
9. Miriam Tola: Una mostra dedicata a Susan Sontag
10. La "Carta" del Movimento Nonviolento
11. Per saperne di piu'

1. TELEGRAMMI. LA GUERRA E' IL TERRORISMO

Non puo' darsi una "guerra contro il terrorismo". La guerra e' il
terrorismo.

2. EDITORIALE. CONTANDO FINO A TRE

Uno: la Costituzione della Repubblica Italiana esplicitamente proiibisce al
Parlamento italiano di deliberare la prosecuzione della partecipazione
militare italiana alla guerra afgana, in quanto tale partecipazione e' del
tutto illegale e criminale.
Che la maggioranza parlamentare della precedente legislatura abbia
deliberato in violazione della Costituzione e si sia macchiata di un infame
crimine non giustifica che in quell'infame crimine e in quella violazione
golpista si perseveri, la pregressa commissione di un delitto non autorizza
la sua reiterazione.
*
Due: in Afghanistan e' in corso da decenni una guerra atroce che ha gia'
provocato un numero enorme di vittime. Partecipare alla guerra, proseguire
la guerra, significa aggiungere altre vittime, significa far morire altre
persone ancora.
Un parlamento che deliberasse la prosecuzione della partecipazione italiana
alla guerra afgana con cio' stesso commetterebbe il reato di omicidio
plurimo. Ed il fatto che la maggioranza parlamentare della precedente
legislatura proprio questo abbia ripetutamente fatto in violazione della
Costituzione dovrebbe avere come effetto non il persistere nel crimine, ma
la sanzione penale per i responsabili: per le leggi italiane l'omicidio e'
un reato.
*
Tre: ma non basta far cessare la partecipazione militare italiana alla
guerra afgana: occorre intervenire positivamente per la pace, per il disarmo
di tutte le parti, per assistere tutte le vittime, per aiutare la
popolazione di quel paese a ricostruire cio' che la guerra ha devastato, e a
costruire una civile convivenza fondata sul riconoscimento di tutti i
diritti umani a tutti gli esseri umani e un'economia non dipendente dai
poteri criminali; occorre promuovere educazione, assistenza, salute per
tutti, sostenendo in primo luogo le inizative delle donne. Questo intervento
di pace deve avvenire con mezzi di pace, deve essere caratterizzato dalla
scelta nitida e intransigente della nonviolenza.

3. RIFLESSIONE. PEPPE SINI: UN GOLPISTA

Il presidente della repubblica (lo stesso signore cofirmatario della legge
che nel '98 ha riaperto i campi di concentramento in Italia) che fa
pressione sui parlamentari affinche' votino a favore della guerra e in
violazione della Costituzione.
Anche a questo ci e' toccato assistere in questi giorni di criminale follia.

4. INIZIATIVE. ALBINO BIZZOTTO: UN INVITO NELL'ANNIVERSARIO DI HIROSHIMA E
NAGASAKI
[Da Tiziano Tissino (per contatti: t.tissino at itaca.coopsoc.it) riceviamo e
volentieri diffondiamo questa lettera dell'11 luglio 2006 di Albino
Bizzotto, presidente di "Beati i costruttori di pace", inviata a tutti i
sindaci che hanno aderito alla rete "Mayors for Peace" promossa dai sindaci
di Hiroshima e Nagasaki.
Don Albino Bizzotto, impegnato in molte iniziative di pace e di
solidarieta', promotore e presidente del movimento nonviolento "Beati i
costruttori di pace", e' una delle figure piu' vive della nonviolenza in
Italia. Un suo piu' ampio profilo e' nel n. 1017 di questo foglio.
Tiziano Tissino e' impegnato nel movimento nonviolento dei "Beati i
costruttori di pace" ed in numerose altre esperienze ed iniziative
nonviolente; e' tra i promotori dell'azione legale contro la presenza delle
bombe atomiche americane ad Aviano e del Comitato "Via le bombe" (sito:
www.vialebombe.org)]

Egregio signor sindaco,
conosciamo l'impegno suo personale e della sua amministrazione in favore
dello smantellamento di tutto l'arsenale atomico sparso nel mondo, impegno
che si concretizza anche nella sua adesione attiva a Mayors for peace. Le
scriviamo per invitarla a partecipare alle iniziative che la nostra
associazione, in collaborazione con il Comitato "Via le bombe" e con il
patrocinio del Coordinamento enti locali per la pace del Friuli Venezia
Giulia, organizza dal 6 al 9 agosto in ricordo delle atomiche su Hiroshima e
Nagasaki.
A oltre 60 anni da quegli eventi il mondo si trova ancora a fare i conti con
l'incubo nucleare. La fase di progressivo disarmo atomico sembra essersi
conclusa e il ricorso ad armi nucleari tattiche per essere usate in guerra
e' tornato ad essere parte della strategia militare delle superpotenze. Il
rifiuto delle potenze nucleari a rispettare i loro impegni assunti con il
Trattato di non proliferazione del 1968 lascia aperta la strada ad una nuova
fase di proliferazione, con gli esiti catastrofici che questa potrebbe
comportare.
Le armi atomiche, con la loro sola presenza, mettono a rischio l'esistenza
stessa del pianeta. Per questo, gia' oltre quarant'anni fa, Guenther Anders
invitava tutti e ciascuno all'obiezione di coscienza verso qualsiasi forma
di collaborazione con il sistema nucleare, in nome della sopravvivenza
dell'umanita'. Ricordava come la questione nucleare creasse un gravissimo
vulnus democratico ed invitava i cittadini a non accettare la pretesa di
politici e militari a decidere nel campo dei problemi atomici senza
coinvolgere la popolazione: "abbiamo il diritto e il dovere di partecipare
alle decisioni che concernono la 'res publica'... e un problema piu'
'pubblico' dell'attuale decisione sulla nostra sopravvivenza non c'e' mai
stato e non ci sara' mai".
Gia' lo scorso anno, per la stessa circostanza del 6- 9 agosto, a Ghedi e ad
Aviano dove ci sono le "nostre" atomiche, abbiamo avuto la bellissima
sorpresa dell'adesione e della partecipazione di numerosi sindaci con i loro
gonfaloni. Siamo convinti che la pressione delle comunita' locali possa dare
quella spinta istituzionale necessaria perche' anche il nostro governo possa
intervenire con maggiore autorita' a livello internazionale per sollecitare
la ripresa del cammino della non proliferazione.
Per questo motivo la invitiamo a partecipare con il gonfalone del suo Comune
alla manifestazione conclusiva il 9 agosto prossimo alle ore 11, nell'ora
dell'atomica su Nagasaki, nel campo antistante la base di Aviano. Per
l'apertura delle iniziative il 6 agosto alle ore 8,15, l'ora di Hiroshima,
abbiamo invitato, sempre di fronte alla base di Aviano, il presidente della
Camera dei Deputati.
Sappiamo di giungere molto in ritardo con questo invito, non dovuto a nostra
negligenza, e che il 9 agosto e' una data brutta per tutti, ma non possiamo
esimerci dalla responsabilita' nei confronti delle comunita' cui
apparteniamo e delle generazioni che verranno. Per questo confidiamo nella
sua presenza, o di una delegazione con un suo messaggio. Le siamo
riconoscenti per quello che potra' fare.
Cogliamo l'occasione per porgere a lei e ai suoi concittadini i nostri
migliori auguri di pace.
Il presidente di "Beati i costruttori di pace", Albino Bizzotto

5. MAESTRE. SILVIA VEGETTI FINZI: ALLA DOMANDA CHE FONDA OGNI CURA
[Da Silvia Vegetti Finzi (a cura di), Psicoanalisi al femminile, Laterza,
Roma-Bari 1992, p. XIV. Silvia Vegetti Finzi (Brescia 1938), psicologa,
pedagogista, psicoterapeuta, docente universitaria, saggista, e' una
prestigiosa intellettuale femminista. Su Silvia Vegetti Finzi dal sito
dell'Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche (www.emsf.rai.it)
riprendiamo la seguente notizia biografica: "Silvia Vegetti Finzi e' nata a
Brescia il 5 ottobre 1938. Laureatasi in pedagogia, si e' specializzata in
psicologia clinica presso l'Istituto di psicologia dell'Universita'
cattolica di Milano. All'inizio degli anni '70 ha partecipato a una vasta
ricerca internazionale, progettata dalle Associazioni Iard e Van Leer, sulle
cause del disadattamento scolastico. Inoltre ha lavorato come psicoterapeuta
dell'infanzia e della famiglia nelle istituzioni pubbliche. Dal 1975 e'
entrata a far parte del Dipartimento di Filosofia dell'Universita' di Pavia
ove attualmente insegna psicologia dinamica. Dagli anni '80 partecipa al
movimento femminista, collaborando con l'Universita' delle donne 'Virginia
Woolf' di Roma e con il Centro documentazione donne di Firenze. Nel 1990 e'
tra i fondatori della Consulta (laica) di bioetica. Dal 1986 e' pubblicista
del 'Corriere della Sera' e successivamente anche di 'Io donna' e di
'Insieme"' Fa parte del comitato scientifico delle riviste: 'Bio-logica',
'Adultita'', 'Imago ricercae', nonche' dell'Istituto Gramsci di Roma, della
'Casa della cultura' di Milano, della 'Libera universita'
dell'autobiografia' di Anghiari. Collabora inoltre con le riviste
filosofiche 'Aut Aut' e 'Iride'. Molti suoi scritti sono stati tradotti in
francese, inglese, tedesco e spagnolo. E' membro dell'Osservatorio nazionale
per l'infanzia e l'adolescenza, della Societa' italiana di psicologia; della
Societe' internationale d'histoire de la psychoanalyse. Nel 1998 ha
ricevuto, per i suoi scritti di psicoanalisi, il premio nazionale 'Cesare
Musatti', e per quelli di bioetica il premio nazionale 'Giuseppina Teodori'.
Sposata con lo storico della filosofia antica Mario Vegetti, ha due figli
adulti, Valentina e Matteo. Gli interessi di Silvia Vegetti Finzi seguono
quattro filoni: il primo e' volto a ricostruire una genealogia della
psicoanalisi da Freud ai giorni nostri, intesa non solo come storia del
movimento psicoanalitico ma anche come storia della cultura; il secondo, una
archelogia dell'immaginario femminile, intende recuperare nell'inconscio
individuale e nella storia delle espressioni culturali, elementi di
identita' femminile e materna cancellati dal prevalere delle forme
simboliche maschili: a questo scopo ha analizzato i sogni e i sintomi delle
bambine, i miti delle origini, i riti di iniziazione femminile nella Grecia
classica, le metafore della scienza, l'iconografia delle Grandi Madri; il
terzo delinea uno sviluppo psicologico, dall'infanzia all'adolescenza, che
tenga conto anche degli apporti psicoanalitici. Si propone inoltre di
mettere a disposizione, tramite una corretta divulgazione, la sensibilita' e
il sapere delle discipline psicologiche ai genitori e agli insegnanti; il
quarto, infine, si interroga sulla maternita' e sugli effetti delle
biotecnologie, cercando di dar voce all'esperienza e alla sapienza delle
donne in ordine al generare". Tra le opere di Silvia Vegetti Finzi: (a cura
di), Il bambino nella psicoanalisi, Zanichelli, Bologna 1976; (con L.
Bellomo), Bambini a tempo pieno, Il Mulino, Bologna 1978; (con altri), Verso
il luogo delle origini, La Tartaruga, Milano 1982; Storia della
psicoanalisi, Mondadori, Milano 1986; La ricerca delle donne (1987);
Bioetica, 1989; Il bambino della notte. Divenire donna, divenire madre,
Mondadori, Milano 1990; (a cura di), Psicoanalisi al femminile, Laterza,
Roma-Bari 1992; Il romanzo della famiglia. Passioni e ragioni del vivere
insieme, Mondadori, Milano 1992; (con altri), Questioni di Bioetica,
Laterza, Roma-Bari 1993; (con Anna Maria Battistin), A piccoli passi. La
psicologia dei bambini dall'attesa ai cinque anni, Mondadori, Milano 1994;
Freud e la nascita della psicoanalisi, 1994; (con Marina Catenazzi),
Psicoanalisi ed educazione sessuale, Laterza, Roma-Bari 1995; (con altri),
Psicoanalisi ed identita' di genere, Laterza, Roma-Bari 1995; (con Anna
Maria Battistin), I bambini sono cambiati. La psicologia dei bambini dai
cinque ai dieci anni, Mondadori, Milano 1996; (con Silvia Lagorio, Lella
Ravasi), Se noi siamo la terra. Identita' femminile e negazione della
maternita', Il Saggiatore, Milano 1996; (con altri), Il respiro delle donne,
Il Saggiatore, Milano 1996; Volere un figlio. La nuova maternita' fra natura
e scienza, Mondadori, Milano 1997; (con altri), Storia delle passioni,
Laterza, Roma-Bari 1997; Il fantasma del patriarcato, Alma Edizioni, 1997;
(con altri), Fedi e violenze, Rosenberg & Sellier, 1997; (con Anna Maria
Battistin), L'eta' incerta. I nuovi adolescenti, Mondadori, Milano, 2000;
Parlar d'amore, Rizzoli, Milano 2003; Silvia Vegetti Finzi dialoga con le
mamme, Fabbri, Milano 2004; Quando i genitori si dividono, Mondadori, Milano
2005]

Alla domanda che fonda ogni cura, "chi sono io?", l'analista risponde
infatti: "tu sei la tua storia", inaugurando cosi' la costruzione narrativa
del soggetto moderno. Questa modalita' di procedere spiega perche' la
ricerca di identita', che caratterizza la nostra epoca, tanto si giovi della
narrazione biografica, soprattutto quando le sue vicende siano costituite
non soltanto da dati fattuali, ma anche da percorsi affettivi e
intellettuali finalizzati alla realizzazione di se'.

6. TESTIMONIANZE. FRANCO FORTINI: DELLA VERITA' DI CAPITINI
[Da Franco Fortini, Un giorno o l'altro, Quodlibet, Macerata 2006, p. 95.
Franco Lattes (Fortini e' il cognome della madre) e' nato a Firenze nel
1917, antifascista, partecipa all'esperienza della repubblica partigiana in
Val d'Ossola. Nel dopoguerra e' redattore del "Politecnico" di Vittorini; in
seguito ha collaborato a varie riviste, da "Comunita'" a "Ragionamenti", da
"Officina" ai "Quaderni rossi" ed ai "Quaderni piacentini", ad altre ancora.
Ha lavorato nell'industria, nell'editoria, come traduttore e come
insegnante. E' stato una delle persone piu' limpide e piu' lucide (e per
questo piu' isolate) della sinistra italiana, un uomo di un rigore morale ed
intellettuale pressoche' leggendario. E' scomparso nel 1994. Opere di Franco
Fortini: per l'opera in versi sono fondamentali almeno le raccolte
complessive Poesie scelte (1938-1973), Mondadori; Una volta per sempre.
Poesie 1938-1973, Einaudi; Versi scelti. 1939-1989, Einaudi; cui si
aggiungano l'ultima raccoltina Composita solvantur, Einaudi, e postuma la
serie di Poesie inedite, sempre presso Einaudi. Testi narrativi sono Agonia
di Natale (poi riedito col titolo Giovanni e le mani), Einaudi; e Sere in
Valdossola, Mondadori, poi Marsilio. Tra i volumi di saggi, fondamentali
sono: Asia Maggiore, Einaudi; Dieci inverni, Feltrinelli, poi De Donato; Tre
testi per film, Edizioni Avanti!; Verifica dei poteri, Il Saggiatore, poi
Garzanti, poi Einaudi; L'ospite ingrato, De Donato, poi una nuova edizione
assai ampliata col titolo L'ospite ingrato. Primo e secondo, presso
Marietti; I cani del Sinai, Einaudi; Ventiquattro voci per un dizionario di
lettere, Il Saggiatore; Questioni di frontiera, Einaudi; I poeti del
Novecento, Laterza; Insistenze, Garzanti; Saggi italiani. Nuovi saggi
italiani, Garzanti (che riprende nel primo volume i Saggi italiani apparsi
precedentemente presso De Donato); Extrema ratio, Garzanti; Attraverso
Pasolini, Einaudi; e adesso il postumo incompiuto Un giorno o l'altro,
Quodlibet, Macerata 2006. Si veda anche l'antologia fortiniana curata da
Paolo Jachia, Non solo oggi, Editori Riuniti; la recente bella raccolta di
interviste, Un dialogo ininterrotto, Bollati Boringhieri; e la raccolta di
Saggi ed epigrammi, Mondadori, Milano 2003. Tra le opere su Franco Fortini
in volume cfr. AA. VV., Uomini usciti di pianto in ragione, Manifestolibri,
Roma 1996; Alfonso Berardinelli, Fortini, La Nuova Italia, Firenze 1974;
Romano Luperini, La lotta mentale, Editori Riuniti, Roma 1986; Remo
Pagnanelli, Fortini, Transeuropa, Jesi 1988. Su Fortini hanno scritto molti
protagonisti della cultura e dell'impegno civile; fondamentali sono i saggi
fortiniani di Pier Vincenzo Mengaldo; la bibliogafia generale degli scritti
di Franco Fortini e' in corso di stampa presso le edizioni Quodlibet a cura
del Centro studi Franco Fortini; una bibliografia essenziale della critica
e' nel succitato "Meridiano" mondadoriano pubblicato nel 2003.
Aldo Capitini e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato,
docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la
nonviolenza e la pace. E' morto a Perugia nel 1968. E' stato il piu' grande
pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Opere di Aldo Capitini:
la miglior antologia degli scritti e' (a cura di Giovanni Cacioppo e vari
collaboratori), Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che
contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche' integrale -
ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell'epoca -
bibliografia degli scritti di Capitini); recentemente e' stato ripubblicato
il saggio Le tecniche della nonviolenza, Linea d'ombra, Milano 1989; una
raccolta di scritti autobiografici, Opposizione e liberazione, Linea
d'ombra, Milano 1991, nuova edizione presso L'ancora del Mediterraneo,
Napoli 2003; e gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996;
segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri,
Edizioni Associate, Roma 1991; e la recentissima antologia degli scritti (a
cura di Mario Martini, benemerito degli studi capitiniani) Le ragioni della
nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004. Presso la redazione di "Azione
nonviolenta" (e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org)
sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi ed opuscoli di
Capitini non piu' reperibili in libreria (tra cui i fondamentali Elementi di
un'esperienza religiosa, 1937, e Il potere di tutti, 1969). Negli anni '90
e' iniziata la pubblicazione di una edizione di opere scelte: sono fin qui
apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992, e un
volume di Scritti filosofici e religiosi, Perugia 1994, seconda edizione
ampliata, Fondazione centro studi Aldo Capitini, Perugia 1998. Opere su Aldo
Capitini: oltre alle introduzioni alle singole sezioni del sopra citato Il
messaggio di Aldo Capitini, tra le pubblicazioni recenti si veda almeno:
Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci, Torino 1988; Clara Cutini (a cura di),
Uno schedato politico: Aldo Capitini, Editoriale Umbra, Perugia 1988;
Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di
Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La pedagogia del nuovo di Aldo Capitini.
Tra religione ed etica laica, Clueb, Bologna 1991; Fondazione "Centro studi
Aldo Capitini", Elementi dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova
Italia, Scandicci (Fi) 1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per
una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini,
Pisa 1998, 2003; AA. VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume
monografico de "Il ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante,
La realta' liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del
Rosone, Foggia 1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta
2001; Federica Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini,
Cittadella, Assisi 2004; Massimo Pomi, Al servizio dell'impossibile. Un
profilo pedagogico di Aldo Capitini, Rcs - La Nuova Italia, Milano-Firenze
2005; Andrea Tortoreto, La filosofia di Aldo Capitini, Clinamen, Firenze
2005; cfr. anche il capitolo dedicato a Capitini in Angelo d'Orsi,
Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001; per una
bibliografia della critica cfr. per un avvio il libro di Pietro Polito
citato; numerosi utilissimi materiali di e su Aldo Capitini sono nel sito
dell'Associazione nazionale amici di Aldo Capitini: www.aldocapitini.it,
altri materiali nel sito www.cosinrete.it; una assai utile mostra e un
altrettanto utile dvd su Aldo Capitini possono essere richiesti scrivendo a
Luciano Capitini: capitps at libero.it, o anche a Lanfranco Mencaroni:
l.mencaroni at libero.it, o anche al Movimento Nonviolento: tel. 0458009803,
e-mail: azionenonviolenta at sis.it]

Qualche anno dopo la guerra andai, insieme a Ruth, a visitarlo nella sua
torre di Perugia. Ne uscii persuaso della verita' di Capitini, cioe' di
qualcosa che egli era e non soltanto di quello che diceva.

7. LIBRI. VITTORIO GIACOPINI PRESENTA "CIRCOSTANZE INCENDIARIE" DI AMITAV
GHOSH
[Dalla bella rivista diretta da Goffredo Fofi "Lo straniero", n. 73, luglio
2006 (disponibile anche nel sito www.lostraniero.net) riprendiamo la
seguente recensione.
Vittorio Giacopini (Roma,1961), giornalista e saggista, e' redattore della
rivista diretta da Goffredo Fofi "Lo straniero". Opere di Vittorio
Giacopini: Scrittori contro la politica, Bollati Boringhieri, 1999: Una
guerra di carta. Il Kosovo e gli intellettuali, Eleuthera, 2000; Viaggiatori
senza biglietto, L'Ancora del Mediterraneo, 2001; No-global tra rivolta e
retorica, Eleuthera, 2002; La comunita' che non c'e'. Paul Goodman, idee per
i movimenti, Nonluoghi Libere Edizioni, 2003; Fuori dal sistema. Le parole
della protesta, Minimum fax, 2004; Al posto della liberta'. Breve storia di
John Coltrane, e/o, 2005.
Amitav Ghosh, scrittore e antropologo, e' nato a Calcutta nel 1956, e'
cresciuto tra Bangladesh, Sri Lanka, Iran e India, ha studiato antropologia
a Oxford, poi si e' trasferito in Egitto, in Cambogia, e' tornato a Delhi e
ora vive tra New York (dove insegna alla Columbia University) e l'India. Tra
le opere di Amitav Ghosh disponibili in traduzione italiana: Il paese delle
maree; Il palazzo degli specchi; Il cromosoma Calcutta; Le linee d'ombra; I
fantasmi della signora Gandhi; Il cerchio della ragione, Circostanze
incendiarie]

Non c'e' bisogno di grandi dottrine o spiegazioni per leggere il mondo in
cui viviamo, e in Circostanze incendiarie di Amitav Ghosh (Neri Pozza) c'e'
tutta la (poca) teoria che dovrebbe servirci per orientarci in un contesto
angusto e intollerabile.
L'ultima raccolta di saggi, racconti e reportage di Amitav Ghosh e' un libro
essenziale e misterioso che ci guida nei labirinti del presente e ci fa
appassionare alla Storia senza ricorrere a trucchi o a scorciatoie. "Non
riesco a immaginare  il futuro... / pero' conosco un racconto sulle mappe
che va bene per te". La poesia di Ondaatje che Ghosh cita alla fine di un
saggio appassionante diventa una sfida programmatica. Anche se i due
eventi-trauma degli ultimi vent'anni (la caduta del Muro e delle Torri)
hanno generato miliardi di astrusi teoremi e troppe chiacchiere, non siamo
costretti a baloccarci con tutte queste teorie pret-a'-porter per vivere il
nostro presente con un minimo di intelligenza e passione e un po' di rabbia.
Ghosh lo mostra in ogni frase che scrive: in questi racconti aderenti alle
cose e ai sentimenti, nelle digressioni storiche e politiche, nei tentativi
calibrati e concreti di spiegare il mondo.
La sua posizione e' molto chiara. Il nostro e' un tempo di "tentazioni
imperiali" e prepotenza, una pesante stagione di acquiescenza. Ghosh
intuisce benissimo dove stanno il nodo e la croce del presente e poi guarda
in faccia il nemico e sa stanarlo. Nessun mistero, l'orrore ha un volto e un
profilo familiari: l'imperialismo di ritorno, con la sua pedagogia ipocrita
e insolente (l'inedito su Abu Ghraib che presentiamo [e' il testo riportato
sopra - ndr] e' una riflessione su questo tema), il fanatismo bigotto del
terrore, la fede - ottusa, ostinata, incriticabile - nel dio del "mercato
globale" e nel profitto.
La "prigione del potere assoluto" si sta facendo sempre piu' odiosa e
soffocante e mentre il mondo diventa piu' libero "lo spazio per il dissenso"
si restringe. La paura di Ghosh e' che "in questo spazio ridotto" le voci
autonome e indipendenti prendano a "ripiegarsi" su se stesse. Ma e' un
rischio che e' necessario sfatare e si puo' vincere: "abbiamo bisogno di
ricreare, espandere e immaginare daccapo lo spazio per un dissenso
articolato, umano e creativo".
Circostanze incendiare pero' non e' un libro di riflessioni introverse o un
repertorio di esortazioni a buon mercato. Anche in un mondo unificato nel
segno della globalizzazione omologante resistono spazi diversi e anomalie, e
ci sono luoghi, personaggi, situazioni ed esperienze da narrare. Senza farsi
illusioni Ghosh resta attento e curioso, si guarda intorno. Accanto ad
alcuni testi gia' noti come "Danzando in Cambogia" o come "Birmania", il
libro presenta molti saggi assai belli su territori e figure sorprendenti.
"Conto alla rovescia", per esempio, ricostruisce le radici del confronto
nucleare indo-pakistano e la paradossale carriera del ministro della difesa
indiano Fernandez (questo ex gandhiano pacifista che sara' tra gli
architetti della strategia nucleare indiana) sino a descrivere l'assurdo
della guerra silenziosa che da anni New Delhi e Islamabad conducono a
quattromila metri di altezza nel deserto di ghiaccio del Siachen. "I
fantasmi della signora Gandhi" e' il lavoro forse piu' utile e importante
per capire le radici ambigue e profonde della crisi indiana (e il
terrorismo) e persino in "11 settembre" (poche scarne pagine scritte di
getto dopo gli attentati) Ghosh si sottrae alle trappole della retorica per
offrirci una storia - molto onesta, asciutta,  personale - di quei fatti
abusati e di quei giorni.
Ma ogni pagina di Circostanze incendiarie e' importante e va letta senza
paraocchi. In un universo culturale affollato di grilli parlanti e facili
Cassandre, Ghosh e' uno degli ultimi intellettuali che non si e' trasformato
in un bonzo o in un cretino troppo intelligente.

8. LIBRI. BENEDETTO VECCHI PRESENTA "VITA LIQUIDA" DI ZYGMUNT BAUMAN
[Dal quotidiano "Il manifesto" dell'11 luglio 2006 riprendiamo la seguente
recensione (recensione di cui ci sembrano peraltro decisamente non
condivisibili alcune astrattezze e forzature).
Benedetto Vecchi e' redattore delle pagine culturali del quotidiano "Il
manifesto"; nel 2003 ha pubblicato per Laterza una Intervista sull'identita'
a Zygmunt Bauman.
Zygmunt Bauman, illustre sociologo, intellettuale democratico, ha insegnato
a Varsavia, a Tel Aviv e Haifa, a Leeds; e' il marito di Janina Bauman.
Opere di Zygmunt Bauman: segnaliamo almeno Cultura come prassi, Il Mulino,
Bologna 1976; Modernita' e olocausto, Il Mulino, Bologna 1992, 1999; La
decadenza degli intellettuali, Bollati Boringhieri, Torino 1992; Il teatro
dell'immortalita', Il Mulino, Bologna 1995; Le sfide dell'etica,
Feltrinelli, Milano 1996; La societa' dell'incertezza, Il Mulino, Bologna;
Dentro la globalizzazione, Laterza, Roma-Bari 1999; Voglia di comunita',
Laterza, Roma-Bari 2001; Modernita' liquida, Laterza, Roma-Bari 2002;
Intervista sull'identita', Laterza, Roma-Bari 2003; La societa' sotto
assedio, Laterza, Roma-Bari 2003; Vite di scarto, Laterza, Roma-Bari 2005;
Vita liquida, Laterza, Roma-Bari 2006]

La produzione di scarti umani e' la piu' florida industria del capitalismo
contemporaneo. La perentoria affermazione campeggia in gran parte dei
capitoli dell'ultimo volume del prolifico Zygmunt Bauman (Vita liquida,
Laterza, pp. 185, euro 15). Un tema gia' trattato precedentemente da questo
studioso di origine polacca, uscito dalla porta di servizio da Varsavia nel
1968, quando la campagna antisemita del regime "socialista" volta a colpire
il fragile movimento studentesco e gli intellettuali critici aveva raggiunto
il suo apice, creando un clima di ostilita' che impediva a lui, e a tanti
altri, di svolgere il suo lavoro di docente e ricercatore. Ma Bauman, a
differenza di tanti altri intellettuali esiliati, ha comunque mantenuto uno
sguardo critico nei confronti delle societa' tanto all'est quanto all'ovest
dell'Elba, al punto di diventare uno dei piu' acuti studiosi della realta'
contemporanea da lui stessa definita modernita' liquida. Ed e' appunto in
questa modernita' liquida che la produzione di scarti ha raggiunto livelli
sofisticati.
Sono scarti i migranti rinchiusi nei campi profughi o sbattuti dentro i vari
centri di permanenza temporanea che campeggiano in gran parte dei paesi
europei. Ma sono scarti anche gli espulsi dal lavoro o le donne e gli uomini
che hanno un lavoro ma ricevono un salario al di sotto della soglia di
poverta'. Ma, visto che una delle caratteristiche del capitalismo e' di
rendere produttivo anche chi non lo e', ecco fiorire una dinamica industria
di riciclaggio degli scarti.
In questo nuovo e anch'esso espansivo settore c'e' un po' di tutto, dal
fitness che serve a rimettere in sesto la macchina-corpo alla formazione
permanente per chi e' relegato ai margini del mercato del lavoro; dalla moda
che trae dalla strada nuove ispirazioni e tendenze all'industria culturale
che sforna e vende come best-sellers manuali e video per imparare a fare
soldi e a sviluppare una corretta e sana visione opportunistica dello stare
in societa'. Infine, l'industria degli scarti annovera capitalisti
caritatevoli e organizzazioni non governative gestite con il cipiglio di un
capitano d'industria.
*
Di merce in merce
Il banco di prova, o meglio la migliore messa in scena della produzione
degli scarti e' il consumismo, al punto che l'accesso all'immane produzione
di merci diventa la chiave di accesso all'identita', raffigurata come un
patchwork costruito la mattina rovistando nei mall e disfatto la notte
quando il desiderio appena appagato diventa frustrazione di fronte
all'ultimo spot pubblicitario in cui il cellulare da poco acquistato e' gia'
da gettare nella pattumiera per dover essere sostituito, il giorno
successivo, con l'ultima realise lanciata sul mercato. Il consumo, dunque,
come fondamento dell'identita'. Da qui l'interesse dello studioso polacco
per le nuove tecniche di marketing pensate per mantenere oliate le macchine
del desiderio.
Divertente e' ad esempio la lunga parentesi sulle diete alimentari. Il
mantra della modernita' liquida e' un corpo asciutto, efficiente, gradevole
da mostrare. Da qui l'invito a mantenere sempre il peso forma: dunque la
dieta e se non si dimagrisce la colpa e' di un lento metabolismo che va
attivato mangiando. Il culto del corpo e' quindi un gatto che si morde la
coda, ma di questo sono ben felici dietologi, salutisti e industrie
farmaceutiche o alimentari, altre figure tipiche dell'industria del
riciclaggio. Il fitness e' quindi il paradigma di una societa' che impone di
essere felici, sapendo benissimo che la terra promessa sara' raggiunta solo
da pochi eletti.
Oppure Bauman invita a prestare attenzione a quella economia del logo dove
l'importante non e' l'oggetto in se', ma il marchio impresso su di essi,
perche' favorisce quel senso di appartenenza a una comunita' virtuale senza
confini che partecipa al grande circo della griffe.
Il consumo e' per Bauman l'architrave della modernita' liquida che ha
dissolto e continua a macinare consuetudini e forme di vita, vorace
attivita' che rimuove il passato e chiude le frontiere a qualsiasi altro
futuro che non sia la tediosa ripetizione del presente. A questa
colonizzazione della vita non c'e' piu' argine, neanche quello rappresentato
dalla cultura in quanto attivita' autonoma dalla produzione di merci.
Nel secolo scorso, Theodor Wiesengrund Adorno avere visto nella cultura
l'argine per frenare la cosificazione della vita. Allo stesso tempo Hannah
Arendt vedeva nello spazio pubblico il luogo per una vita activa
propedeutica alla critica di una societa' amministrata. Ma se l'autore della
Dialettica dell'illuminismo gia' scriveva della formazione di un'industria
culturale, l'attuale spazio pubblico vede come forma dominante della
discussione pubblica la spettacolarizzazione della vita privata di cui i
reality show ne sono l'emblema. Allo stesso tempo, le cosiddette politiche
della vita registrano il cambiamento e tendono a introdurre norme per tutto
cio' che concerne l'intimo, sia che si tratti di procreazione assistita che
di eutanasia o, piu' prosaicamente, di scelte di vita. La cultura non
costituisce piu' quell'ultima trincea alla cosificazione della vita, mentre
gli intellettuali da tempo hanno abbandonato ogni pretesa di illuminare la
caverna, preferendogli le luci seducenti dei talk show.
E tuttavia una certa, seppur minoritaria, retorica pubblica considera ancora
la cultura e lo spazio pubblico come attivita' poste a difesa dal potere
onnivoro della societa' dei consumi o della colonizzazione della vita. Ed e'
proprio alla cultura che Bauman dedica il secondo capitolo di Vita liquida.
E lo fa proprio per svelare le ambivalenze di tale retorica pubblica,
facendo leva sul doppio legame tra autore e industria, dove il primo ha
bisogno del secondo per farsi conoscere e gli editori hanno bisogno degli
intellettuali per produrre libri-merce.
Il doppio legame non deriva pero' dall'implicito patto di mutua dipendenza
di cui scrive l'autore ma dal fatto che gli autori, meglio: gli
intellettuali, sono oramai forza-lavoro sottoposta a tutte le ferree leggi
del lavoro salariato, mentre l'aura dell'intellettuale interprete della
societa' e' solo una convenzione per indicare la contraddizione tra
attitudine critica e sua amministrazione da parte dell'industria culturale.
Ma tale contraddizione tra attitudine critica, riflessiva, della
forza-lavoro e suo governo da parte delle imprese capitalistiche non e'
prerogativa solo della produzione culturale, ma dell'immane produzione di
merci nella modernita' liquida. Un capitolo dunque centrale che consente di
rileggere il libro da un altro punto di vista: la convergenza tra
precarieta' e attivita' cognitiva in quanto mezzo di produzione.
Va da se' che la precarieta' e' un sentimento connaturato alla natura umana.
L'animale umano conosce questo sentimento sin dalla nascita ed e' il
sentimento che lo spinge a strategie di adattamento a un habitat ostile. Con
realismo si puo' affermare che proprio per sconfiggere questa precarieta'
l'animale umano ha fatto leva su inventiva, creativita', sapere e
conoscenza. La produzione a ciclo continuo di scarti provoca la riemersione
violenta di questo sentimento connaturato alla natura umana, ma con una
differenza sostanziale rispetto, perche' no, all'invenzione dello stato o
del welfare state: la generica attitudine umana alla riflessione e' ridotta
a materia prima della produzione capitalistica da parte della forza-lavoro.
Ci sono dunque vite da scarto proprio laddove c'e' il massimo di attivita'
cognitiva ridotta a mezzo di produzione. E, a differenza di quanto sostiene
Bauman, l'esclusione dalla vita activa non riguarda solo alcune tipologie
della popolazione: tutta la popolazione e' potenzialmente un scarto proprio
perche' mette in campo intelligenza, sapere, conoscenze tecnico-scientifiche
e creativita'.
*
L'universo delle leggi
E' questa precarieta' l'oggetto su cui si applicano quelle politiche della
vita che vogliono esercitare un controllo su quella attitudine critica,
riflessiva direbbe Ulrich Beck, divenuta mezzo di produzione. La
dissoluzione continua delle consuetudine, dei legami sociali, delle forme di
vita, e' spiegabile quindi non tanto a partire dal solo consumo, come fa
Bauman, ma proprio dalla constatazione che la cultura, intesa come generica
attivita' cognitiva, e' un mezzo di produzione. Le life politics vorrebbero
dunque regolamentare questo stato d'emergenza per esercitare il controllo
sulla vita activa.
In ogni caso non ci troviamo di fronte all'emersione di una nuova figura
sociale, il precario, che si affianca o sostituisce altre figure sociali. Il
capitalismo postfordista non ha bisogno, per utilizzare un'espressione
marxiana, di un esercito industriale di riserva, ma di rendere tutta la
forza-lavoro un esercito industriale di riserva. Da questo punto di vista
tutti possono diventare scarti, perche' la precarieta' e' il background
emotivo e pratico indispensabile per vivere nella modernita' liquida.
Questo non significa che non esistono uomini e donne che vivono una
condizione lavorativa diversa da quella ratificata dalla costituzione
materiale chiamata welfare state. Anzi, e' probabile che il loro numero sia
destinato ad aumentare. Cio' che e' pero' rilevante notare e' che
l'obiettivo perseguito di istituzionalizzare la precarieta' - come
d'altronde testimoniano le tante riforme del mercato del lavoro o di
regolamentazione delle migrazioni che accomunano il vecchio continente agli
Stati Uniti, si basa su leggi ispirate a principi universali.
Il fascino mefistofelico delle politiche della vita sta proprio nello stato
di emergenza volto a provocare un cortocircuito tra un sentimento
connaturato alla natura umana e l'attivita' cognitiva in quanto mezzo di
produzione. Insomma, precari tutti, ma all'interno di regole e norme precise
di comportamenti. A caratterizzare la modernita' liquida non e' la
produzione di scarti, quanto l'avvenuta trasformazione in mezzo di
produzione dell'attivita' cognitiva di cui gli scarti sono l'indispensabile
effetto collaterale. La vita liquida e' dunque il terreno scivoloso su cui
si misura la potenza delle politiche della vita. Ma anche l'habitat sociale
su cui misurare la potenza politica di un loro sovvertimento.

9. MEMORIA. MIRIAM TOLA: UNA MOSTRA DEDICATA A SUSAN SONTAG
[Dal quotidiano "Liberazione" del 13 luglio 2006.
Miriam Tola e' giornalista, saggista, operatrice culturale.
Susan Sontag e' stata una prestigiosa intellettuale femminista e pacifista
americana, nata a New York nel 1933, deceduta sul finire del 2004;
acutissima interprete e critica dei costumi e dei linguaggi, fortemente
impegnata per i diritti civili e la dignita' umana; tra i molti suoi libri
segnaliamo alcuni suoi stupendi saggi, come quelli raccolti in Contro
l'interpretazione e Stili di volonta' radicale, presso Mondadori; e Malattia
come metafora, presso Einaudi; tra i suoi lavori piu' recenti segnaliamo
particolarmente il notevole Davanti al dolore degli altri, Mondadori, Milano
2003]

Susan Sontag scopri' il potere delle immagini a 12 anni quando vide in un
libro le immagini di Bergen-Belsen e Dachau. Da allora fino alla morte,
avvenuta nel 2004, non ha mai smesso di scrivere sul significato della
fotografia e i suoi effetti nella costruzione della storia e della
percezione di se' e degli altri. Quando nel 1975 qualcuno le chiese il
perche' del suo interesse rispose: "Sono stata ossessionata dalle
fotografie. E' un mezzo che ha esplorato fino in fondo, nella sua storia
relativamente breve, quasi tutti i problemi estetici, morali e politici di
una certa importanza - a partire dal concetto stesso di modernita' e di
gusto modernista".
A New York, fino al 4 settembre, il Metropolitan Museum rende omaggio alla
critica e scrittrice americana con la mostra On Photography: A Tribute to
Susan Sontag. La curatrice Mia Fineman ha accostato breve frasi, quasi
aforismi, tratte dai suoi libri, e quaranta immagini dagli archivi del Met
tra cui quelle di Walker Evans, Julia Margaret Cameron, Diane Arbus, Robert
Mapplethorpe e Annie Leibovitz, che fu per anni anche la compagna
dell'autrice.
L'allestimento, sobrio come lo stile di Sontag, punta sui rimandi allusivi
tra parole e immagini e lascia a chi guarda il compito di tessere reti
variabili di legami. Cosi' la riflessione sul surrealismo che "sta al cuore
stesso dell'impresa fotografica" e' accostata alle immagini di un mattatoio
di Eri Lotan, direttore della fotografia di Luis Bunuel, in cui i pezzi di
carne, accuratamente tagliati, sono perfettamente allineati ed esposti alla
luce del tramonto.
Fa eccezione il commento diretto ed esplicito della celebre foto "The
Falling Soldier" di Robert Capa, icona dell'eroismo repubblicano nella
guerra civile spagnola pubblicata per la prima volta sulla rivista "Life"
nel 1937. Sontag ricorda che l'autenticita' dell'immagine, scattata
nell'istante in cui una pallottola colpisce un repubblicano, e' stata piu'
volte contestata. Il suo valore sta nell'immediatezza, nella verita' della
morte catturata dal fotografo. Nel momento in cui e' emerso il sospetto che
quella morte non e' stata reale ma simulata per la macchina, l'immagine,
agli occhi di molti, ha perso il suo immenso valore.
"Viste attraverso le fotografie, le persone diventano icone di se stesse",
diceva Sontag. E accanto ai ritratti dei mostri sacri come Oscar Wilde e
Andy Warhol il Met ha appeso quello di Susan Sontag realizzato da Peter
Hujar nel 1975, quando l'intellettuale statunitense aveva 32 anni. Hujar
l'ha ritratta distesa sulla schiena con le braccia piegate dietro la testa e
lo sguardo rivolto in un punto fuori campo, perfetta espressione di quella
lucidita' magnetica che l'ha trasformata in figura critica insostituibile.
All'indomani dell'attacco al World Trade Center Sontag si attiro' critiche
feroci per un articolo pubblicato sul "New York Times" in cui sottolineava:
"La disconnessione tra la mostruosa dose di realta' di lunedi' scorso e lo
stupido balbettio indignato e gli inganni venduti da figure pubbliche e
commentatori tv e' sorprendente e depressiva. Sembra che le voci accreditate
a seguire gli eventi si siano unite in una campagna per infantilizzare il
pubblico".
Negli ultimi anni della sua vita torno' a concentrarsi sugli effetti della
guerra sui corpi e lo sguardo con Davanti al dolore degli altri (Mondadori,
2003). Pochi mesi prima di morire, il 28 dicembre 2004, vide le immagini
delle torture di Abu Ghraib e scrisse: "Quelle foto siamo noi". Secondo
Sontag le foto dei prigionieri incappucciati e costretti a simulare atti
sessuali di fronte alla camera combinano la brutalita' di qualunque
occupazione straniera con gli elementi peculiari della "war on terror"
lanciata dall'amministrazione Bush. Di piu', mostrano che "l'America e'
diventata un paese in cui le fantasie e le pratiche violente sono viste come
intrattenimento".
*
Il fantasma intelligente di Susan Sontag si aggira anche in un'altra mostra,
allestita al PS1 di New York fino al 25 settembre: Into Me / Out of Me.
Imponente rispetto alle dimensioni minimali di quella del Met, attraversa 40
anni di storia e il lavoro di 130 artisti che hanno esplorato, immaginato e
descritto l'esperienza del corpo, le sue superfici, gli anfratti, le
relazioni interno/esterno e le alterazioni possibili. Into Me/Out of Me, che
a novembre arrivera' in Europa al KW Institute for Contemporary Art di
Berlino, include una vasta documentazione, video e immagini, degli Azionisti
viennesi che a meta' anni Sessanta attaccarono i tabu' occidentali della
violenza, del sesso, dei fluidi corporei e dell'auto-mutilazione. La potenza
del corpo sessuato emerge nelle performance di artiste come Carole
Schneemann, Gina Pane, Valie Export e Marina Abramovic e le connessioni tra
sessualita', potere e identita' diventano esplicite con forza nel lavoro di
Hannah Wilke, Mapplethorpe, Hujar e artisti contemporanei come Bruce La
Bruce.
Il debito del curatore Klaus Biesenbach con Sontag e' esplicito soprattutto
nella sezione dedicata all'immaginario dei corpi mutilati dalle guerre e
alla violenza mediatizzata. Dessin Jaloux, composizione in tono war-porn di
Thomas Hirschhorn, sovrappone ritagli di vittime irachene e corpi femminili
ipersessuali mentre il poster Rwanda di Alfredo Jaar, realizzato nel 1994,
ripete in caratteri neri su fondo bianco il nome del teatro di guerra
africano e allude alle carenze della copertura mediatica di un genocidio che
la comunita' internazionale ha a lungo rifiutato di riconoscere come tale.
Come scriveva Susan Sontag: "Le parole alterano, le parole aggiungono, le
parole sottraggono. E' stata la strenua elusione della parola genocidio
mentre in poche settimane circa 800.000 tutsi venivano macellati in Rwanda
dai loro vicini ad indicare che il governo americano non aveva intenzione di
fare nulla. Rifiutare di nominare con il suo vero nome, tortura, cio' che e'
accaduto ad Abu Ghraib - e cio' che e' accaduto altrove in Afghanistan e a
Guantanamo - e' oltraggioso proprio come il rifiuto di chiamare il genocidio
ruandese un genocidio".

10. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

11. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1357 del 15 luglio 2006

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