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La nonviolenza e' in cammino. 1362



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1362 del 20 luglio 2006

Sommario di questo numero:
1. Peppe Sini: Dai loro frutti
2. Michael Lerner: Medio Oriente, una proposta nonviolenta
3. Nouhad Moawad: Una chiamata per Beirut
4. Barbara Spinelli: Il fallimento del nuovo "Grande gioco"
5. Un convegno a Pisa nel centenario della nascita del satyagraha
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. PEPPE SINI: DAI LORO FRUTTI

Con un consenso totalitario - 549 voti a favore, solo 4 voti contrari - la
Camera dei Deputati ha approvato il decreto governativo che stabilisce la
prosecuzione e l'intensificazione della illegale e criminale partecipazione
militare italiana alla guerra afgana, violando la Costituzione della
Repubblica Italiana.
*
E' il trionfo del partito dei golpisti e degli assassini.
Molte persone per questo continueranno a morire in Afghanistan, persone le
cui vite potevano essere salvate se l'Italia avesse finalmente fatto la
scelta di recedere dalla guerra, di opporsi alla guerra, di intervenire in
modo nonviolento per aiutare la popolazione afgana.
*
E questo avviene mentre l'intero Medio Oriente e' in fiamma, ed e' sempre
piu' evidente che la guerra e il terrorismo sono una stessa cosa; e solo la
scelta della pace - la scelta del disarmo, la scelta della nonviolenza -
puo' fermare la catastrofe che minaccia l'intera civilta' umana.
*
Solo la nonviolenza puo' salvare l'umanita'.

2. RIFLESSIONE. MICHAEL LERNER: MEDIO ORIENTE, UNA PROPOSTA NONVIOLENTA
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente intervento di
Michael Lerner. Il rabbino Michael Lerner, nato 61 anni fa nel New Jersey,
e' cresciuto in un ambiente familiare immerso nella politica. I suoi
genitori erano leader del movimento sionista negli Stati Uniti nel periodo
precedente la seconda guerra mondiale. Dopo la guerra, suo padre divenne
giudice e sua madre consigliere politico e capo della campagna elettorale
per un senatore. Icone del partito democratico come Adlai Stevenson e Harry
Truman passarono per casa negli anni in cui Lerner cresceva, e quando si
presento' all'ammissione al college, John F. Kennedy gli scrisse una lettera
di raccomandazione. A dodici anni leggeva i resoconti del Congresso e notava
la differenza tra quello che i politici dicevano e come votavano in realta'.
Vedeva altrettanta ipocrisia anche nel mondo ebraico. Dice Lerner "Da un
lato, le sinagoghe negli anni '50 erano piene di persone che sviluppavano
ideali alti; dall'altro, era evidente che il risultato finale erano il
materialismo e il consumismo". In seguito, Lerner scopri' il libro di
Abraham Joshua Heschel Dio alla ricerca dell'uomo. Per anni lesse un
capitolo a settimana e, finito il libro, lo ricominciava. Adolescente,
incontro' Heschel che lo invito' a studiare al Jewish Theological Seminar a
New York. Qui Lerner scopri' che alcuni ebrei rifiutavano l'Ebraismo
americanizzato che lui conosceva, e sostenevano che aveva poco a che fare
con il messaggio centrale della religione. Fu il suo primo incontro con una
critica ebraica dell'Ebraismo e getto' le basi della sua successiva campagna
per un rinnovamento della fede. Nel 1966 Lerner visse per diversi mesi in un
kibbutz in Israele. Benche' l'ambiente socialista del kibbutz gli
dimostrasse che le persone potevano essere motivate da riconoscimenti non
materiali, gli rivelo' anche quello che egli percepi' come difetto centrale
del socialismo: l'assenza di un elemento spirituale. Alla fine degli anni
'60, Lerner era diventato un leader del movimento statunitense contro la
guerra. Era uno dei membri dei Sette di Seattle, un gruppo di attivisti
denunciati dal governo federale per utilizzare le proprieta' dello stato (il
telefono) con l'intento di incitare alla rivolta (una protesta contro la
guerra nel Vietnam). Il capo dell'Fbi J. Edgar Hoover chiamo' Lerner "uno
dei criminali piu' pericolosi degli Stati Uniti". Lerner fu incarcerato al
penitenziario federale di Terminal Island per disprezzo della corte. Le
accuse di cospirazione furono in seguito ritirate e le leggi in base alle
quali erano state portate furono dichiarate incostituzionali. Quando il
movimento contro la guerra perse vigore, Lerner attribui' parte della
responsabilita' a cio' che chiamo' un "surplus di impotenza" negli attivisti
stessi. Essi non potevano riconoscere i loro successi perche' "ridefinivano
continuamente i criteri in base ai quali definire il successo in un modo che
li faceva sentire dei falliti". Il desiderio di comprendere questa
"patologia" autodistruttiva porto' Lerner a studiare psicoterapia. Voleva
anche analizzare la sua vita emotiva. Dice Lerner, "Scoprii che ero troppo
severo nei miei giudizi, specialmente nei confronti dei miei genitori".
Fini' il suo secondo PhD (il primo era in filosofia) al Wright Institute nel
1977 e incomincio' a lavorare come psicologo clinico. Tra la fine degli anni
'70 ed i primi anni '80 Lerner viveva con disagio crescente lo spostamento
politico della comunita' ebraica dal polo liberal a quello conservatore.
Cio' lo condusse alla fine a fondare la rivista "Tikkun" nel 1986. Il suo
obiettivo era rivitalizzare le voci liberal e progressive degli ebrei
americani. Ma l'attivismo di Lerner non si limita al Medio Oriente ed ai
circoli ebraici statunitensi. Oggi "Tikkun" (che significa in ebraico
riparazione, guarigione o trasformazione) aiuta i liberal di tutte le
culture e confessioni a integrare nelle loro vite la dimensione politica e
quella spirituale. E' una rivista  molto considerata anche nel dibattito
culturale a livello accademico su questioni sociali cruciali. Lerner e'
stato consigliere di Bill Clinton nel primo mandato. Recentemente, Lerner ha
formato la Tikkun Community, un gruppo interconfessionale aperto ai laici,
impegnato per la pace in Medio Oriente, la nonviolenza, la consapevolezza
globale, la salute ecologica. Rabbi Lerner conduce servizi in diversi luoghi
a San Francisco. La sua congregazione, Beit Tikkun, e' un frutto del
movimento Jewish Renewal, che unisce alla spiritualita' un richiamo
all'azione sociale per il cambiamento. Il libro di Lerner Jewish Renewal: a
Path To Healing And Transformation delinea il suo progetto per rivendicare
lo spirito rivoluzionario dell'ebraismo. Il discorso si allarga a tutte le
altre religioni in Spirit Matters. Nel dibattito statunitense sul conflitto
tra Israele e Palestina la voce di Lerner e' emersa come una delle piu'
equilibrate. Il suo ultimo libro Healing Israel/Palestine incoraggia
entrambe le parti a riconoscere il proprio e altrui dolore e ad affermare la
dignita' innegabile dell'altro. Il ruolo della Tikkun Community a questo
riguardo e' educare il pubblico, i media, il mondo accademico, le
istituzioni politiche ed i rappresentanti eletti ad un percorso di pace e
sicurezza comune per Israele ed il popolo palestinese. Opere di Michael
Lerner: Jewish Renewal: A Path to Healing and Transformation (Putnam, poi
Harper Collins, 1995); con Cornel West: A Dialogue on Race, Religon and
Culture in America (Putnam, poi Penguin); The Politics of Meaning: Restoring
Hope and Possibility in an Age of Cynicism (Addison Wesley Longman/Perseus
Books); Spirit Matters (Walsch Books/Hampton Roads); Healing
Israel/Palestine (Tikkun Books, North Atlantic Books, 2003); The Left Hand
of God: Taking Back our Country from the Religious Right (Harper, 2006).
Sito: www.tikkun.org Altri piu' ampi testi di e su Michael Lerner sono ne
"La domenica della nonviolenza" n. 19]

La gente in Medio Oriente sta soffrendo di nuovo mentre militaristi di tutti
i fronti, e giornalisti festanti, lanciano missili, bombe, e infinite parole
di autogiustificazione per l'ennesimo inutile round di violenza fra Israele
ed i suoi vicini. Per coloro fra noi ai quali importa molto della sofferenza
umana, questo ultimo episodio di irrazionalita' evoca lacrime di tristezza,
incredulita' per la mancanza di empatia da ogni lato, rabbia per quanto poco
sembra si sia appreso dal passato, e momenti di disperazione mentre vediamo
di nuovo gli ideali religiosi e democratici subordinati al cinico "realismo"
militarista.
I sostenitori di ambo le parti, contenti di ignorare l'umanita' dell'Altro,
si affrettano ad assicurare ai loro collegi elettorali che la colpa e'
sempre del nemico. Tutti questi sforzi non hanno senso. Siamo in presenza di
un conflitto che si e' protratto per oltre un secolo. Ha poca importanza chi
abbia accostato l'ultimo cerino alla pietra focaia. Quello che e' veramente
importante e' come rimediare alla situazione. Il gioco del biasimo serve
solo a spostare l'attenzione dall'argomento centrale.
Nel gioco del biasimo ce n'e' per tutti. Dipende solo da dove fai cominciare
la storia. Contando sulla generale mancanza di memoria storica, i partigiani
dell'uno o dell'altro fronte scelgono di dar inizio alla narrazione dal
luogo in cui essi sono "le vittime che hanno ragione" e gli altri "i malvagi
aggressori".
*
Ai palestinesi piace partire dal 1948 e dall'espulsione di migliaia di loro
dalle loro case durante la guerra ad Israele, proclamata dai confinanti
stati arabi, e dal rifiuto del governo israeliano di permettere il ritorno
di queste persone quando le ostilita' furono cessate.
Agli israeliani piace partire da quando gli ebrei cercavano disperatamente
di sfuggire al genocidio che subivano in Europa, e una cinica dirigenza
araba convinse l'esercito britannico a sostenere i locali palestinesi che
cercavano di impedire a questi rifugiati di raggiungere gli altri ebrei che
vivevano in Palestina a quell'epoca.
Io racconto questa storia, e il modo di comprendere ambo le parti nel mio
libro Healing Israel/Palestine (Guarire Israele e la Palestina).
*
Oppure si puo' iniziare da fatti piu' recenti, dall'escalation di violenza
di questa estate. Ma dove esattamente e' cominciato il tutto? Per favore,
andate al sito web di B'tselem, organizzazione israeliana per i diritti
umani, e osservate come ciascuna parte denuncia gli atti criminosi
dell'altra.
Fin dalla morte di Yasser Arafat, e dall'assunzione di potere del presidente
palestinese Mahmoud Abbas, le principali fazioni politiche palestinesi,
Fatah e Hamas, hanno osservato l"hudna", cioe' il cessate il fuoco.
Eppure Israele, sottolineando il fatto che la polizia di Abbas (decimata dai
bombardamenti israeliani durante la seconda Intifada del 2001-2003) era
incapace di contenere completamente la violenza di Hamas, della Brigata dei
martiri di Al-Aqsa e della Jihad islamica, ha usato questa debolezza per
proclamare che non c'era "nessuno con cui parlare" quando le forze di pace
in Israele chiesero prima ad Ariel Sharon e poi a Ehud Olmert che le
richieste palestinesi di negoziazione venissero accettate.
Invece, Israele annuncio' un ritiro unilaterale da Gaza e dal Nord della
West Bank (realizzato nel 2005) e da ulteriori parti di quest'ultima (che
avrebbe dovuto iniziare questa estate con la rimozione di insediamenti
illegali), il che di fatto creerebbe nuovi confini che incorporano in
Israele territori che Israele stessa ha convenuto di lasciare durante gli
anni '90.
"Tikkun magazine" [la rivista diretta da Michael Lerner - ndr] e le forze di
pace israeliane avvisarono che un ritiro unilaterale, cui l'Autorita'
palestinese si opponeva, avrebbe accresciuto la credibilita' delle
asserzioni di Hamas, cioe' che gli sforzi dell'Autorita' palestinese verso
la nonviolenza non avevano prodotto altro che il rifiuto israeliano di
discutere, mentre gli atti di violenza di Hamas e della Jihad islamica a
Gaza avevano condotto al ritiro dei soldati.
Non dovrebbe essere difficile capire perche' Sharon ando' avanti con il
ritiro unilaterale. La sua intenzione dichiarata era di mantenere quanto
piu' possibile della West Bank, e sarebbe stato molto piu' facile convincere
il mondo che non c'era "nessuno con cui parlare" se Hamas avesse vinto le
elezioni, poiche' Hamas e' universalmente riconosciuto come gruppo
terroristico.
Quando i palestinesi caddero nella trappola, ed elessero un governo guidato
da persone che rifiutano di riconoscere ad Israele il diritto ad esistere,
e' stato semplice per Olmert continuare l'unilateralismo di Sharon ed
annunciare piani per il ritiro dalla West Bank che avrebbero coperto
l'annessione, da parte di Israele, di porzioni significative dei Territori
occupati.
Hamas ha svolto il ruolo previsto, lanciando missili Qassam su centri
abitati israeliani, "provando" una volta di piu' alla destra israeliana che
ogni tipo di ritiro non farebbe che intensificare la vulnerabilita' di
Israele, e dando ai falchi le ragioni per opporsi, visto che il ritiro
precedente non ha portato pace a Gaza.
Naturalmente, dal punto di vista di Hamas, questo e' solo un episodio di una
lotta continua per la liberazione di migliaia di palestinesi che vengono
arrestati (o dalla prospettiva palestinese: rapiti), incarcerati senza
imputazioni e senza processo per sei mesi in vasti campi di prigionia,
spesso soggetti a torture.
Ma Hamas, dovendo fronteggiare un boicottaggio economico (incluso il non
versamento ad Hamas delle tasse pagate ad Israele dai palestinesi, che
Israele aveva precedentemente promesso di versare all'Autorita' palestinese)
che gli impedisce di far funzionare il governo, fa dichiarazioni che
indicano la possibilita' di un riconoscimento di Israele in risposta al
"Documento dei prigionieri", che e' stato firmato da ogni fazione di
palestinesi trattenuti nelle carceri israeliane.
Per i militaristi israeliani, e per i coloni, il riconoscimento da parte di
Hamas sarebbe stato una clamorosa sconfitta propagandistica. Percio' nel
giro di pochi giorni gli Israeliani hanno cominciato a cannoneggiare Gaza
(ufficialmente per fermare il lancio di missili di Hamas). Uno dei
proiettili e' finito sulla spiaggia, e ha ucciso una famiglia di otto
persone che si stava semplicemente godendo il sole e il mare.
Pochi giorni piu' tardi, un gruppo di Hamas ha catturato il soldato
israeliano Gilad Shalit, ed Israele ha usato questo come una scusa per
implementare un piano che aveva progettato mesi prima: rientrare a Gaza e
distruggere le infrastrutture di Hamas.
A questo punto un'enorme escalation ha preso piede. Invece di concentrarsi
sull'effettiva capacita' di Hamas di agire la guerra, Israele ha scelto la
via della punizione collettiva, una frequente quanto inefficace misura di
contrasto per l'insorgenza, usata per eliminare il sostegno pubblico ai
movimenti di resistenza.
Nell'oppressiva calura dell'estate, Israele ha bombardato la rete di
distribuzione elettrica, eliminando a Gaza la fornitura di acqua e
dell'elettricita' necessaria per mantenere i sistemi di refrigerazione,
provocando un drammatico calo del cibo disponibile in un'area gia'
sconvolta, in cui vivono piu' di un milione di persone.
Questo atto e' una violazione del diritto internazionale, come lo sono gli
arresti di migliaia di individui e i missili di Hamas sui centri abitati.
*
In risposta, i combattenti di Hezbollah, che hanno occupato le terre
abbandonate da Israele quando Israele termino' la sua occupazione del sud
del Libano nel 2000, hanno lanciato un attacco alle truppe israeliane,
violando gli accordi che si sarebbe mantenuta la pace su quel confine,
accordi che avevano reso politicamente possibile il ritiro di Israele dal
Libano, senza paura che i suoi cittadini del nord dovessero essere ancora
bersaglio di missili: cittadini che dal 1982, quando Israele invase il
Libano, non avevano fatto altro che entrare ed uscire dai rifugi antibombe.
Dal punto di vista di alcuni nel mondo arabo, l'attacco alle truppe nel nord
di Israele e' stato un atto di solidarieta' islamica in risposta
all'escalation perseguita da Israele contro l'intera popolazione di Gaza.
Costoro argomentano che non si debba chiedersi perche' loro hanno agito
cosi', ma perche' il resto del mondo non agisca chiedendo che Israele metta
fine all'oltraggiosa punizione collettina di un milione di persone a causa
delle azioni di pochi. Quando l'Onu tento' di agire, il governo di destra
degli Usa mise il veto ad una risoluzione sostenuta dalla maggioranza del
Consiglio di Sicurezza.
Dal punto di vista di Israele, gli attacchi di Hezbollah sono stati una
palese violazione degli accordi che avevano tenuto Israele fuori dal Libano
negli ultimi sette anni. Ed in effetti il far subire a civili bombardamenti
a casaccio con lo scopo di terrorizzarli e' una violazione del diritto
internazionale e dei diritti umani.
Hezbollah si sta mostrando come la forza terrorista che Israele ha sempre
sostenuto fosse. La gente che vive ad Haifa o a Tsfat o in dozzine di altri
luoghi in Israele sta in questo momento vivendo lo stesso tipo di paura che
richiama terrori gia' sperimentati in precedenza (alcuni sono sopravvissuti
all'Olocausto, altri sono i figli dei sopravvissuti, e molti hanno vissuto
guerre che erano specificatamente dirette all'annientamento di Israele).
Queste paure saranno sfortunatamente assai facili da manovrare per i
politici di destra negli anni che verranno.
*
Ne' dovremmo sottovalutare il comportamento di Iran e Siria nello stimolare
disordini e destabilizzazione. Mentre vi sono persone in ambo i paesi che si
sentono sinceramente ferite dalle azioni di Israele nei confronti dei
correligionari musulmani, il record di indifferenza per le cattive
condizioni dei palestinesi nei loro stessi paesi ed il rifiuto di fornire
aiuto materiale alla Palestina affinche' essa possa costruire la propria
infrastruttura economica, suggerisce che l'assistenza prestata ad Hezbollah
viene piu' dalla ricerca di un vantaggio politico e di dominio in Medio
Oriente, che da una vera solidarieta' morale con il popolo palestinese.
L'Iran, un paese il cui presidente ha piu' volte negato che vi sia mai stato
un Olocausto, e che esplicitamente afferma di avere lo scopo di distruggere
lo stato di Israele, da' agli israeliani ragioni reali di temere, quando i
suoi vicini Hezbollah o Hamas sviluppano la capacita' di sparare missili sui
centri abitati del paese.
*
Cosa avrebbe potuto fare Israele?
Bene, se vi fosse stato Ariel Sharon al potere, avendo costui imparato la
sua lezione proprio in Libano, e' probabile che avrebbe fatto la stessa cosa
che fu fatta due anni orsono, quando un uomo d'affari israeliano fu
catturato dal "nemico": uno scambio di prigionieri, in cui centinaia di
detenuti vengono rilasciati per un singolo israeliano. Questo scambio e'
stato chiesto da Hamas, ed implorato dalla famiglia di Gilad Shalit, ma e'
stato respinto dal governo israeliano.
Vi prego di leggere le analisi di questo errore, ed altri articoli che
esaminano la situazione attuale su "Current Thinking", nel sito
www.tikkun.org
Vi e' il comune convincimento fra i pacifisti israeliani che il primo
ministro Ehud Olmert ed il suo ministro della Difesa laburista Amir Peretz
sentano la necessita' politica di mostrare che sono "forti" e percio'
l'attacco e l'invasione del Libano sono le loro uniche strategie. Per il
bene dei loro ego e della loro futura spendibilita' politica, "devono"
procedere con la folle escalation contro il popolo libanese, la maggior
parte del quale ha esercitato i propri diritti democratici rigettando le
promesse elettorali di Hezbollah, e votando un governo che contiene
Hezbollah come piccola minoranza.
Cosa potrebbe ormai fare Israele? Potrebbe ridefinire la questione come
violazioni minori ai confini, scambiare i prigionieri, annunciare
unilateralmente che non terra' piu' nessuno in detenzione per un periodo
superiore a tre giorni senza inoltrare una formale denuncia penale contro
coloro che hanno agito violentemente, e rilasciando tutti gli altri.
Potrebbe dare inizio a veloci e pubblici processi, e punire chiunque
(soldato o ufficiali di Shin Bet ed Aman) abbia usato la tortura, o - come
la definiscono loro - la "moderata pressione", sui prigionieri.
Potrebbe immediatamente annunciare la propria intenzione di rafforzare la
posizione del presidente dell'Autorita' palestinese Abbas, consegnandogli i
soldi delle tasse, e aprire una negoziazione sullo "status finale" entro due
mesi.
E nel frattempo, Israele potrebbe cominciare a smantellare il muro di
separazione, e promettere di ricostruirlo solo lungo le linee di un confine
internazionale su cui siano d'accordo ambo le parti. E Israele potrebbe
unilateralmente censurare la propaganda antipalestinese all'interno dei
media controllati dal governo, e cominciare a costruire una cultura della
nonviolenza, e rendere consapevoli gli israeliani rispetto alla necessita'
di compensazioni per i palestinesi rifugiati.
*
Cosa potrebbero fare i palestinesi?
Il presidente Abbas potrebbe annunciare che invita Israele a formare una
forza mista israelo-palestinese di confine, di modo da garantire che non vi
siano piu' aggressioni ai civili israeliani, in cambio dell'immediata
apertura dei negoziati sullo "status finale", prima che si diano ulteriori
ritiri dalla West Bank. Ci sono state polizie miste e coordinamento di forze
di sicurezza sino al settembre 2000, ed esse contribuivano a mantenere basso
il livello di violenza, sino a che Ariel Sharon non compi' la sua
provocatoria passeggiata a Temple Mount [la Spianata delle moschee a
Gerusalemme; l'episodio cui si fa riferimento fu l'atto simbolico di
provocazione che funse da detonatore della seconda Intifada - ndr].
Abbas potrebbe poi dichiarare che il popolo palestinese che lo ha eletto e'
impegnato in una lotta nonviolenta (nonviolenta, non passiva) per porre fine
all'occupazione, ma che chiunque agisca violentemente contro israeliani o
palestinesi verra' processato e, se trovato colpevole, perdera' la
cittadinanza palestinese.
Abbas potrebbe recarsi nella West Bank e a Gaza a discutere di nonviolenza,
potrebbe implementare una fine immediata alla retorica antisemita ed
antisraeliana della stampa palestinese e nelle scuole palestinesi, e
ribadire che e' determinato nel voler costruire una cultura nonviolenta in
Palestina.
*
Cosa gli Usa e gli stati occidentali potrebbero fare?
Essi potrebbero indire immediatamente una conferenza internazionale, in cui
siano rappresentate tutte le nazioni del mondo che sono disposte ad
accettare il diritto di Israele ad esistere all'interno dei confini del 1967
ed il diritto dei palestinesi ad esistere a Gaza e nella West Bank, e
favorire un accordo che sia gradito ad ambo le parti e garantisca pace e
sicurezza ad entrambe. Ogni paese partecipante sarebbe ammesso alla
conferenza dopo aver depositato su una banca internazionale neutrale
l'equivalente dello 0,1% del suo Pil, allo scopo di creare un fondo
internazionale che serva a riparare i danni come descrivo piu' sotto.
Come la comunita' Tikkun ha gia' detto in passato, i termini dell'accordo
dovrebbero includere:
1. Confini definiti per ambo gli stati, con aggiustamenti sulle linee decise
nell'accordo di Ginevra (Israele incorpora alcuni territori di confine,
dando in cambio eguale quantita' e qualita' di territorio allo stato
palestinese);
2. La condivisione di Gerusalemme e dei suoi luoghi sacri, con ambo gli
stati legittimati a stabilire in Gerusalemme la propria capitale nazionale,
ove Israele controllerebbe i quartieri ebraici ed armeni, piu' il Muro e i
territori adiacenti, e la Palestina avrebbe il controllo su Temple Mount e
le sue moschee;
3. Tutti gli stati partecipanti alla conferenza internazionale metteranno
almeno lo 0,1% del loro Pil in un fondo internazionale che offra
compensazione ai palestinesi che hanno perduto proprieta', impieghi e
residenze nel periodo 1947-1967, ed agli ebrei che fuggirono dagli stati
arabi nel medesimo periodo (la compensazione non verra' data a famiglie
arabe od ebree il cui reddito complessivo sia superiore ai 5 milioni di
dollari).
4. Una forza di polizia congiunta, israeliana-palestinese-internazionale
sara' creata per garantire la sicurezza dei confini ad ambo i paesi. Gli Usa
e la Nato stipulerebbero con i due stati un patto di mutua sicurezza, in cui
assicurano il proprio intervento ad entrambi in caso di aggressione
dall'altro, o di qualsiasi paese terzo al mondo.
5. La creazione di una Commissione per la riparazione e la riconciliazione,
che porti alla luce tutte le violazioni dei diritti umani da ambo le parti,
che istruisca processi formali a coloro che non vogliano spontaneamente
testimoniare sul proprio coinvolgimento in tali violazioni, e supervisioni
un nuovo curriculum di studi sulla pace per tutte le scuole e le
universita', curriculum mirato ad insegnare la riconciliazione e la
nonviolenza nell'azione e nella comunicazione. Lo scopo precipuo di tale
Commissione sara' favorire le condizioni per una riconciliazione dei cuori,
e per la reciproca comprensione, riconoscendo che ambo i paesi hanno avuto
persone crudeli ed insensibili che necessitano di pentirsi, ed entrambe le
parti hanno una legittima narrazione degli eventi che deve essere accettata
come punto di vista legittimo dall'altra parte.
*
Chi sono gli amici di Israele e del popolo ebraico? Coloro che sostengono la
via verso la pace e la riconciliazione. Chi sono i loro nemici? Coloro che
li incoraggiano a persistere nella fantasia di poter "vincere" militarmente
o politicamente. Proprio come i nemici oggettivi dell'America negli anni '60
erano coloro che insistevano nel voler continuare la guerra in Vietnam, e
gli amici oggettivi erano i cittadini che vi si opponevano, cosi' oggi gli
amici del popolo ebraico sono quelli che fanno tutto il possibile per
impedire gli entusiasmi sulle avventure militari israeliane, e per scalzare
il rifiuto di trattare i palestinesi come aventi diritto alla liberta' ed
all'autodeterminazione tanto quanto il popolo ebraico.
Chi sono gli amici dei palestinesi? Coloro che li incoraggiano su un
sentiero di nonviolenza, e ad abbandonare la fantasia che la lotta armata,
accoppiata all'isolamento politico di Israele, condurra' ad un buon
risultato per i palestinesi. Chi sono i loro nemici? Coloro che predicano
l'idea di uno "stato unico", o il boicottaggio economico globale, senza
capire che il non offrire una stato sicuro agli ebrei in Palestina non
produrra' mai nulla di positivo, ma solo resistenza continua da Israele e
dal mondo ebraico.
*
Noi della comunita' Tikkun, che siamo amici di ambo le parti, abbiamo chiaro
il nostro orientamento. Il nostro scopo e' dire la verita', sia ai potenti
in Israele, sia agli spossessati in Palestina, e cioe' dire ad entrambi che
senza un rovesciamento radicale delle direttive strategiche che stanno
seguendo non si arrivera' a nessun risultato.
Questa verita' potrebbe certamente venire ascoltata, la questione e' se
verra' ascoltata prima che un'altra generazione di arabi e israeliani perda
la vita. Poiche' a noi importa molto dell'umana sofferenza che c'e' da ambo
le parti, preghiamo affinche' tale verita' venga udita, e che i nostri
suggerimenti per una risoluzione del conflitto vengano implementati.
E faremo di piu' che pregare: manifesteremo contro i governi degli Usa, di
Israele e della Palestina sino a che non cambieranno direzione. Ci
organizzeremo ed informeremo, ed intraprenderemo passi nonviolenti per far
arrivare loro il nostro messaggio.

3. MONDO. NOUHAD MOAWAD: UNA CHIAMATA PER BEIRUT
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59 at libero.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il testo seguente. Nouhad
Moawad, laureanda traduttrice all'Universita' di Beirut, dal 2 luglio e fino
al prossimo 5 settembre lavora a New York in un progetto seminariale di "We
News"]

Il 13 luglio, alle otto del mattino, un'amica libanese che ora vive nel New
Jersey mi chiama al cellulare. Io sto per uscire per andare alla redazione
di "We News" qui a New York.
La sua voce ha il suono della paura: "Stanno attaccando il Libano", dice.
"No". Sono sotto shock. Non mi aspettavo che potesse accadere nulla di
simile. Mi precipito su internet e comincio a cercare notizie della mia
citta' natale mentre chiamo famiglia e amici al telefono.
E' vero. L'aeroporto internazionale di Beirut e' stato bombardato, e la mia
terra e' circondata da jet israeliani. Tre aeroporti sono stati distrutti,
cosi' come diciotto ponti e le arterie stradali principali. Tutto quello che
e' in macerie ora e' cio' che era stato ricostruito dopo la fine di una
guerra civile durata 15 anni, e che termino' nel 1990.
Chiamo i miei genitori, e trovo mio padre in casa al primo tentativo. Vivono
al nord, lontani dalla violenza. "Non preoccuparti, stiamo bene", dice mio
padre. Mia madre e' fuori, al mercato, secondo la sua solita routine.
Chiamo i miei amici a Beirut. Nessuna risposta. Faccio i numeri centinaia di
volte, ossessivamente, ancora e ancora. Nessuna risposta. Nessuna risposta.
Nessuna risposta. Tento mentre sono sul treno che mi porta al lavoro, per 45
minuti. Tento durante la pausa pranzo, per un'ora. Nessuna risposta. Tento
mentre cammino verso la Penn Station per riprendere il treno dopo il lavoro.
Nulla. Ancora, e ancora.
E' solo alle sette di sera che trovo una compagna d'universita' che lavora
in un hotel di Beirut: "Non angustiarti. Stiamo bene. E' ancora distante da
noi. Com'e' questo tuo lavoro a New York?". Riesco a dire che mi piace
molto, ma che sono preoccupata per tutti loro. E poi cade la linea.
Rintraccio un'altra amica, una psicoanalista, e la sveglio. E' l'una di
notte a Beirut. "Non intendo mentirti", dice, "La situazione e' brutta".
Aggiunge che e' andata lo stesso al lavoro, oggi, e che sta bene. "Non
spendere danaro per chiamarmi".
Familiari e amici continuano ad andare al lavoro, e tentano di tenere in
vita la speranza. Sostengono e confortano me, quando dovrei essere io a
sostenere e confortare loro. Questo segreto non puo' essere compreso se non
si e' mai vissuti in Libano. E forse e' la ragione per cui il Libano esiste
ancora.
Ieri, 16 luglio, ho passato ore al computer sperando di avere notizie. Una
mia amica diciottenne, che vive nella parte sud di Beirut, dove sono
concentrati i sostenitori di Hezbollah, e' in linea. "Come stai? Che sta
succedendo?". Leggo il terrore, fra le righe della sua risposta: "Il Libano
e' distrutto. Stanno giocando con le nostre vite. Non ho potuto dormire sino
alle 5 del mattino, per il fracasso delle bombe. E' come se stessero
bombardando casa mia. Continuo a correre da una stanza all'altra nel
tentativo di sfuggire al rumore. Non sento piu' le gambe. Non riesco a
credere che stia succedendo". Ha passato gli esami liceali, questa amica, e
avrebbe dovuto presentare la domanda d'ingresso all'universita' il 13
luglio: "Ma adesso non so neppure cosa faro' in futuro. E' tutto in pezzi.
Scusami, devo andare, stanno bombardando l'aeroporto. Non riesco a
sopportare il rumore. Mi terrorizza".
Mi arriva anche una e-mail da un'amica di Byblos, la citta' da cui fu
esportato l'alfabeto fenicio in tutto il mondo, attorno al 1.600 a. C. "Non
riesco a descriverti la situazione, ma ti avvicini all'idea di com'e' se
pensi che il Libano... sembra una terra tornata indietro alla seconda guerra
mondiale. Le persone sono bloccate in molte regioni: non sono in grado di
sfuggire agli attacchi. Stiamo sempre appiccicati alla tv per vedere le
ultime notizie. Siamo prede della paura e il paese e' paralizzato. Perche'
il popolo libanese deve sempre pagare il prezzo dei conflitti
internazionali?".
Piu' tardi e' in linea un'altra amica che vive nel centro di Beirut. Le
chiedo come sta e come sta la sua famiglia. Dice che sono tutti vivi, ma che
lo stress degli attacchi e' pesante. Il continuo suono delle bombe e'
orribile. La invito a trasferirsi dai miei genitori, nelle montagne a nord,
con la sua famiglia e le due nipotine di 2 e 5 anni in visita dall'Arabia
Saudita. "Siamo bloccati qui, non c'e' modo di muoversi", risponde, "Ma se
la situazione peggiora tenteremo".
Il Libano brucia da cinque giorni. Questi attacchi non feriscono solo le
regioni in cui Hezbollah e' presente, ma tutto il popolo libanese, senza
distinzioni. E credo saranno i civili a pagare il prezzo dei danni che si
stanno facendo ora. Gli innocenti. Mi chiedo perche' una ragazza di 18 anni
debba vedere il futuro andare in pezzi. Mi chiedo come sopporteranno il
terrore quelle due bambine venute in vacanza in Libano. Pace, il Libano ha
bisogno di vivere in pace.

4. RIFLESSIONE. BARBARA SPINELLI: IL FALLIMENTO DEL NUOVO "GRANDE GIOCO"
[Dal quotidiano "La stampa" del 16 luglio 2006. Barbara Spinelli e' una
prestigiosa giornalista e saggista; tra le sue opere segnaliamo
particolarmente Il sonno della memoria, Mondadori, Milano 2001, 2004; una
selezione di suoi articoli e' in una sezione personale del sito del
quotidiano (www.lastampa.it)]

Quando l'amministrazione Bush decise di rispondere con due guerre
all'attentato terrorista dell'11 settembre, non furono pochi in America
coloro che pensarono, attraverso le scelte del presidente, di rifare in
pochi anni il Medio Oriente e tutta l'area circostante cui venne dato il
nome di Grande Medio Oriente. Immaginarono di poterlo finalmente
democratizzare, e dunque pacificare in maniera stabile. Immaginarono
un'ampia zona composta di Stati amici dell'America e in pace con Israele:
una zona che dalla Palestina si estendeva fino agli stati petroliferi, nel
Golfo; e fino ai margini dell'Asia centrale, in Afghanistan.
Ci furono momenti in cui sembro' che un vecchio sogno abitasse le menti del
governo Usa: il sogno di far rivivere il Patto di Baghdad (l'organizzazione
denominata Cento), che Washington stipulo' nel 1955 con Iraq, Turchia,
Pakistan, Iran, ai fini di contenere l'espansione sovietica e di creare in
Asia centrale una Nato parallela. Il patto si rivelo' futile, anche perche'
concepito senza ripensamento alcuno sui colonialismi passati: tre anni dopo
falli' - quando il partito Baath rovescio' la monarchia irachena - e nel '79
venne definitivamente sepolto dalla rivoluzione iraniana.
Quel che accadde dopo, gli Stati Uniti non solo non l'hanno mai accettato.
Non l'hanno neppure capito, non hanno intuito l'emergere degli integralismi
islamici, e di conseguenza non hanno saputo edificare una politica verso i
nuovi attori di Medio Oriente e Golfo. Le loro sole armi furono, lungo i
decenni, prima il corteggiamento di dittatori come Saddam poi la guerra
distruttiva contro lo stesso Saddam. Una guerra che doveva appunto
ricostruire il Grande Medio Oriente e garantire la potenza amica che e' lo
stato d'Israele, forte dell'atomica ma incapsulato in uno spazio arabo
sempre piu' islamizzato e radicale.
*
Quel che sta accadendo in questi giorni, con le truppe israeliane che si
trovano a dover bombardare e occupare di nuovo il Libano per fronteggiare le
aggressioni di Hezbollah contro il proprio territorio, e' segno che il nuovo
"Grande gioco" Usa e' fallito, trasformandosi in dannazione per Israele
stesso.
Due guerre e l'assenza di politica statunitense hanno avuto come risultato
il radicalizzarsi del mondo arabo, la creazione in Iraq di una vasta base
terrorista, l'ascesa di Hamas in Palestina, la decisione di Hamas ed
Hezbollah di unire le forze e stringere Israele in una tenaglia. Sullo
sfondo, infine, hanno facilitato l'emergere impavido della Siria e quello
mortifero di Ahmadinejad in Iran.
La stessa rivoluzione dei cedri in Libano, che Washington e gli europei
hanno tanto caldeggiato senza avere una sola idea su come farla riuscire, ha
partorito uno stato inetto, fintamente indipendente da Siria e Iran,
incapace di esercitare sul proprio territorio il monopolio della violenza:
il potere di Hezbollah nel sud libanese e' stato tollerato dagli occidentali
e dagli europei che le rivoluzioni magari le favoriscono, ma non sanno
comprenderle ne' gestirle, anche quando l'Onu impone risoluzioni e ordina,
come in Libano, il disarmo di milizie incontrollate.
*
Il risultato - pessimo per gli Stati Uniti - e' catastrofico per Israele. Il
suo esercito resta il piu' potente nel Grande Medio Oriente, e si sente
protetto in extremis dall'atomica. Ma la sua forza di dissuasione e'
compromessa gravemente e i suoi punti deboli son conosciuti e sfruttati
dall'avversario.
La guerra mondiale contro il terrore ha rafforzato i nemici di Israele, ha
acutizzato il loro estremismo, ha liberato la loro parola, le loro
provocazioni. E' quello che molti amici di Israele, anche in Italia,
sottovalutano. Non vedono come sia stato esiziale puntare tutto sulla
strategia antiterrorista Usa. Non vedono i compiti immani che ha davanti
Israele: il tempo oggi davvero lavora contro di esso, il ritiro da tutti i
territori e un negoziato con Hamas diventano sempre piu' urgenti. Non vedono
neppure quel che l'Europa puo' fare, per darsi una politica alternativa a
quella americana senza pero' abbandonare a se stesso Israele.
Chi accusa Israele di avere una reazione sproporzionata (lo sostiene la
maggioranza del centrosinistra in Italia) giudica assennatamente ma non
guarda lontano e soprattutto non ripercorre con spirito critico quel che e'
successo negli ultimi anni: uno stato cosi' accerchiato, con la dissuasione
a pezzi, ha poche alternative quando vede che perfino le azioni
ragionevoli - ritiro dal Libano nel 2000, ritiro da Gaza nel 2005, volonta'
sia pur ambigua di ritirarsi da parte della Cisgiordania - non calmano
l'avversario ma ne eccitano i trionfalismi distruttivi.
*
La dissuasione israeliana e' pericolante perche' il suo alleato, l'America,
e' al suo fianco solo verbalmente e chissa' per quanto tempo ancora.
L'America di Bush non esce rafforzata ma indebolita dalla lotta globale al
terrore: non puo' fare politica, in questa zona che per l'Occidente e'
essenziale per motivi storici ed economici. Non puo' aiutare Israele a
uscire dal pantano, non puo' inviare emissari-mediatori capaci di convincere
gli avversari di Israele, perche' gli Stati Uniti sono invisi nel mondo
arabo come di rado in passato. Non puo' neppure contare su Egitto e
Giordania, due moderati oggi impotenti. Al suo stesso interno, infine,
cresce l'insofferenza verso una politica che negli ultimi anni si e' alleata
senza discernimento a Israele, condividendone gli errori e permettendo che
si diffondesse in America stessa la paura di una lobby ebraica troppo
influente, esigente. La voce di Bush in queste ore e' forte nel difendere il
diritto di Israele a esistere e difendersi. E' flebile, drammaticamente non
dissuasiva, sul piano dell'azione politica e diplomatica.
*
Anche la voce degli europei e' flebile, nonostante il loro prestigio sia
piu' forte nell'area araba e nonostante le pressioni esercitate da anni su
Israele, perche' negozi piu' speditamente il ritiro completo dai territori.
Ma anche essi non hanno fatto politica. In particolare, hanno fatto
pochissimo per stabilizzare il sud del Libano e permettere al governo di
Beirut di liberarsi delle milizie terroriste. Anche la Chiesa ha pesanti
responsabilita'. Quando Benedetto XVI critica la natura sproporzionata del
contrattacco israeliano e denuncia la violazione della sovranita' libanese,
nasconde una verita' che pure conosce: non e' sovrano uno Stato che governa
i propri confini attraverso una milizia terrorista, manovrata e finanziata
da Siria e Iran. I cristiani libanesi che in cambio di potere hanno stretto
patti con Hezbollah, accettando che governasse le frontiere e le
trasformasse in una ferita purulenta, sono partecipi delle odierne derive.
C'e' qualcuno che guarda ai recenti avvenimenti con palese soddisfazione, o
comunque con la certezza di poter profittare del presente vuoto di potere.
Questo qualcuno, corteggiato nelle ultime ore a San Pietroburgo, e'
l'anfitrione del vertice dei paesi industrializzati Vladimir Putin. Il
presidente russo ha in mano molte armi. Ha scommesso sul fallimento del
"Grande gioco" americano, coltivando al contempo rapporti con radicali e
integralisti: con Hamas, Hezbollah, Siria, Iran. Puo' parlare con loro, cosa
che Bush non puo' e che gli europei non tentano: non e' lontano il giorno in
cui il Cremlino diverra' il nostro rappresentante-garante nel Golfo e Medio
Oriente.
*
Ma soprattutto, Putin ha in mano l'arma assoluta: il petrolio e il gas, di
cui puo' divenire fornitore esclusivo, alternativo, tanto piu' capriccioso
politicamente. I prezzi alti del greggio non son dovuti solo alla crisi nel
Medio Oriente ma non sono senza rapporti con le sue patologie, e il petrolio
venduto a carissimo prezzo e' nell'interesse non solo economico ma
strategico e politico di Mosca. E' attraverso il petrolio che la Russia di
Putin sta ridiventando superpotenza, in un'epoca che vede scricchiolare la
dissuasione nucleare e politica degli occidentali.
Con questa Russia l'Europa dovra' ora trattare, ma essendo cosciente che i
disegni del Cremlino non puntano necessariamente alla stabilita': ne'
economica, ne' politica. Dovra' trattare sapendo che non basta sposare le
tesi di Putin in ogni circostanza, a cominciare da quel che Mosca dice sulle
reazioni sproporzionate di Israele in Libano. Sapendo che la lotta al
terrorismo e' stata brutale e fallimentare anche in Russia, come dimostra la
Cecenia. Avere Mosca come garante della stabilita' internazionale e' una
tentazione forte, per il nostro continente. Ma non e' un'alternativa
rassicurante, finche' gli europei continueranno a cercare con il Cremlino
speciali rapporti bilaterali, e rinvieranno il momento in cui l'Unione si
da' una politica estera, militare ed energetica comune.
*
E' stata Washington a far uscire il mondo fuori dai cardini, ma per gli
europei la consolazione e' magra. Spetta a loro cominciare ora a far
politica, senza aspettare che sia un'altra potenza come quella moscovita,
non ancora democratica ed esistenzialmente interessata agli odierni
sconquassi, a far politica al posto nostro e in nostro nome.

5. INCONTRI. UN CONVEGNO A PISA NEL CENTENARIO DELLA NASCITA DEL SATYAGRAHA
[Da Rocco Altieri (per contatti: roccoaltieri at interfree.it) riceviamo e
volentieri diffondiamo. Rocco Altieri e' nato a Monteleone di Puglia, studi
di sociologia, lettere moderne e scienze religiose presso l'Universita' di
Napoli, promotore degli studi sulla pace e la trasformazione nonviolenta dei
conflitti  presso l'Universita' di Pisa, docente di Teoria e prassi della
nonviolenza all'Universita' di Pisa, dirige la rivista "Quaderni
satyagraha". Tra le opere di Rocco Altieri segnaliamo particolarmente La
rivoluzione nonviolenta. Per una biografia intellettuale di Aldo Capitini,
Biblioteca Franco Serantini, Pisa 1998]

Programma del convegno internazionale "Il potere della nonviolenza" che si
svolgera' a Pisa l'8-11 settembre 2006 in occasione del centenario della
nascita del satyagraha (11 settembre 1906).
*
Venerdi' 8 settembre
Ore 19-21: arrivo dei partecipanti, momenti di incontro e di socializzazione
*
Sabato 9 settembre
Ore 8,30-9: Leila D'Angelo; presidente del Centro Gandhi: Benvenuto alle e
ai partecipanti; Fulvio Cesare Manara: Introduzione storica agli eventi
dell'11 settembre 1906.
Ore 9-10,30: tavola rotonda su "Bioetica e nonviolenza". Relatori: Silvana
Borgognini, Marcello Buiatti, Nanni Salio. Coordina: Antonino Drago.
Ore 10,30-11: pausa.
Ore 11-12,30: tavola rotonda su "Difesa popolare nonviolenta, servizio
civile e corpi civili di pace". Relatori: Carla Biavati, Gianni D'Elia,
Antonino Drago, Alberto L'Abate. Coordina: Maria Francesca Zini.
Ore 12,30-14,30: pausa pranzo.
Ore 14,30-16: tavola rotonda su "La nonviolenza delle donne". Interverranno:
Valeria Ando', Cecilia Brighi, Federica Curzi, Luisa Del Turco, Angela
Dogliotti Marasso, Ada Donno, Luana Pistone, Giovanna Providenti. Coordina:
Meri Ciuti.
Ore 16-16,30: pausa.
Ore 16,30-18: gruppi di discussione sui temi delle tavole rotonde.
Contemporaneamente il laboratorio maieutico su "Scienza tecnologia e
nonviolenza", coordinatore: Francesco Cappello.
Ore 18-18,30: pausa.
Ore 18,30-19,30: dibattito sui temi delle tavole rotonde.
Ore 19,30-20: sessione di meditazione con Meri Ciuti.
*
Domenica 10 settembre
Ore 9-10,30: tavola rotonda su "L'organizzazione del potere dal basso e
l'economia solidale". Relatori: Martina Pignatti Morano, Nanni Salio, Aldo
Zanchetta. Coordina: Francesco Cappello.
Ore 10,30-11: pausa.
Ore 11-12,30: tavola rotonda su "Nonviolenza e riforma di religione".
Relatori: Rocco Altieri, Franz Amato, Enrico Fasana, Enrico Peyretti, Alex
Zanotelli. Coordina: Federica Curzi.
Ore 12,:30-14,30: pausa pranzo.
Ore 14,30-16: tavola rotonda su "Giustizia, pace e verita'. Relatori:
Antonino Drago, Roberto Mancini, Enzo Mazzi, Enrico Peyretti, Massimo
Toschi. Coordina: Rocco Altieri.
Ore 16-16,30; pausa.
Ore 16,30-18: gruppi di discussione sui temi delle tavole rotonde.
Ore 18-18,30: pausa.
Ore 18,30-19,30: dibattito sui temi delle tavole rotonde.
Ore 19,30-20: sessione di meditazione  con Meri Ciuti.
Dalle ore 20: cena e intrattenimenti teatrali e musicali.
*
Lunedi' 11 settembre
Ore 9-13: sintesi del convegno ed eventuale redazione di un documento
finale. Discussione aperta su "I 'Quaderni Satyagraha' per costruire una
rete di amici della nonviolenza".
Ore 13-17: pranzo e trasferimento a Pisa.
Ore 17-20: Auditorium Centro Maccarrone, via Silvio Pellico 6, Pisa:
Centenario del satyagraha: "Il potere della nonviolenza. L'attualita' di un
satyagraha per la messa al bando delle armi atomiche". Interventi di:
Alberto L'Abate, Lidia Menapace, Nanni Salio, Massimo Toschi, Alex
Zanotelli. Interverra' anche padre Anthony Elenjittman, discepolo di
Mohandas K. Gandhi.

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1362 del 20 luglio 2006

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