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La nonviolenza e' in cammino. 1366



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1366 del 24 luglio 2006

Sommario di questo numero:
1. Rocco Altieri: Un invito a Pisa e un ragionamento necessario
2. Umberto Santino: Francesca Serio
3. Francesca Cutarelli: Malalai Joya
4. Giulio Vittorangeli: Le domande giuste
5. Barbara Romagnoli presenta "Critica della violenza etica" di Judith
Butler
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. ROCCO ALTIERI: UN INVITO A PISA E UN RAGIONAMENTO NECESSARIO
[Ringraziamo Rocco Altieri (roccoaltieri at interfree.it) per questo
intervento.
Rocco Altieri e' nato a Monteleone di Puglia, studi di sociologia, lettere
moderne e scienze religiose presso l'Universita' di Napoli, promotore degli
studi sulla pace e la trasformazione nonviolenta dei conflitti  presso
l'Universita' di Pisa, docente di Teoria e prassi della nonviolenza
all'Universita' di Pisa, dirige la rivista "Quaderni satyagraha". Tra le
opere di Rocco Altieri segnaliamo particolarmente La rivoluzione
nonviolenta. Per una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca
Franco Serantini, Pisa 1998.
Aldo Capitini e' nato a Perugia nel 1899, antifascista e perseguitato,
docente universitario, infaticabile promotore di iniziative per la
nonviolenza e la pace. E' morto a Perugia nel 1968. E' stato il piu' grande
pensatore ed operatore della nonviolenza in Italia. Opere di Aldo Capitini:
la miglior antologia degli scritti e' (a cura di Giovanni Cacioppo e vari
collaboratori), Il messaggio di Aldo Capitini, Lacaita, Manduria 1977 (che
contiene anche una raccolta di testimonianze ed una pressoche' integrale -
ovviamente allo stato delle conoscenze e delle ricerche dell'epoca -
bibliografia degli scritti di Capitini); recentemente e' stato ripubblicato
il saggio Le tecniche della nonviolenza, Linea d'ombra, Milano 1989; una
raccolta di scritti autobiografici, Opposizione e liberazione, Linea
d'ombra, Milano 1991, nuova edizione presso L'ancora del Mediterraneo,
Napoli 2003; e gli scritti sul Liberalsocialismo, Edizioni e/o, Roma 1996;
segnaliamo anche Nonviolenza dopo la tempesta. Carteggio con Sara Melauri,
Edizioni Associate, Roma 1991; e la recentissima antologia degli scritti (a
cura di Mario Martini, benemerito degli studi capitiniani) Le ragioni della
nonviolenza, Edizioni Ets, Pisa 2004. Presso la redazione di "Azione
nonviolenta" (e-mail: azionenonviolenta at sis.it, sito: www.nonviolenti.org)
sono disponibili e possono essere richiesti vari volumi ed opuscoli di
Capitini non piu' reperibili in libreria (tra cui i fondamentali Elementi di
un'esperienza religiosa, 1937, e Il potere di tutti, 1969). Negli anni '90
e' iniziata la pubblicazione di una edizione di opere scelte: sono fin qui
apparsi un volume di Scritti sulla nonviolenza, Protagon, Perugia 1992, e un
volume di Scritti filosofici e religiosi, Perugia 1994, seconda edizione
ampliata, Fondazione centro studi Aldo Capitini, Perugia 1998. Opere su Aldo
Capitini: oltre alle introduzioni alle singole sezioni del sopra citato Il
messaggio di Aldo Capitini, tra le pubblicazioni recenti si veda almeno:
Giacomo Zanga, Aldo Capitini, Bresci, Torino 1988; Clara Cutini (a cura di),
Uno schedato politico: Aldo Capitini, Editoriale Umbra, Perugia 1988;
Fabrizio Truini, Aldo Capitini, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di
Fiesole (Fi) 1989; Tiziana Pironi, La pedagogia del nuovo di Aldo Capitini.
Tra religione ed etica laica, Clueb, Bologna 1991; Fondazione "Centro studi
Aldo Capitini", Elementi dell'esperienza religiosa contemporanea, La Nuova
Italia, Scandicci (Fi) 1991; Rocco Altieri, La rivoluzione nonviolenta. Per
una biografia intellettuale di Aldo Capitini, Biblioteca Franco Serantini,
Pisa 1998, 2003; AA. VV., Aldo Capitini, persuasione e nonviolenza, volume
monografico de "Il ponte", anno LIV, n. 10, ottobre 1998; Antonio Vigilante,
La realta' liberata. Escatologia e nonviolenza in Capitini, Edizioni del
Rosone, Foggia 1999; Pietro Polito, L'eresia di Aldo Capitini, Stylos, Aosta
2001; Federica Curzi, Vivere la nonviolenza. La filosofia di Aldo Capitini,
Cittadella, Assisi 2004; Massimo Pomi, Al servizio dell'impossibile. Un
profilo pedagogico di Aldo Capitini, Rcs - La Nuova Italia, Milano-Firenze
2005; Andrea Tortoreto, La filosofia di Aldo Capitini, Clinamen, Firenze
2005; cfr. anche il capitolo dedicato a Capitini in Angelo d'Orsi,
Intellettuali nel Novecento italiano, Einaudi, Torino 2001; per una
bibliografia della critica cfr. per un avvio il libro di Pietro Polito
citato; numerosi utilissimi materiali di e su Aldo Capitini sono nel sito
dell'Associazione nazionale amici di Aldo Capitini: www.aldocapitini.it,
altri materiali nel sito www.cosinrete.it; una assai utile mostra e un
altrettanto utile dvd su Aldo Capitini possono essere richiesti scrivendo a
Luciano Capitini: capitps at libero.it, o anche a Lanfranco Mencaroni:
l.mencaroni at libero.it, o anche al Movimento Nonviolento: tel. 0458009803,
e-mail: azionenonviolenta at sis.it]

Quando abbiamo pensato di celebrare con un convegno l'approssimarsi del
centenario gandhiano del satyagraha dell'11 settembre 1906, avvertivamo
l'esigenza di una rigenerazione del pensiero e dell'azione della nonviolenza
in Italia, che e' assolutamente inadeguata ai compiti attuali
dell'opposizione alla guerra.
A tal fine abbiamo convocato le amiche e gli amici italiani della
nonviolenza, i lettori e gli abbonati ai "Quaderni Satyagraha", per
ridefinire un programma attuale di mobilitazione per la rivoluzione
nonviolenta sui temi cruciali dell'organizzazione del potere dal basso,
dell'economia solidale e della parsimonia, della ridefinizione del rapporto
pace-giustizia, del servizio civile e della difesa popolare nonviolenta,
degli interventi civili e non-armati nelle situazioni di crisi, del disarmo
atomico, della critica alla scienza dominante, della definizione di una
bioetica, della laicita' e della riforma di religione.
Durante tre giorni di studio con tavole rotonde e intense discussioni (il
programma e' consultabile sul sito del Centro Gandhi,
http://pdpace.interfree.it mentre per la partecipazione al convegno scrivere
a: 11settembre.nonviolenza at centrogandhi.it), dalla sera dell'8 settembre
all'11 settembre 2006, vogliamo ricordare un evento che ha dato inizio a un
metodo rivoluzionario e nonviolento di liberazione sociale.
Questo appuntamento appare ora una necessita' ineludibile di fronte alla
crisi indotta dalle vicende parlamentari del voto sulle spedizioni militari
italiane. Non c'e' dubbio che il disorientamento di molti amici sia indotto
da un senso di impotenza, da una mancata rielaborazione delle esperienze e
degli errori del passato, prigionieri di una logica della politica che non
e' quella della nonviolenza.
*
In questo momento di smarrimento e di confusione non c'e' migliore medicina
del  rileggere e meditare le parole sempre attuali di Aldo Capitini, il piu'
grande e insuperato teorico della politica  nonviolenta in Occidente: "Noi
siamo convinti che le popolazioni si fidano troppo dei governi. La guerra e'
voluta, preparata e fatta scoppiare da pochi, ma questi pochi hanno in mano
le leve del comando. Se c'e' chi preferisce lasciarli fare, (...) noi
dobbiamo dire no alla guerra e essere duri come le pietre.
"La pace e' cosa seria per affidarla unicamente nelle mani dei governi, e
visto che vi sono prove che in un modo o nell'altro, tutti o quasi tutti i
governi mettono in moto atti o cause di guerra.
"Sarebbe un errore che i nonviolenti prendessero per assoluti gli schemi con
i quali opera la politica.
"La nonviolenza si organizza, si addestra, studia le occasioni e i modi per
influire volta per volta sulla politica. La politica ha le sue regole come
le ha un gioco, e non puo' buttarle via, perche' con essa fa un lavoro utile
mantenendo la coesione, almeno esterna, delle societa'; e i nonviolenti
lavorano per fare il loro gioco con le loro regole, ora d'accordo, ora
contrastando, e si formano un posto nella vita della societa'. Si capisce
che la politica, per fare il suo gioco, tende ad acquistare e a difendere il
potere; ma si capisce anche che i nonviolenti, per fare il loro gioco,
tendono a rendere forte, informata, consapevole, onesta, amorevole, la
coscienza di tutti gli esseri. Il politico dice: prima il potere, poi la
coscienza; il nonviolento dice: prima la coscienza, poi il potere.
"I nonviolenti non sono del parere che importi impadronirsi del potere per
poi usarlo nel vecchio modo; il 'potere nuovo' non sta nel fatto che uomini
nuovi lo hanno preso, ma che esso viene esercitato in modo nuovo. Finche'
non sia possibile questo, i nonviolenti non possono aver fretta di possedere
il potere, ma cercheranno di agire in un modo che anche il proprio sia un
potere. Non e' detto che tutto il potere sia nel governo, e che chi non sia
al governo, non abbia nessun potere. Bisogna meglio accertare il potere
possibile pure non stando al governo, perche' si puo' sostenere che sia
necessario un periodo o una fase nella quale essi abbiano un potere che non
sia immediatamente di governo, che non potrebbe non essere nei vecchi modi.
Questa teoria di due fasi invece di una fase e' importante per contrastare
la tesi della conquista del potere, che e' stata dominante nella prima meta'
del secolo. In ogni modo la teoria delle due fasi, che fa posto ad una fase
di preparazione o di potere senza governo - con proposte e norme che altri
accettino volontariamente, coagulando cosi' numerose forme di potere -, e'
da utilizzare oggi al massimo, specialmente dopo aver visto gli
inconvenienti della tesi di una sola fase, cioe' della conquista in ogni
modo del potere.
"La nonviolenza non deve cedere alla logica del 'male minore', che e' teoria
non adatta a chi mira ad un rinnovamento profondo. Se Gesu' Cristo avesse
scelto il male minore fra la tradizione giudaica e il romanesimo, noi non
avremmo tanto del bene che abbiamo.
"Oggi i grandi Stati  non escludono la guerra, anzi la minacciano anche, ed
hanno forze enormi per la loro attuazione. (...) I piccoli gruppi hanno
percio', di contro a questi grandi Stati o Imperi, una forza preziosa,
perche' possono fondarsi su posizioni strenue, far emergere orientamenti
chiari e ostinati, anche se saran detti utopistici; ma l'utopia di oggi puo'
essere la realta' di domani".

2. PROFILI. UMBERTO SANTINO: FRANCESCA SERIO
[Dal sito del Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" (per
contatti: via Villa Sperlinga 15, 90144 Palermo, tel.  0916259789, fax:
091348997, e-mail: csdgi at tin.it, sito: www.centroimpastato.it) riprendiamo
il seguente testo gia' pubblicato nel dizionario biografico Siciliane,
Emanuele Romeo Editore, Siracusa 2006.
Umberto Santino ha fondato e dirige il Centro siciliano di documentazione
"Giuseppe Impastato" di Palermo. Da decenni e' uno dei militanti democratici
piu' impegnati contro la mafia ed i suoi complici. E' uno dei massimi
studiosi a livello internazionale di questioni concernenti i poteri
criminali, i mercati illegali, i rapporti tra economia, politica e
criminalita'. Tra le opere di Umberto Santino: (a cura di), L'antimafia
difficile,  Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1989; Giorgio Chinnici, Umberto Santino, La violenza programmata. Omicidi e
guerre di mafia a Palermo dagli anni '60 ad oggi, Franco Angeli, Milano
1989; Umberto Santino, Giovanni La Fiura, L'impresa mafiosa. Dall'Italia
agli Stati Uniti, Franco Angeli, Milano 1990; Giorgio Chinnici, Umberto
Santino, Giovanni La Fiura, Ugo Adragna, Gabbie vuote. Processi per omicidio
a Palermo dal 1983 al maxiprocesso, Franco Angeli, Milano 1992 (seconda
edizione); Umberto Santino e Giovanni La Fiura, Dietro la droga. Economie di
sopravvivenza, imprese criminali, azioni di guerra, progetti di sviluppo,
Edizioni Gruppo Abele, Torino 1993; La borghesia mafiosa, Centro siciliano
di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1994; La mafia come soggetto
politico, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo
1994; Casa Europa. Contro le mafie, per l'ambiente, per lo sviluppo, Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", Palermo 1994; La mafia
interpretata. Dilemmi, stereotipi, paradigmi, Rubbettino Editore, Soveria
Mannelli 1995; Sicilia 102. Caduti nella lotta contro la mafia e per la
democrazia dal 1893 al 1994, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe
Impastato", Palermo 1995; La democrazia bloccata. La strage di Portella
della Ginestra e l'emarginazione delle sinistre, Rubbettino Editore, Soveria
Mannelli 1997; Oltre la legalita'. Appunti per un programma di lavoro in
terra di mafie, Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato",
Palermo 1997; L'alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di
Lima e Andreotti ai giorni nostri, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli
1997; Storia del movimento antimafia, Editori Riuniti, Roma 2000; La cosa e
il nome. Materiali per lo studio dei fenomeni premafiosi, Rubbettino,
Soveria Mannelli 2000. Su Umberto Santino cfr. la bibliografia ragionata
"Contro la mafia. Una breve rassegna di alcuni lavori di Umberto Santino"
apparsa su questo stesso foglio nei nn. 931-934.
Francesca Serio (13 agosto 1903 - 18 luglio 1992), madre di Salvatore
Carnevale, prese parte alle lotte contadine e antimafia e le prosegui' con
ancor maggiore impegno anche dopo la morte del figlio.
Salvatore Carnevale, militante socialista, dirigente sindacale del movimento
contadino, fu ucciso dalla mafia il 16 maggio 1955. Un recente libro su
Salvatore Carnevale e': Umberto Ursetta, Salvatore Carnevale. La mafia
uccise un angelo senza ali, suppl. a "L'Unita'", Roma 2005.
Carlo Levi, medico, pittore, scrittore, militante politico antifascista,
meridionalista. Nato a Torino nel 1902, amico di Piero Gobetti e dei
fratelli Rosselli, impegnato in "Giustizia e Liberta'", arrestato e mandato
al confino, emigra poi in Francia, rientra in Italia ed e' a Firenze durante
la Resistenza. Dirigente del Partito d'Azione, impegnato per i diritti delle
popolazioni del sud, senatore indipendente di sinistra, e' morto nel 1975 a
Roma. Opere di Carlo Levi: in volume cfr. almeno Cristo si e' fermato a
Eboli, 1945; Paura della liberta', 1946; L'orologio, 1950; Le parole sono
pietre, 1955; Il futuro ha un cuore antico, 1956; La doppia notte dei tigli,
1959; Tutto il miele e' finito, 1964; tutti presso Einaudi. Presso la casa
editrice Donzelli sono recentemente apparsi vari volumi di scritti,
conversazioni e interviste di Carlo Levi: Le mille patrie; Lo specchio;
Prima e dopo le parole; Roma fuggitiva; Le tracce della memoria; Un dolente
amore per la vita; Il pianeta senza confini; Le ragioni dei topi; Il dovere
dei tempi. Tra le opere su Carlo Levi: Giovanni Falaschi, Carlo Levi, La
Nuova Italia, Firenze; Ghislana Sirovich, L'azione politica di Carlo Levi,
Il Ventaglio, Roma]

"E' una donna di cinquant'anni, ancora giovanile nel corpo snello e
nell'aspetto, ancora bella nei neri occhi acuti, nel bianco-bruno colore
della pelle, nei neri capelli, nelle bianche labbra sottili, nei denti
minuti e taglienti, nelle lunghe mani espressive e parlanti: di una bellezza
dura, asciugata, violenta, opaca come una pietra, spietata, apparentemente
disumana". Cosi' Carlo Levi, ne Le parole sono pietre, parla di Francesca
Serio, madre di Salvatore Carnevale, il sindacalista socialista ucciso dalla
mafia il 16 maggio 1955.
Per i militanti del movimento contadino e dei partiti di sinistra era "mamma
Carnevale", la donna che aveva accusato i mafiosi di Sciara, un piccolo
centro in provincia di Palermo, come responsabili dell'omicidio del figlio,
aveva partecipato ai processi, celebrati per legittima suspicione fuori
dalla Sicilia, il primo a Santa Maria Capua Vetere, il secondo a Napoli,
costituendosi parte civile, e aveva visto gli imputati condannati in primo
grado all'ergastolo (un fatto tanto inedito da far gridare al miracolo) e
assolti in appello per insufficienza di prove (a ricostituire una prassi
tanto abituale da essere considerata scontata).
*
Salvatore Carnevale aveva vissuto intensamente l'ultima fase delle lotte
contadine, aveva coniugato da dirigente sindacale lotte per la terra e lotte
operaie, battendosi per la riforma agraria, per le otto ore, scontrandosi
duramente con mafiosi e proprietari terrieri, come i Notarbartolo, padroni
di Sciara.
Francesca, che proveniva da un altro paese, Galati Mamertino, donna sola
dopo essere stata abbandonata dal marito, Giacomo Carnevale, presto vedova,
si era trasferita a Sciara assieme ai fratelli, aveva allevato l'unico
figlio tra stenti e fatiche, per assicurargli il necessario era andata a
lavorare nei campi. Uno scandalo in una societa' che relega le donne tra le
mura domestiche. Il ricordo di quei giorni, inseguendo il ciclo produttivo
stagionale, nel racconto a Carlo Levi: "Andavo a lavorare per campare questo
figlio piccolo, poi crebbe, ando' a scuola ma era ancora piccolino, cosi'
tutti i mestieri facevo per mantenerlo. Andavo a raccogliere le olive,
finite le olive cominciavano i piselli, finiti i piselli cominciavano le
mandorle, finite le mandorle ricominciavano le olive, e mietere, mietere
l'erba perche' si fa foraggio per gli animali e si usa il grano per noi, e
mi toccava di zappare perche' c'era il bambino e non volevo farlo patire, e
non volevo che nessuno lo disprezzasse, neanche nella mia stessa famiglia.
Io dovevo lavorare tutto il giorno e lasciavo il bambino a mia sorella.
Padre non ne aveva, se lo prese mio cognato qualche anno a impratichirsi dei
lavori di campagna".
Salvatore frequenta la scuola fino alla terza elementare, ancora bambino va
a giornata, prende il diploma di quinta elementare prima di partire per
soldato, al ritorno dal servizio militare comincia l'attivita' politica,
fondando la sezione socialista. Alle elezioni del 1951 dice alla madre di
votare Garibaldi (il simbolo del Blocco del popolo), Francesca promette ma
davanti al simbolo della Democrazia cristiana non si sente di mantenere la
promessa. Leggiamo sempre nel libro di Levi, da cui attingiamo anche per le
citazioni seguenti: "Ma io quando andai a votare e vidi quel Dio benedetto
di Croce, pensai: 'Questo Dio lo conosco. Come posso tradirlo per uno che
non conosco?'. E misi il segno sulla Croce". I voti per i socialisti in
paese sono solo sette e Salvatore diventa "un Lucifero". Francesca non gli
dice come ha votato, si dispera quando il figlio diventa segretario della
sezione socialista: "la sera che firmo' e si mise a capo come segretario, io
feci una seratina di pianto. 'Figlio, mi stai dando l'ultimo colpo di
coltello, non ti ci mettere alla testa. Il voto daglielo, ma non ti ci
mettere alla testa, lo vedi che Sciara e' disgraziata, e' un pugno di
delinquenti, vedi che sei ridotto senza padre e dobbiamo lavorare'. Ma lui
rispose che erano tanti compagni e che non avessi paura. Io non volevo; ma
ormai, madre di socialista ero, che dovevo fare?".
*
Si schiera pubblicamente al fianco del figlio, partecipa all'occupazione
delle terre. Cosi' racconta la prima occupazione, sempre nel '51, quando
Salvatore aveva guidato i contadini ed era stato arrestato: "Eravamo andati
alla montagna, eravamo piu' di trecento persone; mentre eravamo la' che
stavamo mangiando un poco, chi era seduto, chi passeggiava, e non c'era
nessuno che danneggiasse, venne un brigadiere di Sciara con un carabiniere,
dice: 'per favore, per favore, per favore togliere la bandiera'. Perche'
c'erano le bandiere che tenevamo sventolate. I contadini dicono: 'No,
perche' dobbiamo togliere le bandiere, per quale motivo? Non e' che le
bandiere fanno male. Qui non e' che stiamo facendo guasti'. Ma il brigadiere
dice: 'Allora andiamo al paese, andiamo al paese'. Ce ne andammo al paese.
Quando arrivammo un po' di via lontano, vedemmo di sotto la polizia col
commissario e ci fermarono: 'In alto le mani'. Noi non avevamo ne' fucili
ne' scoppette, niente. Ci fermarono e presero tutti i nomi e cognomi...". I
carabinieri si lamentano: sulle terre si sono sporcati scarpe e pantaloni;
Francesca risponde: "Ma per noi (...), per noi questa giornata e' la piu'
bella giornata del mondo: bella, tranquilla, col sole. Questo e' un
divertimento che noi non abbiamo preso mai. Se non ci date le terre incolte,
secondo la legge (perche' si devono perdere?) ne avrete da fare di queste
giornate. Questa e' la prima che state facendo". Salvatore viene chiamato in
municipio, crede di andare a un incontro di chiarimento e viene arrestato
assieme ad altri tre. Rimarranno nel carcere di Termini per dieci giorni,
saranno rinviati a giudizio e solo nell'estate del '54 saranno assolti.
Uscito dal carcere, Salvatore si reca a lavorare in Toscana dove rimane due
anni. Ritorna nell'agosto del 1954. Viene assunto dalla ditta Lambertini di
Bologna, che per i lavori di costruzione del doppio binario ferroviario
sfrutta una cava di proprieta' dei Notarbartolo, sotto il controllo dei
mafiosi locali. Salvatore organizza gli operai, chiede l'applicazione della
giornata lavorativa di otto ore (lavoravano undici ore). Francesca racconta
che dopo uno sciopero il maresciallo chiama suo figlio e gli dice: "Tu sei
il veleno dei lavoratori"; Salvatore risponde che vuole far rispettare la
legge e il mafioso notorio Mangiafridda, che e' accanto al maresciallo, gli
dice: "Picca (poco) n'hai di sta malandrineria". Il "malandrino" e' il
sindacalista, sono lui e gli operai in lotta per l'applicazione di una legge
gli eversori dell'ordine costituito, mentre il mafioso e' con le forze
dell'ordine: al di la' delle divise e dei ruoli ufficiali, le parti sono
assegnate e le forze in campo nettamente delineate. I mafiosi minacciano e
tentano la carta delle promesse: se si ritira avra' "una buona somma", ma se
continua finira' male. E Salvatore risponde, e' sempre Francesca a
raccontarlo: "Chi uccide me uccide Gesu' Cristo". E ancora: "Io non sono una
carne venduta, e non sono un opportunista". Il mattino del 16 maggio sulla
strada per la cava Salvatore cade sotto i colpi di mafiosi perfettamente
individuabili ma rimasti impuniti.
*
Francesca dopo la morte del figlio ne raccoglie l'eredita', accusa i mafiosi
e denuncia la complice passivita' delle forze dell'ordine e della
magistratura. Dopo l'assoluzione, celebra quotidianamente davanti a tutti
coloro che la visitano nella sua casa poverissima, un solo vano stretto e
lungo, un suo processo, civile e politico, in nome di una giustizia che
disprezza quella ufficiale e non attende quella divina. Ancora Levi: "Niente
altro esiste di lei e per lei se non questo processo che essa istruisce e
svolge da sola, seduta nella sua sedia di fianco al letto: il processo del
feudo, della condizione servile contadina, il processo della mafia e dello
Stato. Essa stessa si identifica totalmente con il suo processo e ha le sue
qualita': acuta, attenta, diffidente, astuta, abile, imperiosa, implacabile.
Cosi' questa donna si e' fatta in un giorno: le lacrime non sono piu'
lacrime ma parole, e le parole sono pietre. Parla con la durezza e la
precisione di un processo verbale, con una profonda assoluta sicurezza, come
chi ha raggiunto d'improvviso un punto fermo su cui puo' poggiare, una
certezza: questa certezza che le asciuga il pianto e la fa spietata, e' la
Giustizia. La giustizia vera, la giustizia come realta' della propria
azione, come decisione presa una volta per tutte e da cui non si torna
indietro: non la giustizia dei giudici, la giustizia ufficiale. Di questa
Francesca diffida, e la disprezza: questa fa parte dell'ingiustizia che e'
nelle cose".
Questo processo Francesca l'ha fatto, anche silenziosamente, partecipando a
manifestazioni pubbliche, accanto a Sandro Pertini, che l'aveva accompagnata
quando si era recata dal procuratore della Repubblica e aveva collaborato
alla stesura dell'esposto, ad altri dirigenti del Partito socialista finche'
il partito piu' antico d'Italia, che ha pagato il piu' alto prezzo di sangue
nella lotta contro la mafia, e' rimasto legato alle sue origini.
*
Per anni la madre di Salvatore Carnevale e' stata un'icona di un'antimafia
ormai ridotta a liturgia della memoria, sempre piu' remota e sbiadita, dopo
la dissoluzione del movimento contadino nell'emigrazione (circa un milione e
mezzo di siciliani in giro per l'Europa, su una popolazione di quattro
milioni e mezzo), in seguito a una riforma agraria che aveva assegnato, per
sorteggio individuale, lotti di terra lontani dagli abitati, spesso di
pessima qualita', tanto da costringere gli assegnatari ad abbandonarli
sospingendoli verso altri lidi. La vulgata partitica e storiografica parla
ancora oggi di vittoria contadina, di fine del latifondo, di una mafia
cacciata dai vecchi insediamenti, ma i dati parlano altra lingua e
l'imponenza del flusso migratorio, dopo dieci anni di lotte che ebbero la
portata e la valenza di una lotta di liberazione, non consente
interpretazioni di comodo o consolatorie.
Col passare del tempo e con il mutare del quadro sociale e politico, per
Francesca sono cominciati la solitudine e l'oblio. E' morta a 89 anni, il 16
luglio del 1992. Chi scrive, per segnarne la data della morte, si e' dovuto
recare al cimitero, dove il custode lo ha accompagnato nella zona franata,
chiusa ai visitatori. Sulla lapide accanto al ritratto c'e' una madonnina.
Non ci sono fiori. Pochi ricordano una protagonista di quella storia negata
che e' la storia delle donne di Sicilia, il loro ruolo nelle lotte popolari,
dalle contadine dei Fasci ai nostri giorni. Salvatore e' sepolto lontano da
lei. Sotto il cognome e il nome, le date di nascita e di morte (23.9.1923 -
16.5.1955) e la scritta "una prece". Tutto qui.

3. PROFILI. FRANCESCA CUTARELLI: MALALAI JOYA
[Dal sito della bella rivista "Noi donne" (www.noidonne.org) riprendiamo il
seguente articolo.
Francesca Cutarelli, militante femminista, pacifista, della solidarieta'
internazionale, giornalista, collaboratrice di Luisa Morgantini.
Malalai Joya e' una deputata e prestigiosa attivista per i diritti umani
afgana; un suo profilo scritto da Giuliana Sgrena e' nel n. 1313 di questo
notiziario]

"In nome della democrazia e della pace, sono qui per condividere con voi
l'agonia del popolo afghano". Esordisce cosi' in un incontro alla Camera dei
Deputati organizzato dal Coordinamento italiano di sostegno alle donne
afghane e dalle Donne in nero, Malalai Joya, deputata eletta lo scorso
dicembre al Parlamento di Kabul, nelle prime elezioni libere in Afghanistan
da oltre trent'anni.
Malalai Joya, 27 anni, originaria della regione di Erat e attivista per i
diritti umani, e' diventata il simbolo della resistenza delle donne afghane
al regime dei talebani.
Negli ultimi anni e' passata alla cronaca per le sue dure parole contro i
"signori della guerra", che le sono costate aggressioni e minacce, le ultime
solo lo scorso 7 maggio.
"Tra di voi ci sono criminali che abusano del termine jihad, che hanno
ucciso migliaia di civili e distrutto il nostro Paese. Sono gli stessi
uomini che non credono nei diritti delle donne e nella democrazia e
meriterebbero di essere giudicati da un tribunale per i crimini di guerra"
aveva detto ai 249 deputati membri del Parlamento afghano, suscitando
smodate proteste. "Rapiamola e violentiamola", gridavano, in aula, uomini e
donne, mentre qualche membro del Gran Consiglio era passato addirittura
all'aggressione fisica con scarpe, bottiglie di vetro rotte, oggetti
contundenti.
"Se avessero avuto le armi le avrebbero usate. Questi signori si sciacquano
la bocca con la parola democrazia, ma i loro atteggiamenti sono tutt'altro
che democratici", ha raccontato la giovane afghana alla platea romana, in
cui comparivano anche alcune parlamentari. Da allora, a Malalai, che vive a
Kabul ma che per ragioni di sicurezza e' costretta a dormire ogni notte in
una casa diversa, sono arrivate dimostrazioni di solidarieta' da tutto il
mondo, da associazioni per i diritti umani, da organizzazioni della societa'
civile e da molti politici. Al Parlamento Europeo, su iniziativa di Luisa
Morgantini, presidente della Commissione Sviluppo ed eurodeputata
indipendente eletta nelle liste del Prc, presente al fianco di Malalai
all'incontro nella Sala delle Colonne, un gruppo di eurodeputati ha firmato
una lettera di solidarieta' e condanna per il grave episodio che lede in
modo gravissimo i diritti umani e il difficile iter democratico avviato in
Afghanistan.
*
La denuncia di Malalai e' chiara: cita recenti rapporti di analisti afghani
e di organizzazioni per la tutela dei diritti umani (Human right watch),
secondo i quali nel Parlamento del suo Paese siedono attualmente 40
comandanti di milizie, 24 membri di gang criminali, 17 trafficanti di droga,
19 uomini accusati di violazioni dei diritti umani.
"Il 70% nostro Parlamento - dice Malalai - e' costituito da ex-talebani,
narcotrafficanti, assassini dell'Alleanza del nord, criminali di guerra.
Gulbuddin Hekmatyar e' nella lista Usa dei terroristi piu' ricercati, ma il
suo partito ha ben 34 membri tra i seggi del Gran Consiglio. Questa e' la
democrazia che ci e' stata esportata dagli Stati Uniti".
Le accuse alla gestione americana della crisi afghana si fanno accese:
Malalai punta il dito contro le connivenze tra gli Usa e gli attuali uomini
al potere, i membri dell'Allenza del nord, i signori della guerra, i
trafficanti di droga.
Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, l'Afghanistan rischia di diventare
un narcostato. Timori, questi, fatti propri anche da testate statunitensi
come il" New York Times", il "Los Angeles Times" e il "Washington Post", e
ribaditi chiaramente da due attuali ministri afghani.
In un paese con il 40% di disoccupazione, dove "la mancanza di servizi
sanitari ha un impatto peggiore dello tsunami, con 700 bambini e tra le 50 e
70 donne che muoiono quotidianamente per la mancanza di cure, i soldi che
arrivano dalla comunita' internazionale (12 miliardi di dollari gia'
consegnati e 10 in arrivo) finiscono spesso nelle tasche dei signori della
guerra".
Servirebbero, invece, sforzi enormi per la ricostruzione e la sicurezza di
un paese ridotto in macerie. Quello di cui Malalai e' certa e' che il suo
popolo non si fida di un governo, quello statunitense, che sostituisce i
terroristi con altri terroristi, che dialoga e protegge i criminali che
tutelano maggiormente i suoi interessi, che esporta una democrazia di fatto
inesistente. Di assistenza e protezione gli afghani e le afghane hanno
veramente bisogno. "Gli Usa se ne vadano, gli europei agiscano in modo
autonomo e indipendente da Washington". Parola di Malalai.

4. RIFLESSIONE. GIULIO VITTORANGELI: LE DOMANDE GIUSTE
[Ringraziamo Giulio Vittorangeli (per contatti: g.vittorangeli at wooow.it) per
questo intervento. Giulio Vittorangeli e' uno dei fondamentali collaboratori
di questo notiziario; nato a Tuscania (Vt) il 18 dicembre 1953, impegnato da
sempre nei movimenti della sinistra di base e alternativa, ecopacifisti e di
solidarieta' internazionale, con una lucidita' di pensiero e un rigore di
condotta impareggiabili; e' il responsabile dell'Associazione
Italia-Nicaragua di Viterbo, ha promosso numerosi convegni ed occasioni di
studio e confronto, ed e' impegnato in rilevanti progetti di solidarieta'
concreta; ha costantemente svolto anche un'alacre attivita' di costruzione
di occasioni di incontro, coordinamento, riflessione e lavoro comune tra
soggetti diversi impegnati per la pace, la solidarieta', i diritti umani. Ha
svolto altresi' un'intensa attivita' pubblicistica di documentazione e
riflessione, dispersa in riviste ed atti di convegni; suoi rilevanti
interventi sono negli atti di diversi convegni; tra i convegni da lui
promossi ed introdotti di cui sono stati pubblicati gli atti segnaliamo, tra
altri di non minor rilevanza: Silvia, Gabriella e le altre, Viterbo, ottobre
1995; Innamorati della liberta', liberi di innamorarsi. Ernesto Che Guevara,
la storia e la memoria, Viterbo, gennaio 1996; Oscar Romero e il suo popolo,
Viterbo, marzo 1996; Il Centroamerica desaparecido, Celleno, luglio 1996;
Primo Levi, testimone della dignita' umana, Bolsena, maggio 1998; La
solidarieta' nell'era della globalizzazione, Celleno, luglio 1998; I
movimenti ecopacifisti e della solidarieta' da soggetto culturale a soggetto
politico, Viterbo, ottobre 1998; Rosa Luxemburg, una donna straordinaria,
una grande personalita' politica, Viterbo, maggio 1999; Nicaragua: tra
neoliberismo e catastrofi naturali, Celleno, luglio 1999; La sfida della
solidarieta' internazionale nell'epoca della globalizzazione, Celleno,
luglio 2000; Ripensiamo la solidarieta' internazionale, Celleno, luglio
2001; America Latina: il continente insubordinato, Viterbo, marzo 2003. Per
anni ha curato una rubrica di politica internazionale e sui temi della
solidarieta' sul settimanale viterbese "Sotto Voce" (periodico che ha
cessato le pubblicazioni nel 1997). Cura il notiziario "Quelli che
solidarieta'"]

Dico subito che la cosa che mi ha colpito non e' che ci fossero deputati e
senatori contrari al finanziamento della missione in Afghanistan, ma che il
loro numero fosse cosi' esiguo. La prima sconfitta e' proprio nei numeri.
Dico anche che non mi auguro la caduta del governo Prodi, perche' questo
vorrebbe dire riconsegnare il Paese alla destra di Mister B.
Mi sembra allora che l'interrogativo, su cui in questi giorni ci si sta
arrovellando e dividendo, e' come si pensa di intervenire davanti al guasto
morale introdotto dal berlusconismo.
Mi riferisco a quel verminaio nutritosi della cancrena di un Paese
gravemente malato di corruzione, mafia, sottosviluppo, illegalita',
disprezzo delle istituzioni e dello Stato. Un fenomeno che non puo' essere
isolato dall'identita' del Paese perche' e' proprio l'identita' dell'Italia
(almeno di una parte consistente di essa) a ritrovarsi fedelmente
raffigurata, connotato dopo connotato, da Mister B.
Quel condensato di connotazioni criminose, amorali, prevaricatrici,
corrotte, che l'uomo medio italiano ama vedere riflesse nel suo padrone.
Chiaro allora il perche' del mio voto alla coalizione del centrosinistra.
L'ho votata non perche' mi persuadeva il suo programma sulla politica estera
(guerra, Medio Oriente, rapporto con gli Usa, etc.), sulle scelte sociali
(scuola, sanita', beni comuni, etc.), sui nodi dell'economia e del lavoro
(ruolo pubblico, tasse, precarieta', etc.), sul vivere civile (immigrazione,
laicita', diritti, etc.); non perche' stimavo i leader; non perche' mi
sentivo particolarmente vicino alle forze politiche che la compongono; ma
perche' giudicavo e giudico la coalizione berlusconiana essenzialmente
golpista.
Tutte cose gia' chiaramente espresse su questo notiziario, e non solo da me,
per cui e' inutile tornarci sopra.
Per questo considero vergognosa la prospettiva di chi auspica un ritorno
immediato alla urne; allo stesso tempo considero pero' vergognoso il ricatto
"Ö altrimenti ritorna Berlusconi".
Credevo e credo che per vincere il berlusconismo, che non e' un accidente,
ma un prodotto della societa' italiana ben radicato in essa, non basta certo
un cambio di governo; ma occorre una permanente mobilitazione della
coscienza democratica che produca un piu' robusto senso civico e una piu'
diffusa consapevolezza dei valori di pieno rispetto della legge, di
moralita' pubblica e di solidarieta' (nazionale e internazionale) che
debbono essere fondamento di uno Stato realmente democratico.
Se all'atto pratico si pretende di narcotizzare le rivendicazioni e le
lotte, invece di dare una risposta di vera svolta alle condizioni di vita e
di cittadinanza di tutti noi, allora qualcosa non funziona e la possibilita'
di resuscitare Mister B., che peraltro e' a tutt'oggi vivo e vegeto, e' piu'
che certa.
Fa male ammetterlo, ma non se ne puo' piu' di questa classe dirigente del
centrosinistra per come tratta il proprio elettorato. Del resto, l'unica
misura concreta che noi elettori di sinistra possiamo aspettarci dal governo
che abbiamo eletto, e' una stangata da brividi, senza compensazioni. Il
riproporsi di un'azione di governo all'insegna del neoliberismo temperato in
campo economico (concordato con Confindustria e grande finanza), del
dimagrimento del welfare in campo sociale, della realpolitik in campo
internazionale (concordata con Stati Uniti e apparati militari).
Il quadro interno resta quello di un liberismo da operetta, sudamericano,
con qualcuno (pochi) che guadagnano di piu' e qualcuno (tanti) che
guadagnano di meno; con pensioni d'oro (sempre per pochi) e pensioni da
nulla (sempre per tanti), con ville (quasi sempre abusive) e con baracche,
etc.
In politica estera la guerra e' sempre li'; con i tempi blandi del ritiro
dall'Iraq e il rifinanziamento coatto della missione in Afghanistan. Il
Medio oriente e' in fiamme grazie alle scelte scellerate del governo
israeliano, sempre piu' identificatosi con l'America di Bush e sempre piu'
prigioniero delle sue scelte militari (alla fine suicide per se' e per gli
altri), e sempre piu' privo di strategie politiche.
Chi mai aiutera' lo stato di Israele a ritrovare la via della saggezza
politica?
E chi mai sapra' ricucire la solidarieta' con quel popolo palestinese che
paga la colpa e la responsabilita' dell'Europa per la nascita dello stato
israeliano in terra di Palestina?
Siamo di fronte a una crisi politica, nel senso piu' ampio e profondo della
parola; sono i rapporti tra gli esseri umani (la politica appunto) che vanno
all'aria, nel nostro tempo, in Italia e nel mondo.
La risposta non e' ne' facile, ne' semplice. Magari sarebbe sufficiente
iniziare a porsi le domande giuste, cominciando dal dilemma guerra/pace.

5. LIBRI. BARBARA ROMAGNOLI PRESENTA "CRITICA DELLA VIOLENZA ETICA" DI
JUDITH BUTLER
[Dal quotidiano "Liberazione" del 22 luglio 2006.
Barbara Romagnoli (per contatti: duepunti2 at yahoo.it), giornalista e
saggista, e' nata e vive a Roma; laureata in filosofia con una tesi su
"Louise du Neant: esperienza mistica e linguaggio del corpo", si e' poi
interessata di studi di genere; collabora con varie testate (tra cui
"Liberazione", "Carta", "Marea").
Judith Butler, pensatrice femminista americana, nata nel 1956, insegna
attualmente retorica e letteratura comparata all'Universita' di Berkeley,
California; e' figura di primo piano del dibattito contemporaneo su
sessualita', potere e identita'; le sue ricerche rappresentano uno dei
contributi piu' originali all'interno dei cultural studies e della queer
theory. Dal quotidiano "Il manifesto" del 24 marzo 2003 riprendiamo questa
presentazione di Judith Butler scritta da Ida Dominijanni: "Judith Butler e'
una delle massime figure di spicco nel panorama internazionale della teoria
femminista. Docente di filosofia politica all'universita' di Berkeley in
California, ha pubblicato nell'87 il suo primo libro (Subjects of Desire) e
nel '90 il secondo, Gender Trouble, testo tuttora di culto nei campus
americani, cruciale per la messa a fuoco delle categorie del sesso, del
genere e dell'identita'. Del '93 e' Bodies that matter (Corpi che contano,
Feltrinelli, Milano 1995), del '97 The Psychic Life of Power. Filosofa di
talento e di solida formazione classica, Butler appartiene a quello stile di
pensiero post-strutturalista che intreccia la filosofia politica con la
psicoanalisi, la linguistica, la critica testuale; e a quella generazione
del femminismo americano costitutivamente attraversata e tormentata dalle
differenze sociali, etniche e sessuali fra donne e dalla frammentazione
dell'identita' che ne consegue. Decostruzione dell'identita', analisi del
corpo fra materialita' e linguaggio, critica della norma eterosessuale e dei
dispositivi di inclusione/esclusione che essa comporta, critica del potere e
del biopotere sono gli assi principali del suo lavoro, che sul piano
politico sfocia in una strategia di radicalita' democratica basata sulla
destabilizzazione e lo shifting delle identita'. Fin da subito attenta ai
nefasti effetti dell'11 settembre e della reazione antiterrorista sulla
democrazia americana, Butler e' fra gli intellettuali americani maggiormente
imegnati nel movimento no-war. 'La rivista del manifesto' ha pubblicato sul
n. 35 dello scorso gennaio il suo Modello Guantanamo, un atto d'accusa del
passaggio di sovranita' che negli Stati Uniti si va producendo all'ombra
dell'emergenza antiterrorista: fine della divisione dei poteri, progressivo
svincolamento del potere politico dalla soggezione alla legge, crollo dello
stato di diritto con le relative conseguenze sul piano del diritto penale
(demolizione delle garanzie processuali) e del diritto internazionale
(violazione di trattati e convenzioni). A dimostrazione di come la guerra in
nome della liberta' e la soppressione delle liberta' si saldino in un'unica
offensiva di abiezione dei 'corpi che non contano', per le strade di Baghdad
e nelle gabbie di Guantanamo". Opere di Judith Butler disponibili in
italiano: Corpi che contano, Feltrinelli, Milano 1995; La rivendicazione di
Antigone, Bollati Boringhieri, Torino 2003; Vite precarie. Contro l'uso
della violenza in risposta al lutto collettivo, Meltemi, Roma 2004; Scambi
di genere. Identita', sesso e desiderio, Sansoni, Firenze 2004; Critica
della violenza etica, Feltrinelli, Milano 2006]

Nel 1990 la pubblicazione negli Stati Uniti del libro di Judith Butler
Gender Trouble (tradotto in Italia solo 14 anni dopo e con un titolo
improprio: Scambi di genere, Sansoni) suscito' un ampio dibattito e divenne
un testo fondamentale sia per i cultural studies che per i gender studies.
La filosofa statunitense pose in quel testo le basi di un ragionamento - poi
ripreso nel 1993 in Bodies that matter (Corpi che contano. I limiti
discorsivi del "sesso", Feltrinelli, 1996) - con il quale affermava
chiaramente la necessita' per il femminismo di non cadere in una concezione
essenzialistica del soggetto ma di considerare la "complessa storicita' del
binarismo di genere" come "qualcosa che e' inscindibile dalle relazioni di
disciplina, regolamentazione, punizione". Butler scriveva di voler
contrastare la violenza delle norme di genere, sovvertire cosi' anche il
genere e le presunte identita', per "poter allargare le possibilita'" e
trovare un "posto tutto per se'" fra maschile, femminile e molto altro,
senza rigide classificazioni o gerarchie nelle quali anche il femminismo
incorre.
*
Docente a Berkeley, presso il dipartimento di letteratura comparata, Judith
Butler oltre che teorica del femminismo e' anche fra le intellettuali
statunitensi maggiormente impegnate contro la guerra e proprio in uno dei
suoi recenti lavori, Vite Precarie. Contro l'uso della violenza in risposta
al lutto collettivo (Meltemi, 2004), ha analizzato la politica Usa dopo l'11
settembre.
Il tema della violenza, in tutte le sue forme e apparizioni, sembra essere
un filo rosso del pensiero di Butler e ritorna anche nell'ultimo volume di
recente tradotto in Italia con il titolo Critica della violenza etica
(Feltrinelli, pp. 180, euro 18). Il libro nasce da alcuni seminari
universitari e dalle Spinoza Lectures che la filosofa ha tenuto nella
primavera del 2002 presso il dipartimento di filosofia dell'universita' di
Amsterdam.
Il volume e' stato pubblicato in una prima stesura abbreviata in Olanda con
il titolo Giving an account of oneself: a critique of ethical violence (Dare
conto di se': una critica della violenza etica), ed e' proprio sul concetto
di "rendere conto" che si snoda la riflessione di Butler in un incontro
serrato con autori e discipline diverse: Adorno e Foucault, Cavarero e
Levinas, Nancy e Lacan.
*
In questo suo primo testo di filosofia morale, Butler si interroga su "come
e' possibile parlare di filosofia morale, e cioe' di qualcosa che ha a che
fare con il comportamento e quindi con l'agire, nel quadro della societa'
contemporanea". Porre la domanda in questi termini - spiega Butler -
significa accettare implicitamente la tesi che i problemi morali non solo
emergono in un contesto di relazioni sociali, ma che la forma che tali
problemi assumono cambia in base a quel contesto. E' necessario per Butler
partire da un assunto: non esiste un "io" totalmente sovrano e capace di
rendere conto di se' pienamente e completamente. Questo non significa che
non possa esistere una etica della responsabilita' verso l'altro in
relazione al contesto in cui viviamo.
Secondo Butler l'opacita' del soggetto, ossia il fatto incontestabile che
non sia pienamente auto-trasparente e conoscibile, non implica "che esso sia
comunque autorizzato a fare tutto cio' che vuole o a ignorare gli obblighi
che ha verso gli altri". Anzi "e' proprio in virtu' delle relazioni con gli
altri che si e' opachi a se stessi, e se queste relazioni con gli altri sono
il luogo della propria responsabilita' etica, allora significa che e'
proprio in virtu' dell'opacita' verso di se' che il soggetto si espone e
accetta alcuni dei piu' importanti vincoli etici".
*
C'e' dunque una stretta relazione tra l'etica e la critica del soggetto, che
si traduce in un debito inestinguibile verso l'altro al quale il soggetto
deve necessariamente rivolgersi nel dare conto di se'. E tutto cio'
significa combattere gli approcci violenti che forgiano anche l'etica,
perche' fondati su un io che si vorrebbe sovrano e capace di controllo
totale sul se', prendere in considerazione i nostri e altrui limiti per
costruire pratiche di riconoscimento e agire di conseguenza. Un'etica che
parli di vulnerabilita', umilta' e generosita' e che tenga conto della
precarieta' del contesto in cui viviamo, nella consapevolezza, come
ricordato da Butler all'indomani degli attentati di Londra, che "non ho
scelto questo mondo nel quale vivo" ma che esso "forma l'orizzonte nel quale
io debbo lottare, deliberare, agire".
Come a dire, e per rispondere al quesito iniziale del libro, che la societa'
contemporanea mette a dura prova la pratica del riconoscimento dell'altro,
in un orizzonte di guerra dove ognuno teme per la propria sopravvivenza.
L'importante e' "riconoscere che l'etica ci impone di metterci a rischio
proprio nei momenti di non-conoscenza" in uno "spazio incerto (vuoto di noi
e pieno di altri)". Arrivare ad un'etica che presupponga un comune
riconoscimento della vulnerabilita', significa proteggere la vita il piu'
possibile.

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1366 del 24 luglio 2006

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