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La nonviolenza e' in cammino. 1364



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1364 del 22 luglio 2006

Sommario di questo numero:
1. "Bat Shalom": Un appello
2. Nurit Peled: Contro il razzismo, per la pace e la convivenza
3. Una postilla al testo che precede
4. La guerra di sinistra
5. Peppe Sini: Una tesi
6. Ingeborg Bachmann: Poesia come pane?
7. Stefano Longagnani: Aggiungiamo due "non sempre"
8. Enrico Peyretti: Nel gorgo
9. Lidia Menapace: E' triste, e' amaro
10. Elena Loewenthal presenta "Storia di san Cipriano" di Eudocia Augusta
11. Letture: Franco Fortini, Un giorno o l'altro
12. Letture: Julia Kristeva, Hannah Arendt
13. Ristampe: Johann Wolfgang Goethe, Romanzi
14. Riedizioni: John Maynard Keynes, Teoria generale dell'occupazione,
dell'interesse e della moneta
15. Un proclama dell'antico reame di Scaramacai
16. La "Carta" del Movimento Nonviolento
17. Per saperne di piu'

1. APPELLI. "BAT SHALOM": UN APPELLO
[Ringraziamo Floriana Lipparini (per contatti: effe.elle at fastwebnet.it) per
averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente appello di Bat
Shalom, un'organizzazione di donne israeliane per la pace]

Noi, che facciamo parte di Bat Shalom, un'organizzazione di donne israeliane
per la pace, impegnate nel chiedere la fine dell'occupazione e una pace
giusta e sostenibile, basata sulla soluzione "due stati, due popoli",
giudichiamo la continua escalation dell'uso della violenza e della forza
nella nostra regione come una diretta minaccia piuttosto che come una
potenziale soluzione.
E' nostra convinzione che l'attuale escalation sia il diretto risultato
dell'assenza di un processo politico per porre fine all'occupazione
israeliana dei Territori palestinesi, inclusa Gaza. Per di piu', la politica
israeliana di delegittimazione del governo palestinese legittimamente
eletto, e pertanto la gestione unilaterale del conflitto, conduce
all'assedio di Gaza e alla violazione dei diritti umani fondamentali di
un'intera popolazione.
Questo vuoto politico e' stato sfruttato da Hamas e Hezbollah per i loro
scopi politici e per un contrattacco contro civili israeliani innocenti.
Quindi, come cittadine/i israeliane/i, chiediamo al nostro governo di aprire
negoziati con il governo palestinese eletto. Un passo immediato potrebbe
fermare l'ulteriore distruzione del Libano, con un totale cessate il fuoco,
e trattative per giungere allo scambio di prigionieri.
Noi chiediamo alla comunita' internazionale, sia come singoli stati sia come
entita' collettive, di condurre le parti a un percorso politico volto alla
necessita' di por fine all'occupazione israeliana dei Territori palestinesi
e alla soluzione dei due stati.
Soltanto trattative politiche e una giusta e sostenibile pace garantiranno
sicurezza per tutta la cittadinanza nella regione.

2. TESTIMONIANZE. NURIT PELED: CONTRO IL RAZZISMO, PER LA PACE E LA
CONVIVENZA
[Attraverso Saleh Zaghloul (per contatti: saleh.zaghloul at liguria.cgil.it),
che ringraziamo di cuore, riceviamo e volentieri diffondiamo il seguente
intervento di Nurit Peled-Elhanan, "Sull'educazione al razzismo e
l'assassinio dei bambini", del 16 marzo 2006. Nurit Peled-Elhanan e' la
figlia di Gal Peled, consigliere di Rabin a Oslo; nel 1994 sua figlia e'
morta in seguito ad un attentato contro un autobus a Gerusalemme; docente
universitaria di Linguaggio ed educazione, e' insegnante, traduttrice,
scrittrice e madre israeliana; e' fortemente impegnata per la pace tra
Israele e Palestina; nel 2001 ha ricevuto dal Parlamento europeo il Premio
Sakharov per i diritti umani. Cfr. altri suoi interventi nei nn. 468 e 613
del nostro notiziario]

Vorrei dedicare queste parole alla memoria dei bambini palestinesi
assassinati giorno dopo giorno, a sangue freddo, non in seguito a errori
umani ne' a causa di errori della tecnologia - come ci spiegano nei media -
ma conformemente alle procedure. Questi bambini del cui assassinio metodico
e di routine nessuno e' mai stato giudicato colpevole.
Vorrei dedicare queste parole alle madri di questi bambini assassinati, a
loro che continuano a mettere al mondo figli e a fondare famiglie, che si
affrettano a preparare panini vedendo i bulldozer avvicinarsi per
distruggere le loro case, che accompagnano ogni giorno i bambini a scuola
attraverso chilometri di distruzione e immondizie, davanti ai fucili puntati
da soldati apatici; loro che sanno che questi soldati, assassini dei loro
figli, non saranno mai portati davanti ad un tribunale e che, se anche
accadesse, non sarebbero mai giudicati colpevoli, perche' l'uccisione di
bambini palestinesi non e' un crimine nello stato di Israele, ebraico e
democratico.
Infine vorrei dedicare queste parole alla memoria dello scrittore e poeta,
il professor Izzat Ghazzawi, con cui ho avuto l'onore di condividere il
Premio Sakharov per i diritti umani e la liberta' di pensiero. Qualche mese
prima di morire di umiliazione, egli mi scriveva a proposito dei soldati che
facevano irruzione di notte a casa sua, rompendo mobili e finestre,
sporcando tutto, terrorizzando i bambini, "mi sembra che cerchino di far
tacere la mia voce". Izzat Ghazzawi mi ha chiesto di rivolgermi al Ministero
degli Esteri per chiedere loro di correggere l'errore. Ma il suo cuore
conosceva la verita' ed ha cessato di battere poco tempo dopo.
*
Questa crudelta' che non si esprime a parole, questo modo organizzato,
meditato, di maltrattare le persone, che i migliori cervelli israeliani oggi
sono impegnati a pianificare e perfezionare, tutto cio' non e' nato dal
nulla. E' il frutto di un'educazione fondamentale, intensiva, generale.
I figli di Israele sono educati in un discorso razzista senza mezze misure.
Un discorso razzista che non si ferma ai check-point ma regola tutti i
rapporti umani in questo paese. I figli di Israele sono educati in modo che
considerino il male che, dalla fine dei loro studi, dovranno far passare da
virtuale a concreto, come qualcosa di imposto dalla realta' nella quale sono
chiamati a lavorare. I figli di Israele sono educati in modo che considerino
le risoluzioni internazionali, le leggi e i comandamenti umani e divini,
come parole vuote che non si applicano a noi. I figli di Israele non sanno
che c'e' un'occupazione. Si parla loro di "popolamento". Sulle carte dei
manuali di geografia, i Territori occupati sono rappresentati come facenti
parte di Israele o sono lasciati bianchi e indicati come "zone sprovviste di
dati", detto in altri termini, zone disabitate.
Nessun libro di geografia nello stato d'Israele offre delle carte con le
frontiere dello stato, perche' i figli d'Israele imparano che la vera
entita' geografica che ci appartiene, e' l'entita' mitica chiamata Terra
d'Israele e che lo stato d'Israele ne e' una piccola parte provvisoria.
I figli d'Israele imparano che nel loro paese ci sono ebrei e non-ebrei: un
settore ebraico e un settore non-ebraico, un'agricoltura ebraica e
un'agricoltura non-ebraica, delle citta' ebraiche e delle citta'
non-ebraiche. Chi sono questi non-ebrei, cosa fanno? Che aspetto hanno? E'
importante? Quando non sono chiamati non-ebrei, tutti questi altri che sono
presenti nel paese, sono chiamati globalmente: "arabi".
*
Per esempio, nel libro "Israele, l'uomo e lo spazio" (edito dal Centro per
la Tecnologia dell'Educazione, 2002), si puo' leggere a pagina 12: "La
popolazione araba [...] All'interno di questo gruppo di popolazione, ci sono
credenti di differenti religioni e di gruppi etnici diversi: musulmani,
cristiani, drusi, beduini e circassi, ma poiche' la maggior parte di loro e'
costituita da arabi, d'ora in poi noi daremo a questo gruppo il nome di
arabi o di popolazione araba".
Nello stesso libro, i palestinesi sono chiamati "lavoratori stranieri" e le
loro vergognose condizioni di sussistenza sono, dice il libro,
"caratteristiche dei paesi sottosviluppati". I palestinesi, che siano
cittadini di Israele o che vivano nei Territori occupati, non sono
presentati in nessun testo scolastico come persone moderne, di citta',
occupate in lavori produttivi o prestigiosi o in attivita' positive. Essi
non hanno volto. Sono rappresentati da immagini stereotipate: gli arabi
cittadini di Israele, a cui si da' l'appellativo sminuente di "arabi
israeliani", sono rappresentati sia da caricature razziste dell'arabo
versione "Mille e una notte", con baffi e kefia, scarpe a punta da clown e
un cammello al seguito (Geografia della terra d'Israele, 2002), sia dalla
foto razzista tipica della rappresentazione del terzo mondo in occidente -
il contadino pretecnologico, che cammina dietro un aratro primitivo tirato
da un paio di buoi (Le persone e lo spazio, 1998). I palestinesi che abitano
nei Territori sono rappresentati da foto di terroristi mascherati (Il
ventesimo secolo / Tempi moderni II) o da branchi di rifugiati che vagano
scalzi senza meta, con delle valigie sulla testa (Viaggio verso il passato,
2001). Questi stereotipi nei manuali scolastici sono definiti "incubo
demografico", "minaccia alla sicurezza", "peso per lo sviluppo" o "problema
che deve trovare una soluzione".
Benche' le zone palestinesi non siano indicate sulle carte, l'Autorita'
palestinese e' un nemico. Per esempio, nel libro "Geografia della terra
d'Israele", del 2002, si trova un sottocapitolo intitolato "L'Autorita'
Palestinese ruba l'acqua ad Israele a Ramallah". Ma soprattutto il razzismo
riesce ad esprimersi in libri ritenuti non razzisti e che forse ignorano il
discorso razzista che trasmettono. Testi qualificati da alcuni ricercatori
come "progressisti, audaci, politicamente corretti", testi volti alla
"verita' storica" e alla pace. Per esempio: Il ventesimo secolo, di Elie
Barnavi, pagina 244: "Capitolo 32: i Palestinesi, da rifugiati a una
nazione. Questo capitolo esamina lo sviluppo del problema palestinese [...]
e gli atteggiamenti, nell'opinione pubblica israeliana, riguardo a questo
problema e alla natura della sua soluzione". Se mi si dicesse che questo
titolo viene da altrove, che c'e' da poco piu' di 60 anni e che invece del
problema palestinese, si tratta del "problema ebraico", io non mi
sorprenderei.
Come si e' creato questo problema? Tempi moderni II, di Elie Barnavi e Eyal
Naveh, spiega: pagina 238: "E' nella poverta', nell'inoperosita' e nella
frustrazione, in cui vivevano i rifugiati nei loro miserabili campi, che e'
maturato 'il problema palestinese'".
Cosa causa questo problema? Pagina 239: "Il problema palestinese avvelena,
da oltre una generazione, le relazioni di Israele con il mondo arabo e con
la comunita' internazionale". Secondo questo testo, l'identita' dei
palestinesi e' fondata sul "sogno del ritorno nella terra di Israele" e non
in Palestina (pagina 238: "I palestinesi... hanno fondato la loro identita'
sul sogno del ritorno nella terra di Israele").
Come si e' creato il nazionalismo palestinese? Tempi moderni II: "Col
passare degli anni, l'alienazione e l'odio, la propaganda e le speranze di
tornare e di vendicarsi hanno fatto dei rifugiati una nazione [...]". Il
libro spiega anche che la presenza dei palestinesi tra noi puo' "trasformare
il sogno sionista in incubo versione Sudafrica" (Il ventesimo secolo, pagina
249). Queste affermazioni sono state scritte dopo la vittoria di Nelson
Mandela, ma il libro identifica di fatto gli ebrei dello stato d'Israele con
i bianchi del Sudafrica per i quali la popolazione indigena e' un incubo.
L'assassinio di palestinesi da parte degli israeliani ha sempre
ripercussioni positive, secondo questi testi pedagogici: Tempi moderni, Elie
Barnavi e Eyal Naveh, pagina 228: "Il massacro di Deir Yassin in effetti non
ha inaugurato la fuga di massa degli arabi dal paese, che era iniziata
prima, ma l'annuncio del massacro l'ha fortemente accelerata". "Inaugurato"
e' una parola di festa. E subito dopo a pagina 230: "La fuga degli arabi ha
risolto, almeno in parte, un terrificante problema demografico, e persino un
moderato come Haim Weizman ha parlato a questo proposito di 'miracolo'". E'
cosi' che i figli d'Israele imparano che e' un paese senza arabi - la
realizzazione dell'ideale sionista. Imparano che uccidere palestinesi,
distruggere le loro terre, assassinare i loro figli non e' un crimine, al
contrario: tutto il mondo illuminato ha paura del ventre musulmano ed ogni
partito al potere che vuol vincere le elezioni e dimostrare il suo impegno
per il sionismo o la democrazia o il progresso, fa la sorpresa, alla vigilia
delle elezioni, di un'operazione dimostrativa di uccisione di palestinesi. E
cio' a dispetto del fatto che le scuole ebraiche nello stato d'Israele siano
piene di slogan che dicono "di amare l'altro e di accettare chi e' diverso".
Apparentemente, l'altro, colui che e' diverso, non e' chi vive nell'ambiente
dove viviamo noi.
*
I figli d'Israele ne sanno di piu' sull'Europa - patria della fantasia e
ideale dei dirigenti del paese - che sul Medio Oriente dove vivono e che e'
il focolare originario di piu' della meta' della popolazione israeliana. I
bambini ebrei, nello stato d'Israele, sono educati a dei valori umani di cui
non vedono nessuna concretizzazione attorno a loro. Al contrario.
Dappertutto assistono alla violazione di questi valori. Una studentessa che
si definiva come "un'abitante di Tel Aviv, favorita, appartenente alla
classe media", testimonia cosi' di questa confusione quando si meravigliava
del fatto che "dei soldati del mio popolo, che mi proteggono e vogliono la
mia sicurezza" maltrattano, senza battere ciglio, un padre palestinese e suo
figlio ("Haaretz", 13 marzo 2006). In questo contesto, l'espressione "dei
soldati del mio popolo, che mi proteggono e vogliono la mia sicurezza" e'
quel che esprime meglio l'ideologia dei razzisti: maltrattare l'altro e'
interpretato come difesa di quelli della nostra parte. Questa violenza fatta
all'altro e' quel che ci definisce e crea una solidarieta': noi li
maltrattiamo, segno che siamo un popolo unito, e tutti responsabili gli uni
degli altri.
*
Chi sono questi che lei dice "del mio popolo"? La parola "popolo", come la
parola "noi", e' una delle parole piu' pesanti che ci siano. E' una parola
che si presenta come se non lasciasse scelta, come un colpo del destino, un
fatto naturale. La morte ci ha obbligato, la mia famiglia ed io, a scrutare
questa parola in profondita'.
Quando, qualche anno fa, una giornalista mi ha chiesto come potevo
accogliere parole di consolazione provenienti dall'altra parte, io le ho
immediatamente risposto che non ero pronta ad accogliere parole di
consolazione proveniente dall'altra parte; la prova: quando Ehud Olmert, il
sindaco di Gerusalemme, e' venuto a porgermi le sue condoglianze, sono
uscita dalla stanza ed ho rifiutato di stringergli la mano o di parlargli.
Per me, l'altra parte e' lui e i suoi simili. E questo perche' il mio "noi"
per me non si definisce in termini nazionalisti o razzisti.
Il mio "noi" per me e' composto da tutti quelli che sono pronti a lottare
per preservare la vita e per salvare dei figli dalla morte. Da madri e padri
che non vedono una consolazione nell'omicidio dei figli degli altri. E' vero
che la' dove noi siamo, questa parte conta piu' palestinesi che ebrei,
perche' sono loro che tentano ad ogni costo - e con una forza che non mi e'
familiare ma che non posso che ammirare - di continuare a condurre
un'esistenza nelle condizioni infernali che il regime dell'occupazione e la
democrazia israeliana impongono loro. Tuttavia, anche per noi, vittime ebree
dell'occupazione, che cerchiamo di liberarci della cultura della forza e
della distruzione nella guerra di civilta' che si porta avanti in questi
luoghi, anche per noi c'e' posto qui.
*
Mio figlio Elik e' membro di un nuovo movimento fiorito sotto il nome di
"Combattenti per la pace" e i cui membri sono israeliani e palestinesi che
sono stati soldati combattenti e che hanno deciso di fondare un movimento di
resistenza nonviolenta all'occupazione. La mia famiglia e' membro del Forum
delle famiglie israeliane e palestinesi colpite da lutti e impegnate per la
pace. Mio figlio Guy fa teatro con amici israeliani e palestinesi che si
considerano persone che vivono nello stesso luogo e che cercano di liberarsi
da una vita tutta decisa, di malvagita' e razzismo, che non e' la loro. E
mio figlio piu' giovane Yigal fa ogni anno un campo estivo della pace dove
ragazzi ebrei e ragazzi palestinesi si divertono insieme e creano legami
solidi che si mantengono durante l'anno. Sono questi ragazzi il suo "noi"
per lui.
E questo perche' noi siamo una parte della popolazione che vive in questo
luogo e perche' noi crediamo che questa terra appartenga ai suoi abitanti e
non a persone che vivono in Europa o in America. Noi crediamo che e'
impossibile vivere in pace senza vivere negli stessi luoghi, con chi vi
abita. Che una fraternita' reale non si stabilisce su criteri nazionalisti e
razzisti ma su una vita comune in un determinato luogo, in un determinato
paesaggio e su sfide affrontate in comune. Che chi non supera le frontiere
della razza e della religione e non si integra tra le persone del paese dove
e' nato non e' un uomo di pace.
Purtroppo ci sono molti qui che si dicono persone di pace ma che, vedendo
persone che vivono qui imprigionate in ghetti e recinti il cui scopo e'
affamarli fino alla morte, non protestano e inviano anche i loro figli a
servire nell'esercito di occupazione, a fare le sentinelle sui muri del
ghetto e alle sue porte.
*
Io non sono una donna politica ma e' chiaro per me che i politici di oggi
sono gli studenti di ieri e che i politici di domani sono gli studenti di
oggi. E' per questo che mi sembra che chi fa della pace e dell'uguaglianza
il suo motto deve interessarsi all'educazione, esplorarla, criticarla,
protestare contro la diffusione del razzismo nel discorso pedagogico e nel
discorso sociale, proporre delle leggi o riattivare delle leggi contro un
insegnamento razzista e stabilire dei programmi alternativi dove si offra
una conoscenza reale, profonda dell'altro, sbarrando ogni possibilita' di
uccidersi reciprocamente. Un insegnamento del genere dovrebbe mettere
davanti agli occhi le immagini delle bambine, stese con le loro uniformi
scolastiche, nella sporcizia, nel sangue e nella polvere, i loro piccoli
corpi crivellati dai proiettili sparati secondo le procedure, e porre,
giorno dopo giorno, ora dopo ora, la domanda posta da Anna Achmatova che,
anche lei, aveva perduto suo figlio in un regime assassino: "Perche' questo
solco di sangue strazia il fiore della tua guancia?".

3. RIFLESSIONE. UNA POSTILLA AL TESTO CHE PRECEDE

La testimonianza di Nurit Peled vale ovviamente anche per l'opposta e quindi
analoga (e sovente assai peggiore) editoria diffusa negli altri paesi
dell'area, ed in molte altre parti del mondo.
La lotta contro il razzismo, e l'educazione alla pace e alla convivenza,
riguarda l'umanita' intera.
Ci sta a cuore Israele, ci sta a cuore la Palestina, ci sta a cuore la vita
e la dignita', la sicurezza e la liberta' di ogni essere umano.
La pace non e' una remota meta: la pace e' la via.
La nonviolenza e' la scelta necessaria.

4. TELEGRAMMI. LA GUERRA DI SINISTRA

La guerra di sinistra uccide ma delicatamente
la guerra di sinistra usa la tortura ma prima chiude la porta
la guerra di sinistra fa le stragi compassionevoli
la guerra di sinistra e' umanitaria e multilaterale
la guerra di sinistra non e' neppure proprio guerra: per questo Berlusconi
la vota.

5. EDITORIALE. PEPPE SINI: UNA TESI

La nonviolenza e' anche molte altre cose, ma innanzitutto e' lotta politica
contro la violenza.
Chi pensa che la nonviolenza sia balocco da psicoterapeuti o ricercatori
accademici o mistici in pensione, e la politica invece sia cosa da lasciare
ai farabutti che loro si' che sanno come va il mondo, non fa un buon
servizio ne' alla nonviolenza ne' alla politica.
Dopo Hiroshima o la nonviolenza si fa giuriscostituente, si pone l'obiettivo
e dispiega la capacita' di tradursi in istituti di civile convivenza e in
architrave dell'organizzazione anche giuridica ed istituzionale delle
relazioni tra le persone, tra i popoli e tra gli stati, o essa e' nulla.

6. MAESTRE. INGEBORG BACHMANN: POESIA COME PANE?
[Da Ingeborg Bachmann, Letteratura come utopia. Lezioni di Francoforte,
Adelphi, Milano 1993, p. 29 (e' un frammento da una delle conferenze
pronunciate all'Universita' di Francoforte sul Meno nell'inverno 1959-'60).
Ingeborg Bachmann, scrittrice e poetessa austriaca (Klagenfurt 1926 - Roma
1973) di straordinaria bellezza e profondita', maestra di pace e di verita'.
Opere di Ingeborg Bachmann: versi: Il tempo dilazionato; Invocazione
all'Orsa Maggiore; Poesie. Racconti: Il trentesimo anno; Tre sentieri per il
lago. Romanzi: Malina. Saggi: L'elaborazione critica della filosofia
esistenzialista in Martin Heidegger; Ludwig Wittgenstein; Cio' che ho visto
e udito a Roma; I passeggeri ciechi; Bizzarria della musica; Musica e
poesia; La verita' e' accessibile all'uomo; Il luogo delle donne.
Radiodrammi: Un affare di sogni; Le cicale; Il buon Dio di Manhattan.
Saggiradiofonici: L'uomo senza qualita'; Il dicibile e l'indicibile. La
filosofia di Ludwig Wittgenstein; La sventura e l'amore di Dio. Il cammino
di Simone Weil; Il mondo di Marcel Proust. Sguardi in un pandemonio
Libretti: L'idiota; Il principe di Homburg; Il giovane Lord. Discorsi: Luogo
eventuale; Letteratura come utopia. Prose liriche: Lettere a Felician. Opere
complete: Werke, 4 voll., Piper, Muenchen-Zuerich. Interviste e colloqui:
Interview und Gespraeche, Piper, Muenchen-Zuerich. In edizione italiana cfr.
almeno: Poesie, Guanda, 1987, Tea, Milano 1996; Invocazione all'Orsa
Maggiore, SE, Milano 1994, Mondadori, Milano 1999; Il dicibile e
l'indicibile. Saggi radiofonici, Adelphi, Milano 1998; Il buon Dio di
Manhattan, Adelphi, Milano 1991; Il trentesimo anno, Adelphi, Milano 1985,
Feltrinelli, Milano 1999; Tre sentieri per il lago, Adelphi, Milano 1980,
Bompiani, Milano 1989; Malina, Adelphi, Milano 1973; Il caso Franza,
Adelphi, Milano 1988; La ricezione critica della filosofia di Martin
Heidegger, Guida, Napoli 1992; In cerca di frasivere, Laterza, Roma-Bari
1989; Letteratura come utopia. Lezioni di Francoforte, Adelphi, Milano 1993.
Opere su Ingeborg Bachmann: un'ampia bibliografia di base e' nell'apparato
critico dell'edizione italiana di Invocazione all'Orsa Maggiore, cit.
Simone Weil, nata a Parigi nel 1909, allieva di Alain, fu professoressa,
militante sindacale e politica della sinistra classista e libertaria,
operaia di fabbrica, miliziana nella guerra di Spagna contro i fascisti,
lavoratrice agricola, poi esule in America, infine a Londra impegnata a
lavorare per la Resistenza. Minata da una vita di generosita', abnegazione,
sofferenze, muore in Inghilterra nel 1943. Una descrizione meramente esterna
come quella che precede non rende pero' conto della vita interiore della
Weil (ed in particolare della svolta, o intensificazione, o meglio ancora:
radicalizzazione ulteriore, seguita alle prime esperienze mistiche del
1938). Ha scritto di lei Susan Sontag: "Nessuno che ami la vita vorrebbe
imitare la sua dedizione al martirio, o se l'augurerebbe per i propri figli
o per qualunque altra persona cara. Tuttavia se amiamo la serieta' come
vita, Simone Weil ci commuove, ci da' nutrimento". Opere di Simone Weil:
tutti i volumi di Simone Weil in realta' consistono di raccolte di scritti
pubblicate postume, in vita Simone Weil aveva pubblicato poco e su periodici
(e sotto pseudonimo nella fase finale della sua permanenza in Francia stanti
le persecuzioni antiebraiche). Tra le raccolte piu' importanti in edizione
italiana segnaliamo: L'ombra e la grazia (Comunita', poi Rusconi), La
condizione operaia (Comunita', poi Mondadori), La prima radice (Comunita',
SE, Leonardo), Attesa di Dio (Rusconi), La Grecia e le intuizioni
precristiane (Rusconi), Riflessioni sulle cause della liberta' e
dell'oppressione sociale (Adelphi), Sulla Germania totalitaria (Adelphi),
Lettera a un religioso (Adelphi); Sulla guerra (Pratiche). Sono fondamentali
i quattro volumi dei Quaderni, nell'edizione Adelphi curata da Giancarlo
Gaeta. Opere su Simone Weil: fondamentale e' la grande biografia di Simone
Petrement, La vita di Simone Weil, Adelphi, Milano 1994. Tra gli studi cfr.
AA. VV., Simone Weil, la passione della verita', Morcelliana, Brescia 1985;
Gabriella Fiori, Simone Weil, Garzanti, Milano 1990; Giancarlo Gaeta, Simone
Weil, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole 1992; Jean-Marie
Muller, Simone Weil. L'esigenza della nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele,
Torino 1994; Angela Putino, Simone Weil e la Passione di Dio, Edb, Bologna
1997; Maurizio Zani, Invito al pensiero di Simone Weil, Mursia, Milano 1994]

"Il popolo ha bisogno di poesia come del pane": questa frase commovente,
certo nient'altro che espressione di un desiderio, e' stata scritta da
Simone Weil. Ma oggi la gente ha bisogno di cinema e rotocalchi come ha
bisogno di panna montata, e le persone piu' esigenti (tra cui anche noi)
hanno bisogno di qualche piccolo shock, un po' di Ionesco o le urla dei
beatnik per non perdere del tutto l'appetito. Poesia come pane? Un pane che
dovrebbe stridere tra i denti come sabbia, e risvegliare la fame piuttosto
che placarla. Una poesia che dovra' essere affilata di conoscenza e amara di
nostalgia se vorra' scuotere l'uomo dal suo sonno. Dormiamo, infatti,
dormiamo per paura di dover percepire il mondo intorno a noi.

7. RIFLESSIONE. STEFANO LONGAGNANI: AGGIUNGIAMO DUE "NON SEMPRE"
[Ringraziamo Stefano Longagnani (per contatti: longagnani at yahoo.it) per
questo intervento. Stefano Longagnani, docente, e' impegnato nei movimenti
di solidarieta', per la pace e la nonviolenza, nell'educazione alla pace e
ai diritti umani, ed e' una delle persone piu' sagge e miti e generose - ed
acutamente ironiche ed autoironiche, il che non guasta mai - che abbiamo
avuto l'immensa fortuna di conoscere]

L'attuale articolo 11 della Costituzione recita:
"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla liberta' degli
altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali;
consente, in condizioni di parita' con gli altri Stati, alle limitazioni di
sovranita' necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia
fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali
rivolte a tale scopo".
*
Propongo che il movimento per la pace, per ristabilire la verita', sostenga
a spada tratta la seguente modifica costituzionale:
"L'Italia non sempre ripudia la guerra come strumento di offesa alla
liberta' degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie
internazionali; consente, non sempre in condizioni di parita' con gli altri
Stati, alle limitazioni di sovranita' necessarie ad un ordinamento che
assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le
organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo".
Dopodiche' propongo che ci si mobiliti per ristabilire il vecchio articolo
11, quello con il ripudio della guerra in tutte le occasioni, stavolta pero'
non per principio, ma per davvero.

8. RIFLESSIONE. ENRICO PEYRETTI: NEL GORGO
[Ringraziamo Enrico Peyretti (per contatti: e.pey at libero.it) per questo
intervento. Enrico Peyretti (1935) e' uno dei principali collaboratori di
questo foglio, ed uno dei maestri della cultura e dell'impegno di pace e di
nonviolenza; ha insegnato nei licei storia e filosofia; ha fondato con
altri, nel 1971, e diretto fino al 2001, il mensile torinese "il foglio",
che esce tuttora regolarmente; e' ricercatore per la pace nel Centro Studi
"Domenico Sereno Regis" di Torino, sede dell'Ipri (Italian Peace Research
Institute); e' membro del comitato scientifico del Centro Interatenei Studi
per la Pace delle Universita' piemontesi, e dell'analogo comitato della
rivista "Quaderni Satyagraha", edita a Pisa in collaborazione col Centro
Interdipartimentale Studi per la Pace; e' membro del Movimento Nonviolento e
del Movimento Internazionale della Riconciliazione; collabora a varie
prestigiose riviste. Tra le sue opere: (a cura di), Al di la' del "non
uccidere", Cens, Liscate 1989; Dall'albero dei giorni, Servitium, Sotto il
Monte 1998; La politica e' pace, Cittadella, Assisi 1998; Per perdere la
guerra, Beppe Grande, Torino 1999; Dov'e' la vittoria?, Il segno dei
Gabrielli, Negarine (Verona) 2005; Esperimenti con la verita'. Saggezza e
politica di Gandhi, Pazzini, Villa Verucchio (Rimini) 2005; e' disponibile
nella rete telematica la sua fondamentale ricerca bibliografica Difesa senza
guerra. Bibliografia storica delle lotte nonarmate e nonviolente, ricerca di
cui una recente edizione a stampa e' in appendice al libro di Jean-Marie
Muller, Il principio nonviolenza, Plus, Pisa 2004 (libro di cui Enrico
Peyretti ha curato la traduzione italiana), e che e stata piu' volte
riproposta anche su questo foglio, da ultimo nei fascicoli 1093-1094; vari
suoi interventi sono anche nei siti: www.cssr-pas.org, www.ilfoglio.org e
alla pagina web http://db.peacelink.org/tools/author.php?l=peyretti Una piu'
ampia bibliografia dei principali scritti di Enrico Peyretti e' nel n. 731
del 15 novembre 2003 di questo notiziario]

Donne intelligenti - Castellina, Spinelli, Sgrena - qui [negli interventi
apparsi nell'ultimo numero di "Nonviolenza. Femminile plurale" - ndr]
mostrano bene come, in questi tempi avvelenati di guerra, l'alternativa non
e' tattica, o politica, neppure solo morale, ma appena logica e vitale.
Governanti pazzi - uomini dalla ragione umana dimezzata - credono di poter
usare la guerra, cio' che e' fuor di ragione ("alienum a ratione"; Giovanni
XXIII nel 1963), per salvare la vita mediante la morte, che e' l'opposto
della vita. Non sanno - ignoranza somma - che la vita o e' comune - vita tua
vita mea - o non e' vita, ne' buona ne' giusta ne' sicura.
Nella guerra fredda, sotto la pericolosissima minaccia reciproca, c'era la
silenziosa alleanza per vivere, per non distruggersi. Non era una bella
condizione, ma la ragione minima funzionava ancora. Bobbio avvertiva che un
monopolarismo sarebbe stato peggiore del bipolarismo.
L'impero occidentale vinse la guerra fredda, nel 1989, con l'arma dello
sfiancamento economico dell'avversario e col fascino del consumismo
dissipativo, miseria brillante, sulle popolazioni che quello assoggettava.
Da allora, l'occidente credette, nella totale follia che e' la condanna
fatale della potenza e della ricchezza separate dall'umanita', di potere
usare la guerra, di potere spegnere con la guerra le pretese e le audacie di
chiunque sollevasse la testa, di poter fare giustizia con la guerra, che e'
piu' ingiusta della pena di morte.
Della propria potenza fece la propria fede, arrivando a pensare che la
storia aveva raggiunto in cio' la propria meta, il paradiso e la salvezza.
La prima guerra del Golfo, nel 1991, con coperture formali di legittimita'
internazionale (ristabilimento della sovranita' violata del Kuwait), fu la
folle rilegittimazione della guerra come metodo di giustizia, che nel 1945
le nazioni e le costituzioni migliori avevano bandito e proibito.
L'uso della guerra ha liberato la morte, prima trattenuta, contro la vita.
Se, nella razionalita' brutta ma vitale ancora vigente nella guerra fredda,
minacciare la morte garantiva reciprocamente la vita del minacciante come
del minacciato, la liberta' di uccidere perche' si e' piu' forti toglie ogni
garanzia agli uni e agli altri. Se tu hai il potere della mia morte, io ho
il potere della mia morte insieme alla tua. La logica di Sansone e' tornata
di attualita'. Il gesto orrendo e solenne dell'11 settembre, la potenza dei
morituri contro il simbolo della potenza, ha cambiato il gioco: e' stata
apocalisse, che significa rivelazione.
Questa logica e' dilagata. Se la morte serve, giochiamo a chi ne da' di
piu'. L'arma assoluta e' la dotazione del kamikaze: la tua minaccia e'
nulla, perche' la mia morte la metto io nel gioco, con la tua. La potenza
Usa e i suoi alleati, la parte regnante e stolta dell'antico occidente, e'
caduta nell'immane tranello. Ha creduto di domare la morte con la morte, ed
e' precipitata nel mulinello della sua danza infernale, vorticosa, senza
uscita fino a quando non si perde la fede nella morte e si smette di
uccidere e si comincia a vivere quella vita che non e' mia se non e' anche
tua, e dunque implica anche la giustizia economica e il rispetto delle
civilta'.
Siamo nel gorgo. La piu' piccola mossa per afferrare un ramo che ci tragga
fuori dal vortice, oggi e' positiva, e' l'inizio della sapienza della vita,
se saremo in tempo. Forse la prima mossa necessaria e' ritrovare la ragione
sana, e giudicare i pazzi oggi al timone del mondo.

9. RIFLESSIONE. LIDIA MENAPACE: E' TRISTE, E' AMARO
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 20 luglio 2006. Lidia Menapace (per
contatti: lidiamenapace at aliceposta.it) e' nata a Novara nel 1924, partecipa
alla Resistenza, e' poi impegnata nel movimento cattolico, pubblica
amministratrice, docente universitaria, fondatrice del "Manifesto"; e' tra
le voci piu' significative della cultura delle donne, dei movimenti della
societa' civile, della nonviolenza in cammino. Nelle elezioni politiche del
9-10 aprile 2006 e' stata eletta senatrice. La maggior parte degli scritti e
degli interventi di Lidia Menapace e' dispersa in quotidiani e riviste, atti
di convegni, volumi di autori vari; tra i suoi libri cfr. Il futurismo.
Ideologia e linguaggio, Celuc, Milano 1968; L'ermetismo. Ideologia e
linguaggio, Celuc, Milano 1968; (a cura di), Per un movimento politico di
liberazione della donna, Bertani, Verona 1973; La Democrazia Cristiana,
Mazzotta, Milano 1974; Economia politica della differenza sessuale, Felina,
Roma 1987; (a cura di, ed in collaborazione con Chiara Ingrao), Ne' indifesa
ne' in divisa, Sinistra indipendente, Roma 1988; Il papa chiede perdono: le
donne glielo accorderanno?, Il dito e la luna, Milano 2000; Resiste', Il
dito e la luna, Milano 2001; AA. VV., Nonviolenza, Fazi, Roma 2004]

Il sondaggio del "Corriere della sera", che indica una maggioranza non
indifferente del paese favorevole al ritiro delle truppe italiane sia
dall'Iraq che dall'Afghanistan, conferma una impressione che anche altri
elementi convalidano: cioe' che la popolazione ha una capacita' reattiva
molto forte e in questo momento superiore al sistema politico. Questo non
modifica per ora gli schieramenti in parlamento, e quindi non muta le
decisioni assunte dai parlamentari.
Per quanto mi riguarda, se ripasso il processo che ho seguito fino ad oggi,
esso e' il seguente: nel momento in cui mi fu offerto di essere capolista in
Senato per Rifondazione comunista-Sinistra europea, la questione era di
riaprire la possibilita' di una politica nel nostro paese, dato che il
quinquennio del governo di centrodestra e un processo culturale anche piu'
lungo e profondo aveva di fatto chiuso l'esercizio della politica con il
diffondersi di una cultura populista di rara rozzezza ed efficacia e una
influenza sul sistema politico che ne favoriva derive identitarie sempre
molto pericolose.
A mio parere, per evitare che cio' continuasse in modo sotterraneo,
bisognava riuscire ad avviare processi di riapertura di dibattito e
mediazione, immettendo nell'Unione il metodo del consenso per formare la
volonta' politica e nella cittadinanza un dibattito politico libero e
aperto. Il primo difficile impatto avviene appunto sull'Afghanistan e si
partiva subito male, cioe' non aprendo un dibattito su come costruire un
percorso sul quale si poteva anche non concordare, per raggiungere una meta
che era ed e' comune, cioe' come far terminare la spedizione, ma subito
invece definendo identita' rigide e richieste di decisioni che non avevano
riscontro negli schieramenti istituzionali. Perche' la questione e' infatti
come si rende efficace una decisione in proposito. Abbiamo gia' visto quanto
sia difficile realizzare decisioni anche condivise e programmatiche come
sull'Iraq.
La pressione che viene rivelata dalla ricerca del "Corriere" non e' ancora
arrivata in parlamento e percio' bisogna continuare a premere e a lavorare
per il rientro e - ad oggi - il modo migliore per raggiungere tale meta e'
di discutere e mediare tra le forze politiche. Continuare prevalentemente
nelle posizioni identitarie produce - a mio parere - solo scivolamento verso
strettoie e contraddizioni alle quali mira chi vuole costruire la grande
coalizione, cioe' l'esito che rende impossibili i fini che ci eravamo dati.
E' triste, e' amaro, ma per ora non sembra che si riesca ad avere una forma
diversa di decisione.

10. LIBRI. ELENA LOEWENTHAL PRESENTA "STORIA DI SAN CIPRIANO" DI EUDOCIA
AUGUSTA
[Da "Tuttolibri" dell'8 luglio 2006 riprendiamo la seguente recensione di
Eudocia Augusta, Storia di San Cipriano, a cura di Claudio Bevegni, con un
saggio di Nigel Wilson, Adelphi, Milano 2006, pp. 207, euro 13. Elena
Loewenthal, limpida saggista e fine narratrice, acuta studiosa; nata a
Torino nel 1960, lavora da anni sui testi della tradizione ebraica e traduce
letteratura d'Israele, attivita' che le sono valse nel 1999 un premio
speciale da parte del Ministero dei beni culturali; collabora a "La stampa"
e a "Tuttolibri"; sovente i suoi scritti ti commuovono per il nitore e il
rigore, ma anche la tenerezza e l'amista' di cui sono impastati, e fragranti
e nutrienti ti vengono incontro. Nel 1997 e' stata insignita altresi' del
premio Andersen per un suo libro per ragazzi. Tra le opere di Elena
Loewenthal: segnaliamo particolarmente Gli ebrei questi sconosciuti, Baldini
& Castoldi, Milano 1996, 2002; L'Ebraismo spiegato ai miei figli, Bompiani,
Milano 2002; Lettera agli amici non ebrei, Bompiani, Milano 2003; Eva e le
altre. Letture bibliche al femminile, Bompiani, Milano 2005; con Giulio Busi
ha curato Mistica ebraica. Testi della tradizione segreta del giudaismo dal
III al XVIII secolo, Einaudi, Torino 1995, 1999; per Adelphi sta curando
l'edizione italiana dei sette volumi de Le leggende degli ebrei, di Louis
Ginzberg]

Al pari di un'altra storia indubbiamente piu' popolare, anche questa ha per
protagonisti un uomo, una donna e una mela. A voler essere precisi qui la
mela e' frigia, ma spartisce con quell'altra il discutibile privilegio
d'essere oggetto di un contendere. Siamo nel V secolo dopo Cristo, alla
corte di Costantinopoli. L'imperatore Teodosio II e' un uomo debole, nel
complesso inetto: le redini del regno sono in mano a due auguste in
prevedibile competizione. Sua moglie Eudocia, una nobile nata pagana con il
nome di Atenaide, che il 7 giugno del 421 e' diventata la moglie
dell'imperatore. E la sorella di lui, Pulcheria.
La mela frigia viene donata da Teodosio alla consorte e da questa - dice la
leggenda - al magister officiorum Paolino, forse (il dubbio e' d'obbligo)
suo amante. Dalle mani di costui, il frutto torna inopinatamente
all'imperatore che, dopo un rapido due piu' due, condanna Eudocia
all'esilio. Questa donna le cui virtu' non si esauriscono nella bellezza
trascorrera' il resto dei suoi giorni, fra il 439 e il 460 (anno della sua
morte), a Gerusalemme. Qui si dedica a varie opere pie - come ad esempio la
costruzione del monastero di Santo Stefano. E da' voce a quella sua
vocazione artistica cui gli impegni (e gli intrighi) di corte poco si
addicevano. Fine poetessa, sintesi perfetta di cristianesimo e cultura
classica - assimilata a sant'Elena, la madre di Costantino -,
tendenzialmente monofisita - propensa cioe' a un cristianesimo quasi
ascetico, l'unica sua opera giunta sino a noi e scoperta solo nel 1982, e'
una Storia di San Cipriano che Adelphi propone ora in una bella edizione
italiana a cura di Claudio Bevegni e con un saggio di Nigel Wilson. Il terzo
protagonista di questa vicenda, infatti, non e' certo il pallido Teodosio II
ansioso piu' che altro di attraversare indisturbato il cammino della storia:
e' per l'appunto la mitica figura di San Cipriano. Una specie di Faust ante
litteram, contraltare satanico ma soprattutto umano del biblico Giobbe.
All'inizio della storia Cipriano e' un uomo malefico, maestro di empia magia
acquisita in un lungo itinerario sapienziale che l'ha condotto in Oriente,
Egitto e Babilonia. A questo pozzo di perverse conoscenze si rivolge
Aglaide, ricco e vizioso, per sedurre la pia Giusta che non gli concede i
propri favori. Inizia cosi' una dura battaglia fra bene e male, con
quest'ultimo scortato da Satana in persona. Ma Giusta non cede e anzi,
induce Cipriano a rinnegare il maligno e lo converte al cristianesimo. I
due, san Cipriano e diaconessa Giusta divenuta Giustina, subiranno infine il
martirio.
Tornando alla nostra Eudocia: lei racconta questa storia con garbo e vigore.
Ci presenta in tutta la sua complessita' la figura di Cipriano, sulle due
sponde opposte della propria esistenza. Dapprima ricco di esperienze e arti
magiche. Poi disincantato, spoglio di sapienza ma anche convinto nella fede
vera. Infine, insieme a Giustina, inflessibile martire diretto alla via del
cielo. Il racconto e' denso di particolari, di immagini quasi pittoriche
(come quando si descrive "la figura della menzogna dalle molte forme" o
"l'emblema dell'ira: alata, funesta, aspra, ferina"). C'e' nella poesia di
Eudocia una viva partecipazione a questa storia, tanto nei suoi tratti umani
(molto umani), quanto in quella misura di inquietudine - e sgomento - che
desta il bieco, antico patto con il diavolo.

11. LETTURE. FRANCO FORTINI: UN GIORNO O L'ALTRO
Franco Fortini, Un giorno o l'altro, Quodlibet, Macerata 2006, pp. XXX +
600, euro 35. A cura di Marianna Marrucci e Valentina Tinacci, con
un'introduzione di Romano Luperini. Un'opera incompiuta e incandescente di
uno dei nostri maestri di verita'.

12. LETTURE. JULIA KRISTEVA: HANNAH ARENDT
Julia Kristeva, Hannah Arendt. La vita, le parole, Donzelli, Roma 2005, pp.
VI + 298, euro 23. Una bella, appassionata monografia, alcune delle cui tesi
meriterebbero una discussione franca e non superficiale - ed anche questo e'
in un libro un merito.

13. RISTAMPE. JOHANN WOLFGANG GOETHE: ROMANZI
Johann Wolfgang Goethe, Romanzi, Mondadori, Milano 1979, 2006, pp. L + 646,
euro 12,90 (in suppl. a vari periodici Mondadori). Goethe, con il Werther
nella traduzione di Giuseppe A. Borgese, La vocazione teatrale di Wilhelm
Meister nella traduzione di Emilio Castellani, Le affinita' elettive nella
traduzione di Massimo Mila, e una prefazione di Claudio Magris. Che si puo'
desiderare di piu'? (Certo, certo, il Faust tradotto da Errante e da
Fortini, il Divano da leggere in tedesco, eccetera eccetera).

14. RIEDIZIONI. JOHN MAYNARD KEYNES: TEORIA GENERALE DELL'OCCUPAZIONE,
DELL'INTERESSE E DELLA MONETA
John Maynard Keynes, Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e
della moneta, Utet, Torino 1971, 2005, Istituto geogafico De Agostini -
Milano Finanza Editori, Novara-Milano 2006, pp. 590, euro 12,90 (in suppl. a
"Milano finanza"). C'e' poco da fare, Keynes e' sempre Keynes, e non si
cessa mai di farci i conti. Con un'introduzione di Terenzio Cozzi.

15. DOCUMENTI. UN PROCLAMA DELL'ANTICO REAME DI SCARAMACAI

A tutti i sudditi sua grazia il gran visir: "Tutti coloro che hanno chiesto
o intendono chiedere, che hanno ricevuto, ricevono o sperano ricevere
elemosine, incarichi, appalti o altri benefizi dall'augusto governo di
questo augusto reame di Scaramacai, si astengano dal dichiarare ai quattro
venti quanto questo governo e' ottimo, munifico e pupilla degli dei. Lo
sappiamo gia', plebaglia".

16. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

17. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1364 del 22 luglio 2006

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